Benevento, anni ’60: quando i giovani scoprirono il futuro camminando sul Corso Garibaldi.

Mi ritengo un fortunato per aver vissuto gli anni ’60 come tanti giovani di Benevento. Ricordare quel periodo mi spinge anche a una piccola commozione. Erano gli anni in cui il futuro arrivava a piccoli passi, portato dal rumore dei motorini, dal suono dei juke-box e dalle risate che si inseguivano lungo Corso Garibaldi. Gli anni ’60, per i giovani beneventani, furono un decennio di speranze nuove, vissute in una città che oscillava fra tradizione e modernità.
La “vasca” del sabato pomeriggio era un rito collettivo: si partiva dalla Prefettura, si arrivava all’altezza del Duomo, la squadra si girava e si arrivava fino alla Rocca dei Rettori, avanti e indietro, come un metronomo sociale. Qui ci si guardava, ci si sceglieva, si sognava. Era il tempo dei primi jeans, delle gonne a ruota, dei capelli cotonati o delle code di cavallo, delle prime sigarette che facevano sentire già adulti, dei chewing gum, dei complessi locali che imitavano i Beatles, I Rokes, I Cugini di Campagna, mentre Gino Paoli, Peppino di Capri, Mina e Celentano facevano sognare, insieme a Rita Pavone e a Gianni Morandi.
2 luglio 1961, ampia terrazza di un palazzo al Viale Mellusi, ore 17 del pomeriggio, sì ore 17, una ragazza festeggiava il suo onomastico in un vestito di velluto rosso, mia sorella ed io fummo invitati: ero l’unico maschietto e dovetti far ballare a turno le altre ragazze con “Il cielo in una stanza” di Mina. Quella terrazza era prorpio il cielo in una stanza. Da precisare che ero timidissimo, ma, ballare e ascoltare Mina, mi faceva vincere l’imbarazzo. E poi, solo mia sorella era bella nel gruppo di quelle sette ragazze, che d’altronde non m’ispiravano granché.
Il boom economico bussava anche alle porte del Sannio. L’apertura dei Grandi Magazzini UPIM segnò un passaggio simbolico: Benevento entrava nella modernità.
Intanto, lungo Viale degli Atlantici, le coppie passeggiavano lente, mano nella mano, mentre i ragazzi si davano appuntamento davanti ai cinema: il Cinema Massimo, Teatro Comunale, il San Marco, il Vittoria. Il film non era solo un film: era un’occasione per sentirsi parte del mondo.
Le prime Fiat 500 e 600 cominciavano a riempire le strade, le Vespe 50 e i motorini diventavano il sogno di libertà di un’intera generazione. E, a proposito delle Fiat 600: gli sportelli erano controvento, quindi, quando stava per scendere una signorina, noi ragazzi correvamo a fingere di aiutare l’uscita dall’auto per avere la fortuna di intravedere le cosce.

La Benevento degli anni ’60 era ancora una città di regole familiari rigide, di scuole severe, di padri esigenti e madri attente.
Molti giovani, soprattutto nei quartieri popolari, iniziavano presto a lavorare. Eppure, proprio in quegli anni, cresceva una nuova consapevolezza: il desiderio di studiare, viaggiare, cambiare.
La Villa Comunale, con le sue panchine e i suoi viali, diventava un laboratorio di amicizie, amori, confidenze, abbandoni e pianti. Un luogo dove i giovani imparavano a conoscersi, a raccontarsi.
Sullo sfondo, Benevento restava la città dei simboli: l’Arco di Traiano, il Teatro Romano, la Rocca dei Rettori, Santa Sofia, il Triggio con le sue storie antiche.
E nelle sere d’estate, tra le chiacchiere e le ombre, riaffioravano i racconti delle Janare, parte di un immaginario che i giovani vivevano con un misto di paura e fascino.
Gli anni ’60 non furono solo un periodo di passaggio: furono il momento in cui i giovani beneventani impararono a guardare oltre i confini della città, senza però smarrire il legame con la propria identità.
Una generazione che ha camminato sul filo sottile tra passato e futuro, lasciando un’eredità fatta di curiosità, coraggio e appartenenza.
Carmine D’Agostino

Bellissima narrazione dei mitici anni 60 , una descrizione fatta di tanti particolari che i giovani d’oggi non conoscono, ma chi ha vissuto quell’epoca ricorda con rimpianto , non solo per la beata gioventù ma per quel modo di vivere felici e spensierati . Nonostante non c’erano i telefoni, i social , l’A.I , avevamo ideali, amicizie sincere, voglia di crescere ,scoprire e fiduciosi di un futuro migliore.
Complimenti Carmine , l’ho letto con piacere e ho riflettuto . Un caro saluto.
BUONGIORNO
BELLISSIMA STORIA DI UN VISSUTO ALQUANTO MERAVIGLIOSO
ERANO I TEMPI DELLA SPENSIERATEZZA
COMPLIMENTI PER LA FOTO E LA NARRAZIONE
Io dico sempre
Eravamo felici e non lo sapevamo
GRAZIE 🙏
Che epoca stupenda, ci sentivamo di spaccare il mondo !!!!!!
Interessante narrazione……dove fu bella giovinezza di fanciulle e di fame.
Complimenti!
….. complimenti,una bella “fotografia” del momento intrappolato nella memoria collettiva proprio perché,forse anche inconsapevolmente,serviva a costruire il futuro personale e di una città !
Città che forse ancora oggi non sempre è consapevole dell’eredità che la storia ha conservato nelle pietre dei monumenti che hanno rappresentato e rappresentano le “linee guida” dello sviluppo urbano e sociale. Grazie
Aver vissuto quell’epoca è stato un privilegio unico.
Abbiamo il dovere di tramandare ai giovani le “sensazioni” vissute dai giovani dell’epoca affinchè possano fare un raffronto con il loro attuale vissuto.