Volevamo conquistare il mondo
Il "Gruppo del Teatro"
Dalla parte dei Pellerossa
L'obiettivo era la Verità
Arrivarono anche le ragazze
Una visione eroica del mondo


Volevamo conquistare il mondo

Quarant’anni fa il Sessantotto. Le rievocazioni — interviste, articoli, inchieste, libri e convegni — ripetono schemi interpretativi che mi permetto di definire sostanzialmente estranei, oltre che fuorvianti. Ci sarà senz’altro qualche eccezione, e sarei lieto di venirne a conoscenza. Qui, mi limito a qualche annotazione, giustificato dal fatto che in quegli anni sono stato nelle prime file.
I fronti
Il ’68 fu una grande stagione di libertà. No, sfasciò le regole esistenti senza darne di nuove.
Scoppiò la protesta contro le baronie universitarie. Nient’affatto: demolì i feudi democristiani per sostituirli con potentati comunisti. Ebbe inizio la riscossa delle donne oppresse dal maschilismo. Errore: cominciò la disgregazione della famiglia e delle naturali differenze sessuali.
Finalmente i giovani decisero di essere protagonisti. No, si deresponsabilizzarono del tutto.
Fu una boccata d’ossigeno per la cultura. Altro errore: ridusse la cultura a strillo insipido.
Abbatté antiquati e ignobili tabù. Inesatto: fu la fiera delle banalizzazioni, a cominciare da quella del sesso.
Cosa fu
Volevamo un mondo migliore. Senza imbrogli. Senza ipocrisie. Senza mezze verità. La protesta era contro il sistema, tout court. Se piccole avanguardie riuscirono a portare in piazza tanta gente, fu perché la rivolta giovanile era sottopelle. Bastava poco per farla esplodere. Al giovane, per natura incendiario, appariva del tutto naturale occupare scuole e università. Anzi, molti si chiedevano come mai non l’avessero già fatto i loro fratelli maggiori. Ci sentivamo tutti più coraggiosi e forti rispetto a chi ci aveva preceduto obbedendo senza fare un fiato. L’abbigliamento casual, i capelli lunghi, i ciondoli, i braccialetti… erano i segni esteriori di una diversità avvertita nel profondo. Chi veniva da una famiglia modesta spiegava: Non voglio fare la fine di mio padre, che ha lavorato tutta una vita per niente. Chi aveva i genitori ricchi protestava perché i soldi nella vita non sono tutto. Se qualcuno potesse intervistare quelle migliaia di ragazzi e ragazze, scoprirebbe che ciascuno aveva un "suo" motivo per combattere il sistema.
Come andò
I giovani già in carriera politica (iscritti alla Fgci e dintorni) fecero da detonatore, traducendo la lotta al sistema in guerra alla Dc ed ai suoi accoliti. Al Pci andava più che bene. Per di più le manifestazioni contro gli Usa (corteo anti Nixon etc.) soddisfacevano i finanziatori di Mosca. Vecchie parole d’ordine (lotta di classe&addentellati) diventarono le matrici per slogan e scritte sui muri. Alcuni (come Claudio Petruccioli, segretario della Fgci romana) erano stati espulsi da Botteghe Oscure e così aumentò il peso dei comunisti fra i giovani. La loro occupazione sarebbe stata totale se non ci fosse stato il Movimento studentesco di Giurisprudenza. Sull’altro versante, infatti, c’erano i missini che deprecavano l’offesa all’autorità accademica e i porci comunisti con i capelli lunghi. C’era anche Pasolini che cantava inni ai poliziotti; ma è fuori dall’economia di questi appunti. Insomma, c’erano i fascisti (i missini erano tali per i comunisti) che difendevano il sistema con tutto ciò che esso rappresentava. A Dio, Patria e Famiglia aggiunsero l’Università da proteggere. E così la contestazione studentesca diventò antifascista e resistenziale. A dire la verità, qualcuno (ricordo Oreste Scalzone, ma forse ricordo male) disse, senza molto seguito, che la battaglia antifascista era una battaglia di retroguardia.
Noi, gli altri
Negli anni precedenti, durante le elezioni per le rappresentative universitarie si erano formati gruppi giudicati "eretici" dai missini. C’erano dei giovani che avevano militato con Randolfo Pacciardi, figura mitica della guerra in Spagna e antifascista doc, perché attratti dalla sua campagna per una riforma costituzionale (repubblica presidenziale etc.) resa necessaria per adeguare l’apparecchiatura istituzionale ai tempi nuovi. C’erano dei giovani goliardi che per tradizione erano antiaccademici e per natura insensibili alle chimere marxleniniste. Insomma, c’era una militanza politica non direttamente ascrivibile né al Pci, né al Msi. Ragazzi come me (ero sbarcato a Roma nel 1967) provenienti soprattutto dal Sud d’Italia si trovarono di fronte ad un modo di fare politica completamente diverso. Non c’erano le sedi dove troneggiavano ritratti di Mussolini o di Stalin. Non c’erano gerarchie impiegatizie che vivevano stancamente gli incarichi ricevuti. E, soprattutto per me, non c’era un libro (cioè una bibbia) al quale restare fedeli. Incontrai i giovani del Gruppo del teatro (le riunioni si tenevano nel teatro della Sapienza) e cominciai a frequentarli. Era un ambiente "arlecchino": dagli anarchici di destra ai cultori di Mao. Avevamo in comunque qualche libro (Viaggio al termine della notte, I proscritti, l’Europa: un impero di 400 milioni di uomini, Poemi di Fresnes, Gli uomini e le rovine, La pelle…) e la stessa predilezione per alcuni pensatori (Nietzsche in testa). Di mio aggiunsi l’amore per Gabriele d’Annunzio, Henry Miller e Knut Hamsun. Quasi tutti avevamo letto Hitler, Mussolini, Lenin, Mao, Che Guevara, Trotsky. Avevamo simpatia per le lotte di liberazione dei Palestinesi e degli Irlandesi.
Sarebbe necessaria un’analisi meglio articolata, ma credo che questi cenni siano sufficienti a inquadrare la temperie nella quale c’incontravamo e ci riconoscevamo.
