La Traviata al “Teatro Gesualdo” di Avellino: il Conservatorio Cimarosa celebra quarant’anni della sua sede con un grande progetto lirico

Definire spettacolare La Traviata di Giuseppe Verdi, andata in scena domenica 25 ottobre 2026 al Teatro Carlo Gesualdo di Avellino, sarebbe forse riduttivo. Il Conservatorio “Domenico Cimarosa” ha offerto al pubblico una rappresentazione intensa e suggestiva del celebre melodramma verdiano, celebrando anche il quarantesimo anniversario della sua attuale sede e confermando il proprio ruolo nella vita culturale della città.

L’allestimento, affidato alla regia di Giuseppe Sollazzo e alla direzione musicale del maestro Carlo Goldstein, ha proposto una lettura originale della vicenda, scegliendo di partire da un episodio dell’infanzia della donna che ispirò il personaggio di Violetta Valéry.

In controluce è apparsa una bambina con un peluche, spinta dal padre verso un uomo facoltoso e costretta ad allontanarsi con lui. Il passaggio di denaro ha chiarito il significato della scena: la piccola veniva venduta dal proprio genitore. Un’immagine dolorosa, destinata a ritornare nel finale dell’opera, conferendo all’intera rappresentazione un particolare significato.

Per comprendere questa scelta registica è necessario tornare alla storia di Marie Duplessis, la donna alla quale Alexandre Dumas figlio si ispirò per il romanzo La signora delle camelie.

Nata in Normandia il 15 gennaio 1824 con il nome di Alphonsine Rose Plessis, Marie trascorse un’infanzia segnata dalla povertà e da difficili rapporti familiari. Secondo alcune testimonianze biografiche, il padre, uomo violento e dedito all’alcol, l’avrebbe affidata o ceduta ancora giovanissima a un uomo facoltoso.

Raggiunta Parigi durante l’adolescenza, Alphonsine svolse lavori modestamente retribuiti, tra cui quelli di lavandaia e modista. In una società che offriva pochissime possibilità di emancipazione alle donne povere, comprese presto quanto la propria bellezza potesse rappresentare uno strumento per sfuggire alla miseria.

Cominciò così una profonda trasformazione. Assunse il nome di Marie Duplessis e, grazie anche a una notevole determinazione, acquisì cultura, eleganza e familiarità con le arti, la musica e la letteratura, riuscendo a conquistare un posto negli ambienti più raffinati della società parigina.

Divenne una delle cortigiane più celebri della capitale francese, frequentata da uomini ricchi e influenti. Tra questi vi fu Alexandre Dumas figlio, con il quale ebbe una relazione intensa ma breve, conclusasi prima della morte della giovane.

Marie Duplessis morì di tubercolosi il 3 febbraio 1847, a soli ventitré anni.

L’anno successivo Dumas pubblicò “La Signora delle camelie”, trasformando la loro vicenda sentimentale in un romanzo che avrebbe ottenuto un enorme successo. La protagonista, Marguerite Gautier, conservava molti tratti della donna realmente esistita.

Nel 1852 lo stesso Dumas portò la storia sulle scene teatrali parigine. Giuseppe Verdi assistette alla rappresentazione e ne rimase profondamente colpito. Con la collaborazione del librettista Francesco Maria Piave, trasformò la vicenda in un’opera lirica, dando vita a Violetta Valéry e Alfredo Germont.

La scelta fu particolarmente coraggiosa. Verdi poneva al centro del melodramma una cortigiana contemporanea, attribuendole una straordinaria dignità umana e rappresentandone il conflitto con le convenzioni morali e sociali del tempo.

Non sorprende, dunque, che “La Traviata” incontrasse resistenze e interventi censori. In diverse produzioni ottocentesche l’ambientazione venne retrodatata, allontanando la vicenda dalla contemporaneità, per attenuarne gli aspetti più provocatori.

La prima rappresentazione ebbe un esito deludente. Il riscatto arrivò il 6 maggio 1854, quando l’opera, con alcune modifiche e un cast differente, ottenne finalmente il successo che meritava.

