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Volevamo conquistare
il mondo
Il "Gruppo del Teatro"
Dalla parte dei Pellerossa
L'obiettivo era la Verità
Arrivarono anche le ragazze
Una visione eroica del mondo
Volevamo
conquistare il mondo
Quarantanni
fa il Sessantotto. Le rievocazioni interviste, articoli, inchieste,
libri e convegni ripetono schemi interpretativi che mi permetto
di definire sostanzialmente estranei, oltre che fuorvianti. Ci sarà
senzaltro qualche eccezione, e sarei lieto di venirne a conoscenza.
Qui, mi limito a qualche annotazione, giustificato dal fatto che in quegli
anni sono stato nelle prime file.
I fronti
Il 68 fu una grande stagione di libertà. No, sfasciò
le regole esistenti senza darne di nuove.
Scoppiò la protesta contro le baronie universitarie. Nientaffatto:
demolì i feudi democristiani per sostituirli con potentati comunisti.
Ebbe inizio la riscossa delle donne oppresse dal maschilismo. Errore:
cominciò la disgregazione della famiglia e delle naturali differenze
sessuali.
Finalmente i giovani decisero di essere protagonisti. No, si deresponsabilizzarono
del tutto.
Fu una boccata dossigeno per la cultura. Altro errore: ridusse la
cultura a strillo insipido.
Abbatté antiquati e ignobili tabù. Inesatto: fu la fiera
delle banalizzazioni, a cominciare da quella del sesso.
Cosa fu
Volevamo un mondo migliore. Senza imbrogli. Senza ipocrisie. Senza mezze
verità. La protesta era contro il sistema, tout court. Se piccole
avanguardie riuscirono a portare in piazza tanta gente, fu perché
la rivolta giovanile era sottopelle. Bastava poco per farla esplodere.
Al giovane, per natura incendiario, appariva del tutto naturale occupare
scuole e università. Anzi, molti si chiedevano come mai non lavessero
già fatto i loro fratelli maggiori. Ci sentivamo tutti più
coraggiosi e forti rispetto a chi ci aveva preceduto obbedendo senza fare
un fiato. Labbigliamento casual, i capelli lunghi, i ciondoli, i
braccialetti
erano i segni esteriori di una diversità avvertita
nel profondo. Chi veniva da una famiglia modesta spiegava: Non voglio
fare la fine di mio padre, che ha lavorato tutta una vita per niente.
Chi aveva i genitori ricchi protestava perché i soldi nella vita
non sono tutto. Se qualcuno potesse intervistare quelle migliaia di ragazzi
e ragazze, scoprirebbe che ciascuno aveva un "suo" motivo per
combattere il sistema.
Come andò
I giovani già in carriera politica (iscritti alla Fgci e dintorni)
fecero da detonatore, traducendo la lotta al sistema in guerra alla Dc
ed ai suoi accoliti. Al Pci andava più che bene. Per di più
le manifestazioni contro gli Usa (corteo anti Nixon etc.) soddisfacevano
i finanziatori di Mosca. Vecchie parole dordine (lotta di classe&addentellati)
diventarono le matrici per slogan e scritte sui muri. Alcuni (come Claudio
Petruccioli, segretario della Fgci romana) erano stati espulsi da Botteghe
Oscure e così aumentò il peso dei comunisti fra i giovani.
La loro occupazione sarebbe stata totale se non ci fosse stato il Movimento
studentesco di Giurisprudenza. Sullaltro versante, infatti, cerano
i missini che deprecavano loffesa allautorità accademica
e i porci comunisti con i capelli lunghi. Cera anche Pasolini che
cantava inni ai poliziotti; ma è fuori dalleconomia di questi
appunti. Insomma, cerano i fascisti (i missini erano tali per i
comunisti) che difendevano il sistema con tutto ciò che esso rappresentava.
A Dio, Patria e Famiglia aggiunsero lUniversità da proteggere.
E così la contestazione studentesca diventò antifascista
e resistenziale. A dire la verità, qualcuno (ricordo Oreste Scalzone,
ma forse ricordo male) disse, senza molto seguito, che la battaglia antifascista
era una battaglia di retroguardia.
Noi, gli altri
Negli anni precedenti, durante le elezioni per le rappresentative universitarie
si erano formati gruppi giudicati "eretici" dai missini. Cerano
dei giovani che avevano militato con Randolfo Pacciardi, figura mitica
della guerra in Spagna e antifascista doc, perché attratti dalla
sua campagna per una riforma costituzionale (repubblica presidenziale
etc.) resa necessaria per adeguare lapparecchiatura istituzionale
ai tempi nuovi. Cerano dei giovani goliardi che per tradizione erano
antiaccademici e per natura insensibili alle chimere marxleniniste. Insomma,
cera una militanza politica non direttamente ascrivibile né
al Pci, né al Msi. Ragazzi come me (ero sbarcato a Roma nel 1967)
provenienti soprattutto dal Sud dItalia si trovarono di fronte ad
un modo di fare politica completamente diverso. Non cerano le sedi
dove troneggiavano ritratti di Mussolini o di Stalin. Non cerano
gerarchie impiegatizie che vivevano stancamente gli incarichi ricevuti.
E, soprattutto per me, non cera un libro (cioè una bibbia)
al quale restare fedeli. Incontrai i giovani del Gruppo del teatro (le
riunioni si tenevano nel teatro della Sapienza) e cominciai a frequentarli.
Era un ambiente "arlecchino": dagli anarchici di destra ai cultori
di Mao. Avevamo in comunque qualche libro (Viaggio al termine della notte,
I proscritti, lEuropa: un impero di 400 milioni di uomini, Poemi
di Fresnes, Gli uomini e le rovine, La pelle
) e la stessa predilezione
per alcuni pensatori (Nietzsche in testa). Di mio aggiunsi lamore
per Gabriele dAnnunzio, Henry Miller e Knut Hamsun. Quasi tutti
avevamo letto Hitler, Mussolini, Lenin, Mao, Che Guevara, Trotsky. Avevamo
simpatia per le lotte di liberazione dei Palestinesi e degli Irlandesi.
Sarebbe necessaria unanalisi meglio articolata, ma credo che questi
cenni siano sufficienti a inquadrare la temperie nella quale cincontravamo
e ci riconoscevamo.
