La struggente e ribelle musica di De Andrè ha emozionato e coinvolto il pubblico del “Modernissimo” di Telese

Telese non più solo luogo di terme è diventata, per una sera, luogo di musica incantata sull’onda delle note magiche di Fabrizio De André.
La profonda, malinconica e anarchica musica del cantautore genovese ha infatti trascinato il pubblico assiepato nel teatro Modernissimo della “Città delle Acque”, in occasione dello spettacolo Sidun, “Tributo a De Andrè”, voluto ed organizzato dall’Accademia delle Opere guidata dal suo presidente Francesco Tuzio, verso la riscoperta di un pensiero libero, anarchico e umanista che ancora affascina e conquista.
Un omaggio ad uno dei più grandi autori della canzone italiana del ‘900 regalato dal gruppo Sidun, composto dai musicisti Filippo Nigro; Bartolomeo Telesca, Andrea Di Tolla; Michele Perrone; Fabio Macchia; Edmondo Ragone; Roberto Schiavone; Giulia Bilancieri che, con grande arte e tecnica musicale, hanno regalato ai presenti, oltre che un omaggio al grande cantautore, una vera celebrazione del mito e della fiaba della musica di un artista che ha saputo svelare la complessità dell’esistenza, elevando i “poveri diavoli” a eroi immortali. Grande fascino ha trasmesso ai presenti, nella serata telesina, la poetica musicale di Fabrizio De Andrè che, attraverso l’uso di diversi linguaggi, oltre l’italiano, in un utilizzo pioneristico di lingue e dialetti,si è servito in particolare del genovese ( come in Cruza de mä, brano con cui è iniziato il concerto), del sardo ed anche del napoletano (come in Don Raffae), usando il dialetto come lingua madre del Mediterraneo ricca di tradizioni storiche e sofferenze antropiche.


Tanti gli applausi tributati alla band Sidun da un pubblico innamorato delle melodie di De Andrè, ma soprattutto trascinato dalla interpretazione di musicisti che, con abilità sonora e tecnica interpretativa, hanno saputo quasi riportare nella sala, non solo la voce del grande artista genovese, ma soprattutto l’anima di un uomo che ha raccontato storie di emarginati, di amori proibiti e di ingiustizie sociali, temi che hanno fatto di lui un emblema dell’amore vero verso un’umanità dimenticata, ma non per questo insignificante e da disprezzare.
La straordinaria interpretazione di Filippo Nigro, voce della band, ha poi intonato brani come “Andrea”, nel quale si racconta l’amore omosessuale tra due soldati, proseguendo, dopo il brano “Don Raffae”, con la ballata di “Geordie”, storia di un ragazzo che ruba per fame e viene poi saziato dalla forca.
Faber, come De Andrè era chiamato dal suo grande amico Paolo Villaggio, amava utilizzare il linguaggio poetico tipico degli chansonniers francesi, ispirandosi, in particolare, alla lingua ligure, ma soprattutto si è a lungo interrogato sull’esistenza di un’entità superiore e soprattutto sul significato dei pregiudizi verso i “diversi”, ecco allora che vengono intonati brani come “Boccadirosa”, “Ho visto Nina volare” e “Il testamento di Tito”.
La solitudine, altro tema caldo alla musica di De Andrè, viene poi raccontata dai Sidun attraverso i brani “Anime salve”, “Fiume Sand Creek”, ma soprattutto “Il pescatore”, melodia quest’ultima che esalta il pubblico presente in sala nella storia di un anziano pescatore pronto ad aiutare un assassino in fuga al quale, senza giudicarlo, offre pane e vino, in un atto quasi cristologico.
La situazione degradante dei quartieri più poveri e malfamati ispirarono poi il brano “Via del campo”, ma soprattutto non poteva mancare, nella musica del grande artista genovese, il riferimento al tema della violenza sulle donne che raccontò attraverso brani come “Marinella” e “Dolcenera”, accolti questi ultimi dal favore del pubblico presente che non ha potuto evitare di intonare, con i musicisti, le strofe più famose delle canzoni.
Poi è seguita l’interpretazione di “La guerra di Piero”, accompagnata quest’ultima dalla rappresentazione attraverso il movimento, il ritmo e l’emozione attraverso il corpo da parte delle danzatrici del Centro Studi Danza Classica F. Saveria Cotroneo.
Dopo i brani “Princesa”, “Le acciughe fanno il palllone” e “Il Giudice”, il pubblico, a gran voce, ha chiesto ai musicisti il bis del brano “Il Pescatore”.
Questo pezzo ha dunque letteralmente trascinato i presenti nella interpretazione dello stesso e nel coinvolgimento emotivo di una storia di misericordia e giustizia superiore a quella terrena, in cui il pescatore, simbolo di una moralità anarchica e cristiana, perdona un assassino in fuga contrapponendo il giudizio umano e la giustizia formale ad un amore universale ed un perdono incondizionato, suggerendo che l’unica risposta al male è l’amore e non la vendetta.
Serata dunque di una musica che ha significato umanità, compassione e rivolta contro l’ipocrisia, il tutto attraverso la voce degli emarginati e dei “maledetti”, ma serata anche di afflato emotivo non solo verso grandi tematiche, ma anche verso parole, melodie e silenzi urlati con la musica che hanno accomunato tutti i presenti, uniti in un incontro artistico e di affinità mentale e personale che l’Accademia delle Opere ha contribuito, sapientemente, a creare.
Eusapia Tarricone



Bellissimo articolo che con grazie ha saputo raccontare le emozioni che questo artista ha voluto lasciarci