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The
rock'n' roll man

Benevento nei tardi anni Cinquanta era appena toccata dall’impetuoso
vento del rock e, accanto al “mambo”, al “cha cha cha”,
al “merengue”, i complessi cominciavano ad inserire nei loro
repertori “Rock around the clock” di Bill Haley.
Il ballo però era un’eccezione e figurava esclusivamente
per fare colpo; infatti, il pubblico nelle sale smetteva di ballare e,
impressionato, seguiva “l’evento”. Ma i sedicenni si
entusiasmavano, ormai, per il singhiozzo di Tony Williams dei “Platters”,
per “Danny boy” di Conwey Twitty, per Elvis Presley, per Little
Richard, e non era raro vederli ballare davanti ai juke-box o tra le fila
di poltrone dei cinema, come facevano i loro coetanei americani.
Il rock’n’ roll era, per la nuova generazione, un fatto elettrizzante,
mai vissuto, che aveva il sapore di rivolta.
Così, in città, Vittorio Campobasso con il complesso “Alba”
del fisarmonicista Mario Lamparelli, si scoprì ad imitare le pose,
i vestiti e la voce dei modelli d’oltreoceano, avventurandosi aggressivamente
a cantare “Lucille”, “Tutti frutti”. Personaggio
eccentrico sulla scena “Mister a-bop-bop-a-boom-op”, che assunse
subito un significato esatto per chi voleva inoltrarsi in quel genere
di musica. I puritani dissero che quello che Vittorio faceva era semplicemente
oltraggioso, ma allorché appariva interpretando “Good golly
miss Molly”, il pubblico si scatenava gridando e saltando. Durante
il suo periodo iniziale si ispirò allo stile boogie e blues. Batteva
i piedi sulle tavole del palco del “Massimo e del Salone del Fante"
spiritato, si dimenava minacciando quasi a voler buttar via il microfono
tra il pubblico, allorché a tutt’eco proponeva “Long
toll Sally” e “Whole lotta shakin’ going on” di
Jerry Lee Lewis. Un rarissimo esempio di vitalità il suo.
Poche centinaia di metri dividevano la sua abitazione in Vico Bagni dalla
mia e così avevo l’occasione di incontrare il dinoccolato
biondo occhialuto “Rock’n roll man”, condividendo Jhonny
Ray, Elvis, Chuck Barry, per poi scoprirci estasiati all’ascolto
del juke-box di Fragnito, che rimandava la litania-sciolingua-non senso
“Tooty frooty o rooty”, che aveva fatto conoscere al mondo
Little Richard e a Benevento Vittorio Campobasso.
Voleva piacere e voleva ancor più essere amato dal suo pubblico,
ma credo che la piccola città di provincia gli andasse stretta
come una camicia di forza, e partì per l’Inghilterra, dove
vive attualmente nella città di Londra.
Tanti sono gli anni trascorsi da allora, ma è forte il mio ricordo
per Vittorio Campobasso, “Rock’n roll man” beneventano,
che con tutto il suo essere partecipava alla musica in modo così
disinibito sul palcoscenico.
Ciao Sogno Americano.
“Bop bam a lu lop
a wam bam boo!
Tutti frutti unruly
Tutti frutti unruly
Tutti frutti unruly
Tutti frutti unruly
Tutti frutti unruly
Wop bam a lu lam
A wam bam boo! (Richard Penniman- Dorothy La Bostrie e Joe Lubin)
* Omaggio al mio amico Vittorio Campobasso.
Enrico
Salzano
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