LA RIVOLTA DELLA NORMALITÀ: il diritto di rivendicare la mancanza di eccezionalità

di Lucia Caruso

LEI: Hai notato che, nel nostro giro, siamo gli unici ancora sposati tra noi due?

LUI: Sì. E ogni volta che lo dico mi guardano come se avessi confessato un vizio strano.

LEI: In certi ambienti tradire è una legge non scritta. Restare fedeli è eccentrico.

LUI: E una coppia che non si è lasciata almeno una volta sembra quasi sospetta.

LEI: Già. La normalità viene scambiata per una posa.

LUI: O per una mancanza di forza.

LEI: Restare insieme richiede più coraggio che andarsene.

LUI: E capacità di evitare il clamore invece di inseguirlo.

LEI: Allora sì: siamo anomali.

LUI: No. Siamo normali. È il mondo che ha cambiato criteri.

Questa immaginaria conversazione rivela una tendenza piuttosto diffusa che attribuisce valore a ciò che, consapevolmente o meno, rompe gli schemi. Evidenzia, infatti, un chiaro rovesciamento e ciò che una volta rientrava nella norma comune oggi appare insolito. Le giornate che scorrono in maniera semplice, quelle fatte di vie fisse da seguire e relazioni che crescono senza bisogno di colpi di scena, sono fuori moda. In molti ambiti si premia ciò che sorprende, scuote e divide.

La vita lontana dai riflettori risulta poco attraente e priva di spessore. E stabilire il confine tra quello che esula dalle norme e quello che si considera ordinario è sempre più difficile.

Allora sorge un’inevitabile domanda: chi decide cosa è accettabile e in base a quale parametro?

La risposta cambia con le epoche, perché ogni gruppo sociale seleziona comportamenti e atteggiamenti che ritiene adeguati.

È un tema affrontato anche da Marianna Sonda la quale, in un recente corso tenuto all’Università di Padova, ha sostenuto che «il concetto di normalità e patologia non è ovvio e invariante, ma complesso, molteplice e in continuo cambiamento». La sua osservazione chiarisce che la  condizione incapace di attirare l’interesse della massa dipende dai parametri che la collettività reputa validi in un determinato periodo storico,  quindi suscettibile di variazione. Gli attuali orientamenti privilegiano l’incredibilità e inducono a vedere un limite nell’ assenza di effetti speciali. In questo particolare clima chiunque non esibisca ogni dettaglio della sua esistenza rischia di sentirsi a disagio e, per non essere etichettato come retrogrado, spesso si adegua. Sì, perché la semplicità è un’impostazione che necessita di energia e non attira attenzione.

Quello che fino a quarant’anni fa rappresentava la regola ora è giudicato un’eccezione, anzi una stranezza. Una coppia stabile, per esempio, un legame che dura nel tempo e un percorso costruito passo dopo passo sembrano anomalie rispetto all’odierno modo di vivere.

In realtà l’importanza dell’ordinarietà è centrale.

Elena Bettinelli lo ricorda con chiarezza: «la cosiddetta normalità di una persona riflette attitudini, pensieri, azioni che la società e, in senso più ampio, la cultura hanno selezionato come opportuni e convenienti». Ma questo non ottiene visibilità ed è completamente ignorato se non addirittura disprezzato e confuso con la banalità. Al contrario, difendere la decisione di essere normali è persino una forma di libertà interiore. Significa adottare canoni personali, indipendenti dalle aspettative del momento e assumere un atteggiamento responsabile, fondato su principi che non cercano riconoscimenti pubblici. È un metodo per affermare una dimensione individuale e per riconoscere gli elementi che sostengono davvero una condotta equilibrata.

Resistere alle pressioni esterne e alla tentazione di mostrare una patina di straordinarietà è possibile se si è dotati di un’indole forte. Lo si nota quando una situazione usuale è esibita quasi fosse l’evento del secolo. Solo se si possiedono fermezza, determinazione e un buon rapporto con sé stessi, si può restare fedeli alla propria identità, benché il contesto spinga altrove.

Dunque, il ribaltamento che emerge dal dialogo iniziale delinea un cambio di prospettiva: il rifiuto di modelli eclatanti, che passa inosservato, assume un significato opposto e diventa un atto consapevole, una scelta netta ma anche una forma di autonomia. È un’autentica rivolta in cui il quotidiano smette di essere sfondo e prende posizione. A questo punto, allora, la questione chiama in causa pure chi ci sta leggendo.

Voi, gentili lettrici e lettori, da che parte state: con la normalità o con l’eccezionalità?

Lucia Caruso

L’AUTRICE


Nata a Benevento, dopo gli studi liceali ha conseguito la laurea in Lettere Classiche all’Università degli Studi di Pisa. Si è dedicata alla docenza presso il liceo classico di Saronno (VA). Attualmente vive tra Benevento e Saronno.  Appassionata di Arte, Musica, Teatro e curatrice di spettacoli teatrali, ha tenuto numerosi corsi di Scrittura Creativa. Articolista per Sannio Matese Magazine, ha scritto svariati libri, pubblicati dal gruppo editoriale PubMe.

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