Nonostante Gabriele Corona sia stato raggiunto dal quarto procedimento disciplinare, Altrabenevento continua a denunciare le malefatte di Palazzo Mosti

In presenza di una stampa istituzionale, come ebbe a osservare il Procuratore Policastro nel corso di un convegno di Futuridea, una stampa cioè asservita, in gran parte, al potere costituito, di cui diventa spesso cassa di risonanza, se non ci fosse Altrabenevento non avremmo piena contezza di quel che succede a Palazzo Mosti e dintorni.
La sentenza del Consiglio di Stato sulla (il)legittimità degli immobili davanti al Duomo
L’associazione contro il malaffare ha dato infatti subito notizia della sentenza n. 1009 del 10 febbraio 2020, con cui il Consiglio di Stato ha dato conferma della sentenza del Tar della Campania n. 9974, annullando “le delibere di consiglio comunale n. 44 del 28 ottobre 2004 e n. 16 del 22 marzo 2005 con le quali era stato approvato il progetto per la realizzazione del museo davanti alla Cattedrale”. E’ significativo che certa stampa cittadina, sempre pronta a dare notizia di sentenze che depongono a favore del sindaco come quella ultima con cui la Cassazione ha dichiarato che un creditore non possa accettare di essere pagato alle condizioni poste dal debitore, non abbia dato invece notizia della suddetta decisione del Consiglio di Stato, prima, e neanche dopo, il 28 febbraio 2020, data del comunicato di Altrabenevento.
“Nella sentenza”, sottolinea l’associazione di cui è stato presidente il dipendente comunale Gabriele Corona fino  al 26 febbraio, quando è stato avviato l’ennesimo provvedimento disciplinare nei suoi confronti, del quale parleremo in seguito, “si fa riferimento al piano particolareggiato e al Piano  Regolatore che prevedevano la costruzione di un piccolo fabbricato, lungo via Pasquali, in modo da consentire la realizzazione di una piazza pubblica davanti alla Cattedrale. Gli strumenti urbanistici furono però stravolti dalla amministrazione Viespoli, per consentire la cementificazione sull’intera area. Nel 1999, su proposta dell’allora assessore all’Urbanistica, Giuseppe Iadicicco”, prosegue il comunicato di Altrabenevento, “fu autorizzata la costruzione del palazzo del Consorzio Cepid sul lato della piazza e poi nel 2004/2005 fu autorizzata la costruzione di un palazzo pubblico, che Iadicicco definì <piazza coperta al posto del vuoto desolante>, proprio davanti alla facciata medievale (del Duomo –ndr), su suoli privati, mai ceduti al Comune”.
Gli atti prodotti da Viespoli e dal suo successore, D’Alessandro, sono stati impugnati dai condomini  del palazzo previsto dai predetti strumenti urbanistici, che fa angolo tra corso Garibaldi e corso Vittorio Emanuele e tra corso Vittorio Emanuele e via Pasquali. Sul quarto lato dell’immobile, quello che confina con la piazza, sono stati eretti, molto visibili da corso Garibaldi e separati di pochi centimetri dal palazzo dei ricorrenti,  i pilastri del fabbricato autorizzato da Viespoli in favore dell’imprenditore Gianbattista Nazzaro, marito si sua sorella. A seguito dei ricorsi di quei condomini, “la costruzione dell’edificio privato è stata interrotta da tempo e anche il palazzo pubblico (destinato a museo di arte contemporanea – ndr) non è stato completato, nonostante ingenti finanziamenti regionali”.

Allora, ricorda Altrabenevento, “contro la cementificazione di piazza Duomo, nei primi anni 2000 si adoperò un comitato civico coordinato dal compianto avvocato Francesco (Ciccio) Romano, di cui facevano parte, tra gli altri, Gennaro Santamaria, oggi dirigente del Comune di Benevento (nominato dal sindaco Mastella, dopo essere rimasto “disoccupato” dall’incarico di segretario del Ministro dell’Ambiente dei governi Renzi e Gentiloni – ndr)  e Gabriele Corona, ex presidente di Altrabenevento, che per molti anni ha continuato a denunciare la illegittimità di quegli edifici”.