Alcuni sostengono che Marcel Proust, a proposito di quest’opera, abbia affermato che: “Verdi ha dato a” La Signora delle camelie”, lo stile che mancava nel dramma di Dumas”.

Da allora La Traviata è diventata uno dei titoli più amati e rappresentati dell’intero repertorio lirico.

Tornando all’allestimento del Conservatorio Cimarosa, il lavoro necessario per portare in scena un’opera di tale complessità è stato certamente notevole.

Accanto alla direzione d’orchestra di Carlo Goldstein e alla regia di Giuseppe Sollazzo, hanno contribuito alla realizzazione dello spettacolo Gennaro Vallifuoco, per gli elementi scenici e le maschere; Maddalena Marciano, per i costumi; Simona Barattolo, per i movimenti coreografici, e Luciano Branno, maestro del coro.

Protagonisti sono stati l’Orchestra, il Coro e i cantanti del Conservatorio “Domenico Cimarosa”, impegnati in una produzione che ha richiesto una stretta collaborazione tra le diverse componenti artistiche e formative dell’istituto.

L’opera verdiana è articolata in tre atti, il secondo dei quali suddiviso in due quadri. Una delle sue caratteristiche drammaturgiche è l’alternanza tra la dimensione pubblica e quella privata, tra lo splendore apparente della vita mondana e la verità dei sentimenti.

Il primo atto ci introduce nell’alta società parigina, durante una festa nella casa di Violetta, culminante nel celeberrimo brindisi. I costumi ideati da Maddalena Marciano propongono un’ambientazione risalente alla Belle Époque nella quale il bianco degli abiti femminili contrasta efficacemente con il nero di quelli maschili.

La festa, con la sua eleganza e la sua vivacità, costituisce lo sfondo dell’incontro tra Violetta e Alfredo. È qui che il giovane dichiara il proprio amore nel duetto «Un dì, felice, eterea», al quale appartengono le parole «Croce e delizia».

La dimensione privata acquista invece particolare rilievo nel primo quadro del secondo atto, quando i due amanti vivono insieme lontano dalla società parigina.

La felicità della coppia è stata rappresentata attraverso un elemento scenico semplice ma suggestivo: un’altalena sulla quale Violetta si dondola, spinta da Alfredo.

L’immagine restituisce la leggerezza di un amore che sembra finalmente libero dalle convenzioni sociali, ma suggerisce anche la precarietà di una felicità destinata a interrompersi. Non a caso, l’altalena ricompare successivamente come richiamo a quel breve periodo di serenità.

Interessante anche la scelta registica di introdurre un gruppo di persone sullo sfondo durante il confronto tra Violetta e Giorgio Germont, padre di Alfredo.

Quelle figure sembrano rappresentare la società dei benpensanti, sempre pronta a osservare, giudicare e condannare. La loro presenza rende visibile la pressione morale che grava sulla protagonista e che finirà per costringerla a sacrificare il proprio amore.

Una delle caratteristiche più originali di questa produzione è stata la decisione di affidare il personaggio di Violetta a tre soprani differenti, ciascuno interprete di una fase della sua vicenda.Abbiamo approfondito quest’aspetto con il M° di Coro, Luciano Branno, il quale ci ha spiegato che quella di affidare: “l’interpretazione di Violetta a” tre voci”, cioè a tre allieve Marika Pelonero, nel I Atto, Nicoletta Gaglione nel II Atto e Paola Pelella nel III Atto, è stata una precisa scelta didattica, condivisa da tutto il Dipartimento di Canto. Come è noto, Violetta è un ruolo che da solo riassume tre vocalità diverse di agilità, lirica e drammatica.”. Qui entra in gioco la scelta di frammentarne il ruolo, che ha permesso così a tre giovani cantanti di curare in profondità stile, fraseggio e regia.”.

