Volevamo conquistare il mondo
Il "Gruppo del Teatro"
Dalla parte dei Pellerossa
L'obiettivo era la Verità
Arrivarono anche le ragazze
Una visione eroica del mondo
Usa-Urss: due facce della stessa medaglia
I celerini: un ostacolo da sorpassare!
Parola d'ordine: autogestione!
A Valle Giulia i "fascisti" fecero la differenza!
Ci accomunavano gioventù e sogni
Il "corruttore" Giovanni Papini
Il sacrificio di Jan Palach
"Camerati" o "compagni di lotta"?


Volevamo conquistare il mondo

Quarant’anni fa il Sessantotto. Le rievocazioni — interviste, articoli, inchieste, libri e convegni — ripetono schemi interpretativi che mi permetto di definire sostanzialmente estranei, oltre che fuorvianti. Ci sarà senz’altro qualche eccezione, e sarei lieto di venirne a conoscenza. Qui, mi limito a qualche annotazione, giustificato dal fatto che in quegli anni sono stato nelle prime file.
I fronti
Il ’68 fu una grande stagione di libertà. No, sfasciò le regole esistenti senza darne di nuove.
Scoppiò la protesta contro le baronie universitarie. Nient’affatto: demolì i feudi democristiani per sostituirli con potentati comunisti. Ebbe inizio la riscossa delle donne oppresse dal maschilismo. Errore: cominciò la disgregazione della famiglia e delle naturali differenze sessuali.
Finalmente i giovani decisero di essere protagonisti. No, si deresponsabilizzarono del tutto.
Fu una boccata d’ossigeno per la cultura. Altro errore: ridusse la cultura a strillo insipido.
Abbatté antiquati e ignobili tabù. Inesatto: fu la fiera delle banalizzazioni, a cominciare da quella del sesso.
Cosa fu
Volevamo un mondo migliore. Senza imbrogli. Senza ipocrisie. Senza mezze verità. La protesta era contro il sistema, tout court. Se piccole avanguardie riuscirono a portare in piazza tanta gente, fu perché la rivolta giovanile era sottopelle. Bastava poco per farla esplodere. Al giovane, per natura incendiario, appariva del tutto naturale occupare scuole e università. Anzi, molti si chiedevano come mai non l’avessero già fatto i loro fratelli maggiori. Ci sentivamo tutti più coraggiosi e forti rispetto a chi ci aveva preceduto obbedendo senza fare un fiato. L’abbigliamento casual, i capelli lunghi, i ciondoli, i braccialetti… erano i segni esteriori di una diversità avvertita nel profondo. Chi veniva da una famiglia modesta spiegava: Non voglio fare la fine di mio padre, che ha lavorato tutta una vita per niente. Chi aveva i genitori ricchi protestava perché i soldi nella vita non sono tutto. Se qualcuno potesse intervistare quelle migliaia di ragazzi e ragazze, scoprirebbe che ciascuno aveva un "suo" motivo per combattere il sistema.
Come andò
I giovani già in carriera politica (iscritti alla Fgci e dintorni) fecero da detonatore, traducendo la lotta al sistema in guerra alla Dc ed ai suoi accoliti. Al Pci andava più che bene. Per di più le manifestazioni contro gli Usa (corteo anti Nixon etc.) soddisfacevano i finanziatori di Mosca. Vecchie parole d’ordine (lotta di classe&addentellati) diventarono le matrici per slogan e scritte sui muri. Alcuni (come Claudio Petruccioli, segretario della Fgci romana) erano stati espulsi da Botteghe Oscure e così aumentò il peso dei comunisti fra i giovani. La loro occupazione sarebbe stata totale se non ci fosse stato il Movimento studentesco di Giurisprudenza. Sull’altro versante, infatti, c’erano i missini che deprecavano l’offesa all’autorità accademica e i porci comunisti con i capelli lunghi. C’era anche Pasolini che cantava inni ai poliziotti; ma è fuori dall’economia di questi appunti. Insomma, c’erano i fascisti (i missini erano tali per i comunisti) che difendevano il sistema con tutto ciò che esso rappresentava. A Dio, Patria e Famiglia aggiunsero l’Università da proteggere. E così la contestazione studentesca diventò antifascista e resistenziale. A dire la verità, qualcuno (ricordo Oreste Scalzone, ma forse ricordo male) disse, senza molto seguito, che la battaglia antifascista era una battaglia di retroguardia.
Noi, gli altri
Negli anni precedenti, durante le elezioni per le rappresentative universitarie si erano formati gruppi giudicati "eretici" dai missini. C’erano dei giovani che avevano militato con Randolfo Pacciardi, figura mitica della guerra in Spagna e antifascista doc, perché attratti dalla sua campagna per una riforma costituzionale (repubblica presidenziale etc.) resa necessaria per adeguare l’apparecchiatura istituzionale ai tempi nuovi. C’erano dei giovani goliardi che per tradizione erano antiaccademici e per natura insensibili alle chimere marxleniniste. Insomma, c’era una militanza politica non direttamente ascrivibile né al Pci, né al Msi. Ragazzi come me (ero sbarcato a Roma nel 1967) provenienti soprattutto dal Sud d’Italia si trovarono di fronte ad un modo di fare politica completamente diverso. Non c’erano le sedi dove troneggiavano ritratti di Mussolini o di Stalin. Non c’erano gerarchie impiegatizie che vivevano stancamente gli incarichi ricevuti. E, soprattutto per me, non c’era un libro (cioè una bibbia) al quale restare fedeli. Incontrai i giovani del Gruppo del teatro (le riunioni si tenevano nel teatro della Sapienza) e cominciai a frequentarli. Era un ambiente "arlecchino": dagli anarchici di destra ai cultori di Mao. Avevamo in comunque qualche libro (Viaggio al termine della notte, I proscritti, l’Europa: un impero di 400 milioni di uomini, Poemi di Fresnes, Gli uomini e le rovine, La pelle…) e la stessa predilezione per alcuni pensatori (Nietzsche in testa). Di mio aggiunsi l’amore per Gabriele d’Annunzio, Henry Miller e Knut Hamsun. Quasi tutti avevamo letto Hitler, Mussolini, Lenin, Mao, Che Guevara, Trotsky. Avevamo simpatia per le lotte di liberazione dei Palestinesi e degli Irlandesi.
Sarebbe necessaria un’analisi meglio articolata, ma credo che questi cenni siano sufficienti a inquadrare la temperie nella quale c’incontravamo e ci riconoscevamo.
Prima conclusione
Dal Gruppo del teatro nacque il Movimento studentesco di Giurisprudenza e da questo Lotta di Popolo. A Valle Giulia stavamo davanti a tutti. Al corteo contro Nixon urlavamo Palestina libera. Per noi l’imperialismo Usa e quello Urss erano due facce della stessa medaglia. Lottammo per una Università moderna e ci ritrovammo anni dopo con i baroni rossi. Volevamo la liberazione dalle superstizioni e ci ritroviamo in una società che campa di superstizioni. Aspiravamo ad un grande movimento che ridisegnasse la mappa politica italiana ed europea e oggi viviamo l’assenza della politica ed il predominio delle banche. Ma se tornassi indietro, rifarei quasi tutto. Mi sento privilegiato perché ho fatto un sogno.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.8 del 25/4/2008)


Il "Gruppo del Teatro"

Qualcuno è arrivato a dire che il terrorismo brigatista è figlio del ’68. Purtroppo gli aspiranti analisti danno libero corso all’immaginazione (male interpretando l’Imagination au pouvoir) e sognano scenari con i quali tessono il filo del ragionamento. Non sono immediatamente classificabili come dietrologi, ma hanno parecchi punti in comune con gli esegeti di "misteri". Il ’68 è stato insieme una manifestazione di massa e di élite. La storia dei movimenti (gruppi, gruppuscoli e quant’altro) che hanno fatto il ’68 è innanzitutto la storia delle persone che li hanno messi in piedi. Va guardata la biografia di ciascuno per trovare i punti comuni e tracciare le linee di interpretazione; sennò si fa salotto tv (oppure si scrivono libri senza capo né coda).
Giacché non sono un analista (ho scarse cognizioni di sociologia, di antropologia culturale e di psicologia; oltre che di mille altre materie) mi limito a raccontare quello che ho visto e sentito in un paio d’anni di Sessantotto.
Gruppo del teatro
Ho già detto che il nome ci veniva dal fatto che ci riunivamo nel teatro della Sapienza. La gran parte di noi era di cultura fascista, ma c’erano anche giovani di destra liberal-risorgimentale, cattolici tradizionalisti, tradizionalisti pagani e perfino una pattuglia di marxisti-leninisti delusi dal Pci. La maggioranza fascista era a sua volta divisa in mussoliniani, in cultori del Manifesto di Verona, in hitleriani, in strasseriani… con in comune poche certezze: per esempio, eravamo tutti antibadogliani (il verbo inglese to badogliate — tradire stupidamente — era l’argomento principe) e antiSavoia (il pusillanime Sciaboletta). Negazionisti per quanto riguarda l’Olocausto (erano campi di lavoro, non di sterminio; i prigionieri morivano per malattie e per igiene i corpi venivano bruciati; avevamo tutti letto "La menzogna di Ulisse" di Paul Rassinier e molti di noi negli anni successivi seguiranno la linea revisionista di Robert Faurisson) eravamo comunque arrivati alla conclusione che il giudeo non fosse più un pericolo visto che il mondo intero si era giudaizzato: non c’era più differenza fra l’usuraio con le mani in continuo sfregamento e il banchiere cristiano. E’ vero, comunque, che chi di noi sposò subito la causa palestinese, lo fece in odio a Israele. Ma di questo parlerò un’altra volta.
Ci vorrebbero pagine e pagine per descrivere (e forse un giorno lo farò) quei dibattiti che ci facevano accapigliare sulla seconda guerra mondiale, sul fascismo, sul nazismo e sugli "errori" di un protagonista piuttosto che di un altro. Quei pochi di scuola marxista-leninista avevano scarso successo a lanciare temi come lo sterminio dei kulaki, i processi staliniani, le purghe o, i più addottorati, le manipolazioni sovietiche della dottrina comunista. Eravamo un’accolita di giovani agitati che si pigliavano — per così dire — le misure a vicenda. Cercavamo una piattaforma comune e non la trovavamo. Nessuno era in grado di fare una sintesi accettabile. Poco alla volta, però, emersero tematiche di più "volgare" attualità. Litigando sulla battaglia di El Alamein (i paracadutisti mandati a combattere come fanteria; le molotov contro i carri britannici; Rommel: "Se il soldato tedesco ha stupito il mondo, il soldato italiano ha stupito il soldato tedesco"; l’acqua al posto della benzina spedita da Ciano…) qualcuno fece un parallelo con la battaglia di Dien Bien Phu e la tattica del generale Giap (pesantissimi cannoni trasportati a braccia sulle creste dei monti) ancora vincente in Vietnam (nel 1967 cinquecentomila soldati americani erano impantanati nella sporca guerra) e così cominciò un confronto che fu il primo tassello di una geopolitica che divenne l’elemento originale di ciò che venne in seguito. Allo stesso modo — in quel caso eravamo partiti dalle differenze/concordanze tra la leadership di Mussolini e quella di Hitler — partì il dibattito su Mao e sulla via cinese al comunismo. La lunga marcia, la rivoluzione culturale e l’indipendenza da Mosca e da Washington entrarono a pieno titolo nel nostro armamentario geopolitica. E così fu anche per Che Guevara (che all’epoca non godeva di grande fama fra i comunisti) che aveva rinunciato a fare il ministro per liberare i popoli latinoamericani dall’imperialismo Usa. Anche qui, debbo dire che il nostro antiamericanismo era "congenito": avevano bombardato le nostre città, avevano messo in una gabbia di ferro Ezra Pound, avevano impiccato uomini che avevano il solo torto di aver perso la guerra, avevano usato le bombe atomiche per battere l’imbattibile Giappone-Samurai.
Il gruppo del teatro uscì dalle tematiche politico-sentimentali e cominciò ad affrontare la realtà quotidiana. Una sufficiente sistematicità era assicurata da chi fra noi aveva già fatto politica attiva ed aveva una bella infarinatura di tecniche organizzative.
Non faccio nomi (nemmeno di quelli che sono morti) perché è ininfluente sapere se era Tizio più maoista o Caio più anticlericale. Credo che sia sufficiente sapere quali fossero, allora, le idee più diffuse nella nostra élite. E, siccome ho visto e sentito pure un po’ di cose da "compagni", parlerò anche di loro. Ma non ora. Qui m’interessa tentare la ricostruzione di un ambiente (il "nostro ambiente"; espressione che diceva tutto e niente, ma diventata ben presto corrente) per farci "entrare" chi non c’era.
Il gruppo del teatro, dunque, elaborò articolate posizioni in politica internazionale in funzione di una convinzione condivisa da tutti: l’autodeterminazione dei popoli. In economia, superammo ben presto la posizione anticapitalista onirica (qui ci aiutarono parecchio l’esperienza della socializzazione, nonché "L’etica protestante e lo spirito del capitalismo" di Max Weber e "Il capitalismo moderno" di Werner Sombart) per approdare ad una visione di un capitalismo dal volto umano grazie alla regolazione da parte dello Stato (non più "etico", ma espressione della comunità nazionale). Sull’Europa restammo divisi: a me, e a qualche altro, piaceva l’Europa dei bottegai perché diventava più facile fare l’Europa politica. Meglio una Europa di interessi economici condivisi piuttosto che una non Europa. Ma era una posizione minoritaria. Era arduo convincere i "duri e puri" che gli interessi economici europei (e delle banche europee) avrebbero facilitato un rapporto meno dipendente dallo strapotere Usa. A quei tempi, la contrapposizione Usa-Urss sembrava "eterna" e noi rifiutavamo l’obbligatorietà della scelta di campo (o con Mosca o con Washington) in nome di una terza posizione fondata soprattutto sull’irruzione della Cina (qualcuno ne era più soddisfatto perché già Mussolini aveva messo in guardia dal pericolo giallo… ma erano le ultime resistenze di un modo vecchio di porsi). In politica (e parlo dello scenario di casa nostra) non vedevamo niente di buono: il bipartitismo Dc-Pci, la presenza di un Msi - buono soltanto per eleggere presidenti della repubblica targati Dc e per operazioni di basso profilo - la vedevamo come funzionale all’anticomunismo made in Usa e basta (eravamo tranchant come soltanto i giovani possono essere). In effetti non avevamo una sponda politica e questo ci spinse ad elaborare tesi d’altro genere. Ma di questo parlerò in un altro intervento.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.9 del 9/5/2008)


