LA VOCE DELLA CHIESA

Rubrica a cura di Mons. Pasquale Maria Mainolfi

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Empatia e comunità verso il futuro
Gli alberi di aprile e il trionfo della parola
Immigrazione extracomunitaria da problema a risorsa
Da 20 anni i festaggiamenti in onore di San Gennaro
L’Enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco: un inno di meraviglia e un grido di allarme

250° dell’arrivo e della morte di San Pompilio a Campi Salentina
Un lenzuolo funebre racconta l’Amore più grande nel tempo della violenza
Celebrati i venti anni di attività in Benevento del Cursillos de Cristianidad

Il sangue dei martiri è seme dei cristiani
Padre Acernese verso la beatificazione
Romeo e Giulietta della Valle Caudina


Empatia e comunità verso il futuro

Il libro di 80 pagine con introduzione e 5 capitoli (1. Storia e genesi della Comunità – 2. Politica e Comunità – 3. La Comunità tra Ethos e Kratos, cioè eticità e potere – 4. l’Empatia creatrice e la Comunità – 5. Empatia e Global Community, cioè Comunità Globale che dall’Italia si rivolge all’Europa e al Mondo), in verità è un saggio che mette subito a fuoco l’argomento con dati e testimonianze. Il pensiero profondo e sofferto dell’autore “allarga” il campo visuale della Politica, dell’Economia, della Comunità e della Storia ma lo “restringe” in una sintesi formidabile senza sbavature e inutili verbosità. Evita giudizi e abbonda invece con i punti di vista e le visioni del mondo. Coniuga dati empirici a sostegno della sua tesi. Conversa con i più esperti pensatori. Dialoga con sociologi e politologi contemporanei. Per Mario Pepe scrivere un saggio è un atto di fede e di umiltà. Egli crede nelle argomentazioni che espone e le difende con la massima umiltà. Se qualcuno non è d’accordo con quello che qui è stato scritto va benissimo. Significa che chi ha scritto ha fatto una cosa intelligente. Non bisogna assolutamente mollarla! Questo saggio breve è un testo argomentativo basato sull’intento di dimostrare una tesi formidabile: solo attraverso l’Empatia, cioè la capacità di “sentire dentro”, “mettersi nei panni dell’altro”, solo attraverso questo feeling empatico è possibile riscoprire l’etica dell’alterità e costruire una comunità sempre più a misura d’uomo, recuperando pienamente il valore della cittadinanza attiva. Un sogno. Una speranza. Una meta. Un percorso da fare “insieme” per costruire una nuova comunità. Un fatto è certo: oggi le comunità grandi e piccole non resistono più senza una vera e grande passione per la nostra terra e per la nostra identità culturale e spirituale.
L’autore Mario Pepe, attraversa da un capo all’altro questo saggio breve, con la sua storia di Professore, Preside, Sindaco di San Giorgio del Sannio, Consigliere Provinciale, Assessore Regionale, Deputato del Parlamento italiano, Padre di famiglia, Cittadino e Cristiano. Il saggio si conclude con una poesia del poeta Mario Luzi “Alzati a volo” che invita a non polverizzare il patrimonio culturale e identitario ereditato dalla storia e costruito con l’azione dinamica e sinergica degli uomini e delle istituzioni. I versi conclusivi rivelano con struggente condivisione l’anima del carissimo amico Mario Pepe: “Evita i gorghi / d’oscurità / da cui è difficile riemergere / e di esso dire ti è negato / lo sappiamo. / Sta’ nei limiti tuoi, usa / la calma, la perseveranza, / l’attenzione dei sensi, / della mente / questo dicono / esperti consiglieri alla mia insufficienza / non sapendo che il patto è già concluso / tra ansia e finitudine / e c’è pace terrena e ultraterrena, c’è. / Di te molto, mia terra, / mi è inciso / nell’anima e nel viso, / mi è scritto nelle carni, / ma tu di me rechi pure qualche traccia ,/ ti prego, non polverizzarla / del tutto, finché tutto sia compiuto.” Nella conclusione del presente lavoro Mario scrive: «Non è un diritto rivendicare la democrazia, è un dovere difenderla contro gli arrampicatori politici e procacciatori di affari». E’ urgente allora: incrociare le nostre mani per ritrovare l’empatia, unire le nostre mani per fare comunità. La dedica in prima pagina è significativa: «Alla Comunità Sangiorgese perché ritorni a nuova vita». I latini dicevano: intelligenti pauca: a chi capisce basta poco. E’ l’equivalente del detto italiano: “A buon intenditor poche parole”.
Il messaggio. In questa riflessione si affrontano i temi più importanti che riguardano la genesi della comunità e l’esercizio di una vera cittadinanza, le questioni essenziali del nostro essere sociale e del nostro impegno per una comunità autentica, un’idea per un percorso amministrativo di governance locale, un progetto di rinascita, orientato verso il futuro dalla forza propulsiva dei giovani. Solo una rinnovata empatia civica renderà capaci di costruire con gli altri una vera Communitas. A questo convivio di sogni , mete, speranze, percorsi e progetti il prof. Mario Pepe convoca i più grandi testimoni della saggezza e della sapienza: Aristotele, San Tommaso, Karl Marx, Leone XIII, Pio XI, Giovanni Paolo II, Jack Maritain, Max Weber, Edith Stein, la Costituzione Italiana del 1948, Spinoza, Kant, Hobbes, Rosmini, la Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II, Papa Francesco Bergoglio, ed altri pensatori, sociologi e scrittori come Heidegger, Enrico Berti, Salvatore Esposito, Massimo Cacciari, Zigmund Bauman, Franco Ferrarotti, Marco Berselli, Benedetto Croce, Giuseppe Cotturri, Lynn Hunt, Giuseppe de Rita ed altri... Mario Pepe infine, da espertissimo professore di filosofia, seleziona un puntuale glossario per facilitare il cammino specifico e specialistico in ambito socio-politico, dove emergono i termini: status, commùnitas, polis, humus, politica, koinonìa (comunità), oikìa (famiglia), kratos (potere) e demos (popolo) che dà origine alla parola democrazia, munus (dovere), teknè politikè (arte politica), polemòs (polemica) scontro dialettico che fa riferimento all’aggettivo pollòi (molti) perché la politica non è orientata verso i singoli ma verso la totalità dei cittadini, local government (insieme di istituzioni e procedure per governare le aree di piccole dimensioni), diakonìa (servizio civile alle comunità), lo jus civis (il diritto di cittadinanza), nomos (legge), kratos come potere assoluto e autocratico, ethos civico (rispetto dell’ordinamento civile), la hybris (violenza e arroganza gestionale), il dòminus democratico, il drakon apocalittico che manifesta con arroganza la sua libido dominantis, l’auctòritas (autorevolezza che fa crescere l’organismo comunitario), l’empatia per evitare la distruzione della specie umana e sviluppare la democrazia sostanziale, il “demone della paura” che ora tutti ci affligge, l’individualismo che inaridisce la solidarietà, il telos (fine, obiettivo cui devono tendere gli Stati per affermare un nuovo umanesimo empatico), cittadinanza attiva e falsa cittadinanza... Insomma: un invito a ritornare tra i banchi di scuola per promuovere un linguaggio, una comunicazione condivisa che genera comunione all’interno della comunità. Nei giorni scorsi i risultati del CENSIS, ci hanno offerto il quadro preoccupante di un’Italia “in letargo esistenziale”. Il sonno della ragione, lo sappiamo molto bene, genera mostri. Indifferenza e disimpegno dilatano i deserti esistenziali. Ci domandiamo: qual è la condizione in cui versa al presente San Giorgio del Sannio, che negli anni passati presentava il suo biglietto da visita, come “La Città dei fiori e della cortesia”? Vi confido un particolare che non ho mai raccontato in pubblico: il 29 ottobre 1983, 33 anni fa, fui ordinato sacerdote; il Sindaco Mario Pepe chiese all’Arcivescovo Carlo Minchiatti di inviare il sottoscritto come parroco di San Giorgio del sannio, ma dopo 6 mesi di servizio pastorale al Rione Libertà di Benevento, l’arcivescovo mi chiese di rinunciare alla proposta fattami e di andare a servire la comunità di Sassinoro. In nome dell’obbedienza lo feci prontamente. Mi commosse la premura di Mario Pepe per il suo paese.
