LA VOCE DELLA CHIESA

Rubrica a cura di Mons. Pasquale Maria Mainolfi

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Famiglia e matrimonio in Dante Alighieri
Verso l'infinito
Missione e dignità del matrimonio
L'Arte nella lotta dell'esistere
E' la fine di Cristo e del Cristianesimo?
La Beata Madre Speranza di Collevalenza
Protagonista da oltre mezzo secolo nell'universo artistico
Festa della Santità con Roncalli e Wojtyla
Papa Francesco e la gioia del Vangelo
I tiepidi vanno all'inferno
Vino nuovo in otri nuovi


Famiglia e matrimonio in Dante Alighieri

Il dantista Mario Aversano, animando nell’Auditorium “San Gennaro” di Benevento un salotto culturale, promosso dal comitato beneventano della Società Dante Alighieri, ha confutato con impareggiabile maestria la recente critica che addirittura rileva nell’opera dantesca “una deriva antifamiliare e antimatrimoniale”. Lorenzo Renzi riscontra in Dante “uno scarso interesse per la madre di famiglia e la famiglia in generale”, cosicché “l’espressione amore coniugale per lui non doveva avere un grande significato”. Siamo alle battute finali dell’antidantismo, acuitasi negli ultimi decenni. Sono diffamazioni gratuite e superficiali. Passano sotto silenzio le tanti coppie che hanno cittadinanza nelle sue terzine.
Non potrà mai capire Dante chi non si accorge che la Commedia è il massimo poema della Pace e perciò stesso della Famiglia. Si spiega così la presenza di storie familiari belle e brutte, in ogni Cantica. Uno spoglio attento rivela che il poeta ha in testa la famiglia già dal primo verso e fino all’ultimo e non vi è canto dove essa non trovi uno spazio privilegiato. Di mogli e mariti, ascendenti e rampolli, egli sempre racconta e giudica in bono oppure in malo, per esprimerci con il linguaggio usato dai Padri della Chiesa. Nessuno disprezza, più di Dante, il gossip, il chiacchiericcio e le mormorazioni. L’unica volta che il mite Virgilio non riesce a frenare i nervi, arrabbiandosi fino alla rissa con l’alunno Dante è quando questi, ancora fragile nel carattere e nella dottrina, “si fissa” a seguire fino in fondo il volgare battibecco tra Adamo e Simone (Inf. XXX, 132). Il rapporto tra mogli e mariti si gioca soprattutto tra fedeltà e adulterio con le relative conseguenze domestiche e sociali.
Dante è contro l’infedeltà ad un patto che impegna sotto il profilo religioso e civile. Basti ricordare Giovanna, vedova di Nino Visconti, in quanto non lo ama più e si risposa per interesse (Purg. VIII, 73). Anche il canto V dell’Inferno, quello di Francesca da Polenta e Paolo Malatesta è tutto cristiano e marcatamente politico. Il peccato carnale, sottolinea il poeta, quando spezza il vincolo tra i coniugi, pregiudica la “fermezza di pace” che le nozze stabiliscono tra famiglie, città e regni. Si spiega così l’elenco delle donne menzionate (Semiramide e Didone, Cleopatra ed Elena), tutte regine che, rompendo la fedeltà coniugale, provocarono le maggiori discordie, guerre e distruzioni.
L’adulterio è per Dante uno dei grandi nemici della Pace. E quando i prototipi del matrimonio e della famiglia sono assunti in bono, Dante riserva loro delle sequenze tra le più memorabili della Commedia, riservando la stessa attenzione tanto per un’aristocratica come la bella donna di Carlo Martello (Par. IX, 1), quanto per una illustre pagana, Marzia, come per una fiorentina qualunque, Nella, rimasta vedova di Forese Donati. Il ritratto che questo penitente di gola in Purgatorio traccia della moglie ha davvero del commovente, basato com’è sui valori della fedeltà e dell’integrità dei costumi, sopravissuti in una città resa barbara dalle ricchezze disonestamente procurate (Purg. XXIII, 91 ss).
Quali documenti allora, autorizzano a difendere il falso allarme di un Dante antifamiliare e poco sensibile agli slanci d’amore tra coniugi? Perfino il giramondo Ulisse, campione del desiderio di conoscenza, non si stacca dalla famiglia a cuor leggero, ma deve lottare contro il debito amore/ lo qual dovea Penelopé far lieta (Inf. XXVI, 95-96). L’indissolubilità del sacramento del matrimonio e la sua necessità vitale trovano chiarissima enunciazione già nel Convivio. Il termine “famiglia” riveste poi nell’opera di Dante un ruolo straordinario sia nel “privato” del singolo nucleo familiare che nel “pubblico” della vita politica. Padri e madri pieni d’amore per i figli, in una convivenza sana ed operosa, vengono dipinti in versi meravigliosi. Le donne che filano e che fanno scattare la riprovazione del lusso eccessivo nelle vesti e negli ornamenti, hanno procacciato a Dante l’accusa di antifemminismo, di miope laudator temporis acti, di pensatore arretrato, nemico del progresso economico fiorentino. In Dante la famiglia è creatrice e trasmettitrice di valori, di amore della patria e della sua storia.
La famiglia per Dante è necessaria non solo per l’uomo-marito ma anche per l’uomo nei rapporti con l’esterno. Essa costituisce il punto di partenza da cui si sviluppa la umana civilitade (Conv. IV, IV, 2 ss). Il poeta è convinto che un uomo necessita della compagnia domestica, di una famiglia, una casa poi richiede una vicinanza e questa abbisogna della città che a sua volta necessita di una fratellanza con le città circonvicine, perciò nacquero i regni e infine per mantenerli in pace, la Monarchia universale.
La civiltà in terra comincia dunque dal privato della famiglia nucleare e si allarga estendendosi nel politico di tutti i luoghi, in cui nasce e trascorre la vita l’intera umanità che diventa perciò essa stessa “famiglia”. Per bocca di Beatrice tutto ciò che è “personale” e familiare viene congiunto con l’universale politico, stretto al punto che il genere umano acquisisce la denominazione di umana famiglia, la cui miseria e felicità dipende unicamente da coloro che governano: Tu, perché non ti facci meraviglia/pensa che ‘n terra non è chi governi; /onde si svia l’umana famiglia (Par. XXVII, 139-141).
Ma il valore della famiglia non rimane solo nello stadio della logica politica e terrena. La famiglia la riscontriamo anche nell’Oltre, quando il poeta teologo ne disegna l’orizzonte nel divino e nei suoi misteri. Dante vuole che la famiglia campeggi più dove è possibile, anche nell’Infinito e nell’eterno. Le anime dei Beati sono divise in famiglie, le nove gerarchie degli Angeli formano la famiglia del cielo (Par. X, 49), le tre Persone divine formano il Congiuntissimo Concistoro de la Trinidade (Conv. IV, V, 3) e il Padre spira e figlia (Par. X, 51) vale a dire costituisce la Famiglia trinitaria.
L’Inferno diventa il regno dell’antifamiglia, dove tutti anziché in concordia e in pace (come si riscontra nelle famiglie del Purgatorio e del Paradiso) stanno in guerra continua e invece di amore si scambiano soltanto offese, odio e inimicizia senza fine: Bestemmiavano Dio e lor parenti,/ l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e ‘l seme/ di lor semenza e di lor nascimenti (Inf. III, 103-105).

