Come il mio avo finì sul campanile

Cari amici, ancora una volta è con vero orgoglio che mi accingo a narrarvi quello che ho scoperto negli annali della mia famiglia.
Correva l’anno 190 a.C., e il mio avo passeggiava felice per i boschi che circondavano la nostra città. Ad un tratto venne fermato da un tal Titolus, scultore romano, il quale gli promise di renderlo famoso immortalandolo in una sua opera.
Il mio antenato, al quale la vanità non faceva difetto, accettò ben volentieri di fare da modello all’artista.
Per dieci giorni dovette restare in posa coperto da una stola e con il capo circondato da un cinto di lauro. Il risultato fu pregevole e, davvero, imperituro. Infatti, ancora oggi si può ammirare il bassorilievo di marmo che raffigura il mio avo. Si trova (andate ogni tanto ad ammirarlo, mi farete felice!) incastrato sulla torre campanaria del duomo in piazza Orsini.
Il mio antenato commosso e soddisfatto, terminato il capolavoro che lo ritraeva, si avviò felice al sacrificio con il quale lo scultore romano volle ringraziare la sua musa.

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