Il sorriso degli occhi

Il Corso Garibaldi era già sveglio, con quel suo modo elegante di stirarsi alla luce del mattino. Le vetrine incominciavano a sbadigliare pigramente, i passi si mescolavano ai profumi, e il bar, all’angolo di Piazza Roma, quello con le sedie color crema, sul marciapiede, e le lampade, intraviste nell’interno, che sembravano sospese nel tempo, respirava piano, come se custodisse qualcosa.
Lei, Caterina, era lì. Seduta proprio al tavolino posto quasi davanti all’ingresso del bar, con la tazzina ancora piena e lo sguardo che non trovava un posto dove fermarsi. Non era triste: era spenta. Come una candela che ha ancora il profumo, ma non più la fiamma. Non sapeva nemmeno dare una spiegazione al suo stato d’animo.
Lui, Carmine, arrivò qualche minuto dopo, attraversando il Corso con quel passo deciso, ma senza eccessiva fretta. La vide subito. Non perché fosse evidente, ma perché quel suo sorriso, quel sorriso che lui considerava una specie di miracolo quotidiano, non c’era. Lei ancora non si era accorta della sua comparsa.
Carmine si avvicinò senza dire nulla. Si sedette di fronte a lei. E la guardò fisso negli occhi.
Non era uno sguardo normale. Era un gesto. Un tocco invisibile. Ecco, voleva essere solo un piccolo solletico con gli occhi.
Lei non reagì. O meglio: reagì lentamente. Prima una ciglia. Poi un respiro. Poi un tremolio leggero agli angoli della bocca, come se il sorriso stesse bussando, ma non avesse ancora deciso se entrare.
«Che succede?» chiese lui, ma solo con gli occhi. Era una domanda fatta di silenzio.
Lei abbassò lo sguardo. «Niente» disse. Una parola che non convinceva nessuno, nemmeno lei.
Lui allora fece qualcosa che non aveva mai fatto. Le prese la mano. Non con forza, non con urgenza: con quella delicatezza che si usa quando si tocca qualcosa di prezioso. E la portò fuori dal bar.
Camminarono lungo il Corso, tra i palazzi che avevano visto mille storie e mille amori, sotto una luce che sembrava volerli seguire. Arrivarono davanti alla fontana “FLANS TE ALO”, dove l’acqua rifletteva il cielo come uno specchio gentile.

«Qui» disse lui, «il sorriso non può perdersi.»
Lei lo guardò sorpresa. «E perché mai?»
Lui si avvicinò all’acqua, sfiorandola con le dita. «Perché qui la luce si moltiplica. Anche quando non vuoi. Anche quando non ci credi. Anche quando ti sembra che tutto sia spento.»
Lei rimase in silenzio. Il Corso attorno a loro continuava a vivere, ma in quel punto preciso il tempo sembrava essersi seduto ad ascoltare.
«E allora?» chiese lei, con un filo di voce.
Lui tornò vicino, così vicino che il suo respiro sfiorò il suo. «E allora, quando tu non sorridi… io provo a farti il solletico con gli occhi. Ma se non basta, porto il tuo sorriso, dove la luce non si arrende. Per esempio: avrei chiesto la complicità della Luna e tu avresti sorriso con i suoi raggi.»
Lei chiuse gli occhi. Non per nascondersi, ma per sentire. E quando li riaprì il sorriso era lì. Non grande, non perfetto, non trionfante. Ma vero. Un sorriso che nasce come nasce il fuoco: da una scintilla gentile, ostinata, romantica.
«Eccoti» disse lui. «Eccomi» rispose lei.
Un bacio.
Subito dopo, Caterina chiese:
«Carmine, sai cos’è un bacio?»
E lui: «No, dimmelo.»
«Il bacio è il fiore più piccolo dell’amore, si chiama ‘Nontiscordardime’ ed ha il colore dei tuoi occhi.»
E il Corso Garibaldi, attorno a loro, sembrò fare un respiro più profondo. Anche il conducente dell’autobus, guardandoli, fece in modo che il motore del suo mezzo, con discrezione, non disturbasse quella scena così soavemente tenera.
Carmine D’Agostino

Grande D’Agostino
Quanta leggerezza,quanta delicatezza!!! Bravissimo Carmine