Il Madagascar ha sete

di Maria Luisa Dezi

Enzo Carro è un artista eclettico che si è cimentato in tipi di spettacolo molto differenti tra loro: varietà, recital, commedia musicale, concerto, operetta, coro lirico e cabaret. Come scrittore ha sperimentato le più svariate forme: saggi, canzoni, poesie, novelle, romanzi, teatro, programmi radio/televisivi e sceneggiature cinematografiche. Insegna ortografia della lingua napoletana ed è spesso invitato a tenere, presso scuole ed università, lezioni di napoletanità che si trasformano in veri e propri spettacoli divertenti. La sua ultima creazione è il libro “Il Madagascar ha sete”, nel quale descrive un lodevole viaggio in Africa per costruire un pozzo per l’acqua in un villaggio di quell’isola.

Una ne fai e cento ne pensi. Mi riferisco alla tua produzione letteraria molto proficua. Ora questo libro sull’Africa. Ci fai fare un bellissimo viaggio in Madagascar. Che cosa ti è rimasto più nel cuore dell’Africa?

Il cielo e gli occhi dei bambinientrambi mi hanno fatto pensare aDio. Lì il cielo ogni sera si tinge di colori meravigliosi regalandoti immancabilmente dei tramonti indimenticabilimentre quando scende la notte si riempie di così tante stelle che ti sembra di poterle toccare. Riguardo ai bambini hanno degli occhi cosìprofondi e sinceri che non puoi fare a meno di perderti nelle loro anime.

Hai girato l’Italia, L’Europa, l’America, la Russia, il Giappone, l’Africa. Ho dimenticato qualcosa?

No, non hai dimenticato nulla! Purtroppo mi mancano ancora tanti paesi da visitare. Comunque proprio in questi giorni sto valutando l’invito di fare un salto in Brasile e un altro nel sud-est asiatico. Chissà che non nascano altre pubblicazioni.

Il tuo ultimo viaggio è stato in Africa. Ti mancava ed ecco che, con un messaggio su WhatsApp, arriva un invito per andarci. Su quali progetti è ora Giorgio Croce, colui che ha dato l’avvio a tutta questa avventura?

L’ho sentito poche settimane fa. Mi ha detto che sta organizzandouna nuova missione in Madagascar, ma questa volta nel sud, in una zona che sembrerebbe essere molto, molto più arida di quella in cui sono stato io.

Certo, pensare che esistono ancora oggi posti in cui le persone devono fare chilometri ogni giorno per procurarsi dell’acqua non fa onore al genere umano. Hai più notizie della famiglia che vi ha ospitati?

Purtroppo no. Non ero io a tenere i contatti con loro, ma Giorgio.

E della ragazzina con il viso triste?

Purtroppo non ho più notizie nemmeno di lei e delle altre tre stupende creature che ci tenevano compagnia. E questo mi dispiace tantissimo. 

E del pozzo? Perché quando siete ripartiti era ancora in fase di costruzione.

So che la sua costruzione fu portata a termine poco dopo la nostra partenza, e che le persone del luogo ne stanno beneficiando regolarmente.

“Il corpo per stare bene ha bisogno di mangiare, l’anima per stare bene ha bisogno di aiutare!” Sono parole che, come scrivi nel libro, forse sono state dette da Madre Teresa di Calcutta. Tu, cosa hai sperimentato dopo avere aiutato ad un progetto così bello?

Ho sperimentato che quella frase è sacrosantamente vera!!! Quando fai qualcosa per gli altri ti senti più grande, più utile, più di valore! Secondo me questo concetto (che quando aiuti non solo fai del bene agli altri, ma anche a te stesso) dovrebbe essere insegnato come materia principale in ogni scuola del mondo: più si aiuta e più ci si sente in pace con noi stessi.

Nel libro parli di Padre Pedro Opeka e della sua incredibile opera: costruire una città per ventimila abitanti con tutti i servizi necessari. Che cosa ti ha colpito di questa città?

Di primo acchito, nell’entrare ad Akamasoa (è il nome della città), non ebbi l’impressione che fosse qualcosa di eccezionaleperché era simile agli agglomerati di case popolari che spesso troviamo nellnostre periferieforse con l’unica differenza che lì non c’erano palazzoni, ma solo case basse. Ma quando mi raccontarono che tantissime di quelle famiglie, prima della sua costruzione, erano così povere da non poter fare altro che vivere in baracche ai confini della discarica di Antananarivo (la capitale del Madagascar)..rimasi senza parole! Quel quartiere popolare divenne improvvisamente un parcoincantato, tipo Disney World. E credo che la mia stessa gioiosa meraviglia dovettero provarla anche tutte quelle povere famiglie che – finalmente – da allora in poi avrebbero potuto vivere in una casa degna di tale nome.

La costruzione del pozzo è anche il risultato di un’azione di solidarietà collettiva. Inoltre, è un esempio tangibile di quello che può fare la fede e la solidarietà che nel libro travalica le nazioni e le etnie. Queste sono azioni di cui si dovrebbe parlare molto di più. Sei d’accordo?

Pienamente d’accordo. Il mondo ha bisogno di aiuto e collaborazione. Come disse il buon San Giuseppe Moscati… “Chi può metta, chi non può prenda!” E su questo mondo sembrerebbe che ci siano ancora tantissime persone che abbiano necessità di prendere. Mentre chi potrebbe mettere… ma questo un altro discorso.

Alla fine del libro dici che il Madagascar ha sete, ma non solo di acqua, anche di conoscenza, di giustizia, di libertà, di fiducia e di rispetto per la propria cultura e per le proprie tradizioni. Questo è veramente un consiglio sano, razionale. Possiamo solo auspicare che venga seguito. Grazie per questo libro.

Grazie a te per questa intervista.

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