LA VOCE DELLA CHIESA

Rubrica a cura di Mons. Pasquale Maria Mainolfi

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Nell’Anno della Fede l’identikit di Gesù ci spinge all’amore che non tollera confronti
Ancora un'opera di Vincenzo Canelli

L’Anno della Fede e la Lettera pastorale dell’Arcivescovo

La saggezza dell'umiltà

L'utopia cristiana oltre il disincanto
La porta della fede è sempre aperta
Annuncio e vita
Campane a festa per Montecalvo Irpino
I racconti della cantina
La guerra civile spagnola
Le nuove virtà e l'emergenza educativa
Semi di speranza nel sole di Pasqua
La virtù più grande: la Carità
Bisogno di speranza
Sessione di apertura del Processo di Beatificazione di Papa Orsini
Quando la Ragione si apre al Mistero
La temperanza è dominio di sé
A piedi nudi - Cosa ricordo di Bettina Tozzi


Nell’Anno della Fede l’identikit di Gesù
ci spinge all’amore che non tollera confronti

Esiste un insieme di antichissimi testi, che il popolo ebraico definisce Sacra Scrittura, ritenendola ispirata direttamente da Dio. Questi testi, scritti nell’arco di molti secoli prima di Gesù, da tanti autori diversi, ruotano intorno ad una fondamentale profezia: Gesù Cristo è il Messia che vincerà il Male. Questo preannuncio viene specificato da circa 300 profezie messianiche che indicano con esattezza tutto ciò che storicamente è accaduto e che si è realizzato perfettamente nella persona e nella vita di Gesù. Una precisione sconvolgente e con secoli di anticipo descrive i particolari della Sua vita. Leggendo la Bibbia si ha come l’impressione che gli autori abbiano scritto la prima parte dopo aver letto la seconda. L’Antico Testamento è come uno specchio che riflette un unico volto, quello di Cristo. Una cosa simile non è mai accaduta nella storia per nessun altro personaggio, né per Buddha né per Maometto fondatori di religioni, né per i grandi condottieri come Alessandro Magno e Napoleone. Il filosofo Blaise Pasacal afferma che “La più grande prova di Gesù Cristo sono le profezie”.
Diamo ora la parola a Napoleone. Nella solitudine di Sant’Elena, perso nell’immenso oceano Atlantico, l’imperatore in esilio ebbe modo di meditare sulle vicende umane, sui movimenti storici e sul mistero della figura di Gesù. Un libro raccolse le sue meditazioni esternate in diverse circostanze. In particolare Napoleone afferma: “Conosco gli uomini e vi dico che Gesù non è solo un uomo. La somiglianza con i fondatori di imperi o di altre religioni non esiste, c’è la distanza dell’infinito. In Cristo tutto mi sorprende. Il suo spirito mi supera. La sua volontà mi confonde. È veramente un essere a parte. Le sue idee, i suoi sentimenti, la verità che egli annuncia, la sua maniera di convincere, non si riescono a spiegare né con le istituzioni umane né con la natura delle cose. La sua nascita e la storia della sua vita, la profondità della sua dottrina che raggiunge la vetta delle difficoltà e ne è la soluzione più ammirevole, il suo Vangelo, la singolarità di questo essere misterioso, la sua apparizione, il suo dominio, il suo cammino attraverso i secoli ed i regni, tutto rappresenta per me un prodigio. Cerco invano nella storia qualcuno simile a Gesù Cristo. In lui tutto è straordinario. Anche gli empi non hanno mai osato negare la sublimità del Vangelo che ispira loro una venerazione obbligata. Che gioia procura questo libro! Gesù si è impadronito del genere umano. Egli è sempre lo stesso, maestoso e semplice, infinitamente severo e infinitamente dolce. Gesù non presta mai il fianco alla minima critica, sia che parli sia che agisca, Gesù è luminoso, immutabile, impassibile. Non c’è via di mezzo: Cristo o è un impostore o è Dio. Gesù è il solo che abbia osato tanto, è il solo che abbia detto chiaramente ed affermato senza esitazione di se stesso: io sono Dio”.