Tre riflessioni personali: 1) La “venticinquesima ora”. Che ora è? Viviamo nella «Mezzanotte della notte del mondo», rispondeva già anni or sono Martin Heidegger. Crudeltà gratuita, efferata e diffusa: rivelazioni del demoniaco, della violenza dell’uomo sull’uomo, oggi. C’è poi una violenza come modulazione dell’indifferenza. Sono le coordinate del calvario silenzioso del “mondo dei due terzi” di oggi. Non produce nulla. Non guadagna nulla. Non può acquistare nulla. Perciò è considerata nulla. Nulla e così sia! E l’abisso va scavandosi ancora di più fra l’area dell’opulenza e l’immenso arcipelago della miseria. La crudeltà si esprime nel pendolo che va dal polo del cinismo a quello dell’indifferentismo. La vita umana è ridotta a un nient’altro che fisiologico e funzionale alla ricchezza e al potere. L’uomo diventa come una parte del mondo cosmologico, assoggettato al sistema totalizzante che ieri era di ordine prevalentemente politico, oggi, nell’epoca della globalizzazione, è prevalentemente di carattere economico-finanaziario. Nessun uomo, in verità, può ridursi a “parte del mondo”. Ogni uomo, qualunque sia la sua collocazione geopolitica, è sempre “un mondo a parte”. Una realtà sacra! 2) “Riauscultare i battiti”. Riauscultare l’uomo nei suoi battiti più profondi è l’urgenza per non perire prima che sia troppo tardi. I popoli della fame e della guerra sono – come suggerisce la “Populorum Progressio” (lettera enciclica di Paolo VI) una polveriera pericolosa che può esplodere da un momento all’altro. La manovalanza del terrorismo è data anche dalla rabbia repressa contro il Nord del mondo, ove la responsabilità è diretta e indiretta, attraverso la congiura strisciante, quantomeno del silenzio. Ad ogni buon conto, anche al di là dell’arcipelago della miseria socioeconomica, preme il vuoto dei valori e il conseguente bistrattamento del valore centrale dell’essere umano. E questo, a cominciare dagli anelli più deboli della catena sociale, quali i bambini, le donne e gli indifesi. La riauscultazione dell’uomo, in questo orizzonte di invocazione di speranza, si chiama “com-passione”. L’Estremo Oriente, con i suoi messaggi nobili di antiche religioni, ripropone la compassione come una categoria essenzialmente relazionale. La cultura cristiana la pone come dimensione del Figlio di Dio che a Natale si fa Figlio dell’uomo, considerando la compassione come il secondo nome dell’Incarnazione. Questa, infatti, è, essa stessa entusiasmo di Dio per l’uomo e sofferenza di Dio con l’uomo. E’ l’evento del pathos di un Dio innamorato dell’uomo in un uomo innamorato di Dio. E dice altresì i costi di questo amore. I due momenti del mistero pasquale di morte e di risurrezione sono i punti culminanti della com-passione. La com-passione si manifesta anzitutto con l’attitudine alla “com-prensione” e alla “con-solazione”, per abbracciare ogni essere umano con i suoi limiti, errori e speranze, per fare compagnia a chi si sente immerso nella solatio, nella solitudine. La com-passione si manifesta attraverso la “dedicazione” e la “dedizione”, previa la “con-vibrazione” del profondo, verso l’uomo misero e bisognoso, mendicante di felicità. La com-passione non si ferma allo stadio della partecipazione al pianto, ma porta alla celebrazione della vita (nella parabola del “Padre misericordioso” di Lc 15: il “bacio del padre” come trasfusione della propria anima in quella del figlio e “facciamo festa perché questo figlio era come morto ed è tornato a vivere”). Questo paradigma divino viene riproposto nella parabola del “Buon samaritano” di Lc 10 dove lo straniero non passa indifferente ma si abbassa, lenisce le ferite, si prende cura e riabilita il malcapitato). Sul piano antropologico l’atteggiamento della compassione presuppone l’attivazione, anzitutto della dimensione della empatia, che è struttura d’essere e - come afferma Edith Stain - motorino d’avviamento di tutte le altre forme di relazione. Così soltanto può sorgere la “sim-patia”, che appunto etimologicamente significa “com-passione”. Così si snoda la “sin-tonia”, che è muoversi sulla stessa lunghezza d’onda, in funzione della “sin-opia”, che è guardare nella stessa direzione, meta o fine. La filosofia del volto di Emmanuel Levinas si potrebbe così sintetizzare: “il volto dell’altro” – che è nient’altro se non “l’altro-come-volto” - è un “ad-spectus”, cioè un affacciarsi della sua storia, con la sua originalità radicale e irripetibile. Di per sé essa si attende il “re-spectus”, come capacità di guardare insieme verso lo stesso obiettivo. Sono questi i presupposti del vivere per l’altro, anzi del farsi altro, “impellandosi” (mettersi nella pelle dell’altro), come diceva Leibeniz, per entrare nelle angustie, nelle angosce e nelle speranze dell’altro. Nel libro di Giobbe, il protagonista, guardando con nostalgia i suoi giorni felici, afferma: «Io ero occhio per il cieco, ero piede per lo zoppo, ero padre per i poveri e aiutavo nelle cause lo sconosciuto» (Gb 29,15). La “com-passione” è la cardiofisiologia dello spirito, in quanto è pensare con un cuore di carne. L’educazione è cardiofisiologia dello spirito in quanto è colto nel suo dinamismo. E’ essenzialmente “dià-logos”, cioè “parola d’amore” (direbbe Ferdinand Ebner, filosofo austriaco), che parte da un cuore “per attraversare” (dià) l’altro cuore. Infatti Don Bosco soleva dire che «L’educazione è un fatto di cuore». 3) La politica “Arte nobile e difficile” (Gaudium et Spes, 75). Nella Lettera Apostolica Octogesima Adveniens, per l’80° della Enciclica Rerum Novarum, Paolo VI afferma: «La politica è una maniera esigente di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri» (n. 46). Dunque è un delitto lasciare la politica nelle mani degli avventurieri. Ecco perché faccio miei i sentimenti di Mons. Tonino Bello, profeta del nostro difficile tempo:
“Fondi segreti. Aste truccate. Tangenti sottobanco. Corruttele di potere. Falsità nella dichiarazione dei redditi. Rapporto predatorio col denaro pubblico. Processi che si insabbiano. Concorsi pubblici che si manovrano... Il nostro mondo e fatto così: assetato di profitto e di potere. Coraggio, amici operatori sociali e politici. Oggi il vostro mestiere é fra i più ingrati e incompresi. Quando si parla di voi la gente ricorre alla battuta e si sente autorizzata ad avanzare giudizi pesanti. L’aggettivo più innocuo che oppone alla parola politica e quello di “sporca”. E’ segno che c’e un diffuso scetticismo sulla gratuità del vostro impegno, o sulla serietà della vostra missione, o sull’autenticità del vostro carisma. La gente con voi o é ossessivamente cortigiana, strisciandovi davanti con le forme del lecchinaggio più vile, o vi disprezza indicandovi come i capri espiatori di ogni malessere sociale, anche il più ineluttabile. Perché nasca un nuovo ordine di giustizia e di pace dobbiamo accendere, con quella della “pietà”, la lampada della “politica”, intesa come maniera esigente di vivere l’impegno umano e cristiano al servizio degli altri. Una politica sottratta alla lussuria del dominio. Preservata dall’adulterio con i corrotti. Inossidabile alle esposizioni lusingatrici del denaro. Restituita finalmente alla simpatia della gente. E resa oggetto di una reverenza quasi sacerdotale, se è vera l’ardita intuizione di Giorgio La Pira che affermava: «La politica è l’attività religiosa più alta dopo quella dell’unione intima con Dio». La politica è dunque una delle espressioni più alte della carità per la crescita del bene comune. Ringrazio l’amico Mario Pepe che ha provocato e permesso queste riflessioni.
Ringrazio tutti per l’attenzione, augurandovi un Santo Natale e un felice 2016, con la sfida della speranza nel cuore. Auguri, e ancora grazie.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.11 del 18/12/2015)


