Il codice di Lucio Dalla

L'artista senza confronti

Era l’epoca dei grandi Mark P100 a Benevento, feste studentesche che si tenevano quasi tutte al “Jolly Hotel”, oggi “President Hotel”, con la presenza di gruppi locali “The Marines” dei fratelli Pino ed Enrico Salzano; “Gigi Giuliano e i Nomadi”; “Merry Boys”; “Complesso Alba” di Mario Lamparelli; “The Forgers” di Geppino De Masi; “Hula Hula” di Raffaele Russo; “I Diabolici” di Tonino Itro…, e con i grandi nomi della musica: Peppino Di Capri, Massimo Ranieri, Jimmy Fontana, l’attore Carlo Campanini e Nico Fidenco.
Le Kermesse, vere e proprie gare tra i comitati degli istituti superiori con un tema, spesso, che si sviluppava nel corso della serata, come l’elezione della Miss, che vinceva grazie fisicità; determinante era il clan che comprava i biglietti che riportavano il suo nome.
Quell’anno, il 1964, dopo la formazione di James Senese, allo Smeraldo, che portò i ritmi partenopei in chiave rock e sonorità jazz e blues, fu la volta del suggestionante Lucio Dalla che cantò con la sua timbrica carica di armoniche, duttile ed estesa, con vibrati profondi spingendola fino al limite del sussurro. Al “Jolly” per la gioia dei teenagers, Dalla interpretò con la sua eccentricità, divertente e beffardo, un repertorio colto dai grandi contenuti artistico-musicali tra i quali spiccava “Summertime”, “St. Louis Blues” e “Careless love” (lei), sua prima incisione.
“Carissimo, noi musicisti siamo dei fortunati! Non per altro, ma noi leggiamo con disinvoltura il libro della vita… Molto difficile, anzi, difficilissimo per i tanti”. Così, il cantautore che, ai suoi inizi, fece parte della “Seconda Roman New Orleans Jazz Band” e con “The Flipper”, un gruppo che suonava jazz e cha cha cha (Cha cha cha dell’impiccato, Dracula cha cha cha, Bombolo…)
Al bar, durante la pausa dell’affiatato gruppo, conversai con Lucio Dalla della canzone di protesta e del beat anni Sessanta e delle “canzonette” di Sanremo dai testi e musiche scontate… moltissimo!.
“…Per me c’è prima la musica, la bella musica e poi lo spettacolo… La ricerca delle canzoni e dei cantanti dovrebbe essere fatta con scrupolo reale, senza far contento questo o quello pur di coprire una settimana di spazi televisivi. Non è un caso se il Festival di Sanremo era bellissimo quando durava un giorno, al massimo tre. Io avrei puntato molto sulle canzoni, sulla musica, poi avrei spettacolarizzato la musica. E invece si fa il contrario…”. Dichiarazione che Dalla rilasciò nel 2003. Onesta e condivisibile.
Una chiacchierata lunghissima, in quella notte di fine inverno, lungo il Viale degli Atlantici, dove l’istrionico musicista dalla divertente mimica facciale, che conservava ancora tracce di capelli, anzi peluria, parlò ininterrottamente per ore e ore con affascinanti locuzioni. Il virtuoso,a quel Mak P 100 guadagnò, va detto, larghi consensi con o senza lo zucchetto in testa, imponendo sul palco il suo clarinetto e la sua classe con l’eccitante – ritmata – classica: “Chattanoga choo choo” e le sue originali composizioni.
Era il 1964 e il maestro ancora non creava la quasi autobiografica “4 marzo 1943”. “…e ancora adesso che bestemmio e bevo vino per i ladri e le puttane sono Gesù Bambino” e neanche “Piazza Gande”, “Occhi di ragazza”, “L’anno che verrà” con Francesco De Gregori (testi), “Ma come fanno i marinai” (Banana Republic), “Balla balla ballerina”, “Caruso”, “Attenti al lupo”, “Anna e Marco”… ma, lasciò a Benevento il suo acume, la simpatia, il jazz e il canto in napoletano.
“Della sua breve vita, il ricordo| il ricordo più grosso| è tutto in questo nome| che io mi porto addosso”.

Enrico Salzano

* Omaggio all’insostituibile.

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