Prima conclusione
Dal Gruppo del teatro nacque il Movimento studentesco di Giurisprudenza e da questo Lotta di Popolo. A Valle Giulia stavamo davanti a tutti. Al corteo contro Nixon urlavamo Palestina libera. Per noi l’imperialismo Usa e quello Urss erano due facce della stessa medaglia. Lottammo per una Università moderna e ci ritrovammo anni dopo con i baroni rossi. Volevamo la liberazione dalle superstizioni e ci ritroviamo in una società che campa di superstizioni. Aspiravamo ad un grande movimento che ridisegnasse la mappa politica italiana ed europea e oggi viviamo l’assenza della politica ed il predominio delle banche. Ma se tornassi indietro, rifarei quasi tutto. Mi sento privilegiato perché ho fatto un sogno.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.8/ del 25/4/2008)


Il "Gruppo del Teatro"

Qualcuno è arrivato a dire che il terrorismo brigatista è figlio del ’68. Purtroppo gli aspiranti analisti danno libero corso all’immaginazione (male interpretando l’Imagination au pouvoir) e sognano scenari con i quali tessono il filo del ragionamento. Non sono immediatamente classificabili come dietrologi, ma hanno parecchi punti in comune con gli esegeti di "misteri". Il ’68 è stato insieme una manifestazione di massa e di élite. La storia dei movimenti (gruppi, gruppuscoli e quant’altro) che hanno fatto il ’68 è innanzitutto la storia delle persone che li hanno messi in piedi. Va guardata la biografia di ciascuno per trovare i punti comuni e tracciare le linee di interpretazione; sennò si fa salotto tv (oppure si scrivono libri senza capo né coda).
Giacché non sono un analista (ho scarse cognizioni di sociologia, di antropologia culturale e di psicologia; oltre che di mille altre materie) mi limito a raccontare quello che ho visto e sentito in un paio d’anni di Sessantotto.
Gruppo del teatro
Ho già detto che il nome ci veniva dal fatto che ci riunivamo nel teatro della Sapienza. La gran parte di noi era di cultura fascista, ma c’erano anche giovani di destra liberal-risorgimentale, cattolici tradizionalisti, tradizionalisti pagani e perfino una pattuglia di marxisti-leninisti delusi dal Pci. La maggioranza fascista era a sua volta divisa in mussoliniani, in cultori del Manifesto di Verona, in hitleriani, in strasseriani… con in comune poche certezze: per esempio, eravamo tutti antibadogliani (il verbo inglese to badogliate — tradire stupidamente — era l’argomento principe) e antiSavoia (il pusillanime Sciaboletta). Negazionisti per quanto riguarda l’Olocausto (erano campi di lavoro, non di sterminio; i prigionieri morivano per malattie e per igiene i corpi venivano bruciati; avevamo tutti letto "La menzogna di Ulisse" di Paul Rassinier e molti di noi negli anni successivi seguiranno la linea revisionista di Robert Faurisson) eravamo comunque arrivati alla conclusione che il giudeo non fosse più un pericolo visto che il mondo intero si era giudaizzato: non c’era più differenza fra l’usuraio con le mani in continuo sfregamento e il banchiere cristiano. E’ vero, comunque, che chi di noi sposò subito la causa palestinese, lo fece in odio a Israele. Ma di questo parlerò un’altra volta.
Ci vorrebbero pagine e pagine per descrivere (e forse un giorno lo farò) quei dibattiti che ci facevano accapigliare sulla seconda guerra mondiale, sul fascismo, sul nazismo e sugli "errori" di un protagonista piuttosto che di un altro. Quei pochi di scuola marxista-leninista avevano scarso successo a lanciare temi come lo sterminio dei kulaki, i processi staliniani, le purghe o, i più addottorati, le manipolazioni sovietiche della dottrina comunista. Eravamo un’accolita di giovani agitati che si pigliavano — per così dire — le misure a vicenda. Cercavamo una piattaforma comune e non la trovavamo. Nessuno era in grado di fare una sintesi accettabile. Poco alla volta, però, emersero tematiche di più "volgare" attualità. Litigando sulla battaglia di El Alamein (i paracadutisti mandati a combattere come fanteria; le molotov contro i carri britannici; Rommel: "Se il soldato tedesco ha stupito il mondo, il soldato italiano ha stupito il soldato tedesco"; l’acqua al posto della benzina spedita da Ciano…) qualcuno fece un parallelo con la battaglia di Dien Bien Phu e la tattica del generale Giap (pesantissimi cannoni trasportati a braccia sulle creste dei monti) ancora vincente in Vietnam (nel 1967 cinquecentomila soldati americani erano impantanati nella sporca guerra) e così cominciò un confronto che fu il primo tassello di una geopolitica che divenne l’elemento originale di ciò che venne in seguito. Allo stesso modo — in quel caso eravamo partiti dalle differenze/concordanze tra la leadership di Mussolini e quella di Hitler — partì il dibattito su Mao e sulla via cinese al comunismo. La lunga marcia, la rivoluzione culturale e l’indipendenza da Mosca e da Washington entrarono a pieno titolo nel nostro armamentario geopolitica. E così fu anche per Che Guevara (che all’epoca non godeva di grande fama fra i comunisti) che aveva rinunciato a fare il ministro per liberare i popoli latinoamericani dall’imperialismo Usa. Anche qui, debbo dire che il nostro antiamericanismo era "congenito": avevano bombardato le nostre città, avevano messo in una gabbia di ferro Ezra Pound, avevano impiccato uomini che avevano il solo torto di aver perso la guerra, avevano usato le bombe atomiche per battere l’imbattibile Giappone-Samurai.
Il gruppo del teatro uscì dalle tematiche politico-sentimentali e cominciò ad affrontare la realtà quotidiana. Una sufficiente sistematicità era assicurata da chi fra noi aveva già fatto politica attiva ed aveva una bella infarinatura di tecniche organizzative.
Non faccio nomi (nemmeno di quelli che sono morti) perché è ininfluente sapere se era Tizio più maoista o Caio più anticlericale. Credo che sia sufficiente sapere quali fossero, allora, le idee più diffuse nella nostra élite. E, siccome ho visto e sentito pure un po’ di cose da "compagni", parlerò anche di loro. Ma non ora. Qui m’interessa tentare la ricostruzione di un ambiente (il "nostro ambiente"; espressione che diceva tutto e niente, ma diventata ben presto corrente) per farci "entrare" chi non c’era.