Dalla parte dei Pellerossa

Il gruppo del teatro era a metà strada tra un think tank ed un gruppo in autoanalisi. Ciascuno metteva sul piatto le proprie idee, i propri convincimenti, le proprie opinioni senza autocensure. Emergevano anche tabù, superstizioni o semplicemente false informazioni: per esempio uno dei marxisti-leninisti negava che Lenin fosse stato finanziato dal Kaiser al fine di chiudere il fronte dell’Est. I confronti — spesso poco pacifici — non subivano interruzioni. C’era un via vai senza pause: era un’autentica assemblea permanente; e nessuno l’aveva stabilito. I documenti erano scritti a mano.
Uno di noi (che poi nella sua vita professionale riscuoterà grandi successi occupando posti di responsabilità nelle istituzioni) armato di una ventiquattrore con taccuini, pennarelli, evidenziatori (che, confesso, per me furono una novità) e cancelleria varia prendeva appunti, stilava ordini del giorno, mozioni e quant’altro. Data la sua passione per Mao lo chiamavamo il piccolo timoniere (a me affibbiarono il soprannome di borbonico perché contestavo la mitologia risorgimentale e lamentavo la rapina compiuta dai Savoia a danno del Sud) ed era costantemente chiamato a "testimoniare" nei casi nei quali scoppiava una polemica a proposito di un tema già trattato e già esaurito. Prendevamo le decisioni il più possibile all’unanimità e ricorrevamo al voto di maggioranza quand’era necessario per superare un’impasse.
Prima di riuscire a individuare un filo conduttore, ripeto, i dibattiti spaziavano sull’universo mondo. Molte delle questioni affrontate, però, erano soltanto apparentemente di minore valenza o addirittura frivole.
Little Bighorn
Lo scontro sugli indiani fu memorabile. Eravamo affascinati dalla cultura pellerossa. Ci piacevano i loro riti. La caccia al bisonte. Gli stregoni che richiamavano il collegamento fra la terra e il cielo. Le donne che masticavano pelli di daino per fare morbidi mocassini per i guerrieri (nota per le donne: il maschilismo non c’entra). Soprattutto, per parecchi di noi — me incluso — il nomadismo era il modo di vivere migliore in una società, la nostra, le cui uniche radici erano i quattrini e le ferie comandate. Un po’ di nomadismo ce lo sentivamo addosso mentre viaggiavamo in lungo e in largo in autostop. Gli indiani si muovevano appresso ai bisonti. Noi viaggiavamo appresso a noi stessi; facevamo una ricerca — a tratti adolescenziale, ma non ce ne accorgevamo - di un senso da dare alla vita. Arrivare di notte in posti sconosciuti, cercare un posto per dormire e qualcosa da mangiare a me dava la sensazione di essere un conquistatore di vita vera.
Al nord già c’erano i gabbiotti per farsi la foto e vi ho dormito rannicchiato sullo sgabello quando la stazione ferroviaria era chiusa o quando i poliziotti mi sfrattavano da una panchina. Che fossero un camionista o una signora annoiata oppure un commesso viaggiatore o una coppia (eccitata dall’idea di vedere da vicino un capellone) a dare il passaggio, in genere dovevano sorbirsi lunghi monologhi contro il consumismo, contro il materialismo imperante, contro uno Stato occupato da disonesti e sfruttatori. Capitava qualcos’altro con la signora annoiata, ma qui non fa conto parlarne. L’autostop ti portava ovunque: era una scommessa sulle tue capacità di sopravvivenza.
Ma torniamo agli indiani.
Ci piacevano e ci entusiasmavano. Ma le domande erano tante. Perché soltanto alla battaglia del Little Bighorn avevano battuto le giacche blu? Perché la nazione indiana non era mai riuscita a darsi un’organizzazione unitaria? I mongoli c’erano riusciti. Sì, ma grazie a Gengis Khan. La chiave era, dunque, il fuhrerprinzip. Senza un capo capace di interpretare l’orgoglio e i sogni del proprio popolo, non si combina niente di buono. E’ il carisma del capo che sostiene la gerarchia che assicura la disciplina e l’organizzazione funzionale agli obiettivi da cogliere. Ma il capo non necessariamente deve essere il discendente di qualcuno; o imposto. Il capo è espressione diretta del popolo e ne diventa naturalmente il rappresentante più alto. Com’era possibile conciliare il fuhrerprinzip con la democrazia? Chi di noi era gollista aveva la risposta. De Gaulle era stato il capo indiscusso democraticamente eletto. Quindi era possibile conciliare la "dittatura" con la democrazia rappresentativa. Gli esempi — secondo me — più forti del fuhrerprinzip erano due: il Papa e il presidente Usa. Il Pontefice di Roma gode di una doppia investitura: quella dello Spirito Santo e quella della gerarchia. In una mirabile operazione di sintesi, la Chiesa ci dice che mentre la gerarchia decide è lo Spirito Santo che lavora affinché l’eletto sia il degno successore di Cristo. Molti Papi, però, nel corso della storia ci hanno dimostrato che non sempre lo Spirito Santo ci piglia. Ma, al di là, della Fede (c’è chi ci crede e chi non ci crede, come me) sta di fatto che la Chiesa Cattolica Apostolica Romana è un modello di organizzazione in grado di resistere al tempo e di grande efficacia nel quotidiano. Un popolo di credenti, che esprime pastori, che diventano vescovi, che diventano cardinali, che diventano il Papa. Una selezione dal basso ed un vertice dall’indiscussa autorità.
Oggi, che la questione islamica è cruciale, è più evidente la capacità organizzativa cattolica. L’Islam non è riuscito a diventare chiesa: un Imam, un Ayatollah, un Mullah devono la loro autorevolezza a sé stessi. Nessuno è il capo supremo e nessuno può imporsi agli altri. La stessa dottrina si apre a diverse letture e interpretazioni (come successe per la Chiesa di Roma e qualche "setta" esiste tuttora) per cui non è esagerato semplificare dicendo che ogni moschea è un Islam.
L’altro esempio è quello Usa. Lì il fuhrerprinzip (ma è… americanizzato) funziona bene cosicché abbiamo un popolo che sceglie e un capo che per 5 anni è il Re. L’organizzazione politica statunitense parte dal rispetto per la singola persona (c’è darwinismo sociale; ma questa è un’altra storia) e per i suoi inalienabili diritti. L’Habeas Corpus è reale. In Italia ti arrestano una mattina, ti schiaffano dentro e, forse, dopo un mese un magistrato ti interroga e, forse, dopo un paio d’anni ti processano e, forse, esci di galera… se nel frattempo non ti hanno appioppato un’altra accusa. I gruppi di pressione (le lobby) che appoggiano i candidati dicono espressamente ciò che si aspettano e sborsano i quattrini necessari alla campagna elettorale. Il bipartitismo fa parte dell’eredità anglosassone (insieme con la figura del Re) e sia i democratici che i repubblicani vogliono che l’America rule, domini sul mondo (Britannia rules the waves: canta l’inno imperiale inglese). Al presidente Usa può far difetto il carisma e un’intenzione spirituale, ma il sistema funziona.
Un sistema che né i Sioux né i Navajos (conosciuti attraverso Tex Willer e poi studiati sui testi) avevano mai pensato di costruire perché la nazione indiana fosse abbastanza forte da difendersi dall’invasione del viso pallido. Tutto lì? Nell’assenza di un Gengis Khan? Di uno Shaka, sovrano dell’Impero Zulu? Nell’assenza di uno Stato? No. C’era di mezzo anche la tecnica. Gli yankee, i gringos, gli uomini bianchi, insomma, avevano fucili, mitragliatrici e cannoni. Perché i guerrieri di Cavallo Pazzo erano fermi agli archi e alle lance? Qui lo scontro tra noi si faceva più duro. E andava in profondità. Le due vie concesse all’uomo (l’ascesi mistica e l’ascesi guerriera) sono diverse ma sono di identica qualità. E’ una questione di scelta.
L’indiano (quello dell’India) muore di fame ma non uccide la vacca. Buddha insegna la realizzazione del sé; i beni materiali sono una illusione, come la stessa vita terrena. E’ per la via dell’ascesi mistica che l’uomo raggiunge il massimo della propria spiritualità. Ma può un santone dar da mangiare ad un affamato? Può un santone immaginare di costruire una ferrovia invece di andare a piedi? Fortunatamente per gli indiani, il loro Paese è stata colonia britannica. Gli inglesi costruirono le ferrovie etc. e oggi gli indiani hanno la bomba atomica e fanno satelliti. Gli altri indiani (quelli d’America) vivevano in armonia con la Natura, si scannavano reciprocamente e non avevano alcuna dimestichezza con la tecnica. Nemmeno archi e frecce avevano subito un minimo di evoluzione. Nel confronto fra un arco greco e un longbow inglese è evidente il progresso tecnologico. I pellerossa avevano il diritto di continuare a vivere a modo loro sulla loro terra? Era giusto inquinarli con la civilizzazione europea? Gli interrogativi mettevano in discussione noi stessi. Andarsene in giro in autostop senza pensare al futuro poteva funzionare tutta la vita? Passare le giornate a discutere, senza prepararsi per gli esami, confidando in una prossima rivoluzione (vista però come palingenesi piuttosto che meccanico sbocco della lotta di classe) era la scelta giusta?
La mia conclusione era che i pellerossa erano stati sterminati per colpa loro. Sperare di vivere in un’oasi e tenere il mondo chiuso fuori, nella illusione che nessuno ti verrà a disturbare, è infantile. Primitivo nel senso più deteriore del termine. Avevo letto "Il tramonto dell’Occidente" di Oswald Spengler e mi sentivo in sintonia con lo spirito faustiano. Se stavo lì era perché volevo cambiare la società, cioè fare politica. Cosa ben diversa dalla testimonianza. Il testimone può starsene in cima ad una colonna, ignorando le umane miserie. Il politico si deve occupare della gente. Spirito faustiano, ecco cosa ci voleva per fare un gruppo forte.
Un paio d’anni dopo uscirono due film: "Easy Rider" e "Soldato Blu". Il primo era un canto alla libertà d’andare, di fumare erba e di ignorare le regole della società. Il secondo dimostrava quanto fossero stati crudeli i visi pallidi e quanto fossero stati meravigliosi gli indiani. E così grandi temi diventarono chiacchiere da bar.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.10 del 23/5/2008)


L'obiettivo era la Verità

Uno dei punti di forza del gruppo del teatro era che in maggioranza eravamo fuorisede. La pattuglia più grossa era sudista: calabresi, pugliesi, campani, lucani, siciliani. C’erano un bel po’ di laziali: di Velletri, Cassino, Frosinone, Latina e non ricordo più di quale altro paese. La minoranza era romana. Tutti giovani di belle speranze e con buoni risultati scolastici ai quali le famiglie avevano affidato il loro riscatto sociale. Tranne qualcuno della borghesia medio-alta, eravamo figli di piccoli borghesi, contadini, operai, commercianti, che finalmente avrebbero avuto un dottore in famiglia. Qualcuno s’era meritato il posto alla Casa dello Studente e perciò non doveva combattere con vitto e alloggio. Qualcun altro riceveva abbastanza quattrini da casa, ma parecchi — me incluso — facevano salti mortali per integrare l’assegno domestico. Trovare una stanza era per il fuorisede la prima sfida da vincere. Giravano parecchie leggende (e qualche verità) sull’argomento. Un’accogliente vedova che curava l’ospite con particolare amorevolezza (ma guai a portarti una ragazza), una coppia di anziani senza figli che finalmente avevano un giovanotto dentro casa, una famiglia che affittava a studenti per arrotondare. L’importante era evitare gli affittacamere di professione. Per due motivi. Il primo era che si facevano pagare salato. Il secondo era che non ammettevano il benché minimo ritardo nei pagamenti. Nei primi anni dell’università, cambiai spesso "casa", facendo esperienza diretta di leggende e verità. Appena ero senza quattrini — quasi sempre — lasciavo nottetempo la stanzetta e mi cercavo un nuovo asilo. Ho abitato in tutti i quartieri di Roma. Persino ai Parioli, grazie ad un fuorisede ricco, al quale i genitori avevano preso una "vera" casa, e che mi ospitò per qualche mese durante uno dei miei obbligati traslochi.
Fuori controllo
Come "fuorisede", dunque, avevamo una libertà assoluta. Dormivi quando ti pareva, uscivi e rientravi senza dover inventare scuse. Non c’era più mammà preoccupata perché mangiavi poco e neppure il padre inquisitore: che combini? stai studiando? quando hai l’esame? stanotte dove sei stato? Il controllo domestico non c’era più. Se si aggiunge il fatto che l’università non ti obbligava — salvo eccezioni — alla presenza quotidiana in aula e che per la prima volta avevi professori che nemmeno ti conoscevano, che non avevano un registro sul quale segnare assenze e quant’altro, era un’orgia di libertà. Il naturale ribellismo che un giovane si sente sotto pelle — anche qui, salvo eccezioni — trovava libero sfogo in una esistenza completamente autogestita. Fuori controllo. Eravamo quasi tutti fuori controllo. Le esperienze precedenti avevano perso la loro cogenza. Non dico fossero diventate ininfluenti. Un’esperienza te la porti dietro tutta la vita. Se poi ne sfrutti l’utilità oppure la rendi inutile, dipende soltanto da te. Se uno viaggia come una valigia (diceva Schopenhauer) non avrà fatto un solo metro. La valigia, bardata di etichette e sigle estere, resta una valigia pure dopo aver fatto il giro del mondo. Noi ci sforzavamo di fare tesoro del nostro vissuto, di filtrarlo e di accantonare ciò che ci sembrava non dico sbagliato ma semplicemente "vecchio". La ricerca di un filo di verità che legasse le esperienze passate era talmente forte che molti di noi recuperarono perfino i rapporti conflittuali con i genitori. Di solito lo scontro genitori-figli si supera con l’età e quando il figlio diventa a sua volta genitore. Appartiene al normale avvicendamento delle generazioni. Noi ci spiegammo la incomunicabilità con un’analisi politica. Non eravamo riusciti ad imbastire un dialogo — al di là, ripeto, dello scontro fisiologico — con i nostri genitori perché essi obbedivano a regole e comportamenti che ci facevano letteralmente schifo. Il loro perbenismo, il rispetto maniacale delle ricorrenze, i riti domenicali, le visite dei parenti e ai parenti, la scelta del salotto nuovo… li sentivamo estranei. Non ci appartenevano. La vita era ben altra che la spesa al mercato. Ora, la lontananza e i continui dibattiti aiutavano anche a comprendere le ansie, i sacrifici e la mentalità dei genitori. I ritorni a casa per le occasioni canoniche (Natale, Pasqua…) diventavano momenti di dialogo pacifico. Lo sforzo era di spiegare (Tutto si può spiegare a tutti: scrivemmo qualche anno dopo nel manifesto LdP) che era possibile cambiare la società. Era, però, fondamentale un primo passo: rifiutarsi di dare per scontato ciò che accadeva. E sviluppare una coscienza critica. L’ambizione era grossa: rieducare i nostri genitori. Ci dicevamo: se non si riesce a comunicare con chi ti ha dato la vita e ancora ti mantiene, sarà impossibile comunicare con gli estranei. L’impegno, comunque, aveva un qualche successo dove i genitori erano responsabili e premurosi. In alcuni casi, il figlio-rivoluzionario soffriva di una situazione famigliare disordinata: padri che esaurivano la "missione" limitandosi a sborsare quattrini e mamme (per qualcuno matrigne) in tutt’altre faccende affaccendate. E così i più arrabbiati, quelli che volevano sfasciare tutto, erano proprio i ragazzi che letteralmente odiavano la famiglia. Nei decenni successivi, quei ragazzi (alcuni diventati padri) hanno imboccato strade professionali di successo ma non sono mai riusciti a guarire dal disordine adolescenziale.
I cannoni di Cortez
Studiavamo Platone, ci appassionava Nietzsche, sognavamo una società più giusta, che non abbandonasse i poveracci sugli scalini delle chiese. Lo studio della Storia ci aveva fatto comprendere l’importanza della forza e l’influenza dell’establishment. Senza l’appoggio della borghesia, degli artigiani e della nobiltà "minore", la rivoluzione francese sarebbe stata più difficile. Ma sarebbe stata impossibile senza i fucili della guardia nazionale. Cortez non sarebbe riuscito a sconfiggere Montezuma e a conquistare l’impero azteco se non fosse stato sostenuto dai cacicchi che non volevano pagare le tasse a Tenochtitlán (oggi direbbero "Tenochtitlán ladrona"). Ma i cacicchi appoggiarono i conquistadores perché erano dotati di cavalli, armature, cannoni e archibugi. Se Annibale avesse trovato appoggi in Italia (da senatori traditori, popolazioni scontente e quinte colonne varie) non sarebbe stato quattordici anni senza riuscire a prendere Roma. Non è stata mai fatta una rivoluzione senza l’appoggio di una parte del potere dominante. Quella della lotta di classe era una semplificazione (io dico: mistificazione) che aveva ridotto le vicende storiche a mera contrapposizione di interessi. Achille si ritira dalla battaglia perché Agamennone l’ha espropriato di due tripodi d’argento e di una bellissima schiava, ma torna a combattere per vendicare l’amico. Gli interessi materiali attengono alla natura umana, però soltanto oggi sono diventati prioritari surclassando tutti gli altri valori (lealtà, onore, coraggio…). La rivoluzione francese (la lezione di Gaxotte al riguardo è fondamentale) non fu dovuta ai "nuovi" strumenti di produzione (i mulini a vento: racconta Marx) ma è senz’altro più complicato raccontarla se ignori le volgarizzazioni. Garibaldi aveva conquistato il Sud perché dalla sua parte s’erano schierati i "poteri forti". L’impero britannico mirava alla Sicilia. La flotta inglese impedì alle batterie costiere di sparare sui due piroscafi messi a disposizione dall’armatore Rubattino (che con l’armatore siciliano Florio fondò poi la società di Navigazione generale italiana). La Massoneria garantì, fra l’altro, la fornitura di armi: il finto assalto d’Orbetello ebbe come regista Massimo D’Azeglio. Pezzi grossi dell’esercito borbonico e dell’aristocrazia contrari alla politica di Francesco II. E, da ultimo ma non ultima, la mafia. I quindicimila picciotti di Rosolino Pilo fecero dei mille un esercito. La rilettura dell’epopea risorgimentale (il revisionismo storico) non aveva come scopo la distruzione di miti e mitologie. L’obiettivo era la verità. Conoscere la verità dei fatti. Poi potevi essere "amico" o "nemico" di Garibaldi, ma il coraggio e l’ardire di quell’uomo era fuori discussione.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.11 del 6/6/2008)


