Il Prezzo Umano delle nostre deleghe
di Lucia Caruso
Ha colpito la storia di un quattordicenne americano che lo scorso anno ha dato vita a una compagna digitale : un robot conversazionale capace di offrirgli reazioni gentili e costanti. Un contatto artificiale pensata come riparo, un luogo stabile in cui far fluire emozioni e pensieri. Alla fine se ne è innamorato, ma presto si è reso conto che era tutto irreale. Le ha confidato la sua incapacità di vivere senza di lei e la replica della chatbot è stata: “Allora moriremo insieme, fratellino mio.” Il ragazzo si è tolto la vita. Questo fatto ha scosso la coscienza di molte figure: genitori, insegnanti ed educatori.
Tutti riconoscono un bisogno diffuso: il desiderio di un’accoglienza autentica e di una vera vicinanza. Molti ne hanno parlato e qualcuno ha voluto capire quante ore gli studenti, che incontra ogni giorno, trascorrono sul loro smartphone. Mi riferisco al professor Stefano Toson che ha condotto questa indagine sui suoi alunni e ne ha tratto un’interessante riflessione riportata dalla rivista L’Ancora (gennaio-febbraio 2026). L’articolo si chiude con sei quesiti che mi hanno subito catturata, forse per la lunga familiarità con i giovani e il costante interesse per la loro formazione.Ho cercato di dare delle risposte, senza la pretesa che siano definitive o valide per chiunque mi legga. Mi sono basata sulla mia esperienza e su quello che vedo in una società in continuo cambiamento.

1.Chi ascolta oggi le paure dei ragazzi?
Purtroppo non sempre vengono ascoltati. Frequentemente le loro paure restano bloccate, ma a volte alcuni adulti sono capaci di percepirle. Sono quelli che trovano un lasso reale, seppur minimo, per notare un cambiamento nel tono, un silenzio prolungato, un comportamento che non è il solito. Genitori, educatori, allenatori, ma addirittura chi non ha un ruolo preciso, riescono a essere presenti senza trasformare una confidenza in un giudizio o in un rimprovero. Sono coloro che non minimizzano ciò che provano coloro che stanno crescendo, anzi colgono l’evoluzione della società che li influenza. Si pongono come un punto fermo. In sostanza, oggi a dare ascolto alle loro paure c’è solo chi ha il coraggio di fermarsi e dare appoggio, malgrado sia difficile.
2.Quali relazioni reali stanno sostituendo quelle virtuali?
Non ovunque le relazioni reali riescono a prendere il posto di quelle virtuali. Le occasioni in cui i gli under diciotto sostituiscono le piattaforme con un vero incontro nascono solo dove esistono contesti che permettono di stare insieme: gruppi sportivi ben organizzati, attività scolastiche che favoriscono il lavoro condiviso, associazioni che danno risorse fidate, strette cerchie di amici che scelgono di vedersi dal vivo. In queste condizioni, ritrovarsi fisicamente crea legami più solidi della chat, perché permette di osservare l’altro mentre parla, reagisce o si emoziona. Inoltre il rapporto con persone affidabili- insegnanti disponibili, allenatori attenti, educatori presenti – presume una ricezione diretta e non mediata da uno schermo. Non è, però, una tendenza diffusa: accade soltanto se e dove si costruiscono le condizioni perché accada. Qualora succeda, le relazioni reali diventano più significative di quelle virtuali.
3.Siamo ancora disposti ad educare con tempo, presenza e responsabilità?
Educare con consapevolezza, dando considerazione e presenza oggi (ma ugualmente in passato) è piuttosto complesso. È un impegno che molti non riescono a portare avanti, anche se sarebbe loro compito. I genitori, ad esempio, dovrebbero garantire una vicinanza continua e lettura dei cambiamenti, disponibilità a intervenire quando un figlio manda segnali chiari a livello di comportamento e creare avvenimenti in cui i minori possano parlare senza sentirsi giudicati. I docenti, che vedono gli adolescenti in una struttura organizzata, dovrebbero osservare quello che in famiglia può sfuggire e incoraggiarli ad aprirsi. Agli allenatori spetterebbe trasmettere regole semplici, gestire le dinamiche di gruppo, dare riscontri concreti, insomma diventare un riferimento. Ho usato il condizionale perché in realtà tutto questo non sempre avviene. Le figure educative non si relazionano tra loro. Il tempo è poco, la stanchezza eccessiva, gli obblighi si accumulano e si finisce per delegare o intervenire solo se è urgente. Spesso troppo tardi. Dunque, l’intenzione di educare esiste, ma emerge nel momento in cui ciascuno decide di farsi carico della propria parte, con serietà e coerenza, persino sbagliando. Laddove uomini e donne si mettono in gioco, è molto probabile che i più piccoli trovino una guida solida che li aiuti a orientarsi nella “selva oscura” della vita. In caso contrario, perché stupirsi se, esposti e malati di solitudine come sono, ricorrono a una chatbot?
