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Raffaele
D'Elia: musicista e poeta dell'allegria


Tante volte, negli ultimi tempi, Raffaele si era lasciato andare e in
altrettante occasioni si era ripreso più ironico che mai e, forte
dei suoi old blue eyes, aveva ricominciato a vivere. Ma in quella fredda
giornata tutto si rivelò irrimediabile: il suo immenso cuore si
era fermato!
“Enrichino”, così mi chiamava, “dopo la mia morte
desidero che scrivi che la mia passione è stata la musica e che
accanto al mio corpo metta un paio di bacchette, così potrò
continuare a suonare la batteria, il mio amato strumento”.
E oggi, a pochi giorni dalla sua scomparsa, ripropongo la sua vita artistica,
secondo la sua volontà.
“Solo, singolare, senza uguali, straordinario, impareggiabile, ineguagliabile,
insuperabile…” Così il dizionario della lingua italiana
definisce l’aggettivo “unico”. Sono tutte espressioni
che ben servono a descrivere il posto che occupa il batterista Raffaele
D’Elia ne “La musica a Benevento – I protagonisti”.
Raffaele D’Elia nacque a S.Angelo a Cupolo il 18 gennaio 1923, familiarizzando
sin da bambino con percussioni varie, coltelli contro forchette, bacchette
contro bottiglie. Poi le prime esperienze vissute nella bottega dei fratelli
Luigi e Ciro Giuliano, liutai e musicisti, che lo avvicinarono ad una
primordiale batteria, realizzata con cerchi e pelli, dalla quale però
riuscì a trarre, grazie alle insite qualità, suoni e ritmi
di “carattere”.
Erano tempi magri, quelli, e Raffaele non chiedeva compensi per le sue
prestazioni, se non un’abbondante cena. Ma il battesimo avvenne
al campo delle truppe americane con i fratelli Giuliano, Ciro –
violino – e Luigi – tromba e chitarra. “Beguine”,
“rumba”, “samba” e melodie napoletane furono le
protagoniste. E i complimenti pure per il giovane musicista da parte del
colonnello Gregory: “That’s all right, Rafè cù
jazz band. Ok paisà!!!”
Lavorò duro e faticò non poco per trovare la personalità
percussiva, ma l’applicazione costante, come battere su barili vuoti
e pieni, lo portò a scoprire il suo “io” musicale.
In suo aiuto vennero anche i rumori della città e le persone con
i loro mestieri. Seguirono, poi, esperienze con compagnie di rivista,
con i maestri Ettore Paragone e Vitolo Fasoli. E con l’orchestra
Fasoli si formò decisamente il batterista, con Michele Alleva e
Albano, tromba; Raffaele Russo, fisarmonica; Peppino Vallone e Gianni
Nenna, violino.
Nostalgicamente il mio Raffaelino ha ricordato : “Il circo Orfei,
quella sera, era stracolmo di spettatori e tutte le luci erano accese
illuminando in un’atmosfera irreale, quasi fatata, l’ambiente.
Ogni tanto un bagliore azzurro mi feriva gli occhi, costringendomi a ritrarmi
dalla mia posizione alla batteria, tanto mi distraeva dal seguire i cenni
del direttore d’orchestra, allorché in pista apparve Moira
Orfei. Era bellissima, magica e si muoveva con agilità, eleganza
e dolcezza. Mi affascinò e me ne innamorai. Quella donna era il
mio paradiso!” E suonò da Dio!
Il circo, si sa, pretende preparazione dall’orchestra e in particolare
dal batterista: rulli, colpi di cassa, di timpano, tom, di piatti e suoni
roboanti, brillanti, soffusi, accennati, freddi, caldi e…Tutto questo
seppe dare lo strumentista.
Intanto, i divi per tutte le stagioni, Marlon Brando e James Dean, Liz
Taylor e Grace Kelly, ma anche Marilyn Monroe, furoreggiavano negli Stati
Uniti. E anche in Italia con i nostri divi, ma di più con le “maggiorate”,
da Silvana Pampanini a Silvana Mangano, da Gina Lollobrigida a Sofia Loren.
I brani musicali si identificavano con il piccolo 45 giri e non più
con l’ingombrante, e facile a rompersi, 78 giri. E anche quelli
che non possedevano una gran voce si avventurarono dietro un microfono.
E l’avventura portò il dinamico Raffaele con l’orchestra
“Hula Hula”, diretta dal maestro Italo Cammarota, a Telese
e composta da: Raffaele Russo, fisarmonica; Silvio Sorgente, sax; Ninì
e Silvano Pagliuca, chitarre; Tonino Sorgente e Benedetto Politi, voci.
E su quella pedana, l’esuberante batterista tirò fuori anche
i suoi “uuhh!” “Jhoahh!”, che sottolineavano i
brillanti latino-americani: “El negro Zumbon”, “Mambo
bacan”, “Brazil”, “Perfidia”, “Carioca”,
“Tico tico”, “Siboney”, “La cucaracha”.
Numerosi figurarono i suoi fans, che imperterriti fino a notte, fremevano
in presenza delle sue bacchette, che, sollevate in aria, scandivano il
tempo. Fu una sua caratteristica. E fra i tanti che fremevano c’ero
anche io, futuro batterista.
Quella sera, ricordo, lo accompagnai all’ Hotel Minieri e mi arricchii
dei suoi insegnamenti: “Enrichino, l’importante è suonare
bene sul rullante, per poi portare i suoni sugli altri tamburi e poi su
tutta la batteria”. E ancora “Le pelli sono importanti. Bisogna
cambiarle spesso e non dimenticare di accordarle bene. La batteria deve
essere buona, ma è il batterista che fa i suoni veri. La musica
unisce; il ritmo e la musica sono universali; la musica non ha dialetti…
ma un linguaggio ricercato”.
E il suo strumento finì poi col diventare mio. E’ stata una
grande eredità!
Nel 1961 sposò Angela Zagarese “La donna che ho sempre amato”.
E al suo matrimonio figurarono, quale colonna sonora, Pino ed Enrico Salzano
del complesso musicale “The Marines”.
Stimava Benevento, ma si trasferì a Caserta, dove diresse un laboratorio
per la lavorazione del marmo. In quella città si scoprì
poeta satirico e filosofo spicciolo, dai grandi effetti.
Raffaelino amava la vita che promulgava Ernesto Murolo, il “Poeta
dell’allegria”, ma si proponeva al mio ascolto con “…chitarra
e manduline, stanotte ‘o core mio ve vò sentì; chella
ca me vò bene dint à sti ssere comme po’ durmì,
sì tutta quanta Napule ‘nterra Pusilleco vene a cantà!”
(Bovio-Tagliaferri).
SICURAMENTE IL MAESTRO RAFFAELE D’ELIA, ECCELLENTE INTRATTENITORE,
PER LA NATURALE SIMPATIA E PER L’IMMEDIATA COMUNICATIVITA’,
HA ESPRESSO AUTENTICAMENTE CONCEZIONI SONORE, BATTUTE INUSUALI, FANTASIE
E RITMI IRREFRENABILI, STILE LEGATO AI RITMI LATINO-AMERICANO DI PEREZ
PRADO E XAVIER CUGAT.
TANTO LO ANNOVERA TRA I MIGLIORI PROTAGONISTI DELLA MUSICA A BENEVENTO.
* Omaggio
all’amico fraterno Raffaele D’Elia.
Enrico
Salzano
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