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Volevamo conquistare
il mondo
Il "Gruppo del Teatro"
Dalla parte dei Pellerossa
L'obiettivo era la Verità
Arrivarono anche le ragazze
Una visione eroica del mondo
Usa-Urss: due facce della stessa medaglia
I celerini: un ostacolo da sorpassare!
Parola d'ordine: autogestione!
A Valle Giulia i "fascisti" fecero la differenza!
Ci
accomunavano gioventù e sogni
Il "corruttore" Giovanni Papini
Il sacrificio di Jan Palach
"Camerati" o "compagni di lotta"?
Volevamo
conquistare il mondo
Quarantanni
fa il Sessantotto. Le rievocazioni interviste, articoli, inchieste,
libri e convegni ripetono schemi interpretativi che mi permetto
di definire sostanzialmente estranei, oltre che fuorvianti. Ci sarà
senzaltro qualche eccezione, e sarei lieto di venirne a conoscenza.
Qui, mi limito a qualche annotazione, giustificato dal fatto che in quegli
anni sono stato nelle prime file.
I fronti
Il 68 fu una grande stagione di libertà. No, sfasciò le regole esistenti senza darne di nuove.
Scoppiò la protesta contro le baronie universitarie. Nientaffatto:
demolì i feudi democristiani per sostituirli con potentati comunisti.
Ebbe inizio la riscossa delle donne oppresse dal maschilismo. Errore:
cominciò la disgregazione della famiglia e delle naturali differenze
sessuali.
Finalmente i giovani decisero di essere protagonisti. No, si deresponsabilizzarono
del tutto.
Fu una boccata dossigeno per la cultura. Altro errore: ridusse la
cultura a strillo insipido.
Abbatté antiquati e ignobili tabù. Inesatto: fu la fiera
delle banalizzazioni, a cominciare da quella del sesso.
Cosa fu
Volevamo un mondo migliore. Senza imbrogli. Senza ipocrisie. Senza mezze
verità. La protesta era contro il sistema, tout court. Se piccole
avanguardie riuscirono a portare in piazza tanta gente, fu perché
la rivolta giovanile era sottopelle. Bastava poco per farla esplodere.
Al giovane, per natura incendiario, appariva del tutto naturale occupare
scuole e università. Anzi, molti si chiedevano come mai non lavessero
già fatto i loro fratelli maggiori. Ci sentivamo tutti più
coraggiosi e forti rispetto a chi ci aveva preceduto obbedendo senza fare
un fiato. Labbigliamento casual, i capelli lunghi, i ciondoli, i
braccialetti
erano i segni esteriori di una diversità avvertita
nel profondo. Chi veniva da una famiglia modesta spiegava: Non voglio
fare la fine di mio padre, che ha lavorato tutta una vita per niente.
Chi aveva i genitori ricchi protestava perché i soldi nella vita
non sono tutto. Se qualcuno potesse intervistare quelle migliaia di ragazzi
e ragazze, scoprirebbe che ciascuno aveva un "suo" motivo per
combattere il sistema.
Come andò
I giovani già in carriera politica (iscritti alla Fgci e dintorni)
fecero da detonatore, traducendo la lotta al sistema in guerra alla Dc
ed ai suoi accoliti. Al Pci andava più che bene. Per di più
le manifestazioni contro gli Usa (corteo anti Nixon etc.) soddisfacevano
i finanziatori di Mosca. Vecchie parole dordine (lotta di classe&addentellati)
diventarono le matrici per slogan e scritte sui muri. Alcuni (come Claudio
Petruccioli, segretario della Fgci romana) erano stati espulsi da Botteghe
Oscure e così aumentò il peso dei comunisti fra i giovani.
La loro occupazione sarebbe stata totale se non ci fosse stato il Movimento
studentesco di Giurisprudenza. Sullaltro versante, infatti, cerano
i missini che deprecavano loffesa allautorità accademica
e i porci comunisti con i capelli lunghi. Cera anche Pasolini che
cantava inni ai poliziotti; ma è fuori dalleconomia di questi
appunti. Insomma, cerano i fascisti (i missini erano tali per i
comunisti) che difendevano il sistema con tutto ciò che esso rappresentava.
A Dio, Patria e Famiglia aggiunsero lUniversità da proteggere.
E così la contestazione studentesca diventò antifascista
e resistenziale. A dire la verità, qualcuno (ricordo Oreste Scalzone,
ma forse ricordo male) disse, senza molto seguito, che la battaglia antifascista
era una battaglia di retroguardia.
Noi, gli altri
Negli anni precedenti, durante le elezioni per le rappresentative universitarie
si erano formati gruppi giudicati "eretici" dai missini. Cerano
dei giovani che avevano militato con Randolfo Pacciardi, figura mitica
della guerra in Spagna e antifascista doc, perché attratti dalla
sua campagna per una riforma costituzionale (repubblica presidenziale
etc.) resa necessaria per adeguare lapparecchiatura istituzionale
ai tempi nuovi. Cerano dei giovani goliardi che per tradizione erano
antiaccademici e per natura insensibili alle chimere marxleniniste. Insomma,
cera una militanza politica non direttamente ascrivibile né
al Pci, né al Msi. Ragazzi come me (ero sbarcato a Roma nel 1967)
provenienti soprattutto dal Sud dItalia si trovarono di fronte ad
un modo di fare politica completamente diverso. Non cerano le sedi
dove troneggiavano ritratti di Mussolini o di Stalin. Non cerano
gerarchie impiegatizie che vivevano stancamente gli incarichi ricevuti.
E, soprattutto per me, non cera un libro (cioè una bibbia)
al quale restare fedeli. Incontrai i giovani del Gruppo del teatro (le
riunioni si tenevano nel teatro della Sapienza) e cominciai a frequentarli.
Era un ambiente "arlecchino": dagli anarchici di destra ai cultori
di Mao. Avevamo in comunque qualche libro (Viaggio al termine della notte,
I proscritti, lEuropa: un impero di 400 milioni di uomini, Poemi
di Fresnes, Gli uomini e le rovine, La pelle
) e la stessa predilezione
per alcuni pensatori (Nietzsche in testa). Di mio aggiunsi lamore
per Gabriele dAnnunzio, Henry Miller e Knut Hamsun. Quasi tutti
avevamo letto Hitler, Mussolini, Lenin, Mao, Che Guevara, Trotsky. Avevamo
simpatia per le lotte di liberazione dei Palestinesi e degli Irlandesi.
Sarebbe necessaria unanalisi meglio articolata, ma credo che questi
cenni siano sufficienti a inquadrare la temperie nella quale cincontravamo
e ci riconoscevamo.
Prima conclusione
Dal Gruppo del teatro nacque il Movimento studentesco di Giurisprudenza
e da questo Lotta di Popolo. A Valle Giulia stavamo davanti a tutti. Al
corteo contro Nixon urlavamo Palestina libera. Per noi limperialismo
Usa e quello Urss erano due facce della stessa medaglia. Lottammo per
una Università moderna e ci ritrovammo anni dopo con i baroni rossi.
Volevamo la liberazione dalle superstizioni e ci ritroviamo in una società
che campa di superstizioni. Aspiravamo ad un grande movimento che ridisegnasse
la mappa politica italiana ed europea e oggi viviamo lassenza della
politica ed il predominio delle banche. Ma se tornassi indietro, rifarei
quasi tutto. Mi sento privilegiato perché ho fatto un sogno.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.8 del 25/4/2008)
Il "Gruppo del Teatro"
Qualcuno è
arrivato a dire che il terrorismo brigatista è figlio del 68.
Purtroppo gli aspiranti analisti danno libero corso allimmaginazione
(male interpretando lImagination au pouvoir) e sognano scenari con
i quali tessono il filo del ragionamento. Non sono immediatamente classificabili
come dietrologi, ma hanno parecchi punti in comune con gli esegeti di
"misteri". Il 68 è stato insieme una manifestazione
di massa e di élite. La storia dei movimenti (gruppi, gruppuscoli
e quantaltro) che hanno fatto il 68 è innanzitutto
la storia delle persone che li hanno messi in piedi. Va guardata la biografia
di ciascuno per trovare i punti comuni e tracciare le linee di interpretazione;
sennò si fa salotto tv (oppure si scrivono libri senza capo né coda).
Giacché non sono un analista (ho scarse cognizioni di sociologia,
di antropologia culturale e di psicologia; oltre che di mille altre materie)
mi limito a raccontare quello che ho visto e sentito in un paio danni
di Sessantotto.
Gruppo del teatro
Ho già detto che il nome ci veniva dal fatto che ci riunivamo nel
teatro della Sapienza. La gran parte di noi era di cultura fascista, ma
cerano anche giovani di destra liberal-risorgimentale, cattolici
tradizionalisti, tradizionalisti pagani e perfino una pattuglia di marxisti-leninisti
delusi dal Pci. La maggioranza fascista era a sua volta divisa in mussoliniani,
in cultori del Manifesto di Verona, in hitleriani, in strasseriani
con in comune poche certezze: per esempio, eravamo tutti antibadogliani
(il verbo inglese to badogliate tradire stupidamente era
largomento principe) e antiSavoia (il pusillanime Sciaboletta).
Negazionisti per quanto riguarda lOlocausto (erano campi di lavoro,
non di sterminio; i prigionieri morivano per malattie e per igiene i corpi
venivano bruciati; avevamo tutti letto "La menzogna di Ulisse"
di Paul Rassinier e molti di noi negli anni successivi seguiranno la linea
revisionista di Robert Faurisson) eravamo comunque arrivati alla conclusione
che il giudeo non fosse più un pericolo visto che il mondo intero
si era giudaizzato: non cera più differenza fra lusuraio
con le mani in continuo sfregamento e il banchiere cristiano. E
vero, comunque, che chi di noi sposò subito la causa palestinese,
lo fece in odio a Israele. Ma di questo parlerò unaltra volta.
Ci vorrebbero pagine e pagine per descrivere (e forse un giorno lo farò)
quei dibattiti che ci facevano accapigliare sulla seconda guerra mondiale,
sul fascismo, sul nazismo e sugli "errori" di un protagonista
piuttosto che di un altro. Quei pochi di scuola marxista-leninista avevano
scarso successo a lanciare temi come lo sterminio dei kulaki, i processi
staliniani, le purghe o, i più addottorati, le manipolazioni sovietiche
della dottrina comunista. Eravamo unaccolita di giovani agitati
che si pigliavano per così dire le misure a vicenda.
Cercavamo una piattaforma comune e non la trovavamo. Nessuno era in grado
di fare una sintesi accettabile. Poco alla volta, però, emersero
tematiche di più "volgare" attualità. Litigando
sulla battaglia di El Alamein (i paracadutisti mandati a combattere come
fanteria; le molotov contro i carri britannici; Rommel: "Se il soldato
tedesco ha stupito il mondo, il soldato italiano ha stupito il soldato
tedesco"; lacqua al posto della benzina spedita da Ciano
)
qualcuno fece un parallelo con la battaglia di Dien Bien Phu e la tattica
del generale Giap (pesantissimi cannoni trasportati a braccia sulle creste
dei monti) ancora vincente in Vietnam (nel 1967 cinquecentomila soldati
americani erano impantanati nella sporca guerra) e così cominciò
un confronto che fu il primo tassello di una geopolitica che divenne lelemento
originale di ciò che venne in seguito. Allo stesso modo
in quel caso eravamo partiti dalle differenze/concordanze tra la leadership
di Mussolini e quella di Hitler partì il dibattito su Mao
e sulla via cinese al comunismo. La lunga marcia, la rivoluzione culturale
e lindipendenza da Mosca e da Washington entrarono a pieno titolo
nel nostro armamentario geopolitica. E così fu anche per Che Guevara
(che allepoca non godeva di grande fama fra i comunisti) che aveva
rinunciato a fare il ministro per liberare i popoli latinoamericani dallimperialismo
Usa. Anche qui, debbo dire che il nostro antiamericanismo era "congenito":
avevano bombardato le nostre città, avevano messo in una gabbia
di ferro Ezra Pound, avevano impiccato uomini che avevano il solo torto
di aver perso la guerra, avevano usato le bombe atomiche per battere limbattibile
Giappone-Samurai.
Il gruppo del teatro uscì dalle tematiche politico-sentimentali
e cominciò ad affrontare la realtà quotidiana. Una sufficiente
sistematicità era assicurata da chi fra noi aveva già fatto
politica attiva ed aveva una bella infarinatura di tecniche organizzative.
Non faccio nomi (nemmeno di quelli che sono morti) perché è
ininfluente sapere se era Tizio più maoista o Caio più anticlericale.
Credo che sia sufficiente sapere quali fossero, allora, le idee più
diffuse nella nostra élite. E, siccome ho visto e sentito pure
un po di cose da "compagni", parlerò anche di loro.
Ma non ora. Qui minteressa tentare la ricostruzione di un ambiente
(il "nostro ambiente"; espressione che diceva tutto e niente,
ma diventata ben presto corrente) per farci "entrare" chi non
cera.
Il gruppo del teatro, dunque, elaborò articolate posizioni in politica
internazionale in funzione di una convinzione condivisa da tutti: lautodeterminazione
dei popoli. In economia, superammo ben presto la posizione anticapitalista
onirica (qui ci aiutarono parecchio lesperienza della socializzazione,
nonché "Letica protestante e lo spirito del capitalismo"
di Max Weber e "Il capitalismo moderno" di Werner Sombart) per
approdare ad una visione di un capitalismo dal volto umano grazie alla
regolazione da parte dello Stato (non più "etico", ma
espressione della comunità nazionale). SullEuropa restammo
divisi: a me, e a qualche altro, piaceva lEuropa dei bottegai perché
diventava più facile fare lEuropa politica. Meglio una Europa
di interessi economici condivisi piuttosto che una non Europa. Ma era
una posizione minoritaria. Era arduo convincere i "duri e puri"
che gli interessi economici europei (e delle banche europee) avrebbero
facilitato un rapporto meno dipendente dallo strapotere Usa. A quei tempi,
la contrapposizione Usa-Urss sembrava "eterna" e noi rifiutavamo
lobbligatorietà della scelta di campo (o con Mosca o con
Washington) in nome di una terza posizione fondata soprattutto sullirruzione
della Cina (qualcuno ne era più soddisfatto perché già
Mussolini aveva messo in guardia dal pericolo giallo
ma erano le
ultime resistenze di un modo vecchio di porsi). In politica (e parlo dello
scenario di casa nostra) non vedevamo niente di buono: il bipartitismo
Dc-Pci, la presenza di un Msi - buono soltanto per eleggere presidenti
della repubblica targati Dc e per operazioni di basso profilo - la vedevamo
come funzionale allanticomunismo made in Usa e basta (eravamo tranchant
come soltanto i giovani possono essere). In effetti non avevamo una sponda
politica e questo ci spinse ad elaborare tesi daltro genere. Ma
di questo parlerò in un altro intervento.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.9 del 9/5/2008)
Dalla
parte dei Pellerossa
Il gruppo
del teatro era a metà strada tra un think tank ed un gruppo in
autoanalisi. Ciascuno metteva sul piatto le proprie idee, i propri convincimenti,
le proprie opinioni senza autocensure. Emergevano anche tabù, superstizioni
o semplicemente false informazioni: per esempio uno dei marxisti-leninisti
negava che Lenin fosse stato finanziato dal Kaiser al fine di chiudere
il fronte dellEst. I confronti spesso poco pacifici
non subivano interruzioni. Cera un via vai senza pause: era unautentica
assemblea permanente; e nessuno laveva stabilito. I documenti erano
scritti a mano.
Uno di noi (che poi nella sua vita professionale riscuoterà grandi
successi occupando posti di responsabilità nelle istituzioni) armato
di una ventiquattrore con taccuini, pennarelli, evidenziatori (che, confesso,
per me furono una novità) e cancelleria varia prendeva appunti,
stilava ordini del giorno, mozioni e quantaltro. Data la sua passione
per Mao lo chiamavamo il piccolo timoniere (a me affibbiarono il soprannome
di borbonico perché contestavo la mitologia risorgimentale e lamentavo
la rapina compiuta dai Savoia a danno del Sud) ed era costantemente chiamato
a "testimoniare" nei casi nei quali scoppiava una polemica a
proposito di un tema già trattato e già esaurito. Prendevamo
le decisioni il più possibile allunanimità e ricorrevamo
al voto di maggioranza quandera necessario per superare unimpasse.
Prima di riuscire a individuare un filo conduttore, ripeto, i dibattiti
spaziavano sulluniverso mondo. Molte delle questioni affrontate,
però, erano soltanto apparentemente di minore valenza o addirittura
frivole.
Little Bighorn
Lo scontro sugli indiani fu memorabile. Eravamo affascinati dalla cultura
pellerossa. Ci piacevano i loro riti. La caccia al bisonte. Gli stregoni
che richiamavano il collegamento fra la terra e il cielo. Le donne che
masticavano pelli di daino per fare morbidi mocassini per i guerrieri
(nota per le donne: il maschilismo non centra). Soprattutto, per
parecchi di noi me incluso il nomadismo era il modo di vivere
migliore in una società, la nostra, le cui uniche radici erano
i quattrini e le ferie comandate. Un po di nomadismo ce lo sentivamo
addosso mentre viaggiavamo in lungo e in largo in autostop. Gli indiani
si muovevano appresso ai bisonti. Noi viaggiavamo appresso a noi stessi;
facevamo una ricerca a tratti adolescenziale, ma non ce ne accorgevamo
- di un senso da dare alla vita. Arrivare di notte in posti sconosciuti,
cercare un posto per dormire e qualcosa da mangiare a me dava la sensazione
di essere un conquistatore di vita vera.
