LA VOCE DELLA CHIESA

Rubrica a cura di Mons. Pasquale Maria Mainolfi

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Sinfonia vivente tra natura e grazia
Omofobia, Tranfobia, gender. Di che si tratta e dove andiamo?
Quando Gesù seduce e Padre Pio accompagna
I nostri Santi nell'anno della Fede
Un minuto al tramonto di Nicola Zacchino
Arte medievale in Irpinia
L'amore che accarezza il dolore
25° Giubileo Episcopale dell'Arcivescovo di Benevento Andrea Mugione

Zichichi nella cattedrale di Benevento il 9 aprile
Testimonianza inedita su Padre Pio
Economia e giorno del Signore


Sinfonia vivente tra natura e grazia

Ludwig van Beethoven, ampliando le dimensioni già cospicue delle sinfonie haydniane e mozartiane, sia nella forma che nell’organico orchestrale, giovandosi sia della melodia sia del contrappunto, in una mirabile unità architettonica di forme e di valori musicali, fece di questo genere l’espressione più alta dell’epica e della drammatica orchestrale. La sinfonia rimane dunque un concerto armonioso di voci e suoni.
Nei primi anni di sacerdozio svolsi il ministero pastorale come parroco di San Michele Arcangelo e rettore del Santuario diocesano di Santa Lucia in Sassinoro. A tre chilometri da Sassinoro i ruderi dell’antica città romana di Altilia e la ridente cittadina di Sepino. Qui, in occasione della festa patronale di Santa Cristina, venivo invitato di sovente a predicare. Sul palco si alternavano di anno in anno i più noti concerti bandistici d’Italia. La passione per la musica classica mi faceva vivere serate indimenticabili. La scena più forte che mi conquistava era il passaggio dal suono stridulo degli strumenti accordati dai concertisti, all’armonia che si sprigionava appena un colpo secco di tamburo imponeva il silenzio ed accoglieva il maestro d’orchestra che, reggendo con delicata fermezza la bacchetta, trasformava tanti suoni diversi e contrastanti in una sola voce, fino a conquistare il cuore, l’entusiasmo e l’applauso dei presenti.
Ogni qualvolta penso agli uomini e alle donne capaci di vivere in mirabile armonia la dimensione creaturale e quella soprannaturale, mi ritorna alla mente la gradevole immagine di un’orchestra sinfonica.
Tra le tante definizioni suggerite dai filosofi sulla persona umana, preferisco quella di Giovanni Paolo II: “Unitotalità differenziata, abbraccio di corpo, cuore, intelligenza e Spirito Santo”.
Una sinfonia di dimensioni: biologico-fisica con gli istinti, psico-affettiva con i sentimenti, spirituale con le due antenne di intelligenza e libera volontà ed il dono della grazia che è vita trinitaria nel cuore dell’uomo. La persona che incarna questo ideale, questo tipo di umanità superiore, è una sinfonia vivente. L’uomo completo è grazia, spirito e organismo. Prima di essere cristiano, dev’essere uomo e ancor prima, un sano animale. Del resto il nostro involucro è destinato alla resurrezione. Non dobbiamo trascurare né avvilire alcuna componente della persona umana, ma invochiamo la gerarchia tra le varie dimensioni. Per irrobustire i muscoli in palestra non dobbiamo atrofizzare il cuore e per nutrire il cuore non possiamo affamare l’intelligenza. Dobbiamo coltivare una grande passione per la verità, anche se tutta l’umanità fa naufragio nell’errore, ed una grande passione per l’amore sapendo che la flebile fiammella di una candela vince tutte le tenebre.
Dietro ogni concezione del bene e del male morale, vi è in realtà una concezione dell’uomo. Per un cristiano, il punto di partenza per ogni analisi della moralità è l’antropologia rivelata.
La Genesi nel mentre narra l’inizio della storia umana descrive il progetto di Dio sull’uomo, il suo disegno originario e, quando i nostri progenitori abusano della loro libertà e cadono nel peccato, il progetto della Redenzione. Così il piano di Dio, tenuto conto dell’intervento della libertà umana, ci appare come costituito di tre elementi, che rappresentano il fondamento dell’antropologia rivelata: il progetto iniziale “natura integra”; la situazione dell’uomo dopo la caduta “natura caduta”; ed infine la storia della Salvezza realizzata in Cristo Gesù “natura redenta”.
La vita è combattimento e suprema conquista. Il poeta latino Ovidio, non certo famoso per essere un moralista, ha scritto due versi diventati proverbiali: Video meliora proboque, deteriora sequor, “Vedo il bene e l’approvo, e poi faccio il male”. Una esperienza umana universale.
Nessuno ha descritto questa situazione meglio dell’Apostolo San Paolo: “Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto… non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio… Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?” (Romani 7, 15-24).
Nella Lettera ai Galati spiega anche questa mancanza di libertà: “La carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. Del resto, sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordie, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé, contro queste cose non c’è Legge” (Galati 5, 16-23). Quattordici opere della carne e nove frutti dello Spirito. Ma al grido di Paolo: “Chi mi libererà?”, segue subito la risposta: “La grazia di Cristo!”. Morendo per noi e donandoci il suo Spirito, Cristo “ci ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (Romani 8,2).
Il nostro compito ora è quello di “restare liberi”, il che non significa sradicare le passioni, ma dominarle, disciplinarle e farle convergere verso l’ideale che si nutre di energie emotive. La prudenza che tarpa le ali agli impeti della generosità è somma imprudenza. Tutti i veri cristiani, eternamente giovani nello spirito, disprezzano come dice Manzoni “quei prudenti che si adombrano della virtù, come dei vizi, predicando sempre che la perfezione è nel mezzo e il mezzo lo fissano giusto in quel punto dov’essi sono arrivati e ci stanno con comodo”.
San Gregorio, tanti secoli prima di Nietzsche disse: “Quelli che vivono e gustano le realtà divine sono superuomini”. Il cristiano capace di armonizzare le esigenze del Creatore con quelle del creato è un “vero miracolo” perché vive in attesa di un’altra vita mentre sopporta la prima, è libero mentre è ancora servo, è beato mentre ancora piange ed è sazio mentre ha ancora fame.
Le Beatitudini evangeliche costituiscono per Sant’Agostino la magna charta della vita cristiana e per San Tommaso il testo più specifico della Nuova Legge.
Il Concilio Vaticano II afferma: “Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Cristo, proprio rivelando il mistero del Padre e del Suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione (Gaudium et spes, 22). L’agire morale cristiano è frutto dell’ontologia della grazia.
Ancora San Paolo così si esprime: Quicumque enim Spiritu Dei aguntur, ii sunt filii Dei (Romani 8,14). Infatti, chi si lascia guidare dalla grazia assomiglia ad “un fiume impetuoso, sospinto dal vento del Signore” (Isaia 50,19).
Giovanni Paolo II afferma: “è necessario che la riflessione etica si fondi e si radichi sempre più profondamente su una vera antropologia e questa, ultimamente, su quella metafisica della creazione che è al centro di ogni pensiero cristiano. La crisi dell’etica è il test più evidente della crisi dell’antropologia, crisi dovuta a sua volta al rifiuto di un pensare veramente metafisico” (Discorso, 10.04.1986).
Poiché la gloria di Dio è il fine ultimo dell’intero universo ed insieme la radice di tutto il dinamismo e la perfezione della creatura, il superiore modo di tendervi, proprio dell’uomo, si collega alla sua dignità di essere immagine di Dio, al potere e al senso della sua libertà e alla responsabilità che egli ha nei confronti della propria pienezza e perfezione.
Perciò i Padri della Chiesa dicono che, mentre le cose sono vestigia Dei, semplici orme di Dio, le persone sono, secondo la ricorrente espressione biblica, l’imago Dei, la sembianza di Dio e perciò sono capaci di essere testimoni privilegiati delle sue meraviglie.
Quanto più l’uomo conosce e ama Dio, tanto meglio vi si assimila e tanto più risplende in lui l’immagine del suo Creatore. Quanto più Dio è esaltato, tanto più è innalzata la dignità dell’uomo.
La gloria dell’uomo è radicalmente condizionata al suo rapporto con Dio.
Con espressione mirabile Sant’Ireneo afferma: Gloria Dei vivens homo (Adversus haereses, IV).
Il comportamento morale procede dalla capacità operativa che Dio ha dato alla creatura umana, facendola a propria immagine. Ma Dio non si è limitato a conferire all’uomo questa dignità di natura, ma l’ha innalzato ad un ordine soprannaturale, in Cristo Gesù lo ha costituito figlio suo e lo ha divinizzato, rendendolo capace di una bontà che trascende totalmente le forze e le aspirazioni della natura creata: la bontà soprannaturale. Sant’Agostino scrive: “quel Dio che ti ha creato senza di te non ti salverà senza il tuo consenso”.
Corrispondere al dono dell’altissima vocazione soprannaturale significa diventare sempre più umani e sempre migliori figli di Dio nella prospettiva dell’universale chiamata alla santità. Questa è l’unica via per essere felici.
Il grande esorcista palermitano Padre Matteo La Grua scrive: “La malattia del secolo è la bulimia spirituale. Mai come oggi il mondo ha avuto tanta fame di consolazione! L’uomo si sente solo. Per colmare questa solitudine ricorre a due soluzioni distruttrici: l’edonismo o l’esoterismo”.
Ma la felicità non è fuori di noi come un mucchio d’oro, ma è in noi come armonia. La felicità plenaria è sinfonia che risulta da queste quattro armonie: bellezza, salute, saggezza e santità. L’armonia delle forme genera bellezza, l’armonia delle funzioni crea la salute, l’armonia dei sentimenti dona la saggezza, l’armonia della bontà fiorisce in santità. La virtù vivifica sempre e non nuoce mai all’armonia delle funzioni.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.11 del 13/12/2013)