Prima conclusione
Dal Gruppo del teatro nacque il Movimento studentesco di Giurisprudenza
e da questo Lotta di Popolo. A Valle Giulia stavamo davanti a tutti. Al
corteo contro Nixon urlavamo Palestina libera. Per noi limperialismo
Usa e quello Urss erano due facce della stessa medaglia. Lottammo per
una Università moderna e ci ritrovammo anni dopo con i baroni rossi.
Volevamo la liberazione dalle superstizioni e ci ritroviamo in una società
che campa di superstizioni. Aspiravamo ad un grande movimento che ridisegnasse
la mappa politica italiana ed europea e oggi viviamo lassenza della
politica ed il predominio delle banche. Ma se tornassi indietro, rifarei
quasi tutto. Mi sento privilegiato perché ho fatto un sogno.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.8/ del 25/4/2008)
Il
"Gruppo del Teatro"
Qualcuno è
arrivato a dire che il terrorismo brigatista è figlio del 68.
Purtroppo gli aspiranti analisti danno libero corso allimmaginazione
(male interpretando lImagination au pouvoir) e sognano scenari con
i quali tessono il filo del ragionamento. Non sono immediatamente classificabili
come dietrologi, ma hanno parecchi punti in comune con gli esegeti di
"misteri". Il 68 è stato insieme una manifestazione
di massa e di élite. La storia dei movimenti (gruppi, gruppuscoli
e quantaltro) che hanno fatto il 68 è innanzitutto
la storia delle persone che li hanno messi in piedi. Va guardata la biografia
di ciascuno per trovare i punti comuni e tracciare le linee di interpretazione;
sennò si fa salotto tv (oppure si scrivono libri senza capo né
coda).
Giacché non sono un analista (ho scarse cognizioni di sociologia,
di antropologia culturale e di psicologia; oltre che di mille altre materie)
mi limito a raccontare quello che ho visto e sentito in un paio danni
di Sessantotto.
Gruppo del teatro
Ho già detto che il nome ci veniva dal fatto che ci riunivamo nel
teatro della Sapienza. La gran parte di noi era di cultura fascista, ma
cerano anche giovani di destra liberal-risorgimentale, cattolici
tradizionalisti, tradizionalisti pagani e perfino una pattuglia di marxisti-leninisti
delusi dal Pci. La maggioranza fascista era a sua volta divisa in mussoliniani,
in cultori del Manifesto di Verona, in hitleriani, in strasseriani
con in comune poche certezze: per esempio, eravamo tutti antibadogliani
(il verbo inglese to badogliate tradire stupidamente era
largomento principe) e antiSavoia (il pusillanime Sciaboletta).
Negazionisti per quanto riguarda lOlocausto (erano campi di lavoro,
non di sterminio; i prigionieri morivano per malattie e per igiene i corpi
venivano bruciati; avevamo tutti letto "La menzogna di Ulisse"
di Paul Rassinier e molti di noi negli anni successivi seguiranno la linea
revisionista di Robert Faurisson) eravamo comunque arrivati alla conclusione
che il giudeo non fosse più un pericolo visto che il mondo intero
si era giudaizzato: non cera più differenza fra lusuraio
con le mani in continuo sfregamento e il banchiere cristiano. E
vero, comunque, che chi di noi sposò subito la causa palestinese,
lo fece in odio a Israele. Ma di questo parlerò unaltra volta.
Ci vorrebbero pagine e pagine per descrivere (e forse un giorno lo farò)
quei dibattiti che ci facevano accapigliare sulla seconda guerra mondiale,
sul fascismo, sul nazismo e sugli "errori" di un protagonista
piuttosto che di un altro. Quei pochi di scuola marxista-leninista avevano
scarso successo a lanciare temi come lo sterminio dei kulaki, i processi
staliniani, le purghe o, i più addottorati, le manipolazioni sovietiche
della dottrina comunista. Eravamo unaccolita di giovani agitati
che si pigliavano per così dire le misure a vicenda.
Cercavamo una piattaforma comune e non la trovavamo. Nessuno era in grado
di fare una sintesi accettabile. Poco alla volta, però, emersero
tematiche di più "volgare" attualità. Litigando
sulla battaglia di El Alamein (i paracadutisti mandati a combattere come
fanteria; le molotov contro i carri britannici; Rommel: "Se il soldato
tedesco ha stupito il mondo, il soldato italiano ha stupito il soldato
tedesco"; lacqua al posto della benzina spedita da Ciano
)
qualcuno fece un parallelo con la battaglia di Dien Bien Phu e la tattica
del generale Giap (pesantissimi cannoni trasportati a braccia sulle creste
dei monti) ancora vincente in Vietnam (nel 1967 cinquecentomila soldati
americani erano impantanati nella sporca guerra) e così cominciò
un confronto che fu il primo tassello di una geopolitica che divenne lelemento
originale di ciò che venne in seguito. Allo stesso modo
in quel caso eravamo partiti dalle differenze/concordanze tra la leadership
di Mussolini e quella di Hitler partì il dibattito su Mao
e sulla via cinese al comunismo. La lunga marcia, la rivoluzione culturale
e lindipendenza da Mosca e da Washington entrarono a pieno titolo
nel nostro armamentario geopolitica. E così fu anche per Che Guevara
(che allepoca non godeva di grande fama fra i comunisti) che aveva
rinunciato a fare il ministro per liberare i popoli latinoamericani dallimperialismo
Usa. Anche qui, debbo dire che il nostro antiamericanismo era "congenito":
avevano bombardato le nostre città, avevano messo in una gabbia
di ferro Ezra Pound, avevano impiccato uomini che avevano il solo torto
di aver perso la guerra, avevano usato le bombe atomiche per battere limbattibile
Giappone-Samurai.
Il gruppo del teatro uscì dalle tematiche politico-sentimentali
e cominciò ad affrontare la realtà quotidiana. Una sufficiente
sistematicità era assicurata da chi fra noi aveva già fatto
politica attiva ed aveva una bella infarinatura di tecniche organizzative.
Non faccio nomi (nemmeno di quelli che sono morti) perché è
ininfluente sapere se era Tizio più maoista o Caio più anticlericale.
Credo che sia sufficiente sapere quali fossero, allora, le idee più
diffuse nella nostra élite. E, siccome ho visto e sentito pure
un po di cose da "compagni", parlerò anche di loro.
Ma non ora. Qui minteressa tentare la ricostruzione di un ambiente
(il "nostro ambiente"; espressione che diceva tutto e niente,
ma diventata ben presto corrente) per farci "entrare" chi non
cera.
