Nazzareno Civetta

"Comme te può scurdà d’ò primmo amore?
E comme può saglì ‘ncopp’a ll’altare?
‘O vvì ca io sto murenno ‘e gelosia,
mentre sona pè te ll’Ave Maria…
Povero core mio,
core spezzato…
ca t’ha voluto bene
e tu ha traduto…"

Ricco di sensazioni, emozioni, stati d’animo allo spasimo, i versi di "Core spezzato" interpretato da Nazzareno Civetta, che con il suo modo di cantare vigoroso, drammatico, umano e pittoresco al tempo stesso, come in "Casanova ‘70" si propone all’ascoltatore con il suo ultimo cd: "La Napoli che ricordo io".
Non è facile prescindere nell’ascolto dalla scadente qualità tecnica di questa incisione ma, certamente, realizzata di getto, senza pause, senza particolari trucchi, che ricorda i cantanti di un tempo allorché si ponevano davanti al loro pubblico.
Un’infanzia non molto felice, la sua, vissuta in via Fragola, ha preparato Nazzareno a meglio comprendere i temi della canzone napoletana, fatta di amori più infelici che felici, follie d’amore, più lacrime che sorrisi.
Le radici della sua napoletanità affondano nella più profonda tradizione, che gli viene dalla famiglia, dai dischi, dalla musica popolare.
"Non ho mai conosciuto maestri di canto, ma non mi mancano sensibilità e ispirazioni", confessa Civetta con forte energia e il suo mezzo sorriso.
E’ vero, il cantante in "Chitarra rossa", indiscutibilmente porta, non dico "pathos", ma un codice misterioso, che dichiara proprio il modo di cantare dei napoletani. Tanto è avvertito soprattutto dalla gente comune. Qualità? Forse! Ma ha ragione quando parla di sensibilità e io aggiungo istintività e semplicità popolaresche.
"Certo! Infatti non credo all’importanza di conseguire un diploma in canto, né vi sono criteri esatti per cantare; ognuno è padronissimo di proporsi a suo piacimento. Insomma, portando se stesso nell’interpretare". Fisso il suo faccione bonario, un tantino tirato, forse per essersi liberato di un peso schiacciante.
E, a suo piacimento, riprende "Indifferentemente", lanciata da Mario Trevi e Mario Abbate, all’undicesimo Festival della canzone napoletana. Il pezzo di linea decisamente melodica è interpretato con accenti sofferti. L’immagine è più credibile quando vi è il "vissuto" e "l’arrendevolezza" di uomo stanco. Peccato per qualche fuori tempo. Decisamente il repertorio del cd è in perfetto stile anni ’70, anche per la presenza del brano: "O bar e ll’Università", scritto da Enzo Di Domenico con i versi di Vittorio Annona, proprio del 1972.
"…Dint’a stu bar ‘e ll’Università, trovo e vint’ann e tantu tiempo fa…Comme è doce stu ccafè, ca mme piglio ‘nziem’a te…Comm’è amara a verità: sceta è suonane…e se ne va…"
"Enrico, amo la "Napoli che ricordo io", cantata da Tony Astarita, Mario Trevi, Antonio Buonuomo, Sergio Bruni, Mario Abbate, ma anche le voci di Giacomo Rondinella, Nunzio Gallo, Angela Luce, Mirna Doris, Maria Paris e del tenore Tullio Pane, che cantò qui a Benevento con Pino ed Enrico Salzano
Ricordo fu un successo!"
Al sesto posto del cd è presente "Russulella" e "Scapricciatiello" al settimo. Con questo genere, molto amato dal pubblico, il cantante con la complicità della bella melodia a tempo di swing affronta con spunti vigorosi anche le "canzoni di giacca".
Anche se le composizioni napoletane sono state proposte da grandi voci, che le hanno spettacolarizzate, Nazzareno propone: "Quatt’anne amore", passionale canzone d’amore, interpretata con stato d’animo angosciato. Voce caratterizzante e immagine suggestiva.
"Allora, Nazzareno, che progetti hai?"
"Tanti per il futuro della mia famiglia, ma nessuno per il canto."
"Eppure ultimamente hai vinto un concorso "
"Si è vero, sono soddisfatto, ma se ho inciso questo cd è soltanto per farlo ascoltare ai miei figli", conclude, con il famoso mezzo sorriso, il cantante di "Core spezzato".

"Povero core mio, core spezzato…ca t’a voluto bene e tu ha traduto…"

*Omaggio a Nazzareno Civetta, mio amico.

Enrico Salzano

 

Torna all'indice