Omofobia, transfobia, gender. Di che si tratta e dove andiamo?

Con una fretta, degna delle più nobili cause, la Camera dei Deputati lo scorso 19 settembre ha approvato la proposta di legge (legge Scalfarotto) per combattere omofobia e transfobia. Ora il provvedimento deve passare all’esame del Senato. Di cosa tratta questa legge e perché tanta fretta? Quale la finalità di questo progetto di legge? Certamente i genitori preoccupati del bilancio familiare da far quadrare non si preoccupano di conoscerne i contenuti. La Tv rimane silenziosissima su questo argomento. Cosa si vuole ottenere?
Almeno insegnanti, presidi, educatori, sacerdoti e vescovi hanno il diritto – dovere di sapere, di conoscere per inorridire! Ed ecco la verità: si vuole preparare il terreno al matrimonio gay, all’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, agli uteri in affitto, all’introduzione di comportamenti sessuali ambigui nell’educazione dei bambini anche di tenerissima età.
Le cattive proposte ora vengono anche dalla sezione europea dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità): istigare i bambini alla masturbazione infantile, all’esplorazione del proprio corpo e quello degli altri a partire dai 4 anni di età, esperimenti sessuali tra persone dello stesso sesso prima dei 6 anni, imporre alle famiglie ed ai bambini un’educazione ed una morale dello Stato basata sull’opinione come è avvenuto nei regimi dittatoriali e come avviene ancora oggi in Cina, insomma una rieducazione culturale di stampo maoista. La libertà di educazione invocata da decenni è messa alla gogna.
Dietro questi interventi senza criterio c’è l’ideologia del gender, una visione del mondo priva di fondamento scientifico: non si è uomo o donna secondo il dato oggettivo derivante dalla natura, ma secondo il pensiero soggettivo capace di determinare ciò che si vuole essere. Siamo all’apoteosi dell’ideologia relativista, dove ognuno è quel che desidera apparire indipendentemente dalla realtà oggettiva. La legge naturale, scritta nell’armonia cosmica e nel microcosmo della persona umana, è letteralmente bombardata e rasa al suolo. Affermare che omosessuale ed eterosessuale sono coppie equivalenti, è negare l’evidenza! Siamo all’oscuramento della ragione.
La legge sull’omofobia introduce “un reato di opinione” che evoca i tempi bui delle ideologie statali imposte con regime dittatoriale, fino a sacrificare chi la pensa diversamente. E’ così bruciato l’art. 21 della Costituzione sul diritto alla libertà di pensiero. Fermo il rispetto per la dignità delle persone omosessuali non si può affermare che “la condizione omosessuale non sia disordinata” (così si è espressa la Congregazione per la Dottrina della Fede il 1 ottobre 1986 nella Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali). Questa proposta di legge non serve, perché la Costituzione italiana all’art. 3 afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.
Aveva ragione Camus, quando affermava che arriverà il giorno in cui nessuno avrà più il diritto di dire “due più due uguale quattro”. L’Europa che per secoli è stata il grande teatro della ricerca della verità oggi propone leggi contro la ragione e la libertà. I diritti delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender) non possono imporre al mondo etero di tacere! La vicenda di Guido Barilla, costretto a ritrattare per aver espresso una preferenza per la famiglia tradizionale, reclama una seria riflessione. Invece di cambiare i nomi di papà e mamma con genitore 1 e genitore 2, sarebbe molto più opportuno smetterla di discriminare la famiglia, costretta a subire una pressione fiscale insostenibile.
Prima di pensare alle stravaganze bisogna dare piena attuazione alla Costituzione italiana nella parte in cui tutela la famiglia fondata sul matrimonio. Di questa tutela, da troppi anni, non vi è quasi traccia nell’azione politica contemporanea.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.10 del 15/11/2013)