Leggendo la Bibbia colpisce soprattutto, nel magistero di Gesù, la sua straordinaria chiarezza di idee. I suoi discorsi sono lontanissimi da vezzi e civetterie. Manifesta una sicurezza che a qualcuno appare persino irritante. Conquista la oggettiva elevatezza del suo insegnamento. Due temi fondamentali ritornano nei suoi discorsi: il Padre e il Regno. Gesù si mostra osservatore attento della realtà feriale. Nei suoi paragoni utilizza le cose più umili: bicchieri e piatti da lavare, lucerna e lucerniere, sale, bicchiere d’acqua fresca, vino vecchio e nuovo, vestito rattoppato, pagliuzza e trave, cruna dell’ago, tarme e ruggine, effimeri fiori del campo, prime foglie del fico, arbusto di senape, seme che cade in terreni diversi, rete dei pescatori che raccoglie pesci commestibili e pesci da buttare, pecora che si allontana dal gregge e si perde. E l’elenco potrebbe continuare. Colpisce la sua sensibilità per le piccole cose che incastonate nei ragionamenti diventano capaci di parlare anche ai semplici attraverso un linguaggio limpido tanto lontano da quello dei pensatori evanescenti e degli attori della scena politica. Gesù è un uomo sovranamente libero di fronte ai suoi familiari, ai capi del popolo ed agli avversari che cercano di ostacolare il Suo ministero. Rispetta l’autorità ma non ha timori reverenziali per nessuno. Non risparmia invettive a scribi e farisei e con il tetrarca di Galilea Erode non fa complimenti: “Andate a dire a quella volpe…” (Luca 13,32). Anche gli avversari sono costretti a riconoscere la sua franchezza: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio” (Marco 12,14). Impressiona la sua solidità psicologica e il dominio di sé. Eppure Egli non è un imperturbabile gentleman. Scoppia in pianto per la morte di Lazzaro, versa lacrime contemplando Gerusalemme prossima alla distruzione, si entusiasma per la gioia dei discepoli felici per la loro prima esperienza di evangelizzazione. Gesù sa piangere e sa stare allegro. Rimane in compagnia di tutti e siede a mensa con i pubblicani. Per i suoi contemporanei Egli è “Giovanni Battista, Elia o qualcuno dei profeti”. Per Simon Pietro è “Cristo, Figlio del Dio vivente”.
Anche oggi Gesù è per molti un mito, un uomo leggendario, un’idea divina, una grandezza sovrumana, un uomo straordinario dal fascino eccezionale, dall’intelligenza sublime, un genio, ma semplicemente un uomo, un genio sociale promotore di giustizia, un genio politico propugnatore di libertà, un grande certamente esistito di cui però non si può sapere nulla di certo. In genere i giudizi che circolano tra la gente sono positivi e benevoli e quasi nessuno parla male di Lui, ma questo a noi credenti non basta, non ci bastano le opinioni della gente, noi cerchiamo la conoscenza rivelataci dal Padre per crescere nella limpidità della fede e nella coerenza della vita. Uno dei profeti, un mito, un’idea che ha segnato la vicenda umana, un genio religioso, un filosofo, un agitatore sociale, un liberatore, sono tutti titoli parziali e vaghi, etichette che non turbano nessuno, pluralità di opinioni che confondono la mente. Nella Chiesa, a proposito di Gesù Cristo, non c’è pluralismo: la risposta di Pietro è la risposta di tutti. Egli è il Messia, il Figlio del Dio vivente. Chi altera questa fede non può avere posto nella Chiesa. Se qualcuno ci incontra e non ci porta questo insegnamento non appartiene alla Chiesa. Gesù è l’evento unico, decisivo ed irripetibile della storia. Gesù è l’unico Maestro. Il nostro amore per Lui non può tollerare alcun confronto: “Chi ama e il padre e la madre più di Me, non è degno di Me” (Matteo 10,37). Puntiamo allora la nostra vita su di Lui in modo totale, assoluto e definitivo perché, lo stesso Gesù afferma: “Chi avrà perduto la sua vita per causa Mia la troverà” (Matteo 10,39). Noi, infatti, in Gesù abbiamo trovato la bussola, il senso, l’orientamento e lo scopo ultimo della nostra vita.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.18/ del 21/12/2012)