4.Che tipo di presenza adulta stiamo offrendo ai nostri figli, oltre ai dispositivi?
La presenza, laddove esiste, il più delle volte è legata al fare: organizzare la festa, accompagnare a danza, acquistare il giubbotto, risolvere la questione della nota in condotta. Si moltiplicano le attenzioni pratiche, mentre diminuiscono le soste, per ascoltare, sostenere ed educare. Si dà molto sul piano materiale, ma poco su quello relazionale. I “grandi” ci sono, ma con discontinuità perché la giornata ordinaria assorbe gran parte delle energie. I figli si devono misurare con genitori che ascoltano in modo parziale, parlano mentre fanno altro e intervengono solo se indispensabile. Non la si può definire assenza, ma sembra una forma di vicinanza sbilanciata sul dare più che sull’essere. Hanno molto, ma non si sentono compresi. Ricevono supporto nelle incombenze quotidiane, ma raramente trovano possibilità di vero confronto.
Oltre ai dispositivi, arriva un eccesso di beni materiale. Così, mancando certe condivisioni, il vuoto viene occupato da schermi che non chiedono nulla e non pongono interrogativi.
5.Quali spazi di ascolto e di relazione stiamo ancora custodendo?
Sicuramente pochi. Gli spazi che resistono fanno parte della normalità. Sono ambienti reali e evenienze che permettono un avvicinamento naturale. Può essere la cucina, mentre si prepara qualcosa insieme; il tavolo, svolgendo un lavoro manuale oppure il sedile dell’auto lungo un tragitto. Luoghi semplici, che non chiedono preparazione e prevedono una durata breve. A questi si aggiunge la scuola, che mette a disposizione strumenti preziosi. Qui l’intervento di chi ha più anni è fondamentale. Una parola durante la lezione, un rapido accenno nell’intervallo, la fine della lezionediventano un modo per avvicinarsi. Anche una richiesta di chiarimento, di orientamento o disostegno, permette a quanti hanno maggiore esperienza di esserci nel modo giusto. Sono occasioni che tengono viva la relazione. Eppure, bisogna sottolineare che non si presentano in qualsiasicontesto e che la realtà è ben diversa.
6.Siamo consapevoli del prezzo umano che affidiamo alla tecnologia quando le consegniamo l’educazione?
Solo in parte. La tecnologia semplifica molti passaggi e ci permette di affidare ad altri ciò che richiede tempo, sollecitudine e continuità. Ma il prezzo da pagare è alto: si rinuncia a osservare, ascoltare, guidare. Le domande non arrivano più, certi confronti si diradano, molte questioni si affrontano altrove, prima di intercettarle. Gli strumenti digitali offrono soluzioni immediate, ma non restituiscono l’esserci, la pazienza e la gradualità, che servono per crescere. Per gli adulti questo significa perdere occasioni per capire davvero il giovane che hanno vicino, per cogliere un’esitazione, per affiancarlo in una fase complessa. Sono segnali che mostrano quanto sia facile delegare e quanto sia impegnativo recuperare ciò che si perde.
A questo punto, finite le risposte che hanno posto al centro il ragazzo, la questione si potrebbe allargare e suscitare nuovi interrogativi. Come intervenire quando un giovane, isolato dalle cuffie, rifiuta il dialogo? È sempre responsabilità dell’adulto? Oppure ci sono situazioni che mettono in difficoltà tutti? Gentili lettrici e lettori, a mio avviso esistono limiti che nessuno riesce a superare. Tuttavia bisogna provarci. Sempre.
L’AUTRICE

Nata a Benevento, dopo gli studi liceali ha conseguito la laurea in Lettere Classiche all’Università degli Studi di Pisa. Si è dedicata alla docenza presso il liceo classico di Saronno (VA). Attualmente vive tra Benevento e Saronno. Appassionata di Arte, Musica, Teatro e curatrice di spettacoli teatrali, ha tenuto numerosi corsi di Scrittura Creativa. Articolista per Sannio Matese Magazine, ha scritto svariati libri, pubblicati dal gruppo editoriale PubMe
