Le Olimpiadi che non hanno fermato le guerre
Le aspettative deluse di una tregua.
di Lucia Caruso
Le Olimpiadi Milano‑Cortina 2026 si sono ufficialmente concluse il 22 febbraio, regalando all’Italia incontri, gare, avvenimenti e immagini che rimarranno a lungo nella memoria. Ma quando si parla di Olimpiadi è impossibile non pensare alla fiaccola, che riporta ai primi Giochi di Olimpia, quando le città greche si riunivano per celebrare forza, disciplina e amicizia.
A Olimpia, nell’VIII secolo a.C., i raduni panellenici coinvolgevano le comunità in competizioni regolate, riti e onori civici. Le rivalità si fermavano, le lotte cessavano e i cittadini tornavano a sentirsi sicuri nelle loro case. L’arena diventava un luogo in cui il corpo parlava più della politica. I tornei non erano solo prove di forza, ma un modo per affermare appartenenza, prestigio e un patrimonio valoriale. Intorno ai competitori si muovevano famiglie, artigiani, sacerdoti e, per alcuni giorni, la vita delle poleis diventava un momento condiviso che teneva insieme tante e disparate realtà greche.
In quel modello antico si trovano le radici di un’idea che, secoli dopo, avrebbe ispirato la rinascita dei Giochi in età contemporanea.
Quando Pierre de Coubertin raccolse quell’eredità nel 1894, immaginò una celebrazione che trasformasse la competizione in un terreno di confronto tra nazioni. Da quel progetto nacque un evento che, edizione dopo edizione, ampliò discipline, partecipazione e pubblico, fino a diventare un riferimento globale per svago, cultura e relazioni internazionali.
Oggi le Olimpiadi sono un laboratorio in cui si connettono sport, tecnologia, mezzi di comunicazione e diplomazia. Ma, allo stesso tempo, mettono in campo tensioni, aspettative eresponsabilità globali.
Gli atleti partecipanti rappresentano Paesi, identità e memorie collettive. Accanto alle prestazioni individuali e ai riscontri complessivi emergono temi come sostenibilità, diritti, risvolti economici, destinazione dei proventi. È, dunque, evidente quanto sia complesso mantenere un equilibrio tra spettacolo, ideali e realtà geopolitica.

In questo quadro va letta anche la manifestazione Milano‑Cortina, che ha prodotto attese ed entusiasmo. Aperti ufficialmente il 6 febbraio, accolti con interesse lungo tutto l’arco alpino, i Giochi Invernali 2026 si sono chiusi all’Arena di Verona, con una festa che ha trasformato il commiato in una gioia generale: fasci di luce verso il cielo, cori che riempivano le gradinate, stendardi sollevati dai ginnasti delle singole rappresentanze.
In netto contrasto con l’atmosfera che ha contraddistinto l’intero evento olimpico, le armi non hanno taciuto. Mentre tra le montagne si affermavano regole di convivenza e rispetto, in diverse parti del mondo le guerre non si sono mai arrestate. Se nell’antica Olimpia i gruppi rivali sospendevano gli scontri, oggi la tregua olimpica è rimasta un inascoltato appello, privo di conseguenze sulle decisioni dei governi. Una speranza ignorata dai potenti, ma palpabile tra le delegazioni che hanno sfilato insieme, con le bandiere che avanzavano una accanto all’altra: un’immagine e un’emozione che difficilmente dimenticheremo.
Queste giornate hanno mostrato la distanza tra il linguaggio dell’agonismo e la realtà internazionale: da un lato una sana concorrenza, il rispetto di norme, anche di quelle più scomode, dall’altro la fragilità umana legata a un drone, a un bombardamento, ad armi sempre più sofisticate. Malgrado ciò, lo sport prosegue il suo cammino e Milano Cortina ne rappresenta una tappa significativa.
L’assegnazione all’Italia ha potuto contare su un modello basato su infrastrutture già esistenti e su uno smistamento che ha dato rilievo a luoghi differenti. Milano, Cortina, Bormio, Livigno, Anterselva, Predazzo e Tesero sono stati parte integrante dei vari match.
Ogni sede ha richiesto interventi specifici, adattamenti tecnici e una complessa organizzazione degli spostamenti di gareggianti, spettatori e operatori. La distribuzione delle discipline ha permesso di alleggerire l’impatto su singole località, ma ha imposto una pianificazione, basata su collegamenti efficienti e su una disposizione condivisa tra varie regioni.

Una struttura così articolata ha prodotto esiti inaspettati, superando la sola logica delle gare e incidendo sul territorio e sulle comunità coinvolte. Queste Olimpiadi hanno rafforzato la visibilità internazionale del Paese, attirato notevoli flussi turistici e stimolato investimenti in attrezzature, rete dei trasporti e tecnologie legate al controllo delle strutture tecniche e alla sicurezza. Hanno coinvolto amministrazioni locali, scuole, associazioni sportive e volontari, generando competenze che resteranno attive, ci auguriamo, anche dopo l’archiviazione dei Giochi. L’allestimento complessivo ha creato occasioni di lavoro e formazione, con ricadute che interessano sia le aree direttamente coinvolte sia quelle che hanno partecipato al sistema operativo. Va sottolineato, tuttavia, che accanto ai vantaggi sono emerse difficoltà legate ai costi, ai tempi di realizzazione e alla gestione dei collegamenti tra le sedi. Alcuni interventi hanno richiesto revisioni in corso d’opera, altri hanno sollevato discussioni tra amministrazioni e i centri coinvolti. La suddivisione delle gare ha reso più difficoltosa la coordinazione logistica, soprattutto nei giorni di maggiore affluenza. Ora la sfida riguarda la capacità di curare gli impianti, in futuro, affinché non restino isolati o sottoutilizzati. Sarebbe auspicabile che questa esperienza diventasse una condizione stabile per il turismo, la mobilità alpina e lo sport.
Raggiungere determinati risultati è possibile solo unendo forze e risorse. Ma, a proposito di risultati:
l’Italia ha chiuso con 30 medaglie : 10 ori, 6 argenti, 14 bronzi . La nostra riflessione, gentili lettrici e lettori, aveva l’intento di prendere le distanze dal coro degli osanna per le performance della squadra azzurra, ma davanti a un simile successo, è difficile restare distaccati. Lo diciamo con semplicità e grande orgoglio: GRAZIE!
L’Autrice

Nata a Benevento, dopo gli studi liceali ha conseguito la laurea in Lettere Classiche all’Università degli Studi di Pisa. Si è dedicata alla docenza presso il liceo classico di Saronno (VA). Attualmente vive tra Benevento e Saronno. Appassionata di Arte, Musica, Teatro e curatrice di spettacoli teatrali, ha tenuto numerosi corsi di Scrittura Creativa. Articolista per Sannio Matese Magazine, ha scritto svariati libri, pubblicati dal gruppo editoriale PubMe