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.11 del 12/12/2014)


Verso l’infinito

Domenica 9 novembre 2014 alle ore 16,30, nell’Auditorium “San Gennaro” in via Nicola Calandra a Benevento, è stata inaugurata la mostra antologica “Verso l’Infinito” del maestro di pittura e scultura Mario Rauso. La mostra sarà fruibile fino al termine del mese di novembre.
L’artista Mario Rauso è nato a Benevento il 12 agosto 1940, vive e lavora nel centro storico della città di Benevento al Vico Noce 30. Svolge da circa 50 anni l’attività artistica come autodidatta attraverso un percorso originale ed intellettualmente raffinato, libero da ogni condizionamento di canoni prefissati. E’ vero che “poeti si nasce” ed è così anche per Mario Rauso perché in lui la pittura sgorga spontanea, da un moto interiore, simile ad una sorgente gorgogliante tra i sassi. Nel suo itinerario la fonte diventa fiume fino a gettarsi nel mare dopo aver ricevuto il supporto idrico di tanti affluenti che ne arricchiscono la portata. Il fiume, tuttavia, pur ingrandendosi, non perde mai le sue caratteristiche essenziali.
La vita artistica di Mario Rauso può essere dunque condensata nella “parabola” del fiume. Egli, come i grandi fiumi che raggiungono il mare, è approdato al “mare dell’eternità dell’arte”. In un mondo in continua evoluzione Rauso recupera i valori stilistici, storici ed intimi degli antichi borghi dell’Irpinia e del Sannio e nelle sue opere, partendo dall’interpretazione dell’atmosfera di un “classicismo scultoreo” assai diffuso nella città di Benevento e frammentato nei muri dei palazzi e delle case, riesce ad elaborare un percorso stilistico deciso e assai originale.
Un’arte peculiare che propone una perfetta simbiosi tra pittura e scultura, ripercorrendo atmosfere da sogno che attraversano magia, esoterismo, eventi storici, frammenti scultorei di epoca romana, fino ad approdare ad un progetto stilistico personale ed inimitabile che invita a gettare uno sguardo “verso l’Infinito”, attraverso le anguste feritoie della complessa e accattivante storia sannita. Una pittura impegnata, elegante e forte sul piano intellettuale che attraverso una sorta di tridimensionalismo offre alle figure dominanti dell’opera d’arte una vitalità originale e perenne. La realtà è così trasfigurata dalla tensione personale, intima e spirituale. La realtà è trasformata da un’emozione superlativa della coscienza personale. La via dell’astrazione, il fascino dell’immaginazione, la trasparenza raffinata dei colori e la vitalità di ogni produzione artistica, raccontano l’incanto di concetti divini e ultraterreni, generando meraviglia e stupore. Volti, presenze celestiali, popoli e culture abitano con eleganza artistica le creazioni di Mario Rauso, sempre corredate da delicata poesia ed energia vitale.
Il celebre scrittore e drammaturgo Oscar Wilde afferma che l’Arte è la più intensa forma di individualismo che il mondo abbia conosciuto. Ha ragione. Davanti ad un’opera di Mario Rauso si percepisce immediatamente la ricchezza interiore della sua personalità, capace di “dare la parola” alla materia con l’estro del vero e originalissimo artista. Egli è libero da ogni compromesso con la commercializzazione ambigua perché dell’arte ha fatto una ragione di vita. Molti infatti lo reputano il maggiore artista del Sannio, con una encomiabile propensione verso i più deboli.
Georges-Louis Leclerc de Buffon, matematico e cosmologo francese, afferma: Le style est l’homme même. Lo stile di Mario Rauso non solo lo caratterizza come uomo ma anche come demiurgo di un’arte carica di memoria storica

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.10 del 14/11/2014)


Missione e dignità del matrimonio

La Chiesa vuole essere una casa paterna capace di moltiplicare la fantasia dell’accoglienza per la coppie ferite o in situazioni particolarmente difficili. Anche sul tema delicato dei divorziati risposati occorre coniugare verità e misericordia. Il matrimonio, anche dal punto di vista laico e politico, ha conseguenze enormi per le famiglie e per la società. Il matrimonio è in crisi perché è diventato quasi esclusivamente una istituzione adulto-centrica, cessando di essere il fondamento della famiglia e della società. Il matrimonio è l’unica istituzione che unisce genitori e figli.
La cultura relativistica conduce a decisioni in base al proprio punto di vista, un mezzo per la soddisfazione e la felicità individuale. Cade così il legame tra matrimonio e procreazione, figli e famiglia, una relazione uomo-donna al servizio di una piccola comunità in relazione, nel segno della responsabilità.
Negli ultimi decenni si è imposta una visione di matrimonio, basata soprattutto sul legame amoroso ed emotivo, un cammino dunque verso l’autorealizzazione personale. L’autorealizzazione è l’idolo inseguito, allora non c’è più differenza tra unioni omosessuali ed eterosessuali, poiché entrambe includono un’intensa unione emotiva. Le caratteristiche fondamentali, invece, non dipendono dalle preferenze individuali o dalle tendenze culturali. Il matrimonio è una realtà personale e insieme sociale, cercata e apprezzata da individui, coppie e intere società. E’ un bene umano con una sua struttura oggettiva. Patrimonio universale dell’umanità.
Ridefinire il matrimonio significa compromettere il bene comune e tradire il bene dei figli. Il matrimonio è un bene al servizio degli sposi e cooperazione preziosa per la crescita armoniosa dei figli. La connessione matrimonio e procreazione è fondamentale. Il matrimonio è finalizzato alla vita familiare, poiché l’atto sessuale tra gli sposi genera anche nuova vita. Un unico atto conferisce contemporaneamente il sigillo al matrimonio e alla procreazione. Il ruolo, la missione del matrimonio e della famiglia nella società è insostituibile e ineludibile.
La dignità del matrimonio è tratteggiata con accenti impareggiabili da Tertulliano nel testamento spirituale scritto alla sua sposa: «Come descrivere la felicità del matrimonio celebrato davanti alla Chiesa, confermato dal sacrificio eucaristico e sigillato dalla benedizione, al quale assistono gli angeli e il Padre celeste accorda la sua grazia?
Che bella coppia formano due credenti che condividono la stessa speranza, lo stesso ideale, lo stesso modo di vivere, lo stesso spirito di servizio! Ambedue fratelli, ambedue al servizio del Signore, senza alcuna divisione nella carne e nello spirito, Sono, infatti, due in una sola carne. Essendo una sola carne, sono altresì un solo spirito; insieme pregano, insieme si prostrano, insieme fanno penitenza: a vicenda si istruiscono e si esortano, a vicenda si sostengono. Ambedue intervengono alla santa assemblea e insieme partecipano alla mensa divina. Sono uniti nella prova e nella gioia. Uno non si nasconde all’altro, non sfugge all’altro, non è di peso all’altro. Volentieri visitano chi è malato, aiutano chi ha bisogno. Donano con generosità, si prodigano con sincerità, attendono agli impegni quotidiani con serietà, non sono muti quando si tratta di lodare il Signore. Cristo, che tutto vede e ascolta, gioisce; e invia la sua pace. Dove sono loro due, ivi è Cristo; e dov’è lui, non c’è posto per il maligno».

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.9 del 17/10/2014)



