Salvare il paese da populismi e sovranismi e da chi vuole una limitazione della rappresentanza democratica

Nelle elezioni regionali del 2005, con Berlusconi, Lega, An e Udc al governo, questa coalizione di centro destra, nello scenario nazionale, considerando anche le regioni che non erano andate al voto, corservò la guida soltanto di Lombardia e Veneto. Eppure quella coalizione, alle politiche del 2001, quando si votava con il Mattarellum, che prevedeva, per la elezione della Camera dei Deputati, la consegna di due schede all’elettore (una per il maggioritario, con cui veniva eletto il 75% dei deputati, e un’altra per il proporzionale, la quota  con cui, con listini bloccati, veniva eletto il rimanente 25% dei deputati, in sede circoscrizionale), ottenne un successo strepitoso, al punto che Forza Italia non riuscì ad eleggere, in alcune circoscrizioni, sul sistema proporzionale, tutti i seggi assegnati, per  insufficienza di candidati. 
Ma questa fu anche la conseguenza di una imperfezione della legge, che prende il nome del suo proponente, l’attuale Presidente della Repubblica, una legge, questa, che consentì a molti partiti, soprattutto quelli maggiori, di alterarne i propositi. Infatti, poiché la legge prevedeva che i voti ottenuti dal candidato di una coalizione che veniva eletto in un collegio uninominale maggioritario dovevano essere sottratti da quelli ottenuti dalla lista del partito alla quale tale candidato sarebbe dovuto essere collegato, i predetti partiti facevano collegare i loro candidati nel maggioritario su di una lista, cosiddetta, civetta, da essi creata, e non su quella del partito, di modo che i voti ottenuti dal candidato eletto nel sistema maggioritario, andavano a sottrarsi, ma soltanto in teoria, perché carente di voti, sulla lista civetta, affinché la lista di Partito sul sistema proporzionale conservasse intatti i voti ottenuti, per poter eleggere, sul sistema proporzionale, il maggior numero di seggi possibile. Facciamo un esempio: Nel 2001, Aniello Cimitile, candidato dei Ds nella coalizione dell’Ulivo, nel collegio maggioritario n.8 di Benevento, non era collegato, sul sistema proporzionale alla lista della Quercia (eppure era un diessino), ma ad una lista civetta, per cui, se fosse stato eletto, i voti ottenuti non sarebbero stati sottratti da quelli conquistati dalla lista della Quercia, sul sistema proporzionale.
Per la elezione del Senato, dove pure erano previsti collegi uninominali maggioritari pari al 75% dell’intero consesso di Palazzo Madama, non esisteva la doppia scheda, in quanto la elezione, con sistema proporzionale, del rimante 25% dei senatori, avveniva con il ripescaggio dei candidati di tutte le coalizioni, che, non risultati vincitori nei collegi, avevano conseguito la più alta percentuale, in sede regionale. Però, la elezione del Senato, con questo sistema, era scaturita da un voto referendario, per cui, nel 1993, sotto il governo Ciampi, è stato necessario adeguare anche la elezione della Camera dei Deputati, secondo le indicazioni scaturite dal referendum.
Questo passaggio era necessario per far conoscere il Mattarellum a chi andrà a votare oggi per la prima volta, ma anche chi ci è andato, per la prima volta, anche nel 2018 e nel 2019. Infatti, i nuovi elettori di queste tre tornate elettorali non erano ancora nati, o in qualche caso lo erano da poco, l’ultima volta che si è votato con il Mattarellum.
Tuttavia, nonostante il successo strepitoso conseguito da quella coalizione nel 2001, Berlusconi volle cambiare il Mattarellum, poiché nel 1996, quando per la seconda volta si era votato con tale sistema, le elezioni, sotto la guida di Romano Prodi, furono vinte dal centro sinistra, mentre la somma dei voti, conseguiti in tutta Italia dalla coalizione di centro destra, era superiore a quella dei voti conseguiti dal centro sinistra.
Infatti, fu predisposto dal leghista Roberto Calderoli una legge elettorale, che prevedeva liste bloccate (la elezione avveniva, in rapporto ai seggi assegnati, secondo l’ordine di priorità dei candidati posti in lista), perché il capo di partito scegliesse chi dovesse essere eletto, al fine di avere deputati e senatori sotto controllo. Ma la cosa grave di quella legge, definita “porcata” dallo stesso presentatore (di qui il nome di Porcellum attribuitole dal politologo Giovanni Sartori), è che prevedeva il premio di maggioranza (l’attribuzione del 55% dei deputati in sede nazionale e dello stesso 55% dei senatori in sede regionale) per la coalizione, o la lista, che avesse avuto la maggioranza relativa dei voti.
