Per una Regione Sannita

a cura di Massimo Pacilio
massimopacilio@libero.it


ALLA RICERCA DELLE NOSTRE RADICI

Lo spirito combattivo dei Sanniti

Per raggiungere il controllo politico della penisola, i Romani dovettero misurarsi con i Sanniti. Due popoli in forte espansione si contendevano il controllo dell’Italia centrale attraverso le conquiste militari. Ma non bastarono tre lunghe guerre, secoli di scontri, per avere ragione dei Sanniti: durante le guerre civili Roma si ritrovò di fronte le schiere sannite, coraggiosamente determinate a difendere la propria civiltà. Finanche le posizioni perdute erano mantenute, con grande sacrificio di uomini.
Per illustrarne il carattere, lo storico Livio scrisse che, durante la seconda guerra sannitica, nonostante le enormi perdite subite e la mancanza di appoggi dagli alleati, i Sanniti "non desistevano dalla guerra" (bello non abstinebant), preferendo la sconfitta ad una umiliante rinuncia al combattimento.
I Romani furono ben consapevoli dello spirito combattivo dei Sanniti e del loro valore in guerra. Uno dei maggiori comandanti romani, Silla, li temette al punto di ordinare l’eccidio dei ribelli sanniti che avevano partecipato alla battaglia di Porta Collina.
Meritarono pienamente, dunque, l’appellativo di "bellicosi", con cui venivano differenziati dagli altri popoli italici. Qualche storico romano li ritenne addirittura affini agli Spartani, ai quali li avvicinava un rude stile di vita e una vocazione guerriera. Mamers (Marte), non a caso, fu una delle principali divinità del Sannio.
Una volontà ferma, sorretta da quello che potremmo definire, con linguaggio odierno, un forte spirito di autodeterminazione. Lo spirito capace di elevare i popoli che hanno un passato — ed una memoria del proprio passato — ed una consapevolezza del proprio valore e del proprio destino.
Oggi nessuno muove guerra ai Sanniti. Possiamo liberamente esprimere la nostra migliore "classe politica" senza temere che si troverà a dover affrontare le legioni romane.
Abbiamo voluto conservare, fino ad oggi, la memoria delle nostre radici. Ci chiamiamo Irpini, Caudini, Sanniti... Certo, il modello federale sannita non ha prevalso, ma oggi si parla, anche a sproposito, di federalismo. Ora, noi potremmo attingere il federalismo dal nostro più antico retaggio... saremmo pienamente legittimati. In questo àmbito, gli attuali Sanniti potrebbero rivendicare un’autorità indiscutibile. Ma dove sono i condottieri sanniti? E di quelli attuali, che ora mendicano a Roma un ruolo politico, quanti hanno il coraggio di anteporre ai propri gli interessi del Sannio? Quanti sanno da dove provengono? Chi sono i loro padri? I popoli che ignorano il proprio passato sono destinati a sparire dalla storia.
Oggi ci troviamo a combattere su un nuovo fronte, quello della memoria. Non vediamo uomini "bellicosi", uomini disposti a battersi per vedere riconosciuto un nuovo Sannio nel nascente "federalismo" italiota… e non si tratta certamente di sacrificare la vita. Non vediamo condottieri, ma solo frotte di mercanti che accorrono…
Se conserviamo ancora una pur debole filiazione dallo spirito combattivo dei Sanniti, non ci faremo spaventare dall’assenza di guide responsabili e coraggiose. I nostri emblemi sono a terra, è vero, ma adesso, ognuno di noi, ogni Sannita, sarà chiamato a sollevarli dalla polvere e ad innalzarli, per la difesa e la rinascita della nostra civiltà.
L’unica battaglia persa è quella che non viene combattuta.


LA TRADIZIONE CI PONE DI FRONTE AL NOSTRO DESTINO

Per una Regione Sannita

"Più che il trasferimento del capoluogo da una città all’altra, sia pure da una città montana ad una città in piano, ha importanza per me che riviva , tra i nostri monti, il compendio dei legami geografici, storici, etnografici, che, dall’Ofanto all’alta valle del Volturno ed al Sangro, dall’orlo della pianura campana agli ultimi declivi appenninici verso il Tavoliere di Puglia, ci consigliano un più razionale aggruppamento compartimentale delle nostre province. E questo aggruppamento non l’avremo se non quando, separato il Molise dall’Abruzzo e le province di Benevento e di Avellino dalla Campania, non additeremo, nella statistica ufficiale e nelle scuole, un compartimento sannitico-irpino con le tre province di Benevento, Avellino e Campobasso.
Allora, sì, corrette le determinazioni equivoche nel nome di alcuni comuni sannitici ed irpini (la mia Ariano di Puglia, per es., meriterebbe di presentarsi col nome di Ariano Irpino), potremo sperare di acquistare una fisionomia propria, che ci salvi dalla impropria denominazione di campani e ricordi ai connazionali nostri che nel Mezzogiorno, se ci sono Pugliesi e Calabresi, Campani e Basilicatesi, ci sono anche gli eredi del territorio e della tradizione della più gloriosa tra le antiche stirpi italiche".

Così si esprimeva un irpino, il professor Gabriele Grasso, nel lontano 1906. Parole inequivocabili, con le quali definiva nitidamente una tra le principali cause dell’attuale squilibrio amministrativo campano. Per la capacità di sintesi e di corretto inquadramento del problema, queste tesi non hanno bisogno di essere spiegate o commentate, basti la coscienza di ognuno a valutarle nella loro attualità. All’inizio del secolo scorso, la risistemazione amministrativa della penisola richiedeva una serie di decisioni sui perimetri delle aree regionali e provinciali. Ma com’è evidente, visti gli sviluppi successivi, solo qualcuno seppe interpretare la nostra storia nei termini di una possibilità di difesa e sviluppo della civiltà sannita.
Vorremmo, tuttavia, che, continuando a tracciare su queste pagine una "linea di confine" della nostra più antica storia, sia possibile indicare anche una direzione di marcia per i futuri impegni politici di chi abbia veramente a cuore una rinascita sannita. Si rende indispensabile, proprio in questa particolare congiuntura di eventi, un radicale ripensamento dell’attuale situazione amministrativa. Non serve partire da progetti individuali o da elaborazioni occasionali: la tradizione ci pone già di fronte il nostro destino. Seguendo quelle indicazioni che già hanno visto la luce nel nostro più recente passato, e che si sono concretizzate nella auspicata definizione di una regione sannita, è nostro dovere compiere un legittimo aggiornamento di una questione ancora irrisolta.
Una regione sannita oggi dovrebbe essere formata dalle province di Benevento, Avellino, Campobasso e Isernia. All’interno di questa regione, poi, si dovrebbero riconoscere la province di Ariano Irpino e di Termoli (così come nella Campania diverrebbe indispensabile una provincia di Nola). Una volta ridefiniti i perimetri regionali potremo affrontare tutte le altre questioni, nei tempi e nei modi che noi riterremo opportuni. Questa, sebbene difficile, è la via corretta per dare alla nostra identità sannita la possibilità di continuare ad essere e di indicare, forte della propria luminosa storia, l’unica direzione accettabile alla sua affermazione negli anni a venire. L’altra via, quella imboccata dalle vecchie classi politiche, è più facile da percorrere: è la sparizione.
Noi scegliamo di tracciare il solco del nostro confine.


