ALLA
RICERCA DELLE NOSTRE RADICI
Lo
spirito combattivo dei Sanniti
Per
raggiungere il controllo politico della penisola, i Romani dovettero misurarsi
con i Sanniti. Due popoli in forte espansione si contendevano il controllo
dellItalia centrale attraverso le conquiste militari. Ma non bastarono
tre lunghe guerre, secoli di scontri, per avere ragione dei Sanniti: durante
le guerre civili Roma si ritrovò di fronte le schiere sannite,
coraggiosamente determinate a difendere la propria civiltà. Finanche
le posizioni perdute erano mantenute, con grande sacrificio di uomini.
Per illustrarne il carattere, lo storico Livio scrisse che, durante la
seconda guerra sannitica, nonostante le enormi perdite subite e la mancanza
di appoggi dagli alleati, i Sanniti "non desistevano dalla guerra"
(bello non abstinebant), preferendo la sconfitta ad una umiliante rinuncia
al combattimento.
I Romani furono ben consapevoli dello spirito combattivo dei Sanniti e
del loro valore in guerra. Uno dei maggiori comandanti romani, Silla,
li temette al punto di ordinare leccidio dei ribelli sanniti che
avevano partecipato alla battaglia di Porta Collina.
Meritarono pienamente, dunque, lappellativo di "bellicosi",
con cui venivano differenziati dagli altri popoli italici. Qualche storico
romano li ritenne addirittura affini agli Spartani, ai quali li avvicinava
un rude stile di vita e una vocazione guerriera. Mamers (Marte), non a
caso, fu una delle principali divinità del Sannio.
Una volontà ferma, sorretta da quello che potremmo definire, con
linguaggio odierno, un forte spirito di autodeterminazione. Lo spirito
capace di elevare i popoli che hanno un passato ed una memoria
del proprio passato ed una consapevolezza del proprio valore e
del proprio destino.
Oggi nessuno muove guerra ai Sanniti. Possiamo liberamente esprimere la
nostra migliore "classe politica" senza temere che si troverà
a dover affrontare le legioni romane.
Abbiamo voluto conservare, fino ad oggi, la memoria delle nostre radici.
Ci chiamiamo Irpini, Caudini, Sanniti... Certo, il modello federale sannita
non ha prevalso, ma oggi si parla, anche a sproposito, di federalismo.
Ora, noi potremmo attingere il federalismo dal nostro più antico
retaggio... saremmo pienamente legittimati. In questo àmbito, gli
attuali Sanniti potrebbero rivendicare unautorità indiscutibile.
Ma dove sono i condottieri sanniti? E di quelli attuali, che ora mendicano
a Roma un ruolo politico, quanti hanno il coraggio di anteporre ai propri
gli interessi del Sannio? Quanti sanno da dove provengono? Chi sono i
loro padri? I popoli che ignorano il proprio passato sono destinati a
sparire dalla storia.
Oggi ci troviamo a combattere su un nuovo fronte, quello della memoria.
Non vediamo uomini "bellicosi", uomini disposti a battersi per
vedere riconosciuto un nuovo Sannio nel nascente "federalismo"
italiota
e non si tratta certamente di sacrificare la vita. Non
vediamo condottieri, ma solo frotte di mercanti che accorrono
Se conserviamo ancora una pur debole filiazione dallo spirito combattivo
dei Sanniti, non ci faremo spaventare dallassenza di guide responsabili
e coraggiose. I nostri emblemi sono a terra, è vero, ma adesso,
ognuno di noi, ogni Sannita, sarà chiamato a sollevarli dalla polvere
e ad innalzarli, per la difesa e la rinascita della nostra civiltà.
Lunica battaglia persa è quella che non viene combattuta.
LA
TRADIZIONE CI PONE DI FRONTE AL NOSTRO DESTINO
Per
una Regione Sannita
"Più
che il trasferimento del capoluogo da una città allaltra,
sia pure da una città montana ad una città in piano, ha
importanza per me che riviva , tra i nostri monti, il compendio dei legami
geografici, storici, etnografici, che, dallOfanto allalta
valle del Volturno ed al Sangro, dallorlo della pianura campana
agli ultimi declivi appenninici verso il Tavoliere di Puglia, ci consigliano
un più razionale aggruppamento compartimentale delle nostre province.
E questo aggruppamento non lavremo se non quando, separato il Molise
dallAbruzzo e le province di Benevento e di Avellino dalla Campania,
non additeremo, nella statistica ufficiale e nelle scuole, un compartimento
sannitico-irpino con le tre province di Benevento, Avellino e Campobasso.
Allora, sì, corrette le determinazioni equivoche nel nome di alcuni
comuni sannitici ed irpini (la mia Ariano di Puglia, per es., meriterebbe
di presentarsi col nome di Ariano Irpino), potremo sperare di acquistare
una fisionomia propria, che ci salvi dalla impropria denominazione di
campani e ricordi ai connazionali nostri che nel Mezzogiorno, se ci sono
Pugliesi e Calabresi, Campani e Basilicatesi, ci sono anche gli eredi
del territorio e della tradizione della più gloriosa tra le antiche
stirpi italiche".
Così si esprimeva un irpino, il professor Gabriele Grasso, nel
lontano 1906. Parole inequivocabili, con le quali definiva nitidamente
una tra le principali cause dellattuale squilibrio amministrativo
campano. Per la capacità di sintesi e di corretto inquadramento
del problema, queste tesi non hanno bisogno di essere spiegate o commentate,
basti la coscienza di ognuno a valutarle nella loro attualità.
Allinizio del secolo scorso, la risistemazione amministrativa della
penisola richiedeva una serie di decisioni sui perimetri delle aree regionali
e provinciali. Ma comè evidente, visti gli sviluppi successivi,
solo qualcuno seppe interpretare la nostra storia nei termini di una possibilità
di difesa e sviluppo della civiltà sannita.
Vorremmo, tuttavia, che, continuando a tracciare su queste pagine una
"linea di confine" della nostra più antica storia, sia
possibile indicare anche una direzione di marcia per i futuri impegni
politici di chi abbia veramente a cuore una rinascita sannita. Si rende
indispensabile, proprio in questa particolare congiuntura di eventi, un
radicale ripensamento dellattuale situazione amministrativa. Non
serve partire da progetti individuali o da elaborazioni occasionali: la
tradizione ci pone già di fronte il nostro destino. Seguendo quelle
indicazioni che già hanno visto la luce nel nostro più recente
passato, e che si sono concretizzate nella auspicata definizione di una
regione sannita, è nostro dovere compiere un legittimo aggiornamento
di una questione ancora irrisolta.
Una regione sannita oggi dovrebbe essere formata dalle province di Benevento,
Avellino, Campobasso e Isernia. Allinterno di questa regione, poi,
si dovrebbero riconoscere la province di Ariano Irpino e di Termoli (così
come nella Campania diverrebbe indispensabile una provincia di Nola).
Una volta ridefiniti i perimetri regionali potremo affrontare tutte le
altre questioni, nei tempi e nei modi che noi riterremo opportuni. Questa,
sebbene difficile, è la via corretta per dare alla nostra identità
sannita la possibilità di continuare ad essere e di indicare, forte
della propria luminosa storia, lunica direzione accettabile alla
sua affermazione negli anni a venire. Laltra via, quella imboccata
dalle vecchie classi politiche, è più facile da percorrere:
è la sparizione.
Noi scegliamo di tracciare il solco del nostro confine.
Il
senso del sacro nella civiltà sannita
Un
aspetto che non può sfuggire ad una rievocazione della nostra civiltà
sannita è, naturalmente, quello che rinvia al "senso del sacro"
che ebbero i nostri antenati. Preferiamo dire "senso del sacro"
e non "religione", questultimo termine avendo acquisito
nel tempo diverse sfumature di significato, che non possono trovare lo
spazio sufficiente, in questa sede, per essere sottoposte al Lettore.
Limportanza del "sacro", a nostro giudizio, si riflette
sin nei comportamenti attuali dellultima progenie sannita, e non
solo nellàmbito religioso. Il "sacro" vale come
segno identificativo di una civiltà: nella nostra questo segno
ha assunto la forma di un grande rispetto per le tradizioni. Ma da cosa
deriva questa caratteristica? Tentiamo di dare una risposta.