Ancora un’opera di Vincenzo Canelli

La cultura, checché ne dicano i laicisti, è sempre stata sostenuta e non certo combattuta dalla Chiesa: nel periodo umanistico, quando vennero “riscoperti” gli scrittori greci e latini, ciò fu grazie al lavoro secolare dei copisti che negli scriptoria dei monasteri avevano dedicato la propria esistenza a tramandare la sapienza degli antichi. In tempi più recenti i grandi storici si sono sempre appoggiati ai lavori di “microstoria” redatti da studiosi locali: chi può essere interessato a studiare e valorizzare le apparentemente secondarie – ma solo apparentemente – vicende del proprio paese se non uno studioso locale? Nei secoli passati questo lavoro era molto spesso appannaggio dei sacerdoti, in particolar modo dei parroci che, radicati per decenni in un territorio, ne studiavano gli usi e i costumi, le bellezze architettoniche e le trasformazioni urbanistiche ed in più vivevano a stretto contatto con i registri parrocchiali, fonte primaria delle notizie sulla popolazione residente.
Don Vincenzo Canelli, nativo di Solopaca (nei cui pressi è stato anche Abate di Santa Maria del Roseto), che tra i numerosi incarichi ha rivestito quello di vicario della cattedrale di Cerreto Sannita, di docente nei licei ed in altre scuole della zona, nonché presso il Pontificio Seminario e l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Benevento, è il perfetto tipo del sacerdote-studioso che affianca all’attività spirituale un’attenta indagine sulla realtà che lo circonda.
In trentacinque anni di ricerche ha pubblicato una ventina di studi che scandagliano a fondo la storia economica, religiosa e sociale del proprio territorio, che ha dimostrato di conoscere a menadito, passando dal brigantaggio alle badie benedettine, dalla presenza di San Pio da Pietrelcina al passaggio di Sant’Anselmo d’Aosta, dagli opifici settecenteschi alla industrie novecentesche. Nella sua ultima fatica si è concentrato sulla produzione artigianale.
Aziende e botteghe artigiane a Solopaca tra la fine del 1800 e la metà del 1900 (e.i.p., Collana di Studi Storici 19, Solopaca 2012, p. 72 s.i.p.) analizza l’economia del paese telesino in circa mezzo secolo, ricostruendo qual era il tessuto economico di Solopaca, elencando le botteghe divise per tipologia di attività produttiva.
Si tratta di una operazione di recupero di un passato che con lo scorrere del tempo diviene sempre più “storia” e di cui si rischia di perdere la memoria: nella nostra epoca consumistica, in cui gli oggetti si comprano nei grandi magazzini e, una volta rotti, si trova più conveniente gettare via e sostituirli con nuovi esemplari, il mestiere dello “stagnaro” è qualcosa che rischia di avere un sapore addirittura… archeologico! Eppure era molto diffuso al tempo in cui le cucine erano piene di pentole di rame – adesso si usano come ornamento, tale è la loro bellezza – e si cercava sempre di riparare e non gettare mai gli utensili, quando si rompevano. Era il tempo in cui esisteva un panificio che produceva anche maccheroni, in cui il tino per il vino si poteva trovare nell’attuale via Roma, in cui numerose erano le botteghe dei “ferrari” in cui si acquistavano gli strumenti necessari per la lavorazione della terra.
Quella tra la fine dell’800 e la prima metà del ’900 fu un’epoca di trasformazione anche della società a prevalenza contadina, come era quella di Solopaca: la società stava diventando sempre meno autarchica, ma non si era ancora “evoluta” verso il consumismo. In altre parole, mentre fino a qualche decennio prima ogni famiglia cercava di fabbricare da sé quasi tutto l’occorrente, dai vestiti alle cibarie, con il passaggio da un secolo all’altro si sviluppa una produzione più specialistica, che si trovava già presente nei maggiori centri urbani: la presenza di un maccheronaio o di un caseificio, laddove in precedenza sia la pasta che il formaggio sarebbero stati prodotti in casa, ne è l’evidente riprova. Ma in questo volumetto l’autore affronta anche un altro aspetto – ed è normale aspettarcelo da un educatore come lui – cioè quello della scuola e dell’educazione religiosa in particolare, descrivendo come si svolgeva la preparazione dei giovani nelle parrocchie.
Ogni breve capitoletto è accompagnato da una ricca raccolta iconografica, molto utile soprattutto per individuare alcuni strumenti di cui il nome non dice molto, almeno alle ultime generazioni (come il “trabiccolo” per scaldare il letto o il “gratta checca” per fare il sorbetto). Insomma, lo studio di don Canelli ci fa fare un tuffo nel passato, permettendoci di assaporare ricordi che, senza promemoria come questo, rischieremmo di dimenticare completamente.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.17/ del 16/11/2012)