Il gruppo del teatro, dunque, elaborò articolate posizioni in politica internazionale in funzione di una convinzione condivisa da tutti: l’autodeterminazione dei popoli. In economia, superammo ben presto la posizione anticapitalista onirica (qui ci aiutarono parecchio l’esperienza della socializzazione, nonché "L’etica protestante e lo spirito del capitalismo" di Max Weber e "Il capitalismo moderno" di Werner Sombart) per approdare ad una visione di un capitalismo dal volto umano grazie alla regolazione da parte dello Stato (non più "etico", ma espressione della comunità nazionale). Sull’Europa restammo divisi: a me, e a qualche altro, piaceva l’Europa dei bottegai perché diventava più facile fare l’Europa politica. Meglio una Europa di interessi economici condivisi piuttosto che una non Europa. Ma era una posizione minoritaria. Era arduo convincere i "duri e puri" che gli interessi economici europei (e delle banche europee) avrebbero facilitato un rapporto meno dipendente dallo strapotere Usa. A quei tempi, la contrapposizione Usa-Urss sembrava "eterna" e noi rifiutavamo l’obbligatorietà della scelta di campo (o con Mosca o con Washington) in nome di una terza posizione fondata soprattutto sull’irruzione della Cina (qualcuno ne era più soddisfatto perché già Mussolini aveva messo in guardia dal pericolo giallo… ma erano le ultime resistenze di un modo vecchio di porsi). In politica (e parlo dello scenario di casa nostra) non vedevamo niente di buono: il bipartitismo Dc-Pci, la presenza di un Msi - buono soltanto per eleggere presidenti della repubblica targati Dc e per operazioni di basso profilo - la vedevamo come funzionale all’anticomunismo made in Usa e basta (eravamo tranchant come soltanto i giovani possono essere). In effetti non avevamo una sponda politica e questo ci spinse ad elaborare tesi d’altro genere. Ma di questo parlerò in un altro intervento.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.9/ del 9/5/2008)


Dalla parte dei Pellerossa

Il gruppo del teatro era a metà strada tra un think tank ed un gruppo in autoanalisi. Ciascuno metteva sul piatto le proprie idee, i propri convincimenti, le proprie opinioni senza autocensure. Emergevano anche tabù, superstizioni o semplicemente false informazioni: per esempio uno dei marxisti-leninisti negava che Lenin fosse stato finanziato dal Kaiser al fine di chiudere il fronte dell’Est. I confronti — spesso poco pacifici — non subivano interruzioni. C’era un via vai senza pause: era un’autentica assemblea permanente; e nessuno l’aveva stabilito. I documenti erano scritti a mano.
Uno di noi (che poi nella sua vita professionale riscuoterà grandi successi occupando posti di responsabilità nelle istituzioni) armato di una ventiquattrore con taccuini, pennarelli, evidenziatori (che, confesso, per me furono una novità) e cancelleria varia prendeva appunti, stilava ordini del giorno, mozioni e quant’altro. Data la sua passione per Mao lo chiamavamo il piccolo timoniere (a me affibbiarono il soprannome di borbonico perché contestavo la mitologia risorgimentale e lamentavo la rapina compiuta dai Savoia a danno del Sud) ed era costantemente chiamato a "testimoniare" nei casi nei quali scoppiava una polemica a proposito di un tema già trattato e già esaurito. Prendevamo le decisioni il più possibile all’unanimità e ricorrevamo al voto di maggioranza quand’era necessario per superare un’impasse.
Prima di riuscire a individuare un filo conduttore, ripeto, i dibattiti spaziavano sull’universo mondo. Molte delle questioni affrontate, però, erano soltanto apparentemente di minore valenza o addirittura frivole.
Little Bighorn
Lo scontro sugli indiani fu memorabile. Eravamo affascinati dalla cultura pellerossa. Ci piacevano i loro riti. La caccia al bisonte. Gli stregoni che richiamavano il collegamento fra la terra e il cielo. Le donne che masticavano pelli di daino per fare morbidi mocassini per i guerrieri (nota per le donne: il maschilismo non c’entra). Soprattutto, per parecchi di noi — me incluso — il nomadismo era il modo di vivere migliore in una società, la nostra, le cui uniche radici erano i quattrini e le ferie comandate. Un po’ di nomadismo ce lo sentivamo addosso mentre viaggiavamo in lungo e in largo in autostop. Gli indiani si muovevano appresso ai bisonti. Noi viaggiavamo appresso a noi stessi; facevamo una ricerca — a tratti adolescenziale, ma non ce ne accorgevamo - di un senso da dare alla vita. Arrivare di notte in posti sconosciuti, cercare un posto per dormire e qualcosa da mangiare a me dava la sensazione di essere un conquistatore di vita vera.
Al nord già c’erano i gabbiotti per farsi la foto e vi ho dormito rannicchiato sullo sgabello quando la stazione ferroviaria era chiusa o quando i poliziotti mi sfrattavano da una panchina. Che fossero un camionista o una signora annoiata oppure un commesso viaggiatore o una coppia (eccitata dall’idea di vedere da vicino un capellone) a dare il passaggio, in genere dovevano sorbirsi lunghi monologhi contro il consumismo, contro il materialismo imperante, contro uno Stato occupato da disonesti e sfruttatori. Capitava qualcos’altro con la signora annoiata, ma qui non fa conto parlarne. L’autostop ti portava ovunque: era una scommessa sulle tue capacità di sopravvivenza.
Ma torniamo agli indiani.