 
L'Arte nella lotta dell'esistere

In un angolo del borgo di Castelpagano, tra case rifatte, una vecchia dimora artigiana: tra l’imponente forno per la terracotta e un vecchio camino, ove tra la cenere sonnecchia un tizzone con i resti di un arrosto, tra i cartoni delle pizze e bicchieri e il boccale di vino, incontri accogliente il padrone di casa.
Salvatore Fiore guarda e riguarda e perfeziona il volto paterno, dolce ed intenso di un San Giuseppe ancora giovane e bello, che, insieme ad uno splendido e vigoroso San Michele incombente su Satana, è destinato a una chiesetta abbandonata per decenni ed ora riconquistata alla pietà popolare dalla rinnovata devozione di una contrada di Cervinara, posta ai piedi del Partenio su cui signoreggia il Santuario irpino della Madonna di Montevergine.
Il mondo di Salvatore è ora tutto qui, in questo rifugio-laboratorio riservato eppure spalancato all’accorrere dei giovani e delle giovani amiche.
I sogni della felicità, la passione della libertà, i percorsi dell’amicizia, le sfide della formazione e del lavoro non sono più consegnati alle fughe dal paese natio. Sono ora tutti concentrati nel microcosmo, premuroso e sconfinato, del suo atelier castalpaganese, dove l’io, reso paziente, rintraccia l’essenziale del vivere e il suo proprio destino dentro se stesso, tra le mura, gli scenari e l’orizzonte della micro-comunità dell’Alto Sannio e gli scatti frequenti della comunicazione elettronica che nel traumatico sovvertimento relazionale rammemorano e confermano antichi legami e ne fanno avanzare di nuovi.
Emerge così, dalla poderosa effervescenza adolescenziale e giovanile di un tempo, una più preziosa spiritualità ancorché minacciata nella sua identità e messa in allerta nel suo ruolo di protagonista dolente in un processo simultaneo di sacrificio e di liberazione, di dolorosa tristezza e di gioiosa ispirazione, di ricorrenti risonanze di silenzi e di echi.
L’attività artistica diventa la elezione definitiva e la risoluzione integrale della vulnerazione esistenziale che ferisce anche le linee culturali, civili e sociali e penetra nella costituzione essenzialmente religiosa del suo esserci, in questi tempi tragici e frivoli dell’avvento del nichilismo.
In essa, nei tratti dell’espressione-rappresentazione e nell’evoluzione e maturazione della sua metodica e della sua tecnica, crescono e si rincorrono gli eventi, le forme, i miti, le ambiguità, le contraddizioni, le giustificazioni della sua creatività e della sua testimonianza artistica.
L’avventura di Salvatore Fiore ricerca sempre una solidarietà spirituale e intellettuale ed anche una vicinanza psicologica, invoca un’amicizia, dona una fraternità generosa e piena: solo così nasce la condizione percettiva ed estetica dei segni e dei significati dell’opera.
Alla sensibilità della committenza è affidata l’anticipazione e condivisione degli schemi interpretativi ed operativi e, quindi, la partecipazione profondissima al sentimento e al senso dell’operazione, che è il segreto della riconoscibilità dell’essenza umana dell’arte. Che è divina.
Salvatore Fiore non è circondato dalla solitudine e dall’indifferenza né è abitato dalla sfiducia. È il profondissimo contatto artistico con la Santità e con la Natura che lo rasserena, che ne potenzia l’equilibrio, che dà armonia ai gesti e ai segni del fare, riconoscenza alla vita, risposta al turbamento e all’angoscia, resistenza intellettiva e affettiva alla rovina dell’umano.
Sono i volti icastici nella loro semplicità vitale e sacrale, di Gesù, di Maria Santissima, degli Angeli e dei Santi e le immersioni nelle esplosioni cromatiche e nelle sperimentazioni luminose dei prati rigogliosi e festanti a segnare incontenibili vibrazioni di vitalità e di inquietudine, di nostalgie e di attese.
Sono temi dominanti, la Fede e la Creazione, che coesistono e si coniugano insieme perché appartengono alla stessa sorgente della Vita e dell’Amore che sempre risveglia l’intelligenza e accende lo splendore nello sguardo sorpreso e ammirato.
C’è nei giochi cromatici dello spettacolo naturale, nella geografia di sogni e di mistero delle viuzze, delle case e del paesaggio locale, nelle storie quotidiane delle umili donne di una volta, nell’elegante e confidenziale moltiplicazione delle forme, nella dolce novità di incessanti “operazioni primaverili”, il rinnovarsi del profumo e della gioia della creazione primordiale, il ritorno e il rimpianto dell’esperienza luminosa e innocente, l’uscire improvviso e rasserenante dalla normalità torbida, tribolata e intristita del tempo presente per incontrare la grazia del volto vero e creaturale della terra e dell’umano prima che la bava del Serpente antico ne sporcasse allo sguardo l’antica , nativa bellezza e ne oltraggiasse il pudore.
Irrompono anche, ostinate e frementi, tra luminosità e tenebrore, forme e dinamiche di un’umanità che lotta tra il nascere e il morire, per sempre risorgere.
Ecco figurazioni di intimità e di eros che sopravanzano l’ordine della ragione con la trasgressione e la follia.
Ecco l’esibizione del corpo che si propone come auto-idolatria, che si mostra e si maschera in passaggi sdrucciolevoli e anche scostanti con l’evidenza del sesso oramai sfuggito alla disciplina della castità e alla legge della dignità e della vergogna, finalmente trionfante nella rivoluzione insensata dell’io invasato dal caos, dalla dismisura, dalla smemoratezza della sua origine e delle sue radici, dalla violazione della sua grandezza.
Ecco il corpo carnale, non più “santuario del Divino”, nudo e desolato, fosco e fatuo insieme, non più imago e logos incarnato, ma animalesco e perverso.
In questa antologia riluce la storia di una vita, anche della nostra, e in essa di un mondo che l’inabita, e perciò il narrarsi di una vicenda e di una destinazione che si compiono con l’affanno e l’ansia di una vocazione aperta alla Verità eterna della Bellezza.
Nei volti, nelle ceramiche, nelle tele, negli oggetti, nati dalla energia creativa dell’intelligenza operativa di Salvatore Fiore, c’è l’impronta delicatissima e spiritualissima che affiora sempre e che richiama, invoca e persuade all’Infinito e all’Eterno e corrisponde in pienezza al desiderio, per ora dolente e ferito, di divina Felicità.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.8 del 12/9/2014)


E' la fine di Cristo e del Cristianesimo?

