Nessun fascista. Poca dignità, scarsa memoria, molta ignoranza e il solito leghista

Confesso di non avere un’idea precisa di quello che sta accadendo nel mio paese.
Ne leggo ogni giorno. 
Ascolto interviste. 
Guardo trasmissioni televisive.
Eppure, se dovessi rispondere ad alcune, ben precise domande, non saprei da dove cominciare.
So per certo dove finirei.
Finirei a raffazzonare qualche risposta solo per nascondere il fatto che un’idea ben precisa non sono ancora riuscito a farmela.
Di populismo – qualunque sia il significato che si voglia dare a questa parola, in qualunque modo si voglia definire la tendenza della politica contemporanea a cercare il più largo consenso a qualunque costo, a cavalcare qualunque argomento suscettibile di aumentare la propria popolarità – si è ammalata l’Europa.
Anche l’Europa.
Di fascismo – che qualcuno dice sia tornato, qualcuno che stia per tornare, qualcuno che possa tornare – non saprei dire se si è ammalata l’Italia.
Certamente la sinistra più culturalmente subalterna di sempre, talmente lontana dai problemi di proletariato e sottoproletariato da avere in Confindustria, nei centri cittadini e nei salotti buoni il bacino elettorale di riferimento non poteva nemmeno sperare in una foglia di fico migliore per nascondere le proprie vergogne.
A vederlo da lontano, il presunto ritorno del fascismo sembra più che altro un argomento buono per chiunque.
Un argomento in grado di regalare un quarto d’ora di notorietà tanto ai sostenitori quanto ai detrattori. 
La vera questione, il vero punto interrogativo, piuttosto, mi sembra sia il calcolo relativo alla quantità di dignità residua in tutti coloro che, simpatizzanti, sostenitori, votanti, militanti ma soprattutto rappresentanti della Lega, sono nati a sud del Lazio.
Come è possibile conciliare la propria identità di meridionali e simpatizzare, votare, portare voti o essere parte integrante di un partito il cui segretario ha fino a ieri usato espressioni come terroni, parassiti, fannulloni, ladroni, sanguisughe per riferirsi ai meridionali?
Come è possibile gravitare a vario titolo attorno ad un uomo che al motto di “Padania is not Italy”, utilizzava il palcoscenico della trasmissione “Mai dire Italia” per tifare Francia invece che Italia agli europei di calcio?
Ma è un capitano o piuttosto un capitone (un’anguilla con le orecchie) chi al Sud, colpevole di essere più simile alla Grecia che a Milano e all’Europa, voleva togliere l’euro e dare un’altra moneta?
Per non parlare di cosa avrebbero voluto dargli i suoi più fedeli sodali: quelli che dicevano che al Sud non si conoscesse l’uso della carta igienica; quelli che volevano i vagoni della metro solo per i milanesi; quelli secondo i quali, bellissimi i paesaggi, peccato solo per la gente che li abita; quelli a cui i giovani del Mezzogiorno avevano «rotto i coglioni»e che, con la tipica educazione leghista, non perdevano occasione per mandarli «a fanculo»; quelli  a cui «tirava il culo»perché convinti che i giovani del Sud «ce l’hanno proprio dentro il culto di non fare un cazzo dalla mattina alla sera».
Ma i fascisti, se ho ben capito le lezioni di scuola e i testi universitari, non sarebbero stati un tantinello intolleranti nei confronti di chi il tricolore avrebbe voluto bruciarlo?
Da quando il vilipendio alla bandiera o la secessione sono diventati parte integrante del credo fascista?
E poi, fascisti o comunisti, è possibile essere campani, calabresi, pugliesi, siciliani, abruzzesi, molisani, lucani, sardi e definirsi, senza alcuna vergogna, leghisti?
La spiegazione, credo sia, come Occam suggerirebbe, la più semplice. 
Il ritorno del fascismo non ha nulla a che fare con quanto sta accadendo in Italia. 
L’imbecillità, l’ignoranza, la mancanza di dignità, l’avidità, a Nord come a Sud, hanno trovato un nuovo campione.
E un solido, robusto, pratico carro sul quale saltare lo hanno trovato tutti quelli che, come a Benevento Pedà, De Minico, Principe, Ricciardi, Russo e compagnia bella di politica vivono o sperano di vivere.
Di fascisti o comunisti in Italia, temo, non è più rimasta né ombra, né memoria.
E un Politico, bisogna armarsi di lanterna per trovarlo.
Di avidi professionisti della politichina, o di aspiranti tali, ce n’è talmente tanti, invece, che a venderli a tranci ci si ripianerebbe il debito pubblico nel giro di un paio di anni. 
Massimo Iazzetti

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