L’Anno della Fede e la Lettera pastorale dell’Arcivescovo

Il Papa Benedetto XVI ha ripetuto nei giorni scorsi il gesto di affidamento a Maria compiuto 50 anni fa dal Beato Giovanni XXIII nel santuario di Loreto. L’11 di ottobre è iniziato lo speciale Anno della Fede e l’intero mese di ottobre vedrà in Roma la celebrazione del sinodo sul tema urgente della nuova evangelizzazione.
L’inizio dell’Anno della Fede coincide nell’arcidiocesi di Benevento con la riapertura al culto della Basilica Cattedrale dopo oltre 7 anni di lavori di restauro e la consegna della lettera pastorale per l’anno 2012-2013 scritta dall’arcivescovo Andrea Mugione su: “Evangelizzare è educare ad una vita di fede”. L’arcivescovo mutua dall’esortazione apostolica Porta Fidei di Papa Ratzinger le motivazioni e le finalità di questo anno speciale della fede: “una fede dubbiosa e contestata che deve continuamente accertare il proprio fondamento, una fede minacciata, una fede da riconquistare”. Poi mons. Mugione descrive la fede proposta nei Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni ed infine offre suggerimenti programmatici per suscitare, riscoprire, ripensare e testimoniare il dono della fede perché “il numero dei devoti di Tommaso è in crescita”.
L’arcivescovo afferma che: “L’umanità malata ha un sicuro rimedio nella fede. Essa è l’unica medicina e rimedio per tutti gli affanni, le angosce, le paure, i timori, le ansie, le incertezze, le diffidenze ed i tradimenti. Se mancasse la fede cristiana non si comprenderebbe integralmente la dignità e grandezza dell’uomo; non si spiegherebbero gli enigmi della vita, della morte, della colpa e del dolore. Tutto rimarrebbe senza soluzione e sprofonderebbe nella disperazione”.
Ancora oggi tocca ai cristiani far brillare nel mondo la bellezza della fede, ma questi appaiono spesso stanchi, disorientati, demotivati e delusi. Ghandi ripeteva di sovente: “Credo in Cristo, ma non ai cristiani”. In verità stiamo vivendo da alcuni decenni una situazione molto grave: le chiese sempre più vuote, frequentate da persone sempre più anziane. Forse si sta avverando la profezia di Nietzsche quando scriveva che: “Le nostre chiese sono diventate il sepolcro di Dio! Non sentite la voce di quanti stanno recitando il De profundis a Dio?”.
Alcuni offrono una lettura meno drammatica e più ottimistica della situazione rifugiandosi nell’idea del piccolo gregge. Conviene invece ricorrere al realismo e iniziare un’opera di nuova evangelizzazione perché di fatto qualcosa non ha funzionato in questi ultimi decenni. La ricerca puntigliosa delle cause non servirebbe a nulla. Convegni, dibattiti e discussioni batterebbero l’aria. Il vero rinnovamento, nel 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, deve partire da noi. Bisogna parlare di Dio all’uomo di oggi con un linguaggio nuovo e convincente perché si torni a credere in Lui. L’analfabetismo circa i contenuti della fede e la gelida indifferenza ci hanno allontanato dalla Sorgente. Se non si conosce Cristo e la Chiesa da Lui fondata tutto diventa vecchio, sterile, inutile. Con Cristo la vita si rinnova.
La novità di Cristo deve nuovamente toccare la vita personale, diventare provocazione che restituisce senso e valore alla vita. Amore e dolore, successo e fallimento, amicizia e tradimento trovano unicamente in Cristo risposta e significato. Noi cristiani dobbiamo tornare a parlare di Gesù perché il nostro primo compito è annunciare il Vangelo, così da rendere possibile ad ogni uomo l’incontro con Cristo. La fede dei credenti va annunciata sui tetti e testimoniata lungo la via. Tutte le strategie pastorali non giovano senza la personale testimonianza dei credenti. Le tecniche umane fanno chiudere bottega e dichiarare fallimento. Cristiani missionari in ogni ambito, culturale, politico e sociale, a partire dalla comunità più piccola e più preziosa: la famiglia. Solo così ce la faremo anche perché la grazia che viene dall’alto ci precede e sempre ci accompagna. Ora Dio ci sorprende lungo la strada della nostra insoddisfazione.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.16/ del 19/10/2012)



