Delitto di Apice – Di Giacomo:”Una strage così non nasce in un minuto. I segnali devono esserci stati”

APICE – Due fratelli volevano vendere il ristorante di famiglia, il terzo sarebbe stato contrario. Un conflitto che, secondo le ricostruzioni giornalistiche, andava avanti da tempo e che si sarebbe concluso nel modo più tragico: Gianni Licciardi avrebbe ucciso i fratelli Franco e Donato con una pistola regolarmente detenuta, per poi togliersi la vita.

«Una strage di questa portata non nasce in un minuto e difficilmente può essere spiegata soltanto dicendo che “hanno litigato”. Prima dell’ultimo litigio devono esserci stati segnali di tensione,rancore, esasperazione o perdita di controllo. Adesso bisogna capire se quei segnali siano stati sottovalutati, male interpretati o addirittura nascosti».

Lo afferma Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto di fenomeni criminali, intervenendo sulduplice omicidio-suicidio avvenuto ad Apice: «Se davvero due fratelli volevano cedere l’attività mentre il terzo si opponeva, non siamo davanti soltanto a una discussione economica. Per chi ha costruito una parte importante della propria vita attorno a un’attività familiare, la sua vendita può essere vissuta come perdita di ruolo, esclusione, fallimento o cancellazione di una parte della propria identità».

Secondo Di Giacomo è proprio la durata del conflitto a dover essere approfondita:

«Quando un contrasto dura mesi o anni, chi sta intorno finisce spesso per abituarsi. Le litidiventano “le solite liti”. Le frasi aggressive vengono considerate sfoghi. L’irrigidimento di una persona viene liquidato come carattere difficile. È questo il pericolo della normalizzazione del conflitto: ciò che si ripete smette di allarmare, anche quando sta diventando progressivamente più grave».

Ma, secondo il criminologo, c’è un’altra possibilità che dovrà essere verificata: «La domanda non è soltanto se qualcuno abbia visto determinati segnali. Bisogna anche chiedersi se qualcuno abbia scelto di minimizzarli, tacerli o nasconderli per proteggere l’equilibrio familiare, evitarescandali o salvaguardare l’attività economica. Nelle famiglie può accadere che un problema venga considerato qualcosa da tenere dentro casa. Ma quando il conflitto cresce, il silenzio può diventare pericoloso».

Per Di Giacomo non basta quindi ricostruire gli ultimi minuti: «Bisogna tornare indietro. Bisogna chiedere a familiari, conoscenti, dipendenti e persone vicine ai tre fratelli se negli ultimimesi ci siano stati cambiamenti nel comportamento, minacce, frasi particolarmente aggressive, atteggiamenti di chiusura, convinzioni sempre più rigide o una crescente incapacità di accettare l’ipotesi della vendita».

Nessuno di questi elementi, precisa il criminologo, preso isolatamente consentirebbe di prevedere un duplice omicidio: «Ma la prevenzione nasce proprio dall’incrocio dei segnali. Nonesiste quasi mai il cartello con scritto “domani ucciderò qualcuno”. Esistono escalation, frasi,comportamenti, conflitti e accesso alle armi che, se letti insieme, possono modificare profondamente la valutazione del rischio».

Ed è proprio sulla presenza dell’arma che Di Giacomo richiama l’attenzione: «Gianni Licciardi aveva nella propria disponibilità una pistola regolarmente detenuta. Possedere legalmente un’arma non significa essere pericolosi. Ma se nei mesi precedenti fossero emersi segnali concreti di minacce, grave esasperazione, perdita di controllo o comportamenti incompatibili con una detenzione sicura, una segnalazione alle autorità avrebbe potuto almeno determinareuna verifica sulla permanenza dei requisiti e, qualora fosse stato ravvisato un rischio, anche ilritiro cautelare dell’arma o il divieto di detenerla». Secondo il criminologo, è questo uno deipunti centrali da chiarire: «Dobbiamo capire se qualcuno avesse percepito segnali seri e se questi siano stati sottovalutati, taciuti o nascosti. Una segnalazione non avrebbe garantito con certezza che la tragedia non avvenisse, ma avrebbe potuto sottrarre all’escalation proprio il mezzo che l’ha resa immediatamente letale. Per questo non basta dire che la pistola era legalmente detenuta. La domanda è un’altra: alla luce di ciò che stava accadendo tra i fratelli, c’erano già elementi che avrebbero dovuto far dubitare dell’opportunità che quell’arma restasse nella sua disponibilità?».

Per Di Giacomo, la domanda sulla prevedibilità della tragedia è quindi inevitabile: «Io non mi accontenterei della conclusione secondo cui nessuno poteva immaginare quello che sarebbe successo. Dobbiamo capire se questa strage poteva essere evitata. È difficile pensare che una persona passi dalla normale gestione di un’attività alla decisione di uccidere due fratelli e poi sé stessa senza che prima sia emerso qualche segnale di profonda esasperazione. Quei segnali possono essere stati interpretati male. Possono essere stati considerati normali all’interno di una famiglia abituata a discutere. Possono essere apparsi separatamente e nessuno li ha messiinsieme. Oppure qualcuno può averli conosciuti e aver scelto di non parlarne. Anche questapossibilità deve essere verificata». Di Giacomo conclude: «Dopo una tragedia è sempre facile dire: “Sembrava una persona normale”, “litigavano come tanti”, “nessuno poteva prevederlo”.Ma la criminologia deve fare una domanda più scomoda: che cosa c’era prima dell’ultimominuto e chi lo sapeva? Se vogliamo davvero prevenire tragedie simili, non possiamo studiaresoltanto gli spari. Dobbiamo ricostruire tutto ciò che è accaduto prima, compresi i segnali che forse sono stati sottovalutati, taciuti o nascosti. Perché una segnalazione fatta in tempo, in presenza di elementi concreti, avrebbe potuto almeno portare a valutare il ritiro della pistola e forse spezzare la catena che ha portato alla strage».

Aldo Di Giacomo

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