Molti credono di essere cristiani ma non sanno dire cosa è un cristiano. In Italia l’80% degli abitanti si dichiara cattolico ma il dato manifesta più l’appartenenza a una tradizione religiosa che il possesso di una fede intimamente vissuta. L’Italia è diventata sempre più multiculturale e multireligiosa e quindi nelle condizioni di confrontarsi con le altre religioni. Schizofrenia tra teoria e prassi: teoricamente si afferma la propria appartenenza confessionale ma praticamente l’analfabetismo religioso e le scelte concrete manifestano una incoerenza sconcertante. L’87% delle famiglie fa frequentare ai propri figli l’insegnamento religioso confessionale cattolico. Il 70% degli italiani possiede la Bibbia in casa ma il 70% di praticanti e non praticanti non l’ha mai letta. I non cattolici leggono la Bibbia più dei cattolici educati nelle parrocchie.
Il rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia, curato recentemente da Melloni, offre dati preoccupanti. Incertezza sui contenuti dogmatici, individualismo circa le scelte etiche, distanza dai sacramenti specie la confessione, idee confuse, religiosità diffusa ma liberamente e individualmente interpretata. Solo il 36% ritiene che vi sia un’altra vita dopo la morte. Il comandamento più conosciuto: non rubare. Il più dimenticato: non commettere atti impuri. Riguardo alle virtù teologali il 77% non comprende neppure il senso della domanda. Dopo il Vaticano II è cresciuto l’interesse per la Bibbia ma è anche cresciuta l’ignoranza dei riferimenti biblici un tempo largamente conosciuti.
Dopo il Concilio di Trento i contenuti biblici, per una scelta strategica, venivano mediati dalla “Storia sacra”, esposta in modo catechetico attraverso un itinerario che metteva in fila le varie figure bibliche da Adamo fino a Gesù. Dal peccato di Adamo alla redenzione operata da Gesù si snodava la storia della Salvezza. La secolarizzazione ed il crollo della pratica religiosa hanno messo in crisi la conoscenza della storia sacra. Il vecchio metodo non ha trovato sostituti nei nuovi catechismi, più lunghi e complessi. L’ora di religione non ha scelto un programma sistematico di cultura biblica, pur prevedendolo, cedendo alla tentazione di discutere di problemi etici, psicologici e sociologici.
Nelle famiglie sempre più secolarizzate neppure le mamme sono in grado di fornire ai bambini una conoscenza biblica di base fatta di racconti e figure bibliche. La cultura italiana mostra un certo interesse per la Bibbia ma sotto l’aspetto estetico (come la Bibbia ha influenzato il bello, arte, architettura, pittura, scultura, musica e poesia). L’interesse estetico predominante, il genere letterario, il respiro poetico-letterario della Scrittura ha smorzato l’interesse per la Bibbia in sé stessa. Un ruolo di rilievo sotto l’aspetto estetico l’ha svolto per decenni Gianfraco Ravasi. La Bibbia deve essere conosciuta come un “classico” capace di incidere nella vita dei singoli e delle comunità! Ci sono gruppi ecclesiali e movimenti che suppliscono ad una cultura religiosa assente nella nostra società ma si tratta solo di una piccola speranza. Il criterio nozionistico dei vecchi catechismi non ha trovato ancora un adeguato canale di divulgazione nella cultura attuale.
L’identità cristiana vacilla. Il compito dei cristiani per il futuro è quindi complesso ma straordinariamente grande. Pascal afferma: «Esistono 3 categorie d’individui: quelli che servono Dio dopo averlo trovato; quelli che si sforzano di cercarlo senza ancora trovarlo; quelli che vivono senza cercarlo e senza averlo trovato. I primi sono ragionevoli e felici, gli ultimi sono pazzi e infelici; quelli di mezzo infelici e ragionevoli». Padre Pio da Pietrelcina dichiara: «Nei libri si cerca Dio, nella preghiera lo si trova». Sempre Pascal immagina che il Signore stesso suggerisca: «Consolati: tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato». Sono tanti i segni della Sua presenza: chiese, campanili, croci, nomi dei santi sulle cartine geografiche e sugli indicatori stradali, ogni 7 giorni, la domenica, i credenti si riuniscono nelle chiese per incontrare Cristo, riascoltare il suo messaggio e riceverlo nell’Eucarestia come cibo spirituale; mattina e sera i credenti si rivolgono a Lui con la preghiera e nel dialogo trovano orientamenti per le scelte della vita, da oltre 2.000 anni la Chiesa e i Papi indicano a tutti la via per costruire la “civiltà dell’amore”, noi credenti siamo in gran parte mediocri e peccatori ma i Santi incidono sull’umanità e migliorano il costume sociale. In fondo la storia resta una drammatica lotta tra il bene e il male ma Cristo vive nella storia e la orienta nel realizzare valori di verità, libertà, comunione, pace, bellezza. Dio è silenzioso ma non è assente.
Lungo i secoli qualcuno ha annunciato la fine di Cristo. Nel 1773 Voltaire assicurava: «Nella nuova cultura, non ci sarà futuro per la superstizione cristiana. Io vi dico che il Galileo sarà spacciato». Nel 1847 Ernest Renan profetizzava: «Per me ormai è più evidente della luce del giorno che il cristianesimo è morto, e ben morto». Nel 1851 Pierre-Joseph Proudhom fissava un’altra scadenza: « Il Cristianesimo non durerà più di 25 anni». Infine Nietzsche è arrivato ad annunciare la “morte di Dio”. Ma al contrario il pensiero moderno risulta contagiato da Cristo. Benedetto Croce ha sentito il dovere di spiegare a tutti in un noto saggio: «Perchè non possiamo non dirci cristiani».
La fede cristiana ha certamente fatto lievitare l’umanità con il suo peculiare dinamismo. Perciò la storia si divide in due parti: prima e dopo la venuta di Cristo. Johann Paul Richter ha detto: «Dio con la sua mano forte ha cambiato il corso del torrente dei secoli». Pierre Teilhard de Chardin: «Cristo è l’asse e il vertice di una maturazione universale». Mahatma Gandhi: «Gesù Cristo non appartiene solo al cristianesimo, ma al mondo intero». Allora amo affermare: io sono cristiano, questa è la mia gloria! Cerco il battistero ove un giorno Cristo mi ha chiamato per nome e mi ha detto: «Io ti battezzo». Scopro nella chiesa del mio paese d’origine un registro polveroso ove una data fissa il giorno in cui ha avuto inizio il mio cammino con Cristo ed in cui sono diventato cristiano. E poi mi faccio coraggio e... comincio a vivere da cristiano per illuminare il mondo e dare sapore alla storia.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.7 del 18/7/2014)


La Beata Madre Speranza di Collevalenza

Ogni secolo ha i suoi drammi che l’affliggono e i suoi santi che lo salvano. Un numero enorme di protagonisti del XX secolo approdano alla beatificazione e canonizzazione in questi primi anni del terzo millennio: Padre Pio, Madre Teresa, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II. Dal 31 maggio scorso è beata Madre Speranza di Collevalenza, autentica ambasciatrice dell’Amore misericordioso di Gesù.
Noi contemporanei dobbiamo renderci conto che non siamo la nostra miseria e “quando il nostro cuore cede al peccato, Dio è più grande del nostro cuore”. Dio è il Padre del figlio prodigo. Dio ci vede come figli e vuole offrirci la certezza che, se pecchiamo, noi non siamo il nostro peccato. Siamo creature amate e perdonate, invitate a gioire per il sacramento della Riconciliazione, vissuto come rendimento di grazie, abbandono, lode, riconoscimento, ringraziamento.
Quando la Madre di Dio ha da comunicare un messaggio importante per l’umanità si rivolge ai “poveri di spirito”, poveri grazie allo Spirito Santo che li illumina. Non basta affrontare la realtà con la sola ragione e le idee chiare e distinte. Per avere il gusto di Dio occorre lo Spirito Santo che conduce i suoi amici come fiume irruento verso il mare.
Tutto questo avviene nella vita di Maria Josefa Alhama Valera. Primogenita di 9 fratelli. Nasce da una famiglia poverissima a Siscar nel comune di Santomera in Spagna il 29 settembre 1893. il padre Josè Antonio è bracciante agricolo, la madre Maria del Carme è casalinga. Poveri ma dignitosi, poveri di beni materiali ma ricchi di fede in Dio Amore misericordioso. Viene affidata al parroco di Santomera don Manuel Aliaga e le due sorelle del sacerdote la educano e la introducono ai lavori domestici. Il parroco l’avvia ad una vita spirituale sempre più intensa. Desidera in anticipo la santa Comunione. A 12 anni ha una visione: Santa Teresa del Bambin Gesù l’esorta a diffondere nel mondo la devozione all’Amore Misericordioso, come aveva già fatto lei, e le dice di riprendere il cammino dove lei lo aveva interrotto. Desidera consacrarsi definitivamente al Signore.
Nel 1914 entra tra le suore Figlie del Calvario. Nel 1916 emette i voti e prende il nome di “Esperanza de Jesus Agonizante”. Si sente scopa per pulire il pavimento o un fazzoletto per asciugare le lacrime. Sguardo profondo e mani sempre aperte. Attraversa mille tribolazioni fisiche e morali: dolori incomprensibili e calunnie da parte di persone incapaci di lodare Dio per l’altrui bellezza. Trasforma la crisi in opportunità e scopre la sua peculiare vocazione: far conoscere Dio “non come Padre sdegnato per le ingratitudini dei suoi figli, ma come un Padre buono che cerca con ogni mezzo di confortare, aiutare e far felici i propri figli; che li segue e li cerca con amore instancabile, come se non potesse essere felice senza di loro”.
Nel 1921 diventa Clarettiana. Esperimenta fenomeni non comuni: visioni, stigmate, miracoli. Tutto ciò attira attenzione nelle consorelle ma suscita anche gelosia. Ai dolori morali si aggiungono svariate malattie durate per tutta la vita. Accoglie bisognosi, affamati e infermi. Sia in vita che in morte si contano oltre 900 grazie ottenute per intercessione di Madre Speranza. Senza una particolare istruzione possiede un’eccezionale sapienza. Fonda la Congregazione delle Ancelle dell’Amore Misericordioso nel 1930. Apre il primo collegio a Madrid e poi tante case in Spagna per assistere bambini, anziani e disabili. Nel 1936 apre una casa a Roma. Finisce sotto gli artigli del Sant’Ufficio per la dottrina sull’Amore Misericordioso. Le viene tolto il governo della Congregazione. Lavora come semplice suora aprendo un laboratorio di cucito per aiutare i bisognosi. Apre una mensa per assistere 1.000 persone al giorno.
A Roma, durante la II guerra mondiale accoglie molti profughi che rischiano la vita. Nel 1951 fonda la Congregazione dei Figli dell’Amore Misericordioso per la santificazione del clero. Si offre vittima per i peccati compiuti dai ministri ordinati e per implorare dal Signore la grazia che diventino santi. Missione: aiutare e sostenere i sacerdoti del clero secolare accogliendoli gratuitamente nelle loro case religiose. E’ convinta che un prete santo trascina molti fedeli alla santità, così come chi non corrisponde alla sua vocazione trascina al male chi gli sta accanto. Il 18 agosto 1951 si trasferisce a Collevalenza in Umbria. Costruisce un grande santuario. Complesso architettonico intriso di spiritualità. Ripete di sovente: “Nella casa del Signore faccio la portinaia di coloro che soffrono e vengono a bussare a questo nido d’amore, perché Lui, come Buon Padre, li perdoni, dimentichi le loro follie e li aiuti in questi momenti di dolore...”
Alla base della sua santità: una grande familiarità con Dio. Quando il Signore le chiede di scavare a Collevalenza un pozzo, la giudicano pazza. A 122 metri sgorga un’acqua prodigiosa che i pellegrini bevono con fede e dove i malati trovano conforto. Vuole che i suoi sacerdoti celebrino il sacramento della Riconciliazione come una festa.
Il Crocifisso. L’Eucarestia. Maria come mediatrice. La corona del Rosario sempre tra le mani. Trova qui la sua forza! L’artrosi deformante aggrava le sue sofferenze. Gioisce per il permesso della Santa Sede di aprire ufficialmente le piscine per il bagno degli ammalati, dopo 18 anni di attesa... Gode della visita di Papa Giovanni Paolo II nel 1981, il Papa la saluta baciandola sulla fronte. Si spegne l’8 febbraio 1983. Nevica quando Madre Speranza muore. L’Amore travolgente di Dio ha aiutato questa umile suora a trasformare il limite in grandezza, la crisi in opportunità, il perdono ai nemici in virtù, quella virtù che fa cantare così Fabrizio De Andrè: “Nella pietà che non cede al rancore, Madre, ho imparato l’amore”.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.6 del 20/6/2014)


