Un esempio di tortura contro le streghe

Tra leggenda e verità storica, ancora si narra di quel noce che, poco fuori dalla città di Benevento, era luogo di un culto oscuro e misterioso. I tempi erano bui. Benevento, assediata dall’esercito bizantino, soffriva fame e morte. La salvezza giunse dal Cielo, nelle sembianze di un Vescovo, San Barbato, che abbattè il noce, e ne estirpò le radici. Ma questo non servì a purificare il luogo dal male. Le riunioni delle streghe resistettero nei secoli, tanto che noi ne possiamo trovare testimonianza anche nel periodo dell’Inquisizione fino al 1600.
Nella primavera del 1430 venne bruciata come strega una certa Teresa, abitante presso Pesco Sannita. Nella interminabile sentenza fatta redigere dal giudice inquisitore, campeggiano filastrocche contro gli spiriti e i dolori corporali, confessate dalla stessa Teresa sotto le ripetute torture che accompagnavano l’interrogatorio. Teresa confessò davanti al giudice di essersi più volte unta di grasso d’avvoltoio, sangue di nottola e sangue di bambini lattanti. Teresa invocava il demonio Lucibello, il quale le appariva in forma di caprone, la prendeva in groppa e, trasformatosi in mosca, la conduceva velocemente al noce di Benevento. Confessioni, queste, estorte con i dolori terribili inflitti dalle torture della Santa Inquisizione. Probabilmente Teresa considerava il rogo —pena certa cui sarebbe andata incontro— meno doloroso di quelle terribili torture, cui pose fine con le sue confessioni.
Recenti studi di psicologia hanno dimostrato che, durante un interrogatorio, tramite sottili mezzi di persuasione, si può indurre l’interrogato a confessare ciò che gli viene suggerito dallo stesso inquisitore. Di fronte al potere di chi inquisisce, nulla valgono la volontà dell’inquisito, e le verità sulla propria innocenza seppellite nel suo animo. Il potere dell’inquisitore si manifesta anche con una forza persuasiva che fa ammettere all’inquisito colpe mai commesse. Molte streghe, oltre a Teresa, povere donne di paese, esseri emarginati e bizzarri, furono arse vive nei secoli per atrocità confessate sotto gli effetti della tortura e della persuasione della Santa Inquisizione.
Le principali torture, cui supponiamo sia stata sottoposta anche la nostra Teresa, erano la tortura della corda, la garrotta, la ruota, la frusta, la lapidazione, la forca dell’eretico, gli stivali, l’impalazione. La più comune, restava la tortura della corda. Era una delle torture più semplici, e quindi più praticate. Da una trave pendeva una corda. La vittima veniva lasciata cadere coi polsi legati dietro la schiena, da una certa altezza, producendole slogature alle braccia e alle spalle. Fra tutte, la più crudele delle torture era la forca dell’eretico, uno strumento che veniva conficcato nello sterno e sotto il mento, con le estremità acuminate, così da bloccare all’accusata ogni movimento, permettendole solo di sussurrare le proprie confessioni.
Omne male percusiccio/ omne malestravalcaticcio/ omne male fantasmaticcio/ d’eco el toglia/ et la terra l’arecoglia/ et non noccia ad cristiano.
Ecco una delle formule magiche per sanare i mali che costarono la vita a Teresa. Il verbale che seguì nel processo, è la testimonianza della barbara ignoranza che attribuiva poteri demoniaci alle povere donne malate difese dal Wier (vedi puntata n.1).


La Curia beneventana distrusse i verbali dei processi alle streghe

Da una fonte che volle rimanere anonima, e che Abele De Blasio cita, veniamo informati che i 200 verbali conservati presso la Curia Arcivescovile di Benevento, erano stati distrutti prima dell’arrivo delle truppe garibaldine nel 1860, al fine di evitare che tale documentazione venisse utilizzata per fomentare la campagna anticlericale nel decennio che precedette la presa di Roma. Di recente, quando papa Wojtyla volle riunire in Vaticano un’assemblea di cardinali per comunicare loro l’intenzione di affrontare il giubileo dell’anno 2000, egli fece un serio esame di coscienza sulle colpe della Chiesa. L’accoglienza fu fredda. Ma papa Wojtyla non si perse d’animo, esortando i fedeli a purificarsi dai peccati commessi dai "figli della Chiesa", denunciando coloro che si erano allontanati dai valori cristiani, con azioni che hanno "sfigurato il volto della Chiesa". Le parole più forti di papa Wojtyla le troviamo nel documento citato nel simposio internazionale sull’Inquisizione organizzato dal Vaticano nel 1998.

 

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