Di qui, la incostituzionalità della legge, affermata dalla Consulta, dopo che con tale sistema si era votato già 3 volte. E, nelle 3 consultazioni con la legge voluta da Berlusconi,il magnate di Arcore  fu battuto 2 volte, nel 2006 e  nel 2013. Nel 2008, le elezioni,  vinte da lui,  avrebbe potuto vincerle con qualsiasi altra legge, in considerazione del modo come egli riuscì a distaccare la coalizione di centro sinistra.
Dopo l’insuccesso elettorale alle regionali del 2005, Berlusconi, ad una trasmissione di Ballarò condotta da Giovanni Floris, disse che non si sarebbe dimesso, a differenza di come invece aveva fatto D’Alema che lasciò Palazzo Chigi, mantenendo fede ad una promessa secondo cui si sarebbe dimesso se le regionali del 2000 non fossero state vinte dal centro sinistra, anche se questa coalizione conservò il governo di molte Regioni, e non di due soltanto, strappando la Campania al centro destra, grazie al ribaltone di Mastella.  
In quel talk show, Berlusconi disse che avrebbe vinto le elezioni politiche del 2006. Infatti, l’Unione di centro sinistra, che aveva prima dell’avvio della campagna elettorale un vantaggio di 15 punti percentuali sul centro destra, riuscì a vincere con lo scarto di appena 24mila voti sul centro destra, grazie alla confusione generata sul ripristino della tassa di successione e sulla tassazione in genere. Se la campagna elettorale fosse durata una settimana in più, Berlusconi avrebbe vinto le elezioni.
Tuttavia, Berlusconi, non pago della sconfitta, se così possiamo chiamarla, disse all’allora Ministro degli Interni, Restivo, nominato da lui, di non fare la proclamazione degli eletti, un ordine, questo, che quel Ministro si rifiutò di eseguire, in virtù del fatto che si era formato in un partito, la Dc, che nonostante tutto aveva il senso dello Stato, a differenza di molti partiti e di molti uomini della Seconda Repubblica. Ma volle, Berlusconi, che sulla legittimità di quelle elezioni, e sul relativo risultato, si pronunciasse la Corte di Cassazione. Anche nelle elezioni del 2013, la coalizione di Berlusconi fu distanziata di poco  (appena 120mila voti) da quella di centro sinistra, che si aggiudicò il premio di maggioranza senza aver superato neanche il 30%, ma soltanto perché aveva conseguito la maggioranza relativa. 
Nel 2018, si è votato con un’altra legge, denominata Rosatellum, perché proposta da Ettore Rosato, un deputato, allora, del Pd. La legge, ancora attuale, prevede  la elezione, sia della Camera che del Senato, per i due terzi dei seggi su base proporzionale, e per un terzo su base maggioritaria. Per la elezione di entrambi i Consessi su base proporzionale, sono previsti listini bloccati, come nel Porcellum, di 4-5 candidati, essendo molti i collegi, rispetto alla legge di Calderoli;  per la elezione, su base maggioritaria,  del rimanente 33% dei seggi, sempre in entrambi i Consessi, è previsto un solo candidato in ogni collegio, per ogni formazione politica.
Con la stessa logica con cui Berlusconi aveva previsto il Porcellum, Rosato aveva previsto la sua legge. Rosato pensava, infatti, che la quota maggioritaria sarebbe stata conquistata, in grandissima parte, al nord, dal centro destra (non a caso, Forza Italia e Lega votarono la legge), e, nel centro-sud, dalla coalizione del Pd. Nel centro-sud, però, fatta eccezione per pochi casi in cui hanno vinto candidati del centro sinistra, il M5S, risultato quasi ovunque primo partito, si è attribuito i collegi maggioritari. Anzi, si è detto, in ambienti del Pd, che la scissione dei Bersani, dei D’Alema e dei Speranza (una scissione obbligata, ad avviso di chi scrive), non aveva fatto attribuire al Pd una trentina di collegi uninominale, poiché i vincitori dei collegi medesimi lo avevano distanziato di una percentuale inferiore a quella (3.5%) conquistata dagli scissionisti.