Gli alberi di aprile e il trionfo della parola

L’Autore
Solo alcune pennellate essenziali! Pasquale Ricci, cervinarese, 64 anni, diplomato ragioniere presso l’Istituto Tecnico Commerciale di Cervinara, laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Napoli. Dopo una breve esperienza di insegnamento di materie giuridiche ed economiche, da oltre 30 anni, responsabile della Polizia Locale di Cervinara.
Uomo serio, silenzioso, attento, riflessivo, rispettoso, garbato, sposo fedele ed innamorato, padre delicato e premuroso.
Titolare di: un vivo senso del pudore, una sincera umiltà’, delicatezza di sentimenti, raffinata sensibilità, capacità meditativa di alta caratura, schivo, riservato, discreto, altruista e paziente. Poeta del profondo sentire. Amante del silenzio. E nel silenzio, sempre egli è capace di ascoltare le voci che partono dalla natura e dal mondo, la voce che parte dall’Alto.
Pasquale Ricci, nel suo iter culturale e formativo ha raccolto significative feritoie di luce: dal “Fanciullino” di Giovanni Pascoli, presente in ogni spirito sensibile, sempre capace di meravigliarsi delle piccole cose. Dall’ermetismo di Giuseppe Ungaretti dove è concentrata l’immagine del poeta che sente la malinconia per la propria condizione (“balaustra di brezza per appoggiare stasera la mia malinconia, [poesia Stasera]); dalla prodigiosa capacità di Gabriele D’Annunzio di piegare la parola nella visione plastica e sensoria delle cose: (La pioggia nel pineto).
Il Libro
“Gli Alberi d’Aprile”. Raccolta di 108 poesie, in 175 pagine. Impaginazione e stampa Tipografia Lengua di Cervinara, A.D.2015, con illustrazioni molto appropriate del Prof. Tommaso Loia Saggese, raccolta che Pasquale Ricci dedica alla sua famiglia. Il volume è prefato dal Prof. Giuseppe Gorruso, docente di lingua e letteratura inglese presso l’Università degli Studi di Brescia e dal Prof. Franco Martino, dirigente scolastico in pensione. La postfazione è del Dott. Alfredo Marro, Direttore de “Il Caudino”. Il linguaggio è semplice, fluido, profondo. I temi trattati attingono nell’orizzonte interiore e attraversano tutto il passato della memoria per cantare: l’amore, la vita, la passione, la bellezza, l’ideale, la libertà, l’arcobaleno dei sentimenti, soprattutto la semplicità.
Si tratta insomma di un viaggio dell’anima nel mondo sommerso e mai estinto dei ricordi.
Lo stile segue una struttura sintattica lineare, semplice, stringata, limpida, sintetica, puntuale, trasparente, senza rinunciare alla musicalità del verso. Dunque: un diario intimo stile Amarcord, saturo di nostalgia che ora, da “segreto” diventa “pubblico”, per rivelare a tutti l’identità’ del poeta Pasquale Ricci, nel mentre parla dell’uomo, della vita e della morte; nel mentre racconta dell’amore per la famiglia, per la sposa e per la madre; nel mentre canta la bellezza della terra e del cuore e denuncia soprusi, ingiustizie e indifferenze.
Il Messaggio
La bellezza che salva il mondo; Il Poeta e la Poesia; La Nostalgia e la Speranza.
Con tutta la saggezza e la purezza di cui è capace il cuore umano, Pasquale Ricci, attraverso la struttura delle riflessioni e degli accenti, ci offre delle straordinarie “liriche meditative”. Nucleo emotivo della Raccolta di Riflessioni, pur tra tanti risvolti e approfondimenti, è la “solitudine” davanti alla morte che si presume sempre vicina. La Raccolta è percorsa dal fremito consapevole di vivere nel segno della finitudine, dinanzi al Creatore di tutte le cose e di tutti gli uomini. E, nonostante “timore e tremore”, “sogno e fallimento”, “desiderio e delusione”, il nostro poeta non si stanca di cantare il primato della Bellezza delle piccole cose, dei piccoli e grandi gesti di amore. Mi sovviene il ricordo della domanda, che sempre più mi entra nel cuore, che Dostoevskij, nel suo romanzo, “L’Idiota”, pone sulle labbra dell’ateo Ippolit nel mentre si rivolge al Principe Myskin: «E’ vero, principe, che voi diceste un giorno che il mondo lo salverà la “bellezza”? Signori – gridò forte a tutti – il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza... Quale bellezza salverà il mondo?». Il principe non risponde alla domanda [come un giorno il Nazareno davanti a Pilato non aveva risposto che con la sua presenza alla domanda “Che cos’è la verità?” (Gv 19,38)]. Sembrerebbe quasi che il silenzio di Myskin – che sta accanto con infinita compassione d’amore al giovane che sta morendo di tisi a 18 anni – voglia dire che la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore. Dunque, non la bellezza seducente, che allontana dalla vera meta cui tende il nostro cuore inquieto, ma la “bellezza tanto antica e tanto nuova”, che Agostino d’Ippona confessa come oggetto del suo amore purificato dalla conversione, la bellezza di Dio (Confessioni, 10,27). E’ la bellezza che caratterizza il Pastore che ci guida con fermezza e tenerezza sulle vie di Dio, che è detto dal Vangelo di Giovanni “Il Pastore bello, che dà la vita per le sue pecore” (Gv 10,11). E’ la bellezza cui fa riferimento Francesco nelle “Lodi del Dio Altissimo” quando invoca l’Eterno dicendo: “Tu sei bellezza!”. E’ la bellezza di cui ha scritto San Giovanni Paolo II nella “Lettera agli artisti” affermando: “Nel rivelare che quanto aveva creato era cosa buona, Dio vide anche che era cosa bella... La bellezza è in un certo senso l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza (n. 3). E’ la bellezza di fronte alla quale - dice Immanuel Kant, nella “Critica del Giudizio” (par. 59) - “l’animo avverte una certa nobile elevazione al di sopra della semplice predisposizione al piacere sensibile”.
La domanda su questa bellezza, stimola fortemente anche il nostro poeta: “Quale bellezza salverà il mondo?”. Non basta deplorare e denunciare le brutture del mondo. Bisogna parlare con un cuore carico di amore compassionevole, donare con gioia e suscitare entusiasmo. Bisogna irradiare la bellezza di ciò che è vero e giusto nella vita, perché solo “questa” bellezza rapisce veramente i cuori. Il profeta Isaia afferma : “Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene” (52,7).
Il Poeta e la Poesia
Il Poeta è un Araldo, il poeta è un Profeta, il poeta è un Messaggero di luce e di bellezza che rigenera il mondo e lo libera dalla sua opprimente monotonia e invecchiamento.
La Poesia è sempre ed essenzialmente, espressione di sentimenti: è cioè lirica, interamente animata da un perenne romanticismo. E’ questo uno dei punti fondamentali dell’estetica crociana. Ma Giovanni Gentile aggiunge che la poesia è soggettività, sentimento immediatamente vissuto come in uno stato di sogno. Oso dire che la poesia è creazione: realizzazione di un mondo che prima non era. Ci chiediamo: E’ sentimento la poesia? Si, ma se per tale intendiamo tutta la persona umana che vive e che pensa, e col pensiero dà vita al suo mondo. E’ soggetto? Si, di una soggettività che non è solo autobiografia, ritrovamento di sé, perché nel pensiero del poeta si manifesta il cosmo, l’universalità dell’essere che variamente si configura in base all’esperienza vissuta dal poeta. Il mondo creato da poeta è portatore di valori universali: di giusti valori nei quali il poeta crede e che sono la sua vita, la sua anima profonda. Nell’individuo il cosmo e nel cosmo, al centro dell’essere, la personalità del poeta, che misura la sua peculiare vocazione artistica dall’intensità e sincerità dei suoi pensieri. Quando la filosofia non riesce ad esprimere i grossi valori, cede il passo alla poesia che offre al poeta un’ala di riserva per volare più in alto. Anche Platone, quando non riesce a catturare le grandi idee, perché troppo luminose, lascia la logica e dispiega le ali della poesia. Tutto ciò che è grande è fenomeno di incarnazione. E’ sempre un’idea che si incarna. Quando la poesia diventa carne: ecco Dante. Quando la pedagogia diventa carne: ecco San Giovanni Bosco. Quando la bontà diventa carne: ecco Papa Giovanni XXIII. Quando la preghiera diventa carne: ecco San Francesco, ecco Padre Pio. Quando l’idea infinita diventa carne: ecco Gesù (Et Verbum caro factum est). Tutto questo lo hanno capito molto bene: Gianbattista Vico, Bergson e Theilard de Charden. Kant, che era credente, si è messo a studiare l’esistenza di Dio nella “Ragion Pura”. Il suo maggiordomo che lo sa credente, non ha la preparazione del Professore ma è più saggio di lui, perciò gli dice: “Professore, avete finito? Avete trovato gli argomenti sull’esistenza di Dio?... Caro Professore, non si trovano perché Dio è molto più grande del cervello umano e non è possibile catturarlo, dovrebbe essere una cosa creata per essere afferrata interamente dalla ragione”. Il Professore si mette a piangere, rimanendo ammirato per questa risposta. E allora Kant si mette a studiare la “Ragion Pratica” e trova che la logica è un mezzo che poggia su delle verità che non sono dimostrabili, proprio come una scala che poggia su una zolla di terra per raccogliere i frutti più in alto.
Chi vuole dimostrare l’evidenza è un pazzo; come se uno accendesse un fiammifero per rischiarare il sole. La luce non ha bisogno di altra luce! Scrive il Patrono dei Giornalisti, San Francesco di Sales: «Mio Dio, Voi siete piccolo se entrate nel mio cervello!».
Il poeta Pasquale Ricci, ha sviluppato a dismisura nel suo animo “Il fanciullino” di pascoliana memoria. Infatti Giovanni Pascoli definisce così la poesia: «Il ricordo di cose belle, impresso in anime buone», e scrivendo alla sorella aggiunge «... allora noi ne abbiamo tanta, Maria, di poesia!».
Questo libro di poesie è bello nella sua semplicità. Mi colpiscono le immagini che Ricci coglie dalla ferialità a volte serena e a volte tragica della vita degli uomini, dando loro sempre il tono della musica che è dentro ogni autentica poesia. E’ proprio delle anime semplici saper cogliere l’eterna e intramontabile bellezza, nonostante la delirante follia di uomini che tentano d’insozzarla con il predominio dell’ignoranza e della cattiveria. In fondo la poesia è la musica dell’anima, una musica che Dio ha dato al cuore umano perché cantasse la dolcezza dell’amore per cui lo ha creato. L’arte è la maniera più diretta per narrare la bellezza di Dio. Dove c’è cuore c’è arte, poesia e musica; dove non c’è il cuore non c’è arte, né poesia, né musica.
Si racconta che un giorno, un uomo di Dio, passeggiando di buon mattino per i campi, vide che i fiori, con la loro fantasmagoria di colori, avevano un incomprensibile movimento di danza, simile a un canto di gioia. Chiese, allora, ai fiori il motivo di questa incantevole gioia danzata. Risposero: «E’ passato Dio e ci ha lasciato il profumo della sua bellezza».
Anche il nostro poeta scopre nel creato le orme del Creatore. Leggendo le sue poesie la mia mente è corsa ai comuni ricordi della fanciullezza, accanto a mia madre, in mezzo a un popolo semplice e felice, non ancora sfregiato dall’arroganza del benessere, il cuore allora è stato assalito da una struggente nostalgia e sul labbro mi è fiorita una preghiera: «Resta con noi Signore, perché si fa sera» (Lc 24,29).
Concludo
Il poeta francese Charles Pèguy, nella sua opera “Il portico del mistero della seconda virtù”, dice che delle tre virtù teologali, fede – speranza – carità, simili a tre sorelle, la seconda è “La speranza bambina”, portata per mano dalla fede e dalla carità. E’ la piccina che trascina tutto. Ed ecco il Poeta: «La fede che mi piace di più è la speranza. Sperare è dolce, più dolce del credere, più dolce del sapere. La certezza ti appaga, la fede ti illumina ma la speranza ti incanta».
Ed ecco il mio auspicio: Carissimo Pasquale Ricci, stimato poeta della nostra Cervinara, mi attendo una tua seconda pubblicazione, dove la nostalgia di un passato che non ritorna più, venga suffragata dal trionfo della Speranza cristiana che giammai tramonta!