Quando Gesù seduce e Padre Pio accompagna

Montalambert, noto intellettuale francese morto sul patibolo nel 1800, quando ha saputo che la giovane e bellissima figlia voleva farsi suora, se l’è presa con Dio ed ha dato sfogo alla sua incontenibile rabbia con queste espressioni: «Chi sei Tu, amante invisibile, che ci strappi la carne della nostra carne e l’attiri a Te? Tu non puoi che essere Dio!».
Ogni qualvolta un giovane o una ragazza consacrano a  Dio la loro esistenza, mi ritornano alla mente le espressioni di fuoco dell’intellettuale francese. Come ieri sul lago di Tiberiade, così oggi Gesù ripete: «Tu vieni e seguimi!».
Ogni vocazione religiosa e sacerdotale è un miracolo della grazia. Davanti a tante seduzioni, promesse, discoteche, ragazze… se un giovane si stacca da tutto e dice: «Vado in seminario», è perché la grazia opera ancora miracoli, ed anche perché tanti preti come i primi chiamati Andrea, Simone e Giovanni vivono oggi intensamente l’Eucarestia! Una vita interamente consacrata a Dio e ai fratelli si spiega solo come un mistero d’amore che rinnova nel presente, il mistero eucaristico dell’amore di Gesù.
Domenica 6 ottobre, nel Santuario di Santa Maria delle Grazie in San Giovanni Rotondo, ho partecipato alla prima Santa Messa solenne di Don Francesco Pio Morcavallo, conquistato dallo splendore della liturgia, dalla bellezza dei canti e soprattutto dal volto luminoso e felice del sacerdote novello. Un’esperienza colma di commozione nel vedere Francesco Pio celebrare proprio dove per tanti anni San Pio da Pietrelcina ha celebrato con straordinario fervore  e incontenibile amore.
Conosco la meravigliosa famiglia Morcavallo, vicinissima al Santo stimmatizzato sannita, grazie alla mediazione del mio confessore Mons. Pietro Santoro, Arcivescovo di Campobasso, originario di Roccabascerana, e di Fra’ Modestino da Pietrelcina. Pietro Morcavallo di Bari sposa Mirella Menichetti di Gubbio il 24 ottobre 1964. Nascono 7 figli: Nicola, Antonietta, Maria Pia (morta a 4 mesi), Paolo, Giulia, Francesco Pio e Maria Grazia. Conosco Francesco Pio da quando ragazzino accoglieva con intelligenza, garbo e sveltezza i clienti nell’azienda di famiglia, l’Hotel San Michele Arcangelo, e poi radioso all’altare per il servizio liturgico. La liturgia rimane ancora oggi la sua passione perché è qui che Cristo si rende particolarmente presente. Poi frequenta il liceo scientifico, si iscrive al corso di laurea in ingegneria informatica, presta servizio militare nell’esercito in Puglia, Sardegna e Toscana, lavora nell’azienda familiare, si fidanza con una ragazza di San Giovanni Rotondo per 6 anni e, prossimo al matrimonio, invoca l’aiuto della Madonna per scegliere secondo il progetto di Dio e non per infatuazione personale, incontra un sacerdote carismatico che lo aiuta a fare discernimento, partecipa agli incontri vocazionali che il sacerdote tiene a Ferrara, il 25 agosto 2007 muore papà Pietro, nel settembre 2007 Francesco Pio entra nel seminario di Ferrara, segue gli studi filosofici e teologici presso lo Studio Teologico di Bologna, consegue il baccellierato e lo scorso 28 settembre, nella Cattedrale di Ferrara è ordinato sacerdote insieme ad altri 7 giovani e tra questi il cugino Don Nicola Vincenzo Pio Morcavallo.
Una storia di seduzione divina, di amore fortissimo, di attrazione irresistibile. Ne è regista lo stesso Gesù, sommo ed eterno Sacerdote. Ne è garante l’amato Padre Pio.
Ho posto al novello presbitero alcune domande.
Perché ti sei fatto prete?
“Perché ho capito che prima ancora di nascere, dall’eternità Dio mi aveva chiamato al sacerdozio”.
Sei felice ora di questa scelta?
“Ho dentro di me una gioia che, se non viene dallo Spirito Santo, non so da dove possa venire”.
Cosa ti manca?
“Nulla, assolutamente nulla, mi resta solo il timore di potermi allontanare dal Signore”.
Perché il legame speciale con Padre Pio anche nel nome laico e religioso del frate stimmatizzato?
“I miei genitori sono stati uniti in matrimonio da lui, sono approdati a San Giovanni Rotondo per lui, sono stati guidati spiritualmente da lui, io sono stato allevato nutrendomi in casa degli aneddoti che quotidianamente si raccontavano su di lui. Papà lavorava a Milano nel campo della ristorazione, tornato a Bari sentì parlare di Padre Pio, lesse sul “Corriere della Sera” della gestione dell’Hotel San Michele Arcangelo in San Giovanni Rotondo, benedetto e inaugurato dallo stesso Padre Pio e, quando i titolari della struttura decisero di affidarne la gestione a papà, si recarono da Padre Pio e questi rivolto a mio padre disse: «’Uagliò a chi aspietti?». Sulla nostra strada è stato ed è ancora guida amorevole e determinante. Alla Madonna, che mi ha fatto la grazia di capire la vocazione e la missione, chiedo di accompagnarmi per custodire il dono prezioso ricevuto con l’imposizione delle mani da parte del Vescovo”.
Ultima domanda: ed ora dove andrai a svolgere il ministero pastorale?
“Sono incardinato nella diocesi di Ferrara e per alcuni anni andrò come “fidei donum” nella diocesi di Carpi dove sarò vice parroco in una comunità parrocchiale, lieto di servire una terra ferita dal terremoto del 2012, dove solo 3 chiese sono rimaste agibili, le case distrutte e le famiglie in grande difficoltà”.
Al termine della prima Messa solenne ho pianto quando l’esile, ma irrefrenabile e religiosissima mamma Mirella, ai piedi dell’altare ha sparso incenso profumato sul braciere ardente per offrire con questo gesto il  suo amato figlio sacerdote alla Madonna delle Grazie, Mamma del sommo ed eterno Sacerdote, Cristo Gesù, Pastore dei pastori.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.9 del 17/10/2013)