Al nord già cerano i gabbiotti per farsi la foto e vi ho
dormito rannicchiato sullo sgabello quando la stazione ferroviaria era
chiusa o quando i poliziotti mi sfrattavano da una panchina. Che fossero
un camionista o una signora annoiata oppure un commesso viaggiatore o
una coppia (eccitata dallidea di vedere da vicino un capellone)
a dare il passaggio, in genere dovevano sorbirsi lunghi monologhi contro
il consumismo, contro il materialismo imperante, contro uno Stato occupato
da disonesti e sfruttatori. Capitava qualcosaltro con la signora
annoiata, ma qui non fa conto parlarne. Lautostop ti portava ovunque:
era una scommessa sulle tue capacità di sopravvivenza.
Ma torniamo agli indiani.
Ci piacevano e ci entusiasmavano. Ma le domande erano tante. Perché
soltanto alla battaglia del Little Bighorn avevano battuto le giacche
blu? Perché la nazione indiana non era mai riuscita a darsi unorganizzazione
unitaria? I mongoli cerano riusciti. Sì, ma grazie a Gengis
Khan. La chiave era, dunque, il fuhrerprinzip. Senza un capo capace di
interpretare lorgoglio e i sogni del proprio popolo, non si combina
niente di buono. E il carisma del capo che sostiene la gerarchia
che assicura la disciplina e lorganizzazione funzionale agli obiettivi
da cogliere. Ma il capo non necessariamente deve essere il discendente
di qualcuno; o imposto. Il capo è espressione diretta del popolo
e ne diventa naturalmente il rappresentante più alto. Comera
possibile conciliare il fuhrerprinzip con la democrazia? Chi di noi era
gollista aveva la risposta. De Gaulle era stato il capo indiscusso democraticamente
eletto. Quindi era possibile conciliare la "dittatura" con la
democrazia rappresentativa. Gli esempi secondo me più
forti del fuhrerprinzip erano due: il Papa e il presidente Usa. Il Pontefice
di Roma gode di una doppia investitura: quella dello Spirito Santo e quella
della gerarchia. In una mirabile operazione di sintesi, la Chiesa ci dice
che mentre la gerarchia decide è lo Spirito Santo che lavora affinché
leletto sia il degno successore di Cristo. Molti Papi, però,
nel corso della storia ci hanno dimostrato che non sempre lo Spirito Santo
ci piglia. Ma, al di là, della Fede (cè chi ci crede
e chi non ci crede, come me) sta di fatto che la Chiesa Cattolica Apostolica
Romana è un modello di organizzazione in grado di resistere al
tempo e di grande efficacia nel quotidiano. Un popolo di credenti, che
esprime pastori, che diventano vescovi, che diventano cardinali, che diventano
il Papa. Una selezione dal basso ed un vertice dallindiscussa autorità.
Oggi, che la questione islamica è cruciale, è più
evidente la capacità organizzativa cattolica. LIslam non
è riuscito a diventare chiesa: un Imam, un Ayatollah, un Mullah
devono la loro autorevolezza a sé stessi. Nessuno è il capo
supremo e nessuno può imporsi agli altri. La stessa dottrina si
apre a diverse letture e interpretazioni (come successe per la Chiesa
di Roma e qualche "setta" esiste tuttora) per cui non è
esagerato semplificare dicendo che ogni moschea è un Islam.
Laltro esempio è quello Usa. Lì il fuhrerprinzip (ma
è
americanizzato) funziona bene cosicché abbiamo un
popolo che sceglie e un capo che per 5 anni è il Re. Lorganizzazione
politica statunitense parte dal rispetto per la singola persona (cè
darwinismo sociale; ma questa è unaltra storia) e per i suoi
inalienabili diritti. LHabeas Corpus è reale. In Italia ti
arrestano una mattina, ti schiaffano dentro e, forse, dopo un mese un
magistrato ti interroga e, forse, dopo un paio danni ti processano
e, forse, esci di galera
se nel frattempo non ti hanno appioppato
unaltra accusa. I gruppi di pressione (le lobby) che appoggiano
i candidati dicono espressamente ciò che si aspettano e sborsano
i quattrini necessari alla campagna elettorale. Il bipartitismo fa parte
delleredità anglosassone (insieme con la figura del Re) e
sia i democratici che i repubblicani vogliono che lAmerica rule,
domini sul mondo (Britannia rules the waves: canta linno imperiale
inglese). Al presidente Usa può far difetto il carisma e unintenzione
spirituale, ma il sistema funziona.
Un sistema che né i Sioux né i Navajos (conosciuti attraverso
Tex Willer e poi studiati sui testi) avevano mai pensato di costruire
perché la nazione indiana fosse abbastanza forte da difendersi
dallinvasione del viso pallido. Tutto lì? Nellassenza
di un Gengis Khan? Di uno Shaka, sovrano dellImpero Zulu? Nellassenza
di uno Stato? No. Cera di mezzo anche la tecnica. Gli yankee, i
gringos, gli uomini bianchi, insomma, avevano fucili, mitragliatrici e
cannoni. Perché i guerrieri di Cavallo Pazzo erano fermi agli archi
e alle lance? Qui lo scontro tra noi si faceva più duro. E andava
in profondità. Le due vie concesse alluomo (lascesi
mistica e lascesi guerriera) sono diverse ma sono di identica qualità.
E una questione di scelta.
Lindiano (quello dellIndia) muore di fame ma non uccide la
vacca. Buddha insegna la realizzazione del sé; i beni materiali
sono una illusione, come la stessa vita terrena. E per la via dellascesi
mistica che luomo raggiunge il massimo della propria spiritualità.
Ma può un santone dar da mangiare ad un affamato? Può un
santone immaginare di costruire una ferrovia invece di andare a piedi?
Fortunatamente per gli indiani, il loro Paese è stata colonia britannica.
Gli inglesi costruirono le ferrovie etc. e oggi gli indiani hanno la bomba
atomica e fanno satelliti. Gli altri indiani (quelli dAmerica) vivevano
in armonia con la Natura, si scannavano reciprocamente e non avevano alcuna
dimestichezza con la tecnica. Nemmeno archi e frecce avevano subito un
minimo di evoluzione. Nel confronto fra un arco greco e un longbow inglese
è evidente il progresso tecnologico. I pellerossa avevano il diritto
di continuare a vivere a modo loro sulla loro terra? Era giusto inquinarli
con la civilizzazione europea? Gli interrogativi mettevano in discussione
noi stessi. Andarsene in giro in autostop senza pensare al futuro poteva
funzionare tutta la vita? Passare le giornate a discutere, senza prepararsi
per gli esami, confidando in una prossima rivoluzione (vista però come palingenesi piuttosto che meccanico sbocco della lotta di classe)
era la scelta giusta?
La mia conclusione era che i pellerossa erano stati sterminati per colpa
loro. Sperare di vivere in unoasi e tenere il mondo chiuso fuori,
nella illusione che nessuno ti verrà a disturbare, è infantile.
Primitivo nel senso più deteriore del termine. Avevo letto "Il
tramonto dellOccidente" di Oswald Spengler e mi sentivo in
sintonia con lo spirito faustiano. Se stavo lì era perché
volevo cambiare la società, cioè fare politica. Cosa ben
diversa dalla testimonianza. Il testimone può starsene in cima
ad una colonna, ignorando le umane miserie. Il politico si deve occupare
della gente. Spirito faustiano, ecco cosa ci voleva per fare un gruppo
forte.
Un paio danni dopo uscirono due film: "Easy Rider" e "Soldato
Blu". Il primo era un canto alla libertà dandare, di
fumare erba e di ignorare le regole della società. Il secondo dimostrava
quanto fossero stati crudeli i visi pallidi e quanto fossero stati meravigliosi
gli indiani. E così grandi temi diventarono chiacchiere da bar.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.10 del 23/5/2008)
L'obiettivo
era la Verità
Uno dei punti
di forza del gruppo del teatro era che in maggioranza eravamo fuorisede.
La pattuglia più grossa era sudista: calabresi, pugliesi, campani,
lucani, siciliani. Cerano un bel po di laziali: di Velletri,
Cassino, Frosinone, Latina e non ricordo più di quale altro paese.
La minoranza era romana. Tutti giovani di belle speranze e con buoni risultati
scolastici ai quali le famiglie avevano affidato il loro riscatto sociale.
Tranne qualcuno della borghesia medio-alta, eravamo figli di piccoli borghesi,
contadini, operai, commercianti, che finalmente avrebbero avuto un dottore
in famiglia. Qualcuno sera meritato il posto alla Casa dello Studente
e perciò non doveva combattere con vitto e alloggio. Qualcun altro
riceveva abbastanza quattrini da casa, ma parecchi me incluso
facevano salti mortali per integrare lassegno domestico. Trovare
una stanza era per il fuorisede la prima sfida da vincere. Giravano parecchie
leggende (e qualche verità) sullargomento. Unaccogliente
vedova che curava lospite con particolare amorevolezza (ma guai
a portarti una ragazza), una coppia di anziani senza figli che finalmente
avevano un giovanotto dentro casa, una famiglia che affittava a studenti
per arrotondare. Limportante era evitare gli affittacamere di professione.
Per due motivi. Il primo era che si facevano pagare salato. Il secondo
era che non ammettevano il benché minimo ritardo nei pagamenti.
Nei primi anni delluniversità, cambiai spesso "casa",
facendo esperienza diretta di leggende e verità. Appena ero senza
quattrini quasi sempre lasciavo nottetempo la stanzetta
e mi cercavo un nuovo asilo. Ho abitato in tutti i quartieri di Roma.
Persino ai Parioli, grazie ad un fuorisede ricco, al quale i genitori
avevano preso una "vera" casa, e che mi ospitò per qualche
mese durante uno dei miei obbligati traslochi.
Fuori controllo
Come "fuorisede", dunque, avevamo una libertà assoluta.
Dormivi quando ti pareva, uscivi e rientravi senza dover inventare scuse.
Non cera più mammà preoccupata perché mangiavi
poco e neppure il padre inquisitore: che combini? stai studiando? quando
hai lesame? stanotte dove sei stato? Il controllo domestico non
cera più. Se si aggiunge il fatto che luniversità
non ti obbligava salvo eccezioni alla presenza quotidiana
in aula e che per la prima volta avevi professori che nemmeno ti conoscevano,
che non avevano un registro sul quale segnare assenze e quantaltro,
era unorgia di libertà. Il naturale ribellismo che un giovane
si sente sotto pelle anche qui, salvo eccezioni trovava
libero sfogo in una esistenza completamente autogestita. Fuori controllo.
Eravamo quasi tutti fuori controllo. Le esperienze precedenti avevano
perso la loro cogenza. Non dico fossero diventate ininfluenti. Unesperienza
te la porti dietro tutta la vita. Se poi ne sfrutti lutilità
oppure la rendi inutile, dipende soltanto da te. Se uno viaggia come una
valigia (diceva Schopenhauer) non avrà fatto un solo metro. La
valigia, bardata di etichette e sigle estere, resta una valigia pure dopo
aver fatto il giro del mondo. Noi ci sforzavamo di fare tesoro del nostro
vissuto, di filtrarlo e di accantonare ciò che ci sembrava non
dico sbagliato ma semplicemente "vecchio". La ricerca di un
filo di verità che legasse le esperienze passate era talmente forte
che molti di noi recuperarono perfino i rapporti conflittuali con i genitori.
Di solito lo scontro genitori-figli si supera con letà e
quando il figlio diventa a sua volta genitore. Appartiene al normale avvicendamento
delle generazioni. Noi ci spiegammo la incomunicabilità con unanalisi
politica. Non eravamo riusciti ad imbastire un dialogo al di là,
ripeto, dello scontro fisiologico con i nostri genitori perché
essi obbedivano a regole e comportamenti che ci facevano letteralmente
schifo. Il loro perbenismo, il rispetto maniacale delle ricorrenze, i
riti domenicali, le visite dei parenti e ai parenti, la scelta del salotto
nuovo
li sentivamo estranei. Non ci appartenevano. La vita era ben
altra che la spesa al mercato. Ora, la lontananza e i continui dibattiti
aiutavano anche a comprendere le ansie, i sacrifici e la mentalità
dei genitori. I ritorni a casa per le occasioni canoniche (Natale, Pasqua
)
diventavano momenti di dialogo pacifico. Lo sforzo era di spiegare (Tutto
si può spiegare a tutti: scrivemmo qualche anno dopo nel manifesto
LdP) che era possibile cambiare la società. Era, però, fondamentale
un primo passo: rifiutarsi di dare per scontato ciò che accadeva.
E sviluppare una coscienza critica. Lambizione era grossa: rieducare
i nostri genitori. Ci dicevamo: se non si riesce a comunicare con chi
ti ha dato la vita e ancora ti mantiene, sarà impossibile comunicare
con gli estranei. Limpegno, comunque, aveva un qualche successo
dove i genitori erano responsabili e premurosi. In alcuni casi, il figlio-rivoluzionario
soffriva di una situazione famigliare disordinata: padri che esaurivano
la "missione" limitandosi a sborsare quattrini e mamme (per
qualcuno matrigne) in tuttaltre faccende affaccendate. E così
i più arrabbiati, quelli che volevano sfasciare tutto, erano proprio
i ragazzi che letteralmente odiavano la famiglia. Nei decenni successivi,
quei ragazzi (alcuni diventati padri) hanno imboccato strade professionali
di successo ma non sono mai riusciti a guarire dal disordine adolescenziale.
I cannoni di Cortez
Studiavamo Platone, ci appassionava Nietzsche, sognavamo una società
più giusta, che non abbandonasse i poveracci sugli scalini delle
chiese. Lo studio della Storia ci aveva fatto comprendere limportanza
della forza e linfluenza dellestablishment. Senza lappoggio
della borghesia, degli artigiani e della nobiltà "minore",
la rivoluzione francese sarebbe stata più difficile. Ma sarebbe
stata impossibile senza i fucili della guardia nazionale. Cortez non sarebbe
riuscito a sconfiggere Montezuma e a conquistare limpero azteco
se non fosse stato sostenuto dai cacicchi che non volevano pagare le tasse
a Tenochtitlán (oggi direbbero "Tenochtitlán ladrona").
Ma i cacicchi appoggiarono i conquistadores perché erano dotati
di cavalli, armature, cannoni e archibugi. Se Annibale avesse trovato
appoggi in Italia (da senatori traditori, popolazioni scontente e quinte
colonne varie) non sarebbe stato quattordici anni senza riuscire a prendere
Roma. Non è stata mai fatta una rivoluzione senza lappoggio
di una parte del potere dominante. Quella della lotta di classe era una
semplificazione (io dico: mistificazione) che aveva ridotto le vicende
storiche a mera contrapposizione di interessi. Achille si ritira dalla
battaglia perché Agamennone lha espropriato di due tripodi
dargento e di una bellissima schiava, ma torna a combattere per
vendicare lamico. Gli interessi materiali attengono alla natura
umana, però soltanto oggi sono diventati prioritari surclassando
tutti gli altri valori (lealtà, onore, coraggio
). La rivoluzione
francese (la lezione di Gaxotte al riguardo è fondamentale) non
fu dovuta ai "nuovi" strumenti di produzione (i mulini a vento:
racconta Marx) ma è senzaltro più complicato raccontarla
se ignori le volgarizzazioni. Garibaldi aveva conquistato il Sud perché
dalla sua parte serano schierati i "poteri forti". Limpero
britannico mirava alla Sicilia. La flotta inglese impedì alle batterie
costiere di sparare sui due piroscafi messi a disposizione dallarmatore
Rubattino (che con larmatore siciliano Florio fondò poi la
società di Navigazione generale italiana). La Massoneria garantì,
fra laltro, la fornitura di armi: il finto assalto dOrbetello
ebbe come regista Massimo DAzeglio. Pezzi grossi dellesercito
borbonico e dellaristocrazia contrari alla politica di Francesco
II. E, da ultimo ma non ultima, la mafia. I quindicimila picciotti di
Rosolino Pilo fecero dei mille un esercito. La rilettura dellepopea
risorgimentale (il revisionismo storico) non aveva come scopo la distruzione
di miti e mitologie. Lobiettivo era la verità. Conoscere
la verità dei fatti. Poi potevi essere "amico" o "nemico"
di Garibaldi, ma il coraggio e lardire di quelluomo era fuori
discussione.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.11 del 6/6/2008)
Arrivarono
anche le ragazze
Il gruppo
del teatro sandava allargando. Larrivo di ragazze interessate
ai nostri discorsi portò un po di scompiglio. La partecipazione
femminile alla politica era confinata in ambienti femministi, nelle sezioni
comuniste e nei gruppi extraparlamentari che serano originati dal
Pci. Era molto diffusa la mentalità secondo la quale una donna
che frequentava ambienti di uomini fosse
leggera. Non saggiravano
donne tra flipper, biliardi e biliardini. Perfino al cinema era difficile
vedere donne non accompagnate da maschietti.