I Sanniti, come i Romani e a differenza degli Etruschi, non erano "assillati"
dalla religione, ma avevano ben chiara la consapevolezza dellesistenza
di un legame tra il mondo sovrannaturale e quello dellesistenza
terrena. Un legame la cui tenuta era affidata interamente alla responsabilità
delluomo, ai suoi comportamenti, alle sue scelte e, naturalmente,
ai riti che formavano la struttura essenziale del "sacro".
La religiosità può avere forme espressive del tutto personali,
basate sulla sentimentalità, sulla "devozione". Il rispetto
del "sacro", invece, si esprime in atti precisi, che sono, prima
di tutto, i riti. Questi testimoniano il rapporto di "fedeltà"
verso il divino.
Secondo limmagine che ci trasmettono gli storici antichi, i Sanniti
anche in ciò molto simili ai Romani avevano un grande
rispetto per la celebrazione dei riti, con i quali si garantivano lassistenza
divina sia nella vita ordinaria sia nelle guerre. Tuttavia, lassoluto
rispetto della perfetta esecuzione del rito ha fatto erroneamente ritenere
che si fosse progressivamente diffusa una sorta di "formalismo"
religioso, frutto di una visione "magica" del rapporto col sovrannaturale.
Mai come in questo caso le apparenze ingannano. La minuziosa attenzione
che i sacerdoti dedicavano allesecuzione di un rito rappresentava
proprio il grado di fedeltà verso gli dei. Il rito, si badi, non
era mai concepito come uninvenzione umana, come una semplice rievocazione
di avvenimenti passati, ma come una "istituzione divina", elemento
fondamentale su cui si reggeva il favore degli dei. Riferisce lo storico
Livio che il rito di fondazione della celebre legio linteata
la legione di guerrieri eletti per combattere contro i Romani fu
preso da un antico libro e costò la vita a quanti, tra i giovani
Sanniti, scelsero di sottrarvisi. Un semplice calcolo avrebbe consigliato
di risparmiare uomini per la guerra, ma, evidentemente, la regolarità
del rito e la fedeltà al dio supera le ragioni umane.
Già in antichi testi della tradizione indoeuropea (come nella Bhagavadgîtâ,
testo centrale della civiltà indù, ad esempio) si insisteva
sulla assoluta necessità di rispettare lintegrità
del rito, affinché non se ne perdesse lefficacia. Ogni rito
veniva considerato come un atto che creava un collegamento tra mondo e
sovra-mondo, secondo una precisa e immodificabile esecuzione. I Sanniti,
forse più di altre popolazioni italiche, avevano un assoluto rispetto
per il rito. Dal suo perfetto compimento, infatti, dipendeva tutta la
loro esistenza, terrena e ultraterrena.
È nostro giudizio che questo "stile" non si sia smarrito.
Esso ha trovato distinte vie per esprimersi e trasmettersi nei secoli
successivi. Una profonda esigenza di conservare e difendere il proprio
modo di vivere distingue immancabilmente lautentico stile sannita.
Ostile alle trasformazioni repentine, il Sannita tende a custodire fieramente
gli elementi anche esteriori della sua cultura, compreso quello che viene
definito folk-lore. La lunga familiarità con la terra, losservanza
delle feste e delle ricorrenze (il tempo sacro), il legame con la tradizione,
costituiscono gli elementi di unaltra espressione di quella medesima
stretta fedeltà agli dei che un tempo fu dellantico Sannita.
Il severo rispetto per le leggi divine, manifestato nella rigorosa attenzione
alla pura regolaritˆ dei riti, possiamo ritrovarlo ancora intatto, soprattutto
lˆ dove la civiltˆ contadina autentica ha mantenuto, non del tutto alterata,
la propria insostituibile funzione di custode di un originario ÒstileÓ
spirituale.
Elementi
per un nuovo inizio
Le osservazioni
suscitate dal nostro precedente articolo ci obbligano a ritornare sugli
argomenti già affrontati. Lo facciamo nella consapevolezza che
si tratta di un tema davvero inesauribile: quando si scrive del "senso
del sacro" proprio ad una civiltà antica non è difficile
alimentare i pur numerosi equivoci causati dalle interpretazioni moderne,
spesso vincolate alle prospettive sociologiche ed evoluzionistiche. Tuttavia,
questa nostra breve precisazione ci offre lopportunità di
mettere a fuoco un tema che riteniamo particolarmente appropriato a questa
fase solstiziale dellanno.
Prima dellarrivo delle popolazioni italiche e con esse dei
progenitori dei Sanniti, nella nostra penisola erano presenti le
culture cosiddette "pre-indoeuropee", con proprie lingue, strutture
sociali e, naturalmente, con una "immagine del mondo" che la
stessa religione rifletteva. Vi erano, perciò, divinità
e culti di differenti origini, espressioni del modo con cui ciascuna
popolazione si relazionava al divino, che solo di rado si avvicendavano
nel tempo e nei luoghi sacri, più spesso, invece, si sovrapponevano,
creando complesse stratificazioni.
Larrivo delle culture indoeuropee provocò una profonda trasformazione,
non solo perché determinò un vasto cambiamento delle lingue
usate nel bacino del Mediterraneo, ma perché portò nuove
forme di organizzazione sociale e nuovi modi di concepire il divino. Con
le culture preesistenti i rapporti furono, prima di tutto, conflittuali.
Gli Indoeuropei possedevano "nuove" tattiche di guerra, con
le quali poterono soggiogare le altre popolazioni. In particolare erano
formidabili cavalieri ed utilizzavano il cavallo in guerra. Al potente
animale legavano agili carri, sui quali trovavano posto i guerrieri. I
Sanniti non dimenticarono le tattiche dei loro antenati. Nel descrivere
la battaglia che spinse leroe romano Decio Mure ad immolarsi, Livio
accenna al fragore dei carri da guerra dei nemici Sanniti (allora alleati
ai Galli).
Con le guerre gli Indoeuropei si aprirono la via verso il Mediterraneo.
Inevitabilmente, la guerra doveva possedere per loro il valore di un avvenimento
sacro, a cui sovrintendeva una tra le più importanti delle loro
divinità: Marte. Proprio a questo dio i Sanniti riservavano un
culto particolare. Lo stesso Apollo, unaltra delle maggiori divinità
dei Sanniti, era spesso raffigurato alla guida di un carro trainato da
cavalli, simbolo del corso del Sole e ricordo ancestrale degli arcaici
carri da guerra. Ma era Giove, nellantico Sannio, la divinità
suprema, il dio posto alla sommità delle gerarchie divine.
"Non vè dubbio che Giove, il grande dio dei cieli e
del tempo, era [
] la principale divinità da sempre adorata
dai Sanniti", ha scritto uno studioso moderno. Che Giove abbia rappresentato
il fulcro del sistema religioso sannita lo testimoniano i rinvenimenti
archeologici e le fonti storiche antiche. Daltronde, le penne di
aquila (Iovis ales, animale sacro a Giove), con cui i guerrieri
sanniti ornavano i propri elmi, costituiscono un segno inequivocabile
della venerazione riservata al sommo Giove, così come, per altro
verso, il toro animale-guida di molte tribù sannite,
presente nel rito del ver sacrum (quando i giovani sanniti lasciavano
i loro villaggi per conquistare nuove terre), ribadisce questo stretto
legame tra il "re degli dei" e i nostri antenati.
Giove, Marte ed Apollo possono ben valere, quindi, come una sorta di "triade
divina" rappresentativa dello stile guerriero e del rapporto col
divino dei Sanniti. Un popolo duro, saldo nelle proprie tradizioni e deciso
a difenderle strenuamente, pur sapendo di "perdere", ma rivelando
proprio in ciò uno dei suoi caratteri più radicati. Uno
di quei caratteri che è nostro dovere invocare in questo sol-stitium,
affinché sia di buon auspicio per un nuovo initium. Auguri!
L'ATTUALITA'
DEL TRADIZIONALE MODELLO STATALE DEI SANNITI
Federalismo
sannita
Lattuale
dibattito sulla forma federalista della costituzione che per alcuni
dovrebbe prevedere solo una maggiore responsabilità degli enti
locali, senza intervenire significativamente sulla struttura dello Stato
trova puntualmente disorientati gli amministratori meridionali.
Un disorientamento abbastanza comprensibile, quando mancano quei punti
di riferimento che non siano traducibili in termini di interessi personali.