Il senso del sacro nella civiltà sannita

Un aspetto che non può sfuggire ad una rievocazione della nostra civiltà sannita è, naturalmente, quello che rinvia al "senso del sacro" che ebbero i nostri antenati. Preferiamo dire "senso del sacro" e non "religione", quest’ultimo termine avendo acquisito nel tempo diverse sfumature di significato, che non possono trovare lo spazio sufficiente, in questa sede, per essere sottoposte al Lettore.
L’importanza del "sacro", a nostro giudizio, si riflette sin nei comportamenti attuali dell’ultima progenie sannita, e non solo nell’àmbito religioso. Il "sacro" vale come segno identificativo di una civiltà: nella nostra questo segno ha assunto la forma di un grande rispetto per le tradizioni. Ma da cosa deriva questa caratteristica? Tentiamo di dare una risposta.
I Sanniti, come i Romani e a differenza degli Etruschi, non erano "assillati" dalla religione, ma avevano ben chiara la consapevolezza dell’esistenza di un legame tra il mondo sovrannaturale e quello dell’esistenza terrena. Un legame la cui tenuta era affidata interamente alla responsabilità dell’uomo, ai suoi comportamenti, alle sue scelte e, naturalmente, ai riti che formavano la struttura essenziale del "sacro".
La religiosità può avere forme espressive del tutto personali, basate sulla sentimentalità, sulla "devozione". Il rispetto del "sacro", invece, si esprime in atti precisi, che sono, prima di tutto, i riti. Questi testimoniano il rapporto di "fedeltà" verso il divino.
Secondo l’immagine che ci trasmettono gli storici antichi, i Sanniti — anche in ciò molto simili ai Romani — avevano un grande rispetto per la celebrazione dei riti, con i quali si garantivano l’assistenza divina sia nella vita ordinaria sia nelle guerre. Tuttavia, l’assoluto rispetto della perfetta esecuzione del rito ha fatto erroneamente ritenere che si fosse progressivamente diffusa una sorta di "formalismo" religioso, frutto di una visione "magica" del rapporto col sovrannaturale.
Mai come in questo caso le apparenze ingannano. La minuziosa attenzione che i sacerdoti dedicavano all’esecuzione di un rito rappresentava proprio il grado di fedeltà verso gli dei. Il rito, si badi, non era mai concepito come un’invenzione umana, come una semplice rievocazione di avvenimenti passati, ma come una "istituzione divina", elemento fondamentale su cui si reggeva il favore degli dei. Riferisce lo storico Livio che il rito di fondazione della celebre legio linteata — la legione di guerrieri eletti per combattere contro i Romani — fu preso da un antico libro e costò la vita a quanti, tra i giovani Sanniti, scelsero di sottrarvisi. Un semplice calcolo avrebbe consigliato di risparmiare uomini per la guerra, ma, evidentemente, la regolarità del rito e la fedeltà al dio supera le ragioni umane.
Già in antichi testi della tradizione indoeuropea (come nella Bhagavadgîtâ, testo centrale della civiltà indù, ad esempio) si insisteva sulla assoluta necessità di rispettare l’integrità del rito, affinché non se ne perdesse l’efficacia. Ogni rito veniva considerato come un atto che creava un collegamento tra mondo e sovra-mondo, secondo una precisa e immodificabile esecuzione. I Sanniti, forse più di altre popolazioni italiche, avevano un assoluto rispetto per il rito. Dal suo perfetto compimento, infatti, dipendeva tutta la loro esistenza, terrena e ultraterrena.
È nostro giudizio che questo "stile" non si sia smarrito. Esso ha trovato distinte vie per esprimersi e trasmettersi nei secoli successivi. Una profonda esigenza di conservare e difendere il proprio modo di vivere distingue immancabilmente l’autentico stile sannita. Ostile alle trasformazioni repentine, il Sannita tende a custodire fieramente gli elementi anche esteriori della sua cultura, compreso quello che viene definito folk-lore. La lunga familiarità con la terra, l’osservanza delle feste e delle ricorrenze (il tempo sacro), il legame con la tradizione, costituiscono gli elementi di un’altra espressione di quella medesima stretta fedeltà agli dei che un tempo fu dell’antico Sannita.
Il severo rispetto per le leggi divine, manifestato nella rigorosa attenzione alla pura regolaritą dei riti, possiamo ritrovarlo ancora intatto, soprattutto lą dove la civiltą contadina autentica ha mantenuto, non del tutto alterata, la propria insostituibile funzione di custode di un originario “stile” spirituale.


Elementi per un nuovo inizio

Le osservazioni suscitate dal nostro precedente articolo ci obbligano a ritornare sugli argomenti già affrontati. Lo facciamo nella consapevolezza che si tratta di un tema davvero inesauribile: quando si scrive del "senso del sacro" proprio ad una civiltà antica non è difficile alimentare i pur numerosi equivoci causati dalle interpretazioni moderne, spesso vincolate alle prospettive sociologiche ed evoluzionistiche. Tuttavia, questa nostra breve precisazione ci offre l’opportunità di mettere a fuoco un tema che riteniamo particolarmente appropriato a questa fase solstiziale dell’anno.
Prima dell’arrivo delle popolazioni italiche —e con esse dei progenitori dei Sanniti—, nella nostra penisola erano presenti le culture cosiddette "pre-indoeuropee", con proprie lingue, strutture sociali e, naturalmente, con una "immagine del mondo" che la stessa religione rifletteva. Vi erano, perciò, divinità e culti di differenti origini, —espressioni del modo con cui ciascuna popolazione si relazionava al divino—, che solo di rado si avvicendavano nel tempo e nei luoghi sacri, più spesso, invece, si sovrapponevano, creando complesse stratificazioni.
L’arrivo delle culture indoeuropee provocò una profonda trasformazione, non solo perché determinò un vasto cambiamento delle lingue usate nel bacino del Mediterraneo, ma perché portò nuove forme di organizzazione sociale e nuovi modi di concepire il divino. Con le culture preesistenti i rapporti furono, prima di tutto, conflittuali. Gli Indoeuropei possedevano "nuove" tattiche di guerra, con le quali poterono soggiogare le altre popolazioni. In particolare erano formidabili cavalieri ed utilizzavano il cavallo in guerra. Al potente animale legavano agili carri, sui quali trovavano posto i guerrieri. I Sanniti non dimenticarono le tattiche dei loro antenati. Nel descrivere la battaglia che spinse l’eroe romano Decio Mure ad immolarsi, Livio accenna al fragore dei carri da guerra dei nemici Sanniti (allora alleati ai Galli).
Con le guerre gli Indoeuropei si aprirono la via verso il Mediterraneo. Inevitabilmente, la guerra doveva possedere per loro il valore di un avvenimento sacro, a cui sovrintendeva una tra le più importanti delle loro divinità: Marte. Proprio a questo dio i Sanniti riservavano un culto particolare. Lo stesso Apollo, un’altra delle maggiori divinità dei Sanniti, era spesso raffigurato alla guida di un carro trainato da cavalli, simbolo del corso del Sole e ricordo ancestrale degli arcaici carri da guerra. Ma era Giove, nell’antico Sannio, la divinità suprema, il dio posto alla sommità delle gerarchie divine.
"Non v’è dubbio che Giove, il grande dio dei cieli e del tempo, era […] la principale divinità da sempre adorata dai Sanniti", ha scritto uno studioso moderno. Che Giove abbia rappresentato il fulcro del sistema religioso sannita lo testimoniano i rinvenimenti archeologici e le fonti storiche antiche. D’altronde, le penne di aquila (Iovis ales, animale sacro a Giove), con cui i guerrieri sanniti ornavano i propri elmi, costituiscono un segno inequivocabile della venerazione riservata al sommo Giove, così come, per altro verso, il toro —animale-guida di molte tribù sannite—, presente nel rito del ver sacrum (quando i giovani sanniti lasciavano i loro villaggi per conquistare nuove terre), ribadisce questo stretto legame tra il "re degli dei" e i nostri antenati.
Giove, Marte ed Apollo possono ben valere, quindi, come una sorta di "triade divina" rappresentativa dello stile guerriero e del rapporto col divino dei Sanniti. Un popolo duro, saldo nelle proprie tradizioni e deciso a difenderle strenuamente, pur sapendo di "perdere", ma rivelando proprio in ciò uno dei suoi caratteri più radicati. Uno di quei caratteri che è nostro dovere invocare in questo sol-stitium, affinché sia di buon auspicio per un nuovo initium. Auguri!


