Ritratti beneventani

Rubrica a cura di Massimo Iazzetti

 

Herik Mutarelli
Bartolomeo Camerario
Orbilio Pupillo
Niccolò Franco
Erchemperto
Vittore III, papa
Pietro Piperno
Diomede
Paolo Emilio Papiniano
Felice Fimbrio
Dacomario
Sessualdo
Anzone
Carlo Torre
Stefano Borgia
 

Bartolomeo Pacca
Federico Torre
Francesco Pacca
Giovanni De Vita
Falcone Beneventano
Alberto di Morra (papa Gregorio VIII)

Maurizio Barricelli
Raffaele Mainella
Nicola Nisco
Pasquale Capilongo
Salvatore Rampone
Gaetano Rummo
Vincenzo Maria Orsini (Benedetto XIII)
Giovan Battista Bosco Lucarelli
San Barbato


Herik Mutarelli

La coesione di una società, dicevano i filosofi greci, nasce dal senso di comunanza che unisce i diversi elementi di cui questa è composta. Sentimento in gran parte fondato sulla consapevolezza di avere un passato comune. Proprio dal greco antico deriva il termine storia, historìa, che in primo luogo significò "ricerca". Ben presto però già presso i greci il vocabolo cominciò ad essere riferito al risultato di tale indagine, ovvero alla memoria che si conserva degli avvenimenti del passato e al loro racconto.
Un modo invero inconsueto, ma sicuramente intrigante, di immergersi nel passato di un luogo, nella storia di una città, nelle vicende e perciò stesso nel carattere della sua popolazione, è quello di ripercorrere le "storie" di coloro ai quali sono intitolate strade, vicoli, piazze.
Le storie di coloro senza i quali la Storia, non solamente locale, non sarebbe. O perlomeno, non sarebbe la stessa.
Ad aprire una rassegna di alcuni sintetici ma coinvolgenti "ritratti beneventani" è la storia di Herik Mutarelli. È infatti alla passione sua e dell’intera famiglia Mutarelli—Boscia che si deve la conservazione di un cospicuo patrimonio librario e documentario, unico nel suo genere, sulla storia della città e dell’intero Sannio e, dunque, la possibilità di ricostruire le vicende che hanno caratterizzato le vite dei suoi cittadini più illustri.
Herik nacque il 17 ottobre 1894 da Giuseppe, dirigente comunale, ed Ermengarda Carli, insegnante di italiano presso il Regio Istituto Magistrale "G. Guacci". Compì gli studi in città, fino alla licenza che conseguì presso il Regio Liceo "Giannone".
All’età di 16 anni divenne allievo presso la 7ª compagnia della Scuola Militare di Modena dalla quale uscì nel 1913 con il grado di sottotenente.
Passò poi in forza al 35° Fanteria di Bologna.
Nominato tenente nel 1915, divenne capitano già l’anno seguente.
Proprio nel 1915 venne decorato con medaglia di bronzo al valore militare per i fatti della battaglia di Plava con la seguente motivazione: "Incaricato con altri ufficiali della ricognizione di un sentiero battuto dal fuoco aggiustato dall’artiglieria nemica, intraprendeva con slancio il compito assegnatogli. Nel ritorno cadeva gravemente ferito".
Ferita che non gli impedì a lungo di rimanere lontano dal campo di battaglia.
Già verso la fine del 1916, non ancora completamente guarito, tornò al fronte dove perse la vita il 12 febbraio del 1917, nella battaglia di S.Caterina di Gorizia.
Il 1° marzo del 1917 si sarebbe fregiato dei gradi di maggiore.
La strada che oggi porta il nome dell’Eroe fanciullo —come venne definito in un articolo della Gazzetta di Benevento del 10 marzo 1917—, già intitolata a S.Antonio Abate, collega l’arteria principale della città antica, Corso Garibaldi, con via S. Nicola.
Con una petizione presentata nel luglio del 1925 alle autorità comunali dal signor Francesco Penta, 81 firmatari, abitanti alla via S.Antonio Abate e nelle vie immediatamente adiacenti, chiesero —come testimonia il documento— che la strada venisse intitolata al "giovane e valoroso milite le cui gesta avevano rinnovato quelle del forte e invitto Sannio".


Bartolomeo Camerario

La storia che compone il secondo dei "ritratti beneventani" è quella di Bartolomeo Camerario, illustre giurista meridionale —continuò la tradizione giuridica di Carlo di Tocco e Biagio da Morcone—, al quale è intitolata l’antica via S. Nicola, la suggestiva arteria che, all’altezza della Chiesa di S.Bartolomeo, unisce il Corso Garibaldi alla Piazza Piano di Corte.
Nato a Benevento nel 1497, insegnò diritto civile e feudale all’Università di Napoli tra il 1524 e il 1526, senza però tralasciare l’esercizio del foro che ne accrebbe ulteriormente la fama.
E fu proprio la fama legata all’attività accademica e forense a portarlo alla nomina, nel 1529, di Presidente della Camera Sommaria e poi in seguito a quella di Conservatore del Real Patrimonio in Italia, ufficio creato da Carlo V con l’intento di uniformare l’amministrazione ai modelli fiamminghi e realizzare in tal modo un più accurato controllo delle finanze italiane.
Bartolomeo Camerario svelò, in queste vesti, numerose frodi recuperando al contempo notevoli somme di denaro.
Ciò, se da una parte gli procurò elogi ed encomi per la sua probità —arrivò nel 1541 alla carica di Luogo Tenente della Sommaria— lo espose, d’altro canto, a profonde inimicizie.
L’alterigia con la quale si diceva esercitasse i propri compiti (e che sembra non mitigasse nemmeno al cospetto dell’iroso Viceré di Napoli, Pietro di Toledo!) gli valse l’appellativo di "Bartolomeo Temerario".
Fino al 1547 nessuna nuvola offuscò il cielo dell’illustre personaggio.
Ben presto però la sua fortuna cominciò a mutare.
Accusato di colpe e addirittura delitti mai commessi fu sospeso dalla carica.
Partì, allora, alla volta della corte di Linz per perorare la sua causa mentre la famiglia cercava asilo nella provincia beneventana (nella quale possedeva i beni feudali di Pietrelcina e Pesco Sannita).
Consapevole della sorte che l’attendeva, nonostante fosse riuscito ad ottenere d’esser giudicato da giudici più equi e meno sospettosi di quelli designati, riparò a Roma presso il principe Camillo Colonna.
Privato della sua carica e condannato a morte, fuggì in Francia per tornare a Roma solo nel 1556.
E proprio in Francia si dedicò alla stesura di interessanti testi di argomento teologico, a dialoghi e dissertazioni sull’eresia luterana e calvinista.
L’avversione antispagnola gli fruttò la simpatia di Paolo IV il quale lo nominò Commissario Generale dell’Esercito e in seguito Amministratore dell’Annona.
Accusato nel 1558 di malversazione, soffrì il carcere per più di due anni.
Alla sua morte, si dice che la moglie, la fiorentina Giovanna della Bella, a causa del dolore, "in puteum se deiecit", si gettò cioè in un pozzo.


Orbilio Pupillo

Ricomincia, dopo una breve pausa estiva, la serie dei "Ritratti beneventani".
Dopo i profili di Herik Mutarelli e Bartolomeo Camerario, dopo aver scorto sullo sfondo delle loro vicende i minacciosi anni del primo conflitto mondiale e gli affascinanti tempi della prima metà del XV secolo passeggiando lungo due delle più suggestive arterie che dal Corso Garibaldi si dipanano verso lo storico quartiere del Trescene, è ora di passare ad una altrettanto affascinante storia, molto più lontana nel tempo, quella di Orbilio Pupillo, e ad un altrettanto suggestivo percorso all’interno del centro storico della città.
La via intitolata all’illustre grammatico latino nato a Benevento nel 113 a. C. (morto a Roma nel 13 a. C.) si snoda tra piazza Roma e via Annunziata e i ferventi lavori di ristrutturazione ai palazzi che vi si affacciano sembrerebbero promettere di riportarla al più presto ad una condizione maggiormente adatta all’importanza di una delle strade immediatamente adiacenti all’attuale sede delle istituzioni comunali.
Nonostante la principale fonte di informazioni sull’erudito sia il nono capitolo del De grammaticis et rhetoribus di Svetonio è un breve ritratto tracciato da Orazio, suo allievo, ad averlo consacrato alla storia come l’archetipo del maestro meticoloso, iracondo e collerico fino alla prepotenza.
Una curiosità assolutamente interessante riguarda il nome del celebre dotto.
Orbilio Pupillo, infatti, non è un nomen gentilizio, bensì un doppio cognomen.
Il nome indica cioè la condizione familiare della persona che lo porta ed è traducibile, letteralmente, con "orfanello minorenne".
Fu dunque una vita difficile quella affrontata dal giovane il quale dovette assistere, poco più che bambino, alla morte violenta di entrambi i genitori —vittime, tra le tante, della feroce guerra sociale che vide contrapposte le truppe di Mario a quelle di Silla.
Costretto dalle vicissitudini della vita fu passacarte e poi apparitor —una sorta di fattorino amministrativo— presso la locale magistratura civica prima di prestare servizio militare in Macedonia come ausiliario e, in seguito, come cavaliere.
Tornato in patria riprese gli studi e, fino all’età di cinquant’anni, visse ed insegnò a Benevento.
Si trasferì a Roma nell’anno del consolato di Cicerone (63 a. C.) e lì insegnò —sembra con più fama che guadagno— fino a tarda età.
E proprio la veneranda età ne acuì, forse, lo spigoloso carattere, tanto da rimanere celebre per la descrizione di Orazio, il quale gli affibbiò il soprannome di pelagosus, testualmente "che causa piaghe-ferite", praticamente "manesco".
Sembra che, al giovane Orazio, i poemi di Livio venissero dettati dal vecchio Orbilio "a suon di botte"!
Della sua produzione rimangono pochissimi frammenti, quasi tutti connessi a questioni grammaticali e sintattiche.
Numerose però sono le citazioni da parte di poeti antichi e moderni (Orazio, come detto, ma anche Pascoli e Rimbaud).
È Svetonio ad informarci che gli orgogliosi concittadini eressero, nel foro beneventano, una statua di marmo in suo onore.
In un articolo apparso su Il popolo d’Italia del 5 luglio 1939, e ora incluso nel volume Scritti papirologici e filologici, Goffredo Coppola avanza l’ipotesi che una delle antiche statue sulla facciata del Duomo della città di Benevento raffiguri proprio il retrivo grammatico.


Niccolò Franco

Ad occupare, in questo numero, lo spazio dedicato alla rubrica "Ritratti beneventani" è la storia di Niccolò Franco.
Storia che ci porta nuovamente ai primi anni del 1500 —per la precisione, al 13 settembre 1515, anno di nascita dell'illustre beneventano— dopo che le vicende di Orbilio Pupillo ci avevano condotto, ben più indietro nel tempo, ai tempi della Benevento romana.
La via che oggi porta il nome di Niccolò Franco, una volta chiamata Vico Trescene, è la strada che collega Via Mario La Vipera a Via Giovanni De Nicastro.
Nonostante si trovi un po' più distante, rispetto alle strade finora considerate, dalla principale arteria del centro storico, il Corso Garibaldi, si tratta in realtà di una via tutt'altro che secondaria.
Se durante il giorno un cospicuo via vai di gente diretto alla segreteria universitaria la lambisce solamente, è con l'arrivo della sera che la strada comincia a vivere grazie alle iniziative del dinamico proprietario della "Vineria Frittole" e letteralmente a riempirsi in occasione della ormai consolidata ed apprezzata kermesse musicale "Jazz è arte".
Nato a Benevento da modesta famiglia, Niccolò compì studi umanistici alla scuola del fratello Vincenzo. Fu proprio sui banchi di scuola che il giovane strinse importanti amicizie: con il concittadino Antonio Delli Sorici e con Giampietro Carafa, futuro papa Paolo IV.
All'età di vent'anni Niccolò si trasferì a Napoli dove intraprese gli studi legali venendo in tal modo in contatto con un illustre e famoso concittadino, Bartolomeo Camerario.
La brillante vena polemica ed una innata predisposizione alle lettere ma, soprattutto, una situazione economica non propriamente florida, lo spinsero presto alla decisione di trasferirsi a Venezia.
E proprio a Venezia, nel 1537, incontrò Pietro Aretino. Ne divenne segretario e collaborò con questi ad una cernita delle Lettere.
Pubblicò, l'anno seguente, le Pistule vulgari e il Petrarchista, piacevole satira sugli imitatori dello stile del Petrarca.
Dissuase, nel frattempo, il fratello Vincenzo dal lasciare Benevento e la scuola.
Nel 1539 diede alle stampe un'opera, i Dialoghi piacevolissimi, che non solamente ebbe diverse ristampe ma gli guadagnò al contempo la profonda ammirazione di Torquato Tasso.
I rapporti con l'Aretino cominciarono però a deteriorarsi: il giovane segretario aveva infatti iniziato a sfruttare i contatti del "datore di lavoro" per proporre i suoi propri servigi.
Iniziativa, evidentemente non molto gradita all'Aretino, che portò dapprima ad alcuni scontri verbali e scritti ed infine ad un agguato nel quale il beneventano venne raggiunto da nove coltellate. Dinanzi al Tribunale del Santo Officio di Roma, Niccolò Franco lo accusò d'essere il mandante dell'aggressione.
Lasciò quindi Roma per la Francia e la corte di Francesco I. Di lì passò poi a Casale Monferrato dove, protetto dal governatore, entrò nella "Accademia degli Argonauti" e diede alle stampe le famose ed oscene Rime contro Pietro Aretino, ristampate poi a Basilea, e la altrettanto famosa ed oscena Priapea.
Il Duello ed il romanzo Philena sono del 1546.
Si spostò frequentemente dapprima in Germania, poi in Italia, approdando infine di nuovo a Roma dove contava di rimediare alle proprie ristrettezze economiche grazie all'amicizia del cardinale Carlo Carafa, nipote del vecchio compagno di scuola Giampietro, ora papa Paolo IV.
La rigidità morale del nuovo papa, però, mal si accordava ai sonetti osceni ed anticlericali del Franco.
Un breve soggiorno a Benevento nel 1556 per accudire i figli del fratello scomparso precedette quel viaggio verso il proprio destino che lo riportò a Roma. Nel 1558 venne arrestato in casa di Bartolomeo Camerario. Tornò in libertà otto mesi dopo ma l'odio contro il cardinale Carafa che riteneva responsabile del proprio arresto lo spinse ad accettare l'incarico, commissionato da Alessandro Pallantieri, di comporre un feroce libello e alcune pasquinate contro il defunto papa Carafa.
L'elezione di papa Pio V e la revisione del "processo Carafa", caldeggiata dall'alleanza dei cardinali Borromeo e Farnese con l'intento di ridurre il potere acquisito dal Pallantieri portarono, nel 1568, ad un nuovo arresto.
Venne perquisita la sua casa romana e furono sequestrati tutti i carteggi.
Dagli eventi venne travolto anche il vecchio compagno di studi Antonio Delli Sorici, già arrestato per eresia, il quale riuscì però a scagionarsi.
Sottoposto a tortura, Niccolò Franco chiese clemenza al papa.
Venne condannato —in conformità ad una legge fortemente voluta e promulgata, ironia della sorte, dallo stesso Pallantieri nelle vesti di governatore di Roma— ed infine giustiziato il primo di marzo del 1570 in Ponte S. Angelo a Roma.

