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Luci
accese sulla musica nuova

Il “Bar Moka” e il “Piccolo Bar” si sforzavano,
con le loro insegne luminose, di aprire la porta del pauroso buio che
regnava sovrano sul duomo e, in loro aiuto, giungevano “Liquigas”
di piazza S.Maria, “Ariston calzature” di Corso Vittorio Emanuele
e “Farmacia Manna” di Corso Garibaldi, ma i neon evidenziavano
gli scheletri dei fabbricati distrutti dai bombardamenti anglo-americani.
“La città non esiste più!” dicevano i beneventani.
Tutto era cambiato: le abitudini, l’amore, e non si sentivano più
serenate. E quello che forse era stato un mondo idilliaco, lasciava il
posto alle impellenti necessità della ricostruzione.
La città era al buio. Però si accendevano i lampadari di
“Palazzo Collenea”, sede del Circolo Ufficiali Americani,
che illuminavano gli strumenti di Rosiello, Vallone, Fasoli, Salzano,
Cammarota, Gogliano, Paragone, Iasiello, i quali interpretavano: “In
the mood”, “Danny boy”, “Serenata a Vallechiara”,
“Stardust”, “Chattanooga cho cho”, “Monastero
e Santa Chiara”, “Pistol pachin mama” meglio conosciuta
come “Ollero a pistuddà”, storia di contrabbando, traffici
illeciti e “signorine” di Capodichino.
L’orrore non era facile da dimenticare, eppure Benevento ci provò:
“Chi ha avuto, avuto, avuto…Chi ha dato, ha dato, ha dato…
Scurdammoce ò passato, simmo e Papule paisà!”. Questi
versi scritti da Peppino Fiorelli e musicati da Nicola Valente, napoletani,
furono un’incitazione alla pace. I fornai, i barbieri e “Cenza
‘a giurnalista” (giornalaia) riprendevano le loro attività:
“Nù marito à taccariata a mugliera!! Era ‘mbriaco!!
Signò! O’ Matino…O’Roma”
Il desiderio di sfogarsi liberamente cominciò a manifestarsi nei
modi più consueti. Nelle serate d’inverno i luoghi più
a buon mercato erano i bar, dove i giovani si incontravano scoprendosi
a bere drink, il cubano, il chinotto, o alla “Sala Biliardo Calicchio”.
Altro passatempo molto in voga era il ballo, passione coinvolgente, anche
se era difficile trovare le ragazze e soprattutto convincere i loro genitori.
Si ballava, per non ricordare, la beguine, il bolero, il bayon, il samba,
lo spirù e persino l’honky-tonky, ma resistevano il fox-trot,
slow, walzer, tango. In piazza Roma si ballava con l’orchestra del
maestro Italo Cammarota e la voce di Gaetano Quadraro. Al “Circolo
Sociale”, all’ultimo piano di Palazzo ex Bosco, con la costituita
formazione denominata “Hula Hula”, che proponeva bolgie-woogie,
swing e i sentimentali “Me so ‘mbriacato e sole”, “Io
ti ho incontrato a Napoli”, “Addio mia bella Napoli”,
“Angelina, Angelina, io vengo in questa pizzeria: a quintali mando
giù pastasciutta col ragù”.
A quel tempo gli uomini vestivano la giacca e la cravatta per andare a
ballare ma, eccezionalmente, vi erano donne in pantaloni che venivano
subito etichettate poco serie. “Hai visto?! Marisa indossava i pantaloni
e va in vespa a Telese a ballare il mambo con Pino!”. Il mambo,
ma anche il cha cha cha, che con ardore ballava la coppia Enzo De Rosa
– Adriana Guerra. Ma i più raggiungevano la pista delle Terme
con il treno e solo pochissimi fortunati andavano con l’auto, noleggiata
da “Papanonno”. Si ballava con il “K2” del maestro
Alfredo Gramazio e al suono
dell’ “Hula Hula” I classici americani, il genere cubano
e i lenti di Sinatra e, caratteristiche essenziali, erano le veglie a
tema: sino alle ventitre furoreggiavano i giovani che si esaltavano con
la voce di Benedetto Politi e del brillante Tonino Sorgente e, prima di
ascoltare “Bahia”, la rumba che siglava la fine delle serate,
apparivano gli adulti che richiedevano il violino e l’ocarina di
Italo Cammarota. La festa però continuava, con la consueta cena
al ristorante “La pagliarella”, al seguito dei componenti
l’orchestra. Un motivo in più di che vantarsi per quei giovani,
il lunedì davanti al caffè o in piazza.