La saggezza dell'umiltà

Eliot ha scritto: “L’unica saggezza che possiamo sperare di acquistare è la saggezza dell’umiltà”. Dal punto di vista etimologico uomo e umiltà derivano dal latino humus che significa terra. Infatti l’umile è colui che tiene i piedi per terra, non si esalta, né si deprime ma fa una valutazione realistica di sé e scendendo nella profondità dell’anima vede che vi convivono virtù e vizi, luci ed ombre.
L’umiltà è la virtù che modera il desiderio della propria eccellenza e conduce a sapere chi siamo, aiutandoci a comprendere la nostra miseria e la nostra grandezza. Gesù ha detto: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11,29). Santa Teresa dice che l’umiltà ci aiuta a “camminare nella verità” e che questa virtù assai preziosa rimane alla radice di tutte le virtù dell’uomo. Il principio del corretto amore sta nel riconoscersi indigente e necessitato dal Creatore.
La conoscenza della propria miseria e insieme della grandezza dell’amore di Dio, costituisce l’umiltà. L’umiltà consiste sostanzialmente nella consapevolezza della nostra condizione creaturale ed è fondamento di tutta la vita morale. Umiltà significa vederci come siamo, senza palliativi, secondo verità. Costatando la nostra pochezza ci apriamo alla grandezza di Dio.
All’umiltà seguono tutte le altre virtù ed in modo particolare la pace, la gioia e la magnanimità, perché chi non confida in se stesso ma in Dio non ha timore di intraprendere qualunque impresa, per grande che gli possa sembrare, se sa che Dio la vuole. Pertanto non hanno a che vedere con l’umiltà la ristrettezza d’animo, la pusillanimità, la grettezza, l’abdicazione ai propri diritti e la mancanza di audacia.
La vera forza del cristiano che tutto attribuisce a Dio sta nella preghiera e nei sacramenti, con queste energie divine egli sa di poter diventare santo e di trasformare il mondo. San Paolo afferma: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (1 Cor 12,10). Ai nostri giorni l’umiltà è una virtù svalutata, derisa, mal compresa e identificata spesso con la mancanza di carattere. Nietzsche ha accusato duramente il cristianesimo di aver introdotto nel mondo “il morbo” dell’umiltà, che crea persone rassegnate, inerti e prive di slancio, mentre, secondo lui, l’ideale di un uomo che si rispetti deve essere la “volontà di potenza”. La storia però insegna la positiva fecondità dell’umiltà e la drammatica tragedia prodotta dalla volontà di potenza. Un detto sapienziale ebraico dice: “Anche se hai tutte le doti ma ti manca l’umiltà, sei imperfetto”.
La nostra società è caratterizzata da mania di grandeur, arrivismo e carrierismo, dalla voglia di primeggiare a tutti i costi fino a moltiplicare persone boriose e rampanti, che vogliono stare sempre sulla cresta dell’onda, che si pavoneggiano e si sentono sempre superiori agli altri fino a risultare spesso ridicole.
Sempre Eliot scrive che “il superbo somiglia a un gallo convinto che il sole sorga per sentirlo cantare” o al megalomane imperatore Nerone che mentre muore, esclama: Qualis artifex pereo! Cioè: Quale artista muore con me! Il desiderio di emergere è umanamente comprensibile e positivamente stimolante. Ciò che risulta difficile sopportare è la smania ossessiva di successo e di potere, l’ostentazione arrogante e la smisurata venerazione del proprio ego a cui si tende fin da piccoli, sollecitati dalla famiglia, dalla scuola, dalla società. È necessario essere misurati e modesti perché siamo effettivamente limitati e in ultima analisi polvere, come ci ricorda la formula liturgica del Mercoledì delle Ceneri.
Un’iscrizione posta sull’imponente monumento funebre di Ciro, l’imperatore persiano che liberò gli Ebrei dall’esilio babilonese, recita: “O uomo, chiunque tu sia e da qualunque luogo tu venga, io sono Ciro, signore di molti regni. Non invidiare il mio potere terreno, poiché polvere ero e polvere sono tornato”.
C’è però un pericolo da evitare sempre: la falsa umiltà, presente tra acerbi laicisti, cattolici troppo doc e perfino ecclesiastici. La falsa umiltà rende lecchini e cortigiani, conduce in una spirale di depressione e autolesionismo, fino a coltivare perniciosi sensi di colpa, lasciandosi andare nelle sabbie mobili del compromesso, dell’accidia, della pigrizia spirituale e del grigiore esistenziale. Un’equilibrata autostima regala sicurezza interiore, permette di relazionarsi positivamente con gli altri, esprime idee, rende capaci di mettersi in gioco, pensare in grande, assumere responsabilità e offrire il meglio di sé, nella consapevolezza delle proprie capacità, doti e talenti ricevuti in dono e da far fruttificare, dei carismi dati al singolo “per l’utilità comune” (1 Cor 12,7).
Nella Bibbia c’è come un filo rosso che rivela costantemente la predilezione di Dio per gli umili e la repulsione per i superbi. La volontà orgogliosa di “diventare come Dio” genera il peccato originale che nega il rapporto di dipendenza dal Creatore, rompendo il rapporto armonico con Dio, con se stessi e con gli altri. Dio interviene contro la superbia e in favore dell’umiltà: “Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili” (Pr 3,34). Il Magnificat intonato da Maria di Nazareth è il ritratto degli umili della terra che vengono innalzati perché “Dio disperde i superbi nei pensieri del loro cuore ed innalza gli umili”.
Quando San Francesco sull’Averna compone la bellissima preghiera Lodi di Dio Altissimo, tra le definizioni con le quali loda il Signore, afferma: “Tu sei carità, tu sei bellezza, tu sei umiltà”, sottolineando così la kenosis di Cristo che nell’Incarnazione dal cielo scende a Betlemme e il Verbo si fa Uomo, nella Passione l’Uomo si fa Agnello sacrificato nel dolore e poi nel Cenacolo Dio si nasconde in un pezzo di pane e un sorso di vino, solo per amore! Gesù è la manifestazione suprema dell’umiltà di Dio. La discesa vertiginosa da Dio a servo caratterizza tutta la vita di Gesù, a riprova della promessa evangelica: “chi si umilia sarà esaltato”. Diceva de Montaigne: “I sapienti sono come spighe: finché sono vuote si innalzano diritte e fiere ma, appena sono colme di chicchi, cominciano ad abbassare la testa”.
Quando preferiamo il silenzio e la modestia siamo sulla buona strada per diventare saggi. Un prezioso esercizio di umiltà consiste nel riconoscere i propri errori. Ammettere di aver sbagliato e chiederne scusa salverebbe molti matrimoni, amicizie e relazioni di lavoro, rasserenando l’atmosfera, smontando ogni risentimento e risanando tante ferite. Ogni guerra scaturisce dalla superbia.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.15/ del 14/9/2012)