Si guarda con sospetto alla parola "federazione" perché
la si considera connessa, in qualche modo, alle pretese autonomiste del
"ricco nord-est". Del resto, uno Stato federale italiano appare
oggi come lesito di un processo disgregativo provocato dalla spinta
egoistica di poche aree del Paese, da poco giunte ad una inusuale condizione
di ricchezza. Si sa che la "gente nuova" aspira da sempre ad
entrare nei circoli esclusivi e a guardare con immemore disprezzo la condizione
da cui è partita. In questo senso appaiono umanamente comprensibili,
per quanto non approvabili, le richieste di "esclusivismo" espresse
in varie forme nel Nord dItalia.
Pure, vanno considerati alcuni aspetti, spesso rimossi dal dibattito politico
sul federalismo. Il veloce processo di unificazione dellItalia,
avvenuto sullonda della rivoluzione francese e della maldestra traduzione
in italiano delle idee illuministiche, è passato come un rullo
compressore sulle plurisecolari storie degli Stati italiani. Certo. Storie
non sempre dignitose. Storie di litigi mediterranei, di patti e tradimenti,
di Leghe e capovolgimenti di fronte, al centro del quale, onnipresente,
il papato. Anche un imperatore equilibrato come Carlo V ha lasciato Roma
ai "lanzichenecchi", sfinito dallambiguità politica
di un papato invadente . Non ci sono parole sufficienti per stigmatizzare
lazione nefasta, nella politica moderna, della curia pontificia.
Ma questa, del resto, altro non era che la longa manus delle
potenti famiglie "nobili" del Bel Paese.
Nonostante tutto, la storia e la cultura italiana suggerivano, a chi avesse
avuto davvero a cuore le sorti future della nazione, di indirizzare il
nascente Stato unitario verso una forma federale di assetto costituzionale.
Così non è stato. Il modello francese di burocrazia centralizzata
esercitava una più forte attrazione sulla classe di potere piemontese,
che muoveva i suoi primi passi colonizzatori al Sud. Tutto, in Italia,
cospirava verso un modello federale, tranne la monarchia sabauda, affascinata
dai suoi sogni imperialistici, blandita dagli esuli dei diritti umani.
Ciò che meraviglia non troppo, per la verità
è che oggi a proporre il federalismo in questa Italia, non siano
stati i popoli nati nel federalismo e che ad una struttura federale avevano
già pensato per unificare, in alternativa a Roma, i popoli italici.
No. I Sanniti, in questi ultimi cinquantanni di democrazia e di
libero pensiero, hanno pensato ad altro, al "centralismo", creatura
degli apparati burocratici dello Stato moderno che ha potuto avere buon
gioco anche nellItalia repubblicana. Eccellente strumento di controllo
politico, esso ha svolto una preziosa funzione di controllo culturale,
prima durante e dopo il fascismo (non vogliamo neanche porre in relazione
il "centralismo" dellantica Roma con quello moderno, mancando
nel secondo il fondamento divino che costituiva lessenza del primo).
Ammesso che oggi si possa parlare di "classe politica", potremmo
dire che la nostra, archiviata sbrigativamente la propria genealogia,
si sia prosternata davanti alle visioni centraliste che la repubblica
ha ereditato dal fascismo e che col beneficio dellinventario
ha accettato (per "ragion di Stato", evidentemente).
Del federalismo sannita si erano tutti dimenticati mentre percorrevano,
di buona lena, la via verso Roma, quella stessa via lungo la quale migliaia
dei nostri antenati erano morti per difendere il Sannio. Eppure, proprio
i Sanniti avrebbero dovuto porre sin dallinizio la questione del
federalismo e del riconoscimento di una regione sannita, che fosse espressione
della nostra millenaria esistenza su questo territorio.
Basta dare uno sguardo alla nostra storia, per comprendere la fondatezza
di questo giudizio. La base amministrativa dello Stato sannita era il
pagus. Non la pòlis, che distingueva la vita sociale
dellantica Grecia, ma il villaggio caratterizzava la vita dei nostri
antenati. La civiltà sannita, in questo senso, non era una civiltà
urbana, ma propriamente una civiltà "pagana": in essa
vi erano, non allo stato di sopravvivenza ma nella continuità della
tradizione, gli elementi fondamentali della civiltà pagana antica.
Possiamo raffigurarci il pagus come unarea estesa pressappoco
quanto lintero territorio di un comune attuale. Non vi era, però,
un solo grande centro urbano nel quale confluivano tutti gli abitanti
(con le loro relative attività) di quellarea. Vi erano, invece,
piccole comunità distribuite in pochi villaggi legati tra loro
da un forte vincolo di solidarietà. Il pagus era saldo,
unito, con una fortissima omogeneità etnica e religiosa.
Vi erano celebrate delle assemblee, nelle quali la comunità decideva
su cose inerenti al proprio territorio, in relazione alle esigenze che
quella specifica area esprimeva. Ciò ha erroneamente indotto alcuni
a parlare di "democrazia". Tuttavia, gli studiosi hanno potuto
accertare lesistenza di diverse cariche politiche, dimostrando che
lo Stato sannita avesse una natura gerarchica ed aristocratica ben prima
del contatto con Roma. Daltronde, i pochi abitanti di un villaggio
sannita non erano una massa umana senza volto, bensì un popolo
con una propria e irripetibile morfologia spirituale. Più correttamente
dovremmo dunque parlare di "etnocrazia", espressa da quella
che, con termine tedesco, potremmo ben definire una Volksgemeinschaft
(una comunità fondata sulla stirpe), vista lomogeneità
razziale delle tribù sannite.
In realtà, anche il pagus sannita era caratterizzato dalla
presenza di personalità di prestigio, che ne costituivano laristocrazia.
Costoro rappresentavano la guida delle legioni sannite e ricoprivano quelle
cariche politiche e religiose la cui autorevolezza rendeva la nazione
sannita uno Stato. Lo stesso pagus provvedeva ad allestire le forze
militari necessarie alla difesa del territorio e possedeva un suo capo:
il meddix.
Al di sopra del pagus vi era il touto, la cui estensione
territoriale può essere paragonabile a quella di un provincia odierna.
Il touto si fondava sugli stessi accordi che legavano più
villaggi, ma teneva insieme più pagi. Ogni tribù
sannita avevano collegato i suoi pagi in un unico touto,
retto da un meddix di grado gerarchico superiore: il meddix
tuticus. Con questultimo termine si indica la carica di maggiore
autorità presso i Sanniti, accostabile a quella del console romano,
ma che nel Sannio non aveva un collega di pari grado gerarchico. I touti
si alleavano, a loro volta, per ragioni religiose o belliche. La Lega
sannitica fu il frutto di questo genere di alleanze. Essa si fondava sulla
fedeltà alla stirpe e ai patti, non sullamministrazione centralizzata
di uno stato burocratico. Nondimeno, ha fatto di un popolo di ruvidi montanari
il più grande pericolo per Roma.
Da questi pochi elementi si vede come lo Stato sannita fosse fortemente
"decentralizzato". Le comunità non erano addensate in
quel brulicare umano che sono (ed erano) le grandi città, ma armoniosamente
raccolte in piccoli villaggi di pastori e agricoltori guerrieri. Era sconosciuta
la capitale come la intendiamo noi. Vi erano sicuramente centri importanti
che, per lattività politica che vi si volgeva, per i luoghi
di culto che ospitava o per la loro collocazione strategica possono essere
immaginate come capitali, ma non vi fu mai una città come Roma.
Si dirà che questo è un modello di Stato proprio ad unantica
società agricola. Tuttavia i Sanniti univano ad una grande "decentralizzazione"
dellamministrazione anche lautorevolezza della carica del
meddix tuticus, che rappresentava lunità dello Stato.
In più, erano capaci di superare gli interessi particolari per
far valere linteresse nazionale, soprattutto nei casi di pericolo,
ad esempio unendosi in quella che fu la temibile Lega sannitica, lunico
vero ostacolo incontrato dai Romani nel processo di conquista della penisola.
Un esempio di arretratezza da montanari o di responsabilità politica?
I Sanniti potevano contare, evidentemente, su una omogeneità etnica
che rendeva meno problematica lamministrazione statale. Un vantaggio
che oggi non esiste più allo stesso grado di prima, e che va ulteriormente
affievolendosi. Ma questo non allevia le colpe delle generazioni di "politici"
che ci hanno rappresentato (sic!), e che, in un accesso di autolesionismo,
hanno annullato una storia la cui autorevolezza neanche i Longobardi
i cui condottieri assumevano con onore il titolo di Dux Samnitium
hanno disconosciuto, e che nel feudalesimo hanno conservato una
forma di federalismo adeguata ai loro tempi.