L'ATTUALITA' DEL TRADIZIONALE MODELLO STATALE DEI SANNITI

Federalismo sannita

L’attuale dibattito sulla forma federalista della costituzione — che per alcuni dovrebbe prevedere solo una maggiore responsabilità degli enti locali, senza intervenire significativamente sulla struttura dello Stato — trova puntualmente disorientati gli amministratori meridionali. Un disorientamento abbastanza comprensibile, quando mancano quei punti di riferimento che non siano traducibili in termini di interessi personali. Si guarda con sospetto alla parola "federazione" perché la si considera connessa, in qualche modo, alle pretese autonomiste del "ricco nord-est". Del resto, uno Stato federale italiano appare oggi come l’esito di un processo disgregativo provocato dalla spinta egoistica di poche aree del Paese, da poco giunte ad una inusuale condizione di ricchezza. Si sa che la "gente nuova" aspira da sempre ad entrare nei circoli esclusivi e a guardare con immemore disprezzo la condizione da cui è partita. In questo senso appaiono umanamente comprensibili, per quanto non approvabili, le richieste di "esclusivismo" espresse in varie forme nel Nord d’Italia.
Pure, vanno considerati alcuni aspetti, spesso rimossi dal dibattito politico sul federalismo. Il veloce processo di unificazione dell’Italia, avvenuto sull’onda della rivoluzione francese e della maldestra traduzione in italiano delle idee illuministiche, è passato come un rullo compressore sulle plurisecolari storie degli Stati italiani. Certo. Storie non sempre dignitose. Storie di litigi mediterranei, di patti e tradimenti, di Leghe e capovolgimenti di fronte, al centro del quale, onnipresente, il papato. Anche un imperatore equilibrato come Carlo V ha lasciato Roma ai "lanzichenecchi", sfinito dall’ambiguità politica di un papato invadente . Non ci sono parole sufficienti per stigmatizzare l’azione nefasta, nella politica moderna, della curia pontificia. Ma questa, del resto, altro non era che la longa manus delle potenti famiglie "nobili" del Bel Paese.
Nonostante tutto, la storia e la cultura italiana suggerivano, a chi avesse avuto davvero a cuore le sorti future della nazione, di indirizzare il nascente Stato unitario verso una forma federale di assetto costituzionale. Così non è stato. Il modello francese di burocrazia centralizzata esercitava una più forte attrazione sulla classe di potere piemontese, che muoveva i suoi primi passi colonizzatori al Sud. Tutto, in Italia, cospirava verso un modello federale, tranne la monarchia sabauda, affascinata dai suoi sogni imperialistici, blandita dagli esuli dei diritti umani.
Ciò che meraviglia — non troppo, per la verità — è che oggi a proporre il federalismo in questa Italia, non siano stati i popoli nati nel federalismo e che ad una struttura federale avevano già pensato per unificare, in alternativa a Roma, i popoli italici. No. I Sanniti, in questi ultimi cinquant’anni di democrazia e di libero pensiero, hanno pensato ad altro, al "centralismo", creatura degli apparati burocratici dello Stato moderno che ha potuto avere buon gioco anche nell’Italia repubblicana. Eccellente strumento di controllo politico, esso ha svolto una preziosa funzione di controllo culturale, prima durante e dopo il fascismo (non vogliamo neanche porre in relazione il "centralismo" dell’antica Roma con quello moderno, mancando nel secondo il fondamento divino che costituiva l’essenza del primo).
Ammesso che oggi si possa parlare di "classe politica", potremmo dire che la nostra, archiviata sbrigativamente la propria genealogia, si sia prosternata davanti alle visioni centraliste che la repubblica ha ereditato dal fascismo e che — col beneficio dell’inventario — ha accettato (per "ragion di Stato", evidentemente). Del federalismo sannita si erano tutti dimenticati mentre percorrevano, di buona lena, la via verso Roma, quella stessa via lungo la quale migliaia dei nostri antenati erano morti per difendere il Sannio. Eppure, proprio i Sanniti avrebbero dovuto porre sin dall’inizio la questione del federalismo e del riconoscimento di una regione sannita, che fosse espressione della nostra millenaria esistenza su questo territorio.
Basta dare uno sguardo alla nostra storia, per comprendere la fondatezza di questo giudizio. La base amministrativa dello Stato sannita era il pagus. Non la pòlis, che distingueva la vita sociale dell’antica Grecia, ma il villaggio caratterizzava la vita dei nostri antenati. La civiltà sannita, in questo senso, non era una civiltà urbana, ma propriamente una civiltà "pagana": in essa vi erano, non allo stato di sopravvivenza ma nella continuità della tradizione, gli elementi fondamentali della civiltà pagana antica. Possiamo raffigurarci il pagus come un’area estesa pressappoco quanto l’intero territorio di un comune attuale. Non vi era, però, un solo grande centro urbano nel quale confluivano tutti gli abitanti (con le loro relative attività) di quell’area. Vi erano, invece, piccole comunità distribuite in pochi villaggi legati tra loro da un forte vincolo di solidarietà. Il pagus era saldo, unito, con una fortissima omogeneità etnica e religiosa.
Vi erano celebrate delle assemblee, nelle quali la comunità decideva su cose inerenti al proprio territorio, in relazione alle esigenze che quella specifica area esprimeva. Ciò ha erroneamente indotto alcuni a parlare di "democrazia". Tuttavia, gli studiosi hanno potuto accertare l’esistenza di diverse cariche politiche, dimostrando che lo Stato sannita avesse una natura gerarchica ed aristocratica ben prima del contatto con Roma. D’altronde, i pochi abitanti di un villaggio sannita non erano una massa umana senza volto, bensì un popolo con una propria e irripetibile morfologia spirituale. Più correttamente dovremmo dunque parlare di "etnocrazia", espressa da quella che, con termine tedesco, potremmo ben definire una Volksgemeinschaft (una comunità fondata sulla stirpe), vista l’omogeneità razziale delle tribù sannite.
In realtà, anche il pagus sannita era caratterizzato dalla presenza di personalità di prestigio, che ne costituivano l’aristocrazia. Costoro rappresentavano la guida delle legioni sannite e ricoprivano quelle cariche politiche e religiose la cui autorevolezza rendeva la nazione sannita uno Stato. Lo stesso pagus provvedeva ad allestire le forze militari necessarie alla difesa del territorio e possedeva un suo capo: il meddix.
Al di sopra del pagus vi era il touto, la cui estensione territoriale può essere paragonabile a quella di un provincia odierna. Il touto si fondava sugli stessi accordi che legavano più villaggi, ma teneva insieme più pagi. Ogni tribù sannita avevano collegato i suoi pagi in un unico touto, retto da un meddix di grado gerarchico superiore: il meddix tuticus. Con quest’ultimo termine si indica la carica di maggiore autorità presso i Sanniti, accostabile a quella del console romano, ma che nel Sannio non aveva un collega di pari grado gerarchico. I touti si alleavano, a loro volta, per ragioni religiose o belliche. La Lega sannitica fu il frutto di questo genere di alleanze. Essa si fondava sulla fedeltà alla stirpe e ai patti, non sull’amministrazione centralizzata di uno stato burocratico. Nondimeno, ha fatto di un popolo di ruvidi montanari il più grande pericolo per Roma.
Da questi pochi elementi si vede come lo Stato sannita fosse fortemente "decentralizzato". Le comunità non erano addensate in quel brulicare umano che sono (ed erano) le grandi città, ma armoniosamente raccolte in piccoli villaggi di pastori e agricoltori guerrieri. Era sconosciuta la capitale come la intendiamo noi. Vi erano sicuramente centri importanti che, per l’attività politica che vi si volgeva, per i luoghi di culto che ospitava o per la loro collocazione strategica possono essere immaginate come capitali, ma non vi fu mai una città come Roma.
Si dirà che questo è un modello di Stato proprio ad un’antica società agricola. Tuttavia i Sanniti univano ad una grande "decentralizzazione" dell’amministrazione anche l’autorevolezza della carica del meddix tuticus, che rappresentava l’unità dello Stato. In più, erano capaci di superare gli interessi particolari per far valere l’interesse nazionale, soprattutto nei casi di pericolo, ad esempio unendosi in quella che fu la temibile Lega sannitica, l’unico vero ostacolo incontrato dai Romani nel processo di conquista della penisola. Un esempio di arretratezza da montanari o di responsabilità politica? I Sanniti potevano contare, evidentemente, su una omogeneità etnica che rendeva meno problematica l’amministrazione statale. Un vantaggio che oggi non esiste più allo stesso grado di prima, e che va ulteriormente affievolendosi. Ma questo non allevia le colpe delle generazioni di "politici" che ci hanno rappresentato (sic!), e che, in un accesso di autolesionismo, hanno annullato una storia la cui autorevolezza neanche i Longobardi — i cui condottieri assumevano con onore il titolo di Dux Samnitium — hanno disconosciuto, e che nel feudalesimo hanno conservato una forma di federalismo adeguata ai loro tempi.
Eppure oggi, costretti come siamo ad ascoltare lezioni sul federalismo da chi, fino a qualche anno fa, pensava in termini di "commissario del popolo", o da chi non concepisce la politica se non come utile strumento economico, c’è ancora spazio per il nostro "federalismo pagano". Se il federalismo sannita era l’aspetto esteriore di una nazione intimamente unita, oggi, in troppi casi, il centralismo non è che l’abito logoro di nazioni profondamente disgregate.