Il gruppo del teatro, dunque, elaborò articolate posizioni in politica
internazionale in funzione di una convinzione condivisa da tutti: lautodeterminazione
dei popoli. In economia, superammo ben presto la posizione anticapitalista
onirica (qui ci aiutarono parecchio lesperienza della socializzazione,
nonché "Letica protestante e lo spirito del capitalismo"
di Max Weber e "Il capitalismo moderno" di Werner Sombart) per
approdare ad una visione di un capitalismo dal volto umano grazie alla
regolazione da parte dello Stato (non più "etico", ma
espressione della comunità nazionale). SullEuropa restammo
divisi: a me, e a qualche altro, piaceva lEuropa dei bottegai perché
diventava più facile fare lEuropa politica. Meglio una Europa
di interessi economici condivisi piuttosto che una non Europa. Ma era
una posizione minoritaria. Era arduo convincere i "duri e puri"
che gli interessi economici europei (e delle banche europee) avrebbero
facilitato un rapporto meno dipendente dallo strapotere Usa. A quei tempi,
la contrapposizione Usa-Urss sembrava "eterna" e noi rifiutavamo
lobbligatorietà della scelta di campo (o con Mosca o con
Washington) in nome di una terza posizione fondata soprattutto sullirruzione
della Cina (qualcuno ne era più soddisfatto perché già
Mussolini aveva messo in guardia dal pericolo giallo
ma erano le
ultime resistenze di un modo vecchio di porsi). In politica (e parlo dello
scenario di casa nostra) non vedevamo niente di buono: il bipartitismo
Dc-Pci, la presenza di un Msi - buono soltanto per eleggere presidenti
della repubblica targati Dc e per operazioni di basso profilo - la vedevamo
come funzionale allanticomunismo made in Usa e basta (eravamo tranchant
come soltanto i giovani possono essere). In effetti non avevamo una sponda
politica e questo ci spinse ad elaborare tesi daltro genere. Ma
di questo parlerò in un altro intervento.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.9/ del 9/5/2008)
Dalla
parte dei Pellerossa
Il gruppo
del teatro era a metà strada tra un think tank ed un gruppo in
autoanalisi. Ciascuno metteva sul piatto le proprie idee, i propri convincimenti,
le proprie opinioni senza autocensure. Emergevano anche tabù, superstizioni
o semplicemente false informazioni: per esempio uno dei marxisti-leninisti
negava che Lenin fosse stato finanziato dal Kaiser al fine di chiudere
il fronte dellEst. I confronti spesso poco pacifici
non subivano interruzioni. Cera un via vai senza pause: era unautentica
assemblea permanente; e nessuno laveva stabilito. I documenti erano
scritti a mano.
Uno di noi (che poi nella sua vita professionale riscuoterà grandi
successi occupando posti di responsabilità nelle istituzioni) armato
di una ventiquattrore con taccuini, pennarelli, evidenziatori (che, confesso,
per me furono una novità) e cancelleria varia prendeva appunti,
stilava ordini del giorno, mozioni e quantaltro. Data la sua passione
per Mao lo chiamavamo il piccolo timoniere (a me affibbiarono il soprannome
di borbonico perché contestavo la mitologia risorgimentale e lamentavo
la rapina compiuta dai Savoia a danno del Sud) ed era costantemente chiamato
a "testimoniare" nei casi nei quali scoppiava una polemica a
proposito di un tema già trattato e già esaurito. Prendevamo
le decisioni il più possibile allunanimità e ricorrevamo
al voto di maggioranza quandera necessario per superare unimpasse.
Prima di riuscire a individuare un filo conduttore, ripeto, i dibattiti
spaziavano sulluniverso mondo. Molte delle questioni affrontate,
però, erano soltanto apparentemente di minore valenza o addirittura
frivole.
Little Bighorn
Lo scontro sugli indiani fu memorabile. Eravamo affascinati dalla cultura
pellerossa. Ci piacevano i loro riti. La caccia al bisonte. Gli stregoni
che richiamavano il collegamento fra la terra e il cielo. Le donne che
masticavano pelli di daino per fare morbidi mocassini per i guerrieri
(nota per le donne: il maschilismo non centra). Soprattutto, per
parecchi di noi me incluso il nomadismo era il modo di vivere
migliore in una società, la nostra, le cui uniche radici erano
i quattrini e le ferie comandate. Un po di nomadismo ce lo sentivamo
addosso mentre viaggiavamo in lungo e in largo in autostop. Gli indiani
si muovevano appresso ai bisonti. Noi viaggiavamo appresso a noi stessi;
facevamo una ricerca a tratti adolescenziale, ma non ce ne accorgevamo
- di un senso da dare alla vita. Arrivare di notte in posti sconosciuti,
cercare un posto per dormire e qualcosa da mangiare a me dava la sensazione
di essere un conquistatore di vita vera.
Al nord già cerano i gabbiotti per farsi la foto e vi ho
dormito rannicchiato sullo sgabello quando la stazione ferroviaria era
chiusa o quando i poliziotti mi sfrattavano da una panchina. Che fossero
un camionista o una signora annoiata oppure un commesso viaggiatore o
una coppia (eccitata dallidea di vedere da vicino un capellone)
a dare il passaggio, in genere dovevano sorbirsi lunghi monologhi contro
il consumismo, contro il materialismo imperante, contro uno Stato occupato
da disonesti e sfruttatori. Capitava qualcosaltro con la signora
annoiata, ma qui non fa conto parlarne. Lautostop ti portava ovunque:
era una scommessa sulle tue capacità di sopravvivenza.
Ma torniamo agli indiani.