"Qui non istorie, bei tappeti o arazzi
veder si ponno, né cantar divino,
che fa gli Orlandi furiosi e pazzi.
Non di Damasco, né di panno fino
addobbati versetti, ma sol cazzi,
che torrebben la foia all'Aretino.".
Dalla prefazione di "Priapea"


Erchemperto

Un posto di assoluto rilievo nella lunga storia della città di Benevento occupa l'epoca longobarda, quell'epoca in cui buona parte del sud della penisola era conosciuto come Langobardia Minor.
Ed è proprio ai tempi del Ducato di Benevento che ci riporta la storia di Erchemperto, uno dei personaggi più noti, assieme all'abate Desiderio (papa Vittore III), nella vivace e dinamica vita culturale della Longobardia Minore ai tempi di Arechi II.
La via intitolata all'erudito benedettino è quella strada che, proprio alle spalle di piazza Roma, collega via Orbilio Pupillo a via Odofredo.
Nonostante una evidentemente inadeguata valorizzazione (la strada, attualmente, appare come una sorta di parcheggio), via Erchemperto conserva tuttavia un fascino particolare: come da una sorta di piazzetta minore, da uno spazio più intimo e raccolto rispetto alla antistante piazza Roma, si può accedere da qui ad alcuni dei suggestivi vicoli che si snodano tra corso Garibaldi e via Annunziata.
Discendente di una nobile famiglia longobarda originaria di Teano, Erchemperto nacque a Benevento nel IX secolo d. C.
Non ancora adolescente, venne affidato dal padre ai monaci benedettini, trasferitisi a Teano dopo la distruzione del monastero di Cassino, i quali ebbero cura di crescerlo e istruirlo.
Privato di tutti i suoi beni, divenne monaco benedettino (non inclusus, ma oblatus, dimorante extra claustra, conservando cioè facoltà di possedere beni a titolo personale) e fu inviato dall'abate Angelerio proprio a Teano nel tentativo di difendere il monastero insidiato dal conte di Capua, Atenolfo.
Tentativo che si concluse, però, con l'occupazione del monastero da parte del conte e la cacciata del monaco.
La travagliata vita vissuta da Erchemperto non gli impedì tuttavia di dedicarsi agli eventi della storia contemporanea.
Fu autore di una Historia langobardorum beneventanorum, riferita al periodo che va dal 774, dal tramonto del regno di Pavia, all'889 (anno di morte del monaco?), al tramonto del ducato di Benevento, e intesa perciò come prosecuzione della Historia Langobardorum di Paolo Diacono.
All'impresa si apprestò, come egli stesso disse, sopraffatto dal dolore per l'excidium, la miseria e la pernicies della popolazione della quale avrebbe piuttosto preferito descrivere il regimen, la felicitas e il triumphus.
Avrebbe preferito anch'egli, come il suo maestro Paolo Diacono, essere lo storiografo della potenza longobarda e non invece dover vivere i tristi giorni delle lotte e delle discordie interne.
Va da sé, dunque, che il suo, non è propriamente il distaccato e analitico resoconto dei "fatti" ma piuttosto una sorta di racconto autobiografico nel quale è sempre possibile leggere le opinioni, i risentimenti personali, le speranze dell'autore (dell'incoronazione imperiale di Carlo Magno e della nascita del Sacro Romano Impero, ad esempio, Erchemperto non da notizia alcuna).
Nonostante ciò —e, nonostante improvvise digressioni, mancanza di riferimenti temporali e un uso del latino alquanto "disinvolto"— si tratta di una delle più importanti fonti del periodo: all'opera di Erchemperto si rifecero nel X secolo l'autore del Chronicon Salernitanum, Leone Ostiense per la sua Chronica Monasteri Sancti Benedicti casinensis (sec. XI — XII) e il monaco Giovanni nel Chronicon Vulturnense (sec. XII).


Vittore III, papa

Uno tra i più illustri uomini che la città di Benevento ha dato alla Storia è certamente papa Vittore III il il cui pontificato ci riporta ai primi decenni dopo l'anno Mille e al travagliato periodo della lotta per le investiture.
A papa Vittore III è intitolato quella stradina, una volta chiamata Calata Piano di Corte, che da Piazza Piano di Corte scende all'incrocio del Trescene, laddove si incontrano cinque strade —luogo magico nel quale, pare, sia consigliabile rifugiarsi nel caso in cui si fosse inseguiti da un licantropo!
Nato a Benevento nel 1027 col nome di Dauferio Epifani, Vittore III apparteneva all'antica nobiltà longobarda —alcuni storici lo reputano figlio di Landolfo V, principe di Benevento, altri invece ritengono appartenesse alla famiglia dei conti di Marsi.
Ebbe dunque una giovinezza agiata, ma fuggì dalla dimora paterna all'età di vent'anni per assecondare l'intensa vocazione alla vita ascetica.
Nonostante un forzato ritorno in città imposto dalla famiglia, presto, grazie all'aiuto di Siconolfo, preposto al monastero di Santa Sofia in Benevento, riuscì a raggiungere Salerno e a porsi sotto la protezione di Guaimario V al quale era legato da vincoli di parentela.
Fu poi di nuovo a Benevento dove si monacò nel monastero di Santa Sofia — anche se il misticismo della sua fede lo portò dapprima su un'isola dell'arcipelago delle Tremiti, poi sulle nevi della Maiella.
E fu proprio nel monastero di Santa Sofia che ricevette, da papa Vittore II, la nomina a preposto di una dipendenza dell'abbazia cassinese a Capua.
Tre anni dopo, mentre si accingeva a partire per Costantinopoli al seguito di una ambasceria pontificia, venne raggiunto dalla notizia della sua elezione ad abate di Montecassino.
Desiderio (il nome che Dauferio si attribuì) fu uno dei precursori del rinnovamento artistico e culturale dell'abbazia —un periodo di intensa fioritura di studi teologici, grammaticali e retorici.
Si occupò inoltre del completo rifacimento dell'edificio, che avvenne tra il 1066 e il 1071, facendolo adornare di dipinti, ricami, mosaici, opere in oro ed argento.
In questo vivace clima culturale si inseriscono i quattro volumi del Dialogus de miraculis S. Benedicti.
I libi raccolgono, in forma di dialogo tra Desiderio e il levita Teofilo, il racconto di 55 miracoli del Santo.
Nel 1059, papa Niccolò II lo elevò al cardinalato di Santa Cecilia in Trastevere, veste nella quale tentò di definire accordi di alleanza tra i Normanni e il papato.
In realtà, le condizioni di tale alleanza erano ancora di là da venire, tanto che papa Gregorio VII, nel Concilio del Laterano del 3 marzo 1078, pronunciò la scomunica dei Normanni i quali avevano osato assediare la città di Benevento, da poco sotto il dominio pontificio.
Per i servigi resi e l'umana vicinanza mostrata in occasione della fuga da Roma a Montecassino, Gregorio VII, sul letto di morte, indicò l'abate come il più degno successore al soglio pontificio.
Un concilio tenuto a Capua il 24 maggio 1086 elesse Desiderio, il quale accettò l'impegnativo onere con genuina riluttanza, papa col nome di Vittore III.
Il partito tedesco però, aizzato dal prefetto dell'imperatore Enrico IV, raccolse le armi in Campidoglio, impedendone l'immediata consacrazione in Vaticano.
Desiderio allora, raggiunta Terracina via mare, si spogliò delle insegne pontificie per ritirarsi nell'amata abbazia.
Solo a distanza di un anno, il 9 maggio del 1087, poté essere consacrato in S. Pietro.
Ma a Roma, il nuovo papa rimase una sola settimana prima di essere nuovamente costretto a tornare a Montecassino.
Un breve ritorno a Roma fu poi permesso a Vittore III dalle truppe della Duchessa Matilde di Canossa — potente feudataria di origine e madrelingua longobarda, sostenitrice del papato. Queste infatti costrinsero le truppe dell'antipapa Clemente III ad asserragliarsi nel Pantheon.
Assieme a Matilde, Vittore III si stabilì nell'isola Tiberina che però lasciò ben presto a causa della malferma salute, per tornare nuovamente alla quiete cassinese.
Poco prima di morire, il 16 settembre 1087 —data in cui è oggi festeggiato il beato—, celebrò un sinodo a Benevento durante il quale rinnovò la scomunica all'antipapa Clemente III, si pronunciò contro le investiture laiche e la simonia e indisse una sorta di crociata contro i Saraceni in Africa.


Pietro Piperno

Tracciare una mappa dei luoghi che nel vecchio continente hanno una importanza più o meno rilevante nella storia della magia significa imbattersi, presto o tardi, nel nome della città di Benevento.
Un legame, quello della città e della magia, che risale a tempi remotissimi.
Anche senza tirare in ballo suggestioni legate all'immensa figura femminile della Dormiente, è noto quanto testimoniato dai geroglifici dell'obelisco di piazza Papiniano, ovvero che Iside, la dea-maga venerata in tutto il Mediterraneo, è definita "Signora di Benevento" — vale la pena rammentare che, secondo l'egittologo tedesco Hans Wolfgang Müller, Benevento "è il più importante centro di sculture originali in Occidente e non condivide questa caratteristica con nessun'altra città fuori dall'Egitto".
In onore della Grande Madre della religione egizia Domiziano fece costruire (o ricostruire) in città un Tempio nell'88 d.C.
Ciò nonostante, è la leggenda delle streghe e dei sabba intorno al noce magico a fare di Benevento un luogo senz'altro centrale: oltre al famigerato Noce di Benevento, pare che i luoghi prescelti per le "maledette adunate" fossero, in Europa, solo altri tre — Carnac in Bretagna, una chiesa sconsacrata nella cittadina di Blokula in Svezia e la vetta del monte Brocken in Germania.
Ora, se al web bisogna riconoscere il merito di aver contribuito in maniera determinante a diffondere tale fama ben oltre i confini nazionali, è sicuramente attribuibile a Pietro Piperno il merito di aver dato per primo forma unitaria a racconti, leggende, tradizioni e suggestioni sull'argomento.
Al "protomedico della scuola beneventana di Santa Sofia" è intitolato quello stretto vicolo che, nei pressi di piazza Roma, congiunge via Orbilio Pupillo a via Stanislao Bologna.
Anche in questo caso si tratta di un luogo assolutamente suggestivo, soprattutto di sera o all'alba, immerso nella spessa nebbia dell'inverno.
Piperno nacque a Benevento e in città morì intorno al 1642.
Medico insigne, conseguì la carica di protomedico anche grazie ad una particolare predisposizione per la riflessione filosofica, materia al cui insegnamento, insieme a quello della medicina, si dedicò nella apprezzata scuola privata da lui fondata in città.
Fu inoltre consigliere di molti prelati che governarono Benevento.
La spiccata passione per la magia e per leggende che in città circolavano da tempo immemorabile venne, all'insigne medico, non solo da un interesse meramente intellettuale —ai tempi filosofia e magia, pensiero e scienza occulta non erano poi così nettamente disgiunti— ma anche e soprattutto da una esperienza personale: egli stesso riferisce di aver assistito in una notte di luna, nei pressi del fiume Sabato, a strani riti e danze intorno ad un albero.
Il De nuce maga —al quale poi Piperno antepose una sorta di sinossi in volgare epurata dei particolari più morbosi, menzionati solo nella lingua dei dotti— pur proponendo un verosimilmente indebito accostamento tra la leggenda della streghe e i culti, di origine longobarda, legati agli alberi possiede sicuramente il merito di aver dato forma unitaria a quanto tramandato fino ad allora in forma sparsa.
Caratteristica assolutamente interessante del volumetto è la netta divisione del mondo cittadino da quello contadino al quale unicamente il fenomeno della magia e dei riti sabbatici era, agli occhi del medico, confinato.
La evidente misoginia —per Piperno le donne, ben più che gli uomini, sarebbero inclini alla crudeltà e agli inganni del demonio e, dunque, alla magia— risponde ai consueti canoni della produzione del secolo.
Non è dato, purtroppo, sapere cosa pensassero del volumetto e del suo autore i barbieri dell'epoca!
Collaboratori del Piperno nell'applicare salassi e sanguisughe, com'era usuale all'epoca, arrivarono a sollevare, il 20 ottobre del 1639, una rumorosa protesta contro il medico, colpevole, a loro dire, di sottoporli a continui ed estenuanti esami al fine di assicurarsi della loro preparazione.
Membro nel 1635 della gran giurisdizione di Santa Sofia —nello stesso anno compose il trattato De magicis affectibus— fu autore di diversi epigrammi latini e di un opuscolo, Petrae Petri Piperni... Antepetrae, del 1642, nel quale compendiò il racconto della lunga storia e delle mitiche origini della sua città.


Diomede

Ogni regola ha le sue eccezioni.
Ragion per cui, dovuta eccezione al racconto delle vicende dei protagonisti della storia della città è il "ritratto" di Diomede, mitico fondatore di Benevento — recentemente riportato alla memoria dalla proposta di intitolare a lui il rinnovato antistadio cittadino.
Uno stretto e caratteristico vicolo del centro storico, a due passi da piazzetta Sabariani e dalla vecchia chiesa di S. Teresa, porta, in città, il nome di Diomede.
La storia dell’eroe acheo è una storia assolutamente affascinante.
Il padre, Tideo, infatti, era figlio di Arnis, il più potente tra i Titani, e di Alimede, la più bella tra le Nereidi, immortali fanciulle figlie del re dei Mari, Nereo.
Diomede, figlio di Tideo e Deipile, ereditò, così come gli 11 fratelli, la straordinaria forza e la leggendaria longevità dei genitori — sembra che abbiano vissuto assieme 700 anni!
Ebbe, dunque, tutto il tempo di essere, nella prima parte della sua vita, nobile e forte guerriero e, poi, in seguito, veicolo di civiltà nel corso della sua "vita italica".
Nato in esilio vide ben presto la morte del genitore, perito sotto le mura di Tebe nel tentativo di riconquistare il trono usurpato di Argo.
Trascorse la sua giovinezza insieme ai figli degli altri sei comandanti morti a Tebe come il padre e con loro si addentrò nei segreti dell’arte della guerra — insieme divennero i sette Epigoni, i sette discendenti dei comandanti morti che mossero contro Tebe una nuova, vittoriosa guerra.
Diomede fece dunque ritorno ad Argo, dove sposò Egialea, figlia del re morto durante la seconda guerra conto Tebe.
Presto, però, dovette lasciarla per una nuova guerra: la guerra di Troia.
Furono molte, come ricorda Omero, le gesta eroiche compiute in battaglia da Diomede.
Sicuramente memorabile e, allo stesso tempo foriero di conseguenze per il futuro, fu il duello con Enea.
Quasi sconfitto, quest’ultimo venne infatti salvato dall’intervento della dea Afrodite, sua madre.
Senza paura, allora, Diomede ferì la dea che pregò a sua volta Ares di intervenire in aiuto dell’adorato figlio.
Persino Ares però venne messo in fuga dall’eroe acheo.
Fu Apollo, allora, ad intervenire apostrofandolo con queste parole: "Tu, mortale, non tentare il confronto con gli dei!".
Diomede, a tali parole, placò la sua ira, facendo mostra di un animo nobile dietro la fredda virtù del guerriero.
Qualità, la nobiltà d’animo, che anche l’Iliade mette in luce in uno dei suoi passi più celebri: resosi conto dell’antico vincolo di amicizia che legava la propria famiglia a quella di Glauco, principe di Lidia, con il quale stava per incrociare la spada, Diomede gettò l’arma e subito strinse la mano del nemico.
Con Ulisse rubò il Palladio, la statua da cui dipendevano le sorti della città di Troia ed uccise nel sonno, all’interno del suo stesso accampamento, il re tracio Reso.
Caduta Troia, fu il primo degli achei a tornare in patria. Ma solo perché aiutato dalla dea Afrodite che, non dimentica dell’antica offesa, aveva intravisto nel ritorno in patria una via per l’attesa vendetta.
La dea aveva infatti cancellato dalla memoria di Egialea e di tutti gli altri abitanti dell’isola il ricordo dell’eroe.
Diomede decise allora di salpare alla volta dell’Italia.
Portò con se ed insegnò, nei porti dove si fermò, l’arte di navigare e l’arte di addomesticare cavalli.
Si diffuse in tal modo in numerosi luoghi il culto dell’eroe andando a sovrapporsi al culto del Signore degli Animali, una antica divinità italica dei boschi.
Ottenuto il perdono di Afrodite, Diomede si stabilì nella penisola, sposando Evippe, figlia del re dei Dauni — così chiamati dal nome del re, Dauno, figlio di Licaone — donatagli in sposa per l’alto valore militare dimostrato nella guerra dei Dauni contro i Messapi conclusasi vittoriosamente proprio grazie all’appoggio del nobile acheo.
Dalle Insulae Diomedee, le attuali Tremiti, l’eroe sbarcò nel Gargano dando così vita a quella lunga serie di città — Andria, Brindisi, Canosa, Venafro, Venosa, Siponto — che, come Benevento, sembra debbano all’eroe la propria nascita.
L’isola di S. Nicola, una delle Tremiti, fu il suo luogo di sepoltura.
I suoi compagni furono trasformati da Afrodite in uccelli marini, le diomedee, affinché avessero cura di non lasciare mai asciutta la sepoltura.
Fu venerato come benefattore ad Ancona, dove si ha notizia di un tempio a lui dedicato, ma anche a Pola, a Lucera e in numerose altre città.
A testimoniare la fondazione mitica della città di Benevento è spesso chiamata in causa una moneta del IV secolo a. C. che reca impressa la scritta Malies — che attraverso successive trasformazioni in Maloenta, Maloenton, Maloentum, porta al Maleventum che i Romani mutarono nel beneaugurante Benevento dopo la vittoria riportata su Pirro nel 275 a. C. —e l’effige di un cavallo, simbolo di Diomede.
È degno di nota, comunque, il fatto che, come testimonia lo stemma della città, Benevento abbia ricevuto in dono da Diomede i denti del cinghiale Caledonio, ucciso dallo zio dell’eroe, Meleagro, in una famosa caccia che gli era costata la vita.