Ci piacevano e ci entusiasmavano. Ma le domande erano tante. Perché soltanto alla battaglia del Little Bighorn avevano battuto le giacche blu? Perché la nazione indiana non era mai riuscita a darsi un’organizzazione unitaria? I mongoli c’erano riusciti. Sì, ma grazie a Gengis Khan. La chiave era, dunque, il fuhrerprinzip. Senza un capo capace di interpretare l’orgoglio e i sogni del proprio popolo, non si combina niente di buono. E’ il carisma del capo che sostiene la gerarchia che assicura la disciplina e l’organizzazione funzionale agli obiettivi da cogliere. Ma il capo non necessariamente deve essere il discendente di qualcuno; o imposto. Il capo è espressione diretta del popolo e ne diventa naturalmente il rappresentante più alto. Com’era possibile conciliare il fuhrerprinzip con la democrazia? Chi di noi era gollista aveva la risposta. De Gaulle era stato il capo indiscusso democraticamente eletto. Quindi era possibile conciliare la "dittatura" con la democrazia rappresentativa. Gli esempi — secondo me — più forti del fuhrerprinzip erano due: il Papa e il presidente Usa. Il Pontefice di Roma gode di una doppia investitura: quella dello Spirito Santo e quella della gerarchia. In una mirabile operazione di sintesi, la Chiesa ci dice che mentre la gerarchia decide è lo Spirito Santo che lavora affinché l’eletto sia il degno successore di Cristo. Molti Papi, però, nel corso della storia ci hanno dimostrato che non sempre lo Spirito Santo ci piglia. Ma, al di là, della Fede (c’è chi ci crede e chi non ci crede, come me) sta di fatto che la Chiesa Cattolica Apostolica Romana è un modello di organizzazione in grado di resistere al tempo e di grande efficacia nel quotidiano. Un popolo di credenti, che esprime pastori, che diventano vescovi, che diventano cardinali, che diventano il Papa. Una selezione dal basso ed un vertice dall’indiscussa autorità.
Oggi, che la questione islamica è cruciale, è più evidente la capacità organizzativa cattolica. L’Islam non è riuscito a diventare chiesa: un Imam, un Ayatollah, un Mullah devono la loro autorevolezza a sé stessi. Nessuno è il capo supremo e nessuno può imporsi agli altri. La stessa dottrina si apre a diverse letture e interpretazioni (come successe per la Chiesa di Roma e qualche "setta" esiste tuttora) per cui non è esagerato semplificare dicendo che ogni moschea è un Islam.
L’altro esempio è quello Usa. Lì il fuhrerprinzip (ma è… americanizzato) funziona bene cosicché abbiamo un popolo che sceglie e un capo che per 5 anni è il Re. L’organizzazione politica statunitense parte dal rispetto per la singola persona (c’è darwinismo sociale; ma questa è un’altra storia) e per i suoi inalienabili diritti. L’Habeas Corpus è reale. In Italia ti arrestano una mattina, ti schiaffano dentro e, forse, dopo un mese un magistrato ti interroga e, forse, dopo un paio d’anni ti processano e, forse, esci di galera… se nel frattempo non ti hanno appioppato un’altra accusa. I gruppi di pressione (le lobby) che appoggiano i candidati dicono espressamente ciò che si aspettano e sborsano i quattrini necessari alla campagna elettorale. Il bipartitismo fa parte dell’eredità anglosassone (insieme con la figura del Re) e sia i democratici che i repubblicani vogliono che l’America rule, domini sul mondo (Britannia rules the waves: canta l’inno imperiale inglese). Al presidente Usa può far difetto il carisma e un’intenzione spirituale, ma il sistema funziona.
Un sistema che né i Sioux né i Navajos (conosciuti attraverso Tex Willer e poi studiati sui testi) avevano mai pensato di costruire perché la nazione indiana fosse abbastanza forte da difendersi dall’invasione del viso pallido. Tutto lì? Nell’assenza di un Gengis Khan? Di uno Shaka, sovrano dell’Impero Zulu? Nell’assenza di uno Stato? No. C’era di mezzo anche la tecnica. Gli yankee, i gringos, gli uomini bianchi, insomma, avevano fucili, mitragliatrici e cannoni. Perché i guerrieri di Cavallo Pazzo erano fermi agli archi e alle lance? Qui lo scontro tra noi si faceva più duro. E andava in profondità. Le due vie concesse all’uomo (l’ascesi mistica e l’ascesi guerriera) sono diverse ma sono di identica qualità. E’ una questione di scelta.
L’indiano (quello dell’India) muore di fame ma non uccide la vacca. Buddha insegna la realizzazione del sé; i beni materiali sono una illusione, come la stessa vita terrena. E’ per la via dell’ascesi mistica che l’uomo raggiunge il massimo della propria spiritualità. Ma può un santone dar da mangiare ad un affamato? Può un santone immaginare di costruire una ferrovia invece di andare a piedi? Fortunatamente per gli indiani, il loro Paese è stata colonia britannica. Gli inglesi costruirono le ferrovie etc. e oggi gli indiani hanno la bomba atomica e fanno satelliti. Gli altri indiani (quelli d’America) vivevano in armonia con la Natura, si scannavano reciprocamente e non avevano alcuna dimestichezza con la tecnica. Nemmeno archi e frecce avevano subito un minimo di evoluzione. Nel confronto fra un arco greco e un longbow inglese è evidente il progresso tecnologico. I pellerossa avevano il diritto di continuare a vivere a modo loro sulla loro terra? Era giusto inquinarli con la civilizzazione europea? Gli interrogativi mettevano in discussione noi stessi. Andarsene in giro in autostop senza pensare al futuro poteva funzionare tutta la vita? Passare le giornate a discutere, senza prepararsi per gli esami, confidando in una prossima rivoluzione (vista però come palingenesi piuttosto che meccanico sbocco della lotta di classe) era la scelta giusta?
La mia conclusione era che i pellerossa erano stati sterminati per colpa loro. Sperare di vivere in un’oasi e tenere il mondo chiuso fuori, nella illusione che nessuno ti verrà a disturbare, è infantile. Primitivo nel senso più deteriore del termine. Avevo letto "Il tramonto dell’Occidente" di Oswald Spengler e mi sentivo in sintonia con lo spirito faustiano. Se stavo lì era perché volevo cambiare la società, cioè fare politica. Cosa ben diversa dalla testimonianza. Il testimone può starsene in cima ad una colonna, ignorando le umane miserie. Il politico si deve occupare della gente. Spirito faustiano, ecco cosa ci voleva per fare un gruppo forte.