Protagonista da oltre mezzo secolo nell’universo artistico

L’artista sannita Antonio Del Donno ha oggi 87 anni ma l’ispirazione carismatica, che attraversa come fluido magnetico potente le sue opere, è ancora fresca, spontanea, attraente, contagiosa, vivace come acqua zampillante.
Ha frequentato l’Istituto tecnico per Geometri a Benevento ed è rimasto sedotto dal disegno tecnico-architettonico e dalla purezza della linea geometrica. Si è dedicato agli studi artistici a Napoli, frequentando il Liceo Artistico e l’Accademia delle Belle Arti. Poi ottiene la cattedra di educazione artistica presso la scuola media Vitelli di Benevento. Tiene la sua prima personale nel 1962 presso la Pinacoteca Provinciale di Benevento.
Negli anni ’70 l’ho incontrato come commissario d’esami presso la scuola La Salle dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Sono fiero di essergli stato alunno. Da oltre 50 anni il suo successo artistico non conosce stanchezza. La sua poliedrica produzione è entrata nelle case private, nelle piazze, nei musei e negli archivi di diversi paesi europei e persino nel Museo Vaticano, in Brasile, Haifa, Caracas, Tokyo, Tirana, New York, Belgrado e Atene.
Nel 1972 inizia a costruire “Vangeli” su vecchie tavole di legno con caratteri stampati a fuoco da fonti del Nuovo Testamento e la “Buona notizia” intagliata a fuoco diventa un pulpito moderno, essenziale, rapido, incisivo. Poi viene la stagione della pittura su tela, ricca di tinture e segni enigmatici di sapore apocalittico ed escatologico.
Dalla tavola alla tela. Ma i colori sono semplici, sobri, senza orpelli o sbavature, sfondi celestiali, primavere fiorite, voli di farfalle, tramonti, paesaggi e panorami con l’assorbimento dei colori, iniezioni di catrame, collages, simboli e segni in mirabile simbiosi, capaci di esprimere icasticamente la dura lotta tra luce e tenebra, bene e male, bellezza e bruttura, nell’estatica attesa di cieli nuovi e terre nuove.
Antonio Del Donno è un sognatore indomabile, amante della natura, estimatore delle piccole cose, sempre conquistato dalla semplicità che emerge su ogni complessità. Inchiostri, tecnica mista, Vangeli, sfere, piramidi, cubi, collages e infine fotografie irripetibili, costituiscono il percorso affascinante di un artista conquistato dal primato del cuore e dell’amore, convinto che questa è l’unica strada da percorrere per tenere ancora vivo il mondo.
Scrive Dietrich Bonhoeffer in “La vita comune”: «Tacere non è lo stesso che esser muti, così come la parola non equivale alla loquacità». C’è infatti differenza tra la chiacchiera e la Parola, come tra il mutismo e il Silenzio. La chiacchiera si limita a riempire spazi che risulterebbero imbarazzanti se lasciati vuoti, al contrario la Parola è creatrice di una relazione, di una comunione.
Così il mutismo è lo strumento dell’esclusione e della divisione, dell’allontanare gli altri da sé stessi, mentre il Silenzio è la condizione necessaria perché la Parola si esprima, perché la comunicazione si realizzi.
Il termine greco logos (?????) equivale a parola. Secondo la tradizione ebraica la Parola divina è creatrice del mondo, ed è anche rivelatrice della volontà di Dio, che per il popolo ebraico trova nella Torah, cioè nella Legge, la sua espressione normativa.
Il linguaggio artistico di Antonio Del Donno è vero, leale, efficace perché in lui la Parola espressiva è frutto di un’esperienza maturata nelle lunghe stagioni del Silenzio, proprio come la vita di un bambino che vede la luce solo dopo i nove mesi della gestazione.
Presso la Parrocchia di San Gennaro in Benevento si possono ammirare diverse opere di Del Donno: le tele che impreziosiscono l’Auditorium , il calice e il cerchio all’ingresso dell’Oasi Santa Maria della Tenerezza, i binari di legno sul ferro squarciato dalla firma di Dio che indicano le parole del Vangelo di Giovanni al capitolo 8: «Conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi» e l’ultima, ricevuta in dono in questi giorni, ubicata sul piazzale dedicato a Giovanni Paolo II.
Qui emerge la figura geometrica di un grande cerchio che nella simbolica delle teologia medioevale rappresenta la perfezione di Dio, Amore senza inizio e senza fine; tre linee luminose suggeriscono il mistero della Santissima Trinità, Padre Figlio Spirito Santo; il cerchio poi è attraversato da una tavola di legno ad esprimere l’Antica Alleanza tra Dio e Israele nel segno del Decalogo, e una tavola di ferro che indica la Nuova Alleanza tra Dio e l’Umanità nel segno delle Beatitudini, con le parole in bronzo «Beati i puri di cuore» ed ancora «Beati i miti», perché l’umiltà è il fondamento di tutte le virtù.
La dura, lunga e incantevole storia della Salvezza è raccontata da Antonio Del Donno in pochi e rapidi segni carichi di verità profonde, foriere di grandi speranze.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.5 del 16/5/2014)


