E’ stato detto che la democrazia è la peggiore forma di governo, ma non si conoscono forme migliori…

Appena pochi giorni dopo essere stato nominato commissario alla spending reriew, Carlo Cottarelli dovette dimettersi dalla carica, perché le spese da eliminare, secondo la sua valutazione, non avevano riscontrato la condivisione da parte della politica, interessata a mantenere in piedi ciò che era fonte di distribuzione di prebende e di costruzione di consenso.
Certo, non senza scontrarsi con l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi che aveva da poco deciso di far rimanere 80 euro al mese nella busta paga dei lavoratori che guadagnavano meno di 25.000 euro lordi all’anno,  aveva pure  pensato di mettere mano alle pensioni, cui scelgono di far ricorso un po’ tutti quando si tratta di ridurre o contenere le spese. 
Ma, tra i tanti settori nei quali Cottarelli aveva individuato una spesa improduttiva, vi erano le oltre settemila agenzie e/o partecipate, gestite da consigli di amministrazione espressi dalla politica. Di queste, ne aveva salvate soltanto un migliaio, tra cui l’Asia di Benevento.
Ovviamente, bisognava  impedire, a questo punto, che più di seimila persone, nominate a presiedere questi enti strumentali, potessero arrotondare il loro reddito con l’indennità derivante dalla carica rivestita,  ma bisognava pure impedire che i componenti i consigli di amministrazione perdessero il gettone di presenza. 
Tuttavia, enti amministrativi, di dimensione nazionale, hanno ridimensionato le loro emanazioni periferiche,  per ridurre i costi di gestione ma anche in previsione della soppressione delle Province, evitata  con il referendum del 4 dicembre 2016. Molti sanno che Cisl e Uil hanno fuso le loro rispettive sedi provinciali di Benevento e di Avellino, ma pochi sanno invece che a Benevento non esiste più una sede provinciale dell’Inail, poiché la struttura esistente in via Francesco Flora è soltanto una filiale della sede di Avellino.
La soppressione, nel 2008, della sede della Banca D’Italia di Benevento e il conseguente accorpamento in quella di Avellino, indignò cittadini e determinate forze politiche locali, anche perché la Banca d’Italia non è soltanto una struttura amministrativa. Si gridò contro la condizione di vassallaggio in cui era stato ridotto il Sannio verso l’Irpinia, che comunque ha 150mila abitanti in più rispetto alla nostra provincia. Ma nel settembre 2015, è stata soppressa anche la sede di Avellino, poiché oggi, più che nel 2008, le operazioni tra le banche avvengono tutte attraverso la rete.
Da qualche anno, si sta discutendo dell’accorpamento della Camera di Commercio di Benevento in quella di Avellino, nel senso che vi sarà un unico presidente, un unico consiglio camerale e un unico direttore, senza che siano alterate le funzioni amministrative, esattamente come è avvenuto per l’Inail. Ma avendo l’ente camerale una funzione soprattutto politica, si è scomodato recentemente il presidente della Provincia, Antonio Di Maria, nel chiedere al ministro dello Sviluppo economico, il pentastellato Stefano Patuanelli, di bloccare il commissariamento degli enti camerali che rifiutano l’accorpamento  in altri enti. 
Di Maria, in difesa del’autonomia della Camera di Commercio di Benevento, sostiene che l’ente camerale è tra “i fondatori del Consorzio per l’area di Sviluppo Industriale della provincia e partecipò alla lunga battaglia per la istituzione dell’Università degli Studi del Sannio”.  Ma, a parte l’azione svolta in direzione dello sviluppo del territorio, che non sarebbe un merito, bensì una funzione istituzionale propria dell’ente, che Di Maria sbandiera, sarebbe il caso, prima di porre in essere l’accorpamento, di attendere la decisione della Consulta dinanzi alla quale è stato posto un quesito di  incostituzionalità, rispetto al “progetto di riforma delle Camere di Commercio voluto dal governo Renzi”, come sostiene lo stesso Di Maria, a giudizio del quale, per effetto di un provvedimento “calato dall’alto”, la provincia di Benevento sarebbe condannata ad una maggiore emarginazione.