Un paio d’anni dopo uscirono due film: "Easy Rider" e "Soldato Blu". Il primo era un canto alla libertà d’andare, di fumare erba e di ignorare le regole della società. Il secondo dimostrava quanto fossero stati crudeli i visi pallidi e quanto fossero stati meravigliosi gli indiani. E così grandi temi diventarono chiacchiere da bar.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.10/ del 23/5/2008


L'obiettivo era la Verità

Uno dei punti di forza del gruppo del teatro era che in maggioranza eravamo fuorisede. La pattuglia più grossa era sudista: calabresi, pugliesi, campani, lucani, siciliani. C’erano un bel po’ di laziali: di Velletri, Cassino, Frosinone, Latina e non ricordo più di quale altro paese. La minoranza era romana. Tutti giovani di belle speranze e con buoni risultati scolastici ai quali le famiglie avevano affidato il loro riscatto sociale. Tranne qualcuno della borghesia medio-alta, eravamo figli di piccoli borghesi, contadini, operai, commercianti, che finalmente avrebbero avuto un dottore in famiglia. Qualcuno s’era meritato il posto alla Casa dello Studente e perciò non doveva combattere con vitto e alloggio. Qualcun altro riceveva abbastanza quattrini da casa, ma parecchi — me incluso — facevano salti mortali per integrare l’assegno domestico. Trovare una stanza era per il fuorisede la prima sfida da vincere. Giravano parecchie leggende (e qualche verità) sull’argomento. Un’accogliente vedova che curava l’ospite con particolare amorevolezza (ma guai a portarti una ragazza), una coppia di anziani senza figli che finalmente avevano un giovanotto dentro casa, una famiglia che affittava a studenti per arrotondare. L’importante era evitare gli affittacamere di professione. Per due motivi. Il primo era che si facevano pagare salato. Il secondo era che non ammettevano il benché minimo ritardo nei pagamenti. Nei primi anni dell’università, cambiai spesso "casa", facendo esperienza diretta di leggende e verità. Appena ero senza quattrini — quasi sempre — lasciavo nottetempo la stanzetta e mi cercavo un nuovo asilo. Ho abitato in tutti i quartieri di Roma. Persino ai Parioli, grazie ad un fuorisede ricco, al quale i genitori avevano preso una "vera" casa, e che mi ospitò per qualche mese durante uno dei miei obbligati traslochi.
Fuori controllo
Come "fuorisede", dunque, avevamo una libertà assoluta. Dormivi quando ti pareva, uscivi e rientravi senza dover inventare scuse. Non c’era più mammà preoccupata perché mangiavi poco e neppure il padre inquisitore: che combini? stai studiando? quando hai l’esame? stanotte dove sei stato? Il controllo domestico non c’era più. Se si aggiunge il fatto che l’università non ti obbligava — salvo eccezioni — alla presenza quotidiana in aula e che per la prima volta avevi professori che nemmeno ti conoscevano, che non avevano un registro sul quale segnare assenze e quant’altro, era un’orgia di libertà. Il naturale ribellismo che un giovane si sente sotto pelle — anche qui, salvo eccezioni — trovava libero sfogo in una esistenza completamente autogestita. Fuori controllo. Eravamo quasi tutti fuori controllo. Le esperienze precedenti avevano perso la loro cogenza. Non dico fossero diventate ininfluenti. Un’esperienza te la porti dietro tutta la vita. Se poi ne sfrutti l’utilità oppure la rendi inutile, dipende soltanto da te. Se uno viaggia come una valigia (diceva Schopenhauer) non avrà fatto un solo metro. La valigia, bardata di etichette e sigle estere, resta una valigia pure dopo aver fatto il giro del mondo. Noi ci sforzavamo di fare tesoro del nostro vissuto, di filtrarlo e di accantonare ciò che ci sembrava non dico sbagliato ma semplicemente "vecchio". La ricerca di un filo di verità che legasse le esperienze passate era talmente forte che molti di noi recuperarono perfino i rapporti conflittuali con i genitori. Di solito lo scontro genitori-figli si supera con l’età e quando il figlio diventa a sua volta genitore. Appartiene al normale avvicendamento delle generazioni. Noi ci spiegammo la incomunicabilità con un’analisi politica. Non eravamo riusciti ad imbastire un dialogo — al di là, ripeto, dello scontro fisiologico — con i nostri genitori perché essi obbedivano a regole e comportamenti che ci facevano letteralmente schifo. Il loro perbenismo, il rispetto maniacale delle ricorrenze, i riti domenicali, le visite dei parenti e ai parenti, la scelta del salotto nuovo… li sentivamo estranei. Non ci appartenevano. La vita era ben altra che la spesa al mercato. Ora, la lontananza e i continui dibattiti aiutavano anche a comprendere le ansie, i sacrifici e la mentalità dei genitori. I ritorni a casa per le occasioni canoniche (Natale, Pasqua…) diventavano momenti di dialogo pacifico. Lo sforzo era di spiegare (Tutto si può spiegare a tutti: scrivemmo qualche anno dopo nel manifesto LdP) che era possibile cambiare la società. Era, però, fondamentale un primo passo: rifiutarsi di dare per scontato ciò che accadeva. E sviluppare una coscienza critica. L’ambizione era grossa: rieducare i nostri genitori. Ci dicevamo: se non si riesce a comunicare con chi ti ha dato la vita e ancora ti mantiene, sarà impossibile comunicare con gli estranei. L’impegno, comunque, aveva un qualche successo dove i genitori erano responsabili e premurosi. In alcuni casi, il figlio-rivoluzionario soffriva di una situazione famigliare disordinata: padri che esaurivano la "missione" limitandosi a sborsare quattrini e mamme (per qualcuno matrigne) in tutt’altre faccende affaccendate. E così i più arrabbiati, quelli che volevano sfasciare tutto, erano proprio i ragazzi che letteralmente odiavano la famiglia. Nei decenni successivi, quei ragazzi (alcuni diventati padri) hanno imboccato strade professionali di successo ma non sono mai riusciti a guarire dal disordine adolescenziale.