Ora, qualche campione del giornalismo dice che questo Parlamento non può eleggere il Presidente della Repubblica, poiché la rappresentanza parlamentare dei 5 Stelle è più che dimezzata rispetto a quella che emerge nei sondaggi, quasi che le percentuali attribuite dai sondaggi alle forze politiche equivalessero a quelle dei voti. Ma, questo signore, che dice di essere anche uno storico, prima di sputare sentenze, dovrebbe sapere, e lo sa sicuramente, che, con il Porcellum, giudicato incostituzionale, nel corso di 3 Legislature  sono stati eletti 3 Presidenti della Repubblica, compresa la riconferma di Giorgio Napolitano.
Invece, bisogna fare di tutto perché sia questo Parlamento ad eleggere il Presidente della Repubblica, per non correre il rischio che al Quirinale arrivi il bunga bunga, considerato che  Forza Italia spinge per una riabilitazione politica e morale di Berlusconi, dopo che è venuta alla luce una registrazione catturata al giudice Amedeo  Franco, mentre questi, successivamente alla emissione della sentenza con la quale Berlusconi veniva condannato definitivamente  in Cassazione a 4 anni per frode fiscale, rivela  al capo di Forza Italia che la condanna era stata pilotata. A questo punto, viene da domandarsi come mai la registrazione viene resa pubblica 7 anni dopo il presunto incontro del giudice Franco con Berlusconi e dopo che tale giudice è deceduto. Ma soprattutto viene da domandarsi come mai Berlusconi non ha subito reso note le rivelazioni del giudice Franco, che peraltro  scrisse pure la sentenza.  Ma dopo la pubblicazione, la settimana scorsa, della registrazione, la Cassazione ha subito replicato che “non risulta che il consigliere Franco abbia manifestato dissenso” e che quello su Berlusconi, votato all’unanimità, “non fu un  verdetto pilotato“, anche perché il fascicolo venne assegnato a un collegio “già  costituito in data anteriore all’arrivo”.
Intanto,  populisti,  sovranisti e berlusconiani spingono per lo svolgimento della elezioni politiche anticipate, in quanto, grazie al fatto che solo Fratelli d’Italia ha triplicato nei sondaggi la sua originaria percentuale, i tre partiti del centro destra, cespugli compresi, sfiorano, sempre nei sondaggi, il 50% dei consensi. Ma per fare ciò che essi chiedono bisogna modificare la Costituzione, poiché la Carta prevede lo scioglimento delle Camere ogni 5 anni, oppure  quando in Parlamento non vi è più una maggioranza che possa esprimere un governo.
Questi signori, populisti  sovranisti e berlusconiani,  chiamati a convegno i loro sostenitori il 4 di luglio in una piazza del Popolo semideserta, hanno dichiarato che, se dalla election day del 20 settembre, sarà confermata la loro previsione, secondo cui, delle 7 Regioni giunte alla scadenza del mandato, 5 saranno vinte dal centro destra e 2 dal centro sinistra, si dovranno preparare a dare la spallata al governo, se non sarà lo stesso Conte a rassegnare le dimissioni. Ma “La caduta del governo è una insolazione di piazza del Popolo”, ha scritto “Il foglio”.
Oggi, oltre ai tre giornali milanesi del centro destra (Libero, La Verità e Il Giornale), la carta stampata è tutta in mano ai poteri forti, in quanto gli editori de La Stampa hanno  anche il controllo de La Repubblica. A sostenere il governo, anzi a sostenere Conte, tra i giornali di tiratura nazionale, è rimasto solo Il Fatto Quotidiano, poiché Il Corriere della Sera, dietro il quale ci sono pure i poteri forti, si mantiene piuttosto in disparte con il suo indipendentismo benpensante.
I 3 giornali milanesi fanno cadere il governo almeno una volta al giorno. Uno di essi ha sentenziato che il destino di Conte è segnato: ci sarebbe un accordo, in tal senso, tra Matterella e Trump, con la complicità della Merkel. I direttori e i vice direttori di queste tre testate si alternano, quotidianamente, anche con doppie presenze, nei talk show della emittente di Urbano Cairo, la quale pure, attraverso i suoi conduttori, soprattutto quelli della mattina,fa cadere il governo almeno una volta al giorno.