Va ricordato che  l’edificio pubblico, destinato a museo, è stato definito mamozio da Mastella, attribuendone la responsabilità, assieme alla galleria Malies, voluta da D’Alessandro, alla precedente amministrazione di centro sinistra, soltanto perché, ritiene chi scrive, due assessori dell’amministrazione D’Alessandro, fanno  parte della sua maggioranza (il presidente del Consiglio comunale, Luigi De Minico, e Mario Pasquariello, assessore ai lavori Pubblici), maggioranza divenuta tale grazie anche al sostegno di ex aennini, anche di rilievo,  di cui ha beneficiato Mastella.
Però, Mastella, scrive Altrabenevento, “ha continuato a chiedere soldi alla Regione per completare il palazzo”, mentre l’assessore Pasquariello, sostenitore, a dire sempre di Altrabenevento, “di quella cementificazione e il dirigente Antonio Iadicicco, fratello del nominato Giuseppe, devono avviare subito il procedimento amministrativo per abbattere il palazzo Cepid e l’edificio pubblico sui suoli privati per realizzare la piazza davanti alla Cattedrale”.

Ma Mastella deve essere contrario all’abbattimento del mamozio, se è vero, come è vero, che ha chiesto lumi al dirigente dell’Avvocatura del Comune, relativamente all’applicabilità della sentenza del Consiglio di Stato.
Ebbene, il dirigente dell’Avvocatura, afferma che il Consiglio di Stato, nel rigettare gli appelli proposti dalla Regione Campania e dal Comune di Benevento, “ha accolto le censure poste dai ricorrenti sulla sola delibera di C.C. n. 16/2005 (citata da Altrabenevento –ndr), ossia l’atto di approvazione del progetto all’esito delle controdeduzioni per i soli aspetti di ritenuta violazione del corretto modulo procedimentale posto in essere, in violazione delle disposizioni di cui all’art. 45 L.R. n. 16/2014”,  ma aggiunge che la sentenza “ha ritenuto applicabile la disciplina approvativa degli strumenti urbanistici e quindi anche delle varianti (che Altrabenevento riconduce ad uno stravolgimento degli strumenti urbanisti posto in essere da Viespoli – ndr), come nel caso in questione, con le forme di cui alla legge regionale citata ed entrata in vigore all’epoca dei fatti, pur trattandosi di variante in forma semplificata, in considerazione che l’atto approvativo del progetto coincide con la delibera citata”. Pertanto, conclude il dirigente dell’Avvocatura, “è evidente che il giudice amministrativo non è entrato minimamente nel merito del progetto, né poteva, e non ha censurato alcun aspetto sulla legittimità sostanziale degli atti approvativi e della contestuale variante urbanistica”.
Ma, detto in soldoni, se la sentenza ha censurato la delibera n. 16/2005, è implicito  che sono stati ritenuti illegittimi progetti e varianti dai quali è scaturita la delibera citata. Avendo dato della sentenza  la stessa interpretazione dell’Avvocatura del Comune, in precedenza l’avv. Giuseppe Maria Berruti aveva diffidato Altrabenevento rispetto al comunicato di cui abbiamo dato notizia. Secondo Berruti, “In nessuno dei capi della sentenza si scorgono censure rispetto  alla liceità dell’opera CEPiD e a ben vedere non potrebbe essere diversamente, considerato che i ricorrenti nemmeno hanno mai impugnato i titoli edilizi rilasciati nel corso degli anni al Consorzio”. Perciò, “resta gravemente lesivo, oltre che estremamente imprudente, parlare addirittura di demolizione dell’opera CEPiD, circostanza di cui non vi è traccia non solo nella sentenza odierna  ma anche nel carteggio processuale precedente alla pronuncia in questione”. Pertanto, “avendo precisato quanto sopra, si invita l’associazione in parola a cessare ogni ulteriore speculazione nei confronti del Consorzio e dell’opera in questione, tenendo presente che tali atteggiamenti rischiano di ledere ingiustamente e gravemente l’Ente e, prima ancora, i singoli consorziati e che diverrebbe necessario tutelare i relativi diritti e interessi nelle competenti sedi”.
