Estate 2019: amaro rientro a Benevento

Settimana in famiglia, come ogni anno.
Come ogni anno il rientro a Benevento ha qualcosa di ambivalente. 
La gioia di tornare a “casa”, di ritrovare parenti e amici ha sempre come contraltare la mestizia di scoprire una città di anno in anno piú trasandata, piú negletta.
Il ponte Pagliuca o il ponte Tibaldi, le due grosse novitá non ancora viste di persona, non sono riuscite in nessun modo ad attenuare la spiacevole sensazione che, nel suo insieme, la città risenta in maniera evidente l’accumulo di una quotidiana, deprimente e depressiva trascuratezza.
Perfino il cosiddetto “salotto buono” della cittá, il corso Garibaldi e le sue propaggini non mostrano nemmeno lontanamente la cura altrove normalmente riservata alla buffer zone di un sito Unesco.
Al contrario, anche senza essere necessariamente giramondo di professione, é proprio nella cornice di quello che al momento rimane comunque un bene ritenuto patrimonio mondiale dell’umanitá che si evidenzia lo stato in cui invece versa il capoluogo.
Tutto langue.
Non come abbandonato a se stesso – che sarebbe forse, paradossalmente, meno peggio -, ma come vittima di un circolo vizioso nel quale l’incuria é frutto di un amore non esattamente profondo che a sua volta é frutto di una conoscenza della cittá, delle sue prerogative, della sua sua storia e della sua importanza, quantomeno approssimativa, supeficiale, di nascita recente. 
Chi come slogan della propria campagna elettorale aveva adottato il facilmente spendibile “amore per la cittá” ha finito per ritrovarsi, vittima del proprio successo, ad affondarle ogni giorno un colpo potenzialmente esiziale.
E proprio quelle che vengono orgogliosamente rivendicati come successi, segnatamente quelle manifestazioni che sembrano avere come quasi esclusivo fiore all’occhiello un discreto successo in termini di partecipazione, sono in realtá le occasioni nelle quali piú percepibile diventa l’insano rapporto che amministratori, cittadinanza e visitatori occasionali sono ormai soliti intrattenere con l’ambiente urbano che li circonda.
Non piú museo a cielo aperto, come forse un po’ troppo pomposamente si pretendeva anni addietro, il capoluogo sannita é di volta in volta backstage o propaggine di un palcoscenico, parcheggio di pista da ballo, locale di servizio – cucina per alcuni, sala da pranzo per altri – oppure tela per discutibili talenti artistici o ancora orinatoio a cielo aperto e perfino discarica.
Un luogo, insomma, del quale fruire, nella maniera piú selvaggia e incosciente possibile, senza alcuna reverenza.
In una gara, tra amministratori ed amministrati, a chi prima e meglio riesce a ridurre al suo grado zero qualunque specificitá storico-architettonico-culturale del luogo che pretende valorizzare o piuttosto amare. 
É vero, come voleva Italo Calvino, che «di una cittá non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che da ad una tua domanda».
La mia domanda é, convinto dall’idea di Herb Caen che «una cittá non si misura dalla sua lunghezza e larghezza ma dall’ampiezza della sua visione e dall’altezza dei suoi sogni»: quali sono, oggi, i sogni di Benevento e dei beneventani? Qual’é la visione di chi oggi l’amministra?
Ho paura che la risposta, se arriverá, non mi piacerá affatto.
Massimo Iazzetti

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