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.10 del 20/11/2015)


Immigrazione extracomunitaria da problema a risorsa

L’immigrazione extracomunitaria in Europa e in Italia, assume oggi i tratti drammatici degli esodi biblici. Quello che si presenta come problema diventa invece opportunità e risorsa in una prospettiva di rispetto-accoglienza e integrazione. Invece che dall’inizio, partiamo dalla fine: Mt 25,31-46: Il giudizio finale.
L’artista Michelangelo Buonarroti, tra il 1536 e il 1541, ha rappresentato questa fondamentale pagina di Vangelo decorando la parete dietro l’altare della Cappella Sistina con il Giudizio Universale. La Chiesa ha tradotto nella catechesi il dettato evangelico con le 14 Opere di Misericordia, 7 opere di misericordia corporale e 7 opere di misericordia spirituale. Il grande genio di Michelangelo Merisi da Caravaggio, ha realizzato, non lontano da noi, le 7 opere di misericordia corporale (1606-1607) a Napoli al Pio Monte della Misericordia. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (Art. 2241) afferma che «le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita…». I migranti hanno dei doveri nei riguardi del paese che li accoglie, rispettando il patrimonio materiale e spirituale del paese che li ospita, obbedendo alle sue leggi e contribuendo ai suoi oneri. In tutta la Bibbia l’ospitalità è “sacra”, nell’Antico Testamento come nel Nuovo Testamento. Basti ricordare la parabola del “Buon samaritano” (Lc. 10).
Anche la Santa Famiglia di Nazaret esperimenta il gelo dell’indifferenza e del rifiuto quando “non c’era posto per loro nell’albergo” e quando, minacciata da Erode, è costretta a rifugiarsi in Egitto (Lc. 2,71; Mt. 2,13-14). Nel volto di ogni persona è impresso il Volto di Cristo! Qui si trova la radice più profonda della dignità di ogni essere umano, da rispettare e tutelare, sempre! Ogni creatura nel cosmo reca le Vestigia Dei. Ogni persona umana nel cosmo reca la Imago Dei, perché siamo Figli di Dio. Mons. Tonino Bello, Vescovo di Molfetta, profeta del nostro difficile tempo, amava parlare di “convivialità delle differenze”.
In Italia vi sono circa 5 milioni di stranieri (quasi il 10% dell’intera popolazione). Papa Francesco afferma: «Bisogna passare dalla cultura dello scarto alla cultura dell’incontro e dell’accoglienza». Il cambiamento culturale richiede la responsabilità di tutti. La parola d’ordine del momento è “integrazione”. Bisogna però puntare sulla cooperazione internazionale. Il problema è così grande che nessuna nazione ha la capacità di risolverlo da sola. Certo, la qualità di una democrazia si vede dall’accoglienza che riserva alle persone. In quest’epoca della globalizzazione (il mondo è diventato un villaggio globale) occorrono: cooperazione e superamento di pregiudizi – sospetti – ostilità (Le “ruspe” vanno bene solo per i rifiuti, non per le persone).
Tutti dobbiamo puntare al superamento della globalizzazione senz’anima e dell’indifferenza globalizzata. Madre Teresa di Calcutta (morta il 5 settembre 1997), di sovente ripeteva: «La malattia più brutta che oggi affligge l’Europa è l’indifferenza». Tra i tanti ostacoli che l’immigrato deve affrontare, primo fra tutti, la lingua. Bisogna innanzitutto promuovere un programma di accoglienza mirato a fornirgli un bagaglio linguistico sufficiente per un più facile inserimento nel tessuto sociale e lavorativo. Bisogna lottare contro le chiusure mentali di derivazione xenofoba, contro “La paura dello straniero”, perché è assurdo considerare lo straniero come “diverso”, solo perché appartiene a modelli etici e culturali differenti e bisogna lottare contro le frontiere francesi inaccessibili e la sciocca invocazione di nuovi muri da erigere! Non si cresce chiudendo le porte al mondo! L’immigrazione, da problema deve diventare una grande e straordinaria opportunità di integrazione, una sfida che ha come premio la crescita dell’intera Comunità Europea.
Gli immigrati onesti debbono essere i benvenuti tra noi, i disonesti (che prestano manovalanza a spaccio di droga e prostituzione, alla micro e macrocriminalità), alla pari dei disonesti italiani, devono essere mandati in carcere o cacciati dal paese. Rispetto alla legge, una ragazza musulmana non può essere trattata differentemente da una cristiana o ebrea, comunque la pensino i suoi parenti. Frattanto badanti e colf straniere, sono state una grande benedizione per i nostri malati ed anziani. Nessuno vorrebbe fuggire dalla sua terra, dalla sua patria, dalla sua famiglia, se non fosse costretto dalla paura, dalla fame e dalla guerra!
Come italiani non possiamo cancellare l’esperienza delle politiche coloniali. Come gente del Sud non possiamo dimenticare il dramma di tanti nostri concittadini e familiari emigrati, in cerca di un avvenire migliore che, nel sacrificio e nella responsabilità, costituiscono oggi l’orgoglio della nostra comunità all’Estero! Il filosofo G.B. Vico amava parlare di “corsi e ricorsi storici”. La nostra terra, svuotata di italiani, per le erronee politiche contro la natalità, giustamente oggi vede invasa la nostra realtà, desertificata, dagli afro-asiatici. L’anti-laif mentality, tanto deprecata da San Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium Vitae, ci ha impoveriti. Se oggi tornasse il poeta e filosofo Publio Virgilio Marone, morto il 21 settembre del 19 a C., e dovesse riscrivere il poema epico dell’Eneide, non presenterebbe più l’eroe troiano Enea che fugge dalla città in fiamme con l’anziano padre Anchise sulle spalle e tenendo il giovane figlio Ascanio per mano, ma il moderno Enea avrà sulle spalle 4 anziani e nessun figlio che possa assisterlo in vecchiaia, dopo averlo portato in salvo.
Siamo tutti preoccupati per la crisi economica che ci affligge, di cui non vediamo ancora la fine. I dieci milioni di poveri in Italia, tra cui famiglie che non riescono a mettere assieme il pranzo con la cena, ci danno l’idea di un paese in affanno e in salita. La mancanza di lavoro e di prospettive future per le nuove generazioni (quasi un giovane su tre è senza lavoro), aumenta il senso di frustrazione e impotenza per le famiglie che vedono i figli parcheggiati tra le pareti domestiche, facili prede della delinquenza o vittime dello sballo tra alcool e droghe. Ma c’è anche un’altra crisi, che non va sottovalutata, è la crisi dei valori, la mancanza di etica pubblica, l’assenza di idealità e progettualità verso il futuro. Viviamo in un mondo sempre più caratterizzato da un diffuso “relativismo morale”. Stiamo perdendo il senso del bene e del male. I nostri ragazzi, soprattutto, non hanno seri punti di riferimento, testimoni credibili, esempi pubblici di buoni comportamenti, a ogni livello, vittime di una società sempre più egoista, ripiegata su se stessa, poco solidale e poco accogliente. Come quei ragazzi che, in “branco”, hanno dato fuoco a un barbone che dormiva sulla panchina, per vedere l’effetto che fa un uomo che urla dal dolore. E portati in commissariato, dopo aver confessato, tranquillamente hanno chiesto di tornare a casa, come se nulla fosse successo. La famiglia non ha mai educato da sola. Oggi la famiglia esperimenta una drammatica solitudine. La famiglia è lasciata sola dalla società civile. E’ finita la sinergia tra le agenzie educative, famiglia, scuola, società, Chiesa. Internet, poi, livella tutto, valori e disvalori, in uno spettacolo deludente di “pornografia del dolore e dell’orrore”. I genitori non possono stare tranquilli dinanzi a figli “impigliati nella rete”. Il mondo del web pone una nuova sfida educativa alle famiglie. Oggi i desideri diventano diritti. Nessuno più parla ai ragazzi di formazione, disciplina, conquista, impegni duraturi e responsabilità. Tutto è impostato sull’effimero. Il dibattito politico ignora la famiglia, proprio ora che la famiglia è in grande difficoltà. Mai come oggi possiamo fare a meno della famiglia e della sua indispensabile missione educativa. L’Italia è un paese vecchio, un paese dalle mille rughe dove, ormai, nascono pochi bambini. Dal 1993 il numero delle persone con più di 65 anni ha superato quello dei minori di 14 anni. E le prospettive future non ci rallegrano. In Italia la percentuale dei “grandi anziani” (con oltre 85 anni) è la più alta d’Europa. Anche le proiezioni sono impietose. Nel 2050 il divario diventerà macroscopico: 21 milioni di vecchi a fronte di 8 milioni di giovani. Sono convinto che l’accoglienza attenta ed equilibrata degli immigrati ci farà più ricchi, almeno in umanità! Alessandro Manzoni, morto a Milano nel 1873, nel suo celebre romanzo “I promessi sposi”, scrive: «Se si pensasse più a fare del bene che a stare bene, si finirebbe tutti con lo stare meglio». Più recentemente Khaled Hosseini, scrittore di origine afgana, nato a Kabul, nel suo romanzo “Il cacciatore di aquiloni”, riferisce questo proverbio afgano: «Le montagne, per quanto alte, non possono mai raggiungersi. Gli uomini invece si». E questo perché gli uomini non sono ancorati alla terra. Lo straniero ci regala il suo mondo, che noi possiamo mettere in dialettica con il nostro, rendendo malleabile la nostra identità, permettendoci così di conoscere “il gusto degli altri”. Ha ragione il proverbio africano, quando afferma che: «Lo straniero è come un fratello che non hai mai incontrato». Non possiamo esperimentare l’amore, senza amore! Noi, non possiamo gustare la vita, senza vivere e aiutare tutti a vivere con dignità!
Il mio amico, Mons. Antonio Staglianò, Vescovo di Noto, cantando con fervore Marco Mengoni, ripete con forza persuasiva: «Oggi la gente ti giudica,/ per quale immagine hai./ Vede soltanto le maschere,/ e non sa nemmeno chi sei./ Devi mostrarti invincibile,/ collezionare trofei./ Ma quando piangi in silenzio,/ scopri davvero chi sei./ Credo negli esseri umani./ Credo negli esseri umani./ Credo negli esseri umani,/ che hanno coraggio,/ coraggio di Essere Umani».

