Assanti continua a dare vita ad uno spazio culturale dimenticato, il Cineteatro S.Marco

Se si considera che il Cineteatro S.Marco contiene circa 850 posti e che le poltrone vuote erano appena una cinquantina la sera del 26 gennaio, si può dire tranquillamente che ha avuto un esaltante avvio la terza rassegna teatrale di Giambattista Assanti, inaugurata da Marisa Laurito, accompagnata dall’artista di colore Charlie Cannon.
Come partecipazione di pubblico lo show della Laurito ha superato il numero di spettatori che si registra al Teatro Massimo, dove gli spettacoli di maggiore interesse, fatto il pieno in platea, a mala pena riescono a riempire la galleria, considerando che  il “Massimo” ha meno di 700 posti, ma  ha il vantaggio di essere dotato di un palcoscenico, a differenza del “S.Marco” che dispone di un palco sullo sfondo del quale vi è lo schermo per le proiezioni cinematografiche.
Evidentemente, il costo del biglietto fa la differenza. Infatti, gli spettacoli, programmati al “Massimo” dal Teatro Pubblico Campano, costano, a seconda del richiamo esercitato dall’artista numero uno, dai 30 ai 33 euro, in platea, e dai 25 ai 28 euro, in galleria. Al “S.Marco”, il biglietto costa invece 15 euro, e, per chi si munisce di abbonamento, viene addirittura a costare 12,5 euro.
Marisa Laurito ha avviato lo spettacolo cantando, con Cannon, una canzone omonima dello spettacolo, “Nuie’ simm’e’ d’o Sud”, in onore di Renzo Arbore e di Luciano De Crescenzo. Il pubblico, intrattenuto per circa due ore, dall’esecuzione di canzoni del repertorio classico napoletano, spesso ritmate con l’applauso, e da infinite citazioni di detti e luoghi comuni napoletani a doppio senso, è rimasto soddisfatto.
Marisa ha pensato, riuscendovi, di inorgoglire i cittadini meridionali, mettendo in evidenza ciò  che, rispetto al Sud, il Nord non ha. Ma ha suscitato una certa soddisfazione, sottolineata dall’applauso, quando ha detto che i cittadini del Sud del mondo risolvono i loro problemi se al Nord vendono il sole.
Marisa ha quindi entusiasmato il pubblico nel cantare, spesso accompagnata da Cannon, canzoni, come dicevamo, del repertorio classico napoletano. Ricordiano: O sole mio, ‘O surdato ‘nnammurato, Era de maggio, A tazza ‘e cafè, Quanno Tramonta ‘o sole, ‘O mare ‘e Napule, Voce ‘e notte, Cioccolata mia, Te scasso ‘e scì (il cavallo di battaglia del nostro Vittorio Marsiglia). Marisa però ha anche cantato  La vie en rose, lanciata da Edith Piaf  e fatta una ottima esecuzione della sinatriana New Jork New Jork, insieme a Cannon, il quale, tra i pezzi in inglese cui ha dato la sua voce, ha cantato Georgia, una canzone che ricorda le battaglie dei negri per i diritti civili nello Stato della Georgia.
In più di una canzone da lei cantata, Marisa ha raccontato il modo come ne è scaturito il testo da parte dell’autore.  Ha parlato, così, di Edoardo Nicolardi che, all’età di 25 anni, nel 1903,  si innamorò follemente di Anna Rossi, una ragazza di 18 anni che aveva percepito positivamente il corteggiamento del ragazzo del palazzo di fronte. Ma quando Edoardo, il paroliere cui i napoletani hanno dedicato una importante strada ai Colli Aminei, si rivolse al signor Gennaro Rossi, un commerciante di cavalli da corsa, per chiedere la mano della figlia, si sentì rispondere che Anna avrebbe sposato un uomo ricco e non uno squattrinato giornalista, ancorché laureato in Giurisprudenza. Anna, quindi, contro la sua volontà, venne data in sposa al signor Pompeo Corbera, un settantacinquenne proprietario terriero di Ischia, andando ad abitare in via S.Teresa in Napoli.
Ma sul tardi di una sera, Nicolardi, mentre si ritirava a casa, dopo  la chiusura del “Don Marzio”, di cui egli era redattore, notò, passando sotto l’abitazione di Anna, che la sua mancata moglie spostò la tendina del balcone per guardare lui. A questo punto, Edoardo andò subito nel Caffè Gambrinus, luogo di incontro per artisti e musicisti napoletani, e, di getto, scrisse “Voce ‘e notte”, una composizione musicata da De Curtis, su insistenza del musicista. Ma Edoardo, favorito dal destino, poiché Pompeo passò a miglior vita un anno dopo il matrimonio, riuscì a coronare il suo sogno d’amore con Anna, dalla quale ebbe 8 figli, continuando a dedicate alla moglie altre belle canzoni, mentre era passato a dirigere l’ospedale del Loreto Mare, dove, nel 1944, vide nascere, da una donna bianca, un bambino di colore, un evento che gli ispirò Tammuriata nera, una ballata musicata dal consuocero, il grande E.A. Mario.
La signora Laurito ha però raccontato anche il modo come è nata ‘A tazza ‘e cafè. Giuseppe Capaldo, cameriere del caffè Portoricco, innamoratosi di Brigida, la cassiera del bar, senza essere corrisposto, al contrario di Edoardo, un giorno, munito di carta e penna, cominciò a paragonare a una tazza di caffè l’avvenente donna, peraltro molto conteggiata dagli avventori del locale, non senza provare fastidio. Quando seppe della canzone a lei dedicata, Brigida cominciò a provare amore per Capaldo, del quale però si erano perdute le tracce.  
La star napoletana ha omaggiato anche Eduardo De Filippo, della cui compagnia ha fatto spesso parte, ricordando che, secondo il grande artista, nominato senatore a vita da Sandro Pertini, “essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”.
Ma la Laurito non poteva non parlare del cuore grande di cui sono dotati i napoletani. Una sera, mentre era riparata dalla pioggia al lato di una strada nell’attesa, vana, che passasse un autobus, per recarsi all’hotel S.Lucia, venne riconosciuta dal conducente di un pulmino, il quale, dopo averle chiesto dove doveva andare, inverti il senso di marcia, con il consenso delle altre persone a bordo dell’automezzo, per condurre a destinazione la nota concittadina.
Infine, Giambattista Assanti, il regista di Mirabella Eclano, che tra l’altro ha diretto “Ultima fermata” e “Il giovane Pertini”, e che ha ridato vita, anche con rassegne cinematografiche ad uno spazio culturale, per molto tempo abbandonato,  nel ringraziare il pubblico per la numerosa partecipazione allo spettacolo, ha ricordato un vecchio adagio: “chi bene comincia è a metà dell’opera”.
Giuseppe Di Gioia

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