I nostri Santi nell’anno della Fede

Il filosofo Pascal dice che “Esistono tre categorie di individui: quelli che servono Dio dopo averlo cercato; quelli che si sforzano di cercarlo senza averlo ancora trovato; quelli che vivono senza cercarlo e senza averlo trovato. I primi sono ragionevoli e felici, gli ultimi sono pazzi e infelici, quelli di mezzo sono infelici e ragionevoli”. Agostino d’Ippona afferma: “Ci hai fatti per te o Signore ed il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in te”. Tutta la nostra vita è un cammino con Dio e verso Dio, fino alla interminabile vita felice in Dio.
I Santi, specialissimi e generosi amici di Dio, lasciano sempre qualcosa di Dio, dovunque passano. Chi crede in Dio vive la vita di Dio e Dio è misericordioso. Chi ama Dio fa vivere dentro di sé la carità di Dio. La carità è la prova della presenza di Dio in noi, è la misura dell’accoglienza che abbiamo offerto a Dio nella nostra vita. Ma la carità vera i santi la vivono con limpidezza senza opportunismo, senza seconde intenzioni, senza legarsi nelle motivazioni a niente e a nessuno al di fuori di Dio: “Beati i puri di cuore – cioè beati quelli che sono retti nelle intenzioni, puri nel centro delle decisioni – perché vedranno Dio” (Matteo 5,8).
E’ la beatitudine della luce, della pulizia interiore, della verità del cuore, dell’onestà della coscienza. E’ beato chi non ha una doppia faccia, chi non cambia secondo le circostanze, chi non gioca con Dio e con il prossimo, aggiustando i suoi comportamenti secondo opportunità e indossando in ogni situazione la maschera ipocrita dell’occasione. Beato è chi vive nella verità dentro e fuori di sé.
La verità infatti produce pace nel cuore. Se ci fosse sempre verità dentro di noi e se avessimo l’umiltà di riconoscere la menzogna che spesso è dentro di noi, sarebbe l’inizio della verità e quindi l’inizio della pace. E chi ha la pace, diffonde la pace. Chi ha la guerra nel cuore, genera guerra all’esterno: “Beati coloro che diffondono la pace, perché Dio li riconoscerà come suoi figli” (Matteo 5,9).
Sono veramente pochi coloro che diffondono la pace, quanta gente invece semina violenza, inquietudine, zizzania e rancore. Chi non ha pace non può dare pace! Chi invece ha pace nel cuore la regala con la sola presenza, come faceva Francesco d’Assisi “Strumento di pace”.
E, se gli altri non ti capiscono, ti disprezzano, ti calunniano, ti perseguitano? Risponde Gesù: “Beati quelli che sono perseguitati per aver fatto ciò che Dio vuole, perché a loro appartiene il regno di Dio. Beati voi quando gli uomini vi disprezzano e vi perseguitano, e quando dicono ogni genere di falsità e calunnie contro di voi, perché siete miei discepoli, rallegratevi e siate contenti perché grande sarà la vostra ricompensa nei cieli (Matteo 5,10-12).
Lo capirono gli Apostoli che uscendo dal Sinedrio erano felici per aver sofferto per il nome di Gesù; lo capirono i martiri di ieri e lo capiscono i martiri di oggi. Perché noi non lo comprendiamo? Tutto dipende dalla scarsa fede in Dio e quindi non viviamo intensamente la speranza e l’attesa del cielo. Questo mondo porta in sé il veleno del nostro peccato. La pazienza della Croce è invece strada di libertà, crescita e maturazione.
La nostra terra sannita è patria di santi. Se ne contano tantissimi in ogni epoca e categoria sociale. In questo mese di settembre il calendario liturgico ci fa celebrare in sei giorni ben 6 santi della nostra terra: il 18 il beneventano Dauferio (1027 – 1087) divenuto Papa Vittorio III; il 19 Gennaro protovescovo beneventano con il diacono Festo ed il lettore Desiderio martiri nel 305 sotto la persecuzione dell’imperatore Diocleziano nell’anfiteatro di Pozzuoli; il 22 Felice IV nato a Benevento ed asceso al soglio pontificio il 15 luglio del 526; il 23 Francesco Forgione (1887-1968) originario di Pietrelcina, cappuccino stimmatizzato, venerato in ogni angolo del mondo.
La santità sublime dei nostri padri nella fede reclama il nostro coraggio ed il nostro generoso impegno.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.8 del 13/9/2013)


Un minuto al tramonto di Nicola Zacchino

Sassinoro è un piccolo paese arrocato sul cocuzzolo di una collina in una zona selvaggia e bellissima che salda la Campania con il Molise. Qui ho lavorato ed ho sognato nei primi dodici anni di ministero pastorale. Anche Nicola Zacchino, autore di questa prima fatica editoriale “Un minuto al tramonto”, è nato e vive a Sassinoro. Proprio in questo contesto paesaggistico ed umano si muovono gli eventi ed i personaggi di una storia fantastica eppure realissima ove le memorie del passato si annodano al presente attraverso la tecnica del background.
Le reminescenze dell’infanzia e dell’adolescenza generano pagine di elevata liricità dove i sentimenti del cuore e soprattutto dell’amicizia sincera e disinteressata suscitano un’onda travolgente di mestizia e di nostalgia. Il cammino nel sentiero dei ricordi coinvolge e conquista anche il lettore. L’autore non nasconde, ad ogni passaggio nodale, un velo di nostalgia per le montagne profumate di resina ed il rimpianto per un tempo passato che ormai non può più tornare.
Conosco Nicola Zacchino sin dagli anni della sua giovinezza. Che il lettore possa spiare nella vita dello scrittore, risponde ad uno dei postulati dell’epistemologia contemporanea: il soggetto costruisce la realtà in base alla sua storia ed alla sua struttura. Conoscere un po’ l’autore permette di capire perché egli aderisce ad un modello di realtà più che ad un altro.
Ecco in breve la sua storia: figlio unico, carattere riservato, quasi timido ma riflessivo e testardo, sostanzialmente sereno e buono, una mente popolata da fantasie creative, il desiderio di un lavoro stabile per mettere su famiglia e il bisogno di svolgere un’attività dove rimane possibile aiutare le persone sofferenti. Sempre animato dall’ansia della sicurezza di essere un uomo libero e non un cortigiano.
Ora, il bisogno di raccontare e di raccontarsi, lo trasforma in uno scrittore capace e interessante e nel frattempo Nicola continua ad ascoltare “l’inquilino” che dimora in ognuno di noi. E, nel mentre descrive il sole che riscalda, le ciliegie maturano, la costruzione delle fionde, la quercia che ha visto crescere diverse generazioni, la festa dell’addio al celibato, i gerani fioriti sul balcone, la bellezza della natura, i versi di una canzone, le vendemmie annuali, le grigliate con gli amici, la raccolta delle patate, il calore del falò, la partita del Milan, il furto delle pannocchie, le giornate al lago per pescare, i rintocchi delle campane, le lacrime che solcano il viso, la morte dell’amico del cuore, la discesa lenta della neve sul paese, gli sguardi, le espressioni del viso, la quotidianità semplice e la stima per le più piccole sfumature d‘ogni giorno con tutti gli avvenimenti comici e drammatici, il cuore, sempre assetato di felicità, viene stritolato dalla tristezza, dalla malinconia e dalla solitudine. Ed allora, la vita “ha un senso e diventa interessante solo se hai uno scopo”. E’ proprio vero, “il percorso della vita è come la scalata di una montagna”, ma poi c’è la stagione in cui “lo sguardo inevitabilmente è rivolto verso la valle”. Nell’anima passa la gelida sensazione del fallimento e dell’inutilità d’ogni impresa faticosamente inseguita.
Ma, attenzione, fino a quando non tramonta il sole c’è ancora una speranza oltre la rassegnazione e rimane ancora lo spazio per un raggio di sole: “manca ancora un minuto al tramonto”! La magia degli anni passati non ritorna più, anche quando i ricordi scorticano violentemente l’anima, il tempo frattanto passa, cicatrizza ogni ferita e allenta ogni tensione, il lottatore si fa riflessivo, il pensatore si fa contemplativo! Giacomo Leopardi direbbe: “…e il naufragar m’è dolce in questo mare”.
Con espressioni ancora più vive Charles Péguy afferma: “La fede che mi piace di più è la speranza. Sperare è dolce, più dolce che credere, più dolce che sapere. La certezza ti appaga, la fede ti illumina ma la speranza ti incanta”. La vita è una sola e passa in fretta. Sono profeti di bellezza e speranza quelli che te la colorano e te la rendono viva. Ciascuno di noi corre ogni giorno il rischio di “morire vivo”, imbrigliato nella banalità del presente. Occorre volare alto. Il poeta inglese Eliot parla di “un’intollerabile camicia di fuoco che Dio con le sue mani intesse” e che ci detta addosso come fosse il mantello di Elia sulle spalle di Eliseo. “La forza umana non la può levare- continua il poeta- e noi viviamo e respiriamo solo se bruciamo e bruciamo d’amore”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.7 del 12/7/2013)