Il M° Branno ha continuato dicendo: “Infine, è questo il senso del progetto: curare un’opera all’anno. Per il Dipartimento è ritenuta un’operazione fondamentale di avviamento alla professione non solo per gli allievi di canto, ma anche di accompagnamento pianistico, direzione d’orchestra, composizione, anche per allievi-operatori tecnici per registrazioni video. Tutti questi sono stati alla loro prima esperienza con il palcoscenico; importante esperienza anche per tutti gli allievi strumentisti coinvolti in orchestra “in buca”. Non produciamo un prodotto finito da tournée, ma un laboratorio professionalizzante. E su questo piano siamo pienamente soddisfatti del risultato. Si sarà notata la presenza di qualche corista un po’ più in avanti di età. 5 Coristi sono stati da me proposti per integrare le file maschili, tutti miei allievi di Esercitazioni Corali, provenienti dal Conservatorio di Potenza, nel lungo periodo in cui ho insegnato in quella città e con i quali ho già affrontato questa ed altre opere. Mi sono ritrovato di fatto davanti a due generazioni di allievi; i più anziani avrebbero potuto essere genitori degli allievi coristi attuali di Avellino! credo che sia l’immagine più bella di cosa significhi fare scuola nel tempo.”.

Una scelta che ha permesso di evidenziare la trasformazione di Violetta: dalla donna brillante e apparentemente spensierata della festa iniziale, alla donna innamorata e capace di sacrificio, fino alla figura fragile e sofferente dell’ultimo atto.

Accanto a loro, Stefano Sorrentino ha interpretato Alfredo Germont, Antimo Dell’Omo il padre Giorgio Germont e Nunzia Graziuso il personaggio di Flora Bervoix.

Particolarmente significativo è stato il finale.

In controluce è riapparsa l’immagine della bambina venduta dal padre, riportando lo spettatore all’inizio della rappresentazione e chiudendo idealmente il percorso narrativo voluto dal regista.

Violetta, ormai consapevole dell’avvicinarsi della morte, ha consegnato ad Alfredo il peluche gelosamente custodito, quasi a volergli affidare l’ultimo frammento della propria infanzia.

Un gesto che potrebbe essere interpretato come una silenziosa dichiarazione di innocenza: dietro la cortigiana giudicata e condannata dalla società sopravvive la bambina che, fin dall’inizio della propria esistenza, ha subito le decisioni e le violenze degli altri.

È forse proprio in questa immagine che si può individuare uno degli aspetti più interessanti della lettura registica: Violetta non viene presentata soltanto come una donna travolta dall’amore e dalla malattia, ma come una persona la cui intera esistenza è stata condizionata dalle disuguaglianze sociali e dalla mancanza di libertà.

Infine, accanto all’immagine di Violetta morente si materializza quello che sarebbe stato un suo sogno, quello di sposare Alfredo. Il regista ci dà l’immagine di una sposa velata, con dei fiori, al braccio di Alfredo, accompagnato da suo padre.

La rappresentazione ha assunto inoltre un significato particolare per il Conservatorio Cimarosa, impegnato da alcuni anni nella realizzazione di produzioni liriche capaci di coinvolgere studenti e docenti in un’esperienza artistica completa.

Già durante la conferenza stampa di presentazione, tenutasi il 20 ottobre, la presidente Giuliana Franciosa aveva sottolineato la volontà di portare la musica fuori dalle aule, rendendola parte integrante della vita culturale della città e dell’intera provincia.

Un indirizzo che, fin dal suo insediamento, la presidente ha inteso sostenere valorizzando il talento degli studenti e dei docenti e rafforzando il ruolo del Conservatorio nel panorama culturale nazionale.

L’obiettivo è quello di costruire un’istituzione sempre più autorevole e attrattiva, capace di sviluppare progetti di ampio respiro attraverso la collaborazione di tutte le sue componenti: docenti, studenti e personale amministrativo.

Il Conservatorio, in questa prospettiva, non deve limitarsi a formare musicisti, ma diventare anche un motore di crescita culturale e una risorsa per la comunità.

Nel corso della stessa conferenza stampa, la direttrice uscente Maria Gabriella Della Sala aveva tracciato un bilancio dei sei anni trascorsi alla guida dell’istituto.

