Quel genio di… Leonardo

Quando un territorio è talmente pieno di talenti da rigurgitarne di nuovi ad ogni occasione propizia, non resta da fare altro che cederli.
Liberarli.
Donarli al mondo.
Affinché altri, non solo chi ha avuto la ventura di averli come concittadini, possa avere la fortuna di abbeverarsi alla fonte di tanto genio.
L’Italia è sempre stata una terra che ha spontaneamente prodotto talento, ingegno.
Genio.
Poeti, santi, navigatori, ma anche personaggi che hanno letteralmente guidato l’umanità intera ad un livello ulteriore.
L’esempio migliore è, naturalmente, Leonardo da Vinci.
La penisola a forma di stivale che sarebbe in un ancora lontano futuro divenuta l’Italia lo “liberò” a beneficio di Francesco I, re di Francia.
Il quale, suo profondo estimatore ed ammiratore incondizionato dell’arte italiana, lo ospitò presso il famosissimo Clos-Lucé, nella valle della Loira, concedendogli il titolo di “premier peintre, premier ingénieur et premier architecte du roi” – e un vitalizio di 5000 scudi.
Il Sannio di oggi non è la Toscana rinascimentale.
Né può vantare, nella sua pur lunga storia, di aver dato i natali a geni del calibro di Leonardo.
Eppure a suo modo non ha mancato di contribuire in maniera encomiabile all’evoluzione del paese.
E dell’Unione, di cui è parte integrante – e, ultimamente, recalcitrante. 
In vista delle prossime europee, però, il Sannio ha deciso di calare un vero e proprio asso.
E di inviare in quella che è, o dovrebbe essere, l’istituzione più importante della UE, un vero e proprio genio “made in Benevento”, un rappresentante della peculiare via beneventana alla storia politica contemporanea. 
Un politico di razza, che migliore non lo si poteva proprio trovare.
Ma manco immaginare.
Prima di provare anche solo ad ipotizzare il contributo che potrà offrire all’intero continente, le proposte di legge con le quali allibirà gli attoniti astanti, gli interventi che con  ogni probabilità segneranno una nuova tappa nella retorica politica dell’istituzione comunitaria, è opportuno chiarire quale sia stata la “vision” con la quale ha stupito i suoi concittadini – e che gli varrà senza ombra di dubbio la fiducia che gli elettori intenderanno accordargli.
Due veloci premesse: tale “vision” si inscrive nel contesto di una provincia economicamente – e socialmente, e culturalmente – depressa ed è il frutto di una personale storia di successo nel campo dell’imprenditoria.
Benevento non smette di percorrere una a dir poco preoccupante spirale involutiva che, nello specifico settore del commercio e dell’imprenditoria, èplasticamente rappresentata dalla desertificazione di quella che una volta era l’arteria principale della vita cittadina tout-court.
La vetrina che il corso Garibaldi era fino a qualche decennio addietro si èoggi trasformata nel ricettacolo di attività dalla durata lampo.
Intervallate da serrande abbassate.
Intervallate, a loro volta, da commoventi, sempre più rari, esempi di beneventana tenacia.
Quale migliore antidoto alla depressione economica e alla decrescita non certamente felice, allora, che una immediata, totale riapertura del corso Garibaldi al traffico veicolare? 
Quale valida alternativa al benessere che solo un corposo, lento, ininterrotto flusso di auto potrebbe assicurare a tutti gli illuminati imprenditori che, confidando nella evidente carica innovativa di un tale tipo di “vision”, tornerebbero copiosi a investire nell’area?
Quale altra sensata scelta se non strappare il decumano alla improduttiva vita culturale del capoluogo – che poi, ultimamente, è pressoché ridotta al suo grado zero, quello della sagra – e restituirgli la sua naturale vocazione di centro commerciale diffuso attraverso fattive politiche pro mobilità privata? 
Come non concordare sull’importanza degli effetti sui livelli occupazionali che avrebbe un capoluogo finalmente emancipato da quel falso mito ambientalista (e vagamente di sinistra) di un centro storico chiuso al traffico veicolare, di una isola pedonale votata alla tutela, conservazione e valorizzazione delle peculiarità artistico-architettonico-storiche?
Come non vedere altro che un pedante ostacolo in quei soliti tromboni – così distanti dal visionario pragmatismo dell’imprenditoria di successo in salsa beneventana – che avanzano timori in merito allo status di bene Unesco guadagnato alla chiesa di Santa Sofia con la sola apprezzabile conseguenza di diventare poi schiavi delle strette regole in materia di “buffer zone”?
A me che ho frequentato le scuole del centro, che dal Corso abitavo non distante, che avevo la nonna nei vicoli del Trescene, che ho ricevuto i primi giocattoli in quel paradiso del bambino che erano le Forche Caudine, che tante volte ho accompagnato la mamma ai magazzini Sant’Anna, a me che l’intera infanzia l’ho passata a schivare le macchine che risalivano da piazza Orsini al campanile si Santa Sofia, il solo ricordo della 500 gialla di mio papà parcheggiata sul sagrato della chiesa di San Bartolomeo mi commuove. 
La sola idea di rivedere, all’altezza del teatro Comunale, una doppia fila simile a quella che naturalmente si forma lungo il viale Mellusi fa fare un balzo indietro di svariati decenni a quando ogni beneventano, non solamente i fortunati residenti del centro, potevano comodamente transitare, d’inverno, nell’avvolgente tepore delle proprie quattroruote, a passo d’uomo, per guardare nelle vetrine le ultime novità della moda o i cartellini dei prezzi scontanti per i saldi di fine stagione.
E tirare il freno a mano in pieno centro, a due passi esatti dal bancone del bar preferito, per un cremoso, caldo espresso.
Io, se a Benevento non tornassi ormai solamente per ritrovare, un paio di volte all’anno famiglia e amici, il voto a Leonardo – omen nomen dicevano i latini – Ciccopiedi lo darei ad occhi bendati.
La curiosità di scoprire con quali colpi di genio l’intraprendente alfiere beneventano di un ancora rampante berlusconismo avrebbe in animo di incidere sull’economia dell’Unione farebbe dei quasi ventimila euro al mese che ogni europarlamentare intasca un prezzo più che accettabile per assistere ad un tale spettacolo. 
Chissá che non abbia persino, grazie al peculiare pragmatismo in salsa beneventana che ne ha decretato l’innegabile successo in ambito locale, una ricetta per convincere i sudditi di sua maestà Elisabetta II in merito ai vantaggi di essere amministrati da politici di una levatura, alta, come la sua?
Massimo Iazzetti

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