Arrivarono anche le ragazze

Il gruppo del teatro s’andava allargando. L’arrivo di ragazze interessate ai nostri discorsi portò un po’ di scompiglio. La partecipazione femminile alla politica era confinata in ambienti femministi, nelle sezioni comuniste e nei gruppi extraparlamentari che s’erano originati dal Pci. Era molto diffusa la mentalità secondo la quale una donna che frequentava ambienti di uomini fosse… leggera. Non s’aggiravano donne tra flipper, biliardi e biliardini. Perfino al cinema era difficile vedere donne non accompagnate da maschietti.
Il chador al Sud
Mi rendo conto che oggi sembra assurdo, incivile, antidiluviano eccetera ecceterone, ma in quegli anni nel Sud, per esempio, le donne portavano il fazzoletto in testa. Era il "velo" ereditato un po’ dagli arabi e un po’ dalla chiesa cattolica che, per secoli, alle donne aveva riservato i matronei. Ho un’immagine nel cervello da quando ero ragazzino: nella cripta del Duomo di Amalfi è dipinta la scena di un bambino che precipita da un matroneo tra la disperazione della madre e delle altre. Se in alcuni Paesi islamici, le donne sono nascoste dal chador o dal burqa è perché in quelle società non c’è stata la lotta per le investiture. Nell’ultimo secolo del passato millennio, la laicizzazione dello Stato ha riguardato pochi Paesi islamici. In Turchia c’è stato Mustafà Kemal Ataturk, che con la modernizzazione e l’invenzione della nazione turca salvò la regione anatolica dell’Impero Ottomano sbriciolatosi all’indomani della prima guerra mondiale. In Iran, il capo cosacco Reza Pahlavi si proclamò Shah e fece della Persia una riserva di petrolio per gli europei. La rivoluzione khomeinista e, oggi, la presidenza di Ahmadinejad della Repubblica Islamica dell’Iran hanno rimesso al primo posto il Corano. A proposito di Ahmadinejad mi viene in mente che la sua campagna elettorale è stata scandita dallo slogan "E’ possibile e possiamo farlo", anticipando lo statunitense Obama e il pensionato Veltroni.
Lo Stato confinante, l’Iraq, è stato laico fin dall’inizio, da quando vinse il partito socialista (Baath) e negli anni di Saddam Hussein. L’occupazione statunitense ha ridato fiato a vari movimenti islamici che rivogliono il Corano come unica fonte della legge. La Repubblica Araba d’Egitto, grazie a Nasser, è laica nel senso occidentale del termine. Bastano questi esempi (in altra occasione proverò a fare una mappatura completa degli Stati con popolazioni a maggioranza musulmana) per mostrare come la condizione della donna sia legata alla cultura dominante. In Arabia Saudita si procede a piccoli passi: di recente alle donne è stato concesso di andare in albergo anche quando non sono accompagnate. Ora si sta lottando per la patente. Il satellite e il web accelerano processi che nei secoli passati avevano bisogno di… secoli per completarsi, ma si affaccia il pericolo che la democristianizzazione dell’Islam alla fine secolarizzerà troppo, togliendo anche ai musulmani quella spiritualità persa già dai cristiani. La persona vive davvero quando fa parte di una comunità. Il singolo, individualista-edonista, vegeta a caccia di una felicità che non troverà mai. L’insoddisfazione che marchia i tempi contemporanei ricorda la nave di Heisenberg. La bussola non punta al Nord ma sempre e soltanto alla massa di ferro del bastimento, che, perciò, non fa altro che girare in tondo, su se stessa. Guardatevi intorno: di gente che gira a vuoto ce n’è una marea.
Negli Anni Sessanta in Italia non esisteva — se non in ristretti circoli — la questione femminile, anche perché già durante il Fascismo le donne lavoravano nelle fabbriche e negli uffici, oltre che nelle campagne. Diciamo che per quanto riguarda il lavoro l’altra metà del cielo è stata impiegata (a paga ridotta e con molte esclusioni) mentre per i diritti (a cominciare dal diritto al voto che, tanto per dirne una, Gabriele d’Annunzio aveva statuito nella Carta del Carnaro e che Mussolini aveva ignorato) il contenzioso è tuttora aperto. Comunque, tranne qualche fedelissima (più all’amore che alla causa) di donne ne abbiamo visto poche tra le militanti anche negli anni a seguire. E quelle poche erano fuorisede. Vai a dire a mamma e papà che stanotte dormi nella facoltà occupata!
Palestrina
Sono dinamiche ignorate dalle odierne quattordicenni, che fanno le ore piccole in discoteca senza la paura della punizione genitoriale. Qualcuno sostiene che questa libertà estrema origina dal Sessantotto, che i più identificano con il libero sesso e il libero spinello. Un luogocomunismo radicato (e dannato). Quando occupavo il megastudio di Giovanni Leone a Giurisprudenza (dormivo su un divano fantastico) ho passato piacevoli ore con ragazze ed è anche capitato di farlo con due alla volta (fui scelto da una coppia di sorelle che mi fecero saltare perfino un paio d’assemblee). Non ero l’unico a godere di quel clima di liberazione. Un sardo (ho dimenticato di inserire la Sardegna fra le regioni originarie dei fuorisede) preoccupatissimo per un possibile arresto, perché aveva deciso di fare il magistrato, aveva una fortuna sfacciata con le donne. Una volta si accoppiò con una donna legata ad un altro dei nostri e per un pelo non scoppiò il casino. E’ vero, dunque, che era più facile fare sesso ma non generalizziamo. Intanto, va detto che a muoversi era una minoranza. I fiumi di ragazzi alle manifestazioni nascevano in forza della capacità di mobilitazione di piccoli gruppi. Mi capitò in un corteo, mentre urlavo Palestina libera, di dover rispondere ad un ragazzino che mi chiedeva: che c’entra Palestrina? All’ingresso principale della Sapienza passai una mattinata a chiedere agli studenti che entravano il nome dell’allora presidente della Repubblica (per la cronaca: Giuseppe Saragat). Il risultato confermò la tesi che sostenevo e cioè che avevamo che fare con una massa di ignoranti. Dei centomila e passa iscritti di quegli anni alla Sapienza, meno del 10% si interessava alla politica e di quella percentuale poche centinaia erano militanti full time. Ricordo a Giurisprudenza, dopo che l’assemblea (l’aula era stracolma) aveva proclamato l’occupazione, ad occupare per davvero restammo quattro gatti. Soltanto chi non c’era (o chi ci… marcia) sostiene il mito della rivolta giovanile e bla bla. Ci furono giovani che volevano cambiare il mondo e ce ne furono molti altri (la maggioranza, secondo quello che ho visto) che se ne fregavano. Né più e né meno di oggi. La rivolta studentesca fu il risultato di una serie di coincidenze. Mi fermo qui, per ora. Aggiungo soltanto che la libertà sessuale (che comunque coinvolgeva una minoranza di ragazze) veniva dagli Usa, dagli hippy, dai figli dei fiori, dai renitenti alla leva (Fate l’amore, non la guerra) e dilagò fino alla punta massima di Woodstock nel 1969. Lascio, comunque, campo libero a sociologi ed esperti vari e torno al mio raccontino.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.12 del 20/6/2008)


Una visione eroica del mondo

Si faceva notte a furia di discutere. Alla mensa universitaria le discussioni continuavano coinvolgendo anche vicini di tavolo. All’epoca c’erano i camerieri che servivano ai tavoli e si aspettava parecchio per trovare posto. Noi avevamo tavoli riservati, nel senso che il cameriere metteva sotto la caraffa dell’acqua i tagliandi dei pasti con un duplice risultato: evitavamo di fare la fila per comprarli ed avevamo il tavolo riservato. Qualche volta capitava che uno o più studenti protestassero per quel privilegio, ma finiva lì. Non ci sentivamo prepotenti ma portatori di un diritto che ci meritavamo con il nostro impegno per il bene di tutti. Avevamo cose ben più importanti da fare che metterci in fila prima per i biglietti e poi per il tavolo. Gli altri potevano aspettare. Passavano il tempo a chiacchierare di cazzate senza alcuna sensibilità sociale. Noi — proclamavamo - facciamo politica anche a letto con la donna; e quanto ci piaceva ripeterlo! La città universitaria era la nostra terra: gli altri erano ospiti che noi avevamo il compito di rieducare. Era una sensazione che non ho mai più provato: ero padrone di me stesso e del territorio. Anche a distanza di anni, sono entrato alla Sapienza in automobile sprovvisto del permesso: le guardie giurate mi riconoscevano e alzavano la sbarra.
Homo heroicus
Di fronte avevamo una società passiva dominata da gente senza scrupoli. Con tutto quello che stava succedendo nel mondo, com’era possibile che la gente si occupasse esclusivamente dei fatti propri? Approfondimmo il concetto di popolo, facendo la distinzione con popolazione. Gettammo le basi di ciò che avremmo costruito dopo. Ma torniamo al nostro essere "speciali". A ben vedere non era una convinzione contingente, cioè originata dall’impegno politico del momento. Veniva da più lontano. C’era qualcosa di profondo che ci impediva (anche a chi aveva avuto esperienze marxleniniste) di accettare che le vicende umane dipendessero da fattori meccanici, da un meccanismo ripetitivo (tesi, antitesi, sintesi), da strumenti di produzione e dal plusvalore. Avevamo (ce l’ho ancora oggi) una visione eroica del mondo. E’ l’uomo faber, è l’uomo che lotta, è l’uomo che esercita la propria volontà. Il primo compito è combattere. Anzi, il primo dovere è combattere. La vittoria o la sconfitta sono eventi che il combattente non mette in conto (il principe-guerriero Arjuna della Bhagavad Gita). Se combatti soltanto quando ti conviene, dov’è l’eroismo? Il cristiano che non abiurava e si lasciava sbranare nel circo confidava nel premio divino. Per noi l’esercizio del coraggio era un dovere verso noi stessi. Che si trattasse del sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni, oppure del generale Cambronne a Waterloo ("La guardia muore, ma non s’arrende") o degli Spartiati alle Termopili, nella galleria dei miti trovavano posto — al di là delle epoche e delle etichette — gli uomini che erano rimasti in piedi anche di fronte alla morte. Ma tu hai letto "I proscritti" di von Salomon? E tu hai letto "Né onore, né gloria" di Larteguy? Cercavamo disperatamente l’omologazione. Brutta parola se riferita al sistema dei consumi e, oggi, del pensiero unico. Nobile parola se significa koinè, comunità di pensiero, appartenenza alla stessa comunità, comune sentire. Non l’abbiamo mai trovata al cento per cento. Però ci siamo andati molto vicini. La verità è che nessuno di noi era in grado di fare una sintesi adeguata alla realtà effettuale. Per di più ci piacevano troppo gli sconfitti. Da ragazzino giocavo da indiano contro i cowboy. L’epopea sudista contro le armate nordiste ci stimolava strampalate analisi che finivano immancabilmente con: se il generale Lee avesse vinto a Gettysburg… La resistenza di Fort Alamo ci entusiasmava, ma la bocciatura politica era unanime: i texani difendevano lo schiavismo che il Messico aveva abolito. L’impresa di Corradino di Svevia, decapitato a 16 anni da Carlo d’Angiò, era stata formidabile. Con la sua vittoria, probabilmente il destino del Sud sarebbe stato diverso. La tattica del maresciallo Rommel in Africa? Un capolavoro. L’ammirazione per la volpe del deserto arrivò alle stelle quando qualcuno di noi tirò fuori la storia che a Caporetto era stato il giovane capitano a sfondare per primo il fronte comandato dal generale Badoglio. Inutile dire l’odio per il traditore che aveva arrestato Mussolini. Ma a chi faceva il parallelismo con Giuda mi piaceva rispondere con un mia fantasia. Sostenevo (e lo faccio ancora oggi quando una cena è noiosa) che l’Iscariota fosse un informatore infiltrato dal Sinedrio nella comitiva del Nazareno. Quanto al suicidio, non era la prima volta e nemmeno sarebbe stata l’ultima che il potere suicida qualcuno per chiudere un affaire. Per civetteria, aggiungo che (quando la cena è noiosa) parlo di Shakespeare e della sua italianità. Sapeva troppe cose dell’Italia ed era troppo spiritoso per essere un inglese. Vabbè.
Harvard v/s Yale
Guardavamo ai ragazzi americani che rifiutavano la "sporca guerra". L’onda lunga del rifiuto yankee era arrivata in Europa. La gioventù europea era scesa in strada contro il potere. Il naturale anarchismo giovanile s’alimentava delle corrispondenze provenenti dalle università statunitensi. Chi non aveva visto almeno un film ambientato in un campus? La vita degli universitari d’oltreoceano era lontana anni luce dalle nostre parruccone università. Il loro modo di fare lezione, il fatto che un futuro governatore facesse il cameriere, le attività sportive, il teatro, le feste, l’orgoglio di Yale che gareggiava con quello di Harvard… era impossibile restare insensibili. Il modello sembrava perfetto (almeno al cinema). Oggi si dice che non c’erano nobili ideali (la pace, l’amore, la solidarietà) ma soltanto la paura vigliacca di andare a combattere. Allora perché quegli studenti non bruciano bandiere per la guerra in Iraq? Perché non protestano contro i bombardamenti indiscriminati? Anche tenendo presente l’attività sovietica dell’epoca (Mosca incoraggiava il pacifismo come arma propagandistica anti-Usa) non ci si riesce a spiegare il fenomeno. Fu un momento magico. In Italia era successo con la gioventù futurista. Il Futurismo attaccò frontalmente l’imbalsamata società che rifiutava il Novecento e andò al fronte, a combattere, in un estremo tentativo di costruire la Nuova Italia. Se adesso il giovane rifiuta qualsivoglia tipo d’impegno, se ne frega di tutto e di tutti, non crede in alcunché e si rifugia nel cinismo presuntuoso e arrogante, di chi è la colpa? E’ possibile che abbia influito il genitore quando gli ha detto che la Befana e Babbo Natale sono invenzioni consumistiche. E’ probabile che l’abbia deluso l’insegnante (ex sessantottino) quando ha trasmesso frustrazioni e velleitarismo; quando ha spiegato: ragazzi, è inutile studiare, questa società è marcia, procuratevi una bella raccomandazione sistematevi come ho fatto io. Mah. L’educazione influisce senz’altro però non è mai accaduto che fratelli educati allo stesso modo avessero tenuto identici comportamenti. Quando esplose la droga, ricordo che gli esperti spiegavano che era colpa dei genitori perché ai figli davano soltanto soldi. I ragazzi annoiati cercavano paradisi artificiali. Poi la droga arrivò nei quartieri bassi e i soliti esperti spiegavano che con il padre disoccupato e la madre alcolizzata era naturale che il ragazzo cercasse pace nella droga. Nessuno hai mai detto la verità: chi si droga è uno stronzo. Nella stessa famiglia (ricca o povera) c’è chi si droga e chi non lo fa. E’ il più debole che ci casca. Così oggi nessuno ha il coraggio di dire a un ragazzo che non fa un cazzo di niente: è colpa tua, sei uno stronzo. Babbo Natale, il professore con l’eskimo, la televisione, i partiti, il prete pedofilo e quant’altro sono scuse. Ai miei tempi avevamo la Dc, c’erano i preti omosessuali, nella borghesia emergente il confronto si faceva a colpi di spyder, l’assessore corrotto aveva la villa sulla costiera amalfitana, la camorra comprava giudici e poliziotti… ‘mbé? Il vero problema per noi era trovare un linguaggio comune e una strategia politica. L’obiettivo era costruire un nuovo modello di società. Mo’ che ho passato la sessantina sorrido al pensiero che in quattro gatti dei quali più dei tre quarti squattrinati e senza l’appoggio di una chiesa (per i compagni c’erano gli avvocati del Pci, i medici che li ricucivano senza denunciarli, le sezioni aperte anche per i compagni che sbagliano) andavamo all’assalto del cielo. Però sono contento.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.13 del 4/7/2008)