Ci piacevano e ci entusiasmavano. Ma le domande erano tante. Perché
soltanto alla battaglia del Little Bighorn avevano battuto le giacche
blu? Perché la nazione indiana non era mai riuscita a darsi unorganizzazione
unitaria? I mongoli cerano riusciti. Sì, ma grazie a Gengis
Khan. La chiave era, dunque, il fuhrerprinzip. Senza un capo capace di
interpretare lorgoglio e i sogni del proprio popolo, non si combina
niente di buono. E il carisma del capo che sostiene la gerarchia
che assicura la disciplina e lorganizzazione funzionale agli obiettivi
da cogliere. Ma il capo non necessariamente deve essere il discendente
di qualcuno; o imposto. Il capo è espressione diretta del popolo
e ne diventa naturalmente il rappresentante più alto. Comera
possibile conciliare il fuhrerprinzip con la democrazia? Chi di noi era
gollista aveva la risposta. De Gaulle era stato il capo indiscusso democraticamente
eletto. Quindi era possibile conciliare la "dittatura" con la
democrazia rappresentativa. Gli esempi secondo me più
forti del fuhrerprinzip erano due: il Papa e il presidente Usa. Il Pontefice
di Roma gode di una doppia investitura: quella dello Spirito Santo e quella
della gerarchia. In una mirabile operazione di sintesi, la Chiesa ci dice
che mentre la gerarchia decide è lo Spirito Santo che lavora affinché
leletto sia il degno successore di Cristo. Molti Papi, però,
nel corso della storia ci hanno dimostrato che non sempre lo Spirito Santo
ci piglia. Ma, al di là, della Fede (cè chi ci crede
e chi non ci crede, come me) sta di fatto che la Chiesa Cattolica Apostolica
Romana è un modello di organizzazione in grado di resistere al
tempo e di grande efficacia nel quotidiano. Un popolo di credenti, che
esprime pastori, che diventano vescovi, che diventano cardinali, che diventano
il Papa. Una selezione dal basso ed un vertice dallindiscussa autorità.
Oggi, che la questione islamica è cruciale, è più
evidente la capacità organizzativa cattolica. LIslam non
è riuscito a diventare chiesa: un Imam, un Ayatollah, un Mullah
devono la loro autorevolezza a sé stessi. Nessuno è il capo
supremo e nessuno può imporsi agli altri. La stessa dottrina si
apre a diverse letture e interpretazioni (come successe per la Chiesa
di Roma e qualche "setta" esiste tuttora) per cui non è
esagerato semplificare dicendo che ogni moschea è un Islam.
Laltro esempio è quello Usa. Lì il fuhrerprinzip (ma
è
americanizzato) funziona bene cosicché abbiamo un
popolo che sceglie e un capo che per 5 anni è il Re. Lorganizzazione
politica statunitense parte dal rispetto per la singola persona (cè
darwinismo sociale; ma questa è unaltra storia) e per i suoi
inalienabili diritti. LHabeas Corpus è reale. In Italia ti
arrestano una mattina, ti schiaffano dentro e, forse, dopo un mese un
magistrato ti interroga e, forse, dopo un paio danni ti processano
e, forse, esci di galera
se nel frattempo non ti hanno appioppato
unaltra accusa. I gruppi di pressione (le lobby) che appoggiano
i candidati dicono espressamente ciò che si aspettano e sborsano
i quattrini necessari alla campagna elettorale. Il bipartitismo fa parte
delleredità anglosassone (insieme con la figura del Re) e
sia i democratici che i repubblicani vogliono che lAmerica rule,
domini sul mondo (Britannia rules the waves: canta linno imperiale
inglese). Al presidente Usa può far difetto il carisma e unintenzione
spirituale, ma il sistema funziona.
Un sistema che né i Sioux né i Navajos (conosciuti attraverso
Tex Willer e poi studiati sui testi) avevano mai pensato di costruire
perché la nazione indiana fosse abbastanza forte da difendersi
dallinvasione del viso pallido. Tutto lì? Nellassenza
di un Gengis Khan? Di uno Shaka, sovrano dellImpero Zulu? Nellassenza
di uno Stato? No. Cera di mezzo anche la tecnica. Gli yankee, i
gringos, gli uomini bianchi, insomma, avevano fucili, mitragliatrici e
cannoni. Perché i guerrieri di Cavallo Pazzo erano fermi agli archi
e alle lance? Qui lo scontro tra noi si faceva più duro. E andava
in profondità. Le due vie concesse alluomo (lascesi
mistica e lascesi guerriera) sono diverse ma sono di identica qualità.
E una questione di scelta.
Lindiano (quello dellIndia) muore di fame ma non uccide la
vacca. Buddha insegna la realizzazione del sé; i beni materiali
sono una illusione, come la stessa vita terrena. E per la via dellascesi
mistica che luomo raggiunge il massimo della propria spiritualità.
Ma può un santone dar da mangiare ad un affamato? Può un
santone immaginare di costruire una ferrovia invece di andare a piedi?
Fortunatamente per gli indiani, il loro Paese è stata colonia britannica.
Gli inglesi costruirono le ferrovie etc. e oggi gli indiani hanno la bomba
atomica e fanno satelliti. Gli altri indiani (quelli dAmerica) vivevano
in armonia con la Natura, si scannavano reciprocamente e non avevano alcuna
dimestichezza con la tecnica. Nemmeno archi e frecce avevano subito un
minimo di evoluzione. Nel confronto fra un arco greco e un longbow inglese
è evidente il progresso tecnologico. I pellerossa avevano il diritto
di continuare a vivere a modo loro sulla loro terra? Era giusto inquinarli
con la civilizzazione europea? Gli interrogativi mettevano in discussione
noi stessi. Andarsene in giro in autostop senza pensare al futuro poteva
funzionare tutta la vita? Passare le giornate a discutere, senza prepararsi
per gli esami, confidando in una prossima rivoluzione (vista però
come palingenesi piuttosto che meccanico sbocco della lotta di classe)
era la scelta giusta?
La mia conclusione era che i pellerossa erano stati sterminati per colpa
loro. Sperare di vivere in unoasi e tenere il mondo chiuso fuori,
nella illusione che nessuno ti verrà a disturbare, è infantile.
Primitivo nel senso più deteriore del termine. Avevo letto "Il
tramonto dellOccidente" di Oswald Spengler e mi sentivo in
sintonia con lo spirito faustiano. Se stavo lì era perché
volevo cambiare la società, cioè fare politica. Cosa ben
diversa dalla testimonianza. Il testimone può starsene in cima
ad una colonna, ignorando le umane miserie. Il politico si deve occupare
della gente. Spirito faustiano, ecco cosa ci voleva per fare un gruppo
forte.
Un paio danni dopo uscirono due film: "Easy Rider" e "Soldato
Blu". Il primo era un canto alla libertà dandare, di
fumare erba e di ignorare le regole della società. Il secondo dimostrava
quanto fossero stati crudeli i visi pallidi e quanto fossero stati meravigliosi
gli indiani. E così grandi temi diventarono chiacchiere da bar.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.10/ del 23/5/2008
L'obiettivo
era la Verità
Uno dei punti
di forza del gruppo del teatro era che in maggioranza eravamo fuorisede.