L’utopia cristiana oltre il disincanto

Il termine utopia (dal greco ou,non, e tópos, luogo) significa letteralmente “non luogo”, cioè “luogo che non esiste”.
L’utopia è una forma di pensiero che affonda le sue radici in epoca remota e coinvolge nomi assai noti: Omero, Esiodo, Pindaro, Platone, Aristofane, Plutarco, Ovidio e Virgilio.
Le utopie cristiane scritte tra il II e XVI secolo si preoccupano soprattutto del regno ideale di Dio sulla terra. I testi più significativi fanno riferimento al De civitate Dei di Agostino e alla Monarchia di Dante Alighieri.
L’utopia è un genere letterario che si è mantenuto attuale attraverso i secoli evolvendosi, dal trattato filosofico al romanzo, dall’architettura alla fantascienza.
Il genere utopico trova la propria ispirazione in uno stato di insoddisfazione per il presente, che induce a sognare un futuro ideale.
La formulazione del termine “utopia” si deve all’estro fortunato di un umanista e filosofo inglese Thomas More per la sua opera omonima del 1516 con la descrizione di uno stato ideale e perfetto, retto sul principio di eguaglianza economico-giuridica dei cittadini.
Nella comune accezione la parola “utopia” è venuta quindi a significare ogni idea o progetto che si prefigge scopi nobili e giusti, anche se irrealizzabili nella pratica. Oltre a Thomas More, sull’esempio della Repubblica di Platone, altri filosofi e scrittori del Cinquecento e del Seicento elaborarono varie utopie politiche: Campanella con Città del sole, Patrizi con La città felice, Bacone con Nuova Atlantide.
L’appellativo di utopisti venne attribuito ai sostenitori del socialismo del primo Ottocento, ma in senso dispregiativo.
Nel pensiero contemporaneo il tema dell’utopia ha conosciuto nuovi e significativi sviluppi nella scuola di Francoforte con Adorno ed Habermas, ed ancora di più in Bloch. È stato Kant però a fornire una fondazione concettuale della funzione dell’utopia nella storia.
Nella letteratura biblica la predicazione dei profeti classici si pone come critica sociale e come speranza per il futuro: “Trasformeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci. Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più l’arte della guerra” (Is 2,4). Un’utopia sociale viene proclamata anche da Gesù con l’annuncio delle beatitudini (Mt 5,1-12). Nel pensiero cristiano della storia, l’umanità è presente come visione di un compimento escatologico del già e non ancora, e come motivo della lotta tra regnum spirituale e quello terreno.
Questa utopia, dopo aver esulato dal campo della Chiesa istituzionale, continua a vivere nei movimenti religiosi e sociali del Medioevo e soprattutto nell’utopia sociale di Gioacchino da Fiore e nella profezia. Un fatto è certo: spesso “l’utopia spirituale” cerca di superarla secolarizzazione della Chiesa, mediante il rinnovamento degli ideali del cristianesimo primitivo. Francesco d’Assisi è il più grande utopista della storia perché non ha mai smesso di sognare una società perfetta ed una Chiesa perfetta, pur accettando l’una e l’altra così com’erano. Tommaso da Celano, nella Vita Seconda, afferma che Francesco “Non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso era tutto trasformato in preghiera vivente” e che proprio così fu in grado di farsi profeta e ponte di pace fra l’Occidente cristiano e l’Oriente islamico.
La Chiesa si regge grazie agli inguaribili utopisti che sono i Santi, i quali hanno preso sul serio l’incredibile obiettivo utopico che Cristo propone a tutti: “Siate perfetti come è prefetto il Padre che è nei cieli” (Mt 5,48). Attenzione! I Santi della tradizione cristiana hanno perseguita per tutta la vita l’utopia evangelica del “Siate perfetti”, ma non l’hanno mai raggiunta, anzi la vedevano sempre più lontana e si sentivano “grandi peccatori”, tuttavia non hanno mai rinunciato a perseguirla. Ed è proprio questa tenacia che ha fatto di loro dei Santi.
L’asse portante della vita del grande Francesco d’Assisi fu la duplice tensione utopica: sul piano ideale, vivere il Vangelo sine glossa, senza commenti, e sul piano della vita quotidiana, vivere sicut alii pauperes, come i poveri del suo tempo. Quando Francesco si recò a Bologna per visitare alcuni suoi Frati che studiavano in quella università, notò che vivevano in una casa di pietra, mentre tutte le altre case del quartiere erano in legno, salì sul tetto e cominciò a buttare via le tegole… lo fermarono! Capita sempre così: i “pazzi” incontrano sempre qualcuno che li ferma. Forse siamo anche noi schiacciati da mille furbizie e mille riserve mentali, perché ci manca quella presa diretta con il Vangelo che caratterizzò la vita di Francesco d’Assisi.
È proprio dell’uomo proiettarsi nel futuro, essere aperti al futuro assoluto, tanto che Ortega y Gasset ha definito l’uomo “essenza utopistica”. Con il mistero dell’Incarnazione, Dio si è fatto futuro assoluto dell’uomo e la storia è diventata profezia che rimanda alla metastoria, al di là del dato storico presente, verso l’eschaton, verso il novum. Il “nuovo” mondo cominciato in Gesù Cristo, non viene solo dopo la storia, ma ha origine come mondo storico nella storia, perché il Regno presente in ciascuno permette di agire con cristiana responsabilità.
È vero quanto scrive Paul Claudel nelle sue Conversazioni: “Quando l’uomo tenta di immaginare il paradiso in terra, il risultato immediato è un molto rispettabile inferno”.
È vero che la libertà dell’uomo deve fare sempre i conti con la tragica consapevolezza della precarietà, della fallibilità dell’uomo e delle sue costruzioni, ma con Dio l’uomo può fare cose grandi! Non dimentichiamo che l’uomo è creato “ad immagine e somiglianza di Dio”. Il modello dei cristiani è Cristo, l’immagine del Padre. La storia della Chiesa mostra la ricchezza dell’imitazione di Cristo nel tentativo audace realizzato nella vita dei Santi.
L’utopia scientista mira alla realizzazione dell’ “uomo tecnico”, dell’uomo del possesso, della gratificazione, dell’artificio e del rumore, attraverso un progetto che conduce all’apostasia e come ultimo prodotto genera l’anticristo. La speranza cristiana, rivolta alla Parusia, alla seconda venuta di Cristo, costruisce l’ “uomo della gratitudine” e della benedizione, della gratuità, del distacco, dell’amore e del canto.