CONTRIBUTI PER UN FUTURO ASSETTO COSTITUZIONALE
CHE PARTA DALLE TRADIZIONI ITALICHE

Le basi politiche di un nuovo ed antico federalismo

Nel nostro precedente articolo abbiamo illustrato, in poche parole, la struttura federale dello Stato sannita. Nonostante siano stati pochi i riferimenti fatti al pagus, all’unità amministrativa su cui quello Stato si basava, ci sono sembrati in ogni caso sufficienti per dare al Lettore un’idea della vocazione federativa dei nostri antenati. Una vocazione che, al di là delle apparenze, ha lasciato una traccia da cui poter avviare il nostro federalismo.
Si è detto che il pagus racchiudeva un’area abbastanza estesa da comprendere diversi villaggi ed avente un suo capo, il meddix. Avere a fondamento dello Stato non il municipio, ma un distretto amministrativo territorialmente più ampio può apparire come la semplice esigenza di una nazione la cui economia era basata sull’agricola e sulla pastorizia. Ma per chi non fa dell’economia la chiave interpretativa di tutta la storia umana v’è dell’altro nella struttura "pagana" dell’antico Sannio: prima di tutto la capacità di vivere in piena armonia con il territorio. Il pagus era convenientemente vasto: non troppo, per non assommare in sé aree eterogenee, né troppo poco, da non riuscire ad avere una sua relativa autosufficienza. Un saggio equilibrio ne segnava i limiti spaziali, determinando l’àmbito di una vera e propria auto-amministrazione. Il pagus, beninteso, non era isolato, ma strettamente unito agli altri, grazie ad un forte vincolo etnico, vero fondamento dello Stato sannita.
Colpisce, tuttavia, quella che potremmo definire una visibile "dispersione sul territorio". I Sanniti non amavano affollarsi in grandi centri urbani, ma preferivano conservare il diretto contatto con l’ambiente naturale, dal quale dipendevano interamente. Un carattere che, senza fatica, possiamo riscontrare anche nei nostri tempi, capace pertanto di ripresentarsi quando il più autentico spirito sannita, per l’imprevedibile svolgersi degli eventi, può liberamente esprimersi. È opportuno fare un esempio. Il terremoto dell’Ottanta, oltre a mietere migliaia di vittime nell’area irpina del Sannio, ha causato il danneggiamento di molti antichi comuni, alcuni dei quali sono stati quasi completamente distrutti. La lentissima ricostruzione che ne ha fatto seguito ha messo in luce una certa "disaffezione" per il centro abitato: molti hanno preferito ricostruirsi "la casa in campagna", intensificando un processo di parziale svuotamento dei paesi e di dispersione sul territorio. Dall’apparenza questo sembra un problema, e così viene interpretato dai miopi amministratori locali, ma tuttavia non lo è. Si tratta invece di un fenomeno che va letto come il riaffacciarsi, con il tragico irrompere del terremoto, di un più autentico carattere etnico.
Certo, sembra più facile governare una comunità racchiusa nella città anziché diffusa su un territorio più o meno vasto. Ma ciò che si perde nella vita urbana, innanzitutto, è quell’armonia con l’ambiente naturale che oggi appare più come una vitale necessità che come una scelta individuale. Non è questo il luogo per passare in rassegna tutti i mali della grande metropoli, il cui ambiente diventa progressivamente più avvelenato. Sarebbe una fin troppo facile retorica. Basti dire che oggi in molti sono costretti a lasciare alle loro spalle la vita delle metropoli. È bene perciò considerare come un grande valore la piccola dimensione delle nostre città.
Sta a noi, forti del nostro passato, far fiorire di nuovo, reinterpretandola secondo le nostre tradizioni, la cultura del pagus… È nostro compito tornare a riflettere sulla funzione che questa unità amministrativa ha avuto in origine, per poterla attualizzare in questo momento storico. Più che il comune, dovrà essere questa realtà intermedia ad amministrare il territorio sannita, ed essa farà capo alla provincia, che ne coordinerà l’attività e ne accoglierà le richieste. La stessa regione sannita, che dall’Irpinia al Molise potrà riabbracciare gli antichi territori del Samnium, dovrà strutturarsi essa stessa come una regione federale al suo interno.
La comunità montana attualmente esistente risponde solo in parte a questa esigenza e, naturalmente, non è ciò che era un pagus… Ogni Sannita dovrebbe essere incluso in un pagus, e questo dovrebbe costituire il suo fondamentale punto di riferimento amministrativo. Qualcosa di più piccolo di una comunità montana, ma che sia diffuso sull’intero territorio provinciale. Si avvierebbe, così, un diverso rapporto con l’ambiente, che non verrebbe ridotto a luogo di sfruttamento economico, ma sarebbe essenzialmente un luogo abitativo e di nuovi rapporti sociali. Le esigenze dell’ultimo casale sarebbero rispettate come quelle di qualsiasi centro storico.
Gli indirizzi politici della provincia, e quindi quelli della regione, potranno così tornare ad essere la diretta espressione delle esigenze dei vari distretti e delle stirpi che vi sono insediate, superando definitivamente gli sbarramenti ideologici imposti dai partiti e restituendo la politica a se stessa. Ogni unità amministrativa avrà il suo reggente, che coordinerà l’amministrazione e rappresenterà il pagus nell’assemblea provinciale. Quest’ultima, a sua volta, avrà un reggente che la rappresenterà nell’assemblea regionale, secondo una piramide gerarchica di doveri amministrativi organicamente armonizzati. Il reggente sannita rappresenterà l’intero Sannio in quella che sarà la futura Camera delle Regioni.
Quella che oggi viene definita "devolution" rappresenta davvero il giusto passo verso un’autentica concezione federale dello Stato? È nostro dovere portare nel confronto politico la tradizione sannita. Se la via verso il federalismo dovesse arrestarsi ad un mero aumento dei poteri delle attuali regioni avremmo fatto molto rumore per nulla. Siamo davvero sicuri che l’odierna ripartizione regionale sia la migliore di tutte le ripartizioni possibili? Non merita invece, proprio ora, un radicale ripensamento? Ciò che dovrà trovare espressione nel futuro assetto costituzionale dovrà essere il carattere di un popolo, la sua tradizione, la sua cultura, e, quindi, il suo particolare modo di sviluppare i rapporti umani, che nel nostro caso dovrà attingere alla tradizione "pagana" sannita.