Ma il destinatario della nota di Di Maria non può essere il ministro Patuanelli, secondo la senatrice pentastellata Sabrina Ricciardi, la quale precisa che il provvedimento paventato da Di Maria, non  ancora varato, rientra solo in una ipotesi, per il momento in standby, “perché da parte del Ministro sono allo studio soluzioni alternative”, rispetto ad un decreto ministeriale del 16 novembre 2016 che “ha istituito la Camera di Commercio Irpinia-Sannio mediante un accorpamento volontario (cioè deciso unanimemente dagli allora Consigli camerali di Avellino e Benevento e dunque non calato dall’alto come invece sostiene Di Maria, che dovrebbe anche sapere che gli accorpamenti volontari già approvati sono inamovibili) e nominato un Commissario ad acta per definire ed eseguire la procedura”.
Allo stato, in attesa della sentenza della Corte Costituzionale, “ci sono ben 25 fusioni arenate – comunica la Ricciardi – che per adesso hanno prodotto l’unica certezza di aver paralizzato i territori interessati, lasciando in carica i Consigli (che operano in prorogatio come quello di Benevento –ndr) e ponendo in essere strategie politiche degne della prima Repubblica”.
La Prima Repubblica, senatrice Ricciardi, era una cosa seria rispetto ai teatrini che ci offrono i politici attuali, per lo più inesperti e improvvisati. Inesperti e improvvisati, soprattutto perché vengono nominati alla carica di parlamentari dai capi di partito, nei cui confronti devono essere fedeli e ubbidienti, pena la loro messa in ombra e la conseguente uscita di scena alla prossima tornata elettorale. Nella Prima Repubblica,  salvi pochi casi, nei partiti si faceva la trafila, prima di arrivare ad una candidatura, anche alla carica di parlamentare. E la elezione avveniva, da parte degli elettori, attraverso la scelta della lista, e, nell’ambito della stessa, del candidato, attraverso la espressione della preferenza, che solo in pochissimi casi rientrava in fenomeni corruttivi, fenomeni maggiormente presenti con i sistemi elettorali attualmente vigenti.
In questo modo, il parlamentare, forte delle preferenze conquistate, aveva una autonomia di giudizio nell’ambito del proprio partito, sicché le sue idee, anche se contrastanti con quelle del capo, avevano la possibilità di affermarsi nel confronto dialettico. Oggi, per lo più, è Bibbia ciò che dice un capo di partito, eccettuati sempre pochi casi riconducibili a persone autorevoli, che non si lasciano influenzare dal capo medesimo. I politici della Prima Repubblica, senatrice Ricciardi, avevano il senso dello Stato; quelli di oggi hanno il senso della bottega. In definitiva, la corruzione, oggi, è divenuta dilagante, rispetto a quella che avrebbe contrassegnato la Prima Repubblica, seppellendola. 
Oggi, cadute le ideologie con la caduta della Prima Repubblica, si assiste al fatto che Carlo Calenda, finita la sua esperienza come ministro della sviluppo economico, dopo essere stato il vice della Guidi nello stesso dicastero in quota a Scelta Civica (nelle cui liste era stato candidato senza essere eletto), si iscriva direttamente alla Direzione nazionale del Pd. Poi, Calenda, eletto parlamentare europeo nella circoscrizione Nord-Est con i voti del Pd, anche se candidato nella lista unitaria costituita da Pd e Siamo Europei (la formazione da lui fondata), prende a pretesto la non condivisione dell’alleanza governativa costituita dal Pd con il M5S per uscire dal Pd e portare avanti la sua creatura politica, non ancora rilevata dai sondaggi.
Questo non avveniva nella Prima Repubblica, pena la messa alla gogna di chi se ne rendeva protagonista. Non era diffusa l’assunzione di posizioni per partito preso, nella Prima Repubblica, che lei, senatrice, non può conoscere perché, quando vi è stato l’avvento della Seconda, aveva appena 25 anni e il dedicarsi alla politica forse era l’ultimo dei suoi pensieri. 
Oggi, ci lamentiamo del fatto che si trasferisce sulle bollette il costo relativo al trasferimento altrove dei rifiuti, ma nessuno vuole nel proprio territorio l’impianto di digestione anaerobica e compostaggio. Vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca. Il sindaco di S.Nicola Manfredi, Fernando Errico, si è opposto alla localizzazione di tale impianto in contrada Toppa dei venti, ma non tutti gli ambientalisti sono d’accordo con lui. E, poiché Toppa dei venti si trova sui confini di Benevento, S.Nicola Manfredi e S.Giorgio del Sannio, anche  quest’ultimo Comune è contrario a tale insediamento, in quanto, di concerto con quello di S.Nicola Manfredi, avrebbe previsto, in quella contrada, la localizzazione di una industria dell’agroalimentare, cui però Errico non ha fatto riferimento.