Arte medievale in Irpinia

Ad Avellino, presso l’Auditorium dell’ex carcere borbonico, giovedì 6 giugno alle ore 18.00, c’ero anch’io invitato alla presentazione del volume “Arte medievale in Irpinia” di Francesco Gandolfo, già ordinario di storia dell’arte medievale presso l’università Tor Vergata di Roma e Giuseppe Muollo, storico dell’arte della Sopraintendenza di Salerno e Avellino e profondo conoscitore del territorio Irpino. Ospiti illustri il vescovo di Avellino mons. Francesco Marino e l’abate di Montevergine dom Beda Paluzzi.
E’ stato il prof. Errico Cuozzo dell’università Suor Orsola Benincasa a presentare l’opera monumentale, seguito dal prof. Arturo Carlo Quintavalle dell’università di Parma e dal prof. Pier Luigi Leone de Castris dell’università Suor Orsola Benincasa.
Il testo pubblicato dall’editore Artemide consta di 366 pagine e 399 immagini a colori ed usufruisce del contributo della Provincia di Avellino, Abbazia di Montevergine, Arcidiocesi di Benevento, Arcidiocesi di Sant’Angelo dei Lombardi, Diocesi di Ariano, Diocesi di Avellino, Diocesi di Nola e della Camera di Commercio di Avellino.
Il testo è frutto di un decennio di lavoro degli illustri studiosi Gandolfo e Muollo e realizza un lungo viaggio dai secoli paleocristiani e longobardi fino al rinascimento. Suddiviso in otto sezioni il volume si avvale anche di un prezioso indice dei luoghi e delle opere: la prima parte è dedicata alle testimonianze paleocristiane e longobarde, la seconda all’epoca normanna, la terza all’età federiciana, la quarta agli svevi e agli angioini, la quinta al centro e alla periferia nella prima età angioina, la sesta alle architetture di età angioina, la settima alla crisi del secondo Trecento quando entra in crisi la realtà napoletana che ha realizzato in Irpinia le opere artistiche migliori, l’ottava al tardo gotico che descrive il canto del cigno del medioevo.
I numerosi temi trattati riguardano complessi monastici e cultuali di grande valore come il Goleto, la cattedrale di Montemarano, la cattedrale di Frigento, la cattedrale di Conza, l’abbazia di Fontigliano, la cattedrale romanica di Sant’Angelo dei Lombardi, il complesso di San Francesco a Folloni, la cripta della cattedrale di Nusco, gli affreschi della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Cassano, la chiesa di Santa Maria Maggiore in Montecalvo, la chiesa matrice di Altavilla Irpina, la cattedrale di Ariano Irpino e di Trevico, il campanile di San Michele di Grottaminarda, la Madonna delle Fratte di Castelbaronia, lo Specus Martyrum di Atripalda, la basilica longobarda di Prata, il duomo di Avellino, il crocifisso ligneo di Mirabella Eclano, la grotta di San Michele ad Avella, gli affreschi della chiesa di Sant’Aniello in Quindici e quelli del castello Lancelotti in Lauro, la cattedra di Montevergine e la splendida icona mariana della maestà di Montevergine.
Lo studio poderoso di Francesco Gandolfo e Giuseppe Muollo, realizzato con rigore storico, ripercorre con esemplare completezza tutta la trama del territorio e ricostruisce i rapporti della cultura artistica dell’Irpinia medioevale, rapportandola con i materiali coevi di altre aree geografiche.
La ricostruzione delle vicende irpine non poteva conoscere una ricostruzione più felice. L’opera segna un punto fermo dell’indagine storico – artistica, dalla quale non potrà prescindere chi in futuro vorrà approfondire gli studi del territorio.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.6 del 14/6/2013)


L’amore che accarezza il dolore

Sabato 11 maggio nella Basilica di San Paolo in Roma il cardinale Tarcisio Bertone ha presieduto la Celebrazione della beatificazione di Mons. Luigi Novarese che Giovanni Paolo II definì “Apostolo degli ammalati”.
Luigi Novarese nasce il 29 luglio 1914 a Casale Monferrato in provincia di Alessandria. A 16 anni si ammala e viene ricoverato presso l’ospedale di Pietraligure. I dottori non gli danno speranza perché un tumore galoppante al piede lo sta conducendo rapidamente alla morte. Il giovane non si arrende. La mamma gli ha insegnato da sempre a pregare Gesù e la Madonna. La statua di Maria ausiliatrice gli suggerisce di scrivere a don Filippo Rinaldi, rettore maggiore dei salesiani terzo successore di don Bosco: “Mi chiamo Luigi Novarese. Sono un giovane di Casale ed ho una grave malattia. I medici mi dicono che devo morire ma io non voglio morire anzi voglio guarire. So che don Bosco amava i giovani. Per favore vuole pregare e far pregare affinché anch’io ottenga la guarigione?”. Il rettore dei salesiani risponde e assicura una novena per lui da parte dei salesiani e dei ragazzi dell’oratorio di Valdocco.
La fiducia in don Bosco cresce ogni giorno di più nel cuore del giovane sofferente. Trascura persino i farmaci e sceglie come unico medico don Bosco ed il 16 maggio 1931 lascia l’ospedale completamente guarito. Lascia sull’altare le grucce usate per sette anni e riprende gli studi. Sceglie la strada del sacerdozio e viene consacrato il 17 dicembre 1938. Lavora presso la Segreteria di Stato Vaticana dal 1942 al 1970. Nel 1952 Pio XII lo nomina monsignore. Fonda diverse associazioni: Lega sacerdotale mariana, Volontari della sofferenza, Fratelli degli ammalati e Silenziosi operai della croce. Realizza case di cura, centri di assistenza e laboratori per disabili. Un centro nasce per sua decisione a Valleluogo in Ariano Irpino. Attraverso la sua opera si rivela medico dello spirito, dimostrando agli ammalati l’efficacia della motivazione religiosa nel cammino di guarigione. Dal 1970 al 1977 è direttore dell’ufficio per l’assistenza spirituale ospedaliera della Cei. Muore il 20 luglio 1984 a Rocca Priora presso Roma.
Anche a Benevento opera un centro volontari della sofferenza (CVS) interamente al servizio dei disabili. Durante i miei studi liceali e universitari ho partecipato più volte al grande pellegrinaggio nazionale dei sacerdoti ammalati a Lourdes come volontario. Un esercito di sacerdoti, vescovi e cardinali, fino a mille partecipanti. Il treno sostava nelle stazioni delle più importanti città d’Italia e ovunque il vescovo locale e tanta gente venivano con fiori e doni a salutare il passaggio del treno della speranza. A dirigere la gioiosa carovana mons. Novarese con la tenacia, la forza, l’entusiasmo e la decisionalità di un generale irremovibile ma premuroso. Ripeteva di sovente: “Avanti, avanti, camminiamo, se abbiamo fede non piove anche se il tempo sembra minacciare tempesta”.
La sua era una fede granitica. La sua vera vocazione era per gli ammalati. Rivoluzionò la pastorale della salute rendendo gli ammalati protagonisti di un apostolato totalmente nuovo. Dopo i centri di assistenza in Italia ne realizzò tanti altri all’estero. L’incontro con il Cristo risorto ha dato a Novarese che gli ha permesso di dedicare tutta la sua vita ai più deboli, realizzando imprese straordinarie. L’amore a Cristo e a Maria è stato il fulcro del suo intenso apostolato iniziato nell’adolescenza e durato fino all’ultimo giorno. Capita raramente che un uomo di curia si getti così intensamente nell’apostolato. Luigi Novarese è stato un grande sacerdote, profondamente convinto della sua missione, un uomo di compassione, vero ponte tra Dio e il mondo. Apostolo entusiasta della devozione al Cuore immacolato di Maria propagata dalle apparizioni di Fatima. Ha affermato con la testimonianza personale che la fede deve uscire dagli uffici e dalle sacrestie per rendersi evidente e presente nella società.
La vita e la missione di Novarese hanno una forte connotazione mariana. Fu mamma Teresa a inculcargli fin da bambino l’amore alla Madonna. Mons. Luigi Novarese è stato “un esploratore delle risorse dello spirito nei limiti del corpo sofferente”. E’ stato capace di far emergere dalle limitazioni fisiche impensate potenzialità spirituale e terapeutiche. Lo spirito può diventare così la cura più appropriata per il corpo. Con la sua beatificazione brilla sul moggio della Chiesa e dinanzi alla società la sua innovativa opera di valorizzazione della sofferenza e promozione integrale dell’ammalato. La sua fede carismatica ha realizzato opere meravigliose. Personalmente sono felice di aver incontrato un altro santo sul mio cammino.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.5 del 17/5/2013)