27 aprile, Festa della Santità con Roncalli e Wojtyla

Domenica 27 aprile, nella festa della Divina Misericordia, papa Francesco Bergoglio proclamerà santi papa Giovanni XXIII e papa Giovanni Paolo II. Una vera festa della santità intensamente sentita da tutto il popolo di Dio. L’enorme flusso di pellegrini nella Città Eterna ha spinto la parrocchia beneventana di San Gennaro a organizzare in città un momento di spiritualità e di arte. Alle ore 11 la recita cantata della coroncina alla Divina Misericordia. Alle 11,30 Messa solenne animata dal coro polifonico “Hortus Musicae” diretto da Adriana Accardo, omaggio floreale e preghiera dinanzi al monumento di Giovanni Paolo II e bacio della reliquia. Alle 19,30 gran concerto in onore del Pontefice polacco con l’esibizione dei più grandi artisti del Teatro di San Carlo di Napoli. Al termine buffet per tutti i partecipanti.
L’approdo di due pontefici al traguardo della santità suggerisce una riflessione. Nel 2042 il papato compirà venti secoli. Con Francesco Bergoglio continua un’avventura spirituale ed umana unica nella storia. Da Pietro a Francesco 263 papi hanno orientato il cammino dell’umanità in modo determinante. Il futuro è garantito in modo esplicito dalle parole di Cristo a Pietro: “Su te fonderò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa”.
Un secolo fa Garibaldi, ingenuo anticlericale, affermava: “Con le budella dell’ultimo Papa impiccheremo l’ultimo re”. Ma la retorica tradisce anche i peggiori avversari del papato e della Chiesa. I re sono sempre meno numerosi. I papi, santi o peccatori, succedono da due millenni l’uno all’altro, nonostante le tempeste.
Viene in mente quanto disse Giovanni XXIII, che proprio in questi giorni, insieme a Giovanni Paolo II, viene proclamato santo da Papa Francesco: “io mi contento di camminare come Abramo, nella notte, un passo dopo l’altro, sotto le stelle”. Con tutte le rughe e con tutti gli errori degli uomini, la Chiesa continua a vivere. Un fenomeno che conforta i credenti e inquieta atei ed agnostici. Ha ragione Papa Roncalli quando afferma: “Capo della Chiesa è Cristo, non il papa”. Il papato è solo uno strumento e canale per l’annunzio del vangelo, la redenzione e liberazione degli uomini nella fede. Genera speranza sapere che i papi degli ultimi 150 anni sono quasi tutti santi, amici del servizio più che del potere, della croce più che della spada. Dopo i primi papi trucidati dagli imperatori pagani, abbiamo avuto i papi-re.
Dopo l’imperatore Costantino sono cresciuti potere, gloria, splendore e ricchezza. Sono nate le corti, si è sviluppato il mecenatismo, si è versato sangue in nome di Cristo, dal 20 settembre 1870 con la “breccia di Porta Pia” è finito il “potere temporale” della Chiesa e del papato, è venuta la stagione della grande crisi ed ora, come prima di Costantino, la Chiesa riscopre di essere la famiglia dei figli di Dio che credono in Cristo, cercano la salvezza e la liberazione di tutti gli uomini, vivendo il Vangelo con più coerenza, senza divisioni, scomuniche e torture. Nel 1962 il Cardinale Montini affermò in Campidoglio che la fine del papa-re “è stata la grazia più grande che Cristo abbia concesso alla sua Chiesa”. Con il Concilio Vaticano II la Chiesa ha scelto di “essere nel mondo non per il potere ma per il servizio”.
Rimangono ancora in piedi tanti problemi che rallentano la marcia del Vangelo nel mondo, le lobby affliggono le Congregazioni vaticane e ne offuscano la trasparenza di gestione pastorale e finanziaria. Le “Cinque piaghe della Santa Chiesa” denunciate dal Beato Antonio Rosmini sono tuttora sanguinanti e uccidono il sogno di un nuovo e luminoso cammino.
Occorre la “riforma” al vertice della Curia Romana e alla base delle singole Diocesi e Parrocchie. Occorre l’ascolto e l’obbedienza della voce dello Spirito Santo, vero protagonista della storia.
La Chiesa, composta tutta di uomini peccatori, a cominciare da Pietro e dai suoi successori è, secondo un realistico principio medioevale, semper reformanda, incessantemente bisognosa di conversione.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.4 del 18/4/2014)


Papa Francesco e la gioia del Vangelo

Da qualche giorno Papa Francesco ha completato il suo primo anno di servizio pastorale alla Chiesa universale come successore di San Pietro. In appena 12 mesi ha conquistato il cuore di tutti. Il 24 novembre 2013 ha firmato la sua prima esortazione apostolica dal titolo Evangelii gaudium. Essa rappresenta il frutto maturo di una riflessione che Jorge Mario Bergoglio porta avanti da molto tempo ed esprime in modo organico il suo modo di vedere l’evangelizzazione e la missione della Chiesa nel mondo contemporaneo.
Il Pontefice aveva già scritto nel passato sui principi ispiratori del documento che ha donato alla Chiesa del nostro tempo, ispirandosi a Paolo VI e al documento conclusivo della Conferenza di Aparecida. Papa Francesco esprime il “sogno” di “una Chiesa povera per i poveri”, di una “trasformazione missionaria” della Chiesa. La società tecnologica ha moltiplicato le occasioni di piacere ma non ha procurato la gioia. Anche tra i cristiani ci sono molti “che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua”. Il Vangelo fa risplendere la Croce gloriosa ma invita con insistenza alla gioia. Tutti siamo invitati ad entrare in questo fiume di gioia.
La Chiesa è chiamata ad annunciare a tutti la gioia del Vangelo. Per rispondere alla sua indole squisitamente missionaria, deve uscire da sé, comunicare, seminare, toccare la carne sofferente di Cristo nel popolo, portare addosso l’odore delle pecore, rinnovarsi per rimanere fedele a Cristo, libera da ogni forma di narcisismo e autocompiacimento, così che la parrocchia è “santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare”, il confessionale luogo di misericordia e non di tortura, le chiese devono avere le porte aperte, l’Eucarestia rimedio per i deboli e non premio per i perfetti, la Chiesa casa fraterna e non dogana, Chiesa “accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e le comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”.
Un linguaggio antico che risuona con una forza nuova, attraverso la voce credibile di un grande testimone che ormai abbiamo imparato a conoscere: Papa Francesco della Tenerezza, della Misericordia e dei Poveri, che sono i prediletti di Gesù. Corriamo in ogni epoca il rischio di un cristianesimo senza Cristo e di una Chiesa senza Cristo se il Vangelo si trasforma in “dimostrazione” logica, astratta, esclusivamente tecnica, invece che fenomeno di “attrazione” che permette l’incontro vivo con il Vivente Cristo Gesù, il Crocifisso amore. Occorre una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede. Il titolo dell’esortazione apostolica di Bergoglio ricorda anche due grandi esortazioni di Paolo VI: Gaudete in Domino del 9 maggio 1975 ed Evangelii nuntiandi dell’8 dicembre 1975.
A queste radici legate a Papa Montini si aggiungono quelle che attingono al documento di Aparecida del 2007, testo conclusivo della V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi. Il documento di Papa Francesco è strutturato in cinque capitoli: La trasformazione missionaria della Chiesa; Nella crisi dell’impegno comunitario; L’annuncio del Vangelo; La dimensione sociale dell’evangelizzazione; Evangelizzatori con spirito.
Nell’argomentare di Papa Francesco esiste una tensione dialettica intraecclesiale tra l’istituzione, da una parte, e lo spirito, dall’altra. L’una non nega l’altro ma è sempre lo spirito che deve animare l’istituzione in maniera efficace e incisiva. Diversamente dalle encicliche, il taglio tipico delle esortazioni apostoliche è eminentemente pastorale. Il Papa sottolinea i mali della Chiesa e del mondo: il gioco della competitività, la cultura dello scarto, la globalizzazione dell’indifferenza, l’anestetizzante cultura del benessere, il consumismo; e poi il fondamentalismo, l’indifferenza relativista, gli attacchi alla libertà religiosa, la desertificazione spirituale, l’interruzione della trasmissione generazionale della fede, la riduzione del matrimonio a semplice gratificazione affettiva; ed ancora mondanità spirituale, funzionalismo, clericalismo, ossessione per l’apparenza, divisioni bellicose all’interno della Chiesa.
Queste sfide reclamano una Chiesa coraggiosa che non si lascia vincere dall’accidia pastorale o dalla “psicologia della tomba che a poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo”. Nel cuore dell’esortazione alcuni appelli forti del Papa “venuto dalla fine del mondo”: non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario, non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione, non lasciamoci rubare la speranza, non lasciamoci rubare la comunità, non lasciamoci rubare il Vangelo, non lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno, non lasciamoci rubare la forza missionaria!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.3 del 21/4/2014)