Nella primavera del 2018, le “mamme sannite” di Sassinoro si sono opposte, piuttosto a ragione in questo caso, alla realizzazione, da parte della Regione, di un impianto regionale di compostaggio dell’umido in una  località ad alta vocazione paesaggistica. Tuttavia, in quella occasione, Mastella, sindaco di Benevento e non di Sassinoro, più per trarne consenso per la sua parte politica, a nostro avviso, che per solidarizzare con quelle donne, si fece riprendere in loro compagnia con indosso una maglietta recante la scritta “Papà sanniti”.
Ci lamentiamo dell’inquinamento dei nostri fiumi, ma nessuno vuole il depuratore, anche se bisogna riconoscere che le località individuate finora, essendo ritenute alluvionali, non hanno riscontrato il parere favorevole dell’Autorità di Bacino. Allora, così come suggerito sempre da Altrabenevento, sarebbe il caso di realizzare dei depuratori rionali, del tipo di quello esistente in contrada Ponte delle Tavole,  una possibilità questa presa in un certo senso in considerazione dall’amministrazione Mastella. 
Questi sono purtroppo “i mali” della democrazia, che richiede la condivisione dei cittadini  e della politica, rispetto alla realizzazione di opere  e all’adozione di scelte del tipo di quelle che Cottarelli voleva porre in essere. Sono passati 18 anni da quando è stato approvata la legge obiettivo che, tra le molte  infrastrutture da realizzare, prevedeva il raddoppio della Telesina, i cui lavori, se non vi saranno altri intoppi, verranno appaltati nel 2020. Ma chi ha frapposto ostacoli finora, è da ritenersi responsabile morale delle morti verificatesi sulla Telesina. 
Se i partiti non avessero il problema di preservare il proprio bacino elettorale, poiché anche gli evasori fiscali sono elettori, il POS sarebbe divenuto subito  obbligatorio per i lavoratori autonomi e per tutti gli operatori economici. Ma Winston Churchill, in un discorso alla Camera dei Comuni nel novembre del 1947, disse: “E’ stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme sperimentate finora”. Churchill voleva dire dunque che non conosceva forme di governo migliori della democrazia.  Certo, ma c’è pure chi fa un male uso dell’esercizio democratico. Vi sono infatti, amministratori della cosa pubblica che scaricano sui loro successori le proprie malefatte.

La Cassazione: il creditore non può accettare di essere pagato alle condizioni poste dal debitore
Nel 2005, una amministrazione di centro destra, del cui esecutivo facevano parte l’attuale presidente del Consiglio comunale di  Benevento e l’attuale assessore ai Lavori Pubblici, stipulò un contratto di project financing con una associazione temporanea di imprese, comprendente anche l’Amts (l’azienda municipale dei trasporti, impropriamente chiamata Sannio), per la realizzazione di un parcheggio coperto in via Porta Rufina. Questo stava a significare che l’ATI,  realizzato il parcheggio a spese proprie, lo avrebbe gestito per rientrare nel capitale investito. Ma subito dopo quella amministrazione trasforma la project financing in appalto da parte dell’Amts, indebitando conseguentemente l’azienda, di cui il  Comune è socio unico.
Di fronte al contenzioso aperto dall’ATI, l’amministrazione di centro sinistra, subentrata a quella di centro destra nel 2006 propone il concordato preventivo, in ragione del quale il debito dell’Amts scende da 1.036.780 del 2013 a 212.686 del 2014. Ma nonostante tale forma di pagamento fosse stata accettata dai creditori, nel gennaio 2016  il Tribunale di Benevento dichiarò il fallimento dell’Amts, una sentenza, questa, che venne appellata dal presidente dell’Azienda, Mirko Francesco e dall’allora sindaco di Benevento, Fausto Pepe.
Nelle more del giudizio della Corte di Appello, Fausto Pepe, per mantenere l’Amts in esercizio, chiede proroghe fino al termine del suo secondo mandato, il 19 giugno 2016, quando gli succede Clemente Mastella. Il neo sindaco non chiede proroghe. Anzi, nel novembre del 2016, delibera, pur in pendenza del giudizio di appello, il fallimento dell’Amts, e nel febbraio 2017, affida la gestione del servizio alla “Trotta bus”, unica partecipante alla gara da lui bandita. 
