Maleducazione, diseducazione o ineducazione?

di Lucia Caruso

Alzi la mano chi non si è mai indignato di fronte a un comportamento scortese. A quanti di noi non è mai capitato di avere a che fare con persone maleducate? Chi non ha mai assistito a una scena che lo ha fatto amaramente sorridere e ha pensato: “Ecco, ce n’è per tutti i gusti”? Tante, troppe volte. Più di quanto vorremmo ricordare.

La maleducazione è un “difetto di comportamento” (Treccani), un linguaggio diffuso, un malvezzo che accompagna la vita pubblica e privata. Si manifesta frequentemente nei luoghi di lavoro, nelle strade o nelle piazze virtuali dei social network. Ma è davvero maleducazione, o piuttosto ineducazione o diseducazione? Sembrano la stessa cosa, ma in realtà differiscono e vanno distinte.

Il maleducato è chi conosce le regole della convivenza ma sceglie di ignorarle.

L’ineducato è chi non ha mai ricevuto insegnamenti o esempi di rispetto.

Il diseducato è chi ha imparato un cattivo esempio e lo riproduce come fosse normale. 

La maleducazione è frutto di una precisa volontà. Si riconosce in un atto improvviso che incrina i rapporti tra le persone, uno screzio nel dialogo: qualcuno che ti urta e tira dritto senza neppure voltarsi; un cliente che si infila davanti agli altri con aria di sfida; chi tronca la conversazione senza un saluto; un commento lasciato in rete con l’unico scopo di ferire. Si verifica quando uno sa come ci si comporta, ma decide di infischiarsene. Sono fenditure piccole ma percepibili nel tessuto delle relazioni quotidiane.


La diseducazione è più sottile e profonda. È il risultato di una mancanza che sedimenta. Che si stratifica e resta. È il bambino che non dice “grazie” o “per favore” perché nessuno glielo ha insegnato; è la comunità che considera normale la sopraffazione, parcheggiare in doppia fila o sui posti riservati a portatori di handicap; sono le istituzioni che non trasmettono valori civici o i politici che si azzuffano in Parlamento; sono gli spazi digitali che tollerano l’aggressività fino a renderla consuetudine. È una condizione non passeggera, ma duratura. A lungo andare toglie armonia alla convivenza civile, generando una gran confusione 

La sgarbataggine è particolarmente diffusa e contagiosa: un gesto scortese, una parola offensiva, creano reazioni incontrollate, avvelenando il clima. È una carenza che si amplifica piano piano, un’assenza che corrode la società e la rende fragile. Non è un fenomeno isolato: si propaga come una cattiva abitudine collettiva.


Un altro equivoco diffuso è credere che l’istruzione coincida con l’educazione. Spesso chi possiede una laurea non è affatto educato; al contrario, in molte occasioni coloro che hanno studiato poco si dimostrano rispettosi e attenti. Ci sono professionisti che interrompono, senza ascoltare, e trattano con sufficienza i meno titolati. Invece, sono tanti le persone, gli artigiani, i contadini, i vicini di casa, che, pur essendo privi di grandi studi, accolgono con gentilezza, salutano ogni mattina e offrono un sorriso. L’educazione non si misura in crediti universitari, ma in piccole/ grandi azioni quotidiane. Un “grazie” detto con sincerità vale più di cento titoli accademici.

Resistere alla villania si può. Bisognerebbe tornare alle regole del galateo? Forse, ma soprattutto riscoprire la forza culturale dell’empatia. 

In un’epoca in cui l’esercizio della scorrettezza cresce a dismisura, la vera sfida è restituire valore all’educazione come pratica di comunità. È una responsabilità civile che deve (dovrebbe) essere condivisa. E, se si vuole cambiare tale status, ciascuno di noi deve fare la sua parte perché la civiltà non si costruisce con i diplomi, ma con la capacità di guardarsi negli occhi e rispettarsi.  Forse la vera buona educazione sta proprio in questo: non cadere nella trappola di adeguarsi alla maleducazione, evitare di lasciarsi affascinare dal cattivo esempio, comportarsi con rispetto, mai con la stessa moneta del villanzone. In nessun caso. Per quale ragione? Perché crediamo, insieme a voi, gentili lettrici e lettori, che un mondo più educato sarebbe più vivibile.

L’AUTRICE


Nata a Benevento, dopo gli studi liceali ha conseguito la laurea in Lettere Classiche all’Università degli Studi di Pisa. Si è dedicata alla docenza presso il liceo classico di Saronno (VA). Attualmente vive tra Benevento e Saronno.  Appassionata di Arte, Musica, Teatro e curatrice di spettacoli teatrali, ha tenuto numerosi corsi di Scrittura Creativa. Articolista per Sannio Matese Magazine, ha scritto svariati libri, pubblicati dal gruppo editoriale PubMe

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