25° Giubileo Episcopale dell'Arcivescovo di Benevento Andrea Mugione

Domenica 28 aprile alle ore 18.00 nella Cattedrale di Benevento l’Arcivescovo Metropolita Mons. Andrea Mugione ricorderà il 25° anniversario di ordinazione episcopale durante una Solenne Celebrazione animata dal Coro Santa Cecilia di Benevento. In preparazione all’evento è stato preparato un ampio programma di iniziative: il 20 aprile alle ore 20.00 sempre in Cattedrale veglia di preghiera per le vocazioni in occasione della 50.ma giornata mondiale di preghiera per le vocazioni; domenica 21 aprile ore 18.00 al cinema San Marco conferenza di Mons. Luigi Bettazzi, Vescovo emerito di Ivrea su “Ripartire dal Vaticano II”; lunedì 22 aprile ore 9.30 a Piana Romana di Pietrelcina giornata diocesana del clero con l’intervento del Cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi; giovedì 25 aprile ore 9.30 presso il Seminario Arcivescovile XXVI Giornata Diocesana dei Ministranti e alle ore 19.00 in Cattedrale Celebrazione Eucaristica animata dai religiosi e presieduta da Mons. Domenico Graziani, Arcivescovo di Crotone-Santa Severina; venerdì 26 aprile alle ore 19.00 in Cattedrale Celebrazione Eucaristica animata da gruppi, movimenti, associazioni e presieduta da Mons. Nunzio Galantino, Vescovo di Cassano all’Jonio; sabato 27 aprile alle ore 19.00 Celebrazione Eucaristica animata dai gruppi famiglie e presieduta da Mons. Angelo Spinilli, Vescovo di Aversa, mentre alle ore 21.00 ci sarà il concerto del Coro della Diocesi di Roma diretto dal maestro Mons. Marco Frisina.
In questa felice ricorrenza l’amministrazione comunale di Benevento conferirà a Mons. Mugione la cittadinanza onoraria mentre la Diocesi farà dono di un artistico pastorale con l’immagine di alcuni santi beneventani. Il Vescovo è il pastore e la guida del popolo di Dio. Secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II tre compiti fondamentali distinguono la missione del vescovo: è “maestro della fede”, proclamando le verità che sono via al cielo, promuovendo la fede e vigilando per custodirla; è “dispensatore della grazia ministeriale”, che distribuisce in persona Christi capitis nella celebrazione dei sacramenti e nel culto divino; è “guida del popolo affidato alle sue sollecitudini pastorali”, è il buon pastore che precede tutti indicando il cammino da seguire. Il ministero e l’autorità del vescovo sono finalizzati a promuovere la verità ed a favorire la santità del popolo di Dio. San Gregorio Magno afferma: “Il vescovo è colui che parla a Dio degli uomini e parla agli uomini di Dio”. Presbiteri e laici hanno il dovere di rimanere in comunione con il vescovo. San Cipriano ammonisce: “Se uno non sta con il vescovo non è neppure nella Chiesa”. Il ministero episcopale è dunque “un servizio d’amore”. Per un cattolico essere unito al proprio vescovo è imprescindibile garanzia per essere nella Chiesa. Seguire le indicazioni del proprio vescovo è seguire Cristo, via, verità e vita. Di qui l’obbligo di amare il proprio vescovo e sostenerlo nel mentre egli si dona per la salvezza di tutti.
Dal tre maggio 2006 Mons. Andrea Mugione è l’angelo della Chiesa di Dio che è in Benevento, donato come maestro, pastore e guida, al nostro Sannio, dalla sollecitudine paterna di Benedetto XVI. Il 24 giugno 2006 ha iniziato ufficialmente il suo ministero episcopale, facendo l’ingresso solenne a Benevento nella solennità liturgica di san Giovanni Battista che per la verità si fece tagliare la testa, gridando con inaudito coraggio non licet! Il 29 giugno nella Basilica di San Pietro in Roma, ha ricevuto dal Papa il pallio. L’antica insegna liturgica esprime la particolare comunione dell’arcivescovo metropolita con il successore di Pietro. La speciale stola di lana porta impresse le insegne della passione di Cristo. Al momento della consegna Benedetto XVI ha detto: “Questo pallio sia per te simbolo di unità e segno di comunione con la Sede Apostolica; sia vincolo di carità e stimolo di fortezza, affinché nel giorno della venuta e della rivelazione del grande Dio e del principe dei pastori Gesù Cristo, possa ottenere, con il gregge a te affidato, la veste dell’immortalità e della gloria”.
Mons. Mugione è nato a Caivano il 9 novembre 1940. Ha frequentato la scuola media e il ginnasio presso il Seminario Diocesano di Aversa. E’ stato alunno del Pontificio Seminario Regionale di Salerno dove ha compiuto gli studi liceali, di filosofia e teologia. E’ stato ordinato presbitero nella Cattedrale di Aversa il 28 giugno 1964 per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria di S. E. Mons. Antonio Cece. Ha conseguito la licenza e il dottorato in Teologia Dommatica presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Ha svolto per alcuni anni l’incarico di Vice-Rettore e docente di Storia dell’Arte nel Pontificio Seminario Regionale di Salerno. Nel decennio 1968-1978 ha vissuto una forte ed incisiva esperienza missionaria in Venezuela, in qualità di vice-parroco nella parrocchia di S. Lucia in Yaritagua, Stato di Yaracuy e diocesi di San Felipe. Unitamente all’attività pastorale e missionaria, è stato docente di filosofia, psicologia, storia dell’arte, religione, inglese e spagnolo, nell’Istituto Magistrale e Liceo Classico della medesima parrocchia. Rientrato in diocesi ha svolto i seguenti incarichi: Direttore Spirituale del Seminario Diocesano di Aversa (1978-1982); Parroco della parrocchia San Michele in Casapozzano di Orta Atella (1980-1983); Parroco della parrocchia San Michele Arcangelo in Aversa (1983-1986); Rettore del Seminario Diocesano di Aversa (1986-1988); Docente di teologia morale e dommatica presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose «San Paolo» in Aversa; Docente di religione presso il Liceo artistico in Aversa; Direttore dell’Ufficio Missionario Diocesano; Membro del Consiglio Presbiterale; Cappellano dell’ O. P. G. (Ospedale Psichiatrico Giudiziario) in Aversa. Il 17 Marzo 1988 il Santo Padre Giovanni Paolo II lo nominò Vescovo di Cassano all’Jonio (CS). Ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 28 aprile 1988 nella Cattedrale di Aversa, per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria dell’allora Prefetto della Congregazione per i Vescovi, Sua Eminenza Card. Bernardin Gantin. Il 21 novembre del 1998 fu trasferito nell’Arcidiocesi di Crotone - Santa Severina. Il 03 maggio del 2006 Sua Santità Benedetto XVI lo ha promosso alla sede metropolitana di Benevento.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.4 del 19/4/2013)