Usa-Urss: due facce della stessa medaglia

Un paio d’anni fa sono tornato alla Sapienza. Avevo un appuntamento a Scienze politiche e siccome ero in anticipo andai a rivedermi il teatro. Rimasi un po’ lì davanti sforzandomi di riappropriarmene con la mente, ma niente da fare. Era oramai un corpo estraneo. Quella mattina capii cosa avesse voluto dirmi, anni prima, un emigrato ritornato a casa dopo quarant’anni di Germania. Stavo dalle parti di Nova Siri, piccolo centro lucano diviso in due: la parte antica in montagna e quella moderna sul mare. La gente del posto è particolare per questo. Sono allo stesso tempo montanari, e quindi chiusi e diffidenti verso gli estranei, e marini, con le aperture che hanno tutti i popoli del mare abituati per secoli al contatto con stranieri. Il vecchio mi raccontava di com’era il paese quando l’aveva lasciato e si lamentava. "Era meglio se me ne stavo a Francoforte - mi disse - nemmeno le pesche hanno il sapore che mi ricordavo". Allora, mi sembrò uno sfogo tipico della terza età. Compresi appieno cosa avesse provato quel vecchio emigrato, mentre me ne restavo imbambolato davanti all’ingresso sbarrato del "mio" teatro. Eppure, lì dentro ci eravamo accapigliati per settimane.
L’ora dei guru
Una delle questioni più ostiche da affrontare fu quella del rifiuto del consumismo. C’era un tedesco, emigrato in America poco prima che Hitler fosse eletto cancelliere, il quale girava l’Europa tenendo conferenze. Due suoi libri pubblicati in Italia erano diventati dei must, come si dice oggi: "Eros e civiltà" (nelle librerie fin dal 1955) e "L’uomo a una dimensione" (edito nel 1964). L’autore, Herbert Marcuse, era stato eletto dal pianeta mediatico guru della contestazione giovanile. Quando arrivò a Torino (il 19 giugno 1969) i quotidiani spararono titoli quali "il filosofo del grande rifiuto" e "il primo contestatore della società dei consumi", mentre sui muri comparvero scritte inneggianti alle tre emme (Mao Marx Marcuse).
Per molti di noi, invece, la bocciatura della società dei consumi era un fatto ovvio. Ed era trasversale alle lezioni che ciascuno di noi aveva metabolizzato nel corso degli anni.
La lezione gentiliana si articolava intorno all’uomo nuovo (da qui la riforma della scuola), un uomo spirituale, di fede, vocato a grandi imprese e anti-materialista per eccellenza.
La lezione nicciana, antiborghese tout court, insegnava la volontà di potenza e il superamento dell’uomo e delle miserie umane.
La lezione evoliana sugli uomini in piedi tra le rovine indicava la decadenza del mondo moderno.
La lezione marxista metteva in guardia dal feticismo della merce.
E’ uno schema, lo so, ma mi riprometto di tornare in seguito sulle nostre diverse "simpatie filosofiche". In ogni caso, le lezioni di un filosofo di seconda mano non ci servivano. Uno che vendeva libri a mazzetta e che usufruiva del meglio del capitalismo statunitense era lontano anni luce dall’idea di pensatore che, più o meno, avevamo tutti. Passi per un regista che a Hollywood fa un film "contro": più la denuncia è forte e più incassa al botteghino. Valga un esempio. Se un americano di origine giapponese, che ha avuto la famiglia detenuta a Manzanar, gira un film sulle sofferenze e le umiliazioni dei suoi cari, il prodotto ha l’headline più forte: è una storia vera. Riassumo il contesto. Nei dieci campi di internamento per nippo-americani messi in piedi durante la seconda guerra mondiale per paura delle spie del Tenno furono consumate gravi violazioni. La maggior parte degli internati aveva la cittadinanza americana, ma il terrore dei samurai infiltrati spinse Washington a sospenderne i diritti fondamentali. Le mezze misure non appartengono alla cultura yankee (vedansi le due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki) ma violare la legge suprema, la Costituzione, fu patito come un tradimento. Di conseguenza il film-verità si arricchisce di ulteriori seduzioni. L’ufficio-stampa della casa di produzione fa filtrare notizie di pressioni Fbi sul regista e di boicottaggio attuato dalle autorità federali. Nel contempo si formano comitati spontanei contro i fascisti dei servizi segreti. Il can can mediatico porta il regista nei salotti televisivi dove viene invitato a parlare anche dei ghiacciai che si sciolgono, dello sfruttamento di immigrati messicani, dei complotti anticastristi della Cia e degli astronauti scolpiti nei bassorilievi maya. In un batter d’occhio l’opinione pubblica si ritrova un altro maitre à penser.
Lo showbiz non conosce limiti: ho visto anni fa il goleador Maradona intervistato in tv sulla questione meridionale. E mi fermo qui.
Boom di fachiri
Marcuse fu un prodotto venduto bene. Il rifiuto del consumismo era elemento costitutivo e naturale della società opulenta. Non a caso "Zabriskie Point", il film-denuncia di Michelangelo Antonioni, si svolge negli Usa. Apro e chiudo una parentesi: (grandiosa la colonna sonora dei Pink Floyd), ma del film ricordo soltanto un paio di scene. Dieci anni dopo sarebbe arrivato un altro testo must: "Avere o essere?" di Erich Fromm. Contemporaneamente avrebbero spopolato fenomeni di seconda religiosità, per dirla con Spengler. Si diffusero mode vegetariane, palpiti orientali (il via l’avevano dato i Beatles), culture cosiddette alternative (omeopatia, agopuntura, yoga e meditazione Zen), in un safari collettivo sulle tracce dell’elefante bianco. L’esigenza spirituale insopprimibile nell’uomo (dovrei dire nell’uomo e nella donna, ma per me maschietti e femminucce sono due manifestazioni dell’uomo) trovava sfogo soprattutto nell’esotismo. Essendo l’Oriente magico e misterioso per definizione, l’attrazione era fatale. Il prete ce l’avevi sotto casa — e non sempre era un modello di virtù — il santone era lontano migliaia di chilometri e perciò molto più affascinante. Si diffusero storie fantastiche di fachiri che con la forza della mente violavano le leggi della natura: non mangiavano, non bevevano, dormivano sui chiodi, galleggiavano in aria, stavano giorni senza nemmeno respirare… erano irresistibili. Chi ha un po’ di dimestichezza con la Tradizione non afferma che passare attraverso i muri è impossibile perché c’è una legge fisica che stabilisce la impenetrabilità dei corpi. Non tira in ballo il luogo comune di ragione e fede che si escludono a vicenda. L’esoterismo non ha niente che fare con un mangiatore di spade. Alcuni esercizi spirituali dei domenicani — per dirne una - sono finalizzati alla levitazione, ma nessun domenicano va in giro in jet a strabiliare le folle paganti. Chi coltiva la potenza dello spirito è più facile che si incontri con un sufi, piuttosto che con un guaritore filippino. Aggiungo soltanto questo: parecchi di noi negli anni seguenti si sono convertiti. Qualcuno è tornato nel seno di Santa Romana Chiesa, qualche altro s’è fatto musulmano oppure buddista. Senza citare quelli che ancora oggi seguono riti pagani o chi s’è dato al materialismo più sfrenato rincorrendo status symbol e costose distrazioni. Questa diaspora spirituale è la più evidente dimostrazione che quando cade il discorso politico, quando si finisce di lottare, molti partono per la tangente e via.
Tornando all’anticonsumismo è evidente che in un Paese povero non se ne trovino tracce. Anzi, si verifica il contrario. Il colosso sovietico non è stato abbattuto da una guerra o da una sanguinosa controrivoluzione, ma dal supermercato. In Albania vedevano in tv com’era facile fare soldi contando i fagioli in una brocca e scappavano dal paradiso comunista verso l’inferno capitalista. Ma come fare una giusta lettura?
Da Teheran a Potsdam
Agli anticapitalisti correnti (quelli che si fanno il telefonino ultima generazione, che programmano viaggi a Machu Picchu e che sognano la velina) denunciare la furia consumistica non costa niente, tutt’altro. Fanno la bella figura di essere persone consapevoli e avvertite. Lo studente anticapitalista vive l’esaltante sensazione di essere un utopista, mentre beve la Coca-cola e mangia un hamburger guardando l’ennesimo film sulle congiure di mafia, massoneria, servizi segreti, gerarchie ecclesiastiche, Cia e politici corrotti. Quasi tutti sono infastiditi dalla pubblicità e nessuno ammette di fare un acquisto perché sollecitato dagli spot tv. E’ la società delle contraddizioni e delle ipocrisie. Puntare il dito contro la persuasione occulta (e sciropparsi trash tv in quantità industriale), accusare le sempiterne congiure capitalistiche (e sgomitare per entrare al Rotary), deprecare la donna-oggetto (e prenotare un tour sessuale a Bangkok), celebrare il cosiddetto film d’arte (per carità, la pornografia è un’altra cosa!), magnificare la cultura del popolo Guarany (aggredito a morte dal bianco rapace) e saltare di paura al ronzio di una zanzara, denunciare l’inquinamento (per gli sporchi interessi delle multinazionali) e tenere al massimo il climatizzatore…
Quando è cominciato lo tsunami "e/e", che ha spazzato via il trasparente "e/o"? Chi sono stati gli antesignani del "ma anche"? Insisto, perché i fenomeni di sincretismo (penso all’alessandrinismo del IV secolo) hanno accompagnato le crisi del pensiero gettando le basi per nuovi punti di partenza. La prassi contemporanea di mettere insieme cose diverse (lo scorretto eclettismo new age) ingenera precarietà, ambiguità e apatia. Si diffonde uno smorto scetticismo, che investe l’uomo e il suo destino, a danno della visione che proietta l’uomo, nonostante le singole temporanee esistenze, verso l’eterno. E’ corretto dire che il delta odierno è stato creato dal fiume sgorgato nel Sessantotto, perché ad egemonizzare la cultura di quegli anni è stata la parte legata a schematismi ottocenteschi costruiti sulla malvagità del capitalismo, sull’autoritarismo liberticida, sul paternalismo ipocrita e sulla borghesia rapinatrice (oltre che sulla religione oppio dei popoli e sulla dittatura del proletariato).
La nostra critica, al contrario, investiva le degenerazioni. Non contro la famiglia, ma per la famiglia fondata sulla gerarchia e sulla diversità dei ruoli. Non contro l’autorità, ma per la depurazione dell’autoritarismo. Non contro il capitalismo, ma per una politica capace di indirizzare la logica del profitto verso un’equa ripartizione sociale. Fu una battaglia culturale che conducemmo con notevole entusiasmo e che parecchi di noi hanno continuato nella vita privata. Ce la mettemmo tutta perché la contestazione costruisse (e, a volte, ricostruisse) robusti capisaldi nel segno della giustizia. Era una fatica di Sisifo combattere contro la forza… sovietica. Bruciavamo tutt’insieme la bandiera a stelle e strisce, ma poi restavamo da soli a bruciare quella dell’Urss. Ho già accennato al fatto che il pacifismo di quegli anni era in funzione antiamericana. Mosca faceva volare le colombe della pace come momento tattico della strategia definita dalla spartizione del mondo decisa tra il 1943 e il 1945 nelle conferenze di Teheran, Casablanca, Yalta e Potsdam. Posso annotare con orgoglio che uno dei meriti maggiori del gruppo del teatro è stato aver introdotto la politica estera nel dibattito quotidiano.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.14 del 12/7/2008)


I celerini: un ostacolo da sorpassare!

I movimenti cui demmo vita dopo l’esperienza… teatrale si distinsero anche per la particolare attenzione alla politica estera. Non fu, però, facile trovare una linea comune. Alcuni di noi avevano una visione complottista derivante in buona parte dalla lettura di un libro ("I Protocolli dei Savi di Sion") che aveva raccontato nel Novecento della congiura ebraica per la conquista del mondo. Nonostante ne fosse in dubbio l’autenticità (un falso della polizia zarista) le verosimiglianze riscontrate spingevano più di qualcuno ad accettare l’esistenza del complotto. La questione non era di poco conto. Avevamo sposato la causa dell’autodeterminazione dei popoli e perciò la lettura dell’occupazione della Palestina risentiva delle interpretazioni "sotterranee". Qualche anno dopo risolvemmo la questione con un documento che risaliva alla dichiarazione Balfour e che ignorava i "protocolli". Nelle nostre future analisi geopolitiche ci saremmo sempre attenuti a ciò che andava accadendo.
Pound e lo Shah
E’ ovvio che stando fuori dalle stanze dei bottoni le informazioni le assumevamo dai media (confrontando le diverse versioni), da documenti ufficiali e non ufficiali (Al Fatah, Ira etc.) nonché tramite conoscenze personali. La visione d’insieme che ne scaturiva ci consentiva di fare analisi abbastanza vicine alla realtà.
A Parigi mi feci un quadro del maggio francese frequentando il quartiere latino e facendo qualche amicizia. Un paio di amici francesi li ho poi frequentati per decenni. De Gaulle era riuscito a spaccare l’unità studenti-operai andando incontro alle richieste sindacali. La lotta operaia era esplosa per ottenere migliori condizioni di vita; quella degli studenti faticava a passare dalle università alla società tutta. A Perugia c’erano molti studenti persiani. Entrai in contatto con loro grazie ad un amico del Circolo Ezra Pound. E così appresi della fragilità dello Shah e dell’establishment che lo sorreggeva. Nel gruppo del teatro c’era un giovane (famiglia in Libano e in Palestina) che aveva sempre informazioni di prima mano. Sarebbe poi diventato un abile imprenditore. Risultò lampante un fatto: quando cerchi le notizie, le trovi. Quasi sempre. Ma devi essere tosto e devi imparare almeno l’inglese. Anche i gruppi di poteri internazionali (Bilderberg in primis e, anni dopo, la Trilateral) li collocavamo nell’ambito di un’analisi complessiva. Ciò segnava un’ennesima diversità rispetto ai movimenti che facevano capo all’ideologia marx-leninista. I loro documenti erano zeppi di congiure capitalistiche, di minacce golpiste e di complotti mondialisti. Guardandoli si comprende meglio il Sim (Stato imperialista delle multinazionali) che troveremo anni dopo nei documenti delle Brigate Rosse. La verità è che chi detiene il potere lo esercita applicando le tattiche più convenienti per centrare la strategia. L’intelligence che fa capo al potere disegna piani segreti perché è il suo mestiere, punto e basta. Stessa cosa per polizia e carabinieri: ubbidiscono agli ordini. Quando noi per andare dal punto A al punto B ci trovavamo la strada bloccata dalle forze dell’ordine affrontavamo lo scontro come inevitabile conseguenza della manifestazione politica. E’ vero che a volte (mi capitò, per esempio, a Battipaglia) i celerini erano particolarmente aggressivi e incazzati, per cui lo scontro diventava "naturalmente" un fatto personale, ma di solito si trattava di superare un ostacolo in divisa e nient’altro. Anche qui la differenza con lottacontinuanti, poteroperaisti etc. era sostanziale: per loro il poliziotto era un nemico da abbattere. Per noi, uno scoglio da sorpassare. Gli anarchici addirittura ipotizzavano una società senza polizia: la loro rabbia disordinata si mescolava con visioni paradisiache di indubbia suggestione e di altrettanto indubbia sterilità.
W il frigo
Freno il flusso dei ricordi —caotico ancora di più per l’assenza di un piano editoriale— lascio la geopolitica e torno al nostro anticonsumismo.
L’ingenuità del rifiuto proclamato dai marcusiani era talmente evidente che all’esterno — fuori cioè dal circuito della contestazione "intellettuale" - veniva bocciato proprio dalle categorie sociali (innanzitutto dalla classe operaia che, nel 1971, va in paradiso) le quali firmavano cambiali per acquistare i beni deprecati dagli epigoni dei figli dei fiori. Ad un corrispondente dell’Ap (la potente Associated press) che con l’usuale ruvida ironia di marca americana mi chiedeva perché volessimo tornare all’età delle caverne feci fatica a spiegare (non soltanto per il mio inglese contaminato dal salernitano) che non avevamo alcuna intenzione di ritornare alla caccia dei mammuth. La conversazione-intervista durò mezza mattinata. Leggendo la stampa anglosassone m’ero già reso conto del divario enorme con quella di casa nostra. L’articolo yankee racconta i fatti e li spiega con altri fatti. E’ raro trovare in una corrispondenza tesi interpretative. I nostri giornali scrivono, invece, i fatti già aggiustati in base alle impostazioni dell’editore. Su un giornale di destra, per esempio, non leggeremo mai che la polizia ha caricato pacifici dimostranti. Sul giornale di sinistra i bravi giovani che attaccano pacifici manifesti sono sempre aggrediti da squadracce fasciste. Analoghi criteri valgono — dove più, dove meno — in tutte le redazioni. M’era difficile, perciò, convincere quel cronista che le dichiarazioni formato hippy sparate dall’interno del movimento studentesco non fossero la "posizione ufficiale". Gli dissi che avere la birra fresca in frigorifero era cosa giusta e sana. Per me, per noi, il frigorifero era uno strumento e non un fine. Il consumismo non era uno dei mali del capitalismo. Per noi era la finanziarizzazione della produzione il guasto da correggere. C’erano già i segni di un’economia virtuale: lo speculatore manovrando sul mercato finanziario poteva mettere in difficoltà un’azienda sana. La stessa invenzione di bisogni nuovi (indotti, cioè) faceva parte del mercato. La politica doveva mirare alla costruzione di una società equilibrata e non all’abolizione della moneta e delle banche. Il gruppo del teatro s’impegnò parecchio sul fronte dell’economia. Il punto di partenza per tutti era l’economia mista e la partecipazione degli operai agli utili.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.15 del 12/9/2008)


Parola d'ordine: autogestione!