Altrabenevento ha replicato sostenendo la gratuità di questo intervento. Infatti, sostiene: “Non abbiamo mai scritto che il Consiglio di Stato avesse sentenziato l’abbattimento del palazzo del consorzio Cepid realizzato solo in parte davanti al Duomo. Abbiamo scritto che a seguito della decisione del tribunale amministrativo il cosiddetto museo deve essere abbattuto perché realizzato grazie ad atti annullati” e che “il palazzo del Cepid, al di là delle interpretazioni della sentenza del TAR confermata dal Consiglio di Stato, a nostro avviso va abbattuto perché non è stato completato, la concessione è scaduta e certamente lo scheletro di cemento armato e mattoni, da tempo abbandonato, non può continuare a fare bella mostra davanti alla cattedrale medievale”.
Ma, nel comunicato di Altrabenevento, oggetto di diffida da parte di Berruti, L’avv. Sandra Sandrucci lancia un avvertimento al sindaco Mastella: L’amministrazione comunale deve prendere atto che quando si insiste a realizzare opere per interessi privati in dispregio alle norme e al buonsenso, come vorrebbero fare per il palazzo sul Terminal Bus, si rischia di realizzare mostri che rimarranno incompleti e abbandonati con conseguente degrado”.
Infatti, il 26 febbraio, per iniziativa di Altrabenevento, si è costituito, presso il Consorzio “Sale della Terra”, il comitato “Giù le mani dal Terminal”, contro il palazzo di cinque piani (due destinati a parcheggio e gli altri tre a locali commerciali, uffici e civili abitazioni) che vuole realizzare la società “Lumode” di Gricignano d’Aversa, località compresa nella zona di Terra di Lavoro, dove Mastella attinge voti e dove ricadono i  collegi senatoriali, uninominale e plurinominale, nei quali è stata candidata, ed eletta solo nel collegio plurinominale, la moglie di Mastella. Questa senatrice, nel chiedere, nei giorni scorsi, un decreto-legge in cui, in questo momento di rivolta nelle carceri, siano previste pene alternative (lavori utili all’esterno) per i detenuti che hanno da scontare l’ultimo anno, non a caso ha lanciato un duro attacco al Ministro della Giustizia che “fino ad ora non ha fatto assolutamente nulla” in tale direzione, “occupandosi soltanto di prescrizione, anzi di antiprescrizione”, cioè di una misura che, se fosse stata vigente, la pm della quarta sezione penale del Tribunale di Napoli,  nell’udienza del 7 marzo 2017, non avrebbe potuto chiedere la prescrizione per il procedimento giudiziario a suo carico. 
Quarto procedimento disciplinare a carico di Gabriele Corona
Lo stesso 26 febbraio, però, come dicevamo, Gabriele Corona è stato raggiunto dall’ennesimo procedimento disciplinare, intentato, su proposta di Fioravante Bosco, comandante dei Vigili Urbani, dal dott. Santamaria, che di Bosco è un superiore, quando Corona era ancora in servizio presso il Comando  di Polizia Municipale, prima cioè che il 10 febbraio il giudice del Lavoro, dott.ssa Claudia Chiariotti, disponesse il suo reintegro presso lo sportello unico urbanistico. Ma avvenuto il reintegro, e non poteva essere altrimenti, due giorni dopo Corona viene trasferito all’ufficio Commercio, poiché la presenza di questo dipendente presso il settore Urbanistica deve essere ritenuta scomoda, per chi ha la guida della città.
Il procedimento disciplinare è stato notificato dopo che Corona ha lasciato la Polizia Municipale, poiché il primo procedimento, scritto quando Corona si trovava ancora presso la Polizia Municipale, era decaduto. Egli è ritenuto responsabile di reiterare “sistematicamente manifestazioni ingiuriose nei confronti dell’Ente e del Sindaco Clemente Mario Mastella che superano certamente l’espressione della libertà di pensiero, pur prevista dall’art. 1 della legge n. 300/1970 (Statuto dei lavoratori in quanto minano a destabilizzare l’organizzazione amministrativa, politica e burocratica”.
 “A Corona, quindi”, scrive Altrabenevento, “non si contestano fatti, frasi o  espressioni specifiche, ma si processa l’intenzione di voler destabilizzare l’amministrazione”.  Corona è ritenuto responsabile anche di denunce non firmate da lui ma che sono da attribuire a lui nella qualità di presidente di Altrabenevento. “Siamo all’aberrazione del diritto”, scrive Sandra Sandrucci, poiché Corona si è dimesso dall’associazione, tanto più grave in quanto uno degli autori (Fioravante Bosco – ndr) è stato dirigente sindacale”, per la precisione, segretario provinciale della Uil.