Eppure oggi, costretti come siamo ad ascoltare lezioni sul federalismo
da chi, fino a qualche anno fa, pensava in termini di "commissario
del popolo", o da chi non concepisce la politica se non come utile
strumento economico, cè ancora spazio per il nostro "federalismo
pagano". Se il federalismo sannita era laspetto esteriore di
una nazione intimamente unita, oggi, in troppi casi, il centralismo non
è che labito logoro di nazioni profondamente disgregate.
CONTRIBUTI
PER UN FUTURO ASSETTO COSTITUZIONALE
CHE PARTA DALLE TRADIZIONI ITALICHE
Le
basi politiche di un nuovo ed antico federalismo
Nel
nostro precedente articolo abbiamo illustrato, in poche parole, la struttura
federale dello Stato sannita. Nonostante siano stati pochi i riferimenti
fatti al pagus, allunità amministrativa su cui quello
Stato si basava, ci sono sembrati in ogni caso sufficienti per dare al
Lettore unidea della vocazione federativa dei nostri antenati. Una
vocazione che, al di là delle apparenze, ha lasciato una traccia
da cui poter avviare il nostro federalismo.
Si è detto che il pagus racchiudeva unarea abbastanza
estesa da comprendere diversi villaggi ed avente un suo capo, il meddix.
Avere a fondamento dello Stato non il municipio, ma un distretto amministrativo
territorialmente più ampio può apparire come la semplice
esigenza di una nazione la cui economia era basata sullagricola
e sulla pastorizia. Ma per chi non fa delleconomia la chiave interpretativa
di tutta la storia umana vè dellaltro nella struttura
"pagana" dellantico Sannio: prima di tutto la capacità
di vivere in piena armonia con il territorio. Il pagus era convenientemente
vasto: non troppo, per non assommare in sé aree eterogenee, né
troppo poco, da non riuscire ad avere una sua relativa autosufficienza.
Un saggio equilibrio ne segnava i limiti spaziali, determinando làmbito
di una vera e propria auto-amministrazione. Il pagus, beninteso,
non era isolato, ma strettamente unito agli altri, grazie ad un forte
vincolo etnico, vero fondamento dello Stato sannita.
Colpisce, tuttavia, quella che potremmo definire una visibile "dispersione
sul territorio". I Sanniti non amavano affollarsi in grandi centri
urbani, ma preferivano conservare il diretto contatto con lambiente
naturale, dal quale dipendevano interamente. Un carattere che, senza fatica,
possiamo riscontrare anche nei nostri tempi, capace pertanto di ripresentarsi
quando il più autentico spirito sannita, per limprevedibile
svolgersi degli eventi, può liberamente esprimersi. È opportuno
fare un esempio. Il terremoto dellOttanta, oltre a mietere migliaia
di vittime nellarea irpina del Sannio, ha causato il danneggiamento
di molti antichi comuni, alcuni dei quali sono stati quasi completamente
distrutti. La lentissima ricostruzione che ne ha fatto seguito ha messo
in luce una certa "disaffezione" per il centro abitato: molti
hanno preferito ricostruirsi "la casa in campagna", intensificando
un processo di parziale svuotamento dei paesi e di dispersione sul territorio.
Dallapparenza questo sembra un problema, e così viene interpretato
dai miopi amministratori locali, ma tuttavia non lo è. Si tratta
invece di un fenomeno che va letto come il riaffacciarsi, con il tragico
irrompere del terremoto, di un più autentico carattere etnico.
Certo, sembra più facile governare una comunità racchiusa
nella città anziché diffusa su un territorio più
o meno vasto. Ma ciò che si perde nella vita urbana, innanzitutto,
è quellarmonia con lambiente naturale che oggi appare
più come una vitale necessità che come una scelta individuale.
Non è questo il luogo per passare in rassegna tutti i mali della
grande metropoli, il cui ambiente diventa progressivamente più
avvelenato. Sarebbe una fin troppo facile retorica. Basti dire che oggi
in molti sono costretti a lasciare alle loro spalle la vita delle metropoli.
È bene perciò considerare come un grande valore la piccola
dimensione delle nostre città.
Sta a noi, forti del nostro passato, far fiorire di nuovo, reinterpretandola
secondo le nostre tradizioni, la cultura del pagus
È
nostro compito tornare a riflettere sulla funzione che questa unità
amministrativa ha avuto in origine, per poterla attualizzare in questo
momento storico. Più che il comune, dovrà essere questa
realtà intermedia ad amministrare il territorio sannita, ed essa
farà capo alla provincia, che ne coordinerà lattività
e ne accoglierà le richieste. La stessa regione sannita, che dallIrpinia
al Molise potrà riabbracciare gli antichi territori del Samnium,
dovrà strutturarsi essa stessa come una regione federale al suo
interno.
La comunità montana attualmente esistente risponde solo in parte
a questa esigenza e, naturalmente, non è ciò che era un
pagus
Ogni Sannita dovrebbe essere incluso in un pagus,
e questo dovrebbe costituire il suo fondamentale punto di riferimento
amministrativo. Qualcosa di più piccolo di una comunità
montana, ma che sia diffuso sullintero territorio provinciale. Si
avvierebbe, così, un diverso rapporto con lambiente, che
non verrebbe ridotto a luogo di sfruttamento economico, ma sarebbe essenzialmente
un luogo abitativo e di nuovi rapporti sociali. Le esigenze dellultimo
casale sarebbero rispettate come quelle di qualsiasi centro storico.
Gli indirizzi politici della provincia, e quindi quelli della regione,
potranno così tornare ad essere la diretta espressione delle esigenze
dei vari distretti e delle stirpi che vi sono insediate, superando definitivamente
gli sbarramenti ideologici imposti dai partiti e restituendo la politica
a se stessa. Ogni unità amministrativa avrà il suo reggente,
che coordinerà lamministrazione e rappresenterà il
pagus nellassemblea provinciale. Questultima, a sua
volta, avrà un reggente che la rappresenterà nellassemblea
regionale, secondo una piramide gerarchica di doveri amministrativi organicamente
armonizzati. Il reggente sannita rappresenterà lintero Sannio
in quella che sarà la futura Camera delle Regioni.
Quella che oggi viene definita "devolution" rappresenta
davvero il giusto passo verso unautentica concezione federale dello
Stato? È nostro dovere portare nel confronto politico la tradizione
sannita. Se la via verso il federalismo dovesse arrestarsi ad un mero
aumento dei poteri delle attuali regioni avremmo fatto molto rumore per
nulla. Siamo davvero sicuri che lodierna ripartizione regionale
sia la migliore di tutte le ripartizioni possibili? Non merita invece,
proprio ora, un radicale ripensamento? Ciò che dovrà trovare
espressione nel futuro assetto costituzionale dovrà essere il carattere
di un popolo, la sua tradizione, la sua cultura, e, quindi, il suo particolare
modo di sviluppare i rapporti umani, che nel nostro caso dovrà
attingere alla tradizione "pagana" sannita.
I
VALORI FONDAMENTALI DELLA CIVILTA' SANNITA
TRADITI DALLE AMBIZIONI PERSONALI
Dall'antica
fedeltà ai capi al clientelismo attuale
In questa
fase di grandi cambiamenti politici, reali o apparenti che siano, le province
sannite mostrano di essere poco inclini alle trasformazioni, confermando
la propria fiducia, oramai da decenni, quasi sempre nelle stesse persone.
Un timore, lo definiremmo, che in qualche caso ha generato non poca confusione,
come testimonia, ad esempio, il ben noto episodio del Molise, che ha fatto
registrare uno dei pochi casi di annullamento delle elezioni e di vittoria
della parte precedentemente sconfitta. Ma un carattere si evidenzia, in
questo contesto; un carattere che fa di molti luoghi del Sannio delle
aree, in qualche misura, fuori dal tempo.
Non sono pochi i rappresentanti politici sopravvissuti (politicamente,
sintende) in piccoli territori circoscritti. La loro fortunosa ascesa
data da tempi molto lontani, quando le esigenze del territorio che li
ha espressi erano altre da quello che sono ora. Gli anni Settanta hanno
visto venire a galla alcuni gruppi che hanno conservato, con poche defezioni
e sporadici avvicendamenti, il saldo controllo politico delle nostre zone.