Il chador al Sud
Mi rendo conto che oggi sembra assurdo, incivile, antidiluviano eccetera
ecceterone, ma in quegli anni nel Sud, per esempio, le donne portavano
il fazzoletto in testa. Era il "velo" ereditato un po
dagli arabi e un po dalla chiesa cattolica che, per secoli, alle
donne aveva riservato i matronei. Ho unimmagine nel cervello da
quando ero ragazzino: nella cripta del Duomo di Amalfi è dipinta
la scena di un bambino che precipita da un matroneo tra la disperazione
della madre e delle altre. Se in alcuni Paesi islamici, le donne sono
nascoste dal chador o dal burqa è perché in quelle società
non cè stata la lotta per le investiture. Nellultimo
secolo del passato millennio, la laicizzazione dello Stato ha riguardato
pochi Paesi islamici. In Turchia cè stato Mustafà
Kemal Ataturk, che con la modernizzazione e linvenzione della nazione
turca salvò la regione anatolica dellImpero Ottomano sbriciolatosi
allindomani della prima guerra mondiale. In Iran, il capo cosacco
Reza Pahlavi si proclamò Shah e fece della Persia una riserva di
petrolio per gli europei. La rivoluzione khomeinista e, oggi, la presidenza
di Ahmadinejad della Repubblica Islamica dellIran hanno rimesso
al primo posto il Corano. A proposito di Ahmadinejad mi viene in mente
che la sua campagna elettorale è stata scandita dallo slogan "E
possibile e possiamo farlo", anticipando lo statunitense Obama e
il pensionato Veltroni.
Lo Stato confinante, lIraq, è stato laico fin dallinizio,
da quando vinse il partito socialista (Baath) e negli anni di Saddam Hussein.
Loccupazione statunitense ha ridato fiato a vari movimenti islamici
che rivogliono il Corano come unica fonte della legge. La Repubblica Araba
dEgitto, grazie a Nasser, è laica nel senso occidentale del
termine. Bastano questi esempi (in altra occasione proverò a fare
una mappatura completa degli Stati con popolazioni a maggioranza musulmana)
per mostrare come la condizione della donna sia legata alla cultura dominante.
In Arabia Saudita si procede a piccoli passi: di recente alle donne è
stato concesso di andare in albergo anche quando non sono accompagnate.
Ora si sta lottando per la patente. Il satellite e il web accelerano processi
che nei secoli passati avevano bisogno di
secoli per completarsi,
ma si affaccia il pericolo che la democristianizzazione dellIslam
alla fine secolarizzerà troppo, togliendo anche ai musulmani quella
spiritualità persa già dai cristiani. La persona vive davvero
quando fa parte di una comunità. Il singolo, individualista-edonista,
vegeta a caccia di una felicità che non troverà mai. Linsoddisfazione
che marchia i tempi contemporanei ricorda la nave di Heisenberg. La bussola
non punta al Nord ma sempre e soltanto alla massa di ferro del bastimento,
che, perciò, non fa altro che girare in tondo, su se stessa. Guardatevi
intorno: di gente che gira a vuoto ce nè una marea.
Negli Anni Sessanta in Italia non esisteva se non in ristretti
circoli la questione femminile, anche perché già
durante il Fascismo le donne lavoravano nelle fabbriche e negli uffici,
oltre che nelle campagne. Diciamo che per quanto riguarda il lavoro laltra
metà del cielo è stata impiegata (a paga ridotta e con molte
esclusioni) mentre per i diritti (a cominciare dal diritto al voto che,
tanto per dirne una, Gabriele dAnnunzio aveva statuito nella Carta
del Carnaro e che Mussolini aveva ignorato) il contenzioso è tuttora
aperto. Comunque, tranne qualche fedelissima (più allamore
che alla causa) di donne ne abbiamo visto poche tra le militanti anche
negli anni a seguire. E quelle poche erano fuorisede. Vai a dire a mamma
e papà che stanotte dormi nella facoltà occupata!
Palestrina
Sono dinamiche ignorate dalle odierne quattordicenni, che fanno le ore
piccole in discoteca senza la paura della punizione genitoriale. Qualcuno
sostiene che questa libertà estrema origina dal Sessantotto, che
i più identificano con il libero sesso e il libero spinello. Un
luogocomunismo radicato (e dannato). Quando occupavo il megastudio di
Giovanni Leone a Giurisprudenza (dormivo su un divano fantastico) ho passato
piacevoli ore con ragazze ed è anche capitato di farlo con due
alla volta (fui scelto da una coppia di sorelle che mi fecero saltare
perfino un paio dassemblee). Non ero lunico a godere di quel
clima di liberazione. Un sardo (ho dimenticato di inserire la Sardegna
fra le regioni originarie dei fuorisede) preoccupatissimo per un possibile
arresto, perché aveva deciso di fare il magistrato, aveva una fortuna
sfacciata con le donne. Una volta si accoppiò con una donna legata
ad un altro dei nostri e per un pelo non scoppiò il casino. E
vero, dunque, che era più facile fare sesso ma non generalizziamo.
Intanto, va detto che a muoversi era una minoranza. I fiumi di ragazzi
alle manifestazioni nascevano in forza della capacità di mobilitazione
di piccoli gruppi. Mi capitò in un corteo, mentre urlavo Palestina
libera, di dover rispondere ad un ragazzino che mi chiedeva: che centra
Palestrina? Allingresso principale della Sapienza passai una mattinata
a chiedere agli studenti che entravano il nome dellallora presidente
della Repubblica (per la cronaca: Giuseppe Saragat). Il risultato confermò
la tesi che sostenevo e cioè che avevamo che fare con una massa
di ignoranti. Dei centomila e passa iscritti di quegli anni alla Sapienza,
meno del 10% si interessava alla politica e di quella percentuale poche
centinaia erano militanti full time. Ricordo a Giurisprudenza, dopo che
lassemblea (laula era stracolma) aveva proclamato loccupazione,
ad occupare per davvero restammo quattro gatti. Soltanto chi non cera
(o chi ci
marcia) sostiene il mito della rivolta giovanile e bla
bla. Ci furono giovani che volevano cambiare il mondo e ce ne furono molti
altri (la maggioranza, secondo quello che ho visto) che se ne fregavano.
Né più e né meno di oggi. La rivolta studentesca
fu il risultato di una serie di coincidenze. Mi fermo qui, per ora. Aggiungo
soltanto che la libertà sessuale (che comunque coinvolgeva una
minoranza di ragazze) veniva dagli Usa, dagli hippy, dai figli dei fiori,
dai renitenti alla leva (Fate lamore, non la guerra) e dilagò fino alla punta massima di Woodstock nel 1969. Lascio, comunque, campo
libero a sociologi ed esperti vari e torno al mio raccontino.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.12 del 20/6/2008)
Una
visione eroica del mondo
Si faceva
notte a furia di discutere. Alla mensa universitaria le discussioni continuavano
coinvolgendo anche vicini di tavolo. Allepoca cerano i camerieri
che servivano ai tavoli e si aspettava parecchio per trovare posto. Noi
avevamo tavoli riservati, nel senso che il cameriere metteva sotto la
caraffa dellacqua i tagliandi dei pasti con un duplice risultato:
evitavamo di fare la fila per comprarli ed avevamo il tavolo riservato.
Qualche volta capitava che uno o più studenti protestassero per
quel privilegio, ma finiva lì. Non ci sentivamo prepotenti ma portatori
di un diritto che ci meritavamo con il nostro impegno per il bene di tutti.
Avevamo cose ben più importanti da fare che metterci in fila prima
per i biglietti e poi per il tavolo. Gli altri potevano aspettare. Passavano
il tempo a chiacchierare di cazzate senza alcuna sensibilità sociale.
Noi proclamavamo - facciamo politica anche a letto con la donna;
e quanto ci piaceva ripeterlo! La città universitaria era la nostra
terra: gli altri erano ospiti che noi avevamo il compito di rieducare.
Era una sensazione che non ho mai più provato: ero padrone di me
stesso e del territorio. Anche a distanza di anni, sono entrato alla Sapienza
in automobile sprovvisto del permesso: le guardie giurate mi riconoscevano
e alzavano la sbarra.
Homo heroicus
Di fronte avevamo una società passiva dominata da gente senza
scrupoli. Con tutto quello che stava succedendo nel mondo, comera
possibile che la gente si occupasse esclusivamente dei fatti propri? Approfondimmo
il concetto di popolo, facendo la distinzione con popolazione. Gettammo
le basi di ciò che avremmo costruito dopo. Ma torniamo al nostro
essere "speciali". A ben vedere non era una convinzione contingente,
cioè originata dallimpegno politico del momento. Veniva da
più lontano. Cera qualcosa di profondo che ci impediva (anche
a chi aveva avuto esperienze marxleniniste) di accettare che le vicende
umane dipendessero da fattori meccanici, da un meccanismo ripetitivo (tesi,
antitesi, sintesi), da strumenti di produzione e dal plusvalore. Avevamo
(ce lho ancora oggi) una visione eroica del mondo. E luomo
faber, è luomo che lotta, è luomo che esercita
la propria volontà. Il primo compito è combattere. Anzi,
il primo dovere è combattere. La vittoria o la sconfitta sono eventi
che il combattente non mette in conto (il principe-guerriero Arjuna della
Bhagavad Gita). Se combatti soltanto quando ti conviene, dovè
leroismo? Il cristiano che non abiurava e si lasciava sbranare nel
circo confidava nel premio divino. Per noi lesercizio del coraggio
era un dovere verso noi stessi. Che si trattasse del sindacalista rivoluzionario
Filippo Corridoni, oppure del generale Cambronne a Waterloo ("La
guardia muore, ma non sarrende") o degli Spartiati alle Termopili,
nella galleria dei miti trovavano posto al di là delle epoche
e delle etichette gli uomini che erano rimasti in piedi anche di
fronte alla morte. Ma tu hai letto "I proscritti" di von Salomon?
E tu hai letto "Né onore, né gloria" di Larteguy?
Cercavamo disperatamente lomologazione. Brutta parola se riferita
al sistema dei consumi e, oggi, del pensiero unico. Nobile parola se significa
koinè, comunità di pensiero, appartenenza alla stessa comunità,
comune sentire. Non labbiamo mai trovata al cento per cento. Però
ci siamo andati molto vicini. La verità è che nessuno di
noi era in grado di fare una sintesi adeguata alla realtà effettuale.
Per di più ci piacevano troppo gli sconfitti. Da ragazzino giocavo
da indiano contro i cowboy. Lepopea sudista contro le armate nordiste
ci stimolava strampalate analisi che finivano immancabilmente con: se
il generale Lee avesse vinto a Gettysburg
La resistenza di Fort
Alamo ci entusiasmava, ma la bocciatura politica era unanime: i texani
difendevano lo schiavismo che il Messico aveva abolito. Limpresa
di Corradino di Svevia, decapitato a 16 anni da Carlo dAngiò,
era stata formidabile. Con la sua vittoria, probabilmente il destino del
Sud sarebbe stato diverso. La tattica del maresciallo Rommel in Africa?
Un capolavoro. Lammirazione per la volpe del deserto arrivò
alle stelle quando qualcuno di noi tirò fuori la storia che a Caporetto
era stato il giovane capitano a sfondare per primo il fronte comandato
dal generale Badoglio. Inutile dire lodio per il traditore che aveva
arrestato Mussolini. Ma a chi faceva il parallelismo con Giuda mi piaceva
rispondere con un mia fantasia. Sostenevo (e lo faccio ancora oggi quando
una cena è noiosa) che lIscariota fosse un informatore infiltrato
dal Sinedrio nella comitiva del Nazareno. Quanto al suicidio, non era
la prima volta e nemmeno sarebbe stata lultima che il potere suicida
qualcuno per chiudere un affaire. Per civetteria, aggiungo che (quando
la cena è noiosa) parlo di Shakespeare e della sua italianità.
Sapeva troppe cose dellItalia ed era troppo spiritoso per essere
un inglese. Vabbè.
Harvard v/s Yale
Guardavamo ai ragazzi americani che rifiutavano la "sporca guerra".
Londa lunga del rifiuto yankee era arrivata in Europa. La gioventù
europea era scesa in strada contro il potere. Il naturale anarchismo giovanile
salimentava delle corrispondenze provenenti dalle università
statunitensi. Chi non aveva visto almeno un film ambientato in un campus?
La vita degli universitari doltreoceano era lontana anni luce dalle
nostre parruccone università. Il loro modo di fare lezione, il
fatto che un futuro governatore facesse il cameriere, le attività
sportive, il teatro, le feste, lorgoglio di Yale che gareggiava
con quello di Harvard
era impossibile restare insensibili. Il modello
sembrava perfetto (almeno al cinema). Oggi si dice che non cerano
nobili ideali (la pace, lamore, la solidarietà) ma soltanto
la paura vigliacca di andare a combattere. Allora perché quegli
studenti non bruciano bandiere per la guerra in Iraq? Perché non
protestano contro i bombardamenti indiscriminati? Anche tenendo presente
lattività sovietica dellepoca (Mosca incoraggiava il
pacifismo come arma propagandistica anti-Usa) non ci si riesce a spiegare
il fenomeno. Fu un momento magico. In Italia era successo con la gioventù
futurista. Il Futurismo attaccò frontalmente limbalsamata
società che rifiutava il Novecento e andò al fronte, a combattere,
in un estremo tentativo di costruire la Nuova Italia. Se adesso il giovane
rifiuta qualsivoglia tipo dimpegno, se ne frega di tutto e di tutti,
non crede in alcunché e si rifugia nel cinismo presuntuoso e arrogante,
di chi è la colpa? E possibile che abbia influito il genitore
quando gli ha detto che la Befana e Babbo Natale sono invenzioni consumistiche.
E probabile che labbia deluso linsegnante (ex sessantottino)
quando ha trasmesso frustrazioni e velleitarismo; quando ha spiegato:
ragazzi, è inutile studiare, questa società è marcia,
procuratevi una bella raccomandazione sistematevi come ho fatto io. Mah.
Leducazione influisce senzaltro però non è mai
accaduto che fratelli educati allo stesso modo avessero tenuto identici
comportamenti. Quando esplose la droga, ricordo che gli esperti spiegavano
che era colpa dei genitori perché ai figli davano soltanto soldi.
I ragazzi annoiati cercavano paradisi artificiali. Poi la droga arrivò
nei quartieri bassi e i soliti esperti spiegavano che con il padre disoccupato
e la madre alcolizzata era naturale che il ragazzo cercasse pace nella
droga. Nessuno hai mai detto la verità: chi si droga è uno
stronzo. Nella stessa famiglia (ricca o povera) cè chi si
droga e chi non lo fa. E il più debole che ci casca. Così
oggi nessuno ha il coraggio di dire a un ragazzo che non fa un cazzo di
niente: è colpa tua, sei uno stronzo. Babbo Natale, il professore
con leskimo, la televisione, i partiti, il prete pedofilo e quantaltro
sono scuse. Ai miei tempi avevamo la Dc, cerano i preti omosessuali,
nella borghesia emergente il confronto si faceva a colpi di spyder, lassessore
corrotto aveva la villa sulla costiera amalfitana, la camorra comprava
giudici e poliziotti
mbé? Il vero problema per noi
era trovare un linguaggio comune e una strategia politica. Lobiettivo
era costruire un nuovo modello di società. Mo che ho passato
la sessantina sorrido al pensiero che in quattro gatti dei quali più
dei tre quarti squattrinati e senza lappoggio di una chiesa (per
i compagni cerano gli avvocati del Pci, i medici che li ricucivano
senza denunciarli, le sezioni aperte anche per i compagni che sbagliano)
andavamo allassalto del cielo. Però sono contento.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.13 del 4/7/2008)
Usa-Urss:
due facce della stessa medaglia
Un paio danni
fa sono tornato alla Sapienza. Avevo un appuntamento a Scienze politiche
e siccome ero in anticipo andai a rivedermi il teatro. Rimasi un po
lì davanti sforzandomi di riappropriarmene con la mente, ma niente
da fare. Era oramai un corpo estraneo. Quella mattina capii cosa avesse
voluto dirmi, anni prima, un emigrato ritornato a casa dopo quarantanni
di Germania. Stavo dalle parti di Nova Siri, piccolo centro lucano diviso
in due: la parte antica in montagna e quella moderna sul mare. La gente
del posto è particolare per questo. Sono allo stesso tempo montanari,
e quindi chiusi e diffidenti verso gli estranei, e marini, con le aperture
che hanno tutti i popoli del mare abituati per secoli al contatto con
stranieri. Il vecchio mi raccontava di comera il paese quando laveva
lasciato e si lamentava. "Era meglio se me ne stavo a Francoforte
- mi disse - nemmeno le pesche hanno il sapore che mi ricordavo".
Allora, mi sembrò uno sfogo tipico della terza età. Compresi
appieno cosa avesse provato quel vecchio emigrato, mentre me ne restavo
imbambolato davanti allingresso sbarrato del "mio" teatro.
Eppure, lì dentro ci eravamo accapigliati per settimane.
Lora dei guru
Una delle questioni
più ostiche da affrontare fu quella del rifiuto del consumismo.
Cera un tedesco, emigrato in America poco prima che Hitler fosse
eletto cancelliere, il quale girava lEuropa tenendo conferenze.
Due suoi libri pubblicati in Italia erano diventati dei must, come si
dice oggi: "Eros e civiltà" (nelle librerie fin dal 1955)
e "Luomo a una dimensione" (edito nel 1964). Lautore,
Herbert Marcuse, era stato eletto dal pianeta mediatico guru della contestazione
giovanile. Quando arrivò a Torino (il 19 giugno 1969) i quotidiani
spararono titoli quali "il filosofo del grande rifiuto" e "il
primo contestatore della società dei consumi", mentre sui
muri comparvero scritte inneggianti alle tre emme (Mao Marx Marcuse).