Oggi sono in molti a lamentare la povertà di valori del nostro mondo, ma in pochi si rendono conto che il valore maggiormente svalutato è il “sogno”. Sogno, desiderio, tensione in avanti, serena inquietudine, utopia. Quest’ultima è veramente l’isola che non c’è. L’ha teorizzata un cristiano grande e coerente, Thomas More. Oggi chi coltiva l’utopia passa per un imbecille o per lo meno per un inconcludente, e invece le realtà più solide esistenti al mondo sono tutte figlie dell’utopia.
Secondo il pensiero del noto teologo Bruno Forte, la parabola delle ideologie cede oggi il posto al disincanto della post-modernità. La notte delle ideologie svela il volto tetro della violenza moderna. È tempo di naufragio e di caduta. La crisi del senso diventa la caratteristica peculiare dell’inquietudine post-moderna. In questo tempo di povertà siamo giunti alla “notte del mondo” (Martin Heidegger). La causa non risiede nella mancanza di Dio, ma nel fatto che gli uomini non soffrono più di questa mancanza, la malattia mortale è l’indifferenza, la perdita del gusto a cercare le ragioni ultime per cui valga la pena di vivere e morire, la mancanza di speranza e di “passione per la verità”. È il trionfo della maschera a scapito della verità, è il nichilismo della rinuncia ad amare nel mentre gli uomini sfuggono al dolore dell’evidenza del nulla, fabbricandosi paraventi dietro cui celare la tragicità del vuoto. Questo compiersi della parabola della modernità, che dall’ebbrezza delle passioni ideologiche giunge alla caduta di ogni valore, è l’orizzonte del nostro attuale agire e pensare da cristiani, tra rivoli di “culture deboli”, tra una “folla di solitudini”, nella mancanza di “orizzonti comuni” e nella grande “penuria di speranze”. Ognuno è piegato sul corto respiro del suo interesse particolare e, dove muoiono le speranze vere, irrimediabilmente trionfa il calcolo di bassa lega, il conveniente, l’ottica ottusa e velleitaria. Senza speranze e senza sogni s’impone la pallida avanguardia dell’avvento dell’idolo e del relativismo totale.
Ma, nel nichilismo post-moderno, si riaccendono luci di speranza. Nonostante tutto c’è una “nostalgia di perfetta e consumata giustizia” (Max Horkheimer). Non si tratta di un esercizio di semplice nostalgia, ma di uno sforzo per ritrovare il senso al di là del naufragio, di riconoscere un orizzonte ultimo su cui misurare il cammino di ciò che è penultimo. Si profila la riscoperta della centralità e dignità della persona umana, che diventa felice quando ha qualcuno da amare e da rendere felice. Si risveglia in molti la “nostalgia del Totalmente Altro” (Max Horkheimer), un bisogno del religioso, di fondazione, di senso, dell’ “ultimo orizzonte” di leopardiana memoria, di un’ultima patria. Si riscopre l’urgenza di misurarsi con le esigenze dell’Assoluto, anche quando Dio rimane nel Suo silenzio conturbante. Si profila il desiderio di ritrovare la passione per la verità, l’amore per ciò cui valga la pena di vivere oltre ogni calcolo. L’imporsi della “bioetica”, appare un segno rilevante di questo lento processo.
Lo aveva già intuito 50 anni fa il Concilio Vaticano II, quando afferma che “legittimamente si può pensare che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che saranno capaci di trasmettere alle generazioni future ragioni di vita e di speranza” (Gaudium et Spes, 31).
Il mondo uscito dal naufragio dei totalitarismi ideologici ha bisogno di questa carità: irradiare Cristo Salvatore, testimoniando a tutti la speranza, nonostante ogni avversità e perfino contro ogni evidenza.
Scrive il Servo di Dio Monsignor Tonino Bello in Le mie notti insonni: “L’icona più bella è quella dell’utopia perché è l’icona della speranza. Di qui nasce tutta la forza che sostiene la nostra fatica di viandanti. Di qui si muove anche tutta la vergogna che ci deve fare arrossire ogni volta che l’ambiguità del nostro martirio ci fa tentennare di fronte alle onnipotenze del mondo. Di qui trae origine un coraggio che si rinnova, nonostante la povertà delle realizzazioni, l’incompiutezza dei nostri segni, e l’amarezza di dover constatare che, in fatto di pace, il già impallidisce sempre dinanzi al non ancora. Ma non dobbiamo aver paura. Un giorno godremo nella loro interezza di tutte quelle realtà che qui sulla terra siamo chiamati a far spuntare allo stato germinale e che ci sforziamo di far maturare nei segni: la pace, la fraternità, la giustizia, la libertà. È dalla Gerusalemme del cielo, nella quale entreremo l’ottavo giorno, che si deve scatenare l’empito entusiasta per ciò che agli occhi umani sembra incredibile, assurdo, irraggiungibile: la non-violenza, il disarmo, l’unilateralità del disarmo, il perdono, la rinuncia evangelica, la povertà, la gratitudine, la tenerezza… Ci accorgeremo finalmente che la pace non è un’aspirazione, ma è una persona: Gesù Cristo, l’Emmanuele, il Dio-con-noi: Egli spezzerà l’arco della guerra e annuncerà la pace alle genti. Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace, finché non si spenga la luna. E dominerà da mare a mare, dal fiume fino ai confini della terra (Sal 71). La presenza di Maria, gloria di Gerusalemme, il cui grembo materno curvo come una vela è segno del già sospinto verso il non ancora, vuole essere anche l’icona del nostro pianeta gravido di speranza e proteso verso cieli nuovi e terra nuova”.
Recentemente il Cardinale Gianfranco Ravasi, partecipando come relatore al “Premio Aldo Moro”, ha riassunto l’insegnamento del grande statista in tre parole: dialogo, etica, utopia. A proposito di quest’ultima ha affermato: “L’Utopia è necessaria. Significa istillare il desiderio di navigare in un mare aperto, immenso oceano, sotto un cielo immenso, in una piccola barca che si governa docilmente. È l’Utopia senza la quale è inutile avere la barca per navigare. Senza questo desiderio siamo prigionieri in una isola senza orizzonte, in un piccolo spazio di mare dove squali sconosciuti, esseri famelici, senza Dio e senza Patria, che ci assaltano, ci depredano, ci uccidono, ci asserragliano nella crisi che ci impoverisce, ci affama e ci umilia”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.14/ del 20/7/2012)


