Il viaggio raccontato da chi lo ha vissuto – Matteo Garrone al BCT Festival: «”Io Capitano” nasce per dare voce a chi non ne ha»

Venerdì 11 luglio Matteo Garrone ha incontrato il pubblico del BCT Festival per riflettere su uno dei temi più urgenti del nostro tempo: quello delle migrazioni e dei viaggi clandestini verso l’Europa.
Regista da sempre attento alle questioni sociali e alle vite ai margini, Garrone ha ottenuto nel corso della sua carriera dieci David di Donatello. La notorietà internazionale è arrivata con Gomorra, adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Roberto Saviano, ed è stata successivamente consolidata da opere come Pinocchio e Io capitano. Proprio per quest’ultimo film ha ricevuto il Leone d’argento per la migliore regia alla Mostra del Cinema di Venezia del 2023 e, nel gennaio successivo, la candidatura all’Oscar come miglior film internazionale.
Durante l’incontro, Garrone ha spiegato come Io capitano rappresenti idealmente un punto di congiunzione tra Gomorra e Pinocchio. Tra il protagonista nato dalla fantasia di Collodi e i giovani al centro del suo film esistono, infatti, legami profondi.

Pinocchio desidera conoscere il mondo oltre la dimensione familiare, protetta e rassicurante nella quale vive. Allo stesso modo, Seydou e Moussa, i protagonisti di Io capitano, decidono di partire di nascosto, sottraendosi al controllo delle proprie famiglie. Il viaggio diventa per loro un percorso di scoperta e di formazione, ma anche un confronto traumatico con una realtà fino a quel momento sconosciuta, nella quale l’orrore sembra non avere fine.
Da Gomorra a Pinocchio, fino a Io capitano, emerge così un filo conduttore: il racconto di un’infanzia e di un’adolescenza difficili, esposte alla violenza, all’abbandono e alla perdita dell’innocenza.
Nel film domina il richiamo dell’ignoto. Il viaggio viene inizialmente immaginato come la strada verso una vita migliore, ma spesso non si conclude con l’arrivo alla meta desiderata. Il pensiero va inevitabilmente alle tante persone che hanno perso la vita attraversando il deserto o il mare. Io capitano, ha spiegato Garrone, nasce proprio dalla volontà di dare voce a chi solitamente non ne ha e di raccontare il fenomeno migratorio dal punto di vista di chi parte.
Questi ragazzi, infatti, non fuggono necessariamente da guerre o persecuzioni. Molti di loro desiderano semplicemente costruire un futuro migliore, sottrarsi alla povertà e combattere un’ingiustizia che sembra negare loro ogni possibilità. È un desiderio non troppo distante da quello dei giovani italiani che scelgono di trasferirsi all’estero, dove spesso trovano migliori condizioni lavorative, retribuzioni più adeguate e un’organizzazione sociale capace di garantire maggiori opportunità.

Garrone ha inoltre raccontato di aver portato il film in Senegal e in località nelle quali il cinema non era mai arrivato. L’iniziativa aveva anche una finalità educativa: mostrare ai giovani i pericoli legati al viaggio, metterli in guardia dalle false promesse dei trafficanti e dalle truffe che possono trasformare la ricerca di un futuro migliore in un percorso di violenza, sfruttamento e morte.
Il sogno dell’Europa assume così i contorni di un moderno Paese dei balocchi: una meta idealizzata, immaginata attraverso racconti e immagini che spesso nascondono la durezza della realtà. Per questo Garrone ha scelto di costruire il film quasi come un racconto documentario, affidandosi allo sguardo dei protagonisti e restituendo la loro ricerca di un posto nel mondo e nella nostra società.
Al termine dell’incontro, il direttore artistico Antonio Frascadore ha consegnato a Matteo Garrone il premio alla carriera. Nella motivazione è stato sottolineato come il regista, nonostante la giovane età, abbia dimostrato fin dagli esordi un eccezionale rigore artistico e una straordinaria capacità di raccontare la realtà attraverso il linguaggio cinematografico.
L’incontro ha offerto al pubblico beneventano un momento di grande intensità e riflessione. Un’occasione preziosa per guardare il fenomeno delle migrazioni non soltanto attraverso i numeri o la cronaca, ma attraverso le storie, le paure e i sogni di chi affronta il viaggio.
Maria Varricchio