Il dibattito sul modello di sviluppo economico fu relativamente più tranquillo. Eravamo tutti a favore dell’intervento dello Stato. Sulle modalità c’era qualche differenza. In Jugoslavia erano in vigore dai primi anni Sessanta alcune leggi, volute da Tito, che avevano allentato la morsa statale sull’economia. All’epoca, la pianificazione era la ricetta imposta da Mosca a tutti i Paesi comunisti. Ma i piani quinquennali si ripetevano con scarsi risultati. L’Urss sarebbe addirittura arrivata al punto di dover comprare grano dal Canada e dagli Usa. Tito già nel 1956 aveva organizzato a casa propria un vertice di non allineati con Nehru e Nasser. Il non allineamento era la carta giocata da Paesi comunisti — o in forte dipendenza dal Cremino — per fare una politica autonoma. Con i dispositivi del 1961, nascevano le banche (che prima erano agenzie del governo), la moneta diventava convertibile (per entrare nel mercato occidentale con il Gatt, poi diventato Wto) e soprattutto si dava via libera all’autogesione nelle imprese. Tito era senz’altro un comunista anomalo e rischiava parecchio sfidando lo stalinismo.
Bordiga
Nel gruppo del teatro la corrente titina era minoritaria, ma agguerrita. Il ragazzo che guidava la pattuglia era uno strano miscuglio (e lo è ancora) di ragione e istinto. La sua famiglia era stata per metà fascista e per metà partigiana. Il suo bagaglio culturale era — come per tutti noi - un melting pot, ma estremista al punto da essere chiuso al dialogo. La sua ammirazione, per esempio, per i fratelli Strasser lo condannava ad un continuo scissionismo e ad uno sterile isolamento. Gli Strasser, partiti da un fondo di socialismo cristiano sociale, s’erano convinti della necessità di spostare a sinistra il partito nazionalsocialista, per una battaglia anticapitalista a tutto campo per cui mirarono ad importare i soviet in Germania. Quella strategia fu cancellata nella notte dei lunghi coltelli. Altro punto di riferimento della pattuglia titina era Amadeo Bordiga, comunista - ca va sans dire - eretico. Uomo incredibile (era stato a Fiume con i legionari, aveva fatto la scissione socialista insieme con Gramsci e fondato il partito comunista) fu poi accusato di settarismo e defenestrato da Palmiro Togliatti. Due anni prima di morire, Bordiga aveva scritto: "Propugnare in questo putrescente 1968 l’autonomia di un movimento studentesco non è che una prova ulteriore di quanto affondi nelle sabbie mobili del tradimento e della bestemmia il falso comunismo dei successori di Stalin. Nulla le classi sterili possono chiedere alla storia". Ci sono persone che fanno politica con spirito di testimonianza e Bordiga fino all’ultimo s’è vantato di essere eretico in alternativa agli "opportunisti".
Faccio uno sforzo di memoria, ma di positivo nel nostro compagno di lotta scissionista-eretico trovo soltanto l’attenzione per il mondo arabo: fu lui a sostenere — quando il colonnello libico fece il colpo di stato nel settembre del 1969 — che Gheddafi e il suo libretto verde erano una terza via praticabile in Medioriente. Allora, fummo quasi tutti d’accordo con lui. Nel periodo di occupazione della Sapienza (ne parlerò in seguito) lui fu assente e questo — lo dico con il senno di poi — fu una fortuna per il movimento. Con lui presente avremmo avuto scissioni a raffica, o comunque defatiganti ricomposizioni.
L’autogestione (che strappava le chiavi di mano al capitale; ed ai manager onnipotenti) fu nelle università la principale parola d’ordine. Ma torno al dibattito sull’economia.
C’era anche una fazione che sponsorizzava la cogestione, perché sembrava la via praticamente percorribile nell’economia capitalistica: i lavoratori partecipano alla scelta delle decisioni dell’azienda. In effetti, avremmo visto applicata quella teoria in parecchi Paesi (dalla Svezia agli Usa) sia pure con le peculiarità di ciascun Paese.
Mercato kamikaze
Io — e molti altri — ero per l’economia mista. Ancora oggi sono favorevole all’intervento dello Stato, ovviamente con opportuni aggiustamenti sia perché va tradotto per la dimensione Europa (e ne sono felice) e sia perché il capitalismo necessita di regole imposte. Il punto di partenza è lapalissiano. Il denaro è apolide, non ha patria né sentimenti: è fedele soltanto a sé stesso e tende a concentrarsi. Chi possiede il denaro lavora per fare l’asso pigliatutto. Non ha senso richiamarsi alla figura tramandataci da una retorica pubblicistica del capitalista spietato, moralmente squallido, avido e ripugnante. Che, perciò, deve soccombere alla giustizia proletaria in modo che le sue ricchezze — accumulate sul sangue di tanta povera gente — siano distribuite a tutti con equità. Gli Usa, dove il capitalismo ha avuto il massimo di libertà, hanno nel corso del tempo emanato leggi per vietare i monopoli, i cartelli e favorire la concorrenza. Il libero mercato, infatti, quand’è davvero libero cancella la concorrenza. Facciamo l’esempio di un capitalista con miniera di rame. Le sue energie sono naturalmente indirizzate verso l’acquisto di altre miniere, secondo un processo di concentrazione che ha per traguardo il controllo del prezzo del rame. Se c’è qualche giacimento di rame nel mondo sul quale poter mettere le mani, è certo che, a costo di finanziare colpi di stato e rivoluzioni, se ne aggiudica il controllo.
La fase finale del libero mercato è la morte del mercato. Uno Stato serio che fa? Impone regole. Ma con intelligenza. Altrimenti il capitale fugge oppure smette di produrre ricchezza.
L’Iri a teatro
L’esempio dell’Iri (fondato nel 1933) secondo me tagliava la testa al toro. Grazie all’Iri, infatti, l’Italia non aveva subito contraccolpi per il terremoto di Wall Street che nel 1929 aveva scatenato la grande depressione negli Usa. La versione fascista del capitalismo fu un mix tra pubblico e privato: esempio rimasto unico in Occidente. La creazione dell’Iri faceva parte di una strategia economica che rivoluzionava i canoni ottocenteschi. Per esempio fin dal 1926 alla Banca d’Italia era stata data l’esclusiva sull’emissione della moneta (prima battevano moneta anche il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia). E l’anno seguente era stata emanata la Carta del Lavoro che delineava i rapporti di produzione e non solo. Siccome era un patrimonio che mi portavo dietro da quando ero ragazzino, mi soffermo di più e faccio pure qualche citazione dei punti che mi sembrano essenziali. "L’intervento dello Stato — scriveva la Carta del Lavoro - nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente l’iniziativa privata o quando siano in giuoco interessi politici dello Stato. Tale intervento può assumere la forma del controllo, dell’incoraggiamento e della gestione diretta". Per i lavoratori (dal 1923 c’era la legge che imponeva le 8 ore di lavoro!) la Carta diceva: "L ‘azione del sindacato, l’opera conciliativa degli organi corporativi e la sentenza della magistratura del lavoro garantiscono la corrispondenza del salario alle esigenze normali di vita, alle possibilità della produzione e al rendimento del lavoro. La determinazione del salario è sottratta a qualsiasi norma generale e affidata all’accordo delle parti nei contratti collettivi". I contratti nazionali oggi sono superati dalla contrattazione di secondo livello, ma va ricordato che sono passati più di ottant’anni. Cito anche l’articolo per il collocamento: "L’ufficio di collocamento a base paritetica è sotto il controllo degli organi corporativi. I datori di lavoro hanno l’obbligo di assumere i lavoratori inscritti a detti uffici e hanno facoltà di scelta nell’ambito degli inscritti agli elenchi, dando la precedenza agli inscritti al Partito, ai Sindacati Fascisti secondo la loro anzianità di inscrizione". Al di là delle scontate considerazioni sulle restrizioni imposte alla libertà nel Ventennio, non va dimenticato che i criteri per le graduatorie sono inevitabili. Oggi per esempio una ragazza madre o un tossicodipendente hanno punti in più nelle graduatorie per la casa etc. Faccio altre due citazioni anche se mi rendo conto di scantonare nel pedante. La prima: "Lo Stato Fascista si propone: 1° il perfezionamento dell’assicurazione Infortuni ; 2° il miglioramento e l’estensione dell’assicurazione maternità ; 3° l’assicurazione delle malattie professionali e della tubercolosi come avviamento all’assicurazione generale contro tutto le malattie ; 4° il perfezionamento dell’assicurazione contro la disoccupazione involontaria ; 5° l’adozione di forme speciali assicurative dotalizie per i giovani lavoratori". La seconda: "Nessun contratto collettivo di lavoro può essere pubblicato ove non contenga norme precise sui rapporti disciplinari, sul periodo di prova, sulla misura e sul pagamento della retribuzione, sull’orario di lavoro, sul riposo settimanale e, per le imprese a lavoro continuo, un periodo annuo di riposo settimanale retribuito".
Fascisti a metà
Nel confronto delle ipotesi di scuola entravano anche i Diciotto punti di Verona, la Carta del Carnaro, la Rerum Novarum, il Fordismo, il capitalismo renano… voglio dire che ci eravamo caricati di un compito immane. Da ragazzi poco più che ventenni cercavamo la soluzione ai mali della società e a prospettarne una che non vedesse più lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la povertà causata da un sistema fondato sulla rapina, le ingiustizie funzionali al predominio di un’oligarchia (della quale i partiti erano in diversa misura dipendenti/sostenitori). Lo sforzo di chi come me partiva dalla Carta del Lavoro era immane. Come spiegare che dal Ventennio si potevano trarre indicazioni valide anche in una società antifascista? Tra l’altro, ricordo che c’erano gruppi fascisti i quali non ammettevano critiche e che rafforzavano nell’immaginario collettivo l’idea che qualcuno volesse rifare la guerra agli americani, cancellare la libertà di stampa, eliminare il diritto al voto, ripristinare le leggi razziali, comandare le folle da un balcone e perseguitare con la galera (o con sicari) gli oppositori. Ci trovavamo in mezzo. Già era una discriminante la lotta di classe: se non l’accettavi, eri fascista per definizione. Parlando con uno dei leader poteroperaisti, non mi beccai l’accusa di fascista ma quella meno infamante di "interclassista". Da sessantunenne ascolto desolato chi inneggia alla lotta di classe in un mondo entrato nel Terzo Millennio e che rifiuta le ideologie perché metodologie nate nei secoli scorsi. L’errore sta nell’identificazione dell’idea con l’ideologia. L’idea è un principio che si cerca di realizzare nella pratica. L’ideologia è lo strumento per quella realizzazione. Essendo, dunque, uno strumento risente del periodo storico, della latitudine e della longitudine, del clima e dell’etnìa…. e degli uomini. Le idee camminano sulle gambe degli uomini, diceva qualcuno che ora mi sfugge: l’idea imperiale di Federico II è diversa da quella di Kublai Khan. Tocca tornare all’idea e costruirne l’applicazione. Chi è pigro si rifà ai vecchi schemi, li spolvera un po’ e li ripropone (l’esempio della lotta di classe valga per tutti). Noi avevamo l’ambizione di inventare (anche nel senso etimologico) il modello di società più equo possibile. Faticai molto con il prototipo-Iri perché la Dc l’aveva ridotto ad un immane mostro mangiaquattrini di partecipazioni statali, per cui veniva giustamente guardata con sospetto. Uno Stato che fabbrica perfino i panettoni fa ridere pure i pasticcieri.
Per giunta, c’erano un paio di ragazzi di provenienza liberale (per contestualizzare: la sinistra liberale si identificava in Pannella) che non accettavano l’idea che lo Stato facesse l’imprenditore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.16 del 26/9/2008)


A Valle Giulia i "fascisti" fecero la differenza!

M’ero ripromesso di ignorare l’alluvione di rievocazioni e interventi che invadono stampa, radio, tv e web nel quarantennale del Sessantotto. Non volevo immergermi in un fiume tracimante che ricopre d’acqua non sempre limpida un periodo che ha subito lo stesso destino della guerra civile scoppiata in Italia nelle fasi conclusive della seconda guerra mondiale. Nella vulgata corrente si racconta che i partigiani furono soltanto i comunisti ignorando la partecipazione di cattolici, socialisti, liberali, monarchici, azionisti, repubblicani e, anche, di genuini banditi. Allo stesso modo oggi si racconta che i protagonisti in Italia della contestazione giovanile furono i compagni del Pci, di Lotta Continua, di Potere Operaio, del Movimento marxleninista, dell’Unione dei comunisti, dei trotzkisti e di tanti altri atolli dell’arcipelago rossodipinto. La verità è che il Movimento studentesco non fu tutto di Mario Capanna, nemmeno a Milano.
Valle Giulia
A dire la verità qualche correzione di rotta nel corso degli ultimi anni c’è stata. Negli scontri di Valle Giulia, per esempio, nessuno più nega la presenza fondamentale di non-compagni e, addirittura, di fascisti. Le foto di quella mattinata, infatti, mostrano quelli che stavano in prima fila e quelli che inseguivano gli uomini in divisa. A sequestrare "in nome del popolo in lotta" una jeep di questurini furono un paio di giovanotti che è corretto definire non-comunisti e esagerato chiamare fascisti. Il fatto è che quelle migliaia di giovani (più della metà studenti medi) non erano preparati alla violenza. Abituati a sciamare per le strade urlando slogan "libertari", quei ragazzi non s’erano mai trovati in situazioni che per qualche centinaio di noi erano diventate normali: fermi, arresti, perquisizioni, manganellate eccetera ecceterone. Quando le divise cominciarono a ondeggiare (le cariche facevano davvero paura) quasi tutti se la diedero a gambe. Infagottati nei cappottoni (e convinti di non trovare resistenza) caricarono senza criterio e si trovarono di fronte giovanotti (e qualche pugilatore, ma ho detto che non faccio nomi) che invece di scappare li affrontarono. Tutto qua. I compagni si limitavano a scandire: "Ci picchiano, ci sfruttano, ci mettono in galera e questa la chiamano libertà" e indulgevano nel vittimismo. Ma a Valle Giulia i non-comunisti e i fascisti fecero la differenza. Per quanto mi riguarda, l’epopea degli scontri con le forze dell’ordine la rifiuto. L’ho già detto: è naturale che il potere usi le guardie per reprimere e perciò beccarsi un po’ di mazzate faceva parte del gioco. Alla mia età le cicatrici sul cranio e qualche osso che non s’è mai rimesso del tutto a posto non mi ispirano a cantare intrepide gesta eroiche. Non nascondo che all’epoca mi sentissi Sandokan ma già allora provavo un che di fastidio quando mi chiedevano di raccontare le zuffe. Per troppa gente era più esaltante ascoltare, chessò, come avevamo liberato a Trastevere i nostri arrestati dai carabinieri che le idee e il programma del movimento. E tranquillamente m’incazzavo.
Scalfari, il minivate
Perché sospendo l’impegno preso con me stesso di non partecipare alla saga del Quarantennale? Perché Eugenio Scalfari, che si sente tuttora inappagato quale nume tutelare del quotidiano dell’Ingegnere, s’intestardisce a rivendicare il ruolo di padre nobile della repubblica italiana. Non gli basta manovrare per spingere un politico piuttosto che un altro, un partito, una riforma, una legge oppure un ordinario dispositivo amministrativo. Con l’avanzare degli anni ha cominciato a proporsi come ermeneuta della società, esegeta vaticinante, chiosatore illuminato di italici vizi e virtù. Ho sempre letto con fastidio le sue articolesse ma non ho mai ceduto alla tentazione di imbastire polemiche per due motivi: il primo è che parecchi dei nostri lavoravano per lui (oggi qualcuno è in pensione e qualcun altro ancora ci lavora) e il secondo — non meno determinante — è che l’attacco ad un "maestro di giornalismo" da parte di un oscuro cronista è sempre interpretato come tentativo di mettersi in luce, di farsi notare, di rincorrere la notorietà. Sarei potuto entrare a gamba tesa un bel po’ di volte. Nella mia non-carriera ho attraversato numerosi piccoli giornali e mi è capitato di pubblicare qualcosa di originale. Bene, dopo qualche tempo (un paio di giorni o un paio di mesi) "Ripubblica" schiaffava in pagina la stessa cosa evitando di citare la fonte. Vabbè. Supero l’imbarazzo per questa scivolata nel circolo delle primedonne, e vengo al sodo. Scalfari ha sostenuto che il vero Sessantotto accade l’anno dopo (lotte sindacali etc.). Forse l’anno gli sta antipatico perché gli ricorda un infortunio: aveva raccontato di un golpe (il cosiddetto Piano Solo del generale De Lorenzo) e per evitare la condanna (mi pare un anno e mezzo) si fece eleggere deputato dal Psi insieme con il collega Jannuzzi. Gli accadimenti personali hanno peso anche per le menti illuminate e basti questo accenno. Comunque ha ragione: il ’68 non è nato quell’anno, bensì nel Sessantasei. E qui faccio un altro strappo. Racconto, cioè, fatti che non ho vissuto in prima persona perché ero un liceale di Salerno in trasferta a Roma un paio di volte al mese per una storia d’amore (e per andare al Piper).
I deputati universitari
Negli anni mussoliniani gli universitari di ciascun ateneo si aggregavano nel Guf (Gruppo universitario fascista). Dai Guf è uscita gran parte della classe dirigente che ci ha governato dal dopoguerra a oggi. E proprio alla fine del secondo conflitto mondiale fu inventato l’Unuri (Unione nazionale universitaria rappresentativa italiana) che riprendeva gli schemi guffini ma con l’introduzione di libere e democratiche elezioni. Come nei Guf, così nell’Unuri molti politici hanno cominciato la loro carriera. Faccio un nome per tutti, anzi due: Benedetto Craxi e Giacinto Pannella. Le regole della democrazia rappresentativa portarono all’istituzione di un parlamento copia conforme di quello nazionale. Si formavano liste che si richiamavano più o meno direttamente ai partiti che sedevano in Parlamento e si radicavano rappresentanti che al pari dei "grandi" (per età) erano eletti ad ogni tornata. Ciascun parlamentino (a Roma c’era l’Orur- Organismo rappresentativo universitario romano) mandava propri "deputati" nell’Unuri. Cito le sigle dell’epoca legate ai partiti: L’Ugi (Unione goliardica italiana - Pci); Agi (Associazione goliardica italiana - Pli); Intesa universitaria (Dc); Fuan (Fronte universitario di azione nazionale - Msi).
Ad un certo momento (non so quando) i "deputati" delle diverse liste trovarono conveniente litigare di giorno e (accade anche nelle istituzioni nazionali e locali) fare accordi di notte. Forse è uno dei motivi per cui la percentuale degli elettori s’aggirava sul 10% degli aventi diritto. Gli iscritti all’università erano (come nel ’68 e a maggior ragione oggi) interessati più alla macchina, alla moto, alle feste, alla carriera che a partecipare alla vita politica. Quando qualche anno fa, Panorama (mi pare) scrisse che c’era il "riflusso al privato" perché alle elezioni universitarie aveva partecipato il 10% degli studenti, provai a spiegare che era sempre stato così. A muoversi sono sempre in pochi. La massa non partecipa. I cortei del ’68 erano affollati perché c’erano gli studenti medi che coglievano l’occasione per non andare a scuola. Per di più non sfilavano tutti: molti ne approfittavano per andarsene a spasso punto e basta. Se a Roma tutti gli studenti — medi e universitari — fossero scesi in piazza, i cortei sarebbero stati lunghi da Termini fino a Piazza del Popolo. E’ ovvio che è impossibile una partecipazione così totale. Alle elezioni la gente ha preso l’abitudine di andare alle urne in percentuali "bulgare" perché un tempo chi non votava si trovava sul certificato di buona condotta la dicitura "Non ha votato". In vaste zone del Sud e in molti paesini del Nord, la gente era convinta che c’era perfino l’arresto per chi non votava. Su questo ho sempre invitato gli "esperti" a farci mente locale per fare analisi più aderenti alla realtà.
Morte alla Sapienza
Nel 1966 c’era un governo Moro (Dc, Psi, Psdi e Pri) quando alla Sapienza si fecero le elezioni. La gestione spudorata delle urne fece incazzare gli studenti del gruppo che si richiamava a Randolfo Pacciardi e quelli del Fuan-Caravella. A Roma cioè c’erano universitari che si spiravano alla Nuova Repubblica e altri che, sia pure missini, avevano conquistato con la dicitura aggiuntiva (Caravella) autonomia piena dal partito di riferimento e dal Fuan nazionale. Questi ragazzi (con molti dei quali dal 1968 in poi ho fatto politica) cercarono di bloccare i brogli che i soliti "deputati" combinavano per conservarsi le posizioni di privilegio acquisite e continuare a gestire i soldi. C’era, infatti, di mezzo anche una questione di quattrini: l’Orur amministrava fondi per circa 60 milioni di lire. Cifra di tutto rispetto in quegli anni (e per uno squattrinato anche oggi). Scoppiarono incidenti (conosco la dinamica attraverso racconti di fonti diverse, ma non ho un racconto sicuro da fare) e volarono sganassoni. Uno studente (Paolo Rossi) salito sul muretto del rettorato cadde e morì. Fu un incidente, ma venne addossata la colpa ai fascisti. L’università venne occupata. Il rettore chiamò la polizia. Fatto straordinario, assai: negli atenei all’epoca le forze dell’ordine non ci mettevano piede senza un regolare… invito.
A metà del 1966, dunque, a Roma scoppiò l’incendio. E tutto cominciò in quelle giornate.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.17 del 10/10/2008)