Rispetto a questo assedio,  sovranisti e  populisti e berlusconiani trovano una spinta notevole nel portare avanti il loro disegno, finora non realizzato.  Ma, se, nel 2005, dopo quel disastro elettorale conseguito dal centro destra, Berlusconi non si è dimesso, non si capisce perché si dovrebbe dimettere Conte, nel caso si realizzasse il disegno del centro destra alla prossime regionali.
Ammesso, poi,  che la previsione del centro destra si avveri, ci vorrà del tempo per andare al voto. Infatti, in caso di conferma, malaugurata, della legge costituzionale che prevede la riduzione dei parlamentari e dei senatori, poiché nella election day c’è anche il referendum, bisognerà aspettare, prima di andare al voto, che si faccia una nuova legge elettorale, che disegni anche nuovi collegi, dando rappresentanza ai piccoli territori, a meno che i signori del voto anticipato non votino contro la legge costituzionale per confermare lo statu quo.
Ma, proprio perché il referendum si svolge nella election day, è molto probabile che la legge passi. Infatti, in una partecipazione al voto che sarà alta in considerazione del fatto che si vota per le comunali e le regionali, l’elettore sollecitato dai candidati in entrambe le consultazioni ad andare a votare, non si rifiuterà di prendere anche la terza scheda, quella che chiede di dire Sì o No alla legge costituzionale.
In questo caso, molti sono gli elettori che ritengono che a Montecitorio ci siano i poco di buono, il che, in parte, è pure vero. Ovviamente, questi elettori salvano da tale giudizio i parlamentari cui loro danno il voto in chiave clientelare, sicché non avranno difficoltà a ratificare la legge, senza sapere che con tale legge verremo ad essere l’unico Paese in Europa con la più bassa rappresentanza parlamentare, in rapporto agli abitanti.
Se il referendum non si fosse svolto nella election day, probabilmente questo tipo di elettori avrebbe disertato le urne, e poiché i più motivati al voto sarebbero stati i contrari alla riduzione dei parlamentari, la legge non sarebbe passata, anche perché nei referendum costituzionali non è previsto il raggiungimento del quorum.
Abbiamo già scritto che il risparmio, secondo chi ha voluto la legge,  di 500 milioni di euro in ogni Legislatura, per effetto della riduzione dei parlamentari, sono ben poca cosa rispetto ad una evasione fiscale di 120-130 miliardi e ad una distrazione di 20 miliardi per corruzione, all’anno. Per realizzare un risparmio rispetto al costo dei parlamentari, si potrebbe fare un taglio  sulle indennità e ridurre i rimborsi alla loro documentazione.
Ma, evidentemente, il fine non è il risparmio dei costi. Il fine è la riduzione degli spazi di democrazia nel nostro Paese.  Marco Damilano,  direttore del L’Espresso, il giornale non più tenero verso il governo di centro sinistra, soprattutto da quando non è più controllato dalla famiglia De Benedetti, nel numero 27 del settimanale scrive: “La crisi post Covid richiede più democrazia. Invece l’Italia va ad un Referendum col trucco, che indebolisce la rappresentanza”.
Damilano, che comunque, dato il suo equilibrio nel giudicare gli eventi politici, non è riconducibile alla canea antigovernativa di cui, invece, hanno la guida i 3 giornali milanesi, nella parte finale del suo editoriale afferma: “Resta la possibilità di mobilitare una società civile che non si fa prendere in giro. Serve un No al taglio dei parlamentari non per difendere l’indifendibile: il Parlamento va protetto anche dai suoi inquilini, attuali e passati, perché, altrimenti, di gioco in gioco, viene giù la democrazia. Un No per svelare il trucco dell’antipolitica che si è fatta occupazione di potere, con i suoi cortigiani e con la protezione dei suoi fogli di rifermento, ma che vuole tenere viva la radice originaria tagliando un pezzo delle assemblee rappresentative. Il rammendo è l’opposto delle forbici: Per questo serve un No. Per ricucire”. Non consentiamo, quindi, che la democrazia nel nostro Paese sia difesa solo dai poteri forti, quelli che stanno anche  dietro L’Espresso, poiché, avviata la spirale sulla riduzione dei parlamentari, è facile poi scivolare verso altre limitazioni della libertà.
Giuseppe Di Gioia  

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