Zichichi nella cattedrale di Benevento il 9 aprile

Martedì 9 aprile lo scienziato Antonino Zichichi ritornerà per la terza volta a Benevento e alle ore 18.00, nel duomo della città, terrà una conferenza di straordinaria importanza sia sotto il profilo culturale generale sia sotto il profilo specificamente scientifico, sul tema: “Galilei divin uomo”.
Ci stiamo infatti avvicinando al 450° compleanno del fondatore della scienza moderna. Galileo Galilei è nato a Pisa nel 1564 ed è morto ad Arcetri, Firenze, nel 1642, a 78 anni di età. Minacciato di tortura dalla Inquisizione perché coltivava opinioni sbagliate sul posto dell’uomo nell’universo, tracolla, abiura e prosegue la sua vita in un crepuscolo, colpito da una progressiva cecità. In vista dell’anniversario della sua nascita sono usciti diversi libri e nuovi studi, frutto di ricerche inedite negli archivi della Santa Inquisizione. Benevento non vuole arrivare ultima a questo grande appuntamento con lo scienziato del Seicento e lo fa attraverso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Redemptor hominis” che ha invitato per l’evento il grande scienziato Antonino Zichichi, Presidente della Federazione Mondiale degli Scienziati, Professore emerito di fisica superiore nell’università di Bologna, autore di una puntuale e preziosa pubblicazione dal titolo “Galilei divin uomo” delle edizioni Saggiatore.
La televisione ha reso ancora più noto e familiare agli italiani il volto dello scienziato Zichichi, formidabile per la sua capacità divulgativa, capace di rendere facilmente comprensibili al grande pubblico concetti e nozioni difficili e complesse. Zichichi sarà capace di raccontare la vita, le opere, le scoperte e le invenzioni di Galileo Galilei come nessun altro sa fare, spiegando verità taciute per secoli al fine di promuovere un modo nuovo di intendere il rapporto tra ricerca scientifica e spiritualità.
Galilei, padre della scienza moderna, è una figura di grandezza straordinaria, il suo insegnamento sta alla base di tutte le conquiste della scienza a servizio dell’uomo e del suo progresso civile e sociale. Galilei realizzò ed usò il telescopio come noi oggi usiamo iPhone di Steve Jobs. Galilei puntò il telescopio su Giove, rimase sorpreso nel costatare 4 piccoli astri nei pressi del pianeta, un episodio della ricerca umana che ancora oggi fa venire i brividi per l’emozione, notò che questi corpi celesti danzavano intorno al grande pianeta, comprese che le nuove stelle vicino a Giove erano delle lune che gli orbitavano intorno, come la nostra Luna orbita intorno a noi, e la loro luce poteva essere luce riflessa, la luce lunare era luce solare che rimbalzava in una sala di specchi celesti. In cielo c’era un sistema copernicano in miniatura, visibile all’occhio con l’ausilio del telescopio. Galileo scrisse un libro sul mondo affermando che la Terra gira intorno al Sole e la Chiesa minacciò di farlo torturare se non avesse smesso di dirlo. E lui smise di dirlo, obbedì e soffrì.
Il processo a Galilei fu un pasticcio burocratico e lasciò proficuamente irrisolta la questione se fosse stata dichiarata eretica la teoria copernicana o se fosse semplicemente stato condannato Galileo come individuo. Il fondamentalismo della lettura biblica dell’epoca, ancora lontano dall’individuazione dei generi letterari, risultò incapace di apprezzare la novità della scoperta scientifica. Ma nel frattempo i pianeti continuarono a girare intorno al sole … Giovanni Paolo II “Il Grande”, durante il Giubileo del 2000, a nome di tutta la Chiesa domandò scusa a Galilei, nella generale purificazione della memoria storica, riaffermando “la legittima autonomia della scienza”, già dichiarata dal Concilio Vaticano II al numero 36 della Costituzione Gaudium et spes. Il fine della Bibbia è quello di raccontare il Mistero della salvezza e non di proporre un manuale di scienza, di storia, di antropologia o di dottrina sociale. Il cristiano Galilei l’aveva compreso in anticipo quando, nella Lettera a Cristina di Lorena Granduchessa di Toscana, scrisse: “L’intenzione dello Spirito Santo è d’insegnarci come si vadia al Cielo e non come vadia il cielo”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.3 del 15/3/2013)


