La farsa comica “La Zeza” del seicento napoletano diverte il pubblico beneventano

Per il quattordicesimo e ultimo appuntamento del cartellone teatrale dell’Accademia di Santa Sofia di Benevento, nella serata di sabato 6 giugno, è andata in scena, nel teatro “Vittorio Emmanuele” di Benevento, la commedia “La Zeza”, farsa comica del seicento interpretata, con simpatia e grande capacità scenica, da Vito Cesaro e la sua compagnia, rappresentazione scritta e diretta da Dora Liguori. 
L’interpretazione della celebre farsa comica e carnevalesca campana, nata nella Napoli del Seicento dalla tradizione della Commedia dell’Arte, è stata preceduta da un intervento di Salvatore Palladino, Presidente dell’Accademia Di Santa Sofia, intorno al tema: “Popolo mio, mai t’abbandonerò…Benedetto XIII, papa, archivista”.
Palladino ha ricordato la figura di Vincenzo Maria Orsini , nominato nel 1686 arcivescovo di Benevento, personaggio particolare e ricordato per il suo legame con la città con la quale mantenne un legame speciale anche dopo essere stato eletto al soglio pontificio nel 1724 con il nome di Benedetto XIII, governando l’arcidiocesi fino alla sua morte.
Egli amò la città amando la gente ed aiutando i bisognosi riducendo loro le tasse, ma soprattutto si adoperò per riorganizzare ed dare ordine ai catasti beneventani e realizzò un censimento minuzioso e capillare di tutti i beni immobili, rustici ed ecclesiastici presenti nel vasto territorio della diocesi, al fine di riequilibrare il carico fiscale e arginare le esenzioni abusive.
Ha preso poi la parola Dora Liguori, Docente del Conservatorio di Santa Cecilia, nonché regista ed autrice dello spettacolo “La Zeza”, che ha ricordato il significato dei canovacci nella commedia dell’arte.
Il canovaccio (o scenario) era, nella Commedia dell’Arte, ella ha ricordato, lo schema di base della rappresentazione teatrale, una trama sintetica divisa in atti e scene che indica le entrate, le uscite e i nodi cruciali dell’azione, ma priva delle battute scritte, dunque senza un testo di riferimento, per cui gli attori doveva improvvisare i dialoghi , cosa che facevano con grande abilità.
Ricordiamo inoltre che “La Zeza” è una maschera e una celebre farsa carnevalesca cantata, nata a Napoli nel Seicento e oggi profondamente radicata nella tradizione popolare della Campania, in particolare in Irpinia. 


Si apre poi la rappresentazione con l’apparizione sul palco di Vito Cesaro, primo attore nonché il Pulcinella della commedia, che presenta, ad uno a d uno, i personaggi dell’opera teatrale.
La storia narrata è stata quella di una famiglia povera, quella di Pulcinella, nella quale lo stesso Pulcinella, personaggio creato da Silvio Fiorillo all’inizio del ‘600, interpreta il ruolo del padre severo, geloso e tradizionalista. La sua maschera incarna il rigido patriarca che si oppone ostinatamente al matrimonio della figlia Vincenzella, detta Zezella, con il musicista Don Nicola, favorendo, invece, quello con Don Zenobio, ricco e anziano vicino di casa.


Zeza ( Lucrezia) la madre, interpretata come da tradizione della commedia dell’arte, da un uomo, dapprima prende in simpatia il musicista, ma poi spinge la figlia a dire si a Don Zenobio dopo aver visionato i forzieri del ricco vicino di casa.
Ella infatti ha come suo scopo principale quella di far  “accasare” la figlia e di farlo all’insaputa del marito, 
Zezella vuole invece fare la cantante nei teatri ed ha in simpatia il suo musicista, rivelatosi alla fine né spagnolo, come si era presentato, né interessato a Zezella, ma solo al danaro che avrebbe potuto prendere nella casa di pulcinella o di Don Zenobio.
Scoperto da quest’ultimo mentre tentava il furto, si rivela personaggio originario di una città campana che aveva studiato in un conservatorio e, come da tradizione della commedia dell’arte, un poveraccio in cerca si sopravvivenza. 
La rappresentazione è risultata molto gradevole e coinvolgente grazie non solo all’abilità recitativa degli interpreti, ma anche al dialogo in vernacolo napoletano spesso arricchito di doppi sensi e tipica ironia partenopea.
Pulcinella, divenuto simbolo della “Commedia dell’Arte”, rappresenta la saggezza e la resistenza popolare napoletana, riflettendo la vita e le difficoltà del popolo.
Le farse in cui appare sono caratterizzate da improvvisazione e comicità grottesca, in una ricostruzione di canovacci seicenteschi e settecenteschi e in un esempio di un teatro che fonde comicità e critica sociale, offrendo uno spaccato della vita popolare e della cultura partenopea.
Al di là della trama dunque, la commedia, arricchita di intermezzi musicali, rappresentazioni fatte con composizioni seicentesche di autori napoletani e internazionali, è risultata molto gradevole ed accattivante, sia nella semplice storia, che nella sua performance e messa in scena da parte degli interpreti che hanno utilizzato un linguaggio caratterizzato da una forte teatralità, capace di mescolare mots licenziosi, comicità farsesca e parodia.


Ricordiamo infine che in passato tutta la rappresentazione era condotta da soli uomini poiché alle donne non era permessa l’esposizione al pubblico, nella sceneggiata della serata in oggetto vi erano invece due donne tra i personaggi, ben inserite nella storia e nella comicità della stessa.
Serata dunque all’insegna dell’umorismo e della spensieratezza, di un fine humour e della satira, in un cabaret in vernacolo napoletano che ha divertito ricevendo grandi applausi dal pubblico in sala.

Eusapia Tarricone

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