Trentanni di storia non sono bastati a cambiare né la struttura
né gli elementi di spicco di queste organizzazioni di potere. La
fitta trama di interessi si cui si poggia questa continuità sembra
sfidare i tempi e le generazioni con satanica sfrontatezza. Le epocali
trasformazioni che il mondo ha subìto nel frattempo hanno inciso
in misura minima nelle nostre aree, e non certo per una consapevole volontà
di difendersi dallavanzata della globalizzazione. Vi è dellaltro.
È evidente, infatti, che un potere non lo si conserva per tanto
tempo se viene poggiato esclusivamente su basi ideologiche. I fatti lo
hanno dimostrato. Il crollo dellUnione Sovietica ha avuto un contraccolpo
su tutta lEuropa, favorendo un ricambio e una trasformazione che
hanno conferito un nuovo profilo politico al Vecchio Continente. Non ci
addentriamo in giudizi sulla natura di questo cambiamento: ci basti rilevare
che, almeno superficialmente, esso ha indubbiamente segnato questo ultimo
decennio. LItalia non poteva non riflettere, a suo modo, questa
fase di cambiamento, ma sorprende, in questo scenario, la sostanziale
impermeabilità alle trasformazioni in atto dimostrata dai vecchi
aggregati di potere che allignano sul nostro territorio. Ciò si
spiega, prima di tutto, riconoscendo la natura non ideologica del potere
esercitato.
Il "segreto" della longevità politica di numerosi personaggi
è rappresentato dallaver essi istituito un rapporto di carattere
personale, privo di qualsiasi elemento ideologico, con lelettore.
Un rapporto fondato essenzialmente sulla fiducia, la quale, a sua volta,
deriva da una autorevolezza ispirata da diversi fattori. Ora, è
bene chiarire subito che questa fiducia, prima che sfociasse nel più
infimo clientelismo, era lespressione più elevata delle civiltà
antiche, italiche e indoeuropee. La fides, come la chiamavano i
Latini, era il fondamento della vita politica, e soprattutto di quella
militare, dei popoli antichi. Un legame fondato sulla fedeltà richiedeva
non solo un grande valore e una grande autorità in chi ne raccoglieva
i frutti, ma anche la capacità di riconoscere dove il valore e
lautorità risiedessero. Nessuna costruzione ideologica, insomma,
garantiva la fedeltà ad una guida politica, solo la persona, nella
sua integralità, era il fondamento su cui si realizzava questo
tipo superiore di rapporto umano.
È naturale che per un popolo bellicoso, come lo furono i Sanniti,
la fedeltà avesse una particolare importanza. In battaglia, infatti,
i Sanniti, come altre popolazioni europee, usavano combattere in piccoli
gruppi guidati da un condottiero distintosi per valore e autorità.
I membri del sodalizio guerriero erano legati da un vincolo di fedeltà,
che metteva tutti in una medesima condizione. Il dux era considerato
come in seguito avverrà per il re tra gli aristocratici
primus inter pares, non vi era cioè separazione, ma autentica
fratellanza darme tra il condottiero e gli altri sodàli.
In seguito, sia i Romani che i Sanniti hanno preferito lasciare questo
modello per passare alle più organizzate legioni, ma il rapporto
con i comandanti era sempre quello fondato sulla fedeltà, che rappresentava
così il vero onore del guerriero. Con il trascorrere del tempo,
la sfera politica non ha più coinciso con quella dellaristocrazia
e con i valori da questa trasmessi. Nonostante questo, il valore della
fedeltà alla guida politica si è conservato nelle tradizioni
sannite, ma con una imprevedibile involuzione. Crollati i punti di riferimento
autorevoli, la guida politica è stata assunta da quelle figure
che, nelle piccole comunità, potevano surrogare unautorità
oramai eclissatasi, però avvalendosi di quella medesima fedeltà
che un tempo reggeva i rapporti di natura politica e militare.
È su questa base che si sono costruiti e mantenuti i solidi potentati
locali; è sullantica virtù della fides che
talune figure hanno consolidato il loro potere individuale. Ciò
che un giudizio storico non deve disconoscere, affinché si possa
ricostruire su basi sicure il federalismo sannita, è la centralità
di questo rapporto di fedeltà, che è una delle caratteristiche
specifiche della nostra civiltà. Un rapporto che ritroviamo espresso
nel modello "pagano" (vale a dire fondato sullunità
amministrativa del pagus) dello Stato sannita, costituendo il fondamento
dellautorità politica. In altri termini, quella fiducia che
il popolo sannita nutriva nel suo capo (il meddix), noi oggi la
ritroviamo alla base delle fortune politiche dei longevi potenti locali.
Questi ultimi, però, hanno usato questa incorrotta tradizione ai
fini di un mantenimento del potere per sé e per i propri accoliti.
Proprio lassenza di una Regione Sannita, che auspichiamo come fase
imprescindibile di un riappropriamento del nostro destino politico, è
la più evidente dimostrazione che chi fino ad ora ci ha rappresentato
ha posto su tutto solo gli interessi individuali.
Tuttavia la tradizione ci insegna, in questo caso, che non va messa in
discussione la fedeltà alle guide legittime, essendo un valore
altissimo, ma chi questo valore ha corrotto. Intere generazioni sannite
sono state difese dalle ideologie vere malattie dello spirito
proprio grazie ad un istinto che permetteva di riconoscere lautorità
e di legarvisi con un patto di fedeltà. La nuova regione dovrà
fondarsi pertanto su questo valore, sapendo che solo su esso potrà
tornare a costituirsi loriginaria autorità politica sannita.
ALLE
PROVINCE SPETTA IL COMPITO DI GESTIRE
L'IMMIGRAZIONE SUL PROPRIO TERRITORIO
Le
forche caudine e l'invasione del Sannio
La necessità
di un severo controllo dellimmigrazione è oggi avvertita
in maniera sempre più chiara anche nelle nostre province. Se nelle
aree più interne larrivo degli immigrati è ancora
un lontano problema, si presenta, invece, con tutto il suo carico di problemi
nelle città capoluogo. Flussi migratori su gran parte dei
quali lo Stato non è capace di esercitare un vero controllo
stanno lentamente, ma inesorabilmente, cambiando la "sostanza umana"
della nostra nazione.
Rispetto ad un trasformazione così profonda e definitiva, il disorientamento
dei "nostri" amministratori appare evidente. Costoro sembrano,
infatti, intenzionati a lasciare al governo centrale lintera responsabilità
della questione, classificata tra quei problemi che per grandezza e complessità
"esulano dalle competenze" delle amministrazioni locali. Tuttavia,
linsediamento di comunità di immigrati anche in piccoli centri
del Sud dimostra che ogni area si troverà nella condizione di dover
affrontare problemi assolutamente nuovi, derivanti dal confronto con culture
radicalmente diverse dalla nostra.
La storia sannita ci permette di avere idee chiare anche sul modo corretto
di affrontare siffatti cambiamenti. Uno dei suoi più famosi episodi,
quello relativo alle "forche caudine", ci illumina sul modo
dei nostri antenati di intendere il rapporto con lo "straniero",
in particolare quando questo rapporto si presentava nelle forme dellinvasione.
Gavio Ponzio, il glorioso generale condottiero della Lega sannitica, ebbe
la magnanimità di offrire una possibilità di salvezza ai
Romani che a Lui si erano arresi dopo la sconfitta delle "forche
caudine" a condizione che rispettassero i confini del Sannio,
ma non prima di averli disarmati e di aver loro imposto il passaggio sotto
il famigerato giogo. Questultima "clausola" apparve agli
storici romani delle generazioni successive come una grande umiliazione,
ma, con maggiore saggezza, i loro antenati accettarono le condizioni imposte
dai vincitori.
Ma il "passaggio sotto il giogo" fu solo unumiliazione?
Una semplice dimostrazione di forza? Proprio lumiliazione, non avrebbe
ispirato nei Romani il desiderio di una rapida vendetta, che, come è
accertato, non vi fu? In realtà, più che una sorta di soldatesca
derisione nei riguardi del vinto, il passaggio sotto il giogo come
riporta qualche studioso era un vero e proprio rituale, con il quale
laggressore veniva simbolicamente isolato dalla terra e dal popolo
aggrediti. In altri termini, linvasore si faceva veicolo di una
forza malefica, che metteva in pericolo lesistenza della comunità,
ma passando al di sotto del giogo la potenza che conduceva con sé
veniva, per così dire, neutralizzata. Questo antico rito segnala,
innanzitutto, lesistenza di una profonda coscienza nazionale nelle
popolazioni sannite, determinate a difendere il loro territorio dallinvasione,
e con esso le proprie istituzioni, il proprio senso del sacro, il proprio
stile di vita, la propria identità etnica.