Paolo Emilio Papiniano

Non è sempre necessario avventurarsi nel dedalo di vicoli e piccole piazze del centro storico per ritrovare importanti testimonianze del passato della città.
È il caso del celebre obelisco —oggi "impacchettato" per lavori di restauro— appartenente, sembra, al Tempio isiaco fatto costruire (o ricostruire) in città dall'imperatore Domiziano nell'88 d.C. grazie ai cui geroglifici sappiamo che Iside era, tra l'altro, "Signora di Benevento".
Obelisco che fa bella mostra di sé, quasi di fronte al Palazzo Paolo V, nella piccola piazzetta dedicata a Paolo Emilio Papiniano — al quale è inoltre dedicata quella strada, l'antico Vico a Porta Rettore, che alle spalle della chiesa di S. Francesco, in piazza Dogana, collega via Damaso a via Landolfo della Greca.
Nato, secondo alcuni, ad Emesa, in Siria, nel II secolo d.C. —nel capoluogo sannita avrebbe solamente posseduto estese proprietà—, il celebre giurista romano nacque, in realtà, a Benevento nel 177 d.C., come egli stesso afferma nella L. 57 Dig. XXXVI tit. I.
Ricordato dai giuristi Spartiano e Lampidio, venne definito da Teofilo il più autorevole tra tutti i giuristi della tradizione.
Nel proemio del Digesto, Giustiniano ricorda quanto a lungo durò l'autorevolezza di Papiniano (definito "sublime, di tutti il più eccellente") sebbene alcune sue teorie potessero essere considerate superate già dai suoi contemporanei.
Addirittura San Girolamo gli assegna, nel campo del diritto civile, la stessa autorità che San Paolo possiede nel campo del sacro.
Ricoprì, inoltre, la carica di assessore al Praefectus Praetorio sotto l'imperatore Marco Aurelio e fu dapprima Magister Libellorum e poi Praefectus Praetorio sotto Settimio Severo —suo vecchio compagno di scuoladal 203 fino alla morte dell'imperatore, del quale influenzò non poco la politica nel campo del diritto.
Fu un autore a dir poco prolifico.
Scrisse 37 libri di Quaestiones in questo periodo e 19 libri di Responsa al tempo di Caracalla.
Fu inoltre autore di due libri di Definitiones ed altri testi sul diritto municipale e l'adulterio.
Ad ulteriore conferma dell'autorevolezza di Papiniano, nel testo del I libro del Codex di Teodosio II, del 438d.C. , al titolo IV (De responsis prudentium), Papiniano figura come una delle cinque autorità (assieme a Paolo, Ulpiano, Modestino e Gaio) alle quali è necessario attenersi nella stesura delle decisioni.
Era inoltre prescritto che, nella parità di giudizi, la dottrina di Papiniano avrebbe prevalso sulle altre.
Il nobile giurista di origini beneventane morì in una sanguinosa strage ordinata da Caracalla contro i seguaci del fratello Geta —entrambi i principi erano stati raccomandati al giurista dal padre, Settimio Severo, sul letto di morte.
Venne eliminato, a quanto pare, più per la scomodità dell'alto valore morale della sua dottrina che per il rifiuto di giustificare l'imperatore per il fratricidio.


Felice Fimbrio

L'antico rione Triggio è certamente uno dei luoghi più suggestivi della città di Benevento.
Nato in seguito all'ampliamento della cinta muraria voluto da Arechi II e inizialmente denominato Civitas Nova, il quartiere fu caratterizzato sin dall'inizio da una fervente attività artigianale e manifatturiera — l'esistenza di fornaci per la calce (calcare) e lo stesso nome di porta delle Calcare (solo in seguito chiamata Port'Arsa) testimoniano dell'importanza della produzione di materiale edilizio che andava ad affiancare l'industria molitoria e quella della lana e della cimatura delle stoffe che si avvalevano dei medesimi impianti.
Proprio nel cuore del rione si trova oggi una via, una volta nota come vico case nuove, che porta il nome di uno dei tre beneventani ascesi al soglio pontificio.
Via Felice Fimbrio è quella strada che da via Carlo Torre conduce alla vicina via Giovan Battista Bosco Lucarelli.
Felice, figlio del virtuoso Castorio, appartenente alla famiglia patrizia dei Fimbri, nacque a Benevento — è ignota la data di nascita.
Il periodo è comunque uno dei più oscuri della storia cittadina e dell'intera penisola: la paralisi della elefantiaca amministrazione dell'Impero Romano d'occidente, le scorrerie e gli stanziamenti di nuove popolazioni, il decremento demografico e infine la sanguinosa guerra greco-gotica lasceranno segni profondi e duraturi.
Incarcerato e condotto a morte papa Giovanni I, Teodorico, il sospettoso re ariano dei Goti, propose il cardinale presbitero Felice Fimbrio alla suprema dignità ecclesiastica.
Clero e laicato, i quali non poterono far altro che assentire alle richieste del potente monarca, lo consacrarono Vescovo di Roma, col nome di Felice IV, il 12 luglio del 526, a ben due mesi di distanza dalla morte del suo predecessore.
Intanto, il 30 agosto dello stesso anno moriva Teodorico, al quale successe il giovanissimo nipote Altarico.
Fu in realtà la madre Amalasunta, per la giovane età del nuovo sovrano, a reggere in questo periodo le sorti del regno.
Figlia di Teodorico, vicina al cristianesimo, fece dono al nuovo pontefice di due antichi edifici situati entro i confini dell'antico Foro Romano.
Sul Tempio a pianta circolare sacro al Divo Romolo, figlio di Massenzio, e sul vicino Templum Sacrae Urbis Felice IV edificò la prima chiesa all'interno dei confini del Foro, chiesa che intitolò a due santi medici, i greci Cosma e Damiano — nel catino absidale della chiesa è possibile ammirare ancora oggi lo splendido mosaico che lo raffigura con pianeta gialla, dalmatica azzurra e pallio disseminato di croci.
Il pontificato di Felice IV fu contrassegnato dalla lotta al Semipelagianesimo, eresia sulla natura della Grazia Divina diffusasi in alcune regioni della Gallia.
Il papa beneventano inviò ai vescovi una serie di Capitula, fedeli alla speculazione agostiniana, sulla questione della grazia e del libero arbitrio pubblicati nel 529 come canoni dal Sinodo di Orange.
Roma intanto era sconvolta da violenti contrasti tra il partito goto e il partito bizantino.
È facile comprendere, dunque, quanto profondamente tali circostanze abbiano inciso sul pontificato di Felice IV, al quale è spesso rivolta l'accusa di aver approfittato del suo credito presso la corte per favorire gli interessi della Chiesa di Roma tralasciando le vere funzioni del suo ufficio.
Preoccupato per la situazione, Felice IV si ammalò nel 530.
Intendendo assicurare alla città un ulteriore periodo di pace, dinanzi alla folla, appose il pallio sulle spalle dell'arcidiacono Bonifacio, nominandolo suo successore — fatto mai accaduto in precedenza nella storia della Chiesa.
Alla cerimonia fece seguito l'affissione, in tutte le chiese di Roma, di uno scritto, firmato dal pontefice, che annunciava l'avvenuta successione.
Morì, il 22 settembre 530 — fu sepolto dapprima sotto il pavimento di S. Pietro in Vaticano, poi spostato nel poliandro —, dopo soli quattro anni di pontificato.
Proclamato santo è festeggiato il 12 ottobre.


Dacomario

Passeggiando lungo via Carlo Torre, lateralmente al Duomo di Benevento, la prima strada che si incontra per passare alla parallela via S. Gaetano è, in realtà, poco più che una passerella.
Nuova dignità però sembrerebbero prometterle i lavori di recupero dell'antistante complesso che si estende fino al vicino arco del Sacramento.
Nonostante l'assenza di studi attenti e meticolosi, sembra possa trattarsi, con ogni probabilità, del palazzo, con annessa torre difensiva, che Dacomario, primo rettore della città di Benevento assieme a Stefano Sculdascio, eresse alla morte di quest'ultimo.
E proprio al primo dei rettori è intitolata tale strada, detta una volta vico Palazzo Pinto.
Nato a Benevento nell'XI secolo, Dacomario fu uno dei protagonisti della storia della città all'indomani della morte di Landolfo VI, ultimo principe longobardo.
La città era divisa a quel tempo tra i fautori del pontefice e i sostenitori, sia pure meno numerosi, di Roberto il Guiscardo il quale, cercando di volgere a suo favore la morte del principe, pose l'assedio alla città di Benevento.
Cinque mesi dopo, grazie anche al determinante aiuto portato da Giordano di Capua, il Guiscardo tolse l'assedio.
Fu papa Gregorio VII, nel concilio del Laterano, il 3 marzo del 1078, ad affidare a Dacomario ed a Stefano Sculdascio, che avevano guidato la resistenza all'assedio, il governo della civitas, pronunciando al contempo la scomunica contro i Normanni che avevano osato assediarla — l'accordo, che sanciva il definitivo passaggio di Benevento allo stato pontificio, firmato da Roberto il Guiscardo e da papa Grgorio VII, è del 20 giugno 1080.
Scelti tra i notabili della città, in seno al gruppo dei maggiorenti di corte che, nonostante l'origine longobarda —attestata innanzitutto dai nomi— e il forte senso della stirpe, del sangue, della fara, avevano evidentemente maturato una chiara posizione filopontificia, i due rettori non rappresentarono una scelta semplicemente imposta, quanto, piuttosto, una diretta espressione del volere cittadino, sancito poi dalla somma autorità pontificia.
Di questo prodromico ordinamento "comunale" è testimonianza la Carta di Stefano Sculdascio, un atto pubblico datato 25 agosto 1082.
Si tratta di una petizione dell'abate di S. Sofia diretta ad ottenere una publica platea per il monastero.
Non sembra comunque possibile assegnare, ad uno dei due rettori, una sorta di primato sull'altro. Appare invece assai probabile che, come i consoli romani, i due si alternassero nell'esercizio del potere e la parte, per così dire, attiva, avesse cura di ottenere, nelle questioni di straordinaria amministrazione, l'assenso dell'altro.
Il fatto stesso che Dacomario risulti anch'egli destinatario delle richieste dei firmatari sembrerebbe avvalorare tale ipotesi.
Al di là della concessione al monastero di S. Sofia, ciò che nella vicenda riferita dal documento appare di fondamentale importanza sono le procedure adottate.
Alla decisione dei due rettori condusse infatti la consultazione di omnes astantium civium mentes, di tutti i cittadini interessati (o astanti).
Alla saggia politica interna dei due rettori va aggiunto il costante impegno contro le continue scorrerie dei Normanni.
La morte di Sculdascio lasciò Dacomario unico rettore fino alla morte, avvenuta nel 1097.
Pur non avendo certezze che si tratti del medesimo che resse, come rettore, la città di Benevento, un diploma dell'ultimo principe beneventano, Landolfo VI, riporta la concessione, al cittadino Dacomario, della facoltà di aprire un accesso presso la torre della catena per consentire un più comodo passaggio ai numerosi addetti della fiorente industria molitoria sorta presso le sponde del fiume Sabato.


Sessualdo

La strada che da Corso Dante conduce a via Luca Mazzella e che introduce nel cuore del suggestivo quartiere della Fragola è intitolata all'eroe longobardo Sessualdo.
Non è chiaro se le origini di Sessualdo fossero propriamente beneventane.
Ciò che invece è certo è che il suo sacrificio permise alla città di uscire dall'incubo dell'assedio posto dalle truppe bizantine guidate dall'imperatore Costante II.
Partito da Costantinopoli alla volta di Taranto (663 d. C.) con l'intento di contrastare la presenza longobarda in Italia, Costante II venne avvertito da un indovino della impossibilità di sconfiggere in battaglia il popolo dei Longobardi.
La ragione della loro forza risiedeva, secondo l'indovino interrogato dall'imperatore, nella protezione di S. Giovanni Battista in onore del quale la regina Teodelinda aveva fatto costruire una chiesa nella città di Monza.
Costante mosse comunque guerra ai Longobardi e, dopo aver occupato Lucera ed essersi lasciato alle spalle l'inespugnabile Acerenza, cinse d'assedio Benevento con tutto il suo esercito.
A Romualdo, duca della città, non rimaneva altro da fare che inviare a Pavia il fedele balio Sessualdo per informare il genitore, Grimoaldo, che da poco aveva lasciato il ducato per ricevere, a Pavia, la corona di re.
Appresa la notizia, Grimoaldo cominciò a discendere la penisola col proprio esercito, falcidiato però dalle numerose diserzioni.
Nell'impossibilità di portare un attacco massiccio alle truppe dell'imperatore, il re longobrado optò allora per una serie di sortite rapide e decise decidendo, nel frattempo, di inviare Sessualdo a tranquillizzare il figlio Romualdo e la stremata popolazione beneventana.
È Paolo Diacono, nella sua Historia Langobardorum, a tratteggiare la figura del nobile cavaliere e a descriverne l'estremo sacrificio.
Intercettato dalle truppe greche e interrogato sulla sua provenienza, Sessualdo tentò di spaventare Costante con il racconto dell'imminente arrivo di Grimoaldo alla testa di un forte e ben armato esercito.
La notizia indusse l'imperatore alla decisione di scendere a trattative con Romualdo con l'intento di raggiungere Napoli al più presto.
Nel tentativo di volgere la situazione a suo completo vantaggio però, Costante fece condurre Sessualdo presso le mura della città intimandogli, sotto minaccia di morte, di avvertire gli assediati di non sperare nell'arrivo del re, impegnato altrove in battaglia.
Consapevole di aver ormai perso la propria vita, Sessualdo, appena fu sotto le mura della città, avvertì a gran voce dell'imminente arrivo delle truppe del re, incitando la popolazione a non disperare — "State di buon animo Signor Duca Romualdo, e non vi sgomentate punto, che questa notte il Re, vostro padre, alloggia con l'esercito al fiume Sangro, ma non dubito che gli nemici mi habbiano a torre la vita" furono, sembra, le parole gridate.
All'eroico gesto del cavaliere longobardo l'imperatore bizantino reagì ordinandone l'immediata decapitazione.
La testa di Sessualdo fu allora gettata con una catapulta all'interno della città, precipitando Romualdo, profondamente affezionato all'amico e precettore, nel più profondo sconforto.
Costretto dal nobile gesto patriottico di Sessualdo a togliere immediatamente l'assedio, Costante venne intercettato e duramente impegnato in battaglia lungo il corso del Calore dalle truppe del Gastaldo di Capua.
A nulla valse un estremo tentativo dell'imperatore bizantino, definitivamente sconfitto dall'esercito di Romualdo potenziato dai contingenti paterni.
Pur se fermamente stroncati dalle osservazioni di Benedetto Croce —secondo il quale nulla autorizza a trasporre in Gesualdo il nome di Sessualdo— , alcuni storici, tra cui Scipione Ammirato, Giovanni Antonio Summonte e Alessandro Di Meo, hanno ipotizzato che la donazione di una rocca, da parte del Duca di Benevento, agli eredi dell'eroe abbia dato vita al paese irpino di Gesualdo.