Per molti di noi, invece, la bocciatura della società dei consumi
era un fatto ovvio. Ed era trasversale alle lezioni che ciascuno di noi
aveva metabolizzato nel corso degli anni.
La lezione gentiliana si articolava intorno alluomo nuovo (da qui
la riforma della scuola), un uomo spirituale, di fede, vocato a grandi
imprese e anti-materialista per eccellenza.
La lezione nicciana, antiborghese tout court, insegnava la volontà
di potenza e il superamento delluomo e delle miserie umane.
La lezione evoliana sugli uomini in piedi tra le rovine indicava la decadenza
del mondo moderno.
La lezione marxista metteva in guardia dal feticismo della merce.
E uno schema, lo so, ma mi riprometto di tornare in seguito sulle
nostre diverse "simpatie filosofiche". In ogni caso, le lezioni
di un filosofo di seconda mano non ci servivano. Uno che vendeva libri
a mazzetta e che usufruiva del meglio del capitalismo statunitense era
lontano anni luce dallidea di pensatore che, più o meno,
avevamo tutti. Passi per un regista che a Hollywood fa un film "contro":
più la denuncia è forte e più incassa al botteghino.
Valga un esempio. Se un americano di origine giapponese, che ha avuto
la famiglia detenuta a Manzanar, gira un film sulle sofferenze e le umiliazioni
dei suoi cari, il prodotto ha lheadline più forte: è
una storia vera. Riassumo il contesto. Nei dieci campi di internamento
per nippo-americani messi in piedi durante la seconda guerra mondiale
per paura delle spie del Tenno furono consumate gravi violazioni. La maggior
parte degli internati aveva la cittadinanza americana, ma il terrore dei
samurai infiltrati spinse Washington a sospenderne i diritti fondamentali.
Le mezze misure non appartengono alla cultura yankee (vedansi le due bombe
atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki) ma violare la legge suprema,
la Costituzione, fu patito come un tradimento. Di conseguenza il film-verità
si arricchisce di ulteriori seduzioni. Lufficio-stampa della casa
di produzione fa filtrare notizie di pressioni Fbi sul regista e di boicottaggio
attuato dalle autorità federali. Nel contempo si formano comitati
spontanei contro i fascisti dei servizi segreti. Il can can mediatico
porta il regista nei salotti televisivi dove viene invitato a parlare
anche dei ghiacciai che si sciolgono, dello sfruttamento di immigrati
messicani, dei complotti anticastristi della Cia e degli astronauti scolpiti
nei bassorilievi maya. In un batter docchio lopinione pubblica
si ritrova un altro maitre à penser.
Lo showbiz non conosce limiti: ho visto anni fa il goleador Maradona intervistato
in tv sulla questione meridionale. E mi fermo qui.
Boom di fachiri
Marcuse fu un prodotto
venduto bene. Il rifiuto del consumismo era elemento costitutivo e naturale
della società opulenta. Non a caso "Zabriskie Point",
il film-denuncia di Michelangelo Antonioni, si svolge negli Usa. Apro
e chiudo una parentesi: (grandiosa la colonna sonora dei Pink Floyd),
ma del film ricordo soltanto un paio di scene. Dieci anni dopo sarebbe
arrivato un altro testo must: "Avere o essere?" di Erich Fromm.
Contemporaneamente avrebbero spopolato fenomeni di seconda religiosità,
per dirla con Spengler. Si diffusero mode vegetariane, palpiti orientali
(il via lavevano dato i Beatles), culture cosiddette alternative
(omeopatia, agopuntura, yoga e meditazione Zen), in un safari collettivo
sulle tracce dellelefante bianco. Lesigenza spirituale insopprimibile
nelluomo (dovrei dire nelluomo e nella donna, ma per me maschietti
e femminucce sono due manifestazioni delluomo) trovava sfogo soprattutto
nellesotismo. Essendo lOriente magico e misterioso per definizione,
lattrazione era fatale. Il prete ce lavevi sotto casa
e non sempre era un modello di virtù il santone era lontano
migliaia di chilometri e perciò molto più affascinante.
Si diffusero storie fantastiche di fachiri che con la forza della mente
violavano le leggi della natura: non mangiavano, non bevevano, dormivano
sui chiodi, galleggiavano in aria, stavano giorni senza nemmeno respirare
erano irresistibili. Chi ha un po di dimestichezza con la Tradizione
non afferma che passare attraverso i muri è impossibile perché
cè una legge fisica che stabilisce la impenetrabilità
dei corpi. Non tira in ballo il luogo comune di ragione e fede che si
escludono a vicenda. Lesoterismo non ha niente che fare con un mangiatore
di spade. Alcuni esercizi spirituali dei domenicani per dirne una
- sono finalizzati alla levitazione, ma nessun domenicano va in giro in
jet a strabiliare le folle paganti. Chi coltiva la potenza dello spirito
è più facile che si incontri con un sufi, piuttosto che
con un guaritore filippino. Aggiungo soltanto questo: parecchi di noi
negli anni seguenti si sono convertiti. Qualcuno è tornato nel
seno di Santa Romana Chiesa, qualche altro sè fatto musulmano
oppure buddista. Senza citare quelli che ancora oggi seguono riti pagani
o chi sè dato al materialismo più sfrenato rincorrendo
status symbol e costose distrazioni. Questa diaspora spirituale è
la più evidente dimostrazione che quando cade il discorso politico,
quando si finisce di lottare, molti partono per la tangente e via.
Tornando allanticonsumismo è evidente che in un Paese povero
non se ne trovino tracce. Anzi, si verifica il contrario. Il colosso sovietico
non è stato abbattuto da una guerra o da una sanguinosa controrivoluzione,
ma dal supermercato. In Albania vedevano in tv comera facile fare
soldi contando i fagioli in una brocca e scappavano dal paradiso comunista
verso linferno capitalista. Ma come fare una giusta lettura?
Da Teheran a Potsdam
Agli
anticapitalisti correnti (quelli che si fanno il telefonino ultima generazione,
che programmano viaggi a Machu Picchu e che sognano la velina) denunciare
la furia consumistica non costa niente, tuttaltro. Fanno la bella
figura di essere persone consapevoli e avvertite. Lo studente anticapitalista
vive lesaltante sensazione di essere un utopista, mentre beve la
Coca-cola e mangia un hamburger guardando lennesimo film sulle congiure
di mafia, massoneria, servizi segreti, gerarchie ecclesiastiche, Cia e
politici corrotti. Quasi tutti sono infastiditi dalla pubblicità
e nessuno ammette di fare un acquisto perché sollecitato dagli
spot tv. E la società delle contraddizioni e delle ipocrisie.
Puntare il dito contro la persuasione occulta (e sciropparsi trash tv
in quantità industriale), accusare le sempiterne congiure capitalistiche
(e sgomitare per entrare al Rotary), deprecare la donna-oggetto (e prenotare
un tour sessuale a Bangkok), celebrare il cosiddetto film darte
(per carità, la pornografia è unaltra cosa!), magnificare
la cultura del popolo Guarany (aggredito a morte dal bianco rapace) e
saltare di paura al ronzio di una zanzara, denunciare linquinamento
(per gli sporchi interessi delle multinazionali) e tenere al massimo il
climatizzatore
Quando è cominciato lo tsunami "e/e", che ha spazzato
via il trasparente "e/o"? Chi sono stati gli antesignani del
"ma anche"? Insisto, perché i fenomeni di sincretismo
(penso allalessandrinismo del IV secolo) hanno accompagnato le crisi
del pensiero gettando le basi per nuovi punti di partenza. La prassi contemporanea
di mettere insieme cose diverse (lo scorretto eclettismo new age) ingenera
precarietà, ambiguità e apatia. Si diffonde uno smorto scetticismo,
che investe luomo e il suo destino, a danno della visione che proietta
luomo, nonostante le singole temporanee esistenze, verso leterno.
E corretto dire che il delta odierno è stato creato dal fiume
sgorgato nel Sessantotto, perché ad egemonizzare la cultura di
quegli anni è stata la parte legata a schematismi ottocenteschi
costruiti sulla malvagità del capitalismo, sullautoritarismo
liberticida, sul paternalismo ipocrita e sulla borghesia rapinatrice (oltre
che sulla religione oppio dei popoli e sulla dittatura del proletariato).
La nostra critica, al contrario, investiva le degenerazioni. Non contro
la famiglia, ma per la famiglia fondata sulla gerarchia e sulla diversità
dei ruoli. Non contro lautorità, ma per la depurazione dellautoritarismo.
Non contro il capitalismo, ma per una politica capace di indirizzare la
logica del profitto verso unequa ripartizione sociale. Fu una battaglia
culturale che conducemmo con notevole entusiasmo e che parecchi di noi
hanno continuato nella vita privata. Ce la mettemmo tutta perché
la contestazione costruisse (e, a volte, ricostruisse) robusti capisaldi
nel segno della giustizia. Era una fatica di Sisifo combattere contro
la forza
sovietica. Bruciavamo tuttinsieme la bandiera a stelle
e strisce, ma poi restavamo da soli a bruciare quella dellUrss.
Ho già accennato al fatto che il pacifismo di quegli anni era in
funzione antiamericana. Mosca faceva volare le colombe della pace come
momento tattico della strategia definita dalla spartizione del mondo decisa
tra il 1943 e il 1945 nelle conferenze di Teheran, Casablanca, Yalta e
Potsdam. Posso annotare con orgoglio che uno dei meriti maggiori del gruppo
del teatro è stato aver introdotto la politica estera nel dibattito
quotidiano.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.14 del 12/7/2008)
I
celerini: un ostacolo da sorpassare!
I movimenti
cui demmo vita dopo lesperienza
teatrale si distinsero anche
per la particolare attenzione alla politica estera. Non fu, però,
facile trovare una linea comune. Alcuni di noi avevano una visione complottista
derivante in buona parte dalla lettura di un libro ("I Protocolli
dei Savi di Sion") che aveva raccontato nel Novecento della congiura
ebraica per la conquista del mondo. Nonostante ne fosse in dubbio lautenticità
(un falso della polizia zarista) le verosimiglianze riscontrate spingevano
più di qualcuno ad accettare lesistenza del complotto. La
questione non era di poco conto. Avevamo sposato la causa dellautodeterminazione
dei popoli e perciò la lettura delloccupazione della Palestina
risentiva delle interpretazioni "sotterranee". Qualche anno
dopo risolvemmo la questione con un documento che risaliva alla dichiarazione
Balfour e che ignorava i "protocolli". Nelle nostre future analisi
geopolitiche ci saremmo sempre attenuti a ciò che andava accadendo.
Pound e lo Shah
E ovvio che
stando fuori dalle stanze dei bottoni le informazioni le assumevamo dai
media (confrontando le diverse versioni), da documenti ufficiali e non
ufficiali (Al Fatah, Ira etc.) nonché tramite conoscenze personali.
La visione dinsieme che ne scaturiva ci consentiva di fare analisi
abbastanza vicine alla realtà.
A Parigi mi feci un quadro del maggio francese frequentando il quartiere
latino e facendo qualche amicizia. Un paio di amici francesi li ho poi
frequentati per decenni. De Gaulle era riuscito a spaccare lunità
studenti-operai andando incontro alle richieste sindacali. La lotta operaia
era esplosa per ottenere migliori condizioni di vita; quella degli studenti
faticava a passare dalle università alla società tutta.
A Perugia cerano molti studenti persiani. Entrai in contatto con
loro grazie ad un amico del Circolo Ezra Pound. E così appresi
della fragilità dello Shah e dellestablishment che lo sorreggeva.
Nel gruppo del teatro cera un giovane (famiglia in Libano e in Palestina)
che aveva sempre informazioni di prima mano. Sarebbe poi diventato un
abile imprenditore. Risultò lampante un fatto: quando cerchi le
notizie, le trovi. Quasi sempre. Ma devi essere tosto e devi imparare
almeno linglese. Anche i gruppi di poteri internazionali (Bilderberg
in primis e, anni dopo, la Trilateral) li collocavamo nellambito
di unanalisi complessiva. Ciò segnava unennesima diversità
rispetto ai movimenti che facevano capo allideologia marx-leninista.
I loro documenti erano zeppi di congiure capitalistiche, di minacce golpiste
e di complotti mondialisti. Guardandoli si comprende meglio il Sim (Stato
imperialista delle multinazionali) che troveremo anni dopo nei documenti
delle Brigate Rosse. La verità è che chi detiene il potere
lo esercita applicando le tattiche più convenienti per centrare
la strategia. Lintelligence che fa capo al potere disegna piani
segreti perché è il suo mestiere, punto e basta. Stessa
cosa per polizia e carabinieri: ubbidiscono agli ordini. Quando noi per
andare dal punto A al punto B ci trovavamo la strada bloccata dalle forze
dellordine affrontavamo lo scontro come inevitabile conseguenza
della manifestazione politica. E vero che a volte (mi capitò,
per esempio, a Battipaglia) i celerini erano particolarmente aggressivi
e incazzati, per cui lo scontro diventava "naturalmente" un
fatto personale, ma di solito si trattava di superare un ostacolo in divisa
e nientaltro. Anche qui la differenza con lottacontinuanti, poteroperaisti
etc. era sostanziale: per loro il poliziotto era un nemico da abbattere.
Per noi, uno scoglio da sorpassare. Gli anarchici addirittura ipotizzavano
una società senza polizia: la loro rabbia disordinata si mescolava
con visioni paradisiache di indubbia suggestione e di altrettanto indubbia
sterilità.
W il frigo
Freno
il flusso dei ricordi caotico ancora di più per lassenza
di un piano editoriale lascio la geopolitica e torno al nostro anticonsumismo.
Lingenuità del rifiuto proclamato dai marcusiani era talmente
evidente che allesterno fuori cioè dal circuito della
contestazione "intellettuale" - veniva bocciato proprio dalle
categorie sociali (innanzitutto dalla classe operaia che, nel 1971, va
in paradiso) le quali firmavano cambiali per acquistare i beni deprecati
dagli epigoni dei figli dei fiori. Ad un corrispondente dellAp (la
potente Associated press) che con lusuale ruvida ironia di marca
americana mi chiedeva perché volessimo tornare alletà
delle caverne feci fatica a spiegare (non soltanto per il mio inglese
contaminato dal salernitano) che non avevamo alcuna intenzione di ritornare
alla caccia dei mammuth. La conversazione-intervista durò mezza
mattinata. Leggendo la stampa anglosassone mero già reso
conto del divario enorme con quella di casa nostra. Larticolo yankee
racconta i fatti e li spiega con altri fatti. E raro trovare in
una corrispondenza tesi interpretative. I nostri giornali scrivono, invece,
i fatti già aggiustati in base alle impostazioni delleditore.
Su un giornale di destra, per esempio, non leggeremo mai che la polizia
ha caricato pacifici dimostranti. Sul giornale di sinistra i bravi giovani
che attaccano pacifici manifesti sono sempre aggrediti da squadracce fasciste.
Analoghi criteri valgono dove più, dove meno in tutte
le redazioni. Mera difficile, perciò, convincere quel cronista
che le dichiarazioni formato hippy sparate dallinterno del movimento
studentesco non fossero la "posizione ufficiale". Gli dissi
che avere la birra fresca in frigorifero era cosa giusta e sana. Per me,
per noi, il frigorifero era uno strumento e non un fine. Il consumismo
non era uno dei mali del capitalismo. Per noi era la finanziarizzazione
della produzione il guasto da correggere. Cerano già i segni
di uneconomia virtuale: lo speculatore manovrando sul mercato finanziario
poteva mettere in difficoltà unazienda sana. La stessa invenzione
di bisogni nuovi (indotti, cioè) faceva parte del mercato. La politica
doveva mirare alla costruzione di una società equilibrata e non
allabolizione della moneta e delle banche. Il gruppo del teatro
simpegnò parecchio sul fronte delleconomia. Il punto
di partenza per tutti era leconomia mista e la partecipazione degli
operai agli utili.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.15 del 12/9/2008)
Parola
d'ordine: autogestione!
Il dibattito
sul modello di sviluppo economico fu relativamente più tranquillo.
Eravamo tutti a favore dellintervento dello Stato. Sulle modalità
cera qualche differenza. In Jugoslavia erano in vigore dai primi
anni Sessanta alcune leggi, volute da Tito, che avevano allentato la morsa
statale sulleconomia. Allepoca, la pianificazione era la ricetta
imposta da Mosca a tutti i Paesi comunisti. Ma i piani quinquennali si
ripetevano con scarsi risultati. LUrss sarebbe addirittura arrivata
al punto di dover comprare grano dal Canada e dagli Usa. Tito già
nel 1956 aveva organizzato a casa propria un vertice di non allineati
con Nehru e Nasser. Il non allineamento era la carta giocata da Paesi
comunisti o in forte dipendenza dal Cremino per fare una
politica autonoma. Con i dispositivi del 1961, nascevano le banche (che
prima erano agenzie del governo), la moneta diventava convertibile (per
entrare nel mercato occidentale con il Gatt, poi diventato Wto) e soprattutto
si dava via libera allautogesione nelle imprese. Tito era senzaltro
un comunista anomalo e rischiava parecchio sfidando lo stalinismo.
