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Il rock'n' roll in città
- Vittorio Campobasso (al centro) in una sua esibizione - La città,
nei tardi anni Cinquanta, era appena sfiorata dallimpetuoso vento
del rock e, accanto al mambo, alla rumba, al cha cha cha e al merengue,
i complessi cominciavano ad inserire nei loro repertori "Rock
around the clock" di Bill Haley. Il ballo però
era uneccezione e figurava esclusivamente per fare colpo; infatti
il pubblico nelle sale smetteva di ballare e impressionato seguiva "levento".
Ormai i sedicenni si entusiasmavano per il singhiozzo di Tony Williams,
voce solista dei "Platters", per "Danny boy"
di Conwey Twitty, per Elvis Presley, per Little Richard
e non era raro vederli ballare davanti ai juke-box o tra le poltrone dei
cinema, come i loro coetanei americani. Il rockn roll era, per la
nuova generazione, un fatto elettrizzante, mai vissuto, che aveva il sapore
di rivolta. Così, a Benevento, Vittorio Campobasso con il
complesso "Alba", diretto da Mario Lamparelli,
si scoprì ad imitare le pose, i vestiti e le voci dei modelli doltreoceano,
avventurandosi a cantare con grinta "Lucille" e "Tutti
frutti". I beneventani dissero che Vittorio si proponeva in modo
oltraggioso, ma allorché interpretava "Good golly miss
Molly" il pubblico si scatenava gridando e saltando. Durante
il suo periodo iniziale si ispirò allo stile boogie e blues; batteva,
infatti, i piedi sulle tavole del palco del "Massimo" e del
"Salone del Fante", spiritato, si dimenava minacciando quasi
a voler buttare via il microfono. Allorché, a tutteco, proponeva
"Long toll Sally" e "Whole lotta shakin
going on" di Jerry Lee Lewis. Un rarissimo esempio di
vitalità, il suo. Enrico Salzano * Omaggio al mio amico Vittorio Campobasso |