Anzone

Lasciando corso Dante e addentrandosi nel rione della Fragola lungo via Sessualdo, la prima traversa a sinistra, che collega la via dedicata all'eroe longobardo alla poco distante piazza S. Donato, è una piccola strada dedicata ad Anzone, figlio di quel Dacomario che, assieme a Stefano Sculdascio, fu il primo dei rettori pontifici della città di Benevento.
Uscito di scena Sculdascio (non è noto se sia stato rimosso o sia morto), Dacomario ebbe campo libero per una più o meno palese trasformazione del rettorato in una sorta di signoria assoluta, come sembrerebbe suggerire l'uso del titolo di praesides, invece di quello di rettore, all'interno di un documento che i figli inviarono all'abbazia di Montecassino — la mancanza di una vera e propria certezza è data dal fatto che il titolo di praesides o praeses indica, propriamente, così come quello di rector, un funzionario.
Tant'è che, alla sua morte, l'ambizioso figlio maggiore Anzone immediatamente assunse l'ufficio di governatore senza che alcuna obiezione venisse sollevata.
Investito poi de dominio Beneventi da papa Urbano II, si intitolò principe alla sua morte associando al potere, come "co-reggente", il figlio Giovanni —secondo il costume dei vecchi principi longobardi— con l'evidente intento di rafforzare la linea dinastica.
Le Memorie del cardinale Stefano Borgia offrono la possibilità di comprendere, attraverso la ricostruzione della vicenda che tra il 1098 e il 1100 vide contrapposte le due abbazie di Montecassino e di S. Sofia, quale fosse il ruolo di Anzone nel complesso gioco di poteri che coinvolgeva, al tempo, la città di Benevento.
La nomina, nel 1058, del potente Desiderio ad abate di Montecassino aveva dato nuovo impulso alle pretese della potente abbazia su quella S. Sofia la quale però, già dal 940, non era più sottoposta all'autorità cassinese nonostante i documenti pontifici, trascrivendo formulari del IX secolo, continuassero ad annoverarla tra le sue dipendenze.
Alla ricerca di sostegno alle tesi cassinesi, il dotto archivista Leone Marsicano venne incaricato di redigere una Breviatio de monasterio S.Sophiae da sottoporre all'attenzione di Urbano II.
Il suggerimento del papa di dirimere pubblicamente la questione nell'ambito di un sinodo convocato nella città di Bari rimase, però, solo un "suggerimento", proprio per l'atteggiamento del dominus civitate, Anzone, il quale, di fatto, impedì la raccolta delle informazioni necessarie.
La decisione di spostare la discussione da Bari a Benevento sembrerebbe, così, indicativa dell'effettivo riconoscimento del potere signorile di Anzone sulla città da parte di Urbano II.
Evidentemente differente fu, invece, l'atteggiamento del nuovo pontefice, Pasquale II, al quale si presentava, dunque, non più il Beneventanorum dominus, ma un vero e proprio principe dei beneventani —come attestano documenti privati beneventani del 1100, datati con il secondo anno del suo principato.
Pasquale II mostrò immediatamente di non voler intrattenere alcun rapporto con l'autoproclamatosi sovrano: nell'estate del 1100, nel corso del primo viaggio verso sud, aggirò la città.
In ottobre poi, al sinodo di Melfi, interdisse la città di Benevento.
La "dichiarazione di guerra" si concretizzò, solo un anno più tardi, nell'assedio di Benevento da parte delle truppe normanne del duca Ruggero, figlio e successore di Roberto il Guiscardo.
Anzone e i fratelli furono costretti alla fuga e il papa ebbe modo di entrare trionfalmente in città per ristabilire la propria signoria.
Dopo alcuni anni, la confisca dei beni venne revocata e la famiglia, rientrata nelle grazie della Chiesa, fece ritorno a Benevento.
Dal marzo del 1113, anno della nomina di Landolfo della Greca a contestabile della città da parte di Pasquale II, non si hanno più notizie riguardanti Anzone.


Carlo Torre

Che passeggiare tra le strade del centro storico di Benevento dia non solo la possibilità di spostarsi nello spazio ma anche e soprattutto quella di poter passeggiare attraverso le tante epoche attraversate dalla città è ancora più vero nel caso di quella lunga strada, un tempo via Chianche vecchie e, prima ancora, via Sagramento, che, a lato del Duomo, conduce fin nel cuore dell'antico quartiere Triggio, proprio nei pressi del teatro romano.
Probabilmente cardo principale della città romana, caratterizzata dalla presenza dell'arco del Sacramento — risalente all'epoca di Adriano ma giunto a noi privo dei rivestimenti marmorei e delle statue che lo adornavano, dopo aver avuto, in epoca longobarda, funzione di porta urbica — e da resti attribuibili ad un complesso termale riportati alla luce dopo la seconda guerra mondiale, la strada è oggi intitolata al primo presidente della provincia beneventana, il senatore Carlo Torre.
Nato a Benevento il 19 agosto 1812, membro della nobile famiglia dei Torre, Carlo, figlio di Giovanni, capo della Milizia civica, sin da giovane venne educato dal padre e dal fratello maggiore Federico a sentimenti di libertà.
Terminati gli studi di legge nel vicino ateneo napoletano, il ritorno alla propria città fu il ritorno ad una realtà profondamente segnata dalla miseria e dalla sfiducia, ad un territorio stretto tra il governo di un Delegato Apostolico, comunque espressione di una sovranità lontana che nella città aveva piuttosto solo una pedina sull'importante scacchiere meridionale, e l'ostilità, non sempre nascosta, del vicino Regno.
Un'accorta disamina delle ragioni dell'estrema povertà della propria terra fu l'opuscolo Su i bisogni della Provincia Beneventana che Carlo Torre pubblicò nel 1847.
Divenuto capitano di una delle tre compagnie della guardia civica — creata da Pio IX ed in seguito definita "ultra democratica" dalla polizia borbonica —, si adoperò a favore di alcune misure tese a mitigare l'estrema miseria della popolazione. Convinto assertore della necessità di guadagnare all'istituzione comunale una piena autonomia decisionale, ritenne "suo decoro" dimettersi nel momento in cui divenne sufficientemente chiara l'impossibilità di introdurre alcuna riforma o innovazione e di sottrarre in tal modo le deliberazioni dell'organo cittadino al rigido controllo del Delegato Apostolico.
La caduta della Repubblica Romana e la restaurazione del governo pontificio portarono non solo alla destituzione di Carlo Torre dai suoi incarichi pubblici ma, soprattutto, a rigide misure di controllo da parte della polizia borbonica. Gli anni che seguirono lo videro impegnato in una più cauta propaganda liberale per il partito dell'Ordine di unità nazionale e monarchica. Scrisse, proprio in quegli anni, il Programma di un corso di scienze politiche, che vide però la luce solo nel 1860.
Nello stesso anno, il 25 settembre, Carlo Torre, che poco più tardi entrò pacificamente in città per assumere la carica, venne nominato governatore da Garibaldi.
Tale nomina, scontentando i sostenitori del Rampone — i quali pure si erano adoperati per la liberazione della città — rese chiara la volontà di favorire gli orientamenti politici più moderati.
A complicare una situazione caratterizzato dalla forte opposizione al nuovo regime da parte del clero e di molti notabili si aggiungeva l'intensificarsi di un fenomeno, quello del brigantaggio, che dalla persistente situazione di disagio economico traeva la sua linfa vitale e del quale Torre ritenne opportuno informare il Segretario Generale di Polizia, Silvio Spaventa.
Fattori, questi, che comunque non impedirono all'abile politico di portare avanti, nonostante l'avversione delle provincie vicine, la definizione dei limiti circoscrizionali della nuova provincia di Benevento.
Trasferito dapprima a Lecce e poi a Cagliari, nelle quali legò il suo nome ad importanti innovazioni in campo sociale, approdò poi ad Ancona dove si trovò a fronteggiare una gravissima epidemia di colera ed infine a Milano.
Nominato senatore nel 1865 volle poi tornare a Benevento dove morì il 29 marzo del 1869.


Stefano Borgia

Solo in due occasioni, finora, i "ritratti beneventani" si sono discostati dal canone della "nascita sannita".
Al ritratto di Diomede, mitico fondatore della città, e a quello di Sessualdo, l'eroe longobardo decapitato per aver ridato speranza alla città assediata dalle truppe bizantine dell'imperatore Costante II, si aggiunge ora il ritratto di Stefano Borgia, alle cui preziose Memorie si deve la possibilità di comprendere la vicenda che vide contrapposte, tra il 1098 e il 1100, l'abbazia di Montecassino e quella di Santa Sofia — e il ruolo che in essa giocò Anzone, figlio di Dacomario.
Chiamata una volta via S. Salvatore, la strada dedicata al noto cardinale, beneventano per volere dei beneventani, è quella strada che, alle spalle del Palazzo del Governo e del (ancora "attivo"?) museo di arte contemporanea, congiunge via Annunziata a via Umberto I.
Imparentato alla lontana con i più famosi Borgia, Stefano nacque a Velletri il 3 dicembre 1731.
Compì i primi studi sotto la guida dello zio Alessandro, arcivescovo di Fermo, mostrando particolare interesse per le testimonianze di antiche civiltà, tanto che, ad appena diciannove anni, fu introdotto nell'Accademia Etrusca di Cortona.
Ancora giovanissimo, a soli ventisette anni, fu nominato Protonotario apostolico e referendario da papa Benedetto XIV, la cui memoria il Consiglio della città di Benevento onorò su suo suggerimento — da papa Benedetto XIV la città aveva ricevuto, nel 1753, con l'appalto della Dogana Pontificia, un non trascurabile apporto alle proprie finanze e commerci.
Governatore della città dal 1759 al 1764, oltre ad occuparsi della repressione del brigantaggio, fu particolarmente attivo nella salvaguardia dei ceti più deboli della popolazione, soprattutto in occasione della carestia, e della conseguente epidemia, che, proprio verso la fine del suo incarico, devastò Benevento.
Ascritto, in tale occasione, al ceto patrizio, venne definito salvatore della città in una lapide apposta nel cortile del palazzo Magistrale.
Fu negli "anni beneventani" che il governatore compose non solo la Breve istoria del dominio temporale della Sede Apostolica nelle Due Sicilie e la Difesa delle ragioni della S. Sede circa la sovranità del Reame di Napoli, testi che ne fanno uno degli ultimi oppositori dell'anticurialismo regalista del Settecento, ma anche e, soprattutto, quelle preziose Memorie istoriche della pontificia città di Benevento dal secolo VIII al secolo XVIII divise in tre parti, raccolte ed illustrate da Stefano Borgia Referendario dell'una e l'altra Segnatura, Protonotario apostolico, governatore della medesima, pubblicate a Roma tra il 1763 ed il 1769, per le quali lungo tempo dedicò allo studio dei documenti conservati negli archivi locali.
È proprio il Borgia a riferire del primo Concilio "beneventano", tenuto da papa Niccolò II, nel 1059, nella chiesa di S. Pietro o della campana scarana, utilizzata per convocare i pubblici Consigli.
Ed è sempre agli studi del Borgia che si deve l'elenco completo delle otto porte della città — Somma, Aurea, Rufina, S. Lorenzo, Nova, Gloriosa, Fogliarosa e Viscarda.
Anche le leggende legate alla figura di S. Barbato, ai riti sabbatici delle streghe e a quelli pagani dei longobardi, furono, per il governatore, oggetto di vivo interesse.
Di particolare pregio sono poi le illustrazioni contenute nel testo, tratte dai disegni del beneventano Liborio Pizzella.
Nominato segretario della Congregazione delle Indulgenze e poi segretario di Propaganda Fide — ruolo che gli permise di accumulare, grazie all'aiuto dei missionari, numerosi reperti etruschi, egizi, greci, romani, arabi indiani, ma anche oggetti liturgici ed eccezionali testimonianze dal Nuovo Mondo e di farne una delle più singolari collezioni private, ammirata anche dal poeta tedesco Goethe nel corso del suo Viaggio in Italia del 1787 — divenne, nel 1789, cardinale prete di S. Clemente e, qualche anno dopo, camerlengo.
Fu in occasione della nomina a cardinale che, ancora una volta, la città di Benevento volle attestargli la propria riconoscenza aggiungendo alla qualità di patrizio attribuitagli anni addietro, quella di concittadino — in aggiunta alla donazione di 1500 scudi.
Messo agli arresti dall'esercito francese in occasione della proclamazione della I Repubblica Romana, fu rilasciato poco dopo.
Partecipò, nel 1800, al conclave veneziano che elesse papa Pio VII.
Con questi tornò poi a Roma, assistendolo nella riorganizzazione dello Stato Pontificio all'indomani dell'occupazione militare.
Nominato Rettore del Collegio Romano, il cardinale Stefano Borgia morì a Lione, il 24 novembre 1804, nel corso del viaggio alla volta di Parigi compiuto da Pio VII per incoronare imperatore Napoleone.
Cominciata da Clemente Erminio Borgia (1640-1711) come raccolta delle antichità del proprio territorio e proseguita da Alessandro (1682-1764), Arcivescovo di Fermo, la preziosa collezione, enormemente ampliata da Stefano, venne venduta, nel 1816, al re di Napoli, Ferdinando I di Borbone, dal nipote, il giacobino Camillo Borgia.