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.9 del 16/10/2015)


Da 20 anni i festeggiamenti in onore di San Gennaro

San Gennaro fu certamente vescovo di Benevento e, secondo gli storici più accreditati, nacque proprio nel capoluogo sannita. Il culto al Santo ha ripreso nuovo sviluppo in tutta la Campania soprattutto da quando Giovanni Paolo II, con decreto pontificio del 16 luglio 1980 ha proclamato il protovescovo beneventano Patrono di tutta la Regione indicando il vescovo martire San Gennaro quale “fulgidissima luce della Campania”.
Nella Little Italy di New York il culto di San Gennaro non ha subìto alcun cedimento, neppure dopo il brusco ridimensionamento del 1964 con il Concilio Vaticano II.
Anche in Benevento, la secolare devozione dei beneventani verso il loro illustre concittadino, non è mai tramontata anche se ha conosciuto momenti di attenuazione rispetto agli splendori dell’epoca dell’arcivescovo Vincenzo Maria Orsini. Con la costruzione della chiesa in via Calandra, voluta nel 1980 da Mons. Raffaele Calabrìa e dedicata da Mons. Carlo Minchiatti nel 1991, il culto al Santo ha ripreso nuovo vigore.
Da allora la statua il legno policromo scolpita da Armenio Macario nel 1785 e restaurata durante il Giubileo del 2000 risplende nella chiesa cittadina.
Dal 19 settembre 1995 la festa in onore di San Gennaro ha ripreso nuovo sviluppo ricoprendo di festeggiamenti l’intero mese di settembre. Ormai da 20 anni è stata ripresa la tradizione orsiniana della visita all’Arco di San Gennaro, l’omaggio floreale presso la casa natale, la processione al viale Mellusi e tante manifestazioni religiose, artistiche e culturali.
Con decreto del 19 settembre 1995 l’Arcivescovo Serafino Sprovieri, aderendo alla richiesta del parroco, ha donato alla chiesa cittadina di San Gennaro un frammento tratto dalle poche reliquie conservate nel capoluogo sannita all’atto della traslazione di queste a Montevergine nel 1154, reliquie collocate dal Cardinale Orsini insieme ad altre nel grande sarcofago romano posto sotto l’altare maggiore della Cattedrale, il 10 novembre 1687, e riportate alla luce nel 1983. In seguito l’Abate di Montevergine ha donato alla stessa parrocchia di San Gennaro un frammento delle reliquie del Diacono Festo e del Lettore Desiderio, compagni di martirio del Santo Vescovo. Le tre reliquie si venerano in un pregiato reliquiario ai piedi della statua di San Gennaro.
Alla festa di San Gennaro, dal 23 maggio 1999, si è unita anche quella di San Pio da Pietrelcina, al quale è dedicata la cripta della chiesa in via Calandra.
Sabato 19 settembre 2015: alle ore 17,00 il simulacro del Santo Vescovo raggiungerà la casa natale di San Gennaro al rione Triggio, alle ore 18,00 la processione di San Gennaro e San Pio per le vie del Rione San Gennaro con il concerto bandistico “Città di Montesarchio” e le luminarie della “Ditta Davide Iannella”, alle 20,30 omaggio alla canzone napoletana con “Giusi e i musici” sul piazzale “Giovanni Paolo II”. Il 20 settembre alle ore 19,30 Concerto di musica classica dell’Orchestra di Archi della “Filarmonica di Benevento” diretto dal m° Ivan Antonio. Il 23 settembre alle ore 20,00 Serata Canora con Fisarmonica e Buffet nell’Auditorium San Gennaro.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.8 del 18/9/2015)


L’Enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco:
un inno di meraviglia e un grido di allarme

Dopo la prima enciclica “Lumen fidei” sul tema della fede del 29 giugno 2013, Papa Francesco ci fa dono della sua seconda enciclica “Laudato si’” sulla cura della casa comune, che porta la data del 24 maggio 2015.
Scrive Giacomo Leopardi: «E’ curioso vedere che quasi tutti gli uomini che valgono molto hanno le maniere semplici; e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore». I ripetuti richiami all’ecologia come “cura della casa comune” e alla difesa delle popolazioni espropriate e impoverite, sono espressi da Papa Francesco con un linguaggio sapienziale e militante in cui vibrano decisione e semplicità. Il suo stile però non sempre viene compreso e accettato. Si è diffusa, fin dai primi mesi del suo pontificato, una critica piuttosto dura allo stile comunicativo del Papa.
Addirittura si accusa il pontefice di ingenuità e superficialità, quando non addirittura di ignoranza. L’Enciclica invece, non solo non ignora la ricerca scientifica ma assume tutti i contributi offerti da Bartolomeo I, Patriarca della Chiesa Ortodossa di Costantinopoli, definito “patriarca verde”, da Ioannis Zizioulas, Metropolita ortodosso di Pergamo e da tanti altri che in nome della giustizia non stanno zitti, soprattutto perché l’ecologia è un tema urgente da gridare, prima che sia troppo tardi.
Il linguaggio difficile non appartiene a chi desidera parlare con tutti. L’Enciclica di Bergoglio è, invece, un inno di meraviglia e di lode dinanzi al creato, dono meraviglioso di Dio, e insieme un grido di allarme sulle ferite inflitte al pianeta e sull’urgenza di un’ecologia integrale, dove tutto è connesso: natura e società che la abita. La natura non è una semplice cornice della vita dell’uomo. Noi siamo parte del creato. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e l’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Il mondo è un ecosistema dove la responsabilità è globale. Esistono legami invisibili fra tutti gli esseri dell’universo. Papa Bergoglio ci offre la magna carta del creato per salvare il nostro futuro.
Le assi portanti dell’appello di Papa Francesco: la convinzione che tutto il mondo è intimamente connesso; la profonda relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la critica a forme di potere oligarchico frutto della deriva tecnologica; l’invito a cercare nuovi modelli di sviluppo economico e di progresso, il senso umano dell’ecologia; l’urgenza di dibattiti non ipocriti sul clima e sul degrado ambientale; le grandi responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di stili di vita più sobri, lenti ed armonizzati con la natura. La Lettera Enciclica “Laudato si’” è un gioioso inno alla vita ed una summa ecologica. Un appello realista per l’urgente salvaguardia della nostra casa comune rivolto a tutti. Una voce profetica che invoca un’alleanza tra scienze e religioni per la cura dell’ambiente in cui siamo chiamati a vivere.
Questo in estrema sintesi è il contenuto di una Enciclica ecumenica composta di 246 paragrafi distribuiti in 6 capitoli. Nell’introduzione: invito urgente a verificare il modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta; l’uso irresponsabile della terra e l’abuso sui beni del creato che ci hanno trasformato da custodi in dominatori autorizzati a saccheggiare il pianeta. San Francesco è modello di riconciliazione con la natura, i poveri, la società e la personale pace interiore. Occorre una conversione ecologica dopo un’economia che ha mirato solo al profitto. Il primo capitolo: tratta della cultura dello scarto, dell’inquinamento, cambiamenti climatici, distruzione degli ecosistemi, tutto quello che stiamo infliggendo al pianeta e che danneggia tutti noi. I gemiti di sorella terra, uniti ai gemiti dei poveri, reclama da tutti un’altra rotta. Nel secondo capitolo: la Bibbia insegna che ogni essere umano è creato per amore, è fatto a immagine e somiglianza di Dio, che l’uomo non è Dio, la terra ci precede e ci è stata donata per custodirla e non sfruttare selvaggiamente la natura. Se l’uomo non si prende cura della natura, distrugge se stesso. Nel terzo capitolo: la radice della crisi economica è umana, dipende dalla tecnocrazia dominante. La scienza ci offre un grandioso potere ma chi detiene il potere economico rischia lo sfruttamento del genere umano nella terribile logica del profitto. La finanza soffoca l’economia reale. Nel quarto e quinto capitolo: necessità di un approccio globale per combattere la povertà e per prendersi cura della natura. Dopo la corsa alla crescita avida e irresponsabile, occorre rallentare il passo. Sesto capitolo: il Papa invoca una conversione ecologica, capace di riconoscere il mondo come un dono del Padre attraverso uno stile di vita più semplice e più sobrio, capace di gioire senza l’ossessione del consumo.
A conclusione Papa Francesco propone due preghiere, una “per la nostra terra” e un’altra “con il creato”. Urgenza. Rischio. Speranza. Sono le parole più intense che attraversano da un capo all’altro, tutte le pagine di questa Enciclica: «Potremo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia» (Laudato si’, n. 161).