I cannoni di Cortez
Studiavamo Platone, ci appassionava Nietzsche, sognavamo una società più giusta, che non abbandonasse i poveracci sugli scalini delle chiese. Lo studio della Storia ci aveva fatto comprendere l’importanza della forza e l’influenza dell’establishment. Senza l’appoggio della borghesia, degli artigiani e della nobiltà "minore", la rivoluzione francese sarebbe stata più difficile. Ma sarebbe stata impossibile senza i fucili della guardia nazionale. Cortez non sarebbe riuscito a sconfiggere Montezuma e a conquistare l’impero azteco se non fosse stato sostenuto dai cacicchi che non volevano pagare le tasse a Tenochtitlán (oggi direbbero "Tenochtitlán ladrona"). Ma i cacicchi appoggiarono i conquistadores perché erano dotati di cavalli, armature, cannoni e archibugi. Se Annibale avesse trovato appoggi in Italia (da senatori traditori, popolazioni scontente e quinte colonne varie) non sarebbe stato quattordici anni senza riuscire a prendere Roma. Non è stata mai fatta una rivoluzione senza l’appoggio di una parte del potere dominante. Quella della lotta di classe era una semplificazione (io dico: mistificazione) che aveva ridotto le vicende storiche a mera contrapposizione di interessi. Achille si ritira dalla battaglia perché Agamennone l’ha espropriato di due tripodi d’argento e di una bellissima schiava, ma torna a combattere per vendicare l’amico. Gli interessi materiali attengono alla natura umana, però soltanto oggi sono diventati prioritari surclassando tutti gli altri valori (lealtà, onore, coraggio…). La rivoluzione francese (la lezione di Gaxotte al riguardo è fondamentale) non fu dovuta ai "nuovi" strumenti di produzione (i mulini a vento: racconta Marx) ma è senz’altro più complicato raccontarla se ignori le volgarizzazioni. Garibaldi aveva conquistato il Sud perché dalla sua parte s’erano schierati i "poteri forti". L’impero britannico mirava alla Sicilia. La flotta inglese impedì alle batterie costiere di sparare sui due piroscafi messi a disposizione dall’armatore Rubattino (che con l’armatore siciliano Florio fondò poi la società di Navigazione generale italiana). La Massoneria garantì, fra l’altro, la fornitura di armi: il finto assalto d’Orbetello ebbe come regista Massimo D’Azeglio. Pezzi grossi dell’esercito borbonico e dell’aristocrazia contrari alla politica di Francesco II. E, da ultimo ma non ultima, la mafia. I quindicimila picciotti di Rosolino Pilo fecero dei mille un esercito. La rilettura dell’epopea risorgimentale (il revisionismo storico) non aveva come scopo la distruzione di miti e mitologie. L’obiettivo era la verità. Conoscere la verità dei fatti. Poi potevi essere "amico" o "nemico" di Garibaldi, ma il coraggio e l’ardire di quell’uomo era fuori discussione.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.11/ del 6/6/2008


Arrivarono anche le ragazze

Il gruppo del teatro s’andava allargando. L’arrivo di ragazze interessate ai nostri discorsi portò un po’ di scompiglio. La partecipazione femminile alla politica era confinata in ambienti femministi, nelle sezioni comuniste e nei gruppi extraparlamentari che s’erano originati dal Pci. Era molto diffusa la mentalità secondo la quale una donna che frequentava ambienti di uomini fosse… leggera. Non s’aggiravano donne tra flipper, biliardi e biliardini. Perfino al cinema era difficile vedere donne non accompagnate da maschietti.
Il chador al Sud
Mi rendo conto che oggi sembra assurdo, incivile, antidiluviano eccetera ecceterone, ma in quegli anni nel Sud, per esempio, le donne portavano il fazzoletto in testa. Era il "velo" ereditato un po’ dagli arabi e un po’ dalla chiesa cattolica che, per secoli, alle donne aveva riservato i matronei. Ho un’immagine nel cervello da quando ero ragazzino: nella cripta del Duomo di Amalfi è dipinta la scena di un bambino che precipita da un matroneo tra la disperazione della madre e delle altre. Se in alcuni Paesi islamici, le donne sono nascoste dal chador o dal burqa è perché in quelle società non c’è stata la lotta per le investiture. Nell’ultimo secolo del passato millennio, la laicizzazione dello Stato ha riguardato pochi Paesi islamici. In Turchia c’è stato Mustafà Kemal Ataturk, che con la modernizzazione e l’invenzione della nazione turca salvò la regione anatolica dell’Impero Ottomano sbriciolatosi all’indomani della prima guerra mondiale. In Iran, il capo cosacco Reza Pahlavi si proclamò Shah e fece della Persia una riserva di petrolio per gli europei. La rivoluzione khomeinista e, oggi, la presidenza di Ahmadinejad della Repubblica Islamica dell’Iran hanno rimesso al primo posto il Corano. A proposito di Ahmadinejad mi viene in mente che la sua campagna elettorale è stata scandita dallo slogan "E’ possibile e possiamo farlo", anticipando lo statunitense Obama e il pensionato Veltroni.
Lo Stato confinante, l’Iraq, è stato laico fin dall’inizio, da quando vinse il partito socialista (Baath) e negli anni di Saddam Hussein. L’occupazione statunitense ha ridato fiato a vari movimenti islamici che rivogliono il Corano come unica fonte della legge. La Repubblica Araba d’Egitto, grazie a Nasser, è laica nel senso occidentale del termine. Bastano questi esempi (in altra occasione proverò a fare una mappatura completa degli Stati con popolazioni a maggioranza musulmana) per mostrare come la condizione della donna sia legata alla cultura dominante. In Arabia Saudita si procede a piccoli passi: di recente alle donne è stato concesso di andare in albergo anche quando non sono accompagnate. Ora si sta lottando per la patente. Il satellite e il web accelerano processi che nei secoli passati avevano bisogno di… secoli per completarsi, ma si affaccia il pericolo che la democristianizzazione dell’Islam alla fine secolarizzerà troppo, togliendo anche ai musulmani quella spiritualità persa già dai cristiani. La persona vive davvero quando fa parte di una comunità. Il singolo, individualista-edonista, vegeta a caccia di una felicità che non troverà mai. L’insoddisfazione che marchia i tempi contemporanei ricorda la nave di Heisenberg. La bussola non punta al Nord ma sempre e soltanto alla massa di ferro del bastimento, che, perciò, non fa altro che girare in tondo, su se stessa. Guardatevi intorno: di gente che gira a vuoto ce n’è una marea.