Londata immigratoria che oggi registriamo è stata paragonata,
anche da chi svolge indagini ad alti livelli per comprendere le dinamiche
criminali poste dietro lincremento dei flussi, ad una vera e propria
invasione. Questa, anche quando non aggressiva o armata, costituisce pur
sempre il tentativo di appropriarsi di un territorio, di fronte al quale
solo le culture che hanno ancora un sentimento vivo della propria storia
saranno in grado di opporre unadeguata azione difensiva.
Oggi, più che nel recente passato, la storia sannita ci insegna
a considerare nuovamente il senso e la portata di un corretto spirito
di difesa. Lincapacità di gestire in maniera naturale il
confronto con le diverse civiltà con cui siamo costretti a convivere,
induce, anche chi ha compiti formativi o di guida spirituale, a rimuovere
segni e simboli che possano generare "imbarazzo" nello straniero
immigrato. Evidentemente, ricordare agli altri che anche noi abbiamo una
identità culturale costituisce il più imperdonabile degli
affronti.
I nostri antenati, invece, ebbero non solo la capacità di resistere
ad un avversario della forza di Roma, ma anche la piena consapevolezza
di difendere la loro identità nazionale. Oggi, gli Italiani mostrano
di non avere la stessa consapevolezza e, di conseguenza, neanche la stessa
forza. Il federalismo sannita (o "pagano", come labbiamo
definito nei nostri precedenti articoli) dovrà dimostrare invece
il carattere di una consapevole difesa di una tradizione radicata nelle
nostre terre.
Diventa pertanto indispensabile assegnare alle province un ruolo centrale
nel controllo dei flussi migratori e nellindicazione di quali immigrati
potranno avere accesso ai rispettivi territori. Saranno allora le province
sannite ad assumersi il compito di stabilire quali e quanti stranieri,
ove ce ne fosse davvero bisogno, potranno accedere temporaneamente sul
suolo del Sannio.
Naturalmente, la decisione delle amministrazioni locali sarà limitata
al loro territorio, cosicché, i permessi di soggiorno avranno unicamente
un valore limitato alla provincia che li ha rilasciati. In pratica, se
si potrà facilmente avere residenza nella provincia di Treviso,
lo stesso permesso non avrà alcun valore nelle altre province.
In questo modo si potrà sorvegliare la mobilità degli stranieri
sul territorio.
Per conservare un più stretto legame tra i Sanniti, ogni richiesta
di lavoratori stranieri dovrà vedere privilegiati gli emigranti
di origine sannita, realizzando, a tale fine, unapposita anagrafe
presso i consolati. Lo Stato, dal canto suo, dovrà solo farsi carico
della redazione di elenchi di persone disponibili allimmigrazione
nel Sannio, rispondendo direttamente in caso di eventuali comportamenti
criminali degli immigrati stessi, risarcendo i danni da questi ultimi
commessi. Ogni immigrato sarà comunque tenuto al rispetto delle
nostre tradizioni, pur senza farne parte.
Queste poche indicazioni basilari, che certamente richiedono ulteriori
approfondimenti, sono indispensabili ed urgenti, vista linvasione
senza precedenti che da Sud e da Est lItalia sta subendo. Se gli
ambienti intellettuali brancolano in una disperata oscurità, e
i potenti appaiono sempre più incapaci di decisioni responsabili
e chiare, è nostro dovere riprendere con vigore lo spirito difensivo
dei nostri migliori antenati. Conferire alle province la responsabilità
di decidere chi dovrà abitare le nostre terre sarà il nuovo
giogo sotto il quale ogni invasore, armato o disarmato, dovrà passare.
DALLA
"ANOMALIA CAMPANA" ALL'EQUILIBRIO
TERRITORIALE DI UN NUOVO SANNIO
Una
nuova Regione per un milione di Sanniti
Alcuni Lettori ed Amici ci
hanno chiesto di illustrare più approfonditamente lipotesi
di una Regione Sannita, in particolare aggiungendo qualche dato statistico
alle tesi già espresse, così da permettere un confronto
tra le diverse realtà campane. Un tale compito richiede
unanalisi a diversi livelli delle statistiche ufficiali, quindi
uno studio che non possiamo certo condurre sulle pagine di un giornale.
In ogni caso, vale la pena riportare qualche dato significativo, soddisfacendo
così le richieste pervenuteci e affidando allevidenza immediata
di grafici e tabelle la riflessione su quanto già esposto.
Occorre fare, tuttavia, una precisazione. La creazione di una regione
sannita rappresenta un obiettivo politico le cui premesse sono prima di
tutto culturali. Tempo fa avemmo lopportunità di riproporre
le chiare parole di un Irpino che, con grande lungimiranza, riteneva indispensabile
lunione delle province di Campobasso, Benevento e Avellino (allora
non esisteva ancora la provincia di Isernia) per formare una regione che
fosse la testimonianza del ruolo storico delle popolazioni sannite nel
panorama culturale nazionale.
La "valorizzazione delle specificità territoriali", del
resto, se non vuole ridursi ad essere una vuota espressione in voga negli
attuali ambienti "politici", deve corrispondere ad una concreta
realtà, che sia non solo radicata nel passato delle nazioni costituenti
lossatura etnica italiana, ma capace soprattutto di avere effetti
nel presente e nel futuro del Paese.
Sulla scorta di questo principio guida riteniamo utile ad una comprensione
di questo progetto lanalisi di alcuni dati che, pur avendo solo
una funzione di chiarimento, possono senzaltro offrire ai Lettori
uno strumento di riscontro di quella che abbiamo definito "anomalia
campana". Ribadiamo, per evitare equivoci: non sono i dati statistici
a dimostrare la necessità della costituzione di una Regione Sannita,
ma il riconoscimento dellesistenza di un popolo e di una tradizione
dei Sanniti, i numeri possono solo dare un'ulteriore conferma.
* * *
La popolazione
della Campania ammonta a quasi 6 milioni di abitanti, facendo di questa
una delle regioni più popolose della nazione. È lunica
regione, infatti, ad avere una densità di popolazione superiore
ai 400 abitanti per kmq, a fronte di una media nazionale di 191 (i dati
sono aggiornati al 1997; fonti: Istat e Ministero degli Interni).
Un dato che in sé non dice nulla circa lanomalia campana.
Va precisato, infatti, che oltre la metà degli abitanti vive nella
sola provincia di Napoli, che però occupa meno del dieci percento
dellintero territorio regionale (grafico 1).
|

Grafico 1. Distribuzione territoriale delle province
campane.
|
Intorno alla
città capoluogo si concentra una quantità tale di persone
da elevare la densità di popolazione a 2.662 abitanti per kmq.
Una cifra quasi non rapportabile alla densità di province come
quella di Benevento o di Avellino, che con i loro rispettivi 142 e 158
abitanti per kmq appartengono ad un paesaggio abitativo assolutamente
differente, più prossimo a quello del confinante Molise, sebbene
qui la media scenda addirittura a 74 (grafico 2).
|

Grafico 2. Densità della
popolazione
|
Come si vede,
qui non si tratta di un semplice spostamento dalla media. Vi è
infatti una densità abitativa nella provincia partenopea quasi
venti volte superiore a quella sannita. Questa "particolarità"
diventa determinante in molte occasioni cruciali della vita politica regionale.
Se il governo di unamministrazione locale, più che quello
statale, deve rispondere alle esigenze specifiche del territorio, si vede
chiaramente che gli interessi della Campania sono invariabilmente prestabiliti
dalle tendenze affermatesi nella città capoluogo, dalle necessità
che lì emergono e diventano preponderanti.
Daltra parte, anche se gli abitanti di tutte le altre province campane
volessero, di comune accordo, indirizzare diversamente la gestione del
territorio, pure si troverebbero in "minoranza", dal momento
che con i suoi oltre 3 milioni e 117mila abitanti, la provincia partenopea
possiede il 53% di tutti i cittadini residenti in Campania (grafico 3).
|

Grafico 3. Distribuzione della
popolazione campana.