Bartolomeo Pacca

Chi oggi cercasse, a Benevento, la piazza intitolata a Bartolomeo Pacca avrebbe non pochi problemi a trovarla. Non certo per le dimensioni, visto che non si tratta di una delle tante piccole piazze della città, né per la posizione, vista la sua centralità.
E nemmeno per il fatto che tale piazza è nota, alla maggior parte dei beneventani, come piazza S. Maria ma, più semplicemente, per il fatto che la grande piazza che costeggia corso Dante è oggi nulla più che un grande parcheggio nel cuore della città.
Nato a Benevento il 25 dicembre 1756 da una antica e nobile famiglia beneventana, Bartolomeo Pacca fu educato al Collegio dei Gesuiti a Napoli prima di trasferirsi nel romano Collegio Clementino dei padri Somaschi dove si mostrò particolarmente brillante nello studio della storia e delle lettere. Compì, in seguito, studi giuridici, teologici e filosofici presso quella Accademia dei Nobili ecclesiastici che era poi la scuola di formazione diplomatica della Santa Sede.
Ancora giovanissimo, ma già in possesso di una vasta cultura, fu ammesso nell'Arcadia.
Altrettanto presto iniziò la carriera prelatizia: fu Pio VI, il 17 giugno 1785, a nominarlo arcivescovo di Damiata e nunzio apostolico a Colonia.
Gli importanti incarichi portati a compimento e le capacità diplomatiche dimostrate valsero a Bartolomeo Pacca la nomina a nunzio straordinario presso re Luigi XVI a Parigi — lo scoppio della rivoluzione impedì lo svolgimento della missione.
Nel 1795 ebbe l'incarico, come nunzio apostolico a Lisbona, di presentare le fasce per il neonato erede al trono portoghese.
Ricevuta la porpora cardinalizia dall'appena eletto Pio VII mentre era ancora in Portogallo, tornò a Roma e qui visse un lungo periodo di riposo, fino alla nomina, nel 1808, a prosegretario di Stato.
Deportato, assieme al pontefice, presso Grenoble all'indomani dell'assalto francese al Quirinale — fu Bartolomeo Pacca a pubblicare la bolla di scomunica — fu presto trasferito nella prigione di Forte S. Carlo a Fenestrelle, nella quale rimase segregato per tre lunghi anni.
Pubblicò più tardi Memorie delle missioni in Germania e Portogallo, del viaggio francese e della prigionia.
Riacquistata la libertà nel 1813, grazie all'accordo di Fontainebleu, il cardinale, ritenuto da Napoleone autore della scomunica del 1809, venne nuovamente fatto prigioniero e deportato ad Usez, cittadina della Francia meridionale.
Solo l'esilio di Napoleone restituì al Pacca la libertà.
Tornò allora a Roma, riprendendo la carica di Prosegretario, finché il ritorno in Francia di Napoleone e l'occupazione militare francese dello Stato pontifico non lo costrinsero a seguire Pio VII a Genova.
Nominato poi Camerlengo di Santa Romana Chiesa e Pro-datario, non dimenticò la sua amata città battendosi affinché, tolta dalle mani di Murat, potesse tornare allo Stato pontificio.
E fu proprio con la caduta di Murat che, assieme al pontefice, tornò a Roma.
Eletto vescovo di Frascati e poi di Porto e di S. Rufina, divenne, in seguito, membro della Congregazione del S. Uffizio e di quella del cerimoniale, presidente del Consiglio Supremo della Camera Apostolica e poi ancora decano del Sacro Collegio e reggente della diocesi di Ostia e Velletri.
Uomo coltissimo —parlava, oltre all'italiano e al latino, il francese, l'inglese, il tedesco, lo spagnolo ed il portoghese—, inserito nelle più note Accademie del tempo, nonostante un atteggiamento ostile verso tutto quanto era frutto dell'era napoleonica — atteggiamento che lo portò ad opporsi alla realizzazione della pubblica illuminazione —, legò il suo nome ad un editto per la tutela dei beni monumentali ed archeologici che conteneva, in nuce, tutti i principi fondamentali della attuale legislazione in materia: l'appartenenza allo Stato del sottosuolo archeologico, il divieto di esportare da un dato territorio le testimonianze più significative dell'arte figurativa e il principio della catalogazione dell'intero patrimonio culturale.
L'editto, mantenuto in vigore fino all'emanazione di una legge nazionale grazie alla decisione delle Corti di Cassazione dello Stato Unitario di Torino, Firenze, Roma, Napoli e Palermo, sanciva, in sostanza, la necessità di tutelare il patrimonio culturale ovunque e comunque, sia che appartenesse allo stato, sia che appartenesse ad un privato cittadino o ad una parrocchia.
Senza la minima preoccupazione per il volere dei legittimi proprietari, l'editto allora avvertito come assolutamente illiberale ebbe il merito di impedire che alcune delle più importanti collezioni romane come quelle dei Doria-Pamphili, dei Rospigliosi-Pallavicini e dei Colonna venissero rimaneggiate o del tutto smembrate.
Promotore degli scavi di Ostia e artefice del rinvenimento degli affreschi di Raffaello nella chiesa romana della Pace, si occupò anche di riordinare la Dogana Pontificia e di offrire protezione all'Accademia di S. Luca a Roma.
Morì a Roma, all'età di 88 anni, il 19 aprile 1844.


Federico Torre

Come la piazza dedicata a Bartolomeo Pacca, anche la piazzetta intitolata a Federico Torre è certamente nota a molti, anche se pochi, forse, la ricollegano immediatamente al personaggio di cui porta il nome.
Entrare nell'attuale Basilica di San Bartolomeo —le reliquie del Santo Apostolo furono venerate dapprima in un sacello, adiacente al Duomo, voluto dal principe longobardo Sicardo e poi in una più importante costruzione eretta, poco distante, nel 1122 per volere dell'arcivescovo Landolfo e distrutta dal terremoto del 1702— significa attraversarla.
Federico, figlio di Giovanni (capo della Milizia civica), fratello minore di Carlo (futuro governatore di Benevento), conseguì, alla Sapienza di Roma, la laurea in filosofia e matematica dopo aver mostrato, negli anni di studio in città, particolare predilezione per le materie umanistiche.
Alla prima laurea ne affiancò poi una seconda, in ingegneria, senza mai dimenticare la giovanile passione — pubblicò saggi sull'arte e biografie.
La relativamente più ampia libertà di stampa che caratterizzò il pontificato di Pio IX permise la nascita, nel 1846, del periodico Il contemporaneo: sin dal secondo numero Federico Torre si occupò di una istituzione, quella degli asili infantili, assolutamente trascurata dallo Stato Pontificio fino ad arrivare, nel 1848, all'apertura, nel rione Trastevere, del primo asilo infantile.
La carica di Ufficiale della Guardia Civica lo portò poi a Napoli: da qui diede voce, in numerosi articoli, alla necessità di una lingua "veramente italiana... unico legame, dopo la Religione, che divisi ci unisce".
Alla prima guerra d'Indipendenza Federico Torre prese parte col grado di Tenente d'artiglieria, agli ordini del generale Durando, rimanendo ferito nel tentativo di arginare l'avanzata dell'esercito austriaco sul monte Bérico, presso Vicenza.
Eletto deputato per Benevento nel giugno del 1848 tornò a Roma sedendo, nella "...breve e inonorata vita di quel Consiglio di Deputati", nei banchi della sinistra.
La distanza da quei principi moderati che ne avevano inizialmente ispirato l'azione politica, evidente nella sempre più ferma opposizione al governo presieduto da Pellegrino Rossi, non impedì a Federico Torre di fronteggiare energicamente una folla tumultuante che si apprestava ad adoperare il cannone per aprire un varco nel Quirinale, sede del Papa.
Con la fuga del pontefice e la proclamazione della Repubblica, al Torre, nominato Segretario generale del Ministero delle Armi, fu affidato il compito di organizzare la difesa di Roma.
La resa e l'onta dell'irruzione dell'esercito francese nell'aula dell'Assemblea Costituente precedettero la dura esperienza dell'esilio — la concessione dell'amnistia da parte del pontefice non si estese ai membri del governo rivoluzionario.
Malta —dove incontrò Crispi—, la Grecia e Genova — dove iniziò la redazione delle sue Memorie storiche sull'intervento francese a Roma nel 1849 — furono le tappe di un esilio che lo portò infine a Torino dove, a causa di gravi ristrettezze economiche, fu costretto ad accettare l'incarico di "direttore di disciplina" in un convitto.
L'amarezza di tali esperienze non scalfì in nessun modo il forte carattere del Torre: inascoltato rimase, infatti, il desiderio del padre che lo invitava a chiedere la grazia.
A Torino diede alle stampe, assieme a Luigi Della Noce, un Vocabolario latino e poi un Dizionario della lingua italiana, portato a termine dal Tommaseo.
Alla seconda guerra d'Indipendenza il Torre partecipò come volontario col grado di Maggiore dell'esercito piemontese; si occupò poi dell'organizzazione di una divisione di volontari nell'insorta Toscana, divenendone poi Capo di Stato Maggiore.
Chiamato agli inizi del 1860 alla Direzione di Artiglieria e Genio dal Ministro della Guerra Fanti, gli venne affidato il non facile compito di riorganizzare le strutture dell'esercito: le sue Relazioni sulla Leva e Truppa ricevettero significativi apprezzamenti da noti generali dell'epoca.
Con l'unità d'Italia e la nascita delle provincie, Federico Torre venne eletto, il 27 gennaio 1861, Deputato al Parlamento nazionale per la Provincia di Benevento — Carlo, il fratello maggiore, ne era allora Governatore.
Scrisse, per l'occasione, una lettera indirizzata al Ministro degli Interni — Della circoscrizione della Provincia di Benevento — pubblicata, nel 1921, da Antonio Mellusi con il titolo Un manoscritto di Federico Torre.
Il sopravvento della sinistra e l'ostilità del ministro Nicotera furono le cause della sua mancata rielezione a deputato nelle elezioni del 1876.
Rieletto alla Camera cinque anni dopo divenne, nel 1884, Senatore del Regno.
Sin dai tempi dell'esilio in Piemonte, Federico Torre aveva dato inizio ad una raccolta di autografi, incunaboli e libri sulla sua terra che, insieme a numerosi altri volumi — oltre duemila —, donò alla pubblica biblioteca arcivescovile di Benevento.
Morì, a Roma, il 6 dicembre 1862.
Il 29 ottobre del 1950 la città eresse un busto, commissionato allo scultore Michelangelo Parlato, a sua memoria.


Francesco Pacca

"Ma in una non ignobile né oscura città qual'è Benevento, che conta nella serie de' suoi arcivescovi e pastori vari porporati insigni, ed è stata più volte onorata dalla presenza di sommi pontefici, non vi era una pubblica biblioteca. Appena eletto monsignor Pacca arcivescovo volse il pensiero a sì interessante oggetto, e pensò al modo di riempir questo vuoto, mi sia permesso di dir, vergognoso. Alzò a sue spese un edifizio aggiunto al seminario arcivescovile per collocarvi con autorizzazione pontificia i non molti libri lasciati nell'episcopio di alcuni suoi predecessori, e la sua ricca biblioteca, che lasciò in dono alla città, dotandola di annue rendite per l'acquisto di nuove opere e per l'onorario del bibliotecario custode. Finché visse, non cessò mai di arricchirla valendosi del dotto canonico De Vita [...]".
Più che dai cenni biografici, il "ritratto" di Francesco Pacca non può non avere inizio da quel "segno" concreto che ne fa uno dei personaggi più noti della storia beneventana, ovvero da quella biblioteca che, il 10 giugno 1753, volle donare alla sua città di origine — biblioteca, quella arcivescovile, che oggi custodisce, tra l'altro, 103 manoscritti, 21 incunaboli, 969, cinquecentine, 3725 seicentine, 9000 edizioni del Settecento, 5000 dell'Ottocento.
Del resto, nel corso dell'udienza di congedo, richiesta ad appena pochi giorni dalla nomina ad arcivescovo di Benevento, le parole che Benedetto XIV gli rivolse furono "Andate Monsignore, e siate alla vostra patria un altro Orsini".
Meno tangibile, forse, come "segno", rispetto alla biblioteca, ma certamente di uguale importanza per la storia e la cultura della città, fu l'opera di trascrizione ed interpretazione delle numerose epigrafi d'epoca romana —di cui la città è particolarmente ricca— alla quale diede avvio con la collaborazione di Mario Verusio e Giovanni De Vita.
L'antica Via della Stamperia, quella strada che dal Corso Garibaldi raggiunge via Porta Rettore e che lambisce il vecchio seminario arcivescovile, è oggi la strada che porta il nome di Francesco Pacca.
Nato a Benevento, da nobile famiglia, il 30 gennaio 1692, conseguì la laurea in Filosofia e Teologia all'Università Gregoriana nel 1714, dopo gli studi presso il romano Collegio dei Nobili.
A questa aggiunse, quattro anni dopo, una laurea in Diritto Civile e Canonico conseguita presso l'Accademia Ecclesiastica.
Cameriere segreto di papa Benedetto XIII, fu poi Ponente del Buon Governo e votante nella Segnatura di Giustizia.
Uno scritto del 1739, una disamina delle poco floride condizioni economiche dello Stato Pontificio (la Lettura sopra la mancanza di denaro) gli valse l'investitura, da parte di Benedetto XIV, a Presidente della Zecca Pontificia —alla quale associò, di lì a poco, la carica di Consultore dei Sacri Riti.
Alla nomina ad arcivescovo, il 20 marzo 1752, non fece seguito la porpora cardinalizia — alla quale rinunciò, come ci informa il Giornale araldico di scienze, lettere ed arti del 1837, "per non mettersi in una spesa che minorato avrebbegli il modo di esercitare la sua carità verso i poveri".
L'impegno dell'arcivescovo verso la Curia e la città —dalla quale solo poche volte si allontanò, poco curandosi dei consigliati soggiorni, per via della malferma salute, in più salubri luoghi— si concretizzò, oltre che nella citata biblioteca, nelle Regole per l'orfanotrofio femminile dell'Annunziata, nella istituzione della Tesoreria del Duomo, nell'acquisizione di una serie di importanti quadri d'autore che rendessero più fastoso l'Episcopio e nella fondazione di un monastero delle Orsoline per l'istruzione e l'educazione femminile —opera, quest'ultima, che non vide completata per via della morte che sopraggiunse il 12 luglio 1763.
Effettuò inoltre, il 29 giugno 1753, la Ricognizione Canonica del corpo di S. Benedetta —nobile fanciulla martirizzata il 4 gennaio del 352, sotto Giuliano l'Apostata— sovrintendendo alla traslazione dal cimitero di Priscilla all'Urna che ancora oggi l'accoglie.


Giovanni De Vita

La strada intitolata a Giovanni De Vita — l'antica via S. Teresa che, all'altezza di piazza Papiniano, unisce il corso Garibaldi a via del Pomerio — è sicuramente una delle strade più interessanti dell'intero centro storico. A differenza di altre, meno fortunate, zone della città vecchia dove l'idea di "quartiere latino" si è concretizzata quasi esclusivamente in un imbarazzante susseguirsi di più o meno interessanti locali notturni, via De Vita offre un concreto esempio di come le esigenze di una "movida" meno incivile possano pacificamente convivere con quelle di attività commerciali di tutt'altro genere e con la presenza di uffici pubblici.
Nato a Benevento il 7 giugno del 1708, Giovanni De Vita cominciò la sua formazione letteraria presso il locale collegio dei padri Scolopi e filosofico-teologica presso la scuola dei Domenicani prima di addottorarsi in legge presso il vicino ateneo napoletano.
Esercitata per breve tempo la professione forense, prese i voti nel 1734 divenendo canonico della Cattedrale di Benevento.
Fu Rettore del locale Seminario nel 1742 e poi avvocato della Curia arcivescovile.
Nel 1764 venne ordinato arcivescovo di Rieti da Clemente XIII. Qui, come scritto da un suo biografo, "si condusse per lo spazio di dieci anni sul modello dei più perfetti prelati".
Finita, nel 1774, l'occupazione delle truppe borboniche che aveva avuto inizio nel 1768, il dotto De Vita venne individuato come il più adatto ad essere inviato presso l'archidiocesi beneventana.
La ferma convinzione che gli atti dell'arcivescovato di Benevento non dovessero essere soggetti al regio exequatur nel Regno di Napoli sostenuta nel 1738, durante l'accesa lotta anticurialista — convinzione che l'aveva portato a contrapporsi ai regalisti come Giannone — ne faceva, infatti, un sicuro difensore degli interessi giurisdizionali della Chiesa in quella delicata area.
La morte però —Rieti, 1774— gli impedì di tornare, in qualità di arcivescovo, alla sua città.
Se le Rime nell'elezione di Monsignor Sinibaldo Doria in arcivescovo di Benevento, pubblicate nel 1731 attestano i mai sopiti interessi letterari del De Vita, così come le Regole del Seminario reatino, le Regole per lo Conservatorio delle orfane della città di Rieti (1769) e le numerose Omelie offrono preziosa testimonianza della sua attività pastorale, è al Thesaurus antiquitatum Beneventanarum e al Thesaurus alter antiquitatum Beneventanarum — rispettivamente pubblicati nel 1754 e nel 1764 e dedicati allo studio delle epigrafi romane, il primo, e a quelle del periodo alto medievale, il secondo — che è legata la sua fama di studioso.
Nonostante già il Borgia, pur lodandone i meriti, tendesse a metterne in evidenza la scarsa documentazione e le conseguenti imprecisioni di alcune dissertazioni, è agli studi di De Vita che risale, ad esempio, la notizia — confermata, nel 1912, da alcuni ritrovamenti presso la chiesa dei SS. Cosma e Damiano, in occasione dei lavori di costruzione della ferrovia Benevento-Cancello — dell'esistenza, nella Benevento romana, di veri e propri collegi di arti e mestieri.
Si trattava, in particolare, di artifices organorum (costruttori di organi) e tibicines (suonatori di "tibia" — strumento a fiato, originariamente d'osso, legato al teatro, alle nozze, ai riti funerari ed ai culti in onore della dea Cibele).
Una curiosità: il valore dei due volumi del De Vita, in buone condizioni generali e con tutte le sette tavole fuori testo incise in rame — tra cui quella dell'Arco di Traiano intagliata da Gaultier nel 1752 — ammonta oggi a circa 4000 euro.
I Soliloquia habita in monasterio Graecii Reatinae Diocesis furono l'ultimo suo scritto edito — molti altri, invece, rimasero inediti — pubblicato a Roma nel 1774.