I VALORI FONDAMENTALI DELLA CIVILTA' SANNITA
TRADITI DALLE AMBIZIONI PERSONALI

Dall'antica fedeltà ai capi al clientelismo attuale

In questa fase di grandi cambiamenti politici, reali o apparenti che siano, le province sannite mostrano di essere poco inclini alle trasformazioni, confermando la propria fiducia, oramai da decenni, quasi sempre nelle stesse persone. Un timore, lo definiremmo, che in qualche caso ha generato non poca confusione, come testimonia, ad esempio, il ben noto episodio del Molise, che ha fatto registrare uno dei pochi casi di annullamento delle elezioni e di vittoria della parte precedentemente sconfitta. Ma un carattere si evidenzia, in questo contesto; un carattere che fa di molti luoghi del Sannio delle aree, in qualche misura, fuori dal tempo.
Non sono pochi i rappresentanti politici sopravvissuti (politicamente, s’intende) in piccoli territori circoscritti. La loro fortunosa ascesa data da tempi molto lontani, quando le esigenze del territorio che li ha espressi erano altre da quello che sono ora. Gli anni Settanta hanno visto venire a galla alcuni gruppi che hanno conservato, con poche defezioni e sporadici avvicendamenti, il saldo controllo politico delle nostre zone. Trent’anni di storia non sono bastati a cambiare né la struttura né gli elementi di spicco di queste organizzazioni di potere. La fitta trama di interessi si cui si poggia questa continuità sembra sfidare i tempi e le generazioni con satanica sfrontatezza. Le epocali trasformazioni che il mondo ha subìto nel frattempo hanno inciso in misura minima nelle nostre aree, e non certo per una consapevole volontà di difendersi dall’avanzata della globalizzazione. Vi è dell’altro.
È evidente, infatti, che un potere non lo si conserva per tanto tempo se viene poggiato esclusivamente su basi ideologiche. I fatti lo hanno dimostrato. Il crollo dell’Unione Sovietica ha avuto un contraccolpo su tutta l’Europa, favorendo un ricambio e una trasformazione che hanno conferito un nuovo profilo politico al Vecchio Continente. Non ci addentriamo in giudizi sulla natura di questo cambiamento: ci basti rilevare che, almeno superficialmente, esso ha indubbiamente segnato questo ultimo decennio. L’Italia non poteva non riflettere, a suo modo, questa fase di cambiamento, ma sorprende, in questo scenario, la sostanziale impermeabilità alle trasformazioni in atto dimostrata dai vecchi aggregati di potere che allignano sul nostro territorio. Ciò si spiega, prima di tutto, riconoscendo la natura non ideologica del potere esercitato.
Il "segreto" della longevità politica di numerosi personaggi è rappresentato dall’aver essi istituito un rapporto di carattere personale, privo di qualsiasi elemento ideologico, con l’elettore. Un rapporto fondato essenzialmente sulla fiducia, la quale, a sua volta, deriva da una autorevolezza ispirata da diversi fattori. Ora, è bene chiarire subito che questa fiducia, prima che sfociasse nel più infimo clientelismo, era l’espressione più elevata delle civiltà antiche, italiche e indoeuropee. La fides, come la chiamavano i Latini, era il fondamento della vita politica, e soprattutto di quella militare, dei popoli antichi. Un legame fondato sulla fedeltà richiedeva non solo un grande valore e una grande autorità in chi ne raccoglieva i frutti, ma anche la capacità di riconoscere dove il valore e l’autorità risiedessero. Nessuna costruzione ideologica, insomma, garantiva la fedeltà ad una guida politica, solo la persona, nella sua integralità, era il fondamento su cui si realizzava questo tipo superiore di rapporto umano.
È naturale che per un popolo bellicoso, come lo furono i Sanniti, la fedeltà avesse una particolare importanza. In battaglia, infatti, i Sanniti, come altre popolazioni europee, usavano combattere in piccoli gruppi guidati da un condottiero distintosi per valore e autorità. I membri del sodalizio guerriero erano legati da un vincolo di fedeltà, che metteva tutti in una medesima condizione. Il dux era considerato —come in seguito avverrà per il re tra gli aristocratici— primus inter pares, non vi era cioè separazione, ma autentica fratellanza d’arme tra il condottiero e gli altri sodàli. In seguito, sia i Romani che i Sanniti hanno preferito lasciare questo modello per passare alle più organizzate legioni, ma il rapporto con i comandanti era sempre quello fondato sulla fedeltà, che rappresentava così il vero onore del guerriero. Con il trascorrere del tempo, la sfera politica non ha più coinciso con quella dell’aristocrazia e con i valori da questa trasmessi. Nonostante questo, il valore della fedeltà alla guida politica si è conservato nelle tradizioni sannite, ma con una imprevedibile involuzione. Crollati i punti di riferimento autorevoli, la guida politica è stata assunta da quelle figure che, nelle piccole comunità, potevano surrogare un’autorità oramai eclissatasi, però avvalendosi di quella medesima fedeltà che un tempo reggeva i rapporti di natura politica e militare.
È su questa base che si sono costruiti e mantenuti i solidi potentati locali; è sull’antica virtù della fides che talune figure hanno consolidato il loro potere individuale. Ciò che un giudizio storico non deve disconoscere, affinché si possa ricostruire su basi sicure il federalismo sannita, è la centralità di questo rapporto di fedeltà, che è una delle caratteristiche specifiche della nostra civiltà. Un rapporto che ritroviamo espresso nel modello "pagano" (vale a dire fondato sull’unità amministrativa del pagus) dello Stato sannita, costituendo il fondamento dell’autorità politica. In altri termini, quella fiducia che il popolo sannita nutriva nel suo capo (il meddix), noi oggi la ritroviamo alla base delle fortune politiche dei longevi potenti locali. Questi ultimi, però, hanno usato questa incorrotta tradizione ai fini di un mantenimento del potere per sé e per i propri accoliti. Proprio l’assenza di una Regione Sannita, che auspichiamo come fase imprescindibile di un riappropriamento del nostro destino politico, è la più evidente dimostrazione che chi fino ad ora ci ha rappresentato ha posto su tutto solo gli interessi individuali.
Tuttavia la tradizione ci insegna, in questo caso, che non va messa in discussione la fedeltà alle guide legittime, essendo un valore altissimo, ma chi questo valore ha corrotto. Intere generazioni sannite sono state difese dalle ideologie —vere malattie dello spirito— proprio grazie ad un istinto che permetteva di riconoscere l’autorità e di legarvisi con un patto di fedeltà. La nuova regione dovrà fondarsi pertanto su questo valore, sapendo che solo su esso potrà tornare a costituirsi l’originaria autorità politica sannita.