Bordiga
Nel gruppo del teatro
la corrente titina era minoritaria, ma agguerrita. Il ragazzo che guidava
la pattuglia era uno strano miscuglio (e lo è ancora) di ragione
e istinto. La sua famiglia era stata per metà fascista e per metà
partigiana. Il suo bagaglio culturale era come per tutti noi -
un melting pot, ma estremista al punto da essere chiuso al dialogo. La
sua ammirazione, per esempio, per i fratelli Strasser lo condannava ad
un continuo scissionismo e ad uno sterile isolamento. Gli Strasser, partiti
da un fondo di socialismo cristiano sociale, serano convinti della
necessità di spostare a sinistra il partito nazionalsocialista,
per una battaglia anticapitalista a tutto campo per cui mirarono ad importare
i soviet in Germania. Quella strategia fu cancellata nella notte dei lunghi
coltelli. Altro punto di riferimento della pattuglia titina era Amadeo
Bordiga, comunista - ca va sans dire - eretico. Uomo incredibile (era
stato a Fiume con i legionari, aveva fatto la scissione socialista insieme
con Gramsci e fondato il partito comunista) fu poi accusato di settarismo
e defenestrato da Palmiro Togliatti. Due anni prima di morire, Bordiga
aveva scritto: "Propugnare in questo putrescente 1968 lautonomia
di un movimento studentesco non è che una prova ulteriore di quanto
affondi nelle sabbie mobili del tradimento e della bestemmia il falso
comunismo dei successori di Stalin. Nulla le classi sterili possono chiedere
alla storia". Ci sono persone che fanno politica con spirito di testimonianza
e Bordiga fino allultimo sè vantato di essere eretico
in alternativa agli "opportunisti".
Faccio uno sforzo di memoria, ma di positivo nel nostro compagno di lotta
scissionista-eretico trovo soltanto lattenzione per il mondo arabo:
fu lui a sostenere quando il colonnello libico fece il colpo di
stato nel settembre del 1969 che Gheddafi e il suo libretto verde
erano una terza via praticabile in Medioriente. Allora, fummo quasi tutti
daccordo con lui. Nel periodo di occupazione della Sapienza (ne
parlerò in seguito) lui fu assente e questo lo dico con
il senno di poi fu una fortuna per il movimento. Con lui presente
avremmo avuto scissioni a raffica, o comunque defatiganti ricomposizioni.
Lautogestione (che strappava le chiavi di mano al capitale; ed ai
manager onnipotenti) fu nelle università la principale parola dordine.
Ma torno al dibattito sulleconomia.
Cera anche una fazione che sponsorizzava la cogestione, perché
sembrava la via praticamente percorribile nelleconomia capitalistica:
i lavoratori partecipano alla scelta delle decisioni dellazienda.
In effetti, avremmo visto applicata quella teoria in parecchi Paesi (dalla
Svezia agli Usa) sia pure con le peculiarità di ciascun Paese.
Mercato kamikaze
Io e molti
altri ero per leconomia mista. Ancora oggi sono favorevole
allintervento dello Stato, ovviamente con opportuni aggiustamenti
sia perché va tradotto per la dimensione Europa (e ne sono felice)
e sia perché il capitalismo necessita di regole imposte. Il punto
di partenza è lapalissiano. Il denaro è apolide, non ha
patria né sentimenti: è fedele soltanto a sé stesso
e tende a concentrarsi. Chi possiede il denaro lavora per fare lasso
pigliatutto. Non ha senso richiamarsi alla figura tramandataci da una
retorica pubblicistica del capitalista spietato, moralmente squallido,
avido e ripugnante. Che, perciò, deve soccombere alla giustizia
proletaria in modo che le sue ricchezze accumulate sul sangue di
tanta povera gente siano distribuite a tutti con equità.
Gli Usa, dove il capitalismo ha avuto il massimo di libertà, hanno
nel corso del tempo emanato leggi per vietare i monopoli, i cartelli e
favorire la concorrenza. Il libero mercato, infatti, quandè
davvero libero cancella la concorrenza. Facciamo lesempio di un
capitalista con miniera di rame. Le sue energie sono naturalmente indirizzate
verso lacquisto di altre miniere, secondo un processo di concentrazione
che ha per traguardo il controllo del prezzo del rame. Se cè
qualche giacimento di rame nel mondo sul quale poter mettere le mani,
è certo che, a costo di finanziare colpi di stato e rivoluzioni,
se ne aggiudica il controllo.
La fase finale del libero mercato è la morte del mercato. Uno Stato
serio che fa? Impone regole. Ma con intelligenza. Altrimenti il capitale
fugge oppure smette di produrre ricchezza.
LIri a teatro
Lesempio dellIri
(fondato nel 1933) secondo me tagliava la testa al toro. Grazie allIri,
infatti, lItalia non aveva subito contraccolpi per il terremoto
di Wall Street che nel 1929 aveva scatenato la grande depressione negli
Usa. La versione fascista del capitalismo fu un mix tra pubblico e privato:
esempio rimasto unico in Occidente. La creazione dellIri faceva
parte di una strategia economica che rivoluzionava i canoni ottocenteschi.
Per esempio fin dal 1926 alla Banca dItalia era stata data lesclusiva
sullemissione della moneta (prima battevano moneta anche il Banco
di Napoli e il Banco di Sicilia). E lanno seguente era stata emanata
la Carta del Lavoro che delineava i rapporti di produzione e non solo.
Siccome era un patrimonio che mi portavo dietro da quando ero ragazzino,
mi soffermo di più e faccio pure qualche citazione dei punti che
mi sembrano essenziali. "Lintervento dello Stato scriveva
la Carta del Lavoro - nella produzione economica ha luogo soltanto quando
manchi o sia insufficiente liniziativa privata o quando siano in
giuoco interessi politici dello Stato. Tale intervento può assumere
la forma del controllo, dellincoraggiamento e della gestione diretta".
Per i lavoratori (dal 1923 cera la legge che imponeva le 8 ore di
lavoro!) la Carta diceva: "L azione del sindacato, lopera
conciliativa degli organi corporativi e la sentenza della magistratura
del lavoro garantiscono la corrispondenza del salario alle esigenze normali
di vita, alle possibilità della produzione e al rendimento del
lavoro. La determinazione del salario è sottratta a qualsiasi norma
generale e affidata allaccordo delle parti nei contratti collettivi".
I contratti nazionali oggi sono superati dalla contrattazione di secondo
livello, ma va ricordato che sono passati più di ottantanni.
Cito anche larticolo per il collocamento: "Lufficio di
collocamento a base paritetica è sotto il controllo degli organi
corporativi. I datori di lavoro hanno lobbligo di assumere i lavoratori
inscritti a detti uffici e hanno facoltà di scelta nellambito
degli inscritti agli elenchi, dando la precedenza agli inscritti al Partito,
ai Sindacati Fascisti secondo la loro anzianità di inscrizione".
Al di là delle scontate considerazioni sulle restrizioni imposte
alla libertà nel Ventennio, non va dimenticato che i criteri per
le graduatorie sono inevitabili. Oggi per esempio una ragazza madre o
un tossicodipendente hanno punti in più nelle graduatorie per la
casa etc. Faccio altre due citazioni anche se mi rendo conto di scantonare
nel pedante. La prima: "Lo Stato Fascista si propone: 1° il
perfezionamento dellassicurazione Infortuni ; 2° il miglioramento
e lestensione dellassicurazione maternità ; 3°
lassicurazione delle malattie professionali e della tubercolosi
come avviamento allassicurazione generale contro tutto le malattie
; 4° il perfezionamento dellassicurazione contro la disoccupazione
involontaria ; 5° ladozione di forme speciali assicurative
dotalizie per i giovani lavoratori". La seconda: "Nessun contratto
collettivo di lavoro può essere pubblicato ove non contenga norme
precise sui rapporti disciplinari, sul periodo di prova, sulla misura
e sul pagamento della retribuzione, sullorario di lavoro, sul riposo
settimanale e, per le imprese a lavoro continuo, un periodo annuo di riposo
settimanale retribuito".
Fascisti a metà
Nel confronto delle
ipotesi di scuola entravano anche i Diciotto punti di Verona, la Carta
del Carnaro, la Rerum Novarum, il Fordismo, il capitalismo renano
voglio dire che ci eravamo caricati di un compito immane. Da ragazzi poco
più che ventenni cercavamo la soluzione ai mali della società
e a prospettarne una che non vedesse più lo sfruttamento delluomo
sulluomo, la povertà causata da un sistema fondato sulla
rapina, le ingiustizie funzionali al predominio di unoligarchia
(della quale i partiti erano in diversa misura dipendenti/sostenitori).
Lo sforzo di chi come me partiva dalla Carta del Lavoro era immane. Come
spiegare che dal Ventennio si potevano trarre indicazioni valide anche
in una società antifascista? Tra laltro, ricordo che cerano
gruppi fascisti i quali non ammettevano critiche e che rafforzavano nellimmaginario
collettivo lidea che qualcuno volesse rifare la guerra agli americani,
cancellare la libertà di stampa, eliminare il diritto al voto,
ripristinare le leggi razziali, comandare le folle da un balcone e perseguitare
con la galera (o con sicari) gli oppositori. Ci trovavamo in mezzo. Già
era una discriminante la lotta di classe: se non laccettavi, eri
fascista per definizione. Parlando con uno dei leader poteroperaisti,
non mi beccai laccusa di fascista ma quella meno infamante di "interclassista".
Da sessantunenne ascolto desolato chi inneggia alla lotta di classe in
un mondo entrato nel Terzo Millennio e che rifiuta le ideologie perché
metodologie nate nei secoli scorsi. Lerrore sta nellidentificazione
dellidea con lideologia. Lidea è un principio
che si cerca di realizzare nella pratica. Lideologia è lo
strumento per quella realizzazione. Essendo, dunque, uno strumento risente
del periodo storico, della latitudine e della longitudine, del clima e
delletnìa
. e degli uomini. Le idee camminano sulle
gambe degli uomini, diceva qualcuno che ora mi sfugge: lidea imperiale
di Federico II è diversa da quella di Kublai Khan. Tocca tornare
allidea e costruirne lapplicazione. Chi è pigro si
rifà ai vecchi schemi, li spolvera un po e li ripropone (lesempio
della lotta di classe valga per tutti). Noi avevamo lambizione di
inventare (anche nel senso etimologico) il modello di società più
equo possibile. Faticai molto con il prototipo-Iri perché la Dc
laveva ridotto ad un immane mostro mangiaquattrini di partecipazioni
statali, per cui veniva giustamente guardata con sospetto. Uno Stato che
fabbrica perfino i panettoni fa ridere pure i pasticcieri.
Per giunta, cerano un paio di ragazzi di provenienza liberale (per
contestualizzare: la sinistra liberale si identificava in Pannella) che
non accettavano lidea che lo Stato facesse limprenditore.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.16 del 26/9/2008)
A
Valle Giulia i "fascisti" fecero la differenza!
Mero
ripromesso di ignorare lalluvione di rievocazioni e interventi che
invadono stampa, radio, tv e web nel quarantennale del Sessantotto. Non
volevo immergermi in un fiume tracimante che ricopre dacqua non
sempre limpida un periodo che ha subito lo stesso destino della guerra
civile scoppiata in Italia nelle fasi conclusive della seconda guerra
mondiale. Nella vulgata corrente si racconta che i partigiani furono soltanto
i comunisti ignorando la partecipazione di cattolici, socialisti, liberali,
monarchici, azionisti, repubblicani e, anche, di genuini banditi. Allo
stesso modo oggi si racconta che i protagonisti in Italia della contestazione
giovanile furono i compagni del Pci, di Lotta Continua, di Potere Operaio,
del Movimento marxleninista, dellUnione dei comunisti, dei trotzkisti
e di tanti altri atolli dellarcipelago rossodipinto. La verità
è che il Movimento studentesco non fu tutto di Mario Capanna, nemmeno
a Milano.
Valle Giulia
A dire la verità qualche correzione di rotta nel corso degli ultimi
anni cè stata. Negli scontri di Valle Giulia, per esempio,
nessuno più nega la presenza fondamentale di non-compagni e, addirittura,
di fascisti. Le foto di quella mattinata, infatti, mostrano quelli che
stavano in prima fila e quelli che inseguivano gli uomini in divisa. A
sequestrare "in nome del popolo in lotta" una jeep di questurini
furono un paio di giovanotti che è corretto definire non-comunisti
e esagerato chiamare fascisti. Il fatto è che quelle migliaia di
giovani (più della metà studenti medi) non erano preparati
alla violenza. Abituati a sciamare per le strade urlando slogan "libertari",
quei ragazzi non serano mai trovati in situazioni che per qualche
centinaio di noi erano diventate normali: fermi, arresti, perquisizioni,
manganellate eccetera ecceterone. Quando le divise cominciarono a ondeggiare
(le cariche facevano davvero paura) quasi tutti se la diedero a gambe.
Infagottati nei cappottoni (e convinti di non trovare resistenza) caricarono
senza criterio e si trovarono di fronte giovanotti (e qualche pugilatore,
ma ho detto che non faccio nomi) che invece di scappare li affrontarono.
Tutto qua. I compagni si limitavano a scandire: "Ci picchiano, ci
sfruttano, ci mettono in galera e questa la chiamano libertà"
e indulgevano nel vittimismo. Ma a Valle Giulia i non-comunisti e i fascisti
fecero la differenza. Per quanto mi riguarda, lepopea degli scontri
con le forze dellordine la rifiuto. Lho già detto:
è naturale che il potere usi le guardie per reprimere e perciò
beccarsi un po di mazzate faceva parte del gioco. Alla mia età
le cicatrici sul cranio e qualche osso che non sè mai rimesso
del tutto a posto non mi ispirano a cantare intrepide gesta eroiche. Non
nascondo che allepoca mi sentissi Sandokan ma già allora
provavo un che di fastidio quando mi chiedevano di raccontare le zuffe.
Per troppa gente era più esaltante ascoltare, chessò, come
avevamo liberato a Trastevere i nostri arrestati dai carabinieri che le
idee e il programma del movimento. E tranquillamente mincazzavo.
Scalfari, il minivate
Perché sospendo limpegno preso con me stesso di non partecipare
alla saga del Quarantennale? Perché Eugenio Scalfari, che si sente
tuttora inappagato quale nume tutelare del quotidiano dellIngegnere,
sintestardisce a rivendicare il ruolo di padre nobile della repubblica
italiana. Non gli basta manovrare per spingere un politico piuttosto che
un altro, un partito, una riforma, una legge oppure un ordinario dispositivo
amministrativo. Con lavanzare degli anni ha cominciato a proporsi
come ermeneuta della società, esegeta vaticinante, chiosatore illuminato
di italici vizi e virtù. Ho sempre letto con fastidio le sue articolesse
ma non ho mai ceduto alla tentazione di imbastire polemiche per due motivi:
il primo è che parecchi dei nostri lavoravano per lui (oggi qualcuno
è in pensione e qualcun altro ancora ci lavora) e il secondo
non meno determinante è che lattacco ad un "maestro
di giornalismo" da parte di un oscuro cronista è sempre interpretato
come tentativo di mettersi in luce, di farsi notare, di rincorrere la
notorietà. Sarei potuto entrare a gamba tesa un bel po di
volte. Nella mia non-carriera ho attraversato numerosi piccoli giornali
e mi è capitato di pubblicare qualcosa di originale. Bene, dopo
qualche tempo (un paio di giorni o un paio di mesi) "Ripubblica"
schiaffava in pagina la stessa cosa evitando di citare la fonte. Vabbè.
Supero limbarazzo per questa scivolata nel circolo delle primedonne,
e vengo al sodo. Scalfari ha sostenuto che il vero Sessantotto accade
lanno dopo (lotte sindacali etc.). Forse lanno gli sta antipatico
perché gli ricorda un infortunio: aveva raccontato di un golpe
(il cosiddetto Piano Solo del generale De Lorenzo) e per evitare la condanna
(mi pare un anno e mezzo) si fece eleggere deputato dal Psi insieme con
il collega Jannuzzi. Gli accadimenti personali hanno peso anche per le
menti illuminate e basti questo accenno. Comunque ha ragione: il 68
non è nato quellanno, bensì nel Sessantasei. E qui
faccio un altro strappo. Racconto, cioè, fatti che non ho vissuto
in prima persona perché ero un liceale di Salerno in trasferta
a Roma un paio di volte al mese per una storia damore (e per andare
al Piper).
I deputati universitari
Negli anni mussoliniani gli universitari di ciascun ateneo si aggregavano
nel Guf (Gruppo universitario fascista). Dai Guf è uscita gran
parte della classe dirigente che ci ha governato dal dopoguerra a oggi.
E proprio alla fine del secondo conflitto mondiale fu inventato lUnuri
(Unione nazionale universitaria rappresentativa italiana) che riprendeva
gli schemi guffini ma con lintroduzione di libere e democratiche
elezioni. Come nei Guf, così nellUnuri molti politici hanno
cominciato la loro carriera. Faccio un nome per tutti, anzi due: Benedetto
Craxi e Giacinto Pannella. Le regole della democrazia rappresentativa
portarono allistituzione di un parlamento copia conforme di quello
nazionale. Si formavano liste che si richiamavano più o meno direttamente
ai partiti che sedevano in Parlamento e si radicavano rappresentanti che
al pari dei "grandi" (per età) erano eletti ad ogni tornata.
Ciascun parlamentino (a Roma cera lOrur- Organismo rappresentativo
universitario romano) mandava propri "deputati" nellUnuri.
Cito le sigle dellepoca legate ai partiti: LUgi (Unione goliardica
italiana - Pci); Agi (Associazione goliardica italiana - Pli); Intesa
universitaria (Dc); Fuan (Fronte universitario di azione nazionale - Msi).