Gabriele Corona è accusato di aver criticato l’artificio posto in essere dal sindaco nel nominare l’attuale comandante dei Vigili Urbani. Fioravante Bosco, infatti, a causa di deficit di titoli, non può essere dirigente  del Settore Polizia Municipale. Pertanto, la Polizia Municipale, perduta la dignità di Settore, è stata accorpata al settore Affari Generali, di cui è dirigente il nominato Santamaria, un funzionario dell’Inps, distaccato presso il Comune, dopo aver perduto il distacco presso il Ministero dell’Ambiente.  E’ accusato inoltre di aver criticato l’utilizzo dei fondi ministeriali (18 milioni) per la riqualificazione delle periferie. 
Il Comune contrae un mutuo di 7 milioni con la Cassa DD.PP. per consentire alla “Lumode” di costruire un palazzo sull’area del Terminal Bus.
Altrabenevento critica, tra l’altro, il fatto che la  “Lumode” beneficerebbe, del predetti fondi, di ben 7 milioni, e soltanto perché, di suo, la “Lumode” aggiungerebbe appena poco più di 2 milioni,  per la costruzione, vicino alle Mura Longobarde, del nominato palazzo, assumerebbe, per la durata di 30 anni, la gestione dell’immobile e dei parcheggi nel raggio di 500 metri dall’immobile medesimo. Si pensi che il Comune per aver la disponibilità dei 7 milioni, poiché i fondi ministeriali arriveranno come rimborso di spese effettuate, ha dovuto contrarre un mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti, pagando, per interessi, 165  mila euro ogni 6 mesi. Ciò dà l’idea di come…l’amministrazione comunale sia interessata alla costruzione di quel palazzo, il cui progetto, scrive Altrabenevento, sarebbe stato redatto, da tecnico privato, su incarico della “Lumode”, dal predetto dirigente comunale, l’architetto Iadicicco.
Con questo, compreso quello decaduto, sono 4 i procedimenti disciplinari addebitati a Corona. I primi due sono stati posti in essere con la sospensione dal servizio e dal soldo, provvedimenti di cui si attende il pronunciamento del giudice del lavoro, cui ha fatto ricorso Corona.
Detto in linea di principio, cioè in linea generale, i servi sono sempre più realisti del re, anche quando il re, ritenuto sconveniente esporsi in prima persona, li utilizza per portare a termine operazioni di basso profilo. 
Si vogliono abbattere i pini di viale degli Atlantici, in mancanza di un parere definitivo da parte di esperti
Grazie ad Altrabenevento, abbiamo saputo che la vicenda dei 333 pini che, “in duplice filar”, van da viale  degli Atlantici, fino a via Fratelli Rosselli, attraversando via Pacevecchia,  non è quella descritta dal Comune, secondo cui dovrebbero essere tutti abbattuti. A parte il fatto che vanno salvati i pini di via Pacevecchia e di via Fratelli Rosselli in quanto hanno il tronco diritto ed è soltanto necessario che la loro delimitazione sia allargata poiché la sede dei marciapiedi si è rialzata, non si capisce quale sia il pericolo che rappresentano per la pubblica incolumità, se si eccettua qualcuno di essi, laddove non si può intervenire per livellare la sede stradale, rialzata dall’estendersi delle radici sottostanti. La loro resistenza ai forti venti di questo inverno costituisce più che un collaudo della loro buona salute, nonostante abbiano più di 80 anni di vita. Il dott. Aniello Andreotti, agronomo della Regione Campania, non è un cittadino di Benevento perché possa avere a cuore la bellezza paesaggistica di quelle alberature e un legame quasi affettivo con esse. Perciò ebbe a dichiarare, in epoca non evidenziata dal comunicato del Comune: “Il sottoscritto manifesta l’idea irremovibile che i pini di viale degli Atlantici vadano assolutamente abbattuti, visto il potenziale enorme pericolo che rappresentano per l’incolumità di cose, persone, mezzi, fabbricati e infrastrutture”. 