ALLE PROVINCE SPETTA IL COMPITO DI GESTIRE
L'IMMIGRAZIONE SUL PROPRIO TERRITORIO

Le forche caudine e l'invasione del Sannio

La necessità di un severo controllo dell’immigrazione è oggi avvertita in maniera sempre più chiara anche nelle nostre province. Se nelle aree più interne l’arrivo degli immigrati è ancora un lontano problema, si presenta, invece, con tutto il suo carico di problemi nelle città capoluogo. Flussi migratori —su gran parte dei quali lo Stato non è capace di esercitare un vero controllo— stanno lentamente, ma inesorabilmente, cambiando la "sostanza umana" della nostra nazione.
Rispetto ad un trasformazione così profonda e definitiva, il disorientamento dei "nostri" amministratori appare evidente. Costoro sembrano, infatti, intenzionati a lasciare al governo centrale l’intera responsabilità della questione, classificata tra quei problemi che per grandezza e complessità "esulano dalle competenze" delle amministrazioni locali. Tuttavia, l’insediamento di comunità di immigrati anche in piccoli centri del Sud dimostra che ogni area si troverà nella condizione di dover affrontare problemi assolutamente nuovi, derivanti dal confronto con culture radicalmente diverse dalla nostra.
La storia sannita ci permette di avere idee chiare anche sul modo corretto di affrontare siffatti cambiamenti. Uno dei suoi più famosi episodi, quello relativo alle "forche caudine", ci illumina sul modo dei nostri antenati di intendere il rapporto con lo "straniero", in particolare quando questo rapporto si presentava nelle forme dell’invasione.
Gavio Ponzio, il glorioso generale condottiero della Lega sannitica, ebbe la magnanimità di offrire una possibilità di salvezza ai Romani —che a Lui si erano arresi dopo la sconfitta delle "forche caudine"— a condizione che rispettassero i confini del Sannio, ma non prima di averli disarmati e di aver loro imposto il passaggio sotto il famigerato giogo. Quest’ultima "clausola" apparve agli storici romani delle generazioni successive come una grande umiliazione, ma, con maggiore saggezza, i loro antenati accettarono le condizioni imposte dai vincitori.
Ma il "passaggio sotto il giogo" fu solo un’umiliazione? Una semplice dimostrazione di forza? Proprio l’umiliazione, non avrebbe ispirato nei Romani il desiderio di una rapida vendetta, che, come è accertato, non vi fu? In realtà, più che una sorta di soldatesca derisione nei riguardi del vinto, il passaggio sotto il giogo —come riporta qualche studioso— era un vero e proprio rituale, con il quale l’aggressore veniva simbolicamente isolato dalla terra e dal popolo aggrediti. In altri termini, l’invasore si faceva veicolo di una forza malefica, che metteva in pericolo l’esistenza della comunità, ma passando al di sotto del giogo la potenza che conduceva con sé veniva, per così dire, neutralizzata. Questo antico rito segnala, innanzitutto, l’esistenza di una profonda coscienza nazionale nelle popolazioni sannite, determinate a difendere il loro territorio dall’invasione, e con esso le proprie istituzioni, il proprio senso del sacro, il proprio stile di vita, la propria identità etnica.
L’ondata immigratoria che oggi registriamo è stata paragonata, anche da chi svolge indagini ad alti livelli per comprendere le dinamiche criminali poste dietro l’incremento dei flussi, ad una vera e propria invasione. Questa, anche quando non aggressiva o armata, costituisce pur sempre il tentativo di appropriarsi di un territorio, di fronte al quale solo le culture che hanno ancora un sentimento vivo della propria storia saranno in grado di opporre un’adeguata azione difensiva.
Oggi, più che nel recente passato, la storia sannita ci insegna a considerare nuovamente il senso e la portata di un corretto spirito di difesa. L’incapacità di gestire in maniera naturale il confronto con le diverse civiltà con cui siamo costretti a convivere, induce, anche chi ha compiti formativi o di guida spirituale, a rimuovere segni e simboli che possano generare "imbarazzo" nello straniero immigrato. Evidentemente, ricordare agli altri che anche noi abbiamo una identità culturale costituisce il più imperdonabile degli affronti.
I nostri antenati, invece, ebbero non solo la capacità di resistere ad un avversario della forza di Roma, ma anche la piena consapevolezza di difendere la loro identità nazionale. Oggi, gli Italiani mostrano di non avere la stessa consapevolezza e, di conseguenza, neanche la stessa forza. Il federalismo sannita (o "pagano", come l’abbiamo definito nei nostri precedenti articoli) dovrà dimostrare invece il carattere di una consapevole difesa di una tradizione radicata nelle nostre terre.
Diventa pertanto indispensabile assegnare alle province un ruolo centrale nel controllo dei flussi migratori e nell’indicazione di quali immigrati potranno avere accesso ai rispettivi territori. Saranno allora le province sannite ad assumersi il compito di stabilire quali e quanti stranieri, ove ce ne fosse davvero bisogno, potranno accedere temporaneamente sul suolo del Sannio.
Naturalmente, la decisione delle amministrazioni locali sarà limitata al loro territorio, cosicché, i permessi di soggiorno avranno unicamente un valore limitato alla provincia che li ha rilasciati. In pratica, se si potrà facilmente avere residenza nella provincia di Treviso, lo stesso permesso non avrà alcun valore nelle altre province. In questo modo si potrà sorvegliare la mobilità degli stranieri sul territorio.
Per conservare un più stretto legame tra i Sanniti, ogni richiesta di lavoratori stranieri dovrà vedere privilegiati gli emigranti di origine sannita, realizzando, a tale fine, un’apposita anagrafe presso i consolati. Lo Stato, dal canto suo, dovrà solo farsi carico della redazione di elenchi di persone disponibili all’immigrazione nel Sannio, rispondendo direttamente in caso di eventuali comportamenti criminali degli immigrati stessi, risarcendo i danni da questi ultimi commessi. Ogni immigrato sarà comunque tenuto al rispetto delle nostre tradizioni, pur senza farne parte.
Queste poche indicazioni basilari, che certamente richiedono ulteriori approfondimenti, sono indispensabili ed urgenti, vista l’invasione senza precedenti che da Sud e da Est l’Italia sta subendo. Se gli ambienti intellettuali brancolano in una disperata oscurità, e i potenti appaiono sempre più incapaci di decisioni responsabili e chiare, è nostro dovere riprendere con vigore lo spirito difensivo dei nostri migliori antenati. Conferire alle province la responsabilità di decidere chi dovrà abitare le nostre terre sarà il nuovo giogo sotto il quale ogni invasore, armato o disarmato, dovrà passare.


DALLA "ANOMALIA CAMPANA" ALL'EQUILIBRIO
TERRITORIALE DI UN NUOVO SANNIO

Una nuova Regione per un milione di Sanniti

Alcuni Lettori ed Amici ci hanno chiesto di illustrare più approfonditamente l’ipotesi di una Regione Sannita, in particolare aggiungendo qualche dato statistico alle tesi già espresse, così da permettere un confronto tra le diverse realtà campane. Un tale compito richiede un’analisi a diversi livelli delle statistiche ufficiali, quindi uno studio che non possiamo certo condurre sulle pagine di un giornale. In ogni caso, vale la pena riportare qualche dato significativo, soddisfacendo così le richieste pervenuteci e affidando all’evidenza immediata di grafici e tabelle la riflessione su quanto già esposto.
Occorre fare, tuttavia, una precisazione. La creazione di una regione sannita rappresenta un obiettivo politico le cui premesse sono prima di tutto culturali. Tempo fa avemmo l’opportunità di riproporre le chiare parole di un Irpino che, con grande lungimiranza, riteneva indispensabile l’unione delle province di Campobasso, Benevento e Avellino (allora non esisteva ancora la provincia di Isernia) per formare una regione che fosse la testimonianza del ruolo storico delle popolazioni sannite nel panorama culturale nazionale.
La "valorizzazione delle specificità territoriali", del resto, se non vuole ridursi ad essere una vuota espressione in voga negli attuali ambienti "politici", deve corrispondere ad una concreta realtà, che sia non solo radicata nel passato delle nazioni costituenti l’ossatura etnica italiana, ma capace soprattutto di avere effetti nel presente e nel futuro del Paese.
Sulla scorta di questo principio guida riteniamo utile ad una comprensione di questo progetto l’analisi di alcuni dati che, pur avendo solo una funzione di chiarimento, possono senz’altro offrire ai Lettori uno strumento di riscontro di quella che abbiamo definito "anomalia campana". Ribadiamo, per evitare equivoci: non sono i dati statistici a dimostrare la necessità della costituzione di una Regione Sannita, ma il riconoscimento dell’esistenza di un popolo e di una tradizione dei Sanniti, i numeri possono solo dare un'ulteriore conferma.

* * *

La popolazione della Campania ammonta a quasi 6 milioni di abitanti, facendo di questa una delle regioni più popolose della nazione. È l’unica regione, infatti, ad avere una densità di popolazione superiore ai 400 abitanti per kmq, a fronte di una media nazionale di 191 (i dati sono aggiornati al 1997; fonti: Istat e Ministero degli Interni).
Un dato che in sé non dice nulla circa l’anomalia campana. Va precisato, infatti, che oltre la metà degli abitanti vive nella sola provincia di Napoli, che però occupa meno del dieci percento dell’intero territorio regionale (grafico 1).

Grafico 1. Distribuzione territoriale delle province campane.

Intorno alla città capoluogo si concentra una quantità tale di persone da elevare la densità di popolazione a 2.662 abitanti per kmq. Una cifra quasi non rapportabile alla densità di province come quella di Benevento o di Avellino, che con i loro rispettivi 142 e 158 abitanti per kmq appartengono ad un paesaggio abitativo assolutamente differente, più prossimo a quello del confinante Molise, sebbene qui la media scenda addirittura a 74 (grafico 2).

Grafico 2. Densità della popolazione

Come si vede, qui non si tratta di un semplice spostamento dalla media. Vi è infatti una densità abitativa nella provincia partenopea quasi venti volte superiore a quella sannita. Questa "particolarità" diventa determinante in molte occasioni cruciali della vita politica regionale. Se il governo di un’amministrazione locale, più che quello statale, deve rispondere alle esigenze specifiche del territorio, si vede chiaramente che gli interessi della Campania sono invariabilmente prestabiliti dalle tendenze affermatesi nella città capoluogo, dalle necessità che lì emergono e diventano preponderanti.
D’altra parte, anche se gli abitanti di tutte le altre province campane volessero, di comune accordo, indirizzare diversamente la gestione del territorio, pure si troverebbero in "minoranza", dal momento che con i suoi oltre 3 milioni e 117mila abitanti, la provincia partenopea possiede il 53% di tutti i cittadini residenti in Campania (grafico 3).

Grafico 3. Distribuzione della popolazione campana.