Falcone Beneventano

Alcune strade del centro storico devono il loro fascino proprio all'impossibilità di impiantarvi attività economiche di alcun tipo. Solo in queste strade — quando curate e ben tenute! — è possibile, infatti, con un po' di fantasia, immaginare di tornare indietro nel tempo, in una delle tante epoche vissute dalla "città più antica di Roma".
Una di queste strade è sicuramente la via dedicata a Falcone beneventano, quello stretto vicolo che da piazza Piano di Corte porta a via Giuseppe Verdi e al Corso Garibaldi.
Prezioso interprete dei fatti che la città visse tra il 1102 e il 1140, Falcone, nato a Benevento, probabilmente nel 1080, da una nobile famiglia di origine longobarda, grazie al suo Chronicon de rebus aetate sua gestis, rinvenuto dal protomedico Giulio del Sindico, è passato alla storia come uno dei più importanti cronachisti medievali del Mezzogiorno.
La assolutamente atipica esperienza istituzionale della città di Benevento rispetto alle altre realtà del Meridione d'Italia —ancor prima di Firenze, Benevento visse esperienze di tipo comunale— fa, anzi, della cronaca redatta dal giudice-notaio beneventano, l'unico esempio di cronaca meridionale paragonabile alla coeva storiografia "comunale" dell'Italia del Nord.
Pervenutoci acefalo e, forse, mutilo alla fine —per cui è verosimile immaginare che l'arco temporale oggetto della narrazione andasse dal 1099 al 1144—, il Chronicon mostra, certo, l'atteggiamento apertamente ostile dell'antico ceto nobiliare longobardo nei confronti della potenza normanna —la cui alleanza cercava invece di guadagnarsi la fazione "popolare", ovvero "borghese"— e però mostra, al contempo, la volontà della città di non vedere mortificate le proprie istituzioni e i propri antichi usi da una troppo "presente" autorità papale.
I difficili anni narrati da Falcone sono gli anni della lotta tra Papa Innocenzo II e Ruggero II —sostenuto dall'antipapa Anacleto.
Egli stesso, fedele ad Innocenzo II, si recò a Napoli, in esilio volontario, nel 1134 e ritornò in città soltanto nel 1137 allorquando il pontefice l'ebbe stabilmente ricondotta sotto il proprio potere.
Morì tra il 1144 e il 1145 lasciando il suo ufficio di "notarius et scriba Sacri Palatii Beneventani" all'omonimo figlio Falcone.
Una curiosità: Alle pergamene rogate da Falcone è legato il nome delle otto porte della città medievale (Porta Somma, Aurea, S. Lorenzo, Rufina e poi Nova, Gloriosa, Foliarola e Biscarda).
In realtà sembra, come ipotizzato da Vergineo nel secondo volume della sua Storia di Benevento e dintorni, che sia stata piuttosto una deduzione non propriamente rigorosa del Borgia —il quale riesce a fornire precise indicazioni solo sulla ubicazione delle prime quattro— a dare origine alla indebita individuazione delle otto porte a partire dagli otto quartieri che, nella cronaca del giudice-notaio, danno seguito all'ordine del Vescovo di venerare, a turno, per otto giorni consecutivi, il ritrovato corpo di S. Barbato.


Alberto di Morra (papa Gregorio VIII)

Spesso capita che i "ritratti beneventani" siano beneventani solo riguardo all'origine del personaggio in questione il quale, per il resto, appartiene alla Storia vera e propria.
È sicuramente questo il caso di Alberto di Morra, 174° papa col nome di Gregorio VIII.
La strada dedicata all'illustre pontefice beneventano, compresa tra la fine del Corso Garibaldi e l'angolo con via San Gaspare del Bufalo, non è certo tra le più suggestive del centro storico. La ragione è, ancora una volta, piuttosto semplice: la scelta di destinare lo spazio della antistante piazza a parcheggio.
Nato a Benevento nella prima metà del XII secolo (1100 ca), Alberto di Morra guidò la Chiesa Romana per un periodo più che breve.
Periodo sufficiente, comunque, a legare il nome del beneventano a due eventi di assoluto rilievo: il Concilio di Avranches —che nel 1172 assolse Enrico II, re d'Inghilterra, dall'accusa di aver assassinato Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury, primate della Chiesa d'Inghilterra e già cancelliere del Regno— e la realizzazione della Terza Crociata —conosciuta anche come "Crociata dei Re".
Maestro nello Studio di Bologna, Alberto fu creato, nel 1155, cardinale diacono del titolo di S. Adriano da Adriano IV e poi prete del titolo di S. Lorenzo in Lucina nel 1158; portò a termine importanti missioni in Dalmazia ed Ungheria e, nel 1171, in qualità di legato pontificio ottenne la sottomissione alla Chiesa del re d'Inghilterra Enrico II.
Si adoperò per la costruzione, nella sua città natale, di una chiesa di S. Andrea che, con l'annesso convento, venne donata ai canonici regolari di S. Agostino, ordine al quale apparteneva.
A favore di tale istituzione ottenne, con diploma datato Palermo, novembre 1182, il castello di Caprara con tutte le sue pertinenze.
All'attività di Cancelliere di Sacra Romana Chiesa, svolta a partire dal 1178, è legato quel trattato, intitolato Forma Dictandi (dictaminis) quam Romae instituit magister Albertus, qui et Gregorius VIII papa —il titolo, in realtà, venne apposto solo in seguito, per cui prima si parlava semplicemente di Cursus Gregorianus o Stilus Curiae Romanae— oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, al quale si deve il passaggio alla forma scritta di quelle regole per "ritmare il periodo nello Stile della Curia Romana" (regole che si era soliti tramandare oralmente).
Divenuto papa, nel 1187, all'indomani della morte di Urbano III, col nome di Gregorio VIII, non lasciò che l'avanzata età gli impedisse di adoperarsi nel tentativo di riportare in mani cristiane la Città Santa posta sotto assedio dal "terribile" Saladino.
In verità, una significativa differenza tra il condottiero orientale e i re cristiani stava nel fatto che Salah-ad-Din non era solito effettuare stragi nelle città vinte ai cristiani ai quali veniva anzi concessa la possibilità di andarsene dietro il pagamento di un riscatto (10 denari per gli uomini, 5 per le donne).
Se inizialmente il mancato pagamento comportava la schiavitù, Saladino abolì presto anche l'iniqua richiesta monetaria, concedendo la possibilità, a chi rimaneva, di evitare la schiavitù a condizione che il proprio lavoro gli permettesse di non gravare sulle casse dello stato.
Istituì, inoltre, una milizia per proteggere la minoranza cristiana da eventuali fanatismi —è significativo che, di contro, fossero invece numerose le discordie tra le truppe dei crociati che portarono sovente francesi, inglesi, tedeschi e italiani a scontrarsi per il possesso dei territori conquistati.
Convinto che la caduta di Gerusalemme andasse imputata alla volontà divina di punire i peccati dei cristiani d'Europa, Gregorio VIII associò al sostegno di tre importanti sovrani —Federico I Barbarossa, Filippo II Augusto e Riccardo I— il tentativo di guadagnare all'impresa il supporto delle repubbliche di Pisa e Genova.
Concesse, inoltre, a tutti gli stati una "tregua di Dio" della durata di sette anni.
Non tralasciò, infine, nel recarsi a Pisa, di fermarsi a Lucca per procedere all'apertura della tomba dell'antipapa Vittore IV e alla dispersione delle sue ceneri.
All'intensa attività di papa Gregorio VIII pose fine la morte, che lo colse il 17 dicembre del 1187, a 53 (o 57) giorni dalla sua consacrazione.
Seppellito nella cattedrale di Pisa, le sue spoglie terrene andarono distrutte, nel 1595, nel corso di un incendio.
Una curiosità: dalla carica di Cancelliere di S.R.C., ricoperta a partire dal 1178, prese il nome un feudo di sua proprietà, conosciuto oggi col nome di contrada Cancelleria.


Maurizio Barricelli

Tra eroi, personaggi della mitologia, pontefici, uomini di cultura, scienze e fede, nella galleria dei "ritratti beneventani" non poteva mancare il ritratto di un artista —nonostante definire "artista" Maurizio Barricelli non renda certo merito né alla sua poliedrica attività, nè alla sua intensa vita.
La via che oggi porta il nome del noto paesaggista —ma anche incisore, fotografo, scrittore, critico d'arte e per due volte combattente volontario oltre che appassionato viaggiatore— è quella stretta strada che, proprio a lato di Piazza Commestibili, congiunge via Gaetano Rummo a via Torre della Catena e che, come ogni altro spazio a ridosso del centro storico della città, finisce per essere nota quasi solo come area-parcheggio.
Nato a Benevento il 17 luglio 1874, frequentò a Napoli l'Accademia di Belle Arti dove il giovane ed irrequieto ingegno artistico venne coltivato dai maestri Filippo Palizzi e Domenico Morelli. Trasferitosi a Roma, fondò nel 1906 una rivista, La parola degli artisti che, se ebbe vita breve, ebbe d'altro canto il merito d'essere ottima palestra per le vive polemiche sull'arte che animeranno le pagine del periodico Italia e poi quelle del suo libro L'Arte moderna e l'ambiente in Italia (1908).
Dal 1904, infatti, Maurizio Barricelli, assieme ad altri artisti provenienti in gran parte dalla società "In arte libertas" —fondata, nel 1886, da Nino Costa— aveva dato vita ai XXV della Campagna romana, un movimento nato con il proposito di rinnovare la tradizione pittorica nella raffigurazione "dal vero" dei luoghi della campagna romana.
Già nel Seicento, artisti come Poussin e Claude Gelée avevano colto le peculiari atmosfere dell'agro romano — quel territorio che circonda la capitale estendendosi, a nord, sino a Civitavecchia e, a sud, sino a Terracina lungo il litorale e ai monti Tiburtini, ai Lepini e agli Ausoni nella fascia interna — anche se è con il razionalismo illuminista, con la raffigurazione del paesaggio come precisa trascrizione dell'osservazione naturale, che la campagna romana diviene oggetto di interesse artistico e poi vera e propria "moda" con la famosa Lettera sulla campagna romana del 1804 di Renè de Chateaubriand all'amico marchese di Fontanes.
Acquedotti, castelli, mandriani, trasportatori: sono questi i soggetti di preferenza dipinti, disegnati e fotografati dai XXV.
Arruolatosi, nel 1897, nella legione volontaria italiana di Menotti Garibaldi che combatté al fianco dei greci in ritirata da Larissa, contro i turchi di Edhem, pascià di Domokos, fu, nel 1915, sempre come volontario, nella sezione cinematografica dell'esercito e, dal cielo di Verdun, fu autore delle prime cinematografie aeree di guerra — apportando, al settore, utili innovazioni.
Nel 1923, il 24 febbraio, ai tavoli del Caffè Aragno, assieme alla Medaglia d'Oro Ettore Viola, il poliedrico beneventano diede vita all'Istituto del Nastro Azzurro — decisero però di assumere, come data costitutiva, il 26 marzo, a memoria dell'istituzione, da parte di Carlo Alberto di Savoia Carignano, delle Medaglie d'Oro e d'Argento al Valor Militare.
Morì a Roma il 14 aprile del 1931.
Postuma, nel 1932, fu pubblicata la sua ultima fatica letteraria, di carattere scientifico, Il nuovo universo.
Assolutamente affascinanti sono, infine, le poetiche vedute dipinte nel corso dei frequenti viaggi nei paesi scandinavi esposte, all'epoca, in diverse mostre internazionali.
Benevento conserva, del celebre concittadino, il busto in bronzo, inaugurato nel 1900, in onore di Pietro De Caro.


Raffaele Mainella

Sembrerebbero essere davvero pochi i giovani che oggi riescono a negarsi la visibilità offerta dai muri delle città.
Città che, paradossalmente, nell'era del web, dei social network o degli onnipresenti telefonini si ritrovano più che mai ad essere il "supporto" preferito dalle giovani generazioni per la condivisione di pensieri e sentimenti o per messaggi di qualunque tipo e natura.
Il vero problema, spesso, non è certo il rispetto della grigia integrità di alcuni muri di periferia — diverso, chiaramente, è il discorso per quel che riguarda il centro antico della città e i suoi monumenti — quanto piuttosto l'assoluta mancanza di fantasia che si tramuta in "segni" ben distanti dalle vere e proprie opere della "street art".
Anche se i muri della strada che porta il nome di Raffaele Mainella non presentano alcun particolare pregio storico-architettonico, il solo fatto di ricordare uno dei più noti e quotati acquerellisti d'Italia fa rimpiangere la presenza, a Benevento, di altri e più talentuosi writers che, se non altro, avrebbero reso più degno omaggio alla memoria dell'artista.
La strada in questione si trova alquanto distante dai luoghi del centro cittadino che sono di solito protagonisti di questa rubrica ed è una delle nuove strade che si dipartono da Via Avellino, la vecchia strada che conduce al capoluogo irpino lambendo lo stretto dove pare sorgesse il famigerato noce magico.
Raffaele Mainella, nato a Benevento il 31 gennaio del 1856 si trasferì, adolescente, assieme all'intera famiglia, a Bassano del Grappa, perfezionando la propria formazione artistica presso l'Accademia delle Belle Arti di Venezia, dove si distinse per l'eccezionale attitudine.
Le nozze, nel 1884, con Fanny Carlini, figlia del celebre ritrattista Giulio Carlini, videro la partecipazione dell'intera scena artistica veneziana.
Iniziò con la pittura ad olio, trovando nei suggestivi scorci della città lagunare il soggetto più stimolante, ma passò ben presto all'acquerello.
Nel 1887 partì per l'Egitto al seguito di un noto orientalista svizzero-tedesco, il barone von Gonzenbach — autore di testi dedicati ai viaggi e alla geografia conosciuto in un negozio di Piazza San Marco, a Venezia—, il quale, impressionato dall'enorme capacità tecnica dell'artista, immediatamente lo volle con sé.
Il viaggio lungo il Nilo, le notti in carovana sotto le stelle, le lunghe giornate nei villaggi incontrati lungo il cammino si rivelarono, per Raffaele Mainella, un'esperienza indimenticabile, il cui fascino affiora in maniera ancora evidente in opere posteriori.
Un nuovo viaggio, sempre in compagnia di quello che era ormai diventato un caro amico, ebbe luogo nel 1898.
Il desolato misticismo della Terra Santa, visto dagli occhi dell'artista beneventano, fu materia di opere che vennero esposte nel 1895 a Berlino suscitando notevole interesse — illustrarono, inoltre, il nuovo volume del Gonzenbach, Pilgerrit — Bilder aus Palestina und Syrien, così come quelli dipinti nel precedente viaggio erano andati ad illustrare il libro Nilfahrt.
Esposti nell'ambito della Internazionale d'Arte veneziana, le opere attirarono compratori d'eccezione — dalla Baronessa Ernesta Stern al Principe Enrico di Borbone.
Due degli innumerevoli acquerelli dell'artista beneventano, La noce di Benevento e La regata popolare a Venezia vennero acquistati dall'Imperatore di Germania.
Nel 1901 accettò l'invito del critico francese Le Rouz e del Conte di Montesquieu ad esporre le proprie opere a Parigi, città importantissima nel percorso artistico del Mainella.
Fu proprio nella capitale francese, infatti, che l'artista beneventano ebbe la possibilità di dar prova del proprio eclettico talento nella costruzione e decorazione di ville, palazzi e giardini.
Il parco del castello di Balincourt nella Francia del Nord, realizzato per la Duchessa di Marquena, venne definito, per la scenografica organizzazione di fontane, statue e colonnati, una seconda Versailles — e non di minor prestigio furono i lavori eseguiti, sia in Francia che a Venezia, per Madame Hériot, proprietaria dei Grandi Magazzini del Louvre.
Morì il 27 aprile del 1941 al Lido di Venezia, dopo aver perso gradatamente la vista negli ultimi anni di vita.