Ad un certo momento (non so quando) i "deputati" delle diverse
liste trovarono conveniente litigare di giorno e (accade anche nelle istituzioni
nazionali e locali) fare accordi di notte. Forse è uno dei motivi
per cui la percentuale degli elettori saggirava sul 10% degli aventi
diritto. Gli iscritti alluniversità erano (come nel 68
e a maggior ragione oggi) interessati più alla macchina, alla moto,
alle feste, alla carriera che a partecipare alla vita politica. Quando
qualche anno fa, Panorama (mi pare) scrisse che cera il "riflusso
al privato" perché alle elezioni universitarie aveva partecipato
il 10% degli studenti, provai a spiegare che era sempre stato così.
A muoversi sono sempre in pochi. La massa non partecipa. I cortei del
68 erano affollati perché cerano gli studenti medi
che coglievano loccasione per non andare a scuola. Per di più
non sfilavano tutti: molti ne approfittavano per andarsene a spasso punto
e basta. Se a Roma tutti gli studenti medi e universitari
fossero scesi in piazza, i cortei sarebbero stati lunghi da Termini fino
a Piazza del Popolo. E ovvio che è impossibile una partecipazione
così totale. Alle elezioni la gente ha preso labitudine di
andare alle urne in percentuali "bulgare" perché un tempo
chi non votava si trovava sul certificato di buona condotta la dicitura
"Non ha votato". In vaste zone del Sud e in molti paesini del
Nord, la gente era convinta che cera perfino larresto per
chi non votava. Su questo ho sempre invitato gli "esperti" a
farci mente locale per fare analisi più aderenti alla realtà.
Morte alla Sapienza
Nel 1966 cera un governo Moro (Dc, Psi, Psdi e Pri) quando alla
Sapienza si fecero le elezioni. La gestione spudorata delle urne fece
incazzare gli studenti del gruppo che si richiamava a Randolfo Pacciardi
e quelli del Fuan-Caravella. A Roma cioè cerano universitari
che si spiravano alla Nuova Repubblica e altri che, sia pure missini,
avevano conquistato con la dicitura aggiuntiva (Caravella) autonomia piena
dal partito di riferimento e dal Fuan nazionale. Questi ragazzi (con molti
dei quali dal 1968 in poi ho fatto politica) cercarono di bloccare i brogli
che i soliti "deputati" combinavano per conservarsi le posizioni
di privilegio acquisite e continuare a gestire i soldi. Cera, infatti,
di mezzo anche una questione di quattrini: lOrur amministrava fondi
per circa 60 milioni di lire. Cifra di tutto rispetto in quegli anni (e
per uno squattrinato anche oggi). Scoppiarono incidenti (conosco la dinamica
attraverso racconti di fonti diverse, ma non ho un racconto sicuro da
fare) e volarono sganassoni. Uno studente (Paolo Rossi) salito sul muretto
del rettorato cadde e morì. Fu un incidente, ma venne addossata
la colpa ai fascisti. Luniversità venne occupata. Il rettore
chiamò la polizia. Fatto straordinario, assai: negli atenei allepoca
le forze dellordine non ci mettevano piede senza un regolare
invito.
A metà del 1966, dunque, a Roma scoppiò lincendio.
E tutto cominciò in quelle giornate.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.17 del 10/10/2008)
Ci
accomunavano gioventù e sogni
Nel Gruppo
del Teatro eravamo tutti reduci, eppure il reducismo non aveva cittadinanza.
Chi era stato battezzato "combattente" a Valle Giulia sera
dovuto rassegnare a raccontare le proprie imprese ad amici e conoscenti,
ma lì dentro si discuteva daltro. Il fatto è che eravamo
tutti reduci da battaglie combattute fin da ragazzi. Perfino in trattoria,
a San Lorenzo, tra una carbonara e un uovo al tegamino, se a qualcuno
saltava il ticchio di raccontare di quella notte che mentre faceva le
scritte
sbottava un coro di: davvero? eccezionale! e come hai fatto?
Insomma, lincauto veniva messo in mezzo senza pietà.
Ci comportavamo così per autodifesa. Molti avevano avuto guai perché
avevano raccontato una qualche avventura ad un gruppo di persone tra le
quali sera infilata una guardia. Da sempre, sia nelle riunioni di
un partito che in quelle di un gruppo extraparlamentare o di una inoffensiva
associazione culturale, la vigilanza statale era assicurata da uno o più
infiltrati. La vicenda del circolo XXII marzo in via del Governo Vecchio
è esemplare: per la bomba di Piazza Fontana linfiltrato poliziotto
arrestò linfiltrato carabiniere e linfiltrato dei servizi
mise le manette allinfiltrato dellintelligence
non ricordo
di quale Paese. I pochi veri anarchici che cerano (6!) sarebbero
poi stati assolti. Chi ha fatto politica fin da ragazzo sa, dunque, che
la presenza dello spione è immancabile.
Per alcuni cera un motivo aggiuntivo a rafforzare la riservatezza
ed era limpersonalità. Ci si sforzava, cioè, di mostrare
freddo e lucido distacco dallazione. Il comportamento impersonale
è la via da percorrere se si vuole arrivare al centro, al superpersonale.
Evola aveva sottolineato che "dove davvero esiste una grandezza di
personalità là è visibile lopera più
che lautore; lazione, più che chi agisce
".
Ci piaceva pensare di essere uomini normali come lo è una retta
su un piano. La vita avrebbe messo a dura prova quella tensione spirituale
umiliando qualcuno e incattivendo qualcun altro.
Reducismo kaputt
Io sono cresciuto nutrito anche dal reducismo. Da ragazzino ero un attivista
della Giovane Italia, lassociazione giovanile del Movimento sociale
italiano, che a Salerno aveva una stanza nella sede del partito in via
Diaz. Gli anziani tutti devoti fascisti; i missini alla Fini erano
ancora in fasce narravano ai giovani virgulti le esperienze vissute
in guerra e in pace nella convinzione di allevare così una nuova
generazione di fascisti. Ci raccontavano della guerra in Africa, di El
Alamein e Bir el Gobi, dei fusti di benzina spediti da Ciano pieni dacqua,
di Supermarina che faceva affondare le nostre navi dagli inglesi, dellultima
raffica di Salò, di quella-volta-che-il-Duce-mha-stretto-la-mano,
della disperata resistenza tedesca dopo lo sbarco degli anglo-americani
a Salerno
tornavo a casa la sera con la testa rimbombante di cannonate
ma orgoglioso di appartenere ad un popolo di eroi. Erano serate entusiasmanti.
Quei reduci parlavano di cose che non trovavi da nessuna parte. Io seppi
allora delle foibe e del genocidio messo in atto dai titini. Il vissuto
di quegli irriducibili fascisti era una miniera dinformazioni. Cerano
purtroppo alcuni inconvenienti. Il ciclo dei ricordi ad un certo punto
finiva e ricominciava daccapo. Un anno dopo ti ritrovavi a rivivere per
lennesima volta lattacco dei carri armati contro i paracadutisti
della Folgore. Ma come facevi a interrompere? Il rispetto per le persone
anziane era bagaglio educativo comune. Allepoca solamente a qualche
fetentone veniva in mente di rinchiudere il vecchio genitore in una casa
di riposo. I reduci, però, capivano poco della politica corrente.
Si limitavano a bollare questo e quello con il marchio di traditore, ladro,
opportunista, ricchione, venduto e via marchiando.
Missili allAvana
Nel 1961, lanno della crisi di Cuba, avevo quattordici anni e nessuna
idea di come giudicare/commentare il pericoloso braccio di ferro Usa-Urss.
Da una parte cerano gli americani, quelli che ci avevano bombardato,
che ci avevano invaso, che avevano portato da noi i marocchini violentatori
di uomini, donne e bambini e che avevano compiuto le stragi nucleari di
Hiroshima e Nagasaki. Confesso che il pensiero dei morti assassinati dalle
atomiche non mi addolorava più di tanto. Era lumiliazione
subita dai samurai che mi faceva incazzare. Era una specie di empatia
a posteriori: mi mettevo nei loro panni, li immaginavo mentre esercitavano
il coraggio della spada e la lealtà della parola, piombavo in mezzo
a loro mentre morivano con il ventre squarciato pur di non arrendersi;
i volti dei kamikaze che avevo visto in documentari e fotografie erano
scolpiti nella sfida impossibile. Avevano gli occhi a mandorla ma con
la stessa luce che balenava negli occhi dei ragazzini tedeschi armati
di panzerfaust, decisi a fermare i carri sovietici. Quella luce non cera
negli occhi dei nostri sciuscià. Il sangue dei giovani fascisti
morti combattendo per la Rsi non bastava a lavare le vergogne che "La
Pelle" di Malaparte aveva fotografato con nitida passione. Mi convinsi
e resto convinto che i veri popoli vincono o perdono le loro guerre uniti.
Il "ma anche" appartiene a chi non ha fede. La comodità
di saltare sul carro del vincitore è momentanea; sul piano esistenziale
è devastante. Labile saltatore si inaridisce e si perde in
un quotidiano senza sapore. Il materiale più solido della costruzione
come della ricostruzione è il sogno. Che si innalzino
cattedrali o anfiteatri non fa differenza. Alla base cè lorgoglio
delluomo. La meschinità dà soddisfazioni meschine
e quando in una popolazione prevalgono le pochezze dei singoli è
insensato parlare di popolo. Negli anni Sessanta, però, non mi
ponevo problemi così ardui. Chi aveva mantenuto la parola data
era un grande da onorare; chi aveva tradito stupidamente (to badogliate
è il sarcastico neologismo inglese) era da mettere al muro. Le
categorie di giudizio erano le più semplificate possibili: amico/nemico,
giusto/sbagliato, vero/falso. Ero tra i più scatenati maneggiatori
dascia. Non ammettevo sfumature. Il messaggio evangelico "il
tuo sì sia il sì e il tuo no sia il no" mi proteggeva
anche di fronte al prete che minvitava ad essere più tollerante.
La tolleranza zero lho scoperta in tenera età e mi ha accompagnato
per anni. E stata proprio lesperienza del Sessantotto a farmi
scoprire laltra faccia della luna. E il dialogo la chiave
giusta; non il muro contro muro. Ma puoi dialogare soltanto se sai chi
sei. Il confronto fertile è tra identità chiare. La rinuncia
ad un principio non facilita il dialogo. Tuttaltro. Lo mina alla
base. Diventa un talk show; buono per passare il tempo, inutile per arrivare
ad un incontro, dannoso per una coscienza in formazione.
Alto Adige a Salerno
Nelle belle giornate domenicali, stavamo un po in sede e poi scendevamo
al lungomare e, tra un commento alla vista di una bella ragazza e lo sfottò
a conoscenti con il vestito nuovo, parlavamo di politica corrente. E litigavamo.
Il terremoto in Irpinia, il concilio vaticano o la morte di Mattei erano
ciascuno un argomento di scontro. Con ridicola (oggi) serietà affrontavamo
questioni enormi basandoci essenzialmente su articoli di giornali. Si
finiva sempre con un accordo del tipo: chiediamo allavvocato Gassani
e vediamo a chi dà ragione. Capitava, quando la brutta giornata
ci teneva nella sede fino allora di pranzo, di invocare il parere
degli anziani riuniti nellaltra stanza. Per gli attentati in Alto
Adige (quanti scioperi ho fatto in difesa dei confini italiani!) la partecipazione
reducista era preziosa. Lanalisi partiva da quando Mussolini aveva
mobilitato le divisioni al Brennero a protezione della regione (che per
i tedeschi era Sud Tirolo), attraversava per contiguità la tragedia
istriana (pulizia etnica titina), arrivava allAccordo De Gasperi-Gruber
(bollato come tradimento) e si concludeva nella necessità di far
sentire la voce degli italiani veri. Tutto sommato il reducismo si esaurisce
nel racconto. Non fornisce strumenti politici. Il reduce sapiente
Mario Capanna, per esempio dà una lettura del proprio passato
(che anno dopo anno è diventata unepopea a fronte della quale
la Lunga Marcia di Mao diventa una passeggiatina) come se fosse la griglia
giusta per interpretare il presente. Il suo manierismo ecologista, comunque,
rivela i limiti di un reduce che non si rassegna. Ma sono fatti suoi.
Tra laltro è meglio lui di tanti suoi detrattori apolidi.
Negli ultimi tempi mè venuta a odio anche la rimpatriata.
Non trovo più appigli. Come giustificare la penosa sceneggiata
di ti ricordi quando e hai visto che fine ha fatto quello? Sembrerà
un luogo comune ma davvero i migliori di noi sono morti. Alla fine della
bicchierata prevale un sentimento generale di disfatta misto a rancori
e rimpianti maligni. Ci accomunava gioventù e sogno. Oggi siamo
impiegati della vita; mezzemaniche anche chi ha avuto successo
in società del polveroso ufficio-Italia. Per sovrammercato,
il pragmatismo sè fatto cinico e lanalisi politica
è vecchia. In breve: la rimpatriata mi fa prendere pena di me stesso.
E non mi va.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.18 del 2410/2008)
Il "corruttore" Giovanni Papini
Cera
un interrogativo che accomunava tutti nella protesta generale. Era una
domanda egoista nel senso che non riguardava i rapporti Est-Ovest, la
fame nel mondo, lo sfruttamento delluomo sulluomo, la falsa
democrazia eccetera ecceterone. Ci chiedevamo: ma questa università
a che serve? la scuola a cosa ci prepara? Chi seguiva le tesi che a cascata
derivavano (e derivano) dalla lettura marx-leninista non aveva dubbi:
come lo Stato non si cambia ma si abbatte così la scuola era una
struttura classista finalizzata a perpetuare la sopraffazione dei ceti
dominanti. Da qui il famigerato 6 politico (il diciotto alluniversità),
il rifiuto dellautorità del docente e del nozionismo, lambizione
infantile di sedere nei banchi a pari dignità con linsegnante
e la stupida pretesa di scegliere le materie di studio. Se sono arrivate
le ore di danza, musica, teatro, ceramica, cinema e chi più ne
ha più ne metta è in forza di quella spinta originaria.
Latino e greco sono uggiosi, matematica e fisica sono noiose
vuoi
mettere una bella lezione su Mickey Rourke e Kim Basinger? Le critiche
mosse al Sessantotto quale forcipe che ha fatto abortire la pubblica istruzione
in Italia non sono campate in aria. La parte che in nome di una uguaglianza
forzata ha scardinato la scuola è quella che a tuttoggi si
vanta di aver "fatto il 68".
Il "corruttore" Papini
Nel gruppo del teatro cera uno scrittore che avevamo letto un po
tutti: Giovanni Papini. Grande giornalista e polemista corrosivo piaceva
pure per comera vissuto. Ex garibaldino, futurista, liberale, anticlericale,
fascista, terziario francescano
ce nera per tutti nella sua
biografia. Uno dei testi più anticonformisti era del 1914 e si
intitolava "Chiudiamo le scuole". A molti di noi piaceva assai
per una incredibile sintonia. Essere unavanguardia è un dato
aristocratico e non si discute. A tirare lUmanità fino a
portarla nello spazio sono state le avanguardie, cioè minoranze
che sognano lincredibile mentre le maggioranze saffannano
sulle cose quotidiane misurando la vita con un metro ritenuto immodificabile.
Noi combattevamo perché la maggioranza avesse a disposizione un
altro metro. Ci sentivamo investiti di un compito straordinario. E per
noi la scuola era un passaggio obbligato ma del tutto superfluo. Serviva
il "pezzo di carta". Ho già sottolineato come buona parte
di noi provenisse da famiglie che non avevano "dottori" da vantare.
La laurea era una vetta che ceravamo impegnati a raggiungere più
per fare contenti i genitori che per noi stessi. Tranne qualcuno. Ricordo
uno che da grande voleva fare il magistrato e che ad ogni scontro o uscita
notturna aveva il batticuore. Se mi rovino la fedina penale mi tronco
la carriera, diceva, ma non si tirava indietro. A fronte di pochi intenzionati
a partecipare a pubblici concorsi oppure a fare larchitetto, lavvocato
o il docente, i più immaginavano un futuro "politico".
Cosa fra parentesi perseguita da pochi di noi ma da tantissimi
dei "compagni di lotta" di estrazione marxleninista (uso questo
termine grossolano per brevità). Fermo un attimo il racconto per
riportare un po di perle papiniane. Secondo lamico Gilbert
(grazie al quale vive internettuale.net) dovrei farlo ogni volta che cito
un autore o un libro per consentire anche a chi tante cose non le sa di
avere almeno uninfarinatura. Intanto, leggiamoci qualche riga di
Papini.
"Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è
venuta fuor dalle scuole e che le scuole intristiscono gli animi invece
di sollevarli e che le scoperte decisive della scienza non son nate dallinsegnamento
pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e magari pazzesca di
uomini che spesso non erano stati a scuola o non vinsegnavano. Sappiamo
ugualmente e con la stessa certezza che la scuola, essendo per sua necessità
formale e tradizionalista, ha contribuito spessissimo a pietrificare il
sapere e a ritardare con testardi ostruzionismi le più urgenti
rivoluzioni e riforme intellettuali".
Altro che 68, sono parole scritte da un intervista della Prima guerra
mondiale! E ancora:
"Le scuole, dunque, non son altro che reclusori per minorenni istruiti
per soddisfare a bisogni pratici e prettamente borghesi. Quali? Per i
genitori, nei primi anni, sono il mezzo più decente per levarsi
di casa i figliuoli che danno noia. Più tardi entra in ballo il
pensiero dominante della posizione e della carriera.