Ci accomunavano gioventù e sogni

Nel Gruppo del Teatro eravamo tutti reduci, eppure il reducismo non aveva cittadinanza. Chi era stato battezzato "combattente" a Valle Giulia s’era dovuto rassegnare a raccontare le proprie imprese ad amici e conoscenti, ma lì dentro si discuteva d’altro. Il fatto è che eravamo tutti reduci da battaglie combattute fin da ragazzi. Perfino in trattoria, a San Lorenzo, tra una carbonara e un uovo al tegamino, se a qualcuno saltava il ticchio di raccontare di quella notte che mentre faceva le scritte… sbottava un coro di: davvero? eccezionale! e come hai fatto? Insomma, l’incauto veniva messo in mezzo senza pietà.
Ci comportavamo così per autodifesa. Molti avevano avuto guai perché avevano raccontato una qualche avventura ad un gruppo di persone tra le quali s’era infilata una guardia. Da sempre, sia nelle riunioni di un partito che in quelle di un gruppo extraparlamentare o di una inoffensiva associazione culturale, la vigilanza statale era assicurata da uno o più infiltrati. La vicenda del circolo XXII marzo in via del Governo Vecchio è esemplare: per la bomba di Piazza Fontana l’infiltrato poliziotto arrestò l’infiltrato carabiniere e l’infiltrato dei servizi mise le manette all’infiltrato dell’intelligence… non ricordo di quale Paese. I pochi veri anarchici che c’erano (6!) sarebbero poi stati assolti. Chi ha fatto politica fin da ragazzo sa, dunque, che la presenza dello spione è immancabile.
Per alcuni c’era un motivo aggiuntivo a rafforzare la riservatezza ed era l’impersonalità. Ci si sforzava, cioè, di mostrare freddo e lucido distacco dall’azione. Il comportamento impersonale è la via da percorrere se si vuole arrivare al centro, al superpersonale. Evola aveva sottolineato che "dove davvero esiste una grandezza di personalità là è visibile l’opera più che l’autore; l’azione, più che chi agisce…". Ci piaceva pensare di essere uomini normali come lo è una retta su un piano. La vita avrebbe messo a dura prova quella tensione spirituale umiliando qualcuno e incattivendo qualcun altro.
Reducismo kaputt
Io sono cresciuto nutrito anche dal reducismo. Da ragazzino ero un attivista della Giovane Italia, l’associazione giovanile del Movimento sociale italiano, che a Salerno aveva una stanza nella sede del partito in via Diaz. Gli anziani — tutti devoti fascisti; i missini alla Fini erano ancora in fasce — narravano ai giovani virgulti le esperienze vissute in guerra e in pace nella convinzione di allevare così una nuova generazione di fascisti. Ci raccontavano della guerra in Africa, di El Alamein e Bir el Gobi, dei fusti di benzina spediti da Ciano pieni d’acqua, di Supermarina che faceva affondare le nostre navi dagli inglesi, dell’ultima raffica di Salò, di quella-volta-che-il-Duce-m’ha-stretto-la-mano, della disperata resistenza tedesca dopo lo sbarco degli anglo-americani a Salerno… tornavo a casa la sera con la testa rimbombante di cannonate ma orgoglioso di appartenere ad un popolo di eroi. Erano serate entusiasmanti. Quei reduci parlavano di cose che non trovavi da nessuna parte. Io seppi allora delle foibe e del genocidio messo in atto dai titini. Il vissuto di quegli irriducibili fascisti era una miniera d’informazioni. C’erano purtroppo alcuni inconvenienti. Il ciclo dei ricordi ad un certo punto finiva e ricominciava daccapo. Un anno dopo ti ritrovavi a rivivere per l’ennesima volta l’attacco dei carri armati contro i paracadutisti della Folgore. Ma come facevi a interrompere? Il rispetto per le persone anziane era bagaglio educativo comune. All’epoca solamente a qualche fetentone veniva in mente di rinchiudere il vecchio genitore in una casa di riposo. I reduci, però, capivano poco della politica corrente. Si limitavano a bollare questo e quello con il marchio di traditore, ladro, opportunista, ricchione, venduto e via marchiando.
Missili all’Avana
Nel 1961, l’anno della crisi di Cuba, avevo quattordici anni e nessuna idea di come giudicare/commentare il pericoloso braccio di ferro Usa-Urss. Da una parte c’erano gli americani, quelli che ci avevano bombardato, che ci avevano invaso, che avevano portato da noi i marocchini violentatori di uomini, donne e bambini e che avevano compiuto le stragi nucleari di Hiroshima e Nagasaki. Confesso che il pensiero dei morti assassinati dalle atomiche non mi addolorava più di tanto. Era l’umiliazione subita dai samurai che mi faceva incazzare. Era una specie di empatia a posteriori: mi mettevo nei loro panni, li immaginavo mentre esercitavano il coraggio della spada e la lealtà della parola, piombavo in mezzo a loro mentre morivano con il ventre squarciato pur di non arrendersi; i volti dei kamikaze che avevo visto in documentari e fotografie erano scolpiti nella sfida impossibile. Avevano gli occhi a mandorla ma con la stessa luce che balenava negli occhi dei ragazzini tedeschi armati di panzerfaust, decisi a fermare i carri sovietici. Quella luce non c’era negli occhi dei nostri sciuscià. Il sangue dei giovani fascisti morti combattendo per la Rsi non bastava a lavare le vergogne che "La Pelle" di Malaparte aveva fotografato con nitida passione. Mi convinsi e resto convinto che i veri popoli vincono o perdono le loro guerre uniti. Il "ma anche" appartiene a chi non ha fede. La comodità di saltare sul carro del vincitore è momentanea; sul piano esistenziale è devastante. L’abile saltatore si inaridisce e si perde in un quotidiano senza sapore. Il materiale più solido della costruzione — come della ricostruzione — è il sogno. Che si innalzino cattedrali o anfiteatri non fa differenza. Alla base c’è l’orgoglio dell’uomo. La meschinità dà soddisfazioni meschine e quando in una popolazione prevalgono le pochezze dei singoli è insensato parlare di popolo. Negli anni Sessanta, però, non mi ponevo problemi così ardui. Chi aveva mantenuto la parola data era un grande da onorare; chi aveva tradito stupidamente (to badogliate è il sarcastico neologismo inglese) era da mettere al muro. Le categorie di giudizio erano le più semplificate possibili: amico/nemico, giusto/sbagliato, vero/falso. Ero tra i più scatenati maneggiatori d’ascia. Non ammettevo sfumature. Il messaggio evangelico "il tuo sì sia il sì e il tuo no sia il no" mi proteggeva anche di fronte al prete che m’invitava ad essere più tollerante. La tolleranza zero l’ho scoperta in tenera età e mi ha accompagnato per anni. E’ stata proprio l’esperienza del Sessantotto a farmi scoprire l’altra faccia della luna. E’ il dialogo la chiave giusta; non il muro contro muro. Ma puoi dialogare soltanto se sai chi sei. Il confronto fertile è tra identità chiare. La rinuncia ad un principio non facilita il dialogo. Tutt’altro. Lo mina alla base. Diventa un talk show; buono per passare il tempo, inutile per arrivare ad un incontro, dannoso per una coscienza in formazione.
Alto Adige a Salerno
Nelle belle giornate domenicali, stavamo un po’ in sede e poi scendevamo al lungomare e, tra un commento alla vista di una bella ragazza e lo sfottò a conoscenti con il vestito nuovo, parlavamo di politica corrente. E litigavamo. Il terremoto in Irpinia, il concilio vaticano o la morte di Mattei erano ciascuno un argomento di scontro. Con ridicola (oggi) serietà affrontavamo questioni enormi basandoci essenzialmente su articoli di giornali. Si finiva sempre con un accordo del tipo: chiediamo all’avvocato Gassani e vediamo a chi dà ragione. Capitava, quando la brutta giornata ci teneva nella sede fino all’ora di pranzo, di invocare il parere degli anziani riuniti nell’altra stanza. Per gli attentati in Alto Adige (quanti scioperi ho fatto in difesa dei confini italiani!) la partecipazione reducista era preziosa. L’analisi partiva da quando Mussolini aveva mobilitato le divisioni al Brennero a protezione della regione (che per i tedeschi era Sud Tirolo), attraversava per contiguità la tragedia istriana (pulizia etnica titina), arrivava all’Accordo De Gasperi-Gruber (bollato come tradimento) e si concludeva nella necessità di far sentire la voce degli italiani veri. Tutto sommato il reducismo si esaurisce nel racconto. Non fornisce strumenti politici. Il reduce sapiente — Mario Capanna, per esempio — dà una lettura del proprio passato (che anno dopo anno è diventata un’epopea a fronte della quale la Lunga Marcia di Mao diventa una passeggiatina) come se fosse la griglia giusta per interpretare il presente. Il suo manierismo ecologista, comunque, rivela i limiti di un reduce che non si rassegna. Ma sono fatti suoi. Tra l’altro è meglio lui di tanti suoi detrattori apolidi. Negli ultimi tempi m’è venuta a odio anche la rimpatriata. Non trovo più appigli. Come giustificare la penosa sceneggiata di ti ricordi quando e hai visto che fine ha fatto quello? Sembrerà un luogo comune ma davvero i migliori di noi sono morti. Alla fine della bicchierata prevale un sentimento generale di disfatta misto a rancori e rimpianti maligni. Ci accomunava gioventù e sogno. Oggi siamo impiegati della vita; mezzemaniche — anche chi ha avuto successo in società — del polveroso ufficio-Italia. Per sovrammercato, il pragmatismo s’è fatto cinico e l’analisi politica è vecchia. In breve: la rimpatriata mi fa prendere pena di me stesso. E non mi va.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.18 del 2410/2008)


Il "corruttore" Giovanni Papini

C’era un interrogativo che accomunava tutti nella protesta generale. Era una domanda egoista nel senso che non riguardava i rapporti Est-Ovest, la fame nel mondo, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la falsa democrazia eccetera ecceterone. Ci chiedevamo: ma questa università a che serve? la scuola a cosa ci prepara? Chi seguiva le tesi che a cascata derivavano (e derivano) dalla lettura marx-leninista non aveva dubbi: come lo Stato non si cambia ma si abbatte così la scuola era una struttura classista finalizzata a perpetuare la sopraffazione dei ceti dominanti. Da qui il famigerato 6 politico (il diciotto all’università), il rifiuto dell’autorità del docente e del nozionismo, l’ambizione infantile di sedere nei banchi a pari dignità con l’insegnante e la stupida pretesa di scegliere le materie di studio. Se sono arrivate le ore di danza, musica, teatro, ceramica, cinema e chi più ne ha più ne metta è in forza di quella spinta originaria. Latino e greco sono uggiosi, matematica e fisica sono noiose… vuoi mettere una bella lezione su Mickey Rourke e Kim Basinger? Le critiche mosse al Sessantotto quale forcipe che ha fatto abortire la pubblica istruzione in Italia non sono campate in aria. La parte che in nome di una uguaglianza forzata ha scardinato la scuola è quella che a tutt’oggi si vanta di aver "fatto il ‘68".
Il "corruttore" Papini
Nel gruppo del teatro c’era uno scrittore che avevamo letto un po’ tutti: Giovanni Papini. Grande giornalista e polemista corrosivo piaceva pure per com’era vissuto. Ex garibaldino, futurista, liberale, anticlericale, fascista, terziario francescano… ce n’era per tutti nella sua biografia. Uno dei testi più anticonformisti era del 1914 e si intitolava "Chiudiamo le scuole". A molti di noi piaceva assai per una incredibile sintonia. Essere un’avanguardia è un dato aristocratico e non si discute. A tirare l’Umanità fino a portarla nello spazio sono state le avanguardie, cioè minoranze che sognano l’incredibile mentre le maggioranze s’affannano sulle cose quotidiane misurando la vita con un metro ritenuto immodificabile. Noi combattevamo perché la maggioranza avesse a disposizione un altro metro. Ci sentivamo investiti di un compito straordinario. E per noi la scuola era un passaggio obbligato ma del tutto superfluo. Serviva il "pezzo di carta". Ho già sottolineato come buona parte di noi provenisse da famiglie che non avevano "dottori" da vantare. La laurea era una vetta che c’eravamo impegnati a raggiungere più per fare contenti i genitori che per noi stessi. Tranne qualcuno. Ricordo uno che da grande voleva fare il magistrato e che ad ogni scontro o uscita notturna aveva il batticuore. Se mi rovino la fedina penale mi tronco la carriera, diceva, ma non si tirava indietro. A fronte di pochi intenzionati a partecipare a pubblici concorsi oppure a fare l’architetto, l’avvocato o il docente, i più immaginavano un futuro "politico". Cosa —fra parentesi— perseguita da pochi di noi ma da tantissimi dei "compagni di lotta" di estrazione marxleninista (uso questo termine grossolano per brevità). Fermo un attimo il racconto per riportare un po’ di perle papiniane. Secondo l’amico Gilbert (grazie al quale vive internettuale.net) dovrei farlo ogni volta che cito un autore o un libro per consentire anche a chi tante cose non le sa di avere almeno un’infarinatura. Intanto, leggiamoci qualche riga di Papini.
"Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuor dalle scuole e che le scuole intristiscono gli animi invece di sollevarli e che le scoperte decisive della scienza non son nate dall’insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e magari pazzesca di uomini che spesso non erano stati a scuola o non v’insegnavano. Sappiamo ugualmente e con la stessa certezza che la scuola, essendo per sua necessità formale e tradizionalista, ha contribuito spessissimo a pietrificare il sapere e a ritardare con testardi ostruzionismi le più urgenti rivoluzioni e riforme intellettuali".
Altro che ’68, sono parole scritte da un intervista della Prima guerra mondiale! E ancora:
"Le scuole, dunque, non son altro che reclusori per minorenni istruiti per soddisfare a bisogni pratici e prettamente borghesi. Quali? Per i genitori, nei primi anni, sono il mezzo più decente per levarsi di casa i figliuoli che danno noia. Più tardi entra in ballo il pensiero dominante della ‘posizione’ e della ‘carriera’. Per i maestri c’è soprattutto la ragione di guadagnarsi pane, carne e vestiti con una professione ritenuta ‘nobile’ e che offre, in più, tre mesi di vacanza l’anno e qualche piccola beneficiata di vanità. Aggiungete poi a questo la sadica voluttà di potere annoiare, intimorire e tormentare impunemente, in capo alla vita, qualche migliaio di bambini o di giovani".
En passant, se tra i lettori c’è una mamma o un papà, mi raccomando: non fate l’errore che ho fatto io quando al mio ultimo figlio che ancora andava a scuola diedi Papini da leggere. Il risultato è stato che non ne ha più voluto sapere di andare a scaldare il banco. Chiudo la collana con questa grossa perla lasciataci da Papini:
"La scuola fa molto più male che bene ai cervelli in formazione. Insegna moltissime cose inutili, che poi bisogna disimparare per impararne molte altre da sé. Insegna moltissime cose false o discutibili e ci vuol poi una bella fatica a liberarsene - e non tutti ci arrivano. Insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo e nella stessa quantità non tenendo conto delle infinite diversità d’ingegno, di razza, di provenienza sociale, di età, di bisogni ecc. Quasi tutti gli uomini che hanno fatto qualcosa di nuovo nel mondo o non sono mai andati a scuola o ne sono scappati presto o sono stati ‘cattivi’ scolari. La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri. Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più imbecilli e immalleabili di quel che fossero al principio - e non è dir poco. Poveri aguzzini acidi, annoiati, anchilosati, vuotati, seccati, angariati, scoraggiati che muovon le loro membra ufficiali e governative soltanto quando si tratta di aver qualche lira di più tutti i mesi!".
Classico vs. Scientifico
Acclarato che la posizione papiniana valeva per un privilegiato come lui e per chi si "sentiva" ugualmente privilegiato, dovevamo trovare una piattaforma valida in grado di rivoluzionare il sistema dell’istruzione senza gettare il bambino insieme con l’acqua sporca. La domanda era (ed è): a che serve la scuola? A formare uomini per il domani? ingranaggi per la produzione? barattoli vuoti con l’etichetta "laureato"? Cominciammo con il mettere a confronto le esperienze scolastiche fatte da ciascuno di noi. Emerse subito la solita contrapposizione tra chi aveva fatto il classico e chi lo scientifico. Quand’ero al liceo l’avevo risolto con una sfida. Ad un coetaneo del terzo anno di liceo scientifico (pari al primo anno di liceo classico) che sosteneva la superiorità dell’algebra (sviluppa la logica, allarga la mente etc.) diedi una frase di greco da tradurre. Lui mi diede una funzione. E così, mentre lui combatteva con il dizionario cercando di individuare la prima parola, presi il libro, andai al capitolo delle funzioni, trovai la regola, l’applicai e vinsi la sfida, tra le risate generali. Il mio fu inganno perché l’alfabeto greco è un muro invalicabile per chi non lo conosca, ma dimostrai che a scuola i problemi di matematica sono falsi problemi: applichi la formuletta e stai a posto. Mentre al classico… là sì che si allargava la mente per poter affrontare al meglio qualsiasi professione.
Nel gruppo del teatro ripresi la questione chiedendo se ci fosse qualcuno che nel quotidiano avesse risolto un dilemma grazie ad un’equazione di secondo grado o ad un cono iscritto in un cubo. Se volevamo cambiare il mondo era anche grazie a Dante o a Feurbach oppure a Pound. Il classico — sostenevo — apre davvero il cervello e dà gli strumenti per affrontare al meglio anche materie scientifiche. Più che le formule da imparare a memoria in matematica, geometria e fisica, sarebbe stato meglio conoscere la storia, i momenti nodali, le teorie di quelle materie. All’università, gli aspiranti ingegneri e fisici nucleari avrebbero studiato sul serio quelle materie. Fu un ragionamento che dovetti riconoscere marginale rispetto al problema che avevamo dinanzi.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.19 del 7/11/2008)