Nicola Nisco

Lo spunto per questo primo ritratto dopo la breve pausa estiva lo offre la polemica sulla presunta “memoria corta” della città di Benevento nei confronti di Nicola Nisco, patriota sannita non certo adeguatamente ricordato ma sicuramente non dimenticato.
Nonostante si tratti di una piccola strada secondaria, una via che porta il suo nome nel capoluogo sannita esiste e non poteva che trovarsi nel cuore del Rione Libertà, vicina alle altre intitolate a quegli uomini – tra i quali Carlo Poerio, coraggioso e determinato compagno di catena del Nisco – che, con la stessa determinazione, contribuirono a dare forma e sostanza ai propri ideali.
Nato a S. Agnese, frazione di S. Giorgio del Sannio – l'allora S. Giorgio la montagna – il 29 settembre 1816, Nicola ereditò dal padre, il barone Giacomo, il carattere fiero ed indipendente che lo sostenne nei difficili momenti di una vita che, prima di portarlo tra i banchi del parlamento italiano, lo vide “ospite” di alcune delle più terribili carceri borboniche.
Gli studi storici ed economici furono sin da giovane la sua vera passione, anche se furono i corsi di giurisprudenza quelli che il Nisco frequentò nell'ateneo napoletano.
Molto apprezzati dall'allora Delegato Apostolico Gioacchino Pecci, il futuro papa Leone XIII – dal quale vennero segnalati al segretario di Stato cardinal Lambruschini – furono le sue Osservazioni sopra il presente stato della gente beneventana, pubblicate a Napoli nel 1839, una lucida descrizione delle misere condizioni economiche e sociali di quel possedimento pontificio.
Pare che all'epoca, nella prospettiva di una cessione di Benevento al Regno di Napoli, le opinioni del Nisco, apprendista presso il Ministero degli Affari Esteri napoletano e guardia d'onore del Re, non fossero così avverse al regime borbonico come divennero quando profonda amicizia lo legò al Tofano, al Mancini e, soprattutto a Carlo Poerio.
L'esaltazione al pontificato di Pio IX e l'entusiasmo per le riforme promosse dal nuovo pontefice fconvinsero il Nisco a farsi promotore, verso la fine del 1847, di manifestazioni liberali e ad esortare Ferdinando II a concedere la Costituzione.
Scampato più volte all'arresto, anche per intercessione della moglie, Adele de Stedingk, appartenente ad una delle più antiche e nobili famiglie bavaresi, sostenne dalle pagine del periodico Il Nazionale, fondato da Silvio Spaventa, le ragioni della partecipazione napoletana alla prima guerra d'Indipendenza.
Venuto meno il progetto di organizzare una spedizione armata sulla capitale del Regno borbonico, pubblicò, sul giornale l'Unione, la sua professione di fede: sovranità del popolo e indipendenza italiana.
Venne rinchiuso, appena due giorni dopo, nelle prigioni napoletane della Vicaria.
Dopo diciotto terribili mesi di prigionia il Nisco comparve, assieme agli altri imputati nel famoso processo dell'Unità italiana, davanti alla Gran Corte Criminale di Napoli che lo condannò a trent'anni di ferri.
Cominciò così il suo pellegrinaggio attraverso le famigerate prigioni di Nisida, Ischia e poi Montefusco.
Fu solo in seguito alle famose Lettere a Lord Aberdeen di Gladstone sul disumano trattamento subito dai detenuti politici nelle carceri borboniche che il Nisco, e con lui gli altri detenuti politici, venne trasferito presso il castello di Montesarchio.
La grazia – l'invio in esilio, negli Stati Uniti d'America, dei detenuti politici – arrivò con la preoccupante situazione politica concretizzatasi dopo gli accordi di  Plombiéres ma il patriota sannita, il quale aveva fatto richiesta d'esilio in Baviera, attese nelle carceri di Avellino un beneplacito che non arrivò mai.
Trasferito a Malta il 1 maggio del 1859, già a luglio arrivò a Firenze dove la collaborazione al periodico La Nazione fornì l'occasione per la pubblicazione del saggio La moneta e il credito (Firenze, Le Monnier 1859) – sempre a Firenze pubblicò I Banchi di deposito e di sconto nell'interesse delle classi laboriose (Guarrera, 1860) dopo essere stato nominato professore di Economia politica nel Real Istituo di perfezionamento fiorentino.
Di Nisco si avvalse il Cavour nell'intento di affrettare la fine della monarchia borbonica dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala – determinante fu il suo apporto nel guadagnare alla causa nazionale la flotta napoletana e nel convincere lo zio del Re, Leopoldo conte di Siracusa, a scrivere la nota lettera a Francesco II di Borbone nella quale lo esortava a rinunziare al trono affinché potesse giungere a conclusione il processo dell'unità d'Italia – e con lui collaborò  al progetto di riforma del  credito bancario nel Mezzogiorno.
Diresse il dicastero dell'Agricoltura, Industria e Commercio, prima di ottenere, nel 1866, la direzione del Banco di Napoli nella sede di Firenze, posizione che ricoprì solo per poco tempo a causa delle discordi vedute con la direzione generale del Banco – espresse, sulle questioni che riguardavano l'organizzazione del credito, un marcato timbro regionalista, ostile ad un forte potere centrale.
Parlamentare per quattro legislature, si ritirò a vita privata con l'avvento del Trasformismo trovando finalmente il tempo, esortato da Umberto I, di dedicarsi agli studi storici, mai sopita passione giovanile.
Frutto di questo suo impegno fu il racconto delle vicende dei regni di Francesco I Borbone, Ferdinando II e Francesco II – una serie di monografie intese come  l'ideale prosecuzione della storia di quel reame scritta da Pietro Colletta e ristampate nel 1908 col titolo di  Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860 – ed altri scritti di argomento storico, economico e finanziario.
Morì nella natia S. Giorgio il 25 agosto 1901.


Pasquale Capilongo

Volete abbracciare con lo sguardo il santuario della Madonna delle Grazie –con lo sfondo della Dormiente–, parte del Pomerio beneventano ed il ponte di Vanvitelli assieme?
Basta fare una passeggiata lungo quel tratto di via Capilongo che ne fa una vera e propria terrazza, nota alla maggior parte dei beneventani.
Quella che, invece, è meno nota è, ancora una volta, la storia del personaggio al quale la strada è intitolata.
Cornice della vicenda umana e politica di Pasquale Capilongo è il periodo storico dell'unità nazionale.
Momento di fondamentale importanza per tutto lo stivale, certo, ma momento ancor più significativo per la città di Benevento che, in un breve lasso di tempo, dalla tante volte sognata fine del “sette volte secolare dominio papale” passò a vedere infrangersi la concreta possibilità di ricostituire, come regione del nuovo stato, l'Antico Sannio.
Pasquale Capilongo nacque a Benevento il 3 agosto 1836 e, discostandosi da quelle che erano le abitudini dei suoi coetanei, preferì rimanere in città per portare a termine gli studi letterari nel locale Collegio Gesuitico, prima di perfezionare lo studio del diritto presso le rinomate scuole private presenti nella città pontificia.
Sin da giovane aderì al Comitato Liberale Unitario di Benevento ufficialmente nato nel febbraio 1860 per iniziativa di Salvatore Rampone.
La liberazione dal dominio pontificio, il 3 settembre dello stesso anno, significò per  Capilongo dapprima la nomina a maggiore della Guardia Nazionale, poi l'elezione a consigliere comunale e poi ancora a sindaco.
Fu durante il suo mandato, dal 1867 al 1874 che in città riprese con vigore il rinnovo edilizio, della viabilità e della pubblica istruzione. Rinnovo che se da una parte avrebbe restituito Benevento ad una condizione maggiormente adeguata al suo lungo e glorioso passato, avrebbe d'altro canto favorito un buon esito al vagheggiato progetto di regione sannita – regione che avrebbe compreso l'intero Molise, il Lazio meridionale, parte dell'Umbria meridionale, della Daunia, della Lucania, dell'Irpinia, della Terra di Lavoro e della provincia di Napoli e che avrebbe avuto Benevento come capitale, in omaggio al ruolo che la città ebbe come capitale della Longobardia minore, quando il suo territorio si estendeva praticamente all'intero Meridione.
Proprio in quest'ottica Pasquale Capilongo, in qualità di presidente del Consiglio Provinciale, si fece promotore non solamente della costruzione di quelle linee ferroviarie che allacciano il capoluogo sannita a Campobasso e a Napoli ma soprattutto si impegnò affinché fossero al più presto avviati i lavori per la costruzione del “Palazzo della Regione Sannio”, convinto che ciò avrebbe dato al progetto maggiore consistenza – il Consiglio provinciale stanziò l'allora astronomica cifra di due milioni di lire.
L'interesse di scrittori, politici, intellettuali ed uomini di cultura e le discussioni parlamentari in merito, come si sa, non condussero all'esito sperato, nonostante per un momento, durante il governo Crispi, le condizioni più favorevoli sembrarono andare a definirsi – l'elegante ed imponente palazzo, costruito nei pressi del castello della Delegazione Pontificia, diverrà sede di alcuni uffici provinciali dal 1910 e, a partire dal ventennio fascista, sede di rappresentanza del Governo.
Deputato della sinistra costituzionale dal 1876 al 1895, fu tra i più illuminati fautori di un istituto di credito il cui organismo catturò l'interesse del noto economista Luigi Luzzatti.
Morì a Benevento il 28 gennaio 1923.


Salvatore Rampone

In città dove il passato non è confinato nei musei ma letteralmente affiora ad ogni angolo, capita spesso che numerose testimonianze siano talmente tanto visibili da risultare “praticamente invisibili” ad un occhio distratto e “abituato”.
È il caso delle due maschere in pietra che da secoli scrutano, inosservate, i tanti beneventani che per andare dal corso Garibaldi a via Gaetano Rummo, e viceversa, percorrono la vecchia via S. Caterina.
La strada, oggi, è intitolata ad uno dei personaggi più noti della storia “recente” della città, Salvatore Rampone.
Nato a Benevento nel 1828, Salvatore Rampone, figlio di Filippo ed Emilia Galasso, dopo gli studi classici presso il locale Collegio dei Gesuiti scelse gli studi giuridici dando seguito alla strada intrapresa dal padre e, prima ancora, dal nonno.
Alle nozioni scolastiche si mescolava, in quegli anni, l'eco delle idee patriottiche.
Appena quindicenne, ebbe la possibilità di leggere il Primato morale e civile degli Italiani di Vincenzo Gioberti – giunto a Benevento clandestinamente per essere ristampato e distribuito tra i patrioti partenopei facendolo passare, sotto gli occhi dei doganieri pontifici, nascosto nei sacchi di farina che dai molini del beneventano venivano inviati nella capitale del regno borbonico.
Altrettanto precoce, anche se di breve durata, fu l'esperienza del carcere: ventenne, partecipò al tentativo insurrezionale, immediatamente represso dalla gendarmeria pontificia, promosso da Salvatore Sabariani.
Iscrittosi alla Giovane Italia fu poi volontario nel garibaldino Battaglione Universitario.
Eludendo la sorveglianza della gendarmeria riuscì a raggiungere Roma e prendere parte ai combattimenti in difesa della città presso Porta Portese e a San Pancrazio, distinguendosi durante l'improvviso assalto dei francesi al comando del generale Oudinot. Sfuggito alla cattura riparò, come laico, presso un convento.
Tornato a Benevento, sposò, nel 1855, la quindicenne Maria Pacifico. Accomunati dagli stessi ideali, la loro casa divenne ben presto punto di incontro dei patrioti beneventani – pare che, dal salone principale dell'abitazione, un passaggio, celato da una lastra di marmo sulla quale era scolpito lo stemma della nobile famiglia, assicurasse ai coniugi una sicura via di fuga in caso di bisogno.
E proprio tra le mura della loro casa, il 13 febbraio 1860, prese vita il Comitato liberale di Benevento, congiuntosi poi ai comitati di Avellino e della Valle Vitulanese.
Andavano maturando, intanto, quelle condizioni che permisero alla città di lasciarsi alle spalle, in maniera incruenta, il lungo dominio pontificio.
Il 3 settembre Salvatore Rampone, vestito da colonnello garibaldino, si avviò senza scorta – le truppe del vitulanese De Marco si acquartierarono, come da accordo, nella zona di Porta Rufina – alla volta della Rocca, per comunicare al Delegato la caduta del governo pontificio.
Eletto presidente del Governo provvisorio, commissionò immediatamente una pianta topografica per la circoscrizione della Provincia di Benevento, personalmente consegnata a Garibaldi il 9 settembre 1860.
Numerosi ed  importanti furono, in città, i provvedimenti del Governo provvisorio: ristabilimento della rappresentanza comunale, soppressione del tribunale ecclesiastico, istituzione dei tribunali civili, abolizione delle gabelle sui generi di largo consumo.
Malgrado ciò, larga parte del ceto medio cittadino rimaneva profondamente legata a quei moderati, non direttamente coinvolti nell'insurrezione, che facevano capo a Carlo Torre.
L'aspro clima politico e le alterne vicende della vita personale e familiare convinsero il Rampone ad allontanarsi dalla contesa politica.
Non diminuì però il suo impegno. Nel 1863 fondò e diresse il "Nuovo Sannio", giornale politico-amministrativo particolarmente attento alle problematiche sociali e cittadine.
Presidente dell'Associazione Progressista Beneventana dal 1876, diede alle stampe, nel 1899, le sue Memorie politiche di Benevento dalla Rivoluzione del 1799 alla Rivoluzione del 1860 (Benevento, De Martini).
Si spense, a Benevento, il 30 marzo del 1915.


Gaetano Rummo

Segno, evidentemente, del particolare orgoglio della città, a Gaetano Rummo è intitolata non solamente una strada – quella che da piazza Orsini porta fino a piazza Commestibili – ma anche una scuola, il liceo scientifico cittadino, e l'Azienda Ospedaliera del capoluogo sannita – che custodisce ancora oggi la ricca biblioteca all'epoca lasciata ai beneventani Ospedali Civici Riuniti.
Ed in effetti la fama che questo luminare della medicina raggiunse a livello internazionale giustifica pienamente l'orgoglio dei suoi concittadini che nel 1926 gli dedicarono un busto marmoreo e nel 1953, in occasione del centenario della sua nascita, vollero apporre una lapide marmorea sulla facciata della casa natia.
La strada, relativamente recente, offre sicuramente spunti interessanti: scoprirla o riscoprirla significa tuffarsi in una delle strade commercialmente più attive del  capoluogo sannita, anche se il tanto atteso rifacimento di piazza Commestibili non sembra aver riportato in quell'area della città il consueto brulichio di gente che è nei ricordi di molti beneventani.
Gaetano Rummo, nato a Benevento il 6 luglio del 1853 compì a Napoli, tra molte traversie, gli studi classici scegliendo poi, nel 1873, la Facoltà di medicina per gli studi universitari.
Fu allievo di Domenico Capozzi –conterraneo e idolo, al tempo, degli studenti partenopei– e di Salvatore Tommasi, prestigioso esponente della scuola naturalistica, del quale divenne presto assistente.
Fu però una borsa di studio, conseguita nel 1881, a portarlo a Parigi e a permettergli  di entrare in contatto con insigni luminari francesi all'avanguardia nelle scienze medico-biologiche quali Pasteur, il fisico e neurologo Charcot e l'anatomo-fisiologo Vulpian.
Arrivò così, col bagaglio di una tale esperienza umana e scientifica, la libera docenza in Materia medica e Farmacologia sperimentale.
Docente presso l'Università di Napoli –sostituì per qualche tempo Mariano Semmola– venne inviato, nel 1885, in Spagna per studiare la sperimentazione della vaccinazione anticolerica dimostrandone l'assoluta inefficacia.
Nel 1888 ottenne, tramite concorso, la cattedra di Patologia medica presso l'Università di Siena prima di passare alla medesima cattedra dell'ateneo pisano.
Qui diede alle stampe un noto Trattato di terapia medica generale (1892) e le  Lezioni di clinica medica (1894).
Alla direzione di una prima Clinica medica a Palermo nel 1896 ne seguirono altre.
La fama, dunque, già consolidata non solamente in ambito nazionale non lo dissuase da quell'avventura sicuramente impegnativa ma ricca di soddisfazioni che fu La Rivista Medica: il primo gennaio 1885 nacque, unico esempio nel panorama editoriale europeo, il famoso quotidiano di medicina –rimasto in vita per un ventennio, prima di divenire settimanale– testimone degli enormi passi compiuti al tempo dalle scienze mediche, soprattutto nel campo della batteriologia.
Attento ed acuto osservatore delle dinamiche della vita socio-economica sannita fu consigliere comunale, provinciale e poi deputato per il Collegio di Benevento nel 1904.
Morì a Napoli l'11 maggio 1917.