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.7 del 24/7/2015)


250° dell’arrivo e della morte di San Pompilio a Campi Salentina

La Comunità del Padri Scolopi di Campi Salentina celebra tra il 2015 e il 2016 “un anno con San Pompilio Maria Pirrotti” nella ricorrenza del 250° anniversario della sua morte (1765-1766). La ricorrenza permette, attraverso un ricco programma di iniziative di approfondire la conoscenza del Santo irpino venerato come speciale protettore in terra salentina e soprattutto a Campi dove si trova l’urna contenente i resti mortali del generoso evangelizzatore. Tra i numerosi gesti che si compiranno per meglio onorare il Santo, uno sta particolarmente a cuore ai suoi confratelli: ricomporre i resti mortali di San Pompilio in una nuova urna.
Il programma indice diversi appuntamenti: rilettura e riflessione su alcuni brani delle sue lettere con l’ascolto del suo pensiero accompagnato dalle musiche del suo tempo, a cura di Vincenzo Iacoviello; Concelebrazione Eucaristica presieduta da Padre Ugo Barani, Superiore Provinciale della Provincia Italiana dei Padri Scolopi; conferenza del prof. Alfredo Calabrese su “Campi nel tempo in cui vi arrivò San Pompilio”; conferenza del prof. Franco Asti su “La devozione mariana di San Pompilio nella spiritualità del 1700”; il 7 luglio prossimo solenne celebrazione della benedizione del pane, presieduta dal Vescovo di Castellaneta (TA), Mons. Claudio Maniago, processione per le vie della città e notte bianca della cultura; infine il 15 luglio solenne Concelebrazione Eucaristica, presieduta dall’Arcivescovo Metropolita di Lecce Mons. Domenico Umberto D’Ambrosio.
Nel 2010 a Montecalvo Irpino, un intenso itinerario culturale e spirituale ha celebrato l’indimenticabile anno pompiliano, per il terzo centenario della nascita del Santo di origine montecalvese, Pompilio Maria Pirrotti. Il Santo nacque infatti a Montecalvo Irpino il 29 settembre 1710, il giorno successivo ricevette il Battesimo nella chiesa dell’Assunta con il nome di Domenico, entrato nell’Ordine delle Scuole Pie, fondato da San Giuseppe Calasanzio nel 1617, assunse il nome di Pompilio, in ricordo del fratello morto in seminario. Docente, sacerdote, predicatore, si rese presente in diverse regioni d’Italia, producendo un vasto epistolario confidenziale e di direzione spirituale. Il 2 febbraio 1727 vestì l’abito religioso nel Noviziato di Santa Maria di Caravaggio in Napoli, il 25 marzo 1728 fece a Brindisi la professione solenne dei voti di povertà, castità, obbedienza e quello di istruire la gioventù secondo la Regola dell’Ordine, cambiando nel contempo il nome in Pompilio Maria.
Continuò a Chieti gli studi di filosofia, fu inviato a Melfi e quindi a Turi dove insegnò lettere e infine a Campi come superiore e maestro dei novizi. Durante la carestia distribuì il pane ai poveri, propagò la devozione al Sacro Cuore, all’Eucaristia e alla Beata Vergine Maria che amava chiamare con il titolo di “Mamma Bella”, diffuse la pratica della Via Crucis. Fu “martire del confessionale”. Morì il 15 luglio 1766 a Campi Salentina, 250 anni fa.
Un’avventura cristiana e sacerdotale durata solo 56 anni ma iniziata in un giorno speciale a Benevento, quando a solo 16 anni, scappato di casa, raggiunse nel capoluogo sannita la Comunità del Padri delle Scuole Pie. Nel maggio 2016, nel 250° della morte, durante il Giubileo straordinario della Misericordia, indetto da Papa Francesco, il corpo di San Pompilio Maria Pirrotti ritornerà nella sua città natale, Montecalvo Irpino, per essere ancora una volta venerato dai suoi concittadini.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.6 del 19/6/2015)


Un lenzuolo funebre racconta l’Amore più grande nel tempo della violenza

Dal 19 aprile al 24 giugno 2015 l’ostensione della Sindone sta richiamando a Torino migliaia di fedeli. E’ la terza ostensione del millennio dedicata a “L’Amore più grande”. L’apertura del 19 aprile è avvenuta con la Messa solenne presieduta da Mons. Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino, con la partecipazione di tutti i Vescovi del Piemonte. L’ostensione durerà 67 giorni e si chiuderà il prossimo 24 giugno. Papa Francesco si recherà a venerarla il 21 giugno quando gli sarà conferita la cittadinanza onoraria dal Sindaco Piero Fassino, visiterà il Santuario della Consolata, la Basilica di Maria Ausiliatrice a 200 anni dalla nascita di San Giovanni Bosco e il Cottolengo; il 22 giugno visiterà il Tempio Valdese e pranzerà in Arcivescovado con alcuni suoi familiari, celebrando per questi anche la Santa Messa.
La Sindone porta con sé l’avventura di un mistero e la sua storia prende il cuore, il suo enigma sfida l’intelligenza e il suo silenzio parla all’anima, è muta ma interroga l’umanità. La resurrezione avvenuta nel lenzuolo sindonico non ha chiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite, perché la morte di Croce non è un semplice incidente da superare, quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto dell’amore, la grande bellezza della storia. Sul corpo “del più bello tra i figli degli uomini” l’amore ha scritto il suo racconto con l’alfabeto delle ferite che non ingannano nessuno, indelebili ormai come lo stesso amore.
I pollini presenti nel tessuto e analizzati nel 1983 dal biologo svizzero Max Frei, permettono di ricostruire la storia e la geografia della Sindone, in quanto appartenenti a piante scomparse fin dal III secolo.
Un documento che da due millenni affascina, provoca, interpella il credente come lo scettico, il religioso come il politico, lo scienziato come il semplice. Vero specchio del Vangelo. Tra Sindone e Vangelo si osserva una interessante complementarità. La Sindone è la rappresentazione visibile dei racconti della passione, questi possono essere accostati all’immagine come precise didascalie a commento. Gesù è morto allo stesso modo dell’uomo sindonico, un condannato che subì la tortura e la crocifissione all’inizio del I secolo in Palestina, sotto la dominazione romana. La comunità scientifica è unanimemente d’accordo. Ora la ricerca di Cristo non è affidata al mero ricordo della sua morte ma alla gioiosa certezza della sua resurrezione: Non cercate tra i morti Colui che è vivo!
La Sindone, che in greco significa telo, è il lenzuolo funebre di lino, usato per avvolgere il corpo del Crocifisso, deposto nel sepolcro. L’antico lenzuolo funerario tessuto “a spina di pesce” è di forma rettangolare e misura 4 metri e 41 centimetri di lunghezza e 1 metro e 13 centimetri di altezza. Al centro del telo sono impresse le immagini anteriore e posteriore del cadavere di un uomo adulto. Come si è formata l’impronta sulla Sindone? E’ uno dei tanti enigmi affascinanti che la circondano. E’ evidente che l’uomo della Sindone ha sofferto moltissimo. Dallo studio medico legale risulta che è stato violentemente picchiato e dopo poche ore è morto inchiodato a una croce. Il naso è deviato perché è rotto. Rivoli di sangue colano sulla fronte, sulla nuca e lungo i capelli, sgorgando da tante piccole ferite, sul capo ha portato un casco di aculei appuntiti che hanno trafitto la carne, al centro della fronte vi è una spessa traccia di sangue con la strana forma di un “3” rovesciato. Sono più di 100 le ferite provocate dall’orribile “flagrum” e poi dal “patibulum”, il braccio orizzontale della Croce portato sulle spalle, sul petto una grande macchia di sangue che cola da una ferita ovoidale, inferta da una punta di lancia. Le ferite dei chiodi sul polso, nello “spazio di Destot” e nei piedi e ancora sbucciature alle ginocchia dovute a ripetute cadute. Sulle piante dei piedi sono state trovate anche tracce di terra.
Bruciature e aloni di acqua, ricordano le tante brutte avventure vissute dal lenzuolo nei secoli. Nel VI secolo a Edessa, nell’attuale Turchia, tra il 1203-1204 a Costantinopoli, circondata dai crociati, poi ad Atene in Grecia nelle mani dei Templari, nel 1353 a Lirey in Francia, nel 1453 Marguerite de Charny cede la Sindone ai duchi di Savoia che la depongono nella Sainte Chapelle du Saint Suaire a Chambèry, la loro capitale. Qui la notte del 4 dicembre 1532 rischia di finire bruciata in uno spaventoso incendio, l’immagine è salva, il telo gravemente rovinato lungo i lati viene riparato con toppe e foderato dalle Clarisse con un telo “d’Olanda”. Nel 1578 il duca Emanuele Filiberto lo trasferisce a Torino per accorciare il viaggio di San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, che ha fmatto voto di venerarlo. Da allora la Sindone rimane a Torino, diventata nel frattempo capitale del ducato. Nel periodo più terribile della seconda guerra mondiale, il Cardinale Maurilio Fossati, arcivescovo di Torino, la trasferisce al Santuario di Montevergine (Avellino) dove viene collocata sotto l’altare del Coretto dal 25 settembre 1939 fino al 29 ottobre 1946, dall’Abate di Montevergine Ramiro Morcone. La Sindone rimane di proprietà dei Savoia fino alla morte di Umberto II nel 1983, quando per volontà testamentaria dell’ex sovrano passa alla Santa Sede. Il 4 maggio di ogni anno ricorre la festa liturgica dedicata alla Sindone. Nel 1987 ancora fuoco nella notte tra l’11 e il 12 aprile, si salva dalla furia dell’incendio solo grazie ai vigili del fuoco. Dal 4 maggio 2004 la Sindone è protetta da un nuovo contenitore ermetico a prova di fuoco.
L’uomo della Sindone è alto circa 175 centimetri. Le macchie di sangue umano appartengono al gruppo AB. La Sindone rimane dunque nel presente “testimone muto ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente della Pasqua, della passione, della morte e della resurrezione” (Giovanni Paolo II). Immagine globalizzante dell’Ecce Homo e dei tanti sofferenti nel mondo: prigionieri, torturati, cristiani trucidati dalla furia jihadista, poveri migranti nel Mediterraneo, i nuovi martiri del XXI secolo e tante altre vittime nelle mani di molti carnefici moderni. Ecco di cosa è capace l’uomo! Ecco di cosa siamo capaci noi uomini! Altro che la marcia inarrestabile dell’homo sapiens sapiens, l’uomo che secondo Friedrich Nietzche, ne La gaia scienza, doveva nascere dalla morte di Dio e prenderne il posto! Ha ragione il filosofo Blaise Pascal quando nei Pensieri scrive: «Cristo è in agonia fino alla fine del mondo: non bisogna dormire durante questo tempo».