Il sacrificio di Jan Palach

Il 16 gennaio del 1969 a Praga uno studente di filosofia si cosparge di benzina e si dà fuoco. Il suicidio del giovane ha l’effetto di un’atomica. Quella torcia umana nella grande piazza dominata dalla statua di San Venceslao è un atto d’accusa al quale non possono sfuggire né Mosca né i filo moscoviti sparsi in Occidente. Jan Palach mostra al mondo che il comunismo dal volto umano è impossibile. In quegli stessi giorni a Roma noi occupavamo la facoltà di Giurisprudenza della Sapienza e d’istinto - animale prima che politico - ci identificammo in quel giovane che non aveva ancora compiuto 21 anni. La resistenza del popolo cecoslovacco aveva avuto già tanti martiri ma Palach costrinse il mondo a dire da che parte stava.
Primavera di sangue
L’aiuto fraterno portato dai carri armati del Patto di Varsavia ai compagni cecoslovacchi era stato deciso dal Cremlino per riprendere il controllo di un pezzo dell’impero. Nella fortezza sulla Moscova s’avvertivano sussulti sempre più preoccupanti provenire dalla periferia. La cortina di ferro mostrava segni di cedimento e la triade che governava l’Urss e i Paesi satelliti passò al contrattacco ricalcando il percorso seguito nel 1956 per riportare l’ordine in Ungheria.
Eliminato il destalinizzatore Nikita Kruscev, il potere era passato nelle mani di un collegio composto da Leonid Breznev, segretario del Pcus, Alexei Kossighin, capo del governo, e Nikolai Podgorny, presidente della Repubblica. Per la prima volta dai tempi di Lenin non c’era più un padrone assoluto e soltanto i reazionari alla Guareschi-Don Camillo si rifiutavano di credere nel paradiso sovietico. I compagni dei partiti comunisti fratelli ammiravano i risultati ottenuti oltrecortina e sognavano di instaurare lo stesso paradiso nelle aree del mondo dominate dall’imperialismo Usa. All’inizio del 1967 il presidente Podgorny era stato ricevuto da Paolo VI. Un capo di Stato comunista in Vaticano non s’era mai visto e questo fatto straordinario aveva contribuito a diffondere l’opinione che in fin dei conti un po’ di sovietizzazione non avrebbe fatto male all’Occidente. Il pacifismo a senso unico (contro gli Usa, mai contro l’Urss) ebbe la benedizione dei preti e nel corso degli anni sarebbe sceso immancabilmente in piazza a sostegno della strategia sovietica.
"Meglio comunisti che morti" avrebbero strillato nel 1979 i pacifisti contro l’installazione degli euromissili a Comiso. Lo ricordo come fosse ieri.
All’epoca, le "aperture" sovietiche erano state un boomerang. L’idea di una maggiore autonomia dal Cremlino si andava diffondendo nei Paesi fratelli e la Cecoslovacchia assomigliava ogni giorno di più all’Algeria che, ribellandosi, aveva reso inarrestabile il processo di decolonizzazione. Così il 20 agosto del ’68 le truppe corazzate gelarono la cosiddetta "Primavera di Praga". Da notare che la Romania di Ceausescu rifiutò di partecipare alla repressione e che l’Albania decise di uscire dal Patto di Varsavia e avvicinarsi alla Cina. Il Sessantotto, però, non era il Cinquantasei e il risultato politico internazionale fu disastroso per il Partito comunista dell’Unione sovietica.
Il sacrificio di Palach
L’intervento armato aveva "normalizzato" la Cecoslovacchia nel quasi-silenzio dell’Occidente. A Washington erano impegnati nel cambio (Lyndon B. Johnson aveva lasciato il posto a Richard Nixon, presidente dal novembre ’68) e il nuovo inquilino alla Casa Bianca, che aveva cominciato la marcia segreta verso Pechino, rispettò le regole della Guerra Fredda anche dinanzi al sacrificio di Palach. Che non fu il solo. A Praga una targa ricorda anche Jan Zajíc, altro studente suicidatosi per protesta. Le cronache al riguardo sono molto scarse, e non so quante vittime contasse il gruppo di volontari fondato da Palach per essere torce della libertà.
All’epoca dei fatti, ripeto, ero nel gruppo che occupava Giurisprudenza alla Sapienza.
Stilammo un documento che creò un po’ di scompiglio tra gli studenti perché davamo un’interpretazione dei fatti del tutto nuova rispetto ai media ufficiali e che mise in imbarazzo i compagni di Lettere, di Fisica e di Scienze politiche perché la loro Grande Madre s’era rivelata essere una perfida matrigna.
Già nel titolo c’era un eretico - per i più - attacco all’eroe della primavera. Eccolo: "Solidarietà con gli studenti ed operai cecoslovacchi in lotta contro l’imperialismo sovietico e contro il suo veicolo: l’opportunismo di Dubcek".
Ed ecco il testo:
Non si cambia l’attuale sistema politico mondiale con le lacrime o col moralismo, bensì con il giusto uso della forza.
Gli studenti cecoslovacchi, non potendo rispondere direttamente alle violenze dell’imperialismo sovietico, lo hanno fatto in modo indiretto, ribaltando la violenza contro se stessi.
Il loro atto non è stato moralistico ma estremamente politico. Rifiutiamo, pertanto, le false lacrime dei piagnucoloni di ogni sorta (dal PCI al MSI): Dubcek non è che un reggicoda di Kossighin al pari degli altri leader dell’Europa orientale.
Il problema cecoslovacco si risolve unicamente in una prospettiva europea che rifiuti allo stesso tempo sia la colonizzazione americana che quella (non meno brutale) sovietica.
La liberazione e l’unificazione dell’Europa — al di fuori e contro gli imperialismi — non è e non sarà, inoltre, un fatto isolato; essa è il presupposto necessario per la liberazione di tutti gli altri popoli oppressi dagli imperialismi coalizzati.
Il compito degli studenti rivoluzionari italiani in questo momento è di demistificazione e di chiarificazione: mostrare al popolo lo stato di schiavitù politica, sociale ed economica dell’Europa e degli altri paesi; spezzare la sua falsa coscienza stratificatasi a causa d’anni d’oppressione e mostrare la strada reale per la risoluzione.

Il documento finiva con la parola d’ordine francese: ce n’est qu’un debut continuons le combat ed era firmato movimento studentesco di giurisprudenza.
Il linguaggio forse è datato, ma la crisi dei subprime statunitense, il fatto che la Cina comunista compri il debito pubblico americano e l’invasione dei prodotti cinesi confermano oggi la necessità dell’indipendenza e dell’autonomia che noi volevamo ieri per l’Europa. Le stesse avvisaglie di una riedizione della Guerra Fredda dovrebbero spingere gli europei a volere un organismo di sana e robusta costituzione.
Nella premessa all’Anticristo, Nietzsche aveva scritto: "Solo il dopodomani mi appartiene. C’è chi nasce postumo". Ho avuto modo di scoprire che era una grande verità e per questo, finita la tempesta sessantottina, smisi di fare politica. Non è possibile raccogliere consensi, trovare spazio nei dibattiti e, soprattutto, nelle polemiche (pane quotidiano della politica) se non si è in sintonia con il presente e se i progetti enunciati non appartengono all’immediato futuro. L’uomo politico non prospetta all’operaio che potrebbe diventare uno dei padroni della fabbrica; se lo facesse sarebbe scartato a vantaggio di chi promette all’operaio un salario più alto a partire dal prossimo mese.
La vicenda Alitalia di questi giorni dimostra che le forze in campo combattono ciascuna per sé e che il futuro (quando volerà una compagnia aerea europea) per ognuno è arrivare alla propria pensione. Il politico sa sfruttare gli egoismi e su questi arrampicarsi fino ai vertici. Chi nasce postumo, chi cioè vede troppo lontano è inadeguato. Quando non di ostacolo. Quarant’anni fa, comunque, ero convinto di poter cambiare il mondo. Ed ero in buona compagnia.
Una posizione terza
Che parecchi di noi sarebbero poi passati al giornalismo, oggi appare scontato vedendo che, contemporaneamente alla produzione di documenti e analisi, lanciavamo anche comunicati stampa. E su Jan Palach spedimmo questo ai media:
Gli studenti rivoluzionari romani, riuniti il 25 gennaio 1969 nell’aula Galasso della facoltà di Giurisprudenza da 9 giorni occupata dal Movimento Studentesco di Legge
Commemorano il sacrificio di Jan Palach e degli altri martiri cecoslovacchi ed ungheresi ricordando il loro rivoluzionario gesto di ribellione all’imperialismo e di aspirazione alla costruzione di un’Europa autonoma e indipendente;
Affermano che la libertà dell’individuo esiste e si afferma nella misura in cui esiste e si afferma la libertà del suo Popolo;
Condannano l’atteggiamento dei vari Dubcek, Svoboda, Cernik e Smrkowsky, che hanno rinunciato a difendere con ogni mezzo il loro Popolo e per questo non lo rappresentano più;
Dissociano la loro azione a favore della libertà cecoslovacca da quella di coloro che condannano solo l’imperialismo russo perché dipendenti da quello yankee;
Si impegnano a lottare per l’ideale europeo, contro gli imperialismi autori dell’accordo di Yalta e contro il trattato di non proliferazione nucleare che ratifica il dominio americano e russo sul nostro Continente.
Roma, 25 gennaio 1969 — dalla facoltà di Giurisprudenza occupata
"Ce n’est qu’en debut, continuons le combat"

Sulla vicenda del Tnp (il Trattato di non proliferazione nucleare) mi riprometto di tornare in seguito. Qui sottolineo la nostra posizione terza (come Europa, ma non solo) nei confronti dei due blocchi che dominavano la Terra dalla fine della Seconda guerra mondiale. A chi legge faccio presente che negli Anni Sessanta o ci si schierava dalla parte di Washington oppure dalla parte di Mosca. Politici e politologi ritenevano che la divisione del mondo fosse un dato immutabile. La Germania era spaccata a metà. Berlino era un condominio. Già parlare della riunificazione tedesca (che pure era l’obiettivo della Carta costituzionale della Repubblica federale) strappava sorrisetti di commiserazione perfino a lupi di lungo corso come Giulio Andreotti. La nostra visione di un’Europa unita forte e indipendente era giudicata, appunto, una visione. Ancora oggi ci sono persone che rifiutano l’Ue (perché fatta dai bottegai) e gioiscono quando gli olandesi, per esempio, bocciano la Carta costituzionale europea. E’ miopia politica alla quale però si contrappone una presbiopia faticosa da sostenere. Stando, però, agli accadimenti di questi giorni che mettono in discussione il modello attuale di globalizzazione e che trovano l’Ue sufficientemente robusta, il sogno degli Stati uniti d’Europa prende corpo quasi da sé. Voglio dire che i processi storici obbediscono a leggi eterne e che una di queste leggi è proprio il caso, il fatto eccezionale, l’imprevisto. Nessuno prevedeva la caduta del Muro così come fino a ieri nessuno prevedeva che Washington avrebbe posto dei limiti alla speculazione finanziaria. Per chiudere la parentesi rimarco il fatto che la scienza ha scoperto di non essere… scientifica e perciò la fede incrollabile negli scienziati (a Parigi avevano messo sugli altari la dea Ragione) si è parecchio indebolita. Il mondo contemporaneo costruito sulle certezze materiali è minacciato alle fondamenta. Qualcuno (Benedetto XVI) invita al ritorno ad una lettura religiosa della vita e può darsi che avremo un periodo di risveglio fideistico. Al momento c’è confusione accompagnata dalla paura.
I compagni: popolo eletto
Ricordo parecchi scontri verbali con i compagni che occupavano le altre facoltà. Il bagaglio marxleninista e le doppie verità del Pci costituivano un armamentario vincente nelle dispute. Quanto sono bravi i compagni a fare sottili distinguo e a difendere l’indifendibile, ho avuto modo di verificarlo quasi quotidianamente. In questi giorni Adriano Sofri ha provocato un terremoto mediatico arzigogolando sulla natura non terroristica dell’uccisione del commissario Calabresi. Il can-can gli farà vendere un fottìo di copie del suo ultimo libro e già questo per Sofri è un ricco risultato. Conosco quel tipo umano e non dico che scopo della provocazione fosse unicamente vendere un best seller. Sofri è l’ipotiposi dell’arroganza comunista. Si sente ontologicamente diverso e ha la coscienza di essere privilegiato. E il privilegio lo pretende perché gli è dovuto. Quando Sofri fu arrestato, i carabinieri non irruppero a casa sua prima dell’alba come sono soliti fare. Ci andarono verso le nove. Gli fecero fare colazione. Poi gli chiesero in quale carcere desiderasse essere accompagnato. Sofri è un detenuto che non ha bisogno di chiedere la grazia. Fa quello che gli pare. E scrive dove gli pare. E’ il compagno che appartiene al popolo eletto. Che ha sempre ragione. Soprattutto quando ha torto. E sulla repressione in Cecoslovacchia avevano torto marcio a sostenere che i carri armati difendevano le conquiste del socialismo dalle congiure fascio capitalistiche. Per loro i missili sovietici erano buoni e quelli americani erano cattivi. Avevi voglia a spiegare che il missile cattivo è quello che non funziona. Niente da fare. Ricordo che uno dei loro cavalli di battaglia era la data di nascita del Patto di Varsavia. Viene dopo — dicevano — la costituzione della Nato perché era necessario uno strumento di difesa dall’aggressione americana. La loro convinzione di stare dalla parte della ragione coincideva con la collocazione resistenziale antifascista del sistema politico e della cultura egemone. Loro erano in sintonìa con il sistema e perciò il Sessantotto è stato colorato tutto di rosso. Quelli come noi davano solo che fastidio e nella pubblicistica dominante siamo stati cancellati. In quei giorni, comunque, facemmo un colpo magistrale dal punto di vista propagandistico.
Cabaret alla Sapienza
La tragedia di Praga aveva acuito le "incomprensioni" all’interno dei vari gruppi comunisti (uso l’aggettivo per comodità, ma è semplificativo) e qualcuno venne a parlare con noi per capire chi fossimo. Non dimentichiamo che Giurisprudenza era per definizione una facoltà nera (da quelle finestre era stata scaraventata l’anno prima la panca che aveva ferito Scalzone). Il dato che creava più scompiglio era l’impossibilità ad etichettarci. E l’etichetta per i compagni è fondamentale. Se Ikea, per esempio, si guadagna l’etichetta di sinistra, vanno tutti a comprare là. Se è bollata con l’etichetta di destra, il tam tam compagno ne fa un luogo off limits. L’etichetta per loro è essenziale perché sanno che le masse non comprendono le cose complicate. O è rosso o è nero. O è fascista o è antifascista. O è pacifista o è guerrafondaio. Addirittura sono arrivati a definire il bagno in vasca di destra e la doccia di sinistra. Manichei? Talebani? Ne riparleremo. Intanto torno a quello che combinammo perché Jan Palach entrasse nei cuori e nelle menti anche dei più distratti (e dei tantissimi che di politica non si interessavano).
Organizzammo uno spettacolo. Un cabaret con musiche e poesia.
Ricopio qui il volantino d’allora:
DALLA FACOLTA’ DI GIURISPRUDENZA OCCUPATA
AGLI UNIVERSITARI ROMANI
Oggi, alle ore 12, gli studenti di Giurisprudenza nell’aula I ricorderanno il sacrificio di JAN PALACH
La tragica morte di Jan Palach, immolatosi per la libertà e l’indipendenza nazionale del proprio popolo, deve indicare alla Gioventù Europea, come tema di riflessione e di lotta, il problema della libertà e dell’indipendenza dei popoli europei dagli imperialismi che, ad Est come ad Ovest, in forme diverse, ripropongono la tragica realtà di un continente imbrigliato in situazioni semi-coloniali.
Noi respingiamo il tentativo della classe politica italiana di riportare all’interno del mondo giovanile dei temi e delle divisioni che abbiamo IRREVOCABILMENTE superate.
I recenti incidenti di Napoli e Messina, avvenuti su sollecitazioni sciacallescamente strumentalizzatrici dei partiti, fanno il gioco del sistema nella misura in cui distraggono i giovani dai temi che, realmente, coinvolgono il futuro della società italiana ed europea.
Riteniamo invece che il monito di Palach debba essere raccolto unitariamente dalla gioventù italiana e che debba impegnarla a porsi al fianco di tutti coloro che, dall’America latina al Vietnam ed all’Europa, si battono per la libertà e l’indipdendenza.
In questo spirito, oggi, 30 gennaio, alle ore 12, nella Facoltà occupata, gli studenti di Giurisprudenza ricorderanno il sacrificio di Jan Palach.
Interverranno alla manifestazione:
il cantante-chitarrista Leo Valeriano
gli attori Gianfranco Funari e Sandro Jovino