Testimonianza inedita su Padre Pio

Giovedì 7 marzo alle ore 19.00 nel Duomo di Benevento Adolfo Affatato terrà una conferenza per raccontare la sua commovente esperienza ventennale con il suo padre spirituale Padre Pio da Pietrelcina, già raccolta nel suo libro dal titolo “Io e il Padre. Testimonianze inedite e toccanti di un figlio spirituale”.
A presentare Affatato, che di mestiere non è letterato né saggista ma assicuratore in Foggia, provvederanno l’on. Erminia Mazzoni, parlamentare europeo ed il cappuccino padre Gerardo Saldutto, coordinatore dei gruppi di preghiera di Padre Pio nel Sannio.
All’evento culturale, promosso dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Redemptor hominis” nel solco delle iniziative su “I testimoni della fede”, in questo anno speciale dedicato da Benedetto XVI alla Fede, sarà presente anche l’Arcivescovo Andrea Mugione. Per desiderio dell’autore il ricavato del volume che sarà presentato in città viene devoluto ai poveri e agli emarginati, presenza vivente di Cristo in mezzo a noi.
L’autore racconta che erano i primi giorni del luglio 1953, quando a Foggia l’aria è già talmente calda da spingere a cercare rifugio al mare o in collina, e lui giovane studente di ragioneria, si recò a San Giovanni Rotondo, spinto dalla curiosità di conoscere lo stimmatizzato cappuccino di cui tutti parlavano. Il giovane si sentì improvvisamente chiamare dal Padre: “Adolfo vieni qui”. Il giovane non si mosse perché mai prima aveva conosciuto Padre Pio. Si sentì chiamare una seconda volta e rispose: “Ma Padre, ha chiamato me?”. E Padre Pio: “Forse mi chiamo io per caso Adolfo?” e giunto davanti a lui il Frate, disse: “Ti aspettavo da tanto tempo”.
Inizia così una storia di stima, amicizia ed affetto che durerà per altri venti anni. Le storie accumulate negli anni spensierati della giovinezza, divenute poi profonde esperienze spirituali, sono state custodite per oltre quarant’anni nella penna e nella memoria ed infine descritte in un volume offerto a tutti non come libro agiografico ma come racconto di vita e di esperienze vissute direttamente.
Un racconto carico di emozioni intorno al frate di Pietrelcina, simbolo indiscusso del ventesimo secolo. Un viaggio affascinante con un protagonista della cristianità, con una quantità di particolari inediti capaci di rivelare il mistero di un santo sospeso tra arcaismo e modernità, tra soprannaturale che fa irruzione potente nel naturale e semplicità disarmante che spinge allo stupore e alla contemplazione. Il linguaggio è semplice e penetrante, la piacevole lettura entra nel cuore lasciando un’impronta indelebile del grande Santo nell’anima del lettore.
Un giorno Padre Pio disse all’amico Adolfo Affatato: “Il mio amore, che ho messo nel tuo cuore, donalo a coloro che avvicini, perché in esso è il significato della vita”. La testimonianza che Adolfo va offrendo in diverse città, sta commuovendo l’Italia, ma anche la semplice lettura del libro presenta con straordinaria vivacità la personalità umana e nello stesso tempo divina di Padre Pio da Pietrelcina.
Dice bene il proverbio quando afferma che “scrivere un libro è men che niente se il libro scritto non rifà la gente”. Questo è un libro che può cambiare la vita.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.2 del 15/2/2013)


Economia e giorno del Signore

La domenica è il “ Signor “ giorno che non deve essere sacrificato all’economia. La domenica è fatta per il riposo e per la famiglia. Questo è l’obiettivo che ha spinto Confercenti e Federstrade, con la condivisione della Cei, a promuovere una raccolta di firme per portare in Parlamento una proposta di legge d’iniziativa popolare, cosi da abolire la legge “Salva Italia” che ha permesso libertà d’iniziativa agli operatori commerciali per quanto riguarda gli orari di apertura e chiusura dei negozi. La liberalizzazione infatti non ha portato alcun beneficio: 80mila imprese stanno chiudendo con una perdita 200mila posti di lavoro.
Motivazioni teologiche, antropologiche e sociali animano un’iniziativa che vuole restituire dignità al lavoro e unità alla famiglia. Se con il lavoro la famiglia acquista dignità, con il giorno di festa acquista gratuità. Senza gratuità l’uomo resta schiacciato dal lavoro, ridotto alla dimensione economica. Dobbiamo rinunciare al lavoro di domenica per godere del valore della gratuità. Tutti devono rispettare l‘esigenza del riposo e della festa. Il confronto con l’Europa non regge perché in Germania, Francia, Spagna, Belgio e Olanda le saracinesche la domenica restano abbassate. Occorre “custodire” la domenica come giorno della Resurrezione del Signore e della Messa che ripresenta e riattualizza tale mistero, e come giorno della festa che libera l’uomo dall’assolutizzazione del lavoro e del profitto per orientarlo a relazioni più. intense con se stesso, la famiglia, gli altri e Dio. Dal punto di vista sociale poi, l’economia e il lavoro non rappresentano l’ultimo denominatore della vita. Si tratta dunque di un’acquisizione storica da rispettare.
La domenica come “Giorno del Signore” viene da molto lontano. Il profeta biblico Neemia svela all’uomo d’oggi quanto sia antico e significativo il progetto del riposo festivo: “tutto il popolo si raduno ‘come un uomo solo, lo scriba lesse il libro della legge di Mose’ che il Signore aveva dato ad Israele e disse: questo giorno è consacrato al Signore, non fate lutto e non piangete, andate e mangiate carni grasse e bevete vini dolci, non vi rattristate perché la gioia del Signore è la vostra forza” (Ne 8). Nella bibbia si parla del sabato come del giorno nel quale il Signore, dopo aver creato tutte le cose, volle riposare dalle sue fatiche. Questo giorno si configura come giorno della preghiera che deve sostituire il lavoro e dell’ascolto della parola di Dio che deve prendere il posto delle povere parole umane. Questa invenzione è suscitata nella storia da una intenzione di Dio: dialogare a lungo con gli uomini. Il riposo festivo del sabato ebraico è passato nella domenica cristiana dopo la resurrezione di Cristo.
La frenesia del secolarismo, specie in Occidente, ha preteso di costruire la vita entro altre prospettive: soldi, sesso e successo, una sorta di trimurti profana che pretende di soppiantare il vero Dio. Dapprima  fu l’industrializzazione a profanare il riposo, perché le fabbriche non tolleravano la sospensione del lavoro, poi si aggiunse l’esigenza degli svaghi come reazione alla prigionia ossessiva del lavoro industrializzato. La storia è risultata scardinata rispetto alla costruzione dell’Europa fondata da San Benedetto sul binomio “Ora et Labora”. Bisogna salvare la Domenica per ridare al tempo la sua sacralità.
Il 19 settembre 1846 la Madonna apparve a La Salette in Francia e pianse davanti a Massimiliano Giraud e Melania Calvat. Le sue lacrime non erano per la carestia e neppure per la guerra, ma per i peccati sociali allora più diffusi: la bestemmia con cui l’uomo si scardina da Dio e la profanazione della domenica con cui egli si priva abitualmente del nutrimento spirituale, necessario alla sua formazione morale, slittando inarrestabilmente verso il degrado etico. Un secolo e mezzo fa ci si poteva trincerare dietro la scusa di provvedere il pane e i vestiti ai numerosi figli. Oggi le scusanti non rendono più. Domina l’insaziabilita’ nuda e cruda.
Padre Pio da Pietrelcina risulta un maestro impareggiabile nella difesa della domenica come giorno sacro. Una signora salì a San Giovanni Rotondo per confessarsi con lo Stimmatizzato. Arrivato il suo turno s’inginocchio e avvertì un profumo stordente di menta. Incominciò a parlare elencando diversi peccati. Poi con disinvoltura disse: Padre, io perdo la Messa spesso, la domenica e le altre feste. Mi dà tanta noia, tanto fastidio, la Messa domenicale mi è proprio di peso. Mi rincresce molto andare a Messa la domenica. Il Padre ascoltava senza dire nulla. Poi disse: Ebbene, figlia mia, anche a me rincresce darti l’assoluzione. E chiuse lo sportello. Da quel momento però, pur non avendo ottenuto l’assoluzione, la signora ebbe la grazia spirituale di non più mancare alla Messa non solo la domenica ma tutte le mattine. Al confratello Padre Tarcisio Zullo da Cervinara che gli domandava che cosa era la sua Messa, rispose: Tutto il calvario. Tutto quello che Gesù ha sofferto nella sua Passione, inadeguatamente lo soffro anche io per quanto ad umana creatura è possibile. E ciò contro ogni mio merito e per sola sua bontà

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.1 del 18/1/2013)


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