Altrabenevento fa notare, il 7 marzo, che l’atto di giunta, di cui al comunicato diffuso alla stampa, non è stato ancora pubblicato e pertanto non si conoscono, ufficialmente, le motivazioni di tale grave deliberazione. Nel mese di ottobre 2018, “la società Barretta Garden,  di Melito di Napoli, quella che si è aggiudicato l’appalto per la manutenzione del verde pubblico, prevedeva che solo quattro pini dovevano essere abbattuti perché pericolosi”.  A gennaio 2019, poi, Angelo Feleppa, il consigliere delegato al verde (che ora in polemica con il sindaco, per usare un eufemismo, ha costituito il gruppo “Cittadini Protagonisti” – ndr) annunciò invece che erano dieci gli alberi pericolosi (…) ma il mese dopo, l’agrotecnico del Comune, Giovanni Zollo, valutò a suo insindacabile giudizio, che i pini da abbattere erano 12”, ma la predetta società,  ne tagliò 13, suscitando la protesta dei cittadini.
 “Dopo questo delitto, l’amministrazione Mastella nominò una commissione di esperti, composta dagli agrotecnici Carmine Agostinelli e Giovanni Zollo, dagli agronomi Aniello Andreotti e Antonio Castellucci, e dall’architetto Maurizio Salomone Megna, commissione che non riuscì a pervenire ad una conclusione con una proposta unanime. L’architetto raccomandava uno studio più attento della questione perché <la manutenzione straordinaria dei marciapiedi e strade non può diventare strumento di distruzione di massa per i Pinus Pinea del viale degli Atlantici> segnalando che <dei due studi V.T.A. (esame visivo) a disposizione dell’amministrazione comunale solo quello del 2003, frutto di approfondimento strumentale su tutti i pini del viale degli Atlantici, è degno di attenzione, anche se necessita di aggiornamento>. Ma neppure gli altri quattro membri della commissione chiesero l’abbattimento di quegli alberi. Infatti, la loro relazione del 14 maggio 2019 si concludeva con la richiesta di incarico ad un professionista abilitato per una valutazione visiva e strumentale dei pini del viale degli Atlantici. Da allora, maggio 2019, cosa ha fatto l’amministrazione Mastella? Quale esperto è stato nominato per una valutazione tecnica e strumentale di quelle piante? Nessuna notizia è stata fornita alla città fino agli inizi del 2020, quando il consigliere Angelo Feleppa, senza avere alcuna formazione specifica in materia, ha chiesto alla Giunta Comunale di incaricare la predetta ditta Barretta Garden di abbattere tutti i pini del viale degli Atlantici perché pericolosi”.  

La Giunta avrebbe preso in considerazione la relazione degli esperti del 14 maggio 2019, che si concludeva con la richiesta di cui sopra, per pervenire all’attuale delibera. Intanto, l’assessore Antonio Reale, spostato dal sindaco dal Settore Urbanistica a quello dell’Ambiente in seguito al rimpasto effettuato in giunta dopo il ritiro delle  dimissioni da parte di Mastella, che restano misteriose anche per Fratelli d’Italia, invece di occuparsi dell’emergenza coronavirus, scrive Sandra Sandrucci nel comunicato di Altrabenevento del 12 marzo, “è di nuovo intervenuto ieri, a mezzo stampa, per ribadire la volontà di abbattere con urgenza i pini di viale degli Atlantici”, sostenendo “che non sarebbero monumentali”.
Stranamente, però, Reale “fa anche rifermento a perizie presentate dalla stessa ditta interessata all’abbattimento, senza renderle note”.  Ma “proprio quei documenti che Reale conosce bene, dimostrano che i pini non si possono abbattere per <coscienza> del sindaco o per <scienza> di un agronomo che non ha titolo a decidere”. Comunque,  “non appena la Segretaria Generale ci avrà fornito i documenti che abbiamo chiesto formalmente già due volte, racconteremo”, assicura Altrabenevento, “tutta la strana storia dell’appalto alla Barretta Garden, le perizie strampalate e l’accanita volontà di abbattere quegli alberi senza uno studio serio”.
Sarebbe stato previsto un costo di 251.000 euro per abbattimento e sostituzione delle alberature, senza che il Comune abbia pensato, nella malaugurata ipotesi che si realizzi il disegno di Mastella, di pervenire alla stipula di un baratto amministrativo, che prevede, come compenso per chi esegue il taglio dei pini e la piantumazione di nuovi alberi, l’utilizzo, in questo caso, di legna e legname. Ma anche “Civico 22”, una entità politica espressa di recente dalla società civile, ha diffidato il Comune dal tagliare i pini.

Giuseppe Di Gioia 

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