Un periodo durante il quale il Conservatorio ha ampliato la propria offerta formativa, sviluppando percorsi che spaziano dalla musica antica alla musica applicata, dalla musicoterapia alla musica vocale da camera.

Particolare attenzione è stata riservata anche alla ricerca, attraverso dottorati, convegni e masterclass, e al laboratorio lirico, che rappresenta una delle esperienze formative più articolate dell’istituzione.

In questo laboratorio, infatti, studenti di canto, strumento, direzione d’orchestra, accompagnamento pianistico e tecnologie del suono collaborano alla realizzazione di uno spettacolo completo.

Non si tratta semplicemente di studiare un’opera, ma di affrontare concretamente tutte le fasi della sua produzione, trasformando l’attività didattica in un’esperienza professionale.

“La Traviata” rappresenta la quarta produzione lirica realizzata nell’ambito di questo percorso, dopo “Le nozze di Figaro” di Mozart, “Il matrimonio segreto” di Domenico Cimarosa e “L’elisir d’amore” di Gaetano Donizetti.

La direttrice Della Sala ha più volte richiamato l’attenzione sull’importanza della collaborazione tra il Conservatorio e il Teatro Carlo Gesualdo, auspicando una programmazione stabile che possa offrire nuove occasioni di lavoro ai giovani professionisti formati in città.

Un progetto che non riguarda soltanto la formazione musicale, ma che può contribuire in maniera significativa allo sviluppo culturale di Avellino.

Il successo di una produzione così complessa è stato reso possibile dalla collaborazione tra tutte le componenti coinvolte, unite dal medesimo obiettivo artistico.

La presidente Franciosa ha espresso il proprio ringraziamento alla direttrice uscente per il lavoro svolto con dedizione, rivolgendo anche un saluto al nuovo direttore Massimo Testa, con il quale si apre una nuova fase della vita del Conservatorio.

Da parte sua, Maria Gabriella Della Sala ha voluto ringraziare l’Orchestra, il Coro, i docenti, gli studenti e il personale amministrativo, sottolineando il valore del lavoro comune e invitando tutti a custodire quanto costruito negli anni. Si è complimentata con tutti dicendo: “Abbiamo lavorato bene, abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi ed è questo un segno da non sottovalutare. Ringrazio l’orchestra, fatta da studenti, ancora il coro, il personale amministrativo. La collaborazione è stata calibrata, il raggiungimento di quest’obiettivo non è da tutti. Siamo al Conservatorio, esso è un dono, vi chiedo di custodirlo. Ci sono tanti sacrifici del “Cimarosa”, che lavora ogni giorno. Vi chiedo di tenerne cura.”.

Non ci resta che ringraziare quest’ultima, per il lavoro svolto in tutti questi lunghi anni di insegnamento e di direzione. Le auguriamo, con il pensionamento, lunga e felice vita.

Anche il direttore di produzione Alfonso Todisco ha ricordato come il Conservatorio promuova ormai da quattro anni produzioni operistiche accolte con interesse e partecipazione dal pubblico, un risultato che testimonia la vitalità dell’istituzione e l’importanza di proseguire lungo questa strada.

Il testimone passa ora al neodirettore Massimo Testa, chiamato a consolidare il progetto lirico in collaborazione con il Teatro Carlo Gesualdo e a promuovere, anche al di fuori del territorio, le esperienze artistiche realizzate dal Conservatorio.

L’auspicio è che il percorso intrapreso possa proseguire e rafforzarsi, senza disperdere il patrimonio di competenze, collaborazioni ed esperienze maturato in questi anni.

La serata del 25 ottobre ha dimostrato quanto sia importante offrire agli studenti l’opportunità di misurarsi con una produzione lirica completa e, nello stesso tempo, quanto il Conservatorio possa contribuire concretamente alla crescita culturale della città.

È questo, probabilmente, il risultato più significativo de” La Traviata”, rappresentata al Cimarosa: non soltanto aver portato sul palcoscenico uno dei capolavori del melodramma italiano, ma aver trasformato un progetto formativo in un’occasione di incontro tra giovani musicisti, istituzioni e pubblico.

Maria Varricchio

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