Per i maestri cè soprattutto la ragione di guadagnarsi pane,
carne e vestiti con una professione ritenuta nobile e che
offre, in più, tre mesi di vacanza lanno e qualche piccola
beneficiata di vanità. Aggiungete poi a questo la sadica voluttà
di potere annoiare, intimorire e tormentare impunemente, in capo alla
vita, qualche migliaio di bambini o di giovani".
En passant, se tra i lettori cè una mamma o un papà,
mi raccomando: non fate lerrore che ho fatto io quando al mio ultimo
figlio che ancora andava a scuola diedi Papini da leggere. Il risultato
è stato che non ne ha più voluto sapere di andare a scaldare
il banco. Chiudo la collana con questa grossa perla lasciataci da Papini:
"La scuola fa molto più male che bene ai cervelli in formazione.
Insegna moltissime cose inutili, che poi bisogna disimparare per impararne
molte altre da sé. Insegna moltissime cose false o discutibili
e ci vuol poi una bella fatica a liberarsene - e non tutti ci arrivano.
Insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso
modo e nella stessa quantità non tenendo conto delle infinite diversità
dingegno, di razza, di provenienza sociale, di età, di bisogni
ecc. Quasi tutti gli uomini che hanno fatto qualcosa di nuovo nel mondo
o non sono mai andati a scuola o ne sono scappati presto o sono stati
cattivi scolari. La scuola è così essenzialmente
antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri.
Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più
imbecilli e immalleabili di quel che fossero al principio - e non è
dir poco. Poveri aguzzini acidi, annoiati, anchilosati, vuotati, seccati,
angariati, scoraggiati che muovon le loro membra ufficiali e governative
soltanto quando si tratta di aver qualche lira di più tutti i mesi!".
Classico vs. Scientifico
Acclarato che la posizione papiniana valeva per un privilegiato come lui
e per chi si "sentiva" ugualmente privilegiato, dovevamo trovare
una piattaforma valida in grado di rivoluzionare il sistema dellistruzione
senza gettare il bambino insieme con lacqua sporca. La domanda era
(ed è): a che serve la scuola? A formare uomini per il domani?
ingranaggi per la produzione? barattoli vuoti con letichetta "laureato"?
Cominciammo con il mettere a confronto le esperienze scolastiche fatte
da ciascuno di noi. Emerse subito la solita contrapposizione tra chi aveva
fatto il classico e chi lo scientifico. Quandero al liceo lavevo
risolto con una sfida. Ad un coetaneo del terzo anno di liceo scientifico
(pari al primo anno di liceo classico) che sosteneva la superiorità
dellalgebra (sviluppa la logica, allarga la mente etc.) diedi una
frase di greco da tradurre. Lui mi diede una funzione. E così,
mentre lui combatteva con il dizionario cercando di individuare la prima
parola, presi il libro, andai al capitolo delle funzioni, trovai la regola,
lapplicai e vinsi la sfida, tra le risate generali. Il mio fu inganno
perché lalfabeto greco è un muro invalicabile per
chi non lo conosca, ma dimostrai che a scuola i problemi di matematica
sono falsi problemi: applichi la formuletta e stai a posto. Mentre al
classico
là sì che si allargava la mente per poter
affrontare al meglio qualsiasi professione.
Nel gruppo del teatro ripresi la questione chiedendo se ci fosse qualcuno
che nel quotidiano avesse risolto un dilemma grazie ad unequazione
di secondo grado o ad un cono iscritto in un cubo. Se volevamo cambiare
il mondo era anche grazie a Dante o a Feurbach oppure a Pound. Il classico
sostenevo apre davvero il cervello e dà gli strumenti
per affrontare al meglio anche materie scientifiche. Più che le
formule da imparare a memoria in matematica, geometria e fisica, sarebbe
stato meglio conoscere la storia, i momenti nodali, le teorie di quelle
materie. Alluniversità, gli aspiranti ingegneri e fisici
nucleari avrebbero studiato sul serio quelle materie. Fu un ragionamento
che dovetti riconoscere marginale rispetto al problema che avevamo dinanzi.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.19 del 7/11/2008)
Il
sacrificio di Jan Palach
Il 16 gennaio
del 1969 a Praga uno studente di filosofia si cosparge di benzina e si
dà fuoco. Il suicidio del giovane ha leffetto di unatomica.
Quella torcia umana nella grande piazza dominata dalla statua di San Venceslao
è un atto daccusa al quale non possono sfuggire né
Mosca né i filo moscoviti sparsi in Occidente. Jan Palach mostra
al mondo che il comunismo dal volto umano è impossibile. In quegli
stessi giorni a Roma noi occupavamo la facoltà di Giurisprudenza
della Sapienza e distinto - animale prima che politico - ci identificammo
in quel giovane che non aveva ancora compiuto 21 anni. La resistenza del
popolo cecoslovacco aveva avuto già tanti martiri ma Palach costrinse
il mondo a dire da che parte stava.
Primavera di sangue
Laiuto fraterno portato dai carri armati del Patto di Varsavia ai
compagni cecoslovacchi era stato deciso dal Cremlino per riprendere il
controllo di un pezzo dellimpero. Nella fortezza sulla Moscova savvertivano
sussulti sempre più preoccupanti provenire dalla periferia. La
cortina di ferro mostrava segni di cedimento e la triade che governava
lUrss e i Paesi satelliti passò al contrattacco ricalcando
il percorso seguito nel 1956 per riportare lordine in Ungheria.
Eliminato il destalinizzatore Nikita Kruscev, il potere era passato nelle
mani di un collegio composto da Leonid Breznev, segretario del Pcus, Alexei
Kossighin, capo del governo, e Nikolai Podgorny, presidente della Repubblica.
Per la prima volta dai tempi di Lenin non cera più un padrone
assoluto e soltanto i reazionari alla Guareschi-Don Camillo si rifiutavano
di credere nel paradiso sovietico. I compagni dei partiti comunisti fratelli
ammiravano i risultati ottenuti oltrecortina e sognavano di instaurare
lo stesso paradiso nelle aree del mondo dominate dallimperialismo
Usa. Allinizio del 1967 il presidente Podgorny era stato ricevuto
da Paolo VI. Un capo di Stato comunista in Vaticano non sera mai
visto e questo fatto straordinario aveva contribuito a diffondere lopinione
che in fin dei conti un po di sovietizzazione non avrebbe fatto
male allOccidente. Il pacifismo a senso unico (contro gli Usa, mai
contro lUrss) ebbe la benedizione dei preti e nel corso degli anni
sarebbe sceso immancabilmente in piazza a sostegno della strategia sovietica.
"Meglio comunisti che morti" avrebbero strillato nel 1979 i
pacifisti contro linstallazione degli euromissili a Comiso. Lo ricordo
come fosse ieri.
Allepoca, le "aperture" sovietiche erano state un boomerang.
Lidea di una maggiore autonomia dal Cremlino si andava diffondendo
nei Paesi fratelli e la Cecoslovacchia assomigliava ogni giorno di più
allAlgeria che, ribellandosi, aveva reso inarrestabile il processo
di decolonizzazione. Così il 20 agosto del 68 le truppe corazzate
gelarono la cosiddetta "Primavera di Praga". Da notare che la
Romania di Ceausescu rifiutò di partecipare alla repressione e
che lAlbania decise di uscire dal Patto di Varsavia e avvicinarsi
alla Cina. Il Sessantotto, però, non era il Cinquantasei e il risultato
politico internazionale fu disastroso per il Partito comunista dellUnione
sovietica.
Il sacrificio di Palach
Lintervento armato aveva "normalizzato" la Cecoslovacchia
nel quasi-silenzio dellOccidente. A Washington erano impegnati nel
cambio (Lyndon B. Johnson aveva lasciato il posto a Richard Nixon, presidente
dal novembre 68) e il nuovo inquilino alla Casa Bianca, che aveva
cominciato la marcia segreta verso Pechino, rispettò le regole
della Guerra Fredda anche dinanzi al sacrificio di Palach. Che non fu
il solo. A Praga una targa ricorda anche Jan Zajíc, altro studente
suicidatosi per protesta. Le cronache al riguardo sono molto scarse, e
non so quante vittime contasse il gruppo di volontari fondato da Palach
per essere torce della libertà.
Allepoca dei fatti, ripeto, ero nel gruppo che occupava Giurisprudenza
alla Sapienza.
Stilammo un documento che creò un po di scompiglio tra gli
studenti perché davamo uninterpretazione dei fatti del tutto
nuova rispetto ai media ufficiali e che mise in imbarazzo i compagni di
Lettere, di Fisica e di Scienze politiche perché la loro Grande
Madre sera rivelata essere una perfida matrigna.
Già nel titolo cera un eretico - per i più - attacco
alleroe della primavera. Eccolo: "Solidarietà con gli
studenti ed operai cecoslovacchi in lotta contro limperialismo sovietico
e contro il suo veicolo: lopportunismo di Dubcek".
Ed ecco il testo:
Non si cambia lattuale sistema politico mondiale con le lacrime
o col moralismo, bensì con il giusto uso della forza.
Gli studenti cecoslovacchi, non potendo rispondere direttamente alle violenze
dellimperialismo sovietico, lo hanno fatto in modo indiretto, ribaltando
la violenza contro se stessi.
Il loro atto non è stato moralistico ma estremamente politico.
Rifiutiamo, pertanto, le false lacrime dei piagnucoloni di ogni sorta
(dal PCI al MSI): Dubcek non è che un reggicoda di Kossighin al
pari degli altri leader dellEuropa orientale.
Il problema cecoslovacco si risolve unicamente in una prospettiva europea
che rifiuti allo stesso tempo sia la colonizzazione americana che quella
(non meno brutale) sovietica.
La liberazione e lunificazione dellEuropa al di fuori
e contro gli imperialismi non è e non sarà, inoltre,
un fatto isolato; essa è il presupposto necessario per la liberazione
di tutti gli altri popoli oppressi dagli imperialismi coalizzati.
Il compito degli studenti rivoluzionari italiani in questo momento è
di demistificazione e di chiarificazione: mostrare al popolo lo stato
di schiavitù politica, sociale ed economica dellEuropa e
degli altri paesi; spezzare la sua falsa coscienza stratificatasi a causa
danni doppressione e mostrare la strada reale per la risoluzione.
Il documento finiva con la parola dordine francese: ce nest
quun debut continuons le combat ed era firmato movimento studentesco
di giurisprudenza.
Il linguaggio forse è datato, ma la crisi dei subprime statunitense,
il fatto che la Cina comunista compri il debito pubblico americano e linvasione
dei prodotti cinesi confermano oggi la necessità dellindipendenza
e dellautonomia che noi volevamo ieri per lEuropa. Le stesse
avvisaglie di una riedizione della Guerra Fredda dovrebbero spingere gli
europei a volere un organismo di sana e robusta costituzione.
Nella premessa allAnticristo, Nietzsche aveva scritto: "Solo
il dopodomani mi appartiene. Cè chi nasce postumo".
Ho avuto modo di scoprire che era una grande verità e per questo,
finita la tempesta sessantottina, smisi di fare politica. Non è
possibile raccogliere consensi, trovare spazio nei dibattiti e, soprattutto,
nelle polemiche (pane quotidiano della politica) se non si è in
sintonia con il presente e se i progetti enunciati non appartengono allimmediato
futuro. Luomo politico non prospetta alloperaio che potrebbe
diventare uno dei padroni della fabbrica; se lo facesse sarebbe scartato
a vantaggio di chi promette alloperaio un salario più alto
a partire dal prossimo mese.
La vicenda Alitalia di questi giorni dimostra che le forze in campo combattono
ciascuna per sé e che il futuro (quando volerà una compagnia
aerea europea) per ognuno è arrivare alla propria pensione. Il
politico sa sfruttare gli egoismi e su questi arrampicarsi fino ai vertici.
Chi nasce postumo, chi cioè vede troppo lontano è inadeguato.
Quando non di ostacolo. Quarantanni fa, comunque, ero convinto di
poter cambiare il mondo. Ed ero in buona compagnia.
Una posizione terza
Che parecchi di noi sarebbero poi passati al giornalismo, oggi appare
scontato vedendo che, contemporaneamente alla produzione di documenti
e analisi, lanciavamo anche comunicati stampa. E su Jan Palach spedimmo
questo ai media:
Gli studenti rivoluzionari romani, riuniti il 25 gennaio 1969 nellaula
Galasso della facoltà di Giurisprudenza da 9 giorni occupata dal
Movimento Studentesco di Legge
Commemorano il sacrificio di Jan Palach e degli altri martiri cecoslovacchi
ed ungheresi ricordando il loro rivoluzionario gesto di ribellione allimperialismo
e di aspirazione alla costruzione di unEuropa autonoma e indipendente;
Affermano che la libertà dellindividuo esiste e si afferma
nella misura in cui esiste e si afferma la libertà del suo Popolo;
Condannano latteggiamento dei vari Dubcek, Svoboda, Cernik e Smrkowsky,
che hanno rinunciato a difendere con ogni mezzo il loro Popolo e per questo
non lo rappresentano più;
Dissociano la loro azione a favore della libertà cecoslovacca da
quella di coloro che condannano solo limperialismo russo perché dipendenti da quello yankee;
Si impegnano a lottare per lideale europeo, contro gli imperialismi
autori dellaccordo di Yalta e contro il trattato di non proliferazione
nucleare che ratifica il dominio americano e russo sul nostro Continente.
Roma, 25 gennaio 1969 dalla facoltà di Giurisprudenza occupata
"Ce nest quen debut, continuons le combat"
Sulla vicenda del Tnp (il Trattato di non proliferazione nucleare) mi
riprometto di tornare in seguito. Qui sottolineo la nostra posizione terza
(come Europa, ma non solo) nei confronti dei due blocchi che dominavano
la Terra dalla fine della Seconda guerra mondiale. A chi legge faccio
presente che negli Anni Sessanta o ci si schierava dalla parte di Washington
oppure dalla parte di Mosca. Politici e politologi ritenevano che la divisione
del mondo fosse un dato immutabile. La Germania era spaccata a metà.
Berlino era un condominio. Già parlare della riunificazione tedesca
(che pure era lobiettivo della Carta costituzionale della Repubblica
federale) strappava sorrisetti di commiserazione perfino a lupi di lungo
corso come Giulio Andreotti. La nostra visione di unEuropa unita
forte e indipendente era giudicata, appunto, una visione. Ancora oggi
ci sono persone che rifiutano lUe (perché fatta dai bottegai)
e gioiscono quando gli olandesi, per esempio, bocciano la Carta costituzionale
europea. E miopia politica alla quale però si contrappone
una presbiopia faticosa da sostenere. Stando, però, agli accadimenti
di questi giorni che mettono in discussione il modello attuale di globalizzazione
e che trovano lUe sufficientemente robusta, il sogno degli Stati
uniti dEuropa prende corpo quasi da sé. Voglio dire che i
processi storici obbediscono a leggi eterne e che una di queste leggi
è proprio il caso, il fatto eccezionale, limprevisto. Nessuno
prevedeva la caduta del Muro così come fino a ieri nessuno prevedeva
che Washington avrebbe posto dei limiti alla speculazione finanziaria.
Per chiudere la parentesi rimarco il fatto che la scienza ha scoperto
di non essere
scientifica e perciò la fede incrollabile negli
scienziati (a Parigi avevano messo sugli altari la dea Ragione) si è
parecchio indebolita. Il mondo contemporaneo costruito sulle certezze
materiali è minacciato alle fondamenta. Qualcuno (Benedetto XVI)
invita al ritorno ad una lettura religiosa della vita e può darsi
che avremo un periodo di risveglio fideistico. Al momento cè confusione accompagnata dalla paura.
I compagni: popolo eletto
Ricordo parecchi scontri verbali con i compagni che occupavano le altre
facoltà. Il bagaglio marxleninista e le doppie verità del
Pci costituivano un armamentario vincente nelle dispute. Quanto sono bravi
i compagni a fare sottili distinguo e a difendere lindifendibile,
ho avuto modo di verificarlo quasi quotidianamente. In questi giorni Adriano
Sofri ha provocato un terremoto mediatico arzigogolando sulla natura non
terroristica delluccisione del commissario Calabresi. Il can-can
gli farà vendere un fottìo di copie del suo ultimo libro
e già questo per Sofri è un ricco risultato. Conosco quel
tipo umano e non dico che scopo della provocazione fosse unicamente vendere
un best seller. Sofri è lipotiposi dellarroganza comunista.
Si sente ontologicamente diverso e ha la coscienza di essere privilegiato.
E il privilegio lo pretende perché gli è dovuto. Quando
Sofri fu arrestato, i carabinieri non irruppero a casa sua prima dellalba
come sono soliti fare. Ci andarono verso le nove. Gli fecero fare colazione.
Poi gli chiesero in quale carcere desiderasse essere accompagnato. Sofri
è un detenuto che non ha bisogno di chiedere la grazia. Fa quello
che gli pare. E scrive dove gli pare. E il compagno che appartiene
al popolo eletto. Che ha sempre ragione. Soprattutto quando ha torto.
E sulla repressione in Cecoslovacchia avevano torto marcio a sostenere
che i carri armati difendevano le conquiste del socialismo dalle congiure
fascio capitalistiche. Per loro i missili sovietici erano buoni e quelli
americani erano cattivi. Avevi voglia a spiegare che il missile cattivo
è quello che non funziona. Niente da fare. Ricordo che uno dei
loro cavalli di battaglia era la data di nascita del Patto di Varsavia.