I tiepidi vanno all'inferno

Solo da pochi giorni è giunto in Italia, tradotto dalla Editrice Mondadori, il libro di Michel-Marie Zanotti-Sorkine, dal titolo “I tiepidi vanno all’inferno”. Un piccolo trattato sul sale della vita. Si tratta di appunti e pensieri di Michel-Marie, nato a Nizza nel 1959, chansonnier a Parigi, diventato sacerdote nella multietnica Marsiglia, parroco di San Vincenzo De’ Paoli. Un prete che cammina per Marsiglia con addosso la talare svolazzante, così inusuale che la gente si volta a guardarlo. Una elevata percentuale di popolazione è di religione islamica. Una grande chiesa che alcuni anni fa doveva essere abbattuta o trasformata in museo perché perennemente vuota. Ora la domenica mattina è un accorrere di fedeli, alcuni portano da casa un seggiolino perché le panche non sono più sufficienti da quando vi opera padre Zanotti-Sorkine.
Il sangue del prete straordinario ha un groviglio di radici: origini italiane, corse e russe. Educato dai Salesiani. Orfano di madre a 13 anni. Sin da bambino è titolare di una fede profonda, di una grande passione per la musica e di una bellissima voce. Intorno ai 20 anni prevale l’interesse per la musica. A Parigi diventa chansonnier nei night-club. Cantautore di successo in un mondo notturno che genera insoddisfazione e che interiormente lo tortura. A 28 anni lascia Parigi, entra nell’ordine dei domenicani, poi, affascinato da padre Kolbe, nell’ordine francescano, è un irrequieto, ma alla fine a 40 anni diventa prete diocesano a Marsiglia. Dopo 15 anni di ministero sacerdotale lo conoscono tutti. Predica con passione e cita poeti ed artisti. Messa esteticamente bella, canti antichi, la sua voce riempie la chiesa! All’uscita una lunghissima coda per salutare il parroco.
Qualcuno giudica frettolosamente: “teatro”! Invece ecco il segreto: una grande fede, non ereditata ma scelta sin da bambino, in una casa dove la mamma è ebrea. La morte precoce della mamma ha generato in lui una nostalgia d’amore così grande che solo il sacerdozio appaga. Una fede che scotta, brucia e vuole contagiare. Nel bar per il caffè, per strada, ovunque presente, sempre cerca i lontani, non perde occasione per parlare di Cristo. Ogni giorno in confessionale, un’affinità speciale con Papa Francesco Bergoglio, l’ansia di andare nelle periferie ed offrire tenerezza, misericordia, perdono a tutti. Alcune frasi pungono soprattutto i sacerdoti che l’autore desidera più veri, più audaci.
Davanti alla crisi della Chiesa in Occidente padre Zanotti-Sorkine afferma: “Siamo onesti, la verità è questa. Siamo noi che non abbiamo più il sacro fuoco. L’immagine che diamo del sacerdozio è troppo insignificante. Non tocca più il cuore”. Per lui il prete è colui che avanza incontro agli altri fissandoli negli occhi, è il virtuoso del primo passo, colui al quale il sorriso conferisce ogni diritto per penetrare il cuore degli uomini e farvi entrare la parola di Cristo che è salvezza. Ma il prete dev’essere consapevole di possedere in sé il potere di Cristo. E grida con forza: “vergogna ai codardi, agli uomini di apparato, ai cacciatori di promozioni, agli ossequiosi per interesse, agli sdolcinati che inabissano la Chiesa sotto un ammasso di ipocrisia e di viltà”. E’ il linguaggio del grande predicatore che scrive contro la tiepidezza. Molti si convertono. Tanti adulti si fanno battezzare.
Il segreto di questa rinascita è semplice: predicare le grandi verità del Vangelo, i precetti della Chiesa, il dono di sé, la carità verso il prossimo e la fiducia in Dio. Egli è convinto che la scristianizzazione dell’anima porta alla disumanizzazione della vita. Parla soprattutto ai preti, destinati ad essere “piromani” per accendere ovunque il fuoco dell’amore perché “un prete freddo e distante è inutile quaggiù; con la sua presenza è il più nocivo degli uomini”. Nessuna volgarità, superficialità o sciatteria, ma bontà, amore, generosità, allegria, gioia, affabilità, tenerezza, baci, vicinanza, disponibilità, cuore, fede, statura morale e soprattutto “l’imprudenza che è la qualità dei santi”.
Padre Zanotti-Sorkine parla anche della veste talare come segno di riconoscimento perché la gente possa vedere e cercare il prete ed esorta: “Portala questa veste e vedrai subito i frutti dell’immaginario dell’uomo che ti collegherà istintivamente a Vincenzo De’ Paoli, a Jerzy Popieluszko, a Giovanni Paolo II, che non ebbero paura di mostrare la loro scelta in materia d’amore”. Perché, ancora dice: “Prete, tu non sei che il portiere del Cielo”. Le parole per i confratelli sono fiammate di luce che scuotono ed esortano alla fedeltà, chiarezza, trasparenza e generosità pastorale. Per tutti poi parole di verità e di amore, liberate da ogni doppiezza, ipocrisia e compromesso. Le riflessioni su temi scottanti, sono profonde e coinvolgenti, soprattutto quando parla di: morte, silenzio, verde campagna, tempo, sensibilità, desiderio d’amore, amicizia, pudore, eleganza, volontà, lavoro, pazienza, perseveranza, umiltà, spirito di combattimento, gioia, bontà, magnanimità, eccellenza, insomma le cose che “oggi mancano all’anima della vita”. Padre Michel-Marie non sopporta preti o laici tiepidi o compromessi. Il libro costituisce “una piccola scossa allo scafo della barca, a quello del prete e a quello dei battezzati che lo seguono”. Tutti missionari ardenti in un mondo che rabbrividisce di febbre e di freddo.
Una lettura che mi ha coinvolto e conquistato e che ora consiglio proprio a tutti.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.2 del 14/2/2014)