Fu un successo. L’aula era strapiena. Quando Valeriano cantò Budapest la reazione fu straordinaria. Da quel giorno fu più improbabile incontrare per i viali qualcuno che non conoscesse Jan Palach.
Anni dopo. Parecchi anni dopo, un amico mi disse che Funari stava organizzando una trasmissione sul ’68. Gli scrissi per ricordargli della sua esperienza con noi sollecitandolo a parlarne in tv. Fui un ingenuo a pensare di avere un riscontro? Non sapevo che i personaggi dello showbiz ricevono quotidianamente messaggi a pacchi e che in genere sono graziose signorine a smistarli? Non avrei potuto telefonargli direttamente? Insomma, avrei potuto avere udienza se non mi fossi confuso tra i fan. Il fatto è che avevo preso un impegno con me stesso: se Funari avesse risposto al messaggio e m’avesse chiesto un intervento non avrei detto no come già m’era capitato di rispondere in altre occasioni. Sono tuttora convinto che il protagonismo sia una brutta malattia che, una volta presa, non se ne va più. "Se per caso capita, ci vado", mi dissi; ma più di questo non potevo chiedere a me stesso. Arrivato a sessant’anni sono qui a raccontare e a raccontarmi come una Molly Flanders. La vita è davvero strana.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.20 del 21/11/2008)


"Camerati" o "compagni di lotta"?

La protesta studentesca di questi giorni ha fatto riemergere una vecchia questione che riassumo così: contestare è prerogativa delle sinistre? Vige una riedizione dell’arco costituzionale che dà legittimità alla protesta di alcuni e la nega a quella di altri?
Ai giovani che non sanno ed ai vecchi che non ricordano, dedico qualche rigo per spiegare l’espressione "arco costituzionale". Dico subito che l’autore della formula non me lo ricordo, ma sta di fatto che divenne uno dei capisaldi della politica democristiana a partire dalla segreteria di Aldo Moro nel 1959. Tutti i partiti antifascisti (Dc, Pci, Psi, Psdi, Pli e Pri) erano nell’arco. I missini e i monarchici erano fuori. Per i comunisti (e per i partiti di sinistra, in genere) valeva la spartizione del mondo frutto degli accordi Usa-Urss. Comunemente si cita la Conferenza di Yalta del 1944, ma le sfere d’influenza statunitensi e sovietiche furono il risultato di un processo cominciato l’anno precedente a Casablanca e concluso a Postdam. Comunque, gli accordi prevedevano che i comunisti non potessero prendere il potere nell’Occidente pilotato dagli Usa. In Italia la democrazia era bloccata su due versanti: a sinistra e a destra. Ma la Dc non poteva governare da sola e perciò era inevitabile l’infortunio di governi appoggiati dalle destre. Era capitato nel 1953 con il governo Pella (4 mesi) e nel 1960 con il governo Tambroni (4 mesi). Tra i due infortuni, però, c’era stata l’Ungheria. Nel 1956 gli ungheresi avevano provato a scrollarsi di dosso il padrone sovietico, ma erano stati massacrati. Il socialisti italiani reagirono a quella repressione rompendo l’alleanza con i comunisti, che invece avevano applaudito il "ristabilimento dell’ordine a Budapest". Per la Dc si presentò l’occasione di "aprire a sinistra" coinvolgendo nel governo il Psi.
I voti del Msi
Quando Fernando Tambroni, spinto dall’allora presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, formò il governo con l’appoggio del Msi, successe il finimondo. I comunisti scatenarono la piazza e la polizia sparò facendo morti e feriti. La costituzionale reazione antifascista fu anche aiutata da altri fatti. Uno fu la decisione del Msi di fare un congresso addirittura a Genova e, cosa peggiore, di non riuscire a resistere agli assalti dei camalli (gli scaricatori di porto). Un altro episodio (che soltanto gli ingenui potrebbero giudicare marginale) fu l’annunciata censura sul film di Federico Fellini "La dolce vita". Fioccarono le proteste dell’intellighenzia: il mondo della cultura, rigorosamente di sinistra, si ribellò e si schierò compatto a difesa della libertà di espressione. Tambroni mollò Palazzo Chigi e si ritirò a vita privata. Al suo posto arrivò Amintore Fanfani: la politica morotea aveva vinto. L’Italia dovrà arrivare agli Anni Ottanta e ai quattro anni di governo Craxi per vedere lo sdoganamento del Msi e l’avvio di una democrazia libera da veti. Un processo che poi si è completato con l’accesso dei comunisti al governo.
L’arco costituzionale abbattuto ufficialmente è però rimasto un caposaldo delle sinistre in quanto coincidente con l’antifascismo, che i compagni hanno sempre usato come una clava contro gli avversari. Il dibattito culturale che si è aperto sulla Guerra civile 1943-’45 e sulla caccia al fascista durata anche negli anni seguenti (da qui lo slogan dei compagni d’oggi: uccidere un fascista non è reato) è maledetto dalle sinistre perché oscura quella mitologia resistenziale (costruita in parte sui fatti) che consente, come dicevo prima, di dare patenti di legittimità a chi fa politica.
Ecco perché ho parlato della riedizione dell’arco costituzionale per la contestazione studentesca di questi giorni. I compagni vogliono gestire la lotta perché la piazza deve essere roba loro. Ma c’è dell’altro. Il fronte ex-post-neocomunista è frantumato. Le numerose componenti non sono d’accordo quasi su tutto. Il tentativo del Pd di Walter Veltroni di resettare un mondo per riaprire il portone di Palazzo Chigi è continuamente ostacolato. E l’antiberlusconismo si è rivelato un boomerang. Resta soltanto l’antifascismo come patrimonio comune. E’ una sorta di linea del Piave da non abbandonare a tutti i costi. Se cede pure quella, addio sogni di rivincita.
Gli studenti debbono essere tutti antifascisti. Per gli altri c’è il ghetto.
Alla Sapienza
Nel 1969 all’università di Roma, nel movimento studentesco c’era di tutto. Sopravvivevano anche le tematiche comunismo-anticomunismo e fascismo-antifascismo ma i più accorti le giudicavano battaglie di retroguardia. Non è che i compagni, come ho già raccontato, fossero concordi nel condannare, per esempio, la repressione sovietica della Primavera di Praga. Oppure che giudicassero alla stessa stregua l’imperialismo Usa e quello Urss. Però con molti ci si poteva parlare. Gli occupanti di Giurisprudenza (certamente non marxisti-leninisti) erano tutt’al più giudicati anomali. Il dialogo fu costante. Quando al Viminale arrivò il suggerimento di sgomberare l’università, furono alcuni compagni di Fisica ad avvertirci. Loro avevano conservato utili legami con il Pci e dintorni, perciò erano stati preavvertiti dell’operazione di polizia. Noi eravamo un po’ i parenti poveri. Se qualcuno di noi si faceva male andava o in un ospedale pubblico (con il rischio di essere denunciati se non si era capaci di raccontare una storiella credibile) oppure da qualche medico amico. Loro avevano cliniche private a disposizione. Se qualcuno di noi aveva bisogno di un avvocato, si invocava l’aiuto della famiglia (se ne aveva i mezzi) sennò s’organizzava una colletta. Loro disponevano di numerosi studi legali. Insomma, i compagni avevano, per così dire, le spalle coperte. Ma, a dirla tutta, eravamo talmente gasati che non ce ne fregava assolutamente unca.
Le guardie giurate
I rapporti con i compagni miglioravano di giorno in giorno perché noi non avevamo come loro una bibbia da rispettare. A distanza di anni, se confrontiamo i nostri documenti (volantini, giornali, manifesti) con i loro, appare lampante che la nostra era una ricerca, mentre il loro era un affannoso restyling di meccanismi (lotta di classe, dittatura del proletariato etc.) ai quali non potevano rinunciare pena la perdita dell’identità. Mi viene in mente il caso delle guardie giurate pagate dall’università per la vigilanza diurna e notturna. Il loro ufficio era proprio all’ingresso principale sul piazzale che oggi è dedicato a Moro e che allora era dedicato alle Scienze. Con la città universitaria occupata, i compagni non li volevano più vedere e perciò avevano intimato lo sfratto. Una mattina che rientravo da una notte passata altrove, c’era un capannello piuttosto agitato all’ingresso. I vigilanti protestavano e i compagni minacciavano. In disparte ce n’era un paio tra i più anziani che seguivano l’andamento delle trattative. Mi avvicinai e chiesi perché facessero tanta resistenza. "Se ce ne andiamo — mi spiegarono — la nostra busta paga si riduce all’osso". Mi fecero l’elenco delle voci che sarebbero state cancellate e uno mi dimostrò che avrebbe pure perso il posto. Non ricordo i particolari ma mi convinsi subito che avevano un milione di ragioni e bisognava trovare un compromesso accettabile per tutti. Nel capannello c’era pure Franco Piperno, lo chiamai e gli spiegai la cosa. Bla bla bla, alla fine ci accordammo. Le guardie sarebbero rimaste, ma a due condizioni: avrebbero lasciato le pistole a casa e non avrebbero più girovagato per l’università. "Statevene tranquilli dentro — gli dissi — a giocare a carte o a fare cruciverba e andrà tutto bene". Quell’accordo mi è tornato comodo anche negli anni seguenti: pur non avendo i necessari permessi, mi alzavano la sbarra ed io entravo con la mia poderosa 500 tra sorrisi e saluti.
Compagni di lotta
Per me quei vigilanti erano lavoratori. Per i compagni erano guardie armate del sistema repressivo. Fortunatamente c’era gente come Piperno che a volte si toglieva i paraocchi. Fu con lui, per esempio, che arrivammo ad un altro accordo. Gli spiegai che non poteva chiamarmi "compagno" tout court. Noi eravamo "compagni di lotta", eravamo cioè accomunati dalla battaglia di quel momento e non da una ideologia condivisa. Detta così sembra facile, ma non lo fu. E qualcosa di analogo era capitato anche al nostro interno. Stavamo marciando per una società nuova, più giusta e più pulita, e rifiutavamo di restare inchiodati a terminologie passatiste. Eppure avevamo dovuto affrontare fin dall’inizio una questione terminologica di grande rilevanza. Molti di noi avevano usato per anni l’appellativo "camerata" e non ci volevano rinunciare.
Per me era ovvio che chiamarsi a vicenda camerati tirava una linea di demarcazione dannosa oltre che ingiustificata. Chi erano i camerati? Quelli del Msi. E molti di noi non provenivano da quel partito. E prima ancora chi erano stati i camerati? I fascisti di Mussolini. E potevamo noi pensare di costruire un mondo nuovo scimmiottando i camerati degli Anni Trenta? I princìpi si manifestano con forme diverse e in rapporto ai tempi. Oggi i preti non bruciano più gli eretici in piazza eppure non hanno cambiato religione. Tra l’altro mi infastidiva (e m’infastidisce tutt’oggi) chi ha bisogno di segni esteriori per affermare la propria identità. Non è mettendo l’orecchino o colorandomi i capelli che io dimostro la mia alterità. Il ragazzino ha bisogno di segnali visibili per appartenere al branco, altrimenti ne è escluso. Sono riti adolescenziali e finché restano tali non c’è problema. Cosa ben diversa (e tragica) è se, crescendo, quel ragazzino continua a colorarsi i capelli. Ho visto persone anziane sfoggiare orecchini da star del rock. Cosa vogliano dimostrare lo sanno soltanto loro, ma a me ispirano un po’ di pena. Altri, crescendo, portano segni diversi per entrare in altri branchi. Quando cominciai a fare il giornalista, scelsi giacca e cravatta per conquistarmi l’anonimato più stretto. La mia divisa è ancora la stessa, nonostante oggi anche a teatro si vada in maglioncino e jeans. Il giornalista "impegnato", quello che quando parla si torce le mani e stringe gli occhi a dimostrazione dell’arrovellamento del suo cervello, indossa un casual costruito con la pignola vanità della donna che risponde al complimento con un "mi sono messa addosso la prima cosa che ho trovato". Ma contenti loro…
Per comunicare, i simboli sono indispensabili: su questo non ci piove. Ma il significato del simbolo è un prodotto storico. La svastica è un segno religioso in Oriente. In Occidente è il simbolo delle stragi e delle violenze. Anche di una politica sociale tedesca al servizio del popolo, è vero, ma nell’immaginario collettivo riporta unicamente all’Olocausto. La croce è un patibolo per criminali, ma da duemila anni è simbolo di speranza e carità. Il significato della croce è quello che gli ha dato la religione cristiana. E’ la mia lotta che dà un significato alla bandiera e al simbolo che scelgo. I camarade (i compagni francesi) gridavano "la fantasia al potere" e volevano la nascita di nuovi inni e di nuove bandiere, perché la lotta fosse illustrata da simboli di fresco conio. Per aggregare persone è più facile servirsi di un simbolo collaudato (la falce-martello, la stella rossa, il fascio etc.) ma una volta aggregato l’aggregabile come si fa ad avere consensi anche da chi in quei simboli non si riconosce? L’esempio che mi viene in mente è quello del Pci che sceglie nuovi nomi e nuovi simboli per costruire un’identità più vasta. Quelli di Rifondazione comunista (e altri) sono spariti dal Parlamento perché sono rimasti affezionati alla mummia di Lenin. Il quale — se fosse vivo — spiegherebbe vivacemente che il loro è un errore politico nonché un crimine dal punto di vista elettorale. Insomma, i "camerati" che si sentivano sicuri soltanto restando fedeli a quell’appellativo se ne andarono. E -ironia delle ironie- qualcuno di loro poi diventò funzionario democristiano e perfino dirigente comunista. Mi dovete credere sulla parola, perché, come ho già detto, nomi non ne faccio.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.21 del 5/12/2008)

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