Nel mese di agosto 2017, però, arriva la sentenza della Corte di Appello che ribalta quella di fallimento emessa dal Tribunale di Benevento. L’Amts, quindi, non è da considerasi fallita. Ma contro la sentenza della Corte di Appello, “in piena sintonia”, leggiamo sul Mattino, “tra il giudice delegato del fallimento Amts, Michele Cuoco, e i curatori Stefano Ambrosini, Giuseppe Bosco e Paolo Palummo”, insediatisi successivamente alla dichiarazione di fallimento, viene presentato ricorso in  Cassazione, bloccando gli effetti della sentenza della Corte di Appello. Il sindaco, senza dare una spiegazione del suo comportamento, non si costituisce, in nome del Comune, in Cassazione, mentre l’azienda appaltatrice del servizio di trasporto urbano, in più di una occasione dimostra di aver problemi di solvibilità contributiva, verso l’Inps, e retributiva, verso i lavoratori.  
Ma il 27 settembre 2018, la Cassazione, presso cui si era costituito solo il precedente consiglio di amministrazione dell’Amts, respinge il ricorso dei curatori. I quali, a loro volta, forti evidentemente di disporre di qualche appiglio giuridico, ricorrono nuovamente in Cassazione, senza che, in questa circostanza, sia compromessa la “resurrezione” dell’Amts, che nel frattempo viene dotata di un nuovo consiglio di amministrazione, mentre “Trotta bus” continua a svolgere il servizio.
E la ditta romana, che ha avuto anche la proroga del contratto, essendo ancora in alto mare la gara regionale, continuerà a svolgere il servizio del trasporto urbano, poiché la Cassazione, accogliendo il successivo ricorso dei curatori, alla fine dello scorso mese di ottobre, ha smentito se stessa: ha cassato la sentenza di revoca del fallimento  emessa dalla Corte di Appello, rinviando alla stessa il giudizio di merito.  La  Suprema Corte, infatti, sostiene, secondo quanto leggiamo sempre sul Mattino: “ll Tribunale è tenuto ad una verifica di fattibilità del piano per poter ammettere il debitore alla relativa procedura e tale fattibilità è concetto ben diverso dalla convenienza economica (riservata ai creditori)”.  La fattibilità dovrebbe consistere nel fatto che il debitore in  questione aveva già pagato l’80% di quanto dovuto ai creditori.
Fermo restando che le sentenze si rispettano, ma che, come giustamente affermato in passato dalla stessa Cassazione, è possibile criticarle e non condividerle, non possiamo non sottolineare l’assurdità della sentenza in questione: un creditore non può accettare di essere pagato alle condizioni poste dal debitore.  
Ma non è la prima volta che la Cassazione smentisce se stessa. L’ultimo caso, in ordine di tempo, si è verificato nel processo Meredit Kercher. Rispetto ad una condanna, in primo, da parte del Tribunale di Perugia, la Corte di Appello perviene ad una sentenza di assoluzione nei confronti della cittadina americana, Amanda Knox e del cittadino italiano Raffaele Sollecito. La Cassazione, però, restituisce il processo, sostenendo che bisogna ripetere il processo di secondo grado, in quando l’uomo di colore, Rudy Guede, già condannato in via definitiva a 16 anni, ha ucciso la giovane Meredit in concorso con altri. A questo punto, la Corte di Appello di Firenze condanna Amanda Knox e Raffaele Sollecito rispettivamente a 26 e 25 anni. Ma, senza che sia stata trovata la persona o le persone con il cui concorso Rudi avrebbe ucciso Meredit, la Cassazione assolve, questa volta, i suddetti due imputati. Se vi fosse stata una conferma della condanna emessa dalla Corte di Appello di Firenze, probabilmente, poiché Amanda Knox era rientrata in America dopo il primo giudizio di secondo grado, si sarebbe creato  un conflitto diplomatico, tra l’Italia e l’innocentista Usa, nel chiedere l’estradizione della cittadina americana.
A conferma di come Mastella sia nato letteralmente con la camicia, il secondo giudizio della Cassazione sull’Amts  “assolve” il sindaco di Benevento dal non essersi costituito, presso la suprema Corte, rispetto al primo ricorso dei curatori fallimentari. Infatti, il primo cittadino di Benevento, in una sua nota, canta vittoria,  senza però riportare le motivazioni della sentenza.  Ma si pensi a cosa sarebbe successo se la Cassazione non si fosse smentita?  Si sarebbe configurato il danno erariale, e si sarebbero posti in discussione i compensi percepiti dai curatori, compensi che andrebbero, complessivamente,  nell’ordine di un milione di euro a carico del Comune di Benevento e, quindi, dei cittadini. Ora, chi difenderà in Corte di Appello le ragioni dell’Amts?  Nessuno!!!
Giuseppe Di Gioia

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