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.5 del 22/5/2015)


Celebrati i venti anni di attività in Benevento del Cursillos de Cristianidad

Nello scorso mese di marzo, presso il “Centro La Pace” si è celebrato il XX anniversario del Cursillos de Cristianidad a Benevento. Il Movimento ecclesiale cattolico opera a livello internazionale. Ha come scopo testimoniare Cristo in famiglia, sul posto di lavoro, nella vita quotidiana. Vede la vita del cristiano strutturata su tre impegni fondamentali: pietà, studio e azione.
Cursillo significa in spagnolo “piccolo corso”, e normalmente dura tre giorni; in esso viene presentato ciò che è fondamentale nel cristianesimo, e cioè Cristo, la Chiesa, la vita in grazia. Tale presentazione è fatta non soltanto in modo dottrinale, ma soprattutto attraverso la narrazione di esperienze di vita, chiamate “vivenze”, che vogliono essere un esempio per gli altri e stimolare a condurre una vita secondo i dettami del cristianesimo, una vita cristiana condotta dalla singola persona, “vivenza”, in un contesto comunitario, “convivenza”. I Cursillos sono riconosciuti come rispondenti pienamente ai criteri di ecclesialità indicati dal n. 30 dell’esortazione apostolica Christifidelis laici.
Il primo Cursillo si svolse a Cala Figuera, vicino a Palma di Maiorca, in Spagna, il 20 agosto 1944, dopo un lungo periodo di preparazione. Fondatore del movimento fu Eduardo Bonnin, che amava ripetere: «Rendere tutto ciò che è cristiano, semplice, concreto e possibile, dove per “semplice” non s’intende facile, “concreto” non vuol dire immediato e “possibile” non vuol dire gratuito». In Italia il primo Cursillo si tenne a Fermo nel 1963.
I Cursillos si inseriscono in modo peculiare nella pastorale profetica della Chiesa configurandosi essenzialmente come Movimento di evangelizzazione. In modo specifico i Cursillos si collocano nella pastorale kerygmatica, ossia nel “primo annuncio” rivolto ai “lontani” del nostro tempo.
Attraverso le persone convertite e innamorate di Cristo, il movimento vuole portare il Vangelo negli ambienti per “fermentarli” in senso cristiano. Su questa base il movimento si pone al servizio della pastorale diocesana e parrocchiale, aiutandola a superare il rischio di ridursi a semplice pastorale di conservazione. L’attività svolta dal movimento vive perciò, non tanto all’ombra del campanile, quanto piuttosto nei luoghi dove gli uomini conducono la loro vita ordinaria e normale. Lo scopo del movimento non è quello di formare uomini di Chiesa, ma una Chiesa di uomini.
Il Cursillo nasce nella diocesi di Benevento venti anni fa, a partire dal primo Cursillo. L’angelo annunciatore di questa straordinaria esperienza fu il cappuccino Padre Albino D’Oro, che giunto a Benevento nel 1989, volle introdurre in città e in diocesi l’esperienza positiva che aveva già fatto a Mondragone, in diocesi di Sessa Aurunca.
L’Arcivescovo Serafino Sprovieri ha tenacemente voluto, promosso e incoraggiato la diffusione del movimento nella diocesi di Benevento: «Un’esperienza spirituale assai breve, poco più di un week-end, ma intensiva come una sala di rianimazione, in cui vengono forniti efficacemente tutti gli aiuti necessari a riprendere con novello vigore e convinta rimotivazione una vita cristiana coerente con il proprio battesimo e riconciliata con la Chiesa, alla quale offrire collaborazione in vista di un possibile riavvicinamento dei fratelli lontani».
Dopo la pubblicazione, nel primo decennale del cammino di evangelizzazione e comunione fraterna, il prof. Giuseppe Di Pietro ha voluto ancora curare una nuova pubblicazione per ricordare gli eventi più importanti del secondo decennio del movimento in diocesi, fino a questo 2015.
Dopo l’entusiasmo folgorante e travolgente del primo decennio, nel volume pubblicato recentemente, viene segnalata la crisi, l’affievolimento dell’entusiasmo nel secondo decennio: 594 partecipanti ai 20 corsi svolti nel primo decennio, 398 ai 20 corsi svolti nel secondo decennio. Un calo fisiologico dovuto alla proliferazione di profeti e alla mancanza di “maestri”.
Nonostante tutte le difficoltà, il movimento è vivo e vegeto, gli organismi previsti dallo statuto e dal regolamento funzionano e non mancano le attività e le iniziative esterne. Ora occorre nuova linfa per ripartire con maggiore slancio ed entusiasmo.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.4 del 17/4/2015)


Il sangue dei martiri è seme dei cristiani

Alexis de Tocqueville (1805 - 1859), uno degli storici e studiosi più importanti del pensiero liberale afferma: “Dopo aver studiato moltissimo il Corano, la convinzione a cui sono pervenuto è che nel complesso vi siano state nel mondo poche religioni altrettanto letali per l’uomo di quella di Maometto. A quanto vedo, l’Islam è la causa principale della decadenza oggi così evidente nel mondo musulmano, e, benché sia meno assurdo del politeismo degli antichi, le sue tendenze sociali e politiche sono secondo me più pericolose. Per questo, rispetto al paganesimo, considero l’Islam una forma di decadenza anziché una forma di progresso” (Lettera a Arthur de Gobineau, 22 ottobre 1843). Il suo giudizio non è peregrino. Mentre la Francia e il mondo sono ancora sconvolti dagli attentati di Parigi, continuano ad arrivare nuove minacce per l’Occidente: “Conquisteremo Roma, distruggeremo le vostre croci e faremo schiave le vostre donne, con il benestare di Allah”. Il Califfo Abu Bakr Al Bagdadi e i suoi miliziani dello Stato islamico vogliono colpire il Vaticano.
I servizi segreti americani e israeliani hanno avvertito Papa Francesco che la Santa Sede è il prossimo bersaglio negli obiettivi della lista dell’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e al-Sham, attivo in Siria e in Iraq, che promuove la “jihad”, la Guerra Santa).
La conferma è venuta anche dall’intelligence italiana alla quale Mossad e Cia hanno inviato informative sugli obiettivi dei terroristi. Nella propaganda dello Stato islamico abbondano le profezie di cadute e di conquiste: prima la bandiera nera del Califfato che sventola sul Vaticano, poi il Colosseo in fiamme e un mare di sangue che lo sommerge, infine l’annuncio del Califfato libico “siamo a sud di Roma”. Frattanto intere comunità del vicino Oriente vengono sgozzate come fossero montoni, senza risparmiare bambini e donne.
Le fragili e confuse democrazie occidentali devono svegliarsi per respingere il pericolo dell’islam politico, saturo di feroce fanatismo. I paesi dell’Occidente devono rimanere fedeli a princìpi scolpiti sui loro monumenti, “libertà, uguaglianza e fraternità” per tutti i popoli e per tutte le nazioni, soprattutto nel bacino del Mediterraneo. Fermare l’ingiusto aggressore rientra nei principi del diritto naturale e nei limiti della guerra giusta.
Nell’aprile del 2008, davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni, Benedetto XVI esortò la comunità internazionale ad adottare il principio della “responsabilità di proteggere”. Il Pontefice spiegò che, se uno Stato nazionale non è in grado di proteggere i propri cittadini da forme di terrorismo attuate da attori non statali, la comunità internazionale ha la responsabilità di intervenire.
Nel vicino Oriente, in Libia, Iraq, Siria, Pakistan, Nigeria, Kenia… poveri, donne, adolescenti e bambini sono sempre più bersagliati dall’Islam radicale nella guerra agli “infedeli”. I vescovi locali vi scorgono l’azione del diavolo e alzano coraggiosamente la voce in difesa dei cristiani.
Ma i cristiani non esistono per il mondo indifferente che assiste muto al loro genocidio. Il dialogo interreligioso e la pace politica non sembrano risolutivi dinanzi allo spietato fanatismo religioso. L’indifferenza aumenta di pari passo con l’avanzata islamista.
Il martirio dei primi cristiani sotto l’Impero Romano, si ripete in Messico al tempo dei cristeros, continua sotto il feroce regime sovietico e si moltiplica a dismisura nel XXI secolo con l’inferno scatenato dal fanatismo islamico che decapita i giovani e brucia chiese cristiane ed esseri viventi. Tutti i discepoli che si pongono alla sequela di Cristo fino al dono della vita per attestare la verità del Vangelo sono per vocazione màrtyres, testimoni, usque ad sanguinis effusionem.
I martiri di oggi e di tutti i tempi sono un autoritratto delle Beatitudini evangeliche. In questi testimoni d’amore batte veramente il cuore della Chiesa. Ma tutti dobbiamo avvertire il bisogno e il dovere di dire no alla discriminazione razziale e religiosa, alla vendetta, alla violenza, alla barbarie e all’odio, per dire sì al rispetto della vita, alla tolleranza, all’accoglienza, al perdono alla fraternità.
Chi uccide i testimoni della bontà priva i popoli del loro prezioso contributo. I testimoni della fede sono come macchie di sangue e di sudore sparsi sulla terra di ogni continente, sono i semi di una nuova grande fioritura cristiana, sono maestri eloquenti del dono di sé per testimoniare la verità, per difendere l’uomo e la sua dignità.
La Chiesa delle catacombe non appartiene dunque solo al passato ma, come afferma Tertulliano nell'Apologeticum: Sanguinis Martyrum semen est Christianorum (Il sangue dei martiri è seme di cristiani). Oltre il sangue rimane dunque la speranza!