Nei tardi anni ’50 nascevano in città sale per cerimonie
da ballo, situate quasi in ogni zona della città, in via Vittorio
Veneto la “Sala Smeraldo”, il “Salone del Fante”
in piazza Dogana, il “Salone Artiglieri” al viale Atlantici,
il “Veral” in contrada Capodimonte, la “Sala Fiengo”
in via Gaetano Rummo, il “Salone Tretola” in via Napoli, in
via Meomartini il “Salone Pontillo”, il “Salone Tresca”
in via dei Mulini, oltre ai dopolavori Enal e Ferrovieri.
Anche Benevento amava la musica di Duke Ellington, Glenn Miller, Benny
Goodman, Count Basie. Nei locali le orchestre proponevano un repertorio
che coniugava “Blue moon” con “Scapricciatiello”,
“Night and day” con “Anema e core”, “Beguine
the beguine” con “Luna rossa”, “Moonlight serenade”
con “O’ ciucciariello” e “Ho giocato tre numeri
al lotto” con “Sant Louise blues” del fantastico Louis
Armstrong. In quelle sale si alternavano le formazioni di Geppino De Masi,
Raffaele Russo, Mario Lamparelli, Franco Tucci, Cosimo Lepore e Cosimo
Cataudo (Siriviestri) alla fisarmonica. Ancora in attività Vitolo
Fasoli e Michele Alleva (tromba). Diradavano, ahimè, la loro presenza
i chitarristi e i mandolinisti Pasquale e Fulippiello Gallo, Vittorio
Micco, Mario Tavino, Tutuccio Lepore, Augusto il mandolinista e zì
Fulippo ù barbiere (contrabbasso).
I nuovi musicisti si avvicinavano entusiasticamente allo swing e agli
accattivanti
be bop e cool – tanto caro a Lennie Tristano e a Miles Davis.
Benevento ormai aveva sconfitto il buio e aveva acceso i riflettori su
quel particolare sound, che era la giusta conseguenza del modo nuovo di
concepire la musica.
“Buona sera, signorina…Buonasera! Come è bello in faccia
a Napoli sognar, mentre il cielo sembra dire …Buonasera!…Buonasera!
Signorina kiss me good night!” (Sigman-De Rose-Pinchi)
* Omaggio ai musicisti beneventani
Enrico
Salzano
Quella
sera che incontrai Franco Bracardi
Il telegramma
recitava: "Al complesso "The Marines" dei fratelli Pino
ed Enrico Salzano Benevento serata musicale in piazza è
confermata. Salutissimi vostro Salvatore Salottolo"
Era lestate del 1965 e quella sera di agosto, una volta sistemati
gli strumenti sul "Transit" del mio amico Giovanni Caruso, partimmo
freschi freschi alla volta di Campobasso. La tortuosità della vecchia
S.S. 88 dimezzò, però, la primitiva freschezza, ma il sorriso,
leterno sorriso dellavv. Salottolo ci riprese. Poi ci presentò
limpresario Del Giudice, le "Sister Kim" e il cantante
Michele Accidenti, che avremmo poi accompagnato nella prima parte dello
spettacolo, mentre la seconda vedeva la presenza dei "Flipper".
"Aò! Ma come mhai beccato?!" Così rispose
il pianista Franco Bracardi allorché lo individuai tra Max Catalano,
tromba, e Fabrizio Zampa, batteria.
"Sai, dalla copertina del disco "Muskat Rumble" o forse
dal "Cha-cha-cha dellimpiccato", gli risposi.
E Bracardi ribattè "Me sa che a te piacciono di più
i cha-cha-cha che i Flipper".
Ironico, sagace, dalla battuta pronta sotto un volto tondo tondo. Godetti
delle sue battute, quasi macchiette, che continuarono imperterrite anche
a cena, ricordo, sotto quel pergolato in quella sera destate.
A fine spettacolo ci scambiammo i biglietti da visita e ci promettemmo
di rincontrarci, ma non accadde.
Ciao Franco! Ti ricorderò quale musicista ma anche come un quasi
macchiettista, con quel volto tondo tondo.
Enrico Salzano
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