Viene dopo dicevano la costituzione della Nato perché
era necessario uno strumento di difesa dallaggressione americana.
La loro convinzione di stare dalla parte della ragione coincideva con
la collocazione resistenziale antifascista del sistema politico e della
cultura egemone. Loro erano in sintonìa con il sistema e perciò
il Sessantotto è stato colorato tutto di rosso. Quelli come noi
davano solo che fastidio e nella pubblicistica dominante siamo stati cancellati.
In quei giorni, comunque, facemmo un colpo magistrale dal punto di vista
propagandistico.
Cabaret alla Sapienza
La tragedia di Praga aveva acuito le "incomprensioni" allinterno
dei vari gruppi comunisti (uso laggettivo per comodità, ma
è semplificativo) e qualcuno venne a parlare con noi per capire
chi fossimo. Non dimentichiamo che Giurisprudenza era per definizione
una facoltà nera (da quelle finestre era stata scaraventata lanno
prima la panca che aveva ferito Scalzone). Il dato che creava più
scompiglio era limpossibilità ad etichettarci. E letichetta
per i compagni è fondamentale. Se Ikea, per esempio, si guadagna
letichetta di sinistra, vanno tutti a comprare là. Se è
bollata con letichetta di destra, il tam tam compagno ne fa un luogo
off limits. Letichetta per loro è essenziale perché
sanno che le masse non comprendono le cose complicate. O è rosso
o è nero. O è fascista o è antifascista. O è
pacifista o è guerrafondaio. Addirittura sono arrivati a definire
il bagno in vasca di destra e la doccia di sinistra. Manichei? Talebani?
Ne riparleremo. Intanto torno a quello che combinammo perché Jan
Palach entrasse nei cuori e nelle menti anche dei più distratti
(e dei tantissimi che di politica non si interessavano).
Organizzammo uno spettacolo. Un cabaret con musiche e poesia.
Ricopio qui il volantino dallora:
DALLA FACOLTA DI GIURISPRUDENZA OCCUPATA
AGLI UNIVERSITARI ROMANI
Oggi, alle ore 12, gli studenti di Giurisprudenza nellaula I ricorderanno
il sacrificio di JAN PALACH
La tragica morte di Jan Palach, immolatosi per la libertà e lindipendenza
nazionale del proprio popolo, deve indicare alla Gioventù Europea,
come tema di riflessione e di lotta, il problema della libertà
e dellindipendenza dei popoli europei dagli imperialismi che, ad
Est come ad Ovest, in forme diverse, ripropongono la tragica realtà di un continente imbrigliato in situazioni semi-coloniali.
Noi respingiamo il tentativo della classe politica italiana di riportare
allinterno del mondo giovanile dei temi e delle divisioni che abbiamo
IRREVOCABILMENTE superate.
I recenti incidenti di Napoli e Messina, avvenuti su sollecitazioni sciacallescamente
strumentalizzatrici dei partiti, fanno il gioco del sistema nella misura
in cui distraggono i giovani dai temi che, realmente, coinvolgono il futuro
della società italiana ed europea.
Riteniamo invece che il monito di Palach debba essere raccolto unitariamente
dalla gioventù italiana e che debba impegnarla a porsi al fianco
di tutti coloro che, dallAmerica latina al Vietnam ed allEuropa,
si battono per la libertà e lindipdendenza.
In questo spirito, oggi, 30 gennaio, alle ore 12, nella Facoltà occupata, gli studenti di Giurisprudenza ricorderanno il sacrificio di
Jan Palach.
Interverranno alla manifestazione:
il cantante-chitarrista Leo Valeriano
gli attori Gianfranco Funari e Sandro Jovino
Fu un successo. Laula era strapiena. Quando Valeriano cantò
Budapest la reazione fu straordinaria. Da quel giorno fu più improbabile
incontrare per i viali qualcuno che non conoscesse Jan Palach.
Anni dopo. Parecchi anni dopo, un amico mi disse che Funari stava organizzando
una trasmissione sul 68. Gli scrissi per ricordargli della sua esperienza
con noi sollecitandolo a parlarne in tv. Fui un ingenuo a pensare di avere
un riscontro? Non sapevo che i personaggi dello showbiz ricevono quotidianamente
messaggi a pacchi e che in genere sono graziose signorine a smistarli?
Non avrei potuto telefonargli direttamente? Insomma, avrei potuto avere
udienza se non mi fossi confuso tra i fan. Il fatto è che avevo
preso un impegno con me stesso: se Funari avesse risposto al messaggio
e mavesse chiesto un intervento non avrei detto no come già
mera capitato di rispondere in altre occasioni. Sono tuttora convinto
che il protagonismo sia una brutta malattia che, una volta presa, non
se ne va più. "Se per caso capita, ci vado", mi dissi;
ma più di questo non potevo chiedere a me stesso. Arrivato a sessantanni
sono qui a raccontare e a raccontarmi come una Molly Flanders. La vita
è davvero strana.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.20 del 21/11/2008)
"Camerati"
o "compagni di lotta"?
La protesta
studentesca di questi giorni ha fatto riemergere una vecchia questione
che riassumo così: contestare è prerogativa delle sinistre?
Vige una riedizione dellarco costituzionale che dà legittimità alla protesta di alcuni e la nega a quella di altri?
Ai giovani che non sanno ed ai vecchi che non ricordano, dedico qualche
rigo per spiegare lespressione "arco costituzionale".
Dico subito che lautore della formula non me lo ricordo, ma sta
di fatto che divenne uno dei capisaldi della politica democristiana a
partire dalla segreteria di Aldo Moro nel 1959. Tutti i partiti antifascisti
(Dc, Pci, Psi, Psdi, Pli e Pri) erano nellarco. I missini e i monarchici
erano fuori. Per i comunisti (e per i partiti di sinistra, in genere)
valeva la spartizione del mondo frutto degli accordi Usa-Urss. Comunemente
si cita la Conferenza di Yalta del 1944, ma le sfere dinfluenza
statunitensi e sovietiche furono il risultato di un processo cominciato
lanno precedente a Casablanca e concluso a Postdam. Comunque, gli
accordi prevedevano che i comunisti non potessero prendere il potere nellOccidente
pilotato dagli Usa. In Italia la democrazia era bloccata su due versanti:
a sinistra e a destra. Ma la Dc non poteva governare da sola e perciò
era inevitabile linfortunio di governi appoggiati dalle destre.
Era capitato nel 1953 con il governo Pella (4 mesi) e nel 1960 con il
governo Tambroni (4 mesi). Tra i due infortuni, però, cera
stata lUngheria. Nel 1956 gli ungheresi avevano provato a scrollarsi
di dosso il padrone sovietico, ma erano stati massacrati. Il socialisti
italiani reagirono a quella repressione rompendo lalleanza con i
comunisti, che invece avevano applaudito il "ristabilimento dellordine
a Budapest". Per la Dc si presentò loccasione di "aprire
a sinistra" coinvolgendo nel governo il Psi.
I voti del Msi
Quando Fernando Tambroni, spinto dallallora presidente della Repubblica,
Giovanni Gronchi, formò il governo con lappoggio del Msi,
successe il finimondo. I comunisti scatenarono la piazza e la polizia
sparò facendo morti e feriti. La costituzionale reazione antifascista
fu anche aiutata da altri fatti. Uno fu la decisione del Msi di fare un
congresso addirittura a Genova e, cosa peggiore, di non riuscire a resistere
agli assalti dei camalli (gli scaricatori di porto). Un altro episodio
(che soltanto gli ingenui potrebbero giudicare marginale) fu lannunciata
censura sul film di Federico Fellini "La dolce vita". Fioccarono
le proteste dellintellighenzia: il mondo della cultura, rigorosamente
di sinistra, si ribellò e si schierò compatto a difesa della
libertà di espressione. Tambroni mollò Palazzo Chigi e si
ritirò a vita privata. Al suo posto arrivò Amintore Fanfani:
la politica morotea aveva vinto. LItalia dovrà arrivare agli
Anni Ottanta e ai quattro anni di governo Craxi per vedere lo sdoganamento
del Msi e lavvio di una democrazia libera da veti. Un processo che
poi si è completato con laccesso dei comunisti al governo.
Larco costituzionale abbattuto ufficialmente è però
rimasto un caposaldo delle sinistre in quanto coincidente con lantifascismo,
che i compagni hanno sempre usato come una clava contro gli avversari.
Il dibattito culturale che si è aperto sulla Guerra civile 1943-45
e sulla caccia al fascista durata anche negli anni seguenti (da qui lo
slogan dei compagni doggi: uccidere un fascista non è reato)
è maledetto dalle sinistre perché oscura quella mitologia
resistenziale (costruita in parte sui fatti) che consente, come dicevo
prima, di dare patenti di legittimità a chi fa politica.
Ecco perché ho parlato della riedizione dellarco costituzionale
per la contestazione studentesca di questi giorni. I compagni vogliono
gestire la lotta perché la piazza deve essere roba loro. Ma cè
dellaltro. Il fronte ex-post-neocomunista è frantumato. Le
numerose componenti non sono daccordo quasi su tutto. Il tentativo
del Pd di Walter Veltroni di resettare un mondo per riaprire il portone
di Palazzo Chigi è continuamente ostacolato. E lantiberlusconismo
si è rivelato un boomerang. Resta soltanto lantifascismo
come patrimonio comune. E una sorta di linea del Piave da non abbandonare
a tutti i costi. Se cede pure quella, addio sogni di rivincita.
Gli studenti debbono essere tutti antifascisti. Per gli altri cè il ghetto.
Alla Sapienza
Nel 1969 alluniversità di Roma, nel movimento studentesco
cera di tutto. Sopravvivevano anche le tematiche comunismo-anticomunismo
e fascismo-antifascismo ma i più accorti le giudicavano battaglie
di retroguardia. Non è che i compagni, come ho già raccontato,
fossero concordi nel condannare, per esempio, la repressione sovietica
della Primavera di Praga. Oppure che giudicassero alla stessa stregua
limperialismo Usa e quello Urss. Però con molti ci si poteva
parlare. Gli occupanti di Giurisprudenza (certamente non marxisti-leninisti)
erano tuttal più giudicati anomali. Il dialogo fu costante.
Quando al Viminale arrivò il suggerimento di sgomberare luniversità,
furono alcuni compagni di Fisica ad avvertirci. Loro avevano conservato
utili legami con il Pci e dintorni, perciò erano stati preavvertiti
delloperazione di polizia. Noi eravamo un po i parenti poveri.
Se qualcuno di noi si faceva male andava o in un ospedale pubblico (con
il rischio di essere denunciati se non si era capaci di raccontare una
storiella credibile) oppure da qualche medico amico. Loro avevano cliniche
private a disposizione. Se qualcuno di noi aveva bisogno di un avvocato,
si invocava laiuto della famiglia (se ne aveva i mezzi) sennò
sorganizzava una colletta. Loro disponevano di numerosi studi legali.
Insomma, i compagni avevano, per così dire, le spalle coperte.
Ma, a dirla tutta, eravamo talmente gasati che non ce ne fregava assolutamente
unca.
Le guardie giurate
I rapporti con i compagni miglioravano di giorno in giorno perché
noi non avevamo come loro una bibbia da rispettare. A distanza di anni,
se confrontiamo i nostri documenti (volantini, giornali, manifesti) con
i loro, appare lampante che la nostra era una ricerca, mentre il loro
era un affannoso restyling di meccanismi (lotta di classe, dittatura del
proletariato etc.) ai quali non potevano rinunciare pena la perdita dellidentità.
Mi viene in mente il caso delle guardie giurate pagate dalluniversità
per la vigilanza diurna e notturna. Il loro ufficio era proprio allingresso
principale sul piazzale che oggi è dedicato a Moro e che allora
era dedicato alle Scienze. Con la città universitaria occupata,
i compagni non li volevano più vedere e perciò avevano intimato
lo sfratto. Una mattina che rientravo da una notte passata altrove, cera
un capannello piuttosto agitato allingresso. I vigilanti protestavano
e i compagni minacciavano. In disparte ce nera un paio tra i più
anziani che seguivano landamento delle trattative. Mi avvicinai
e chiesi perché facessero tanta resistenza. "Se ce ne andiamo
mi spiegarono la nostra busta paga si riduce allosso".
Mi fecero lelenco delle voci che sarebbero state cancellate e uno
mi dimostrò che avrebbe pure perso il posto. Non ricordo i particolari
ma mi convinsi subito che avevano un milione di ragioni e bisognava trovare
un compromesso accettabile per tutti. Nel capannello cera pure Franco
Piperno, lo chiamai e gli spiegai la cosa. Bla bla bla, alla fine ci accordammo.
Le guardie sarebbero rimaste, ma a due condizioni: avrebbero lasciato
le pistole a casa e non avrebbero più girovagato per luniversità.
"Statevene tranquilli dentro gli dissi a giocare a
carte o a fare cruciverba e andrà tutto bene". Quellaccordo
mi è tornato comodo anche negli anni seguenti: pur non avendo i
necessari permessi, mi alzavano la sbarra ed io entravo con la mia poderosa
500 tra sorrisi e saluti.
Compagni di lotta
Per me quei vigilanti erano lavoratori. Per i compagni erano guardie armate
del sistema repressivo. Fortunatamente cera gente come Piperno che
a volte si toglieva i paraocchi. Fu con lui, per esempio, che arrivammo
ad un altro accordo. Gli spiegai che non poteva chiamarmi "compagno"
tout court. Noi eravamo "compagni di lotta", eravamo cioè
accomunati dalla battaglia di quel momento e non da una ideologia condivisa.
Detta così sembra facile, ma non lo fu. E qualcosa di analogo era
capitato anche al nostro interno. Stavamo marciando per una società
nuova, più giusta e più pulita, e rifiutavamo di restare
inchiodati a terminologie passatiste. Eppure avevamo dovuto affrontare
fin dallinizio una questione terminologica di grande rilevanza.
Molti di noi avevano usato per anni lappellativo "camerata" e non ci volevano rinunciare.
Per me era ovvio che chiamarsi a vicenda camerati tirava una linea di
demarcazione dannosa oltre che ingiustificata. Chi erano i camerati? Quelli
del Msi. E molti di noi non provenivano da quel partito. E prima ancora
chi erano stati i camerati? I fascisti di Mussolini. E potevamo noi pensare
di costruire un mondo nuovo scimmiottando i camerati degli Anni Trenta?
I princìpi si manifestano con forme diverse e in rapporto ai tempi.
Oggi i preti non bruciano più gli eretici in piazza eppure non
hanno cambiato religione. Tra laltro mi infastidiva (e minfastidisce
tuttoggi) chi ha bisogno di segni esteriori per affermare la propria
identità. Non è mettendo lorecchino o colorandomi
i capelli che io dimostro la mia alterità. Il ragazzino ha bisogno
di segnali visibili per appartenere al branco, altrimenti ne è
escluso. Sono riti adolescenziali e finché restano tali non cè
problema. Cosa ben diversa (e tragica) è se, crescendo, quel ragazzino
continua a colorarsi i capelli. Ho visto persone anziane sfoggiare orecchini
da star del rock. Cosa vogliano dimostrare lo sanno soltanto loro, ma
a me ispirano un po di pena. Altri, crescendo, portano segni diversi
per entrare in altri branchi. Quando cominciai a fare il giornalista,
scelsi giacca e cravatta per conquistarmi lanonimato più
stretto. La mia divisa è ancora la stessa, nonostante oggi anche
a teatro si vada in maglioncino e jeans. Il giornalista "impegnato",
quello che quando parla si torce le mani e stringe gli occhi a dimostrazione
dellarrovellamento del suo cervello, indossa un casual costruito
con la pignola vanità della donna che risponde al complimento con
un "mi sono messa addosso la prima cosa che ho trovato". Ma
contenti loro
Per comunicare, i simboli sono indispensabili: su questo non ci piove.
Ma il significato del simbolo è un prodotto storico. La svastica
è un segno religioso in Oriente. In Occidente è il simbolo
delle stragi e delle violenze. Anche di una politica sociale tedesca al
servizio del popolo, è vero, ma nellimmaginario collettivo
riporta unicamente allOlocausto. La croce è un patibolo per
criminali, ma da duemila anni è simbolo di speranza e carità.
Il significato della croce è quello che gli ha dato la religione
cristiana. E la mia lotta che dà un significato alla bandiera
e al simbolo che scelgo. I camarade (i compagni francesi) gridavano "la
fantasia al potere" e volevano la nascita di nuovi inni e di nuove
bandiere, perché la lotta fosse illustrata da simboli di fresco
conio. Per aggregare persone è più facile servirsi di un
simbolo collaudato (la falce-martello, la stella rossa, il fascio etc.)
ma una volta aggregato laggregabile come si fa ad avere consensi
anche da chi in quei simboli non si riconosce? Lesempio che mi viene
in mente è quello del Pci che sceglie nuovi nomi e nuovi simboli
per costruire unidentità più vasta. Quelli di Rifondazione
comunista (e altri) sono spariti dal Parlamento perché sono rimasti
affezionati alla mummia di Lenin. Il quale se fosse vivo
spiegherebbe vivacemente che il loro è un errore politico nonché
un crimine dal punto di vista elettorale. Insomma, i "camerati"
che si sentivano sicuri soltanto restando fedeli a quellappellativo
se ne andarono. E -ironia delle ironie- qualcuno di loro poi diventò
funzionario democristiano e perfino dirigente comunista. Mi dovete credere
sulla parola, perché, come ho già detto, nomi non ne faccio.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.21 del 5/12/2008)
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