La pattuglia più grossa era sudista: calabresi, pugliesi, campani,
lucani, siciliani. Cerano un bel po di laziali: di Velletri,
Cassino, Frosinone, Latina e non ricordo più di quale altro paese.
La minoranza era romana. Tutti giovani di belle speranze e con buoni risultati
scolastici ai quali le famiglie avevano affidato il loro riscatto sociale.
Tranne qualcuno della borghesia medio-alta, eravamo figli di piccoli borghesi,
contadini, operai, commercianti, che finalmente avrebbero avuto un dottore
in famiglia. Qualcuno sera meritato il posto alla Casa dello Studente
e perciò non doveva combattere con vitto e alloggio. Qualcun altro
riceveva abbastanza quattrini da casa, ma parecchi me incluso
facevano salti mortali per integrare lassegno domestico. Trovare
una stanza era per il fuorisede la prima sfida da vincere. Giravano parecchie
leggende (e qualche verità) sullargomento. Unaccogliente
vedova che curava lospite con particolare amorevolezza (ma guai
a portarti una ragazza), una coppia di anziani senza figli che finalmente
avevano un giovanotto dentro casa, una famiglia che affittava a studenti
per arrotondare. Limportante era evitare gli affittacamere di professione.
Per due motivi. Il primo era che si facevano pagare salato. Il secondo
era che non ammettevano il benché minimo ritardo nei pagamenti.
Nei primi anni delluniversità, cambiai spesso "casa",
facendo esperienza diretta di leggende e verità. Appena ero senza
quattrini quasi sempre lasciavo nottetempo la stanzetta
e mi cercavo un nuovo asilo. Ho abitato in tutti i quartieri di Roma.
Persino ai Parioli, grazie ad un fuorisede ricco, al quale i genitori
avevano preso una "vera" casa, e che mi ospitò per qualche
mese durante uno dei miei obbligati traslochi.
Fuori controllo
Come "fuorisede", dunque, avevamo una libertà assoluta.
Dormivi quando ti pareva, uscivi e rientravi senza dover inventare scuse.
Non cera più mammà preoccupata perché mangiavi
poco e neppure il padre inquisitore: che combini? stai studiando? quando
hai lesame? stanotte dove sei stato? Il controllo domestico non
cera più. Se si aggiunge il fatto che luniversità
non ti obbligava salvo eccezioni alla presenza quotidiana
in aula e che per la prima volta avevi professori che nemmeno ti conoscevano,
che non avevano un registro sul quale segnare assenze e quantaltro,
era unorgia di libertà. Il naturale ribellismo che un giovane
si sente sotto pelle anche qui, salvo eccezioni trovava
libero sfogo in una esistenza completamente autogestita. Fuori controllo.
Eravamo quasi tutti fuori controllo. Le esperienze precedenti avevano
perso la loro cogenza. Non dico fossero diventate ininfluenti. Unesperienza
te la porti dietro tutta la vita. Se poi ne sfrutti lutilità
oppure la rendi inutile, dipende soltanto da te. Se uno viaggia come una
valigia (diceva Schopenhauer) non avrà fatto un solo metro. La
valigia, bardata di etichette e sigle estere, resta una valigia pure dopo
aver fatto il giro del mondo. Noi ci sforzavamo di fare tesoro del nostro
vissuto, di filtrarlo e di accantonare ciò che ci sembrava non
dico sbagliato ma semplicemente "vecchio". La ricerca di un
filo di verità che legasse le esperienze passate era talmente forte
che molti di noi recuperarono perfino i rapporti conflittuali con i genitori.
Di solito lo scontro genitori-figli si supera con letà e
quando il figlio diventa a sua volta genitore. Appartiene al normale avvicendamento
delle generazioni. Noi ci spiegammo la incomunicabilità con unanalisi
politica. Non eravamo riusciti ad imbastire un dialogo al di là,
ripeto, dello scontro fisiologico con i nostri genitori perché
essi obbedivano a regole e comportamenti che ci facevano letteralmente
schifo. Il loro perbenismo, il rispetto maniacale delle ricorrenze, i
riti domenicali, le visite dei parenti e ai parenti, la scelta del salotto
nuovo
li sentivamo estranei. Non ci appartenevano. La vita era ben
altra che la spesa al mercato. Ora, la lontananza e i continui dibattiti
aiutavano anche a comprendere le ansie, i sacrifici e la mentalità
dei genitori. I ritorni a casa per le occasioni canoniche (Natale, Pasqua
)
diventavano momenti di dialogo pacifico. Lo sforzo era di spiegare (Tutto
si può spiegare a tutti: scrivemmo qualche anno dopo nel manifesto
LdP) che era possibile cambiare la società. Era, però, fondamentale
un primo passo: rifiutarsi di dare per scontato ciò che accadeva.
E sviluppare una coscienza critica. Lambizione era grossa: rieducare
i nostri genitori. Ci dicevamo: se non si riesce a comunicare con chi
ti ha dato la vita e ancora ti mantiene, sarà impossibile comunicare
con gli estranei. Limpegno, comunque, aveva un qualche successo
dove i genitori erano responsabili e premurosi. In alcuni casi, il figlio-rivoluzionario
soffriva di una situazione famigliare disordinata: padri che esaurivano
la "missione" limitandosi a sborsare quattrini e mamme (per
qualcuno matrigne) in tuttaltre faccende affaccendate. E così
i più arrabbiati, quelli che volevano sfasciare tutto, erano proprio
i ragazzi che letteralmente odiavano la famiglia. Nei decenni successivi,
quei ragazzi (alcuni diventati padri) hanno imboccato strade professionali
di successo ma non sono mai riusciti a guarire dal disordine adolescenziale.
I cannoni di Cortez
Studiavamo Platone, ci appassionava Nietzsche, sognavamo una società
più giusta, che non abbandonasse i poveracci sugli scalini delle
chiese. Lo studio della Storia ci aveva fatto comprendere limportanza
della forza e linfluenza dellestablishment. Senza lappoggio
della borghesia, degli artigiani e della nobiltà "minore",
la rivoluzione francese sarebbe stata più difficile. Ma sarebbe
stata impossibile senza i fucili della guardia nazionale. Cortez non sarebbe
riuscito a sconfiggere Montezuma e a conquistare limpero azteco
se non fosse stato sostenuto dai cacicchi che non volevano pagare le tasse
a Tenochtitlán (oggi direbbero "Tenochtitlán ladrona").