Vincenzo Maria Orsini (Benedetto XIII)

Fatta eccezione al canone della “nascita beneventana” per Diomede, mitico fondatore  della città, quantomeno doverosa appare l'eccezione per quel benefattore ricordato nella storia cittadina come alter conditor Urbis, Vincenzo Maria Orsini.
Appellativo che testimonia la preziosa ed instancabile opera di ricostruzione e l'amorevole cura che l'allora vescovo di Benevento ebbe nei confronti della città in occasione dei due tragici terremoti del 1688 e del 1702.
Appellativo che però comunica solo parzialmente quel sentimento, definito vero e proprio amore filiale, che il popolo beneventano nutrì per il futuro papa Benedetto XIII.
E proprio una sorta di padre, sempre, continuò ad essere per i beneventani quel vescovo ormai asceso al soglio di Pietro ma così affezionato alla storia e al destino della città da suscitare l'opposizione di alcuni cardinali, in occasione dei due lunghi soggiorni a Benevento, per il timore che qui Benedetto XIII trasportasse interamente la sua residenza.
E dire che il rapporto con la città di Benevento non era cominciato, per così dire, sotto una buona stella.
Non ancora ventinovenne ma già vescovo di Manfredonia –sede cara in quanto gli permetteva d'essere più vicino all'amata madre oltre ad evitargli i “fastidij delle funtioni e cerimonie della corte di Roma”– Vincenzo Maria Orsini rifiutò, l'8 ottobre 1678, la chiesa metropolita di Benevento – la diocesi più estesa dell'intero Mezzogiorno – adducendo a motivazione del suo diniego la ancor troppo giovane età ma, pare, spinto anche dalle paure della madre che tra le sue preoccupazioni più vive annoverava quella per il “mal talento di quella gente [i beneventani]” –preoccupazione suscitata dalla notizia, poi rivelatasi infondata, che fosse stato «ammazzato con pugnalate il fratello del maestro di casa del Sig. Card. Castaldi, speditovi da sua eminenza per gli interessi economici» (AVS, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Finy, 35, f.14 v.).
Primogenito di Ferdinando III Orsini, duca di Gravina di Puglia, e di Giovanna Frangipane della Tolfa, nato il 2 febbraio 1650, Pier Francesco –il nome di Vincenzo Maria verrà scelto assieme all'abito domenicano nel convento veneziano di S. Domenico (1688)– sacrificò al suo vivo fervore religioso tutti i diritti della primogenitura.
Compiuti gli studi nel convento bolognese di S. Domenico fu creato sacerdote nel Quirinale dal cardinale Altieri il 24 febbraio 1671.
Ordinato cardinale del titolo di S. Sisto nel 1672 da Clemente X, fu poi Protettore della Congregazione dei Canonici Regolari del SS. Salvatore, abate commendatario di S. Sofia di Benevento, prefetto della Sacra Congregazione del Concilio, vescovo di Siponto (28 gennaio 1675), di Cesena (22 gennaio 1680) ed infine arcivescovo di Benevento (18 marzo 1686).
I trentotto lunghi anni in città lo videro impegnato in una intensa missione spirituale ma anche e soprattutto in una preziosissima “opera civile” che riscosse apprezzamenti ben al di là dell'ambito religioso: esempi ne sono il Monte frumentario o il Monte dei Pegni o, ancora, la riedificazione e costruzione di numerosi ospizi per pellegrini nell'intera diocesi o la costruzione di un importante acquedotto.
Non minore fu l'attenzione per la cultura: se in ambito cittadino si occupò della gelosa custodia delle biblioteche e degli archivi, la costituzione Maxima vigilantia del 1727 prescrisse in tutta Italia l'istituzione degli archivi ecclesiastici per i quali dettò precise norme a proposito della raccolta e del recupero del materiale sottratto, del prestito degli atti e della conservazione del materiale archivistico ordinando, inoltre, la compilazione di un inventario sommario dell'Archivio Segreto Vaticano – meritando così a pieno titolo l'appellativo di “papa archivista”.
Pontefice, il cardinale Vincenzo Maria Orsini, divenne il 29 maggio del 1724, alla morte di Innocenzo XIII, col nome di Benedetto XIII. Un burrascoso conclave lo additò, infine, come il più adatto.
La peculiare dote dell'umiltà, ovunque riconosciutagli e testimoniata dalle frugali abitudini della semplice vita pastorale che sempre conservò, ne caratterizzò il pontificato.
Non meno instancabile dell'attività religiosa e civile del vescovo fu l'attività del papa: ribadì la bolla Unigenitus di Clemente XI contro il Giansenismo – dottrina presentata,  nelle cinque proposizioni in cui venne condensata dalla facoltà di teologia parigina, come il vero pensiero di S. Agostino sulle questioni della predestinazione e della grazia, condannata nel 1653 da Innocenzo X – celebrò il giubileo del 1725, fondò l'Università di Camerino nel 1727, accolse numerose cause di beatificazione e santificazione.
Nel corso dei due lunghi soggiorni beneventani volle, tra l'altro, consacrare la chiesa di S. Filippo Neri al quale si era offerto in voto dopo il terremoto del 1688 e portare sulle proprie spalle, tra la folla commossa ed attonita, l'urna con le reliquie dell'apostolo S. Bartolomeo.
Morì a Roma, dolorosamente compianto non solo dalla cittadinanza beneventana, il 21 febbraio 1730.
L'invito ad una passeggiata per riscoprire, attraverso la storia dei protagonisti di questi “ritratti”, alcuni suggestivi luoghi della città  è stato volutamente lasciato, in questo caso, alla conclusione.
Se è vero infatti che furono i bombardamenti degli aerei “alleati”, nel 1943, a ridefinire la fisionomia di quella piazza che il popolo beneventano aveva intitolato all'amato benefattore –e che per cinque secoli aveva ospitato la Basilica di S.Bartolomeo (crollata nel 1688 e irrimediabilmente distrutta nel 1702)–, a distruggere la fontana, costruita nel 1705, e la statua eretta nel 1778 a memoria del pontefice, è pur vero d'altra parte che aver rimesso (nel 1992!) al proprio posto statua e fontana appare assolutamente troppo poco se confrontato all'utilizzo che la città fa oggi di tale spazio: un comodo quanto assolutamente estemporaneo parcheggio all'ombra del Duomo e a ridosso del centro storico.


G.B. Bosco Lucarelli

“Girare l'angolo” ed imboccare una strada significa spesso, a Benevento, percorrere a ritroso le diverse epoche della città.
È un po' ciò che accade a lasciare via Gaetano Rummo per imboccare quella strada, una volta detta  strada S. Modesto e ora intitolata a Giovan Battista Bosco Lucarelli. Ci si lascia alle spalle la Benevento di oggi per ritrovarsi immersi, in pochi passi, in uno dei quartieri più caratteristici della Benevento medievale, fin quasi ad arrivare al cospetto del Teatro, una delle più famose testimonianze della Benevento romana.
In realtà via Bosco Lucarelli termina poco prima, all'incrocio con via Carlo Torre, ma la suggestione di passeggiare attraverso il tempo è davvero forte.
Al noto politico è dedicato, dal 1922, anche il cittadino Istituto Industriale che, nato come Scuola Tecnica di “Arti e Mestieri”, contribuì, come Regia Scuola,  allo sforzo bellico italiano del primo conflitto mondiale, mettendo a punto uno speciale proiettile di artiglieria, prima di essere trasformato in Regio Istituto Tecnico Industriale per Costruttori Aeronautici “Cesare Balbo” nel corso della seconda guerra – l'intitolazione a Bosco Lucarelli venne ripristinata solo nel 1945, alla fine delle ostilità.
Nato a Benevento il 21 maggio 1881 divenne presto una figura politica di riferimento nel panorama sannita per la sua particolarmente lucida visione dei problemi sociali ed economici del territorio.
Alle sue notevoli quanto precoci capacità organizzative si deve la nascita, nel 1901, dell'Associazione democratica cristiana e dell'Unione giovanile cattolica.
Un'intensa attività sul territorio lo portò, nel giro di un decennio, nel 1911, alla carica di primo cittadino: diede vita ad una Banca cattolica del Sannio, ad una Federazione di casse rurali, a leghe di agricoltori e cooperative.
Eletto Deputato per il Sannio nelle fila del Partito Popolare – al quale aveva aderito nel 1919, all'indomani della Prima Guerra, divenendone vice-presidente – divenne membro della Commissione di legislazione sociale all'interno della quale si adoperò, con la consueta perseveranza che l'aveva contraddistinto nell'ambito della politica cittadina, per ottenere parità di diritti e doveri per tutte le cooperative, anche se conformi a direttive differenti da quelle socialiste.
Sottosegretario per l'Industria ed il Commercio nel governo Facta, rimase lontano dalla politica dal 1926, dall'avvento del fascismo, fino al 1945 quando, come vice-presidente, partecipò ai lavori della Costituente.
Senatore della Repubblica, procedette, in qualità di Presidente della Provincia, a riordinarne la vita amministrativa.
Costante dell'intero percorso politico di Giovan Battista Bosco Lucarelli, convinto assertore del decentramento amministrativo, fu l'impegno per la nascita della Regione Sannio, composta dalle tre province di Benevento, Avellino e Campobasso.
L'avvento del fascismo e la conseguente diffidenza nei confronti di un territorio ancora, non solo idealmente, legato al Vaticano ed alle sue strutture dapprima e i voti della Costituente nella seduta del 30 maggio 1947 poi, impedirono che si concretizzasse l'importante progetto.
Morì a Napoli il 23 aprile 1954.


San Barbato

Il “ritratto” di S. Barbato, personaggio storico o leggenda qui poco importa, conclude la più o meno ampia panoramica dei “ritratti beneventani” –iniziata da via Herik Mutarelli– su alcuni suggestivi luoghi della città e sui personaggi della storia  beneventana ai quali sono intitolati.
Benché la strada intitolata al santo che ottenne la definitiva conversione alla fede cristiana delle fiere genti longobarde –quella strada, ripidissima, che congiunge via dei Mulini a via delle Puglie– non possa assolutamente essere definita suggestiva, suggestiva rimane, al di là di tutto, la vista d'insieme dalla “terrazza” di via del Sole  che restituisce in certo senso in maniera fisica quella sorta di immateriale cordone ombelicale che lega la città al fiume Sabato e alle leggende che hanno per scenario le sue rive.
Sfondo della vicenda umana del santo –che una radicata tradizione ritiene nato, da genitori di stirpe sannita e vienerese, a Castelvenere nell'anno 603 e giunto in città, dopo essere stato avviato agli studi in un vicino cenobio basiliano, per perfezionare lo studio delle sacre lettere e divenire sacerdote– è l'assedio dell'imperatore bizantino Costante II alla città di Benevento.
Fu in questa occasione che la lealtà del precettore Sessualdo nei confronti del duca Romualdo venne punita dal feroce sovrano orientale con la decapitazione ed il lancio del capo all'interno delle mura.
Gettata nel più nero sconforto dalle lacrime versate dal duca su quel macabro avvertimento che era una volta la testa del più caro amico, la città attraversava uno dei momenti più bui e dolorosi della propria storia.
A quel tempo, i riti praticati a Benevento erano sostanzialmente riti naturalistici –di origini sicuramente longobarde, portati fin sulle sponde del fiume Sabato dalle lontane foreste nordiche, ma comunque non del tutto estranei ai riti praticati fino all'arrivo di questa popolazione– incentrati sostanzialmente sul culto dell'albero e della vipera d'oro – anfisibena, bicipite, con la testa di una estremità che arriva a lambire, circolarmente, quella dell'altra estremità.
Popolo di fieri guerrieri, i Longobardi pare fossero soliti riunirsi attorno all'albero per saettare una pelle di caprone appesa ad un ramo e per mangiarne i frammenti così staccati. Attraverso le carni crude dell'animale si intendeva impadronirsi della forza in esso contenuta.
Tanto l'albero, che (letteralmente) emerge dalle profondità della terra, quanto la vipera, anch'essa così vicina alle viscere di questo mondo, rimandano innegabilmente a quel potere numinoso immanente nel cuore stesso della natura –di una natura che ciclicamente “rinasce” dalla propria “morte”– in vario modo avvertito ed espresso nella storia dell'uomo – non è azzardato ricordare, secondo Vergineo, come, presso gli antichi Romani, il serpente fosse proprio il “simbolo dei Lari, anime dei familiari defunti, protettori della casa e largitori di beni”.
Ad ogni modo, proprio al persistere di tali culti Barbato attribuì lo sventurato assedio che teneva prigioniera la città.
Alle accorate preghiere del santo uomo rispose la Madonna che, testimone lo stesso duca Romualdo, apparve nei pressi di Porta Rufina promettendo di intercedere per la liberazione della città dall'assedio delle truppe bizantine.
Immediatamente lo sconvolto duca consegnò la vipera d'oro autorizzandone la  trasformazione in un calice sacro e, una volta liberi dall'assedio (Barbato era stato intanto eletto vescovo con l'acclamazione di tutto il popolo), acconsentì all'abbattimento dell'albero – per quanto, è chiaro, non scomparve da un giorno all'altro il rispetto dei Longobardi per le tradizioni dei loro avi e ancora nel diciassettesimo secolo sarà possibile ritrovare a Benevento tracce di quelle antiche tradizioni ormai totalmente assorbite nel nuovo culto.
Cominciarono così i diciannove lunghi anni in cui il santo uomo governò “santissimamente” la sua chiesa – fu lui a ripristinare la cattedra vescovile a Benevento alla quale poi annesse l'importante diocesi di Siponto ed è da attribuire alla sua influenza quello spirito di riorganizzazione disciplinare, morale e culturale che pervase all'epoca la chiesa meridionale.
Fu a Roma per il Conciclio dell'anno 680, dove fu fiero oppositore delle eresie cristologiche di origine orientale.
Morì il 19 febbraio del 683.
Nel 1124, narra Falcone beneventano, l'arcivescovo Roffredo, riportò alla luce le reliquie del Santo vescovo che per volere di Teodorada, pia consorte del duca Romualdo, aveva avuto sepoltura nella cattedrale.
Pare che numerosi furono, in tale occasione, i fatti miracolosi cui si assistette in città.

Una piccola aggiunta.
L'apologetico racconto del trionfo del cristianesimo sui culti pagani praticati dai longobardi ha un contrappeso: proprio alla leggenda della conversione dei longobardi meridionali – e al taglio dell'albero sacro – si intreccia un'altra, famosa leggenda che ha per protagonisti Benevento e un albero sacro.
Ma questa è un'altra leggenda.

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