Negli Anni Sessanta in Italia non esisteva — se non in ristretti circoli — la questione femminile, anche perché già durante il Fascismo le donne lavoravano nelle fabbriche e negli uffici, oltre che nelle campagne. Diciamo che per quanto riguarda il lavoro l’altra metà del cielo è stata impiegata (a paga ridotta e con molte esclusioni) mentre per i diritti (a cominciare dal diritto al voto che, tanto per dirne una, Gabriele d’Annunzio aveva statuito nella Carta del Carnaro e che Mussolini aveva ignorato) il contenzioso è tuttora aperto. Comunque, tranne qualche fedelissima (più all’amore che alla causa) di donne ne abbiamo visto poche tra le militanti anche negli anni a seguire. E quelle poche erano fuorisede. Vai a dire a mamma e papà che stanotte dormi nella facoltà occupata!
Palestrina
Sono dinamiche ignorate dalle odierne quattordicenni, che fanno le ore piccole in discoteca senza la paura della punizione genitoriale. Qualcuno sostiene che questa libertà estrema origina dal Sessantotto, che i più identificano con il libero sesso e il libero spinello. Un luogocomunismo radicato (e dannato). Quando occupavo il megastudio di Giovanni Leone a Giurisprudenza (dormivo su un divano fantastico) ho passato piacevoli ore con ragazze ed è anche capitato di farlo con due alla volta (fui scelto da una coppia di sorelle che mi fecero saltare perfino un paio d’assemblee). Non ero l’unico a godere di quel clima di liberazione. Un sardo (ho dimenticato di inserire la Sardegna fra le regioni originarie dei fuorisede) preoccupatissimo per un possibile arresto, perché aveva deciso di fare il magistrato, aveva una fortuna sfacciata con le donne. Una volta si accoppiò con una donna legata ad un altro dei nostri e per un pelo non scoppiò il casino. E’ vero, dunque, che era più facile fare sesso ma non generalizziamo. Intanto, va detto che a muoversi era una minoranza. I fiumi di ragazzi alle manifestazioni nascevano in forza della capacità di mobilitazione di piccoli gruppi. Mi capitò in un corteo, mentre urlavo Palestina libera, di dover rispondere ad un ragazzino che mi chiedeva: che c’entra Palestrina? All’ingresso principale della Sapienza passai una mattinata a chiedere agli studenti che entravano il nome dell’allora presidente della Repubblica (per la cronaca: Giuseppe Saragat). Il risultato confermò la tesi che sostenevo e cioè che avevamo che fare con una massa di ignoranti. Dei centomila e passa iscritti di quegli anni alla Sapienza, meno del 10% si interessava alla politica e di quella percentuale poche centinaia erano militanti full time. Ricordo a Giurisprudenza, dopo che l’assemblea (l’aula era stracolma) aveva proclamato l’occupazione, ad occupare per davvero restammo quattro gatti. Soltanto chi non c’era (o chi ci… marcia) sostiene il mito della rivolta giovanile e bla bla. Ci furono giovani che volevano cambiare il mondo e ce ne furono molti altri (la maggioranza, secondo quello che ho visto) che se ne fregavano. Né più e né meno di oggi. La rivolta studentesca fu il risultato di una serie di coincidenze. Mi fermo qui, per ora. Aggiungo soltanto che la libertà sessuale (che comunque coinvolgeva una minoranza di ragazze) veniva dagli Usa, dagli hippy, dai figli dei fiori, dai renitenti alla leva (Fate l’amore, non la guerra) e dilagò fino alla punta massima di Woodstock nel 1969. Lascio, comunque, campo libero a sociologi ed esperti vari e torno al mio raccontino.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.12/ del 20/6/2008


Una visione eroica del mondo

Si faceva notte a furia di discutere. Alla mensa universitaria le discussioni continuavano coinvolgendo anche vicini di tavolo. All’epoca c’erano i camerieri che servivano ai tavoli e si aspettava parecchio per trovare posto. Noi avevamo tavoli riservati, nel senso che il cameriere metteva sotto la caraffa dell’acqua i tagliandi dei pasti con un duplice risultato: evitavamo di fare la fila per comprarli ed avevamo il tavolo riservato. Qualche volta capitava che uno o più studenti protestassero per quel privilegio, ma finiva lì. Non ci sentivamo prepotenti ma portatori di un diritto che ci meritavamo con il nostro impegno per il bene di tutti. Avevamo cose ben più importanti da fare che metterci in fila prima per i biglietti e poi per il tavolo. Gli altri potevano aspettare. Passavano il tempo a chiacchierare di cazzate senza alcuna sensibilità sociale. Noi — proclamavamo - facciamo politica anche a letto con la donna; e quanto ci piaceva ripeterlo! La città universitaria era la nostra terra: gli altri erano ospiti che noi avevamo il compito di rieducare. Era una sensazione che non ho mai più provato: ero padrone di me stesso e del territorio. Anche a distanza di anni, sono entrato alla Sapienza in automobile sprovvisto del permesso: le guardie giurate mi riconoscevano e alzavano la sbarra.
