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I
musicisti del pentagramma plebeo
Basso, tozzo, calvo era “Mastupiritìllo”, suonava la
batteria ed interpretava “macchiette”.
Non conosco l’origine del nomignolo affibbiatogli, ma qualcuno diceva
che… abitava “abbasci’ a’ fraula” e rallegrava
promesse di matrimonio, comunioni, battesimi, festicciole di gente alla
buona nei bassi del popoloso quartiere del centro storico beneventano.
“Signora mia, scusate la franchezza, ‘a figlia vosta è
troppo bona!…Se poi vi siete fatta persuasa e volete che venga ‘ncoppa
a casa, che vi costa…che vi costa…Signò, m’aggarbo
a vuje e a figlia vosta!”
Qualcuno disse: “Troppo spinto!”. Intanto nelle sue esternazioni
fatte di doppi sensi, su musiche disinvolte, agili, evidenziava una mimica
facciale fuori dall’ordinario. Ricorreva a tecniche facciali d’effetto.
In “A risa”, dove ciascun ritornello finiva con una risata
contagiosa, a dir poco lunga, “Mastupiritìllo” regalava
sano divertimento e molti presenti si scioglievano letteralmente dal ridere,
slacciandosi la cinghia dei pantaloni, agitandosi in convulsioni; altri,
per evitare gli spasmi, scappavano fuori.
Con in testa una paglietta e con un paio di occhiali scuri o senza vetri,
ma non senza un cravattino multicolore, iniziava con un prologo il suo
repertorio, su un ritmo ossessivo del timpano: “E signurine ‘e
Caperichino fanno ammore cu ‘e marucchine, ‘e marucchine se
vottano e panza, embè? Embè ‘e signurine cu’e
panze annanze”. Rifacendosi al singolare posteggiatore Eugenio Pragliola,
in arte “Ciucciariello” detto anche “Eugenio cu’e
llente”.
Brani, parodie in cui figuravano varianti ai testi originali, accompagnati
anche da “Felice ‘a magnesia”. Felice, a differenza
di “Mastupiritìllo”, era alto, dinoccolato, con il
viso rubicondo e l’andatura alla cow-boy. Suonava la fisarmonica
e riproponeva “liberamente” un programma di canzoni napoletane
e classici italiani. Insomma possedeva una cognizione nebulosa della musica,
che destinava ad un pubblico senza molte pretese. Ma il duo “Mastupiritìllo”
– “Felice ‘a magnesia” andava oltre le feste private
e si esibiva anche in trattorie, ristoranti e piazze. Non di rado la formazione
si arrichiva della presenza di Vincenzo Viceré, alias “Cienz
‘u moro” e dalla chitarra di Tutuccio Lepore, alias “’U
spirito ”. Viceré “’u moro” vantava trascorsi
nella banda musicale diretta dal maestro Sassanelli, quale clarinettista,
mentre “’U spirito”, nota figura beneventana, era richiestissimo
con la chitarra per eseguire, sotto le finestre di belle donne, accorate
dichiarazioni d’amore, meglio note come serenate, allora ancora
in voga. Che tempi!!!
INTANTO QUESTI SOGGETTI MUSICALI RESTANO PER UN CERTO PUBBLICO SOLO DA
CANZONARE O DA NEGARE. INVECE, SONO CONVINTO CHE RAPPRESENTINO L’ANTOLOGIA
DEL PENTAGRAMMA PLEBEO FIGURANDO, PER QUESTO, TRA I PROTAGONISTI DELLA
MUSICA A BENEVENTO.
“Io nun saccio pittà, io nun saccio pittà. Si sapesse
pittà te pittasse, bella bè, bella bè… E te
pittasse a pelle, bella bè; e te pittasse ‘e spalle, bella
bè; quanno arrivasse ‘o bello, bella bè, so’
sicuro che tu dicisse, che pennello! Che pennello! Ma è il pennello
di Raffaello? O è il pennello che tieni tu?
E pittanno pittanno ricissi che bello penniello ca tieni Ciccì!
E pittanno pittanno pittanno pittanno pittanno vulesse murì!!!”
* Omaggio
ai musicisti del pentagramma plebeo
Enrico
Salzano
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