La Poesia della Pasqua
di Lucia Caruso

La parola Pasqua arriva da lontano. Viene dall’ebraico pèsach, che significa passaggio. Di questa antica radice sono state date diverse interpretazioni. Poeti e poetesse di ogni tempo si sono confrontati con la resurrezione. Su queste colonne non è possibile includerli tutti, e qualche nome mancherà. Ce ne scusiamo. Abbiamo scelto posizioni diverse, per proporre una panoramica il più ampia possibile.
In Pasqua, Guido Gozzano mette in scena una festa minuta e modesta, che nasce da elementi semplici. La parietaria “a festoni”, fragile, somiglia a una bambina e suggerisce una presenza discreta, che “s’affaccia” con cautela. Ma mentre il cielo è minaccioso, il bosco intricato e il rovo stringe, a un tratto arriva il richiamo dai pollai, un rumore quotidiano che muta l’atmosfera e ritorna “l’antica pia favola dell’ovo”. Gozzano dipinge una Pasqua domestica, fatta di oggetti che riaffiorano con naturalezza perché appartengono alla memoria collettiva.
In “È Pasqua” di Cesare Zavattini c’è la freschezza di un mattino di primavera. Il sole arriva “con un leggero anticipo”: anche lui ha fretta di partecipare alla solennità. Il poeta si sente più leggero e tale leggerezza si diffonde nel componimento. La città è accogliente. Si esce di casa canticchiando, si prova affetto per l’intera umanità e si respira un’aria che induce alla bontà. La Pasqua si svela nella semplicità di un umore che cambia, di una vitalità che si allarga o di una benevolenza che si diffonde senza sforzo: «Esco di casa canticchiando, voglio bene a tutti.»
Con Giovanni Pascoli il sipario si apre subito: «Oh, i bei rami d’ulivo! / Chi ne vuole?». Un invito diretto, quasi da mercato, che rende la lirica immediata e vicina. L’ulivo benedetto entra nelle case, trova posto «sull’uscio, alla finestra, accanto al letto». E le foglioline “tenerelle”racchiudono “tante cose belle”: un verso che lascia piena libertà all’immaginazione. Il canto di Pascoli parla di pace con una genuinità che arriva subito, senza mediazioni. La chiusa, “un po’ di pace ci fa tanto bene”, contiene la forza che è propria delle verità basilari.
“Campane di Pasqua” di Gianni Rodari ha la chiarezza di una filastrocca e la potenza di un messaggio universale. Il loro suono annuncia una gioia che si diffonde ovunque, vicino e lontano, ed esorta ad amarsi. Ciascuno dei versi parla di generosità e di buoni sentimenti: tendere la mano, accogliere, perdonare, risorgere in una forma migliore. La vita è più bella quando si schiude all’amore e lascia entrare un raggio che modifica il modo di vivere. Rodari costruisce una festività alla buona ma luminosa, adatta a parlare a chiunque, adulti e bambini, con la stessa immediatezza: «Fratelli, vogliatevi bene! Tendete la mano al fratello, aprite le braccia al perdono»
La lirica di Mario Luzi, dal volume Lasciami, non trattenermi. Poesie ultime (Garzanti, 2009), porta la celebrazione in un luogo intimo, profondo e segreto. Quello che conta accade “in me, nel cuore mio profondo”, in uno spazio che pare raccogliere l’origine del bene e del male. Il crucifige riecheggia, simile a un antico comando, così radicato che brucia, pesa e si manifesta. La prima parte è il “grido” di una colpa che continua a farsi sentire, come se il tempo ne trattenesse l’eco. Poi giunge un inatteso capovolgimento: “meravigliosamente trasalì nell’ignoto sole il grido resurrexit”. La prospettiva è diversa. L’essenziale avviene nello stesso luogo da cui era partita la sofferenza. Il positivo e il negativo convivono, si toccano e finiscono per influenzarsi. Per Luzi la luce pasquale ribalta l’angoscia, è un capovolgimento che nasce dentro, un’alba che si accende nella parte più vulnerabile dell’uomo.
David Maria Turoldo dispiega la resurrezione in quattro movimenti, una specie di piccola liturgia interiore. Ogni sezione riparte dalla stessa frase: “Io vorrei donare una cosa al Signore, ma non so che cosa”. Il dono diventa ricerca, domanda, tentativo e desiderio. Il componimento procede per immagini concrete: strade, ragazzi, fiori, campane, rugiada, alberi, acqua, case. Tutto risuona di normalità e la Pasqua si riconosce nelle azioni più banali. Nella prima parte emerge un’energia che si espande verso gli altri: «Lascerò un fiore ad ogni finestra dei poveri». Nella seconda la dimensione è più intima, fatta di icone, rugiada e primavera: «una goccia di rugiada – è già primavera ancora primavera». Nella terza campeggia la natura: il bosco, l’usignolo, il fiume, l’alba: «andrò nel bosco questa notte e abbraccerò gli alberi». Nella quarta l’attenzione si concentra in un sorriso, in un silenzio che contiene una domanda imprescindibile: “avete visto il Signore?”. E precisa: «Ma lo dirò in silenzio e solo con un sorriso». Per Turoldo, dunque è un cammino che parte dal desiderio di offrire qualcosa e finisce in una luminosa quiete.
Alda Merini si muove tra immensità e fragilità. L’infinitamente grande entra nell’”abiezione umana ”, nella più totale degradazione e da lì risorge, creando un “passaggio” che libera dai “limiti d’abisso”. I versi risentono di una tensione verticale: l’altezza che scende, la profondità che si spalanca e l’esistenza che riparte da un punto estremo. Il peccato è solo una goccia inadeguata a estinguere una fiamma più forte: «il nostro peccato è come goccia incapace di spegnere il fuoco ardente di quell’amore» Il sepolcro vuoto è un luogo vivo, un tempo necessario per comprendere che la morte cede il passo a un’altra possibilità. La Merini pensa a una resurrezione che unisce vertigine e tenerezza, baratro e sommità, trasformando il dolore in rivelazione.
Da questa sommaria e non esaustiva carrellata, risulta evidente negli autori presi in esame la volontà di esprimere il proprio modo di vivere la Pasqua. Potremo non condividerne qualcuno o, persino, nessuno. Non importa. Quel che conta, gentili lettrici e lettori, è che una luce, piccola e discreta, ci mostri la via.
A voi una Pasqua che abbia il coraggio della semplicità.
Lucia Caruso

L’AUTRICE

Nata a Benevento, dopo gli studi liceali ha conseguito la laurea in Lettere Classiche all’Università degli Studi di Pisa. Si è dedicata alla docenza presso il liceo classico di Saronno (VA). Attualmente vive tra Benevento e Saronno. Appassionata di Arte, Musica, Teatro e curatrice di spettacoli teatrali, ha tenuto numerosi corsi di Scrittura Creativa. Articolista per Sannio Matese Magazine, ha scritto svariati libri, pubblicati dal gruppo editoriale PubMe

Grazie per questo bel viaggio tra i poeti e le poetesse interpreti della Pasqua.