Nel poco che passa

di Lucia Caruso

Nella società contemporanea, il superfluo ha assunto un ruolo centrale. Non ci limitiamo a tollerarlo: lo accogliamo, lo celebriamo, lo rendiamo protagonista delle nostre vite. Oggetti, parole, tutto ciò che non è imprescindibile viene elevato a simbolo di benessere, libertà, persino identità.

Questa tendenza non è casuale. Il superfluo ci offre una forma di compagnia: riempie il tempo, distrae dalla noia, crea l’illusione di una vita piena. In un mondo iperconnesso, dove l’attenzione è frammentata e l’assenza di frastuono spesso fa paura, diventa rifugio. Tiene alta la frequenza, ci mantiene in movimento, ci allontana da noi stessi. E ci dà l’impressione di essere vivi… almeno in superficie.

Il problema non è la sua esistenza, ma la sua capacità di mascherarsi. L’ornamentale si traveste da bellezza, si spaccia per libertà, si vende come comfort. Ma, sotto questa superficie patinata, resta ciò che è: una coperta troppo corta, un rumore di fondo, un riempitivo che non nutre. Non offre profondità, non costruisce senso, non genera effettiva connessione.

Solo quando ci fermiamo a riflettere, ce ne rendiamo davvero conto. Nonostante l’eccesso di stimoli, percepiamo una mancanza, come se nulla bastasse a colmare quello che non abbiamo. È il segnale che il senso non sta nel superfluo, ma altrove. Il necessario, spesso trascurato perché considerato banale, è in realtà prezioso. E il vuoto, lungi dall’essere un nemico, può diventare uno spazio da ascoltare, da vivere con consapevolezza.

L’indispensabile si distingue proprio per la sua discrezione. Non urla, non seduce, non promette. Non ha bisogno di essere spettacolare per essere significativo. È ciò che resta quando il baccano si spegne: un gesto autentico, una parola sincera, un momento condiviso. È la verità che non teme di essere scomoda, il pane che si divide, il silenzio che accoglie.

In questo senso, l’irrinunciabile è ciò che è utile, ma anche quello che rivela. Ci somiglia quando smettiamo di recitare, ci salva anche quando non ne siamo consapevoli. È ciò che ci radica e ci restituisce a noi stessi.

Per questo, l’opzione non è tra avere o non avere il decorativo. 

La vera scelta è tra le distrazioni, che ci allontanano, e le presenze che rischiarano, tra il riempire per non sentire e il nutrire per riconoscersi, tra le cose che svaniscono e quelle che lasciano una traccia.

Non si tratta di rinunciare all’inutile, ma di riconoscere l’essenziale. Di sceglierlo, ogni volta che possiamo. Di lasciarlo parlare, anche quando fa meno chiasso.

Non si tratta di demonizzare il superfluo, né di idealizzare l’indispensabile.

Viviamo immersi in una realtà complessa, dove entrambi coesistono e, a volte, si confondono.

Ma in un’epoca che ci spinge a correre, accumulare, apparire, forse vale la pena rallentare.

Riconoscere l’elemento che davvero ci alimenta, quello che ci somiglia quando cala il sipario e ci togliamo la maschera. Non per rinunciare, ma per scegliere.

Non per sottrarre, ma per ritrovare.

Perché nel poco che passa, spesso, c’è tutto quello che serve. 

Non è forse vero, gentili lettrici e lettori?


L’AUTRICE


Nata a Benevento, dopo gli studi liceali ha conseguito la laurea in Lettere Classiche all’Università degli Studi di Pisa. Si è dedicata alla docenza presso il liceo classico di Saronno (VA). Attualmente vive tra Benevento e Saronno.  Appassionata di Arte, Musica, Teatro e curatrice di spettacoli teatrali, ha tenuto numerosi corsi di Scrittura Creativa. Articolista per Sannio Matese Magazine, ha scritto svariati libri, pubblicati dal gruppo editoriale PubMe.

Un pensiero su “Nel poco che passa

  • 7 Settembre 2025 in 15:04
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    La pregevole riflessione di Lucia Caruso non è, purtroppo, la scoperta dell’America!… Di certo, però, rappresenta un inno di dolore che muove dalla sua sofferenza di mettere a nudo un nervo dolorante che ammalazza la sufficienza della nostra società cosiddetta evoluta (?). Brava…brava per aver detto pane al pane e vino al vino e che, a pieno titolo, rilancia l’esempio di ciò che conta nella vita. La concomitanza, poi, con la proclamazione (oggi) alla Santità di un ragazzo di soli 15 anni (Carlo Acutis), per i grandi meriti speciali sul senso della vita, incita tutti, nessuno escluso, a far tesoro dell’allertamento lanciato dalla scrittrice. Ora, poi, abbiamo altro Santo che ci aiuterà!

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