Ma i cacicchi appoggiarono i conquistadores perché erano dotati
di cavalli, armature, cannoni e archibugi. Se Annibale avesse trovato
appoggi in Italia (da senatori traditori, popolazioni scontente e quinte
colonne varie) non sarebbe stato quattordici anni senza riuscire a prendere
Roma. Non è stata mai fatta una rivoluzione senza lappoggio
di una parte del potere dominante. Quella della lotta di classe era una
semplificazione (io dico: mistificazione) che aveva ridotto le vicende
storiche a mera contrapposizione di interessi. Achille si ritira dalla
battaglia perché Agamennone lha espropriato di due tripodi
dargento e di una bellissima schiava, ma torna a combattere per
vendicare lamico. Gli interessi materiali attengono alla natura
umana, però soltanto oggi sono diventati prioritari surclassando
tutti gli altri valori (lealtà, onore, coraggio
). La rivoluzione
francese (la lezione di Gaxotte al riguardo è fondamentale) non
fu dovuta ai "nuovi" strumenti di produzione (i mulini a vento:
racconta Marx) ma è senzaltro più complicato raccontarla
se ignori le volgarizzazioni. Garibaldi aveva conquistato il Sud perché
dalla sua parte serano schierati i "poteri forti". Limpero
britannico mirava alla Sicilia. La flotta inglese impedì alle batterie
costiere di sparare sui due piroscafi messi a disposizione dallarmatore
Rubattino (che con larmatore siciliano Florio fondò poi la
società di Navigazione generale italiana). La Massoneria garantì,
fra laltro, la fornitura di armi: il finto assalto dOrbetello
ebbe come regista Massimo DAzeglio. Pezzi grossi dellesercito
borbonico e dellaristocrazia contrari alla politica di Francesco
II. E, da ultimo ma non ultima, la mafia. I quindicimila picciotti di
Rosolino Pilo fecero dei mille un esercito. La rilettura dellepopea
risorgimentale (il revisionismo storico) non aveva come scopo la distruzione
di miti e mitologie. Lobiettivo era la verità. Conoscere
la verità dei fatti. Poi potevi essere "amico" o "nemico"
di Garibaldi, ma il coraggio e lardire di quelluomo era fuori
discussione.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.11/ del 6/6/2008
Arrivarono
anche le ragazze
Il gruppo
del teatro sandava allargando. Larrivo di ragazze interessate
ai nostri discorsi portò un po di scompiglio. La partecipazione
femminile alla politica era confinata in ambienti femministi, nelle sezioni
comuniste e nei gruppi extraparlamentari che serano originati dal
Pci. Era molto diffusa la mentalità secondo la quale una donna
che frequentava ambienti di uomini fosse
leggera. Non saggiravano
donne tra flipper, biliardi e biliardini. Perfino al cinema era difficile
vedere donne non accompagnate da maschietti.
Il chador al Sud
Mi rendo conto che oggi sembra assurdo, incivile, antidiluviano eccetera
ecceterone, ma in quegli anni nel Sud, per esempio, le donne portavano
il fazzoletto in testa. Era il "velo" ereditato un po
dagli arabi e un po dalla chiesa cattolica che, per secoli, alle
donne aveva riservato i matronei. Ho unimmagine nel cervello da
quando ero ragazzino: nella cripta del Duomo di Amalfi è dipinta
la scena di un bambino che precipita da un matroneo tra la disperazione
della madre e delle altre. Se in alcuni Paesi islamici, le donne sono
nascoste dal chador o dal burqa è perché in quelle società
non cè stata la lotta per le investiture. Nellultimo
secolo del passato millennio, la laicizzazione dello Stato ha riguardato
pochi Paesi islamici. In Turchia cè stato Mustafà
Kemal Ataturk, che con la modernizzazione e linvenzione della nazione
turca salvò la regione anatolica dellImpero Ottomano sbriciolatosi
allindomani della prima guerra mondiale. In Iran, il capo cosacco
Reza Pahlavi si proclamò Shah e fece della Persia una riserva di
petrolio per gli europei. La rivoluzione khomeinista e, oggi, la presidenza
di Ahmadinejad della Repubblica Islamica dellIran hanno rimesso
al primo posto il Corano. A proposito di Ahmadinejad mi viene in mente
che la sua campagna elettorale è stata scandita dallo slogan "E
possibile e possiamo farlo", anticipando lo statunitense Obama e
il pensionato Veltroni.
Lo Stato confinante, lIraq, è stato laico fin dallinizio,
da quando vinse il partito socialista (Baath) e negli anni di Saddam Hussein.
Loccupazione statunitense ha ridato fiato a vari movimenti islamici
che rivogliono il Corano come unica fonte della legge. La Repubblica Araba
dEgitto, grazie a Nasser, è laica nel senso occidentale del
termine. Bastano questi esempi (in altra occasione proverò a fare
una mappatura completa degli Stati con popolazioni a maggioranza musulmana)
per mostrare come la condizione della donna sia legata alla cultura dominante.
In Arabia Saudita si procede a piccoli passi: di recente alle donne è
stato concesso di andare in albergo anche quando non sono accompagnate.
Ora si sta lottando per la patente. Il satellite e il web accelerano processi
che nei secoli passati avevano bisogno di
secoli per completarsi,
ma si affaccia il pericolo che la democristianizzazione dellIslam
alla fine secolarizzerà troppo, togliendo anche ai musulmani quella
spiritualità persa già dai cristiani. La persona vive davvero
quando fa parte di una comunità. Il singolo, individualista-edonista,
vegeta a caccia di una felicità che non troverà mai. Linsoddisfazione
che marchia i tempi contemporanei ricorda la nave di Heisenberg. La bussola
non punta al Nord ma sempre e soltanto alla massa di ferro del bastimento,
che, perciò, non fa altro che girare in tondo, su se stessa. Guardatevi
intorno: di gente che gira a vuoto ce nè una marea.