Un "peso specifico" enorme, dunque, che condiziona ogni progettualità politica, ponendo i limiti entro cui poter svolgere ogni investimento, e non solo in termini economici. Lo abbiamo già scritto: qui non si tratta di attribuire ai napoletani la responsabilità di tutto quello che non funziona nell’amministrazione regionale, si tratta, invece, di risolvere un’anomalia strutturale che appartiene a tutte le aree metropolitane italiane, sebbene quella partenopea abbia i propri specifici caratteri.
Ben diversi sarebbero, invece, i caratteri di una Regione Sannita, meglio rispondenti alle esigenze di un’amministrazione locale in armonia col territorio che la esprime, come si vede dai dati riportati nei grafici 4, 5 e 6.

Grafico 4. Densità della popolazione

Grafico 5. Distribuzione della popolazione

Grafico 6. Distribuzione della superficie

La distribuzione del territorio, la quantità di abitanti e, quindi, la densità abitativa — tutti elementi fondamentali per una più armoniosa ridefinizione dei territori provinciali — non rappresenteranno, nel caso di un nuovo Sannio, fattori di squilibrio. Assegnando, poi, ad Ariano Irpino e a Termoli il ruolo di capoluoghi di provincia (in Campania lo stesso si dovrebbe fare per Nola), l’equilibrio andrebbe ulteriormente rafforzato, superando, sul piano della riconfigurazione dei territori provinciali, quella "anomalia campana" che abbiamo denunciato.


LA VIA TRADIZIONALE DEI SANNITI ALLO STATO FEDERALE

La Lega Sannitica

Il più antico e autorevole esempio di stato federale che sia apparso nella penisola risale, come a qualcuno è noto, ai Sanniti. Quando i nostri antenati avviarono la lunga campagna di guerre contro i Romani si erano già dotati di una struttura statale ben definita: la Lega Sannitica. Si trattava di una confederazione delle quattro popolazioni sannite — Carecini, Pentri, Caudini ed Irpini — animata dalla volontà di conquistare nuovi spazi. Controllando circa 15.000 kmq di territorio, essa rappresentava — come non hanno mancato di rilevare gli storici moderni — la più vasta unità politica dell’Italia del tempo (354 a.C.).
Forse è impossibile risalire alle cause prime che hanno dato origine alla Lega Sannitica. Sicuramente si tratta di una alleanza tipicamente italica, diffusa, seppure con differenti caratteri, tra le altre popolazioni sabelliche, tra i Latini e gli Etruschi. Ma la Lega Sannitica è stata impareggiabile per la sua compattezza, per la tenuta dimostrata di fronte all’avanzata dei Romani nel sud della penisola.
Le ragioni di una tale saldezza vanno certamente ricercate nella unità di stirpe propria ai Sanniti, i quali, praticando una severa endogamia, contraevano matrimonio quasi esclusivamente tra gli appartenenti alla medesima entità etnica. Una profonda unità razziale, quindi, cementava le popolazioni sannite, alimentando in loro un forte sentimento di appartenenza nazionale. È indispensabile, però, non confondere questo antico sentimento di appartenenza ad una comune stirpe con il nazionalismo moderno, quest’ultimo nascendo dalla rivoluzione francese e dalle ideologie giacobine scagliate furiosamente contro le ultime istituzioni tradizionali europee.
Nel IV secolo i Romani si trovarono di fronte ad un popolo, quello sannita, deciso non solo a difendere i propri territori, ma soprattutto ad ampliarne i confini, e che, in più, si rivelava portatore di un modello statale alternativo a quello romano. Le etnie sannite, infatti, si erano organizzate nella Lega in modo da non avere una tribù che fosse dominante sulle altre. Il grande equilibrio interno non era determinato esclusivamente dal grande pericolo esterno. È questa una lezione importante per i tempi attuali. Il consiglio supremo che guidava la vita politica della Lega era, evidentemente, l’esatta espressione dei caratteri dei popoli rappresentati, garantendo con ciò l’equilibrio interno e la compattezza di fronte al nemico esterno. Non si può escludere che vi siano stati dei conflitti interni, ma a questi faceva da argine la piena consapevolezza della propria unità nazionale.
Quali fossero tutti i caratteri della Lega sannitica non è facile dirlo, per la mancanza di fonti sufficienti a delinearne l’esatto profilo politico. Secondo gli storici essa era dotata di un consiglio costituito dai maggiori esponenti dell’aristocrazia sannita, una sorta di "senato". Questa élite, designata con modalità a noi non conosciute, aveva il potere di dirigere l’esercito durante le guerre e di svolgere i riti sacri comuni all’intera nazione. Due elementi essenziali per far risaltare l’identità culturale di un popolo e che nel Sannio costituivano i cardini della vita pubblica. Data la povertà dello stile di vita sannita, la Lega non si occupava di questioni relative all’economia, rientrando quest’ultima tra le attività del pagus. Sicuramente il consiglio di guerra della Lega aveva anche il compito di indirizzare la politica estera dello Stato sannita, stabilendo alleanze o avviando guerre di conquista.
La Lega sannitica possedeva quella piena maturità politica che permette l’istituzione di una magistratura simile al romano dictator, una figura istituzionale che solo le civiltà più solide hanno potuto vantare. Le situazioni di particolare gravità, come un’improvvisa aggressione nemica, richiedevano il conferimento temporaneo del potere nelle mani di un’unica guida autorevole, in grado di prendere rapide decisioni. Questi non era il meddix tuticus — responsabile della guida di una singola tribù — ma una figura superiore che gli storici romani non hanno esitato a definire imperator, per il suo specifico carattere militare. L’importanza che ebbero i Capi nella civiltà sannita fu cruciale. Come abbiamo già avuto l’opportunità di chiarire, essi rappresentavano il punto di riferimento delle tribù, vincolate al capo da un profondo rapporto di fedeltà.
Il modello federale, proprio perché fondato sull’unità di stirpe, rivelò il suo forte ascendente sulle popolazioni sannite fino ai tempi della guerra sociale. I Romani avevano elaborato un principio guida della loro politica estera — basato, come ognuno ricorda, sul divide et impera — che, se aveva il vantaggio indebolire l’avversario frammentandone le forze, ha indubbiamente incoraggiato il particolarismo egoistico delle differenti popolazioni italiche, a scapito di una vera e profonda unità che la visione federale avrebbe potuto, a certe condizioni, garantire.
La Lega Sannitica rappresentò l’unità dei popoli sanniti, la loro forza, il simbolo del loro comune progetto di unificazione confederale delle diverse popolazioni italiche. I Sanniti si ritenevano portatori di una unità nazionale che non avrebbero certo dissolto in uno Stato "democratico". Quella unità di stirpe che per lungo tempo si conservò nelle genti sannite poté consentire di riunire gli sforzi e opporre ai nemici la propria unità di popolo e di nazione. Gli storici ricordano gli schieramenti della guerra sociale, quando, nonostante il secolo e mezzo di romanizzazione, gli Irpini non esitarono a schierarsi al fianco dei Pentri contro i Romani, richiamati, evidentemente dall’unità di stirpe e dallo spirito della Lega Sannitica, ancora vivo pur essendo passate numerose generazioni dagli ultimi successi della bellicosa organizzazione sannita. Lo stesso spirito che evochiamo in questi scritti.


