Alessandro Bergonzoni, i giochi di parole ed il groviglio di significati deliziano il pubblico beneventano


Serata di fascino linguistico quello offerto dall’Accademia di Santa Sofia al teatro “Vittorio Emmanuele” di Benevento nella serata di sabato 28 febbraio con Alessandro Bergonzoni e il suo spettacolo: “Arrivano i Dunque, Avannotti, sole Blu e la storia della giovane Saracinesca”. 
La rappresentazione dell’attore è stata preceduta dall’intervento di Andrea Cusano, professore ordinario di Elettronica Digitale e Elettronica per l’Automazione presso l’Università degli Studi del Sannio di Benevento, intorno al tema: “La luce come potente strumento tecnologico per la medicina di precisione”. 


Egli ha parlato del rapporto tra luce e medicina, del potere taumaturgico della prima per la cura di mali, non solo superficiali, ma anche profondi, attraverso l’uso adeguato dei fasci luminosi opportunamente usati ed applicati. 
Ha ricordato che l’uso della luce risale all’epoca egizia e romana e che oggi, grazie a studi in merito, essa è entrata nell’uso comune della pratica medica. La fotobiomodulazione è dunque una terapia non invasiva che utilizza luce LED rossa o infrarossa a bassa intensità per stimolare i mitocondri cellulari, aumentando la produzione di ATP. 
Ha ricordato infine che essa è innocua e porta alla riparazione delle cellule favorendo la guarigione. 
Spettacolo di incredibile fascino quello seguito ed offerto da Alessandro Bergonzoni ad un pubblico molto numeroso e ansioso di scoprire le pieghe del nostro linguaggio, tra ironia e denuncia beffarda dei mali del nostro tempo. 
La sua rappresentazione è riuscita a proporsi in uno spazio in cui le parole non sono più solo strumento di comunicazione, ma, nella loro composizione linguistica, sono diventate anche mezzo di ironia, gioco di assurde combinazioni dei termini, strumento di denunce umanitarie delle irragionevoli vicende del nostro tempo, oggetto di impensabili riletture dal doppio significato. 
Forte la sua lettura linguistica che si muove tra comicità e poesia, tra etica e costruzione di “un’asta di pensieri” che invita gli astanti a riflettere sulla banalità del nostro parlare, su temi sociali e sull’assurdo di capovolgere le parole nella scoperta di effettivi nuovi usi di esse. 
Lo spettacolo riflette il costante impegno di Bergonzoni su temi come carcerazione, immigrazione, malattia e pace.
La sua esibizione è stata dunque “un’asta metaforica” del significato delle cose e della loro definizione linguistica, il tutto giocando con un pubblico che ha assistito tra il divertito e la riflessione, quasi sfidato a riflettere sul modo di esporre le cose e sul loro fraintendere. 
L’artista crea, nel suo spettacolo, una nuova realtà, definita “Crealtà”, un neologismo che fonde realtà e creatività, il tutto reinventando giocosamente l’uso della parola e andando oltre la semplice realtà, attraverso un gioco linguistico che ha affascinato, trascinato e risultato capace di trasfigurare la realtà stessa e con essa la società. 


“Arrivano i Dunque” diventa quindi un invito ad affrontare le questioni del nostro tempo per rendere il mondo più accogliente e profondo, ritenendo che quel tempo sia giunto. 
La scena è scarna, solo un tavolo, quasi una scrivania, su cui egli spesso strofina le mani o si nasconde, per creare un rumore che accompagna la recitazione e uno spazio in cui immergersi, interpretazione che Bergonzoni arricchisce con pseudo citazioni poetiche e letterarie che finge di leggere da loro testi, citando Dante, Foscolo , Hegel ed altri. 
Tanti i giochi di parole da lui presentati come “il congiungere di persone e movimenti che diventano una congiuntivite”, “un baratro è pieno di bare”, “capitolare vuol dire aggiungere capitoli, “terra può diventare terrà?”, “esco pazzo…ma sono entrato pazzo?”, e così via, tra il gioco linguistico e la percezione di significati impensabili nella loro combinazione. 
Tante le battute umanitarie contro guerre, i tanti morti, i bombardamenti su case, asili, bambini, fino all’epilogo ironico della necessità di un’ambulanza che, dice scherzando, potremmo chiamare “Clementina”?
Avvincente nel significato e nella metafora etica la citazione “Cristo oggi non si farebbe più uomo perdendo la sua divinità perché siamo noi che dobbiamo farci uomini”, affermazione che esprime la tensione etica e morale dell’artista, il tutto in un monologo teatrale che mette in discussione il presente, le sue distanze e reclama nuove regole.
L’assurdo comico, il gioco linguistico e la creazione di situazioni surreali, indicano l’io artistico di Bergonzoni, profondamente intriso di impegno civile, dell’attenzione verso l’altro definibile come forma di “altrismo”, il tutto senza mai ignorare il ricorso alla comicità che si accompagna alla riflessione profonda, sempre denunciando temi come la malattia, il coma, la detenzione e la necessità di rifare la sensatezza di una società disattenta. 
Lo spettacolo/monologo si è rivelato dunque, tra il ridere e gli applausi costanti del pubblico, una ricerca artistica e sociale che ha coinvolto i presenti nel cammino verso la consapevolezza collettiva costruita con sarcasmo e dileggio, ma anche con la denuncia dei limiti del vivere umano. 
Eusapia Tarricone

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