Palazzo Mosti: dalla frutta all’ammazzacaffè. La “commedia in-umana” offerta alla cittadinanza

Tra dichiarazioni e intercettazioni, note alla stampa e messaggi via social, interviste e chiacchiere, la vita del palazzo di città di Benevento, che non era un mistero fosse da tempo alla frutta, è arrivata all’ammazzacaffè.
Altre portate, non sembrano essercene.
Di una normale vita istituzionale non c’è nemmeno più la parvenza e le accuse reciproche sono ormai talmente esplicite, circostanziate e livorose che al ritorno alle urne è difficile immaginare alternative. 
Difficile.
Non impossibile.
E, in effetti, dal momento che la coerenza non è tra le virtù della politica locale – né, del resto, appannaggio della politica romana – mentre invece l’attaccamento alla poltrona è uno dei collanti maggiormente potenti ad ogni livello e latitudine politica, è difficile prevedere cosa accadrà ora che i riflettori sulla visita del Presidente della Repubblica si sono spenti. 
Da una parte quei lillipuziani che Mastella dipinge come arraffoni mossi solamente dalla possibilità di trarre vantaggi personali, dall’altra un primo cittadino che ha sin dall’inizio, nel migliore dei casi, amministrato part-time, essendo per la quasi totalità del tempo impegnato sul fronte del rilancio politico personale e familiare.
Si aggiunge al quadro la più classica delle varianti anomale: il Pd, il principale partito di “opposizione” – viene qui usato una definizione volutamente sopra le righe dal momento che immaginare una minoranza più condiscendente, prona, silente equivale a sconfinare nel campo della SciFi – invece di scalpitare per ripresentarsi, forte dell’inconsistenza dell’esperienza di governo che si avvia a conclusione, al giudizio delle urne; invece di mettersi alacremente al lavoro per sfruttare il cautamente positivo momento politico che il partito vive a livello nazionale; invece di cimentarsi nel non semplice compito di trovare un candidato più credibile di quello che sotto le proprie insegne ha (s)governato la città per un intero decennio offrendo a Mastella la quasi totalità degli argomenti che gli hanno reso possibile presentare come il “nuovo che avanza”; chiede conto al primo cittadino delle motivazioni che lo spingono a rassegnare le dimissioni. 
Addirittura il Presidente del Coordinamento cittadino del Pd arriva a chiedersi e a chiedere «Perché il sindaco Clemente Mastella si dimette?» lasciando ai lettori della stampa locale il compito di chiedersi e chiedere dove lui abbia vissuto il lasso di tempo intercorso tra l’oggi e l’ultima tornata elettorale che ha laureato un tale pezzo di storia della politica italiana primo cittadino del capoluogo.
Oltre, naturalmente, al quesito in merito al come sia stato possibile, per il nostro, non rilevare «alcun dato di natura politica che possa in una qualche maniera giustificare tale atto».
Quanto al M5s, il peso che avrebbe avuto se Sguera avesse, come gli altri, fatto spallucce all’alleanza con la Lega (Nord) di Salvini e fosse rimasto tra i banchi della minoranza a palazzo Mosti non l’ha avuto.A meno di non considerare il peso di una serie di rimbrotti cheè fortemente improbabile siano anche solo arrivati all’orecchio e del gigante impegnato nel rilancio e dei lillipuziani nelle loro faccende affaccendati.
Oltre e al di là di questo poco edificante spettacolo, di questa “commedia in-umana” senza quasi altro senso che quello del potere per il potere, del calcolo del guadagno o della perdita di consenso, una città che continua a lacerarsi, a disgregarsi, a languire, a perdere tempo, energie e anima.
Una città nella quale l’espressione “cosa pubblica” ha subito uno slittamento di significato e, dal bene comune che originariamente designava, è passata a indicare piuttosto una sorta di luogo metaforico dal quale è prassi attingere a piene mani per il proprio personale vantaggio. 
In misura maggiore in tempi più recenti.
Che si tratti di compravendita di voti per arraffare la possibilità di avere le mani in pasta in uno specifico campo di interesse ovvero in quello più agevolmente raggiungibile o che invece si tratti di acciuffare la possibilità di arrivare a fine mese; che si tratti di cambiare casacca, all’indomani del voto, per strappare una prospettiva politica più allettante della precedente o che il proprio obiettivo sia invece il rilancio politico in ambiti ben più allettanti di quelli di una piccola, indebitata cittadina di provincia, la noncuranza in merito al pubblico nocumento quale conseguenza precipua del proprio privato beneficio è la regola. 
La cittadinanza intera con i suoi bisogni, i suoi problemi, le sue esigenze, i suoi progetti, i suoi sogni rimane sullo sfondo, tirata in ballo solo quando partecipazione fa rima con manifestazione, comunicazione o inaugurazione.
E, naturalmente, elezione.
Tutto quanto non è strettamente oggetto di interesse per la magistratura diventa lecito per chi, pur dotato delle medesime capacità oratorie attribuibili a un catatonico affetto da afasia, non difetta della faccia tosta necessaria alla questua successiva. 
Da manifestazioni come quella organizzata da Libera Benevento, Agesci e Azione Cattolica – dove ai presenti avrebbero dovuto spiegare la mancata approvazione di regolamento No slot (magari perché si preferisce inaugurarle), l’affidamento del campetto di Capodimonte, la mancata elaborazione di un regolamento sui beni comuni, il mancato uso dei beni confiscati alla criminalità organizzata e il destino approntato per la Mediateca della Spina Verde – si tengono lontani. 
Occupati a twittare l’affidamento dell’appalto per il restauro del Teatro Comunale – ad una ditta di Caivano (!) – con un ribasso del 38%.
Massimo Iazzetti

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