Vino nuovo in otri nuovi

Trent’anni fa, all’inizio del ministero sacerdotale, ho letto con grande attenzione e vantaggio spirituale, la monumentale opera del tedesco Joseph Holzner su “L’apostolo Paolo” pubblicata dalla Morcelliana Edizioni di Brescia. Ho compreso che il volto spirituale della Chiesa contemporanea va riassumendo sempre più i tratti del Cristianesimo primitivo, in rapporto all’attuale situazione, con fisionomia specificamente apocalittica. Quattro movimenti religiosi animano il Cattolicesimo a partire dal Concilio Vaticano II e tutti di matrice paolina: impulso liturgico ed eucaristico, che attingono all’entusiasmo lirico ed alla mistica sacramentale dell’Apostolo; movimento missionario e biblico che si accendono alla personalità di San Paolo e diventano travolgenti come una ventata pentecostale.
La modernità di San Paolo avanza sopratutto quando lo si considera maestro dell’arte missionaria nei variegati areopaghi ove approda con zelo generoso e con straordinaria luce pneumatico-profetica. La sua dottrina della comunione mistica con Cristo, espressa nella formula lapidaria “in Cristo”, opera come forza fondamentale di tutta la sua vita.
Questo orientamento concentrico che punta sul Cristo, presente nella parola della Scrittura permeata dallo Spirito, nei misteri del culto, nel soffio pentecostale contemporaneo, nella fioritura missionaria e finanche nel martirio che la Chiesa affronta in molte terre del cosmo imporporate di sangue, impedirà alla nostra vita religiosa di disperdersi nelle minuzie o si irretisca nelle pastoie burocratiche e le ridarà la grandezza e la semplicità dei primi tempi cristiani magnificamente annunciate e testimoniate nel presente dall’amatissimo Papa Francesco Bergoglio.
La poderosa testimonianza di San Paolo ha ridestato in me le energie dei primi tempi del Cristianesimo per divenire sicut luminaria in mundo (Filippesi 2,15).
Ancora san Paolo ha riscaldato il mio cuore e spinto i miei primi passi nel servizio pastorale, con le sue parole ardenti e luminose: “Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!” (I Corinzi 9,16).
La luce ha riempito i miei occhi, la pace ha plasmato il mio volto ed il fuoco mi è entrato nel petto.
Grazie alla mediazione del mio confessore mons. Pietro Santoro, Arcivescovo di Campobasso, ho conosciuto don Stefano Lamera che ho scelto come direttore spirituale e con lui sono entrato subito nell’Istituto secolare “Gesù Sacerdote”, uno dei dieci rami della “mirabile famiglia paolina”, fondata dal beato Giacomo Alberione il quale spiega perché ha dato origine al carisma paolino, con queste parole: “Annunciare il Vangelo oggi, con i mezzi di oggi; una predicazione scritta, accanto alla predicazione orale; il mondo ha bisogno di una nuova, lunga e profonda evangelizzazione”.
Ho compreso la potente attualità del pensiero di Paolo VI: “La rottura fra il Vangelo e la cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca”.
Dopo un’intensa attività come cronista, mi sono iscritto all’albo nazionale dei giornalisti, assecondando il mio impegno connaturale per l’educazione e l’evangelizzazione. Coltivo dal mattino del mio sacerdozio una pronta disponibilità ad uscire dal mio io per aprirmi sempre ai bisogni materiali e spirituali degli ultimi che, per strade diverse, sono stati affidati alla mia responsabilità e passione educativa. Sono rimasto fedele a questo lavoro che intendo come la mia peculiare “missione”; la parrocchia affidata alle mie cure pastorali dilata le sue tende e diventa molto più vasta dei suoi ristretti confini giuridici; non mi sottraggo mai all’annuncio della Parola di Dio, dai pulpiti delle Chiese ai corsi di esercizi spirituali, dalle missioni al popolo ai dibattiti pubblici, dalla radio alla televisione, dai giornali ai libri stampati, sempre e dovunque: opportune et importune (II Timoteo 4,2).
Avverto la gioia di vivere, di credere, di realizzare la mia vocazione, di rendere al mondo i doni che Dio ha seminato in me. Sento la spinta a comunicare la fede attraverso la “carità intellettuale”, nel rapporto privilegiato con il mondo del giornalismo e ancora nella stampa, dove è possibile declinare l’esperienza di fede, per un costante impegno educativo integrale e non parziale, servendo così tutto l’uomo, secondo un’antropologia rivelata che vede in ogni persona umana una mirabile armonia di natura e grazia, di responsabilità e vocazione.
L’attenzione costante ai mezzi di comunicazione nasce dal fatto che individuo in essi uno strumento prezioso per diffondere il messaggio evangelico: raccontando la verità si trasmette la Verità!
La condizione sacerdotale favorisce la promozione di tutto ciò che è buono, da qualsiasi orizzonte provenga, ed ancora l’esperienza della comprensione evangelica e dell’umana pietà, senza però concessioni a qualsiasi spirito di compromesso.
Il presente “scenario comunicativo” reclama una rielaborazione della proposta della fede che non si fermi alla sola “trasmissione della verità”. Bisogna evangelizzare la cultura moderna.
Esistono oggi nuovi modi di comunicare, nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici che San Paolo aveva già intercettato: “Tutto quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Filippesi 4,8).
La fede, la vita della Chiesa e soprattutto i mutamenti che l’uomo sta vivendo, esigono oggi una “nuova evangelizzazione”. Quando i destinatari erano in perfetta sintonia con il messaggio evangelico, in una cultura tradizionale permeata di cristianesimo e globalmente ben disposta nei suoi riguardi, potevano facilmente recepire e comprendere quanto veniva proposto, ma nell’attuale pluralità culturale, occorre coniugare l’annuncio con le condizioni necessarie alla sua ricezione. Occorre “vino nuovo in otri nuovi” (Marco 2,22).
Il vino del Vangelo di Gesù è sempre nuovo, ma non sempre sono nuovi gli otri dell’evangelizzazione affidata a tutto il popolo di Dio: pastori e fedeli laici. Necessita una “nuova evangelizzazione” per la trasmissione della fede cristiana.
Paolo VI dice che non solo ogni battezzato ma anche tutta la Chiesa esiste per annunciare il Vangelo di salvezza: “Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare” (Evangeli nuntiandi, 14).
Quando la vita di fede rimane solitariamente sigillata nel cuore del credente, si pone nelle condizioni di bloccarsi nel suo sviluppo perché, come afferma Giovanni Paolo II “la fede si rafforza donandola” (Redemptoris missio, 2).
Benedetto XVI scrive che Cristo “convoca la Chiesa affidandole l’annuncio del Vangelo, con un mandato sempre nuovo. Per questo anche oggi è necessario un più convinto impegno ecclesiale a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede” (Porta fidei, 7).
Si va ormai realizzando questo connubio ideale tra la riscoperta della fede e la sua comunicazione, rimanendo radicati nella verità.
La profetica intuizione di Giovanni XXIII trova ora la sua attuazione: “occorre guardare al presente, alle nuove condizioni e forme di vita introdotte nel mondo moderno, le quali hanno aperto nuove strade per l’apostolato cattolico” (Discorso di apertura del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 1962).
Papa Francesco Bergoglio dice che la fede è come una lampada che non dissipa tutte le nostre tenebre ma è capace di guidare i nostri passi nella notte e diventa luce per illuminare i rapporti sociali: “Se togliamo la fede in Dio dalle nostre città, si affievolirà la fiducia tra di noi, ci terremo uniti solo per paura, e la stabilità sarebbe minacciata” (Lumen fidei, 55).
In conclusione. Nessun battezzato può rimanere alla finestra, ognuno è impegnato, secondo il dono ricevuto, a servire la causa del Vangelo. Bisogna vincere la “stasi” del presente e la “nostalgia” del passato e contribuire al rinnovamento nella Chiesa dell’amore perché cammini nella speranza dello Spirito che sempre ci sorprende. Ogni battezzato è soggetto pienamente attivo della missione evangelizzatrice. Contro ogni visione spiritualista la Chiesa si deve fare compagna di strada degli uomini ai quali annuncia il Vangelo: l’uomo è la via della Chiesa!
C’è bisogno di vegliare nella notte di questo mondo perché l’odierna riduzione secolare assolutizza il presente, identifica la parola della fede come una tra le tante in gioco nella storia, restringe la testimonianza cristiana ad una presenza fra le molteplici presenze che caratterizzano la vicenda umana, svuota il Vangelo della sua forza di provocazione riducendolo a ideologia. Contro questa tendenza occorre ribadire la forza liberante ed inquietante della Parola di Dio e l’azione sorprendente dello Spirito. L’incontro con le molteplici culture reclama la mediazione necessaria dell’interpretazione fedele e creativa.
Una Chiesa senza l’urgenza e la passione missionaria tradisce la propria “cattolicità” e si trasforma in un campo di morti, invece di essere la comunità dei risorti nel Risorto.
Il mondo, uscito dal naufragio dei totalitarismi ideologici, mai come oggi ha bisogno di questa carità concreta, discreta e solidale, per irradiare Cristo luce di verità.
Il mondo reclama la testimonianza di una fede umile ed innamorata. I Medioevali dicevano: Ubi amor, ibi oculos.
Per amore e solo per amore, in questi anni, ho prefazionato e presentato diverse pubblicazioni, incoraggiando chiunque utilizza la penna al servizio del bene comune, dicendo tutto il bene possibile di ogni autore e di ogni volume, cogliendo in ogni opera i semi di verità presenti perché “non si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, così da far luce a tutti quelli che sono nella casa” (Matteo, 5,15).
Ho cercato così, con cordiale semplicità, di mettere la “firma del Vangelo” ad ogni ricerca e fatica sottoposta alla mia attenzione.
Unica ragione del mio generoso impegno come scrittore e come giornalista: l’amore a Gesù Cristo e al prossimo e la passione per l’Evangelizzazione

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.1 del 17/1/2014)


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