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.3 del 20/3/2015)


Padre Acernese verso la beatificazione

Il 16 febbraio ricorre il 99° anniversario della morte di Padre Lodovico Acernese (al secolo Antonio Acernese, nato a Pietradefusi il 14 aprile 1835 ed ivi morto a 81 anni di età il 16 febbraio 1916).
Questo 2015 è un anno colmo di iniziative in preparazione al centenario dell’ingresso nella vita eterna di questo cappuccino irpino, assai noto per essere stato guida e maestro di santità della giovane di Montefusco Teresa Manganiello (1849 – 1876) beatificata il 22 maggio 2010 a Benevento e per aver fondato l’Istituto delle Suore Francescane Immacolatine di Pietradefusi, attualmente operanti in Italia, Brasile, Filippine, India e Australia.
La loro spiritualità è eminentemente francescana e mariana, di espiazione e riparazione nella contemplazione del Cuore di Gesù trafitto per i peccati del mondo e nell’adorazione del Prigioniero d’amore nei tabernacoli eucaristici, con uno sfondo e una finalità sociale: istruzione ed educazione dei fanciulli, della gioventù, specialmente femminile, insegnamento del catechismo, collaborazione pastorale nelle parrocchie, missioni al popolo e iniziative assistenziali. La Chiesa infatti continua nel tempo la missione di Gesù medico e medicina, guaritore e liberatore di tutti i malati, nel corpo e nello spirito, che passò le sue giornate terrene così: guarendo, pregando e predicando.
La malattia e le necessità materiali sono le più visibili, ma l’elenco delle opere di misericordia formulato dalla Chiesa, insieme alle 7 “corporali” (dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti) ne presenta anche 7 “spirituali” (consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti).
Il dotto e saggio Padre Lodovico aveva un temperamento focoso, infatti sovente ripeteva: «L’amore per la Verità è una impaziente, inquieta, irrefrenabile fiamma», in lui fede e ragione sono interamente messe al servizio del Vangelo, il suo ministero di docente di filosofia e teologia, di predicatore e direttore di anime, poeta scrittore e giornalista si espleta in un periodo burrascoso, la metà dell’Ottocento, di aperta persecuzione alla Chiesa da parte del nuovo stato unitario, con la chiusura dei conventi, la dispersione dei religiosi e la confisca dei beni dopo la legge Casati del 13 novembre 1859.
La persecuzione esterna trovò alleati perversi e affamati di denaro anche all’interno del suo ordine religioso e nell’abate Ciampi di Montefusco, uomo dedito più agli interessi politici che a quelli pastorali, antiborbonico e di accese idee liberali, inviato al confino in Basilicata dal 1853 al 1857, un finissimo intrigante politico e spietato nemico dell’intensa opera di evangelizzazione promossa dal dinamico Padre Acernese che fu attentissimo e generoso nella formazione e promozione del laicato. Ma il Vangelo insegna che le persecuzioni sono una beatitudine. Le persecuzioni maturano in Padre Lodovico Acernese una spiritualità profonda, esemplare, coinvolgente e così “il chicco di grano marcito nella terra produsse molto frutto”.
Dopo la biografia di cui sono autore “Padre Lodovico Acernese un apostolo dai vasti orizzonti”, presentata dal Cardinale Angelo Amato e dal giornalista Saverio Gaeta, avrà inizio la causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Padre Lodovico Acernese. Il Sindaco di Pietradefusi e l’Amministrazione comunale stanno realizzando un monumento all’illustre concittadino da ubicare tra la casa natale e l’Istituto delle Suore fondato dal santo religioso, già ministro provinciale dei Cappuccini di Napoli e Terra di Lavoro.
La Madre generale, Suor Emanuela Concetta Resta Zaccaria e le Suore Francescane Immacolatine hanno messo in cantiere un programma intenso d’ iniziative che aiuteranno la Chiesa ad elevare sul candelabro un testimone luminoso della ragione illuminata dalla fede.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.2 del 20/2/2015)


Romeo e Giulietta della Valle Caudina

Prima delle feste natalizie, i giovani dell’Istituto Comprensivo Statale di Montesarchio, guidati dai loro docenti hanno realizzato un cortometraggio e poi un film, partendo da una coinvolgente realizzazione teatrale e prendendo spunto dalla storia di “Francesco e Caterina”, scritta da Nicola Angelo Tinessa.
La vicenda realmente accaduta testimonia il tragico amore di una giovane coppia di Montesarchio coinvolta nelle vicende politiche che hanno segnato il delicato e tormentato passaggio del Meridione d’Italia dal Regno delle due Sicilie al Regno d’Italia. L’epoca rappresentata è quella assai nota del brigantaggio.
Francesco Izzo abitava il largo Latonuovo e Caterina Riccio in via Santo Spirito. Dalla primavera del 1859 fino al 1865 Montesarchio fu teatro di vicende politiche e sociali assai intriganti. Nel volume di Tinessa vengono riportati anche i nomi di molti briganti di Montesarchio: Sergio Columbro, Giovanni Marino e Onofrio Izzo. L’autore ha effettuato ricerche accurate e puntuali negli archivi di Stato di Benevento, Avellino e Torino, nell’Archivio centrale dello Stato, dell’Esercito e della Camera dei Deputati e presso un archivio privato dove sono emersi episodi inediti, carichi di amore e di sincera passione.
Il romanzo di Tinessa, nel descrivere il fenomeno del Brigantaggio e del Risorgimento, annota che il giovane innamorato Francesco Izzo fu ucciso da Luciano Pietrantonio a Tuoro e che l’omicida fu prima arrestato e poi giustiziato mentre la giovane innamorata Caterina Riccio consumò tra le lacrime il suo sconfinato dolore.
La storia di Giulietta e Romeo raccontata da William Shakespeare e ampiamente celebrata nel cinema, nel teatro e nel ballo ha trovato una realizzazione storica nella vita dei due giovanissimi amanti caudini. Un progetto sperimentale che ha visto protagonisti gli studenti, impegnati i docenti, coinvolti i genitori ed entusiasti i cittadini. La dirigente dell’Istituto Comprensivo Alfonsina Dello Iacovo ha creduto in questa idea seria e impegnativa e poi l’ha tenacemente sostenuta.
Il linguaggio teatrale e cinematografico dei giovani attori è stato coordinato con ammirevole dedizione e sacrificio da un team di docenti: Maria Novella Cataldo, Anna Maria Giordano, Maria Giuseppina La Pietra e Alessandro Migliozzi, coadiuvati dai cineoperatori Aniello Faustino e Maurizio D’Apruzzo. Le musiche del compositore Vincenzo Parente e del chitarrista Francesco Perlingieri hanno esaltato la drammatica storia di amore e di lacrime. I luoghi rivisitati sono gli stessi della vicenda risorgimentale e ruotano sostanzialmente intorno al centro storico di Montesarchio e alla sua famosa Torre.
La proiezione nell’Auditorium “Giovanni Paolo II” in Benevento è stata un vero successo ed i giovani attori sono stati premiati dalla Fondazione Ugo Gregoretti di Pontelandolfo.
Il grande regista Gregoretti ha assicurato che prossimamente sarà a Montesarchio per offrire il suo personale contributo agli sforzi dell’Istituto Comprensivo che vuole anche in futuro promuovere quest’osmosi tra storia-scuola e territorio al fine di consolidare le gloriose radici e costruire ponti per un nuovo futuro dove la storia diventa “magistra vitae”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.1 del 16/1/2015)



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