Negli Anni Sessanta in Italia non esisteva se non in ristretti
circoli la questione femminile, anche perché già
durante il Fascismo le donne lavoravano nelle fabbriche e negli uffici,
oltre che nelle campagne. Diciamo che per quanto riguarda il lavoro laltra
metà del cielo è stata impiegata (a paga ridotta e con molte
esclusioni) mentre per i diritti (a cominciare dal diritto al voto che,
tanto per dirne una, Gabriele dAnnunzio aveva statuito nella Carta
del Carnaro e che Mussolini aveva ignorato) il contenzioso è tuttora
aperto. Comunque, tranne qualche fedelissima (più allamore
che alla causa) di donne ne abbiamo visto poche tra le militanti anche
negli anni a seguire. E quelle poche erano fuorisede. Vai a dire a mamma
e papà che stanotte dormi nella facoltà occupata!
Palestrina
Sono dinamiche ignorate dalle odierne quattordicenni, che fanno le ore
piccole in discoteca senza la paura della punizione genitoriale. Qualcuno
sostiene che questa libertà estrema origina dal Sessantotto, che
i più identificano con il libero sesso e il libero spinello. Un
luogocomunismo radicato (e dannato). Quando occupavo il megastudio di
Giovanni Leone a Giurisprudenza (dormivo su un divano fantastico) ho passato
piacevoli ore con ragazze ed è anche capitato di farlo con due
alla volta (fui scelto da una coppia di sorelle che mi fecero saltare
perfino un paio dassemblee). Non ero lunico a godere di quel
clima di liberazione. Un sardo (ho dimenticato di inserire la Sardegna
fra le regioni originarie dei fuorisede) preoccupatissimo per un possibile
arresto, perché aveva deciso di fare il magistrato, aveva una fortuna
sfacciata con le donne. Una volta si accoppiò con una donna legata
ad un altro dei nostri e per un pelo non scoppiò il casino. E
vero, dunque, che era più facile fare sesso ma non generalizziamo.
Intanto, va detto che a muoversi era una minoranza. I fiumi di ragazzi
alle manifestazioni nascevano in forza della capacità di mobilitazione
di piccoli gruppi. Mi capitò in un corteo, mentre urlavo Palestina
libera, di dover rispondere ad un ragazzino che mi chiedeva: che centra
Palestrina? Allingresso principale della Sapienza passai una mattinata
a chiedere agli studenti che entravano il nome dellallora presidente
della Repubblica (per la cronaca: Giuseppe Saragat). Il risultato confermò
la tesi che sostenevo e cioè che avevamo che fare con una massa
di ignoranti. Dei centomila e passa iscritti di quegli anni alla Sapienza,
meno del 10% si interessava alla politica e di quella percentuale poche
centinaia erano militanti full time. Ricordo a Giurisprudenza, dopo che
lassemblea (laula era stracolma) aveva proclamato loccupazione,
ad occupare per davvero restammo quattro gatti. Soltanto chi non cera
(o chi ci
marcia) sostiene il mito della rivolta giovanile e bla
bla. Ci furono giovani che volevano cambiare il mondo e ce ne furono molti
altri (la maggioranza, secondo quello che ho visto) che se ne fregavano.
Né più e né meno di oggi. La rivolta studentesca
fu il risultato di una serie di coincidenze. Mi fermo qui, per ora. Aggiungo
soltanto che la libertà sessuale (che comunque coinvolgeva una
minoranza di ragazze) veniva dagli Usa, dagli hippy, dai figli dei fiori,
dai renitenti alla leva (Fate lamore, non la guerra) e dilagò
fino alla punta massima di Woodstock nel 1969. Lascio, comunque, campo
libero a sociologi ed esperti vari e torno al mio raccontino.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.12/ del 20/6/2008
Una
visione eroica del mondo
Si faceva
notte a furia di discutere. Alla mensa universitaria le discussioni continuavano
coinvolgendo anche vicini di tavolo. Allepoca cerano i camerieri
che servivano ai tavoli e si aspettava parecchio per trovare posto. Noi
avevamo tavoli riservati, nel senso che il cameriere metteva sotto la
caraffa dellacqua i tagliandi dei pasti con un duplice risultato:
evitavamo di fare la fila per comprarli ed avevamo il tavolo riservato.
Qualche volta capitava che uno o più studenti protestassero per
quel privilegio, ma finiva lì. Non ci sentivamo prepotenti ma portatori
di un diritto che ci meritavamo con il nostro impegno per il bene di tutti.
Avevamo cose ben più importanti da fare che metterci in fila prima
per i biglietti e poi per il tavolo. Gli altri potevano aspettare. Passavano
il tempo a chiacchierare di cazzate senza alcuna sensibilità sociale.
Noi proclamavamo - facciamo politica anche a letto con la donna;
e quanto ci piaceva ripeterlo! La città universitaria era la nostra
terra: gli altri erano ospiti che noi avevamo il compito di rieducare.
Era una sensazione che non ho mai più provato: ero padrone di me
stesso e del territorio. Anche a distanza di anni, sono entrato alla Sapienza
in automobile sprovvisto del permesso: le guardie giurate mi riconoscevano
e alzavano la sbarra.
Homo heroicus
Di fronte avevamo una società passiva dominata da gente senza
scrupoli. Con tutto quello che stava succedendo nel mondo, comera
possibile che la gente si occupasse esclusivamente dei fatti propri? Approfondimmo
il concetto di popolo, facendo la distinzione con popolazione. Gettammo
le basi di ciò che avremmo costruito dopo. Ma torniamo al nostro
essere "speciali". A ben vedere non era una convinzione contingente,
cioè originata dallimpegno politico del momento. Veniva da
più lontano. Cera qualcosa di profondo che ci impediva (anche
a chi aveva avuto esperienze marxleniniste) di accettare che le vicende
umane dipendessero da fattori meccanici, da un meccanismo ripetitivo (tesi,
antitesi, sintesi), da strumenti di produzione e dal plusvalore. Avevamo
(ce lho ancora oggi) una visione eroica del mondo. E luomo
faber, è luomo che lotta, è luomo che esercita
la propria volontà. Il primo compito è combattere. Anzi,
il primo dovere è combattere. La vittoria o la sconfitta sono eventi
che il combattente non mette in conto (il principe-guerriero Arjuna della
Bhagavad Gita). Se combatti soltanto quando ti conviene, dovè
leroismo? Il cristiano che non abiurava e si lasciava sbranare nel
circo confidava nel premio divino. Per noi lesercizio del coraggio
era un dovere verso noi stessi. Che si trattasse del sindacalista rivoluzionario
Filippo Corridoni, oppure del generale Cambronne a Waterloo ("La
guardia muore, ma non sarrende") o degli Spartiati alle Termopili,
nella galleria dei miti trovavano posto al di là delle epoche
e delle etichette gli uomini che erano rimasti in piedi anche di
fronte alla morte. Ma tu hai letto "I proscritti" di von Salomon?