La porta delle fede è sempre aperta

Il profeta della non violenza, Mahatma Gandhi, ha scritto: “Una vita senza fede è come una barca senza timone”. Benedetto XVI “il sapientissimo”, dopo l’enciclica programmatica del suo pontificato Deus Caritas Est del 25 dicembre 2005, dopo la lettera enciclica Spe Salvi del 30 novembre 2007, lo scorso 11 ottobre 2011, nel settimo anno di pontificato, ha pubblicato la lettera apostolica in forma di motuproprio Porta fidei, con la quale indice l’Anno della fede. La lettera suddivisa in 15 numeri è breve, intensa e limpida nel suo linguaggio carico di emozione e di patos. L’anno speciale avrà inizio l’11 ottobre 2012, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e nel ventesimo della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato dal Beato Giovanni Paolo II allo scopo di illustrare la bellezza e la forza della fede, autentico frutto del Concilio Vaticano II, prezioso strumento al servizio della catechesi, e terminerà il 24 novembre 2013 nella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo. Dal 7 al 28 ottobre 2012 si celebrerà in Roma il sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana.
Una nota della Congregazione per la Dottrina della Fede del 6 gennaio 2012 ha offerto le indicazioni pastorali per l’anno della fede. È una novità per la Chiesa? In verità 47 anni fa, tra il 1967 e il 1968 Papa Paolo VI, fece qualcosa di simile. Dedicò un anno di celebrazioni agli apostoli Pietro e Paolo nella memoria del diciannovesimo centenario del loro martirio. Lo chiamò “Anno della Fede” e lo concluse in piazza San Pietro il 30 giugno 1968 pronunciando una solenne professione di fede: il “Credo del popolo di Dio”. Il testo ricalcò quello formulato dal Concilio di Nicea che si recita durante la Messa ma con importanti complementi e sviluppi. Come nacque in Paolo VI questa iniziativa? Anche la Chiesa visse il suo ’68 con il catechismo olandese che contestava dogmi fondamentali come: peccato originale, Messa come sacrificio, presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, creazione dal nulla, primato di Pietro, Verginità di Maria, Immacolata e Assunzione. Altri teologi contestatori sollevarono dubbi sugli stessi misteri. Paolo VI il 18 gennaio 1967 incontrò il teologo e cardinale svizzero Charles Journet, chiedendo un giudizio sullo stato di salute della Chiesa: “tragico”, rispose Journet. Sia lui che il Papa erano sotto choc per la pubblicazione avvenuta l’anno prima in Olanda, con la benedizione dei vescovi, di un nuovo catechismo “mirato a sostituire all’interno della Chiesa un’ortodossia ad un’altra, un’ortodossia moderna all’ortodossia tradizionale” (così la commissione cardinalizia istituita da Paolo VI per esaminare quel catechismo, di cui Journet fece parte).
Il cardinale Journet e il filosofo francese Jaques Maritain, tra il 1965 ed il 1973 si scambiarono 303 lettere. Nel 1967 Maritain aveva 85 anni e viveva a Tolosa tra i Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld. Aveva appena pubblicato “Le paysan