LE PREMESSE PER UNA RIUNIFICAZIONE
DELLE POPOLAZIONI SANNITE

La rinascita culturale del Sannio

Costruire un nuovo soggetto politico-amministrativo — una nuova Regione Sannita — richiede un impegno che non si esaurisca nello stabilire le funzioni e le competenze che questo soggetto dovrà assumere, ma che si estenda alla conservazione nel tempo di ciò che è stato creato. Se le sue fondamenta non poggiassero su un solido terreno, anche questa costruzione politica verrebbe inevitabilmente stritolata dagli interessi, prima di tutto economici, dei gruppi che si avvicendano al governo.
È questo uno dei "vicoli ciechi" di quella che oggi viene definita la "globalizzazione". Il primo (e troppo spesso unico) obiettivo dell’azione politica odierna è rappresentato esclusivamente dallo sviluppo economico di una data area geografica. E questo, si badi, viene concepito come l’obiettivo più alto e disinteressato, il quale si impone solo quando vengono faticosamente ricomposti gli interessi delle parti politiche in lotta per il controllo del potere.
Si sa: gli interessi economici hanno delle loro leggi, quelle del profitto, che sono valide in tutti i climi e per tutti i popoli. Quando la "ragion di Stato" si conforma a queste leggi è lo stesso Stato che si annulla e, con esso, si degrada la nazione che lo costituisce.
La questione di una regione sannita non nasce con la recente ondata federalista che sta attraversando il Paese. Su questo periodico è stata già affrontata negli anni Ottanta e, come abbiamo riferito in un nostro precedente intervento, può esser fatta risalire agli inizi del Novecento. Niente di nuovo, quindi. Ma è doveroso precisare che se il nuovo Sannio dovesse nascere solo per dare sfogo a delle pulsioni campanilistiche, saremmo i primi a ritenere che si sarebbe fatto "molto rumore per nulla".
Un localismo ottuso può essere infatti un’arma vincente proprio per chi intenda far prevalere le logiche mondialiste. Di questo ognuno deve essere consapevole.
Il Sannio, allora, dev’essere innanzitutto un’occasione di crescita spirituale, oltre che morale, di un popolo che, come molti altri, sta conoscendo una fase di profondo declino. Non se ne esce risalendo i posti nella classifica annuale del Sole24Ore. La questione è ben più profonda e gli indicatori sociali mostrano, in molti casi, solo gli aspetti più esteriori di una condizione di vita.
Noi siamo convinti che non sia la ricchezza ad indicare il valore di un popolo. Del resto, i Sanniti non erano certo famosi per essere "benestanti": il loro valore si dimostrava sui campi di battaglia, non sui mercati finanziari.
Se si vuole uscire dal gorgo del "mondialismo" — che ogni cosa azzera e priva di senso — è indispensabile spostarsi su un terreno non del tutto inaridito dalla modernità, in un luogo dove la storia non sia semplice "passato", ma sia, prima di tutto, esempio di "stile di vita". Ciò che deve affermarsi, contro ogni forma di globalizzazione culturale, sia allora la capacità degli uomini di riconoscersi come tali, con le loro differenze e i loro doveri.
Il progetto di una Regione Sannita va perciò collocato entro un orizzonte di valori e di significati in cui la "tradizione" costituisca il tracciato del cammino storico di un popolo, garantendo così la permanenza, nelle generazioni successive, delle realizzazioni politiche.
La storia dei Sanniti ci permette di uscire dalla trappola mondialista. L’illusione che solo partecipando al mercato globale, o alla solidarietà globale — o a tutto il resto, purché sia "globale" —, sia possibile affermare legittimamente la propria esistenza nel mondo non è che l’effetto del decadimento finale delle ideologie, compresa quella democratica, che in tempi di governo unico del mondo appare sempre più distintamente nelle forme di una superstizione.
Dinanzi allo sfaldamento spirituale dell’uomo diventa indispensabile suscitare allora un giusto spirito difensivo, sapendo che una buona difesa permetterà la conservazione e il rafforzamento della tradizione nella quale viviamo. Per noi non c’è scelta se non quella di riconfermarci nel nostro destino e nelle nostre origini, ribadendo la necessità di una riunificazione delle popolazioni sannite e di una riaffermazione dei nostri uomini migliori.


DIFENDERE IL LEGAME CON LA TERRA
PER SVILUPPARE L'EREDITÀ SANNITA

“Le radici profonde non gelano"

Tra le immagini che meglio raffigurano il rapporto tra una nazione ed il territorio su cui essa si stabilisce una è, senza dubbio, quella dell’albero. Radicato profondamente nella terra da cui prende il nutrimento, ma slanciato poderosamente verso l’alto, l’albero sviluppa nello spazio circostante la sua forma —esclusiva ed irripetibile pur nell’appartenenza ad una specifica varietà—, simbolo dello sviluppo di tutte le potenzialità di una stirpe.
I Sanniti seppero esprimere con non comune intensità il rapporto di coesione con il territorio si cui si stanziarono. Radicati come una quercia secolare nel Safinim (nome osco del Samnium), indicato dagli dei come luogo di maturazione e sviluppo delle loro qualità etniche, essi vollero tenacemente preservare con ogni mezzo la loro terra dall’invasione, sapendo di rispettare, con la lotta, la stessa volontà degli dei. Difendere la terra sannita significava difendere se stessi e quel loro frugale "stile di vita", che li accostava, nell’immaginazione di qualche storico antico, agli Spartani. Non si custodiva, dunque, una ricchezza, che avrebbe consentito di fortificare gli eserciti e i villaggi, ma un "modo di esistere" proprio ad una stirpe fiera, che traeva la propria forza dalle profondità delle proprie radici etniche e culturali.
L’opera che rendeva sempre più stabile e indissolubile il legame dei Sanniti con il Sannio non poteva che essere l’agricoltura, che, insieme all’allevamento, rappresentava la loro principale attività produttiva. È stato evidenziato che la stretta dipendenza dei Sanniti dall’agricoltura giocò un ruolo non secondario nelle guerre contro i Romani. Costoro, infatti, adottarono una tattica non certo onorevole: quella di indebolire l’avversario distruggendone le risorse primarie. Così, numerosi campi erano sistematicamente distrutti per togliere l’alimentazione ai Sanniti, temendo, evidentemente, l’impatto durissimo delle forti schiere nemiche.
È noto che l’allevamento delle pecore costituì una delle risorse fondamentali della povera economia sannita. Una risorsa che ha mantenuto per molti secoli un ruolo determinante nel nostro sistema produttivo, molto più del commercio, che non riscuoteva per niente l’interesse dei Sanniti, i quali, per altro, erano anche poco interessati alla stessa moneta, tanto da privilegiare le forme di scambio basate sul baratto (vero emblema della superiorità dell’uomo rispetto al mercato e all’economia tout court).
Tuttavia, oggi, l’agricoltura —con l’eccezione della viticoltura—, come l’allevamento, non conosce il suo periodo migliore. In diverse aree, infatti, i gruppi che hanno gestito il potere hanno ottusamente rincorso il fallimentare sogno dell’industrializzazione, provocando un ulteriore distacco dalla terra (già drammaticamente intensificato dall’emigrazione) e la sostanziale rinuncia ad investire nel settore primario, del quale, almeno finché l’uomo avrà la necessità di cibarsi, non si potrà fare a meno.
Se i "politici" locali avessero avuto una decente conoscenza della nostra storia si sarebbero accorti che proprio nel settore primario si dovevano concentrare gli sforzi, per renderlo più efficiente attraverso una migliore organizzazione, favorendo finanziariamente solo quei progetti aventi come obiettivo non l’installazione di industrie —tutto l’apparato di infrastrutture che queste richiedono comporta un’inevitabile aggressione del territorio—, ma la creazione di attività collegate direttamente o indirettamente all’agricoltura e all’allevamento, affinché fossero valorizzate le specificità produttive delle aree sannite.
Ripristinando l’antico legame del Sannita alla propria terra avremmo anche frenato, se non evitato del tutto, l’emigrazione, così sconsideratamente incoraggiata anche da chi avrebbe il dovere istituzionale di garantire l’equilibrio interno e l’armonioso sviluppo del Paese. In più, con un’attenta opera di informazione e di controllo, avremmo aiutato a migliorare le condizioni generali del nostro ambiente a partire dal contributo determinante degli agricoltori.
Nelle nostre terre, invece, si continua a parlare di sviluppo industriale (da sempre fonte di solide sicurezze elettorali) e si consiglia ancora l’emigrazione, per snaturare definitivamente quel che resta dell’antico carattere sannita. Inoltre, i tempi dell’attività agricola moderna, svolta da chi non vive sulla propria terra, impongono l’uso di prodotti chimici che diminuiscano l’apporto dell’opera umana nella coltivazione.
L’esempio dei Sanniti rimane una costante delle nostre riflessioni, ma appare recluso in un incomprensibile passato per chi possiede, dati i tempi, incarichi amministrativi. Se sia auspicabile il riemergere, almeno sul piano spirituale, dell’antica indifferenza sannitica per la moneta e per il commercio, è pur vero che ogni persona ha il diritto di realizzarsi liberamente secondo le proprie inclinazioni. Ciò che è ancora valido per tutti, invece, e verso il quale richiama l’attenzione questo nostro scritto, è il modello di vita, fondato su una profonda unità con la terra, che i nostri antenati seppero segnalare alla loro immemore discendenza.

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