Homo heroicus
Di fronte avevamo una società passiva dominata da gente senza scrupoli. Con tutto quello che stava succedendo nel mondo, com’era possibile che la gente si occupasse esclusivamente dei fatti propri? Approfondimmo il concetto di popolo, facendo la distinzione con popolazione. Gettammo le basi di ciò che avremmo costruito dopo. Ma torniamo al nostro essere "speciali". A ben vedere non era una convinzione contingente, cioè originata dall’impegno politico del momento. Veniva da più lontano. C’era qualcosa di profondo che ci impediva (anche a chi aveva avuto esperienze marxleniniste) di accettare che le vicende umane dipendessero da fattori meccanici, da un meccanismo ripetitivo (tesi, antitesi, sintesi), da strumenti di produzione e dal plusvalore. Avevamo (ce l’ho ancora oggi) una visione eroica del mondo. E’ l’uomo faber, è l’uomo che lotta, è l’uomo che esercita la propria volontà. Il primo compito è combattere. Anzi, il primo dovere è combattere. La vittoria o la sconfitta sono eventi che il combattente non mette in conto (il principe-guerriero Arjuna della Bhagavad Gita). Se combatti soltanto quando ti conviene, dov’è l’eroismo? Il cristiano che non abiurava e si lasciava sbranare nel circo confidava nel premio divino. Per noi l’esercizio del coraggio era un dovere verso noi stessi. Che si trattasse del sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni, oppure del generale Cambronne a Waterloo ("La guardia muore, ma non s’arrende") o degli Spartiati alle Termopili, nella galleria dei miti trovavano posto — al di là delle epoche e delle etichette — gli uomini che erano rimasti in piedi anche di fronte alla morte. Ma tu hai letto "I proscritti" di von Salomon? E tu hai letto "Né onore, né gloria" di Larteguy? Cercavamo disperatamente l’omologazione. Brutta parola se riferita al sistema dei consumi e, oggi, del pensiero unico. Nobile parola se significa koinè, comunità di pensiero, appartenenza alla stessa comunità, comune sentire. Non l’abbiamo mai trovata al cento per cento. Però ci siamo andati molto vicini. La verità è che nessuno di noi era in grado di fare una sintesi adeguata alla realtà effettuale. Per di più ci piacevano troppo gli sconfitti. Da ragazzino giocavo da indiano contro i cowboy. L’epopea sudista contro le armate nordiste ci stimolava strampalate analisi che finivano immancabilmente con: se il generale Lee avesse vinto a Gettysburg… La resistenza di Fort Alamo ci entusiasmava, ma la bocciatura politica era unanime: i texani difendevano lo schiavismo che il Messico aveva abolito. L’impresa di Corradino di Svevia, decapitato a 16 anni da Carlo d’Angiò, era stata formidabile. Con la sua vittoria, probabilmente il destino del Sud sarebbe stato diverso. La tattica del maresciallo Rommel in Africa? Un capolavoro. L’ammirazione per la volpe del deserto arrivò alle stelle quando qualcuno di noi tirò fuori la storia che a Caporetto era stato il giovane capitano a sfondare per primo il fronte comandato dal generale Badoglio. Inutile dire l’odio per il traditore che aveva arrestato Mussolini. Ma a chi faceva il parallelismo con Giuda mi piaceva rispondere con un mia fantasia. Sostenevo (e lo faccio ancora oggi quando una cena è noiosa) che l’Iscariota fosse un informatore infiltrato dal Sinedrio nella comitiva del Nazareno. Quanto al suicidio, non era la prima volta e nemmeno sarebbe stata l’ultima che il potere suicida qualcuno per chiudere un affaire. Per civetteria, aggiungo che (quando la cena è noiosa) parlo di Shakespeare e della sua italianità. Sapeva troppe cose dell’Italia ed era troppo spiritoso per essere un inglese. Vabbè.
Harvard v/s Yale
Guardavamo ai ragazzi americani che rifiutavano la "sporca guerra". L’onda lunga del rifiuto yankee era arrivata in Europa. La gioventù europea era scesa in strada contro il potere. Il naturale anarchismo giovanile s’alimentava delle corrispondenze provenenti dalle università statunitensi. Chi non aveva visto almeno un film ambientato in un campus? La vita degli universitari d’oltreoceano era lontana anni luce dalle nostre parruccone università. Il loro modo di fare lezione, il fatto che un futuro governatore facesse il cameriere, le attività sportive, il teatro, le feste, l’orgoglio di Yale che gareggiava con quello di Harvard… era impossibile restare insensibili. Il modello sembrava perfetto (almeno al cinema). Oggi si dice che non c’erano nobili ideali (la pace, l’amore, la solidarietà) ma soltanto la paura vigliacca di andare a combattere. Allora perché quegli studenti non bruciano bandiere per la guerra in Iraq? Perché non protestano contro i bombardamenti indiscriminati? Anche tenendo presente l’attività sovietica dell’epoca (Mosca incoraggiava il pacifismo come arma propagandistica anti-Usa) non ci si riesce a spiegare il fenomeno. Fu un momento magico. In Italia era successo con la gioventù futurista. Il Futurismo attaccò frontalmente l’imbalsamata società che rifiutava il Novecento e andò al fronte, a combattere, in un estremo tentativo di costruire la Nuova Italia. Se adesso il giovane rifiuta qualsivoglia tipo d’impegno, se ne frega di tutto e di tutti, non crede in alcunché e si rifugia nel cinismo presuntuoso e arrogante, di chi è la colpa? E’ possibile che abbia influito il genitore quando gli ha detto che la Befana e Babbo Natale sono invenzioni consumistiche. E’ probabile che l’abbia deluso l’insegnante (ex sessantottino) quando ha trasmesso frustrazioni e velleitarismo; quando ha spiegato: ragazzi, è inutile studiare, questa società è marcia, procuratevi una bella raccomandazione sistematevi come ho fatto io. Mah. L’educazione influisce senz’altro però non è mai accaduto che fratelli educati allo stesso modo avessero tenuto identici comportamenti. Quando esplose la droga, ricordo che gli esperti spiegavano che era colpa dei genitori perché ai figli davano soltanto soldi. I ragazzi annoiati cercavano paradisi artificiali. Poi la droga arrivò nei quartieri bassi e i soliti esperti spiegavano che con il padre disoccupato e la madre alcolizzata era naturale che il ragazzo cercasse pace nella droga. Nessuno hai mai detto la verità: chi si droga è uno stronzo. Nella stessa famiglia (ricca o povera) c’è chi si droga e chi non lo fa. E’ il più debole che ci casca. Così oggi nessuno ha il coraggio di dire a un ragazzo che non fa un cazzo di niente: è colpa tua, sei uno stronzo. Babbo Natale, il professore con l’eskimo, la televisione, i partiti, il prete pedofilo e quant’altro sono scuse. Ai miei tempi avevamo la Dc, c’erano i preti omosessuali, nella borghesia emergente il confronto si faceva a colpi di spyder, l’assessore corrotto aveva la villa sulla costiera amalfitana, la camorra comprava giudici e poliziotti… ‘mbé? Il vero problema per noi era trovare un linguaggio comune e una strategia politica. L’obiettivo era costruire un nuovo modello di società. Mo’ che ho passato la sessantina sorrido al pensiero che in quattro gatti dei quali più dei tre quarti squattrinati e senza l’appoggio di una chiesa (per i compagni c’erano gli avvocati del Pci, i medici che li ricucivano senza denunciarli, le sezioni aperte anche per i compagni che sbagliano) andavamo all’assalto del cielo. Però sono contento.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.13/ del 4/7/2008