…accadde negli anni '50 a Benevento

Munasterio ‘e Santa Chiara…/Tengo ‘o core scuro scuro…/ Ma pecchè , pecchè ogni  sera/ Penzo a Napule comm’era,/ penzo a Napule comm’è…
Le insegne luminose  del “Bar Moka” e del “Piccolo bar “ si sforzavano di aprire la porta sul buio, sul pauroso buio, che sovrano regnava sul Duomo e in loro aiuto giungevano “Liquigas” di Piazza S.Maria, “Ariston calzature” di Corso Vittorio Emanuele e “Farmacia Manna” di Corso Garibaldi. Ma , i neon  evidenziavano gli scheletri dei fabbricati distrutti dai bombardamenti anglo-americani. “La città non esiste più!” dicevano i beneventani. Tutto era cambiato: le abitudini, l’amore e non si sentivano più le serenate. E quello che forse era stato un mondo idilliaco, lasciava il posto alle impellenti necessità della ricostruzione. La città era al buio e si erano spenti anche i lampadari del Circolo Ufficiali Americani che  avevano illuminato gli strumenti dei maestri,  Pino Rosiello, Vincenzo Vallone, Alfredo Salzano, Italo Cammarota, Vitolo Fasoli, Todeschini Gogliano, Ettore Paragone, Eugenio Podio, Lavinia Iasiello e , interpretato  “In the mood” ,Danny boy”, “Serenata a Vallechiara”, “Stardust”, “Chattanooga cho cho”,  “Pistol pachin mama” meglio conosciuta come “Ollero a pistudda”, storia di contrabbando, traffici illeciti e “signorine” di Capodichino. L’ orrore non era facile da dimenticare, ma Benevento ci provò:
Tarantella, facemoce ‘e cunte/ nun vale cchiu a niente/ ’o passato a penzà (…)/ Basta ca ce sta ‘o sole/ Ca c’è rimasto ‘o mare/ Na nenna a ccore a ccore/ Na canzone p’è cantà (…)”.
Questi versi scritti da Peppino Fiorelli e musicati da Nicola Valente furono un’incitazione alla pace, i fornai, “Micillo” e “Pesce ‘e zucchero”, il barbiere Pasquale “a stoppa” e Cenza ‘a giornalista (giornalaia) riprendevano le loro attività: “Nù marito  a tàccariato a mugliera !!!... Erambriaco!... signò! ‘O Matino!...’O Roma!”
Il desiderio di sfogarsi liberamente cominciò a manifestarsi nei modi più consueti: nelle lunghe serate d’inverno i luoghi più a buon mercato erano i bar dove i giovani s’incontravano, scoprendosi a bere il cubano, il chinotto o alla “Sala Biliardo Calicchio”. Altro passatempo era il ballo. Si ballava la beguine,  la rumba , il bajon , il samba , lo spirù e persino l’honky-tonky, ma resistevano il fox trot ,lo slow , la mazurca, il valzer, il tango. In Piazza Roma si ballava con l’orchestra del maestro Italo Cammarota e la voce di  Gaetano Quadraro. E si ballava anche al “Circolo Sociale”, all’ultimo piano di Palazzo ex Bosco, con la costituita formazione denominata “Hula-Hula” che proponeva  boogie-woogie, swing e i sentimentali: “Me so ‘mbriacato e sole”,”Io ti ho incontrato a Napoli,” “Munasterio ‘e Santa  Chiara”, “Tammurriata nera” che con ironia racconta la drammatica vicenda di una giovane, una delle tante, messa in stato di gravidanza dai militari di colore e “Angelina, Angelina, io vengo in questa pizzeria: a quintali mando giù pasta asciutta col ragù”.  A quel tempo gli uomini vestivano in  giacca   e cravatta per andare a ballare ma, eccezionalmente , vi erano donne in pantaloni che subito venivano etichettate poco serie. “Hai visto? Marisa indossa i pantaloni e va a Telese in “vespa” a ballare il mambo con Pino!” Il mambo, ma anche il cha cha cha, che con ardore ballava la coppia Enzo De Rosa – Adriana Guerra. Ma, i più raggiungevano la pista delle terme con il treno e solo pochissimi fortunati andavano in auto proprie o noleggiate da “Papanonno”.
Si ballava con il “k2” del maestro  Alfredo Gramazio e  al suono dell’“Hula Hula ” di Italo Cammarota  i classici americani, il genere cubano e  i lenti di Sinatra .   Catatteristiche essenziali erano le veglie a tema : fino alle ventitrè furoreggiavano i giovani nell’ascoltare Benedetto Politi e Tonino Sorgente e prima che cominciasse “Bahia”, la rumba che siglava la fine della serata, apparivano gli adulti che richiedevano il violino e l’ocarina di Cammarota.  Poi tutti a cena al ristorante “La Pagliarella”.
Nei tardi  anni ’50 nascevano sale  per cerimonie , situate  quasi in ogni zona della città : “Smeraldo”, “Fante”, “Artiglieri”, “Veral”, “Fiengo”, “Tretola”, “Pontillo”, “Tresca”… oltre ai dopolavori ENAL e “Ferrovieri”.
Anche  Benevento amava la musica  di Duke Ellington,
Glenn Miller , Benny Goodman , Countie Basie .  Nei locali le orchestre proponevano  un repertorio che coniugava “Blue Moon” con “Scapricciatelo”, “Night and day” con “ Anema e core , “Begin the beguine” con “Luna rossa”, “Monlight serenade” con “‘O ciucciariello” e  “Ho giocato tre numeri al lotto”  con “Smoke gets in your  eyes”.
In quelle sale si alternavano le formazioni di Geppino De Masi, Raffaele Russo, Mario Lamparelli, Cosimo Lepore, Cosimo Cataudo (Siriviestri), Alfredo Salzano, Vitolo Fasoli, Franco Tucci, Amedeo Romano, Peppino De Blasio… mentre muovevano i primi passi Pino ed Enrico Salzano, Gigi Giuliano e Vittorio Marsiglia. Diradavano, ahimé, la loro presenza i chitarristi-mandolisti Pasquale e Fulippiello Gallo “a’stoppa”,Armando Salzano, Vittorio Micco, Mario Tavino, Tutuccio Lepore, Giovanni Russo, Cosimo Vitiello, Augustou’ sgubbetiello”, zi Giuvannou’ barbiere”, Nicola Covino e non si eseguivano più le serenate.
I nuovi musicisti si  avvicinavano entusiasticamente allo swing e agli accattivanti “Be bop e cool” tanto cari  a Lennie Tristiano e a Miles Davis.
Benevento ormai aveva sconfitto il buio e aveva acceso i riflettori su quel particolare ‘sound’ che era la giusta conseguenza del modo nuovo di concepire la musica. Ma… “e si nun era pu contrabbando/ a panza mia era vacante”.

Enrico Salzano

* Omaggio agli anni ’50 a Benevento

Questo articolo che riproponiamo ai nostri lettori, è stato oggetto di studio da parte della Dott. Margheritamaria Cozzi che, dopo l’approvazione della docente relatrice chiarissima Professoressa Marilisa Merolla della Facoltà di Sociologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, lo ha riportato integralmente in un capitolo della tesi sull’aspetto artistico-musicale della canzone, nel periodo della ricostruzione del secondo dopoguerra (1948-1963).

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