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Un "peso
specifico" enorme, dunque, che condiziona ogni progettualità
politica, ponendo i limiti entro cui poter svolgere ogni investimento,
e non solo in termini economici. Lo abbiamo già scritto: qui non
si tratta di attribuire ai napoletani la responsabilità di tutto
quello che non funziona nellamministrazione regionale, si tratta,
invece, di risolvere unanomalia strutturale che appartiene a tutte
le aree metropolitane italiane, sebbene quella partenopea abbia i propri
specifici caratteri.
Ben diversi sarebbero, invece, i caratteri di una Regione Sannita, meglio
rispondenti alle esigenze di unamministrazione locale in armonia
col territorio che la esprime, come si vede dai dati riportati nei grafici
4, 5 e 6.
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Grafico 4. Densità della
popolazione
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Grafico 5. Distribuzione della
popolazione
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Grafico 6. Distribuzione della
superficie
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La distribuzione
del territorio, la quantità di abitanti e, quindi, la densità
abitativa tutti elementi fondamentali per una più armoniosa
ridefinizione dei territori provinciali non rappresenteranno, nel
caso di un nuovo Sannio, fattori di squilibrio. Assegnando, poi, ad Ariano
Irpino e a Termoli il ruolo di capoluoghi di provincia (in Campania lo
stesso si dovrebbe fare per Nola), lequilibrio andrebbe ulteriormente
rafforzato, superando, sul piano della riconfigurazione dei territori
provinciali, quella "anomalia campana" che abbiamo denunciato.
LA
VIA TRADIZIONALE DEI SANNITI ALLO STATO FEDERALE
La
Lega Sannitica
Il più
antico e autorevole esempio di stato federale che sia apparso nella penisola
risale, come a qualcuno è noto, ai Sanniti. Quando i nostri antenati
avviarono la lunga campagna di guerre contro i Romani si erano già
dotati di una struttura statale ben definita: la Lega Sannitica. Si trattava
di una confederazione delle quattro popolazioni sannite Carecini,
Pentri, Caudini ed Irpini animata dalla volontà di conquistare
nuovi spazi. Controllando circa 15.000 kmq di territorio, essa rappresentava
come non hanno mancato di rilevare gli storici moderni la
più vasta unità politica dellItalia del tempo (354
a.C.).
Forse è impossibile risalire alle cause prime che hanno dato origine
alla Lega Sannitica. Sicuramente si tratta di una alleanza tipicamente
italica, diffusa, seppure con differenti caratteri, tra le altre popolazioni
sabelliche, tra i Latini e gli Etruschi. Ma la Lega Sannitica è
stata impareggiabile per la sua compattezza, per la tenuta dimostrata
di fronte allavanzata dei Romani nel sud della penisola.
Le ragioni di una tale saldezza vanno certamente ricercate nella unità
di stirpe propria ai Sanniti, i quali, praticando una severa endogamia,
contraevano matrimonio quasi esclusivamente tra gli appartenenti alla
medesima entità etnica. Una profonda unità razziale, quindi,
cementava le popolazioni sannite, alimentando in loro un forte sentimento
di appartenenza nazionale. È indispensabile, però, non confondere
questo antico sentimento di appartenenza ad una comune stirpe con il nazionalismo
moderno, questultimo nascendo dalla rivoluzione francese e dalle
ideologie giacobine scagliate furiosamente contro le ultime istituzioni
tradizionali europee.
Nel IV secolo i Romani si trovarono di fronte ad un popolo, quello sannita,
deciso non solo a difendere i propri territori, ma soprattutto ad ampliarne
i confini, e che, in più, si rivelava portatore di un modello statale
alternativo a quello romano. Le etnie sannite, infatti, si erano organizzate
nella Lega in modo da non avere una tribù che fosse dominante sulle
altre. Il grande equilibrio interno non era determinato esclusivamente
dal grande pericolo esterno. È questa una lezione importante per
i tempi attuali. Il consiglio supremo che guidava la vita politica della
Lega era, evidentemente, lesatta espressione dei caratteri dei popoli
rappresentati, garantendo con ciò lequilibrio interno e la
compattezza di fronte al nemico esterno. Non si può escludere che
vi siano stati dei conflitti interni, ma a questi faceva da argine la
piena consapevolezza della propria unità nazionale.
Quali fossero tutti i caratteri della Lega sannitica non è facile
dirlo, per la mancanza di fonti sufficienti a delinearne lesatto
profilo politico. Secondo gli storici essa era dotata di un consiglio
costituito dai maggiori esponenti dellaristocrazia sannita, una
sorta di "senato". Questa élite, designata con modalità
a noi non conosciute, aveva il potere di dirigere lesercito durante
le guerre e di svolgere i riti sacri comuni allintera nazione. Due
elementi essenziali per far risaltare lidentità culturale
di un popolo e che nel Sannio costituivano i cardini della vita pubblica.
Data la povertà dello stile di vita sannita, la Lega non si occupava
di questioni relative alleconomia, rientrando questultima
tra le attività del pagus. Sicuramente il consiglio di guerra
della Lega aveva anche il compito di indirizzare la politica estera dello
Stato sannita, stabilendo alleanze o avviando guerre di conquista.
La Lega sannitica possedeva quella piena maturità politica che
permette listituzione di una magistratura simile al romano dictator,
una figura istituzionale che solo le civiltà più solide
hanno potuto vantare. Le situazioni di particolare gravità, come
unimprovvisa aggressione nemica, richiedevano il conferimento temporaneo
del potere nelle mani di ununica guida autorevole, in grado di prendere
rapide decisioni. Questi non era il meddix tuticus responsabile
della guida di una singola tribù ma una figura superiore
che gli storici romani non hanno esitato a definire imperator,
per il suo specifico carattere militare. Limportanza che ebbero
i Capi nella civiltà sannita fu cruciale. Come abbiamo già
avuto lopportunità di chiarire, essi rappresentavano il punto
di riferimento delle tribù, vincolate al capo da un profondo rapporto
di fedeltà.
Il modello federale, proprio perché fondato sullunità
di stirpe, rivelò il suo forte ascendente sulle popolazioni sannite
fino ai tempi della guerra sociale. I Romani avevano elaborato un principio
guida della loro politica estera basato, come ognuno ricorda, sul
divide et impera che, se aveva il vantaggio indebolire lavversario
frammentandone le forze, ha indubbiamente incoraggiato il particolarismo
egoistico delle differenti popolazioni italiche, a scapito di una vera
e profonda unità che la visione federale avrebbe potuto, a certe
condizioni, garantire.
La Lega Sannitica rappresentò lunità dei popoli sanniti,
la loro forza, il simbolo del loro comune progetto di unificazione confederale
delle diverse popolazioni italiche. I Sanniti si ritenevano portatori
di una unità nazionale che non avrebbero certo dissolto in uno
Stato "democratico". Quella unità di stirpe che per lungo
tempo si conservò nelle genti sannite poté consentire di
riunire gli sforzi e opporre ai nemici la propria unità di popolo
e di nazione. Gli storici ricordano gli schieramenti della guerra sociale,
quando, nonostante il secolo e mezzo di romanizzazione, gli Irpini non
esitarono a schierarsi al fianco dei Pentri contro i Romani, richiamati,
evidentemente dallunità di stirpe e dallo spirito della Lega
Sannitica, ancora vivo pur essendo passate numerose generazioni dagli
ultimi successi della bellicosa organizzazione sannita. Lo stesso spirito
che evochiamo in questi scritti.
LE
PREMESSE PER UNA RIUNIFICAZIONE
DELLE POPOLAZIONI SANNITE
La
rinascita culturale del Sannio
Costruire un nuovo soggetto
politico-amministrativo una nuova Regione Sannita richiede
un impegno che non si esaurisca nello stabilire le funzioni e le competenze
che questo soggetto dovrà assumere, ma che si estenda alla conservazione
nel tempo di ciò che è stato creato. Se le sue fondamenta
non poggiassero su un solido terreno, anche questa costruzione politica
verrebbe inevitabilmente stritolata dagli interessi, prima di tutto economici,
dei gruppi che si avvicendano al governo.
È questo uno dei "vicoli ciechi" di quella che oggi viene
definita la "globalizzazione". Il primo (e troppo spesso unico)
obiettivo dellazione politica odierna è rappresentato esclusivamente
dallo sviluppo economico di una data area geografica. E questo, si badi,
viene concepito come lobiettivo più alto e disinteressato,
il quale si impone solo quando vengono faticosamente ricomposti gli interessi
delle parti politiche in lotta per il controllo del potere.