E tu hai letto "Né onore, né gloria" di Larteguy?
Cercavamo disperatamente lomologazione. Brutta parola se riferita
al sistema dei consumi e, oggi, del pensiero unico. Nobile parola se significa
koinè, comunità di pensiero, appartenenza alla stessa comunità,
comune sentire. Non labbiamo mai trovata al cento per cento. Però
ci siamo andati molto vicini. La verità è che nessuno di
noi era in grado di fare una sintesi adeguata alla realtà effettuale.
Per di più ci piacevano troppo gli sconfitti. Da ragazzino giocavo
da indiano contro i cowboy. Lepopea sudista contro le armate nordiste
ci stimolava strampalate analisi che finivano immancabilmente con: se
il generale Lee avesse vinto a Gettysburg
La resistenza di Fort
Alamo ci entusiasmava, ma la bocciatura politica era unanime: i texani
difendevano lo schiavismo che il Messico aveva abolito. Limpresa
di Corradino di Svevia, decapitato a 16 anni da Carlo dAngiò,
era stata formidabile. Con la sua vittoria, probabilmente il destino del
Sud sarebbe stato diverso. La tattica del maresciallo Rommel in Africa?
Un capolavoro. Lammirazione per la volpe del deserto arrivò
alle stelle quando qualcuno di noi tirò fuori la storia che a Caporetto
era stato il giovane capitano a sfondare per primo il fronte comandato
dal generale Badoglio. Inutile dire lodio per il traditore che aveva
arrestato Mussolini. Ma a chi faceva il parallelismo con Giuda mi piaceva
rispondere con un mia fantasia. Sostenevo (e lo faccio ancora oggi quando
una cena è noiosa) che lIscariota fosse un informatore infiltrato
dal Sinedrio nella comitiva del Nazareno. Quanto al suicidio, non era
la prima volta e nemmeno sarebbe stata lultima che il potere suicida
qualcuno per chiudere un affaire. Per civetteria, aggiungo che (quando
la cena è noiosa) parlo di Shakespeare e della sua italianità.
Sapeva troppe cose dellItalia ed era troppo spiritoso per essere
un inglese. Vabbè.
Harvard v/s Yale
Guardavamo ai ragazzi americani che rifiutavano la "sporca guerra".
Londa lunga del rifiuto yankee era arrivata in Europa. La gioventù
europea era scesa in strada contro il potere. Il naturale anarchismo giovanile
salimentava delle corrispondenze provenenti dalle università
statunitensi. Chi non aveva visto almeno un film ambientato in un campus?
La vita degli universitari doltreoceano era lontana anni luce dalle
nostre parruccone università. Il loro modo di fare lezione, il
fatto che un futuro governatore facesse il cameriere, le attività
sportive, il teatro, le feste, lorgoglio di Yale che gareggiava
con quello di Harvard
era impossibile restare insensibili. Il modello
sembrava perfetto (almeno al cinema). Oggi si dice che non cerano
nobili ideali (la pace, lamore, la solidarietà) ma soltanto
la paura vigliacca di andare a combattere. Allora perché quegli
studenti non bruciano bandiere per la guerra in Iraq? Perché non
protestano contro i bombardamenti indiscriminati? Anche tenendo presente
lattività sovietica dellepoca (Mosca incoraggiava il
pacifismo come arma propagandistica anti-Usa) non ci si riesce a spiegare
il fenomeno. Fu un momento magico. In Italia era successo con la gioventù
futurista. Il Futurismo attaccò frontalmente limbalsamata
società che rifiutava il Novecento e andò al fronte, a combattere,
in un estremo tentativo di costruire la Nuova Italia. Se adesso il giovane
rifiuta qualsivoglia tipo dimpegno, se ne frega di tutto e di tutti,
non crede in alcunché e si rifugia nel cinismo presuntuoso e arrogante,
di chi è la colpa? E possibile che abbia influito il genitore
quando gli ha detto che la Befana e Babbo Natale sono invenzioni consumistiche.
E probabile che labbia deluso linsegnante (ex sessantottino)
quando ha trasmesso frustrazioni e velleitarismo; quando ha spiegato:
ragazzi, è inutile studiare, questa società è marcia,
procuratevi una bella raccomandazione sistematevi come ho fatto io. Mah.
Leducazione influisce senzaltro però non è mai
accaduto che fratelli educati allo stesso modo avessero tenuto identici
comportamenti. Quando esplose la droga, ricordo che gli esperti spiegavano
che era colpa dei genitori perché ai figli davano soltanto soldi.
I ragazzi annoiati cercavano paradisi artificiali. Poi la droga arrivò
nei quartieri bassi e i soliti esperti spiegavano che con il padre disoccupato
e la madre alcolizzata era naturale che il ragazzo cercasse pace nella
droga. Nessuno hai mai detto la verità: chi si droga è uno
stronzo. Nella stessa famiglia (ricca o povera) cè chi si
droga e chi non lo fa. E il più debole che ci casca. Così
oggi nessuno ha il coraggio di dire a un ragazzo che non fa un cazzo di
niente: è colpa tua, sei uno stronzo. Babbo Natale, il professore
con leskimo, la televisione, i partiti, il prete pedofilo e quantaltro
sono scuse. Ai miei tempi avevamo la Dc, cerano i preti omosessuali,
nella borghesia emergente il confronto si faceva a colpi di spyder, lassessore
corrotto aveva la villa sulla costiera amalfitana, la camorra comprava
giudici e poliziotti
mbé? Il vero problema per noi
era trovare un linguaggio comune e una strategia politica. Lobiettivo
era costruire un nuovo modello di società. Mo che ho passato
la sessantina sorrido al pensiero che in quattro gatti dei quali più
dei tre quarti squattrinati e senza lappoggio di una chiesa (per
i compagni cerano gli avvocati del Pci, i medici che li ricucivano
senza denunciarli, le sezioni aperte anche per i compagni che sbagliano)
andavamo allassalto del cielo. Però sono contento.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.13/ del 4/7/2008
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