Si sa: gli interessi economici hanno delle loro leggi, quelle del profitto,
che sono valide in tutti i climi e per tutti i popoli. Quando la "ragion
di Stato" si conforma a queste leggi è lo stesso Stato che
si annulla e, con esso, si degrada la nazione che lo costituisce.
La questione di una regione sannita non nasce con la recente ondata federalista
che sta attraversando il Paese. Su questo periodico è stata già
affrontata negli anni Ottanta e, come abbiamo riferito in un nostro precedente
intervento, può esser fatta risalire agli inizi del Novecento.
Niente di nuovo, quindi. Ma è doveroso precisare che se il nuovo
Sannio dovesse nascere solo per dare sfogo a delle pulsioni campanilistiche,
saremmo i primi a ritenere che si sarebbe fatto "molto rumore per
nulla".
Un localismo ottuso può essere infatti unarma vincente proprio
per chi intenda far prevalere le logiche mondialiste. Di questo ognuno
deve essere consapevole.
Il Sannio, allora, devessere innanzitutto unoccasione di crescita
spirituale, oltre che morale, di un popolo che, come molti altri, sta
conoscendo una fase di profondo declino. Non se ne esce risalendo i posti
nella classifica annuale del Sole24Ore. La questione è ben
più profonda e gli indicatori sociali mostrano, in molti casi,
solo gli aspetti più esteriori di una condizione di vita.
Noi siamo convinti che non sia la ricchezza ad indicare il valore di un
popolo. Del resto, i Sanniti non erano certo famosi per essere "benestanti":
il loro valore si dimostrava sui campi di battaglia, non sui mercati
finanziari.
Se si vuole uscire dal gorgo del "mondialismo" che ogni
cosa azzera e priva di senso è indispensabile spostarsi
su un terreno non del tutto inaridito dalla modernità, in un luogo
dove la storia non sia semplice "passato", ma sia, prima di
tutto, esempio di "stile di vita". Ciò che deve affermarsi,
contro ogni forma di globalizzazione culturale, sia allora la capacità
degli uomini di riconoscersi come tali, con le loro differenze e i loro
doveri.
Il progetto di una Regione Sannita va perciò collocato entro un
orizzonte di valori e di significati in cui la "tradizione"
costituisca il tracciato del cammino storico di un popolo, garantendo
così la permanenza, nelle generazioni successive, delle realizzazioni
politiche.
La storia dei Sanniti ci permette di uscire dalla trappola mondialista.
Lillusione che solo partecipando al mercato globale, o alla solidarietà
globale o a tutto il resto, purché sia "globale"
, sia possibile affermare legittimamente la propria esistenza nel
mondo non è che leffetto del decadimento finale delle ideologie,
compresa quella democratica, che in tempi di governo unico del mondo appare
sempre più distintamente nelle forme di una superstizione.
Dinanzi allo sfaldamento spirituale delluomo diventa indispensabile
suscitare allora un giusto spirito difensivo, sapendo che una buona difesa
permetterà la conservazione e il rafforzamento della tradizione
nella quale viviamo. Per noi non cè scelta se non quella
di riconfermarci nel nostro destino e nelle nostre origini, ribadendo
la necessità di una riunificazione delle popolazioni sannite e
di una riaffermazione dei nostri uomini migliori.
DIFENDERE
IL LEGAME CON LA TERRA
PER SVILUPPARE L'EREDITÀ SANNITA
Le
radici profonde non gelano"
Tra le immagini
che meglio raffigurano il rapporto tra una nazione ed il territorio su
cui essa si stabilisce una è, senza dubbio, quella dellalbero.
Radicato profondamente nella terra da cui prende il nutrimento, ma slanciato
poderosamente verso lalto, lalbero sviluppa nello spazio circostante
la sua forma esclusiva ed irripetibile pur nellappartenenza
ad una specifica varietà, simbolo dello sviluppo di tutte
le potenzialità di una stirpe.
I Sanniti seppero esprimere con non comune intensità il rapporto
di coesione con il territorio si cui si stanziarono. Radicati come una
quercia secolare nel Safinim (nome osco del Samnium), indicato
dagli dei come luogo di maturazione e sviluppo delle loro qualità
etniche, essi vollero tenacemente preservare con ogni mezzo la loro terra
dallinvasione, sapendo di rispettare, con la lotta, la stessa volontà
degli dei. Difendere la terra sannita significava difendere se stessi
e quel loro frugale "stile di vita", che li accostava, nellimmaginazione
di qualche storico antico, agli Spartani. Non si custodiva, dunque, una
ricchezza, che avrebbe consentito di fortificare gli eserciti e i villaggi,
ma un "modo di esistere" proprio ad una stirpe fiera, che traeva
la propria forza dalle profondità delle proprie radici etniche
e culturali.
Lopera che rendeva sempre più stabile e indissolubile il
legame dei Sanniti con il Sannio non poteva che essere lagricoltura,
che, insieme allallevamento, rappresentava la loro principale attività
produttiva. È stato evidenziato che la stretta dipendenza dei Sanniti
dallagricoltura giocò un ruolo non secondario nelle guerre
contro i Romani. Costoro, infatti, adottarono una tattica non certo onorevole:
quella di indebolire lavversario distruggendone le risorse primarie.
Così, numerosi campi erano sistematicamente distrutti per togliere
lalimentazione ai Sanniti, temendo, evidentemente, limpatto
durissimo delle forti schiere nemiche.
È noto che lallevamento delle pecore costituì una
delle risorse fondamentali della povera economia sannita. Una risorsa
che ha mantenuto per molti secoli un ruolo determinante nel nostro sistema
produttivo, molto più del commercio, che non riscuoteva per niente
linteresse dei Sanniti, i quali, per altro, erano anche poco interessati
alla stessa moneta, tanto da privilegiare le forme di scambio basate sul
baratto (vero emblema della superiorità delluomo rispetto
al mercato e alleconomia tout court).
Tuttavia, oggi, lagricoltura con leccezione della viticoltura,
come lallevamento, non conosce il suo periodo migliore. In diverse
aree, infatti, i gruppi che hanno gestito il potere hanno ottusamente
rincorso il fallimentare sogno dellindustrializzazione, provocando
un ulteriore distacco dalla terra (già drammaticamente intensificato
dallemigrazione) e la sostanziale rinuncia ad investire nel settore
primario, del quale, almeno finché luomo avrà la necessità
di cibarsi, non si potrà fare a meno.
Se i "politici" locali avessero avuto una decente conoscenza
della nostra storia si sarebbero accorti che proprio nel settore primario
si dovevano concentrare gli sforzi, per renderlo più efficiente
attraverso una migliore organizzazione, favorendo finanziariamente solo
quei progetti aventi come obiettivo non linstallazione di industrie
tutto lapparato di infrastrutture che queste richiedono comporta
uninevitabile aggressione del territorio, ma la creazione
di attività collegate direttamente o indirettamente allagricoltura
e allallevamento, affinché fossero valorizzate le specificità
produttive delle aree sannite.
Ripristinando lantico legame del Sannita alla propria terra avremmo
anche frenato, se non evitato del tutto, lemigrazione, così
sconsideratamente incoraggiata anche da chi avrebbe il dovere istituzionale
di garantire lequilibrio interno e larmonioso sviluppo del
Paese. In più, con unattenta opera di informazione e di controllo,
avremmo aiutato a migliorare le condizioni generali del nostro ambiente
a partire dal contributo determinante degli agricoltori.
Nelle nostre terre, invece, si continua a parlare di sviluppo industriale
(da sempre fonte di solide sicurezze elettorali) e si consiglia ancora
lemigrazione, per snaturare definitivamente quel che resta dellantico
carattere sannita. Inoltre, i tempi dellattività agricola
moderna, svolta da chi non vive sulla propria terra, impongono luso
di prodotti chimici che diminuiscano lapporto dellopera umana
nella coltivazione.
Lesempio dei Sanniti rimane una costante delle nostre riflessioni,
ma appare recluso in un incomprensibile passato per chi possiede, dati
i tempi, incarichi amministrativi. Se sia auspicabile il riemergere, almeno
sul piano spirituale, dellantica indifferenza sannitica per la moneta
e per il commercio, è pur vero che ogni persona ha il diritto di
realizzarsi liberamente secondo le proprie inclinazioni. Ciò che
è ancora valido per tutti, invece, e verso il quale richiama lattenzione
questo nostro scritto, è il modello di vita, fondato su una profonda
unità con la terra, che i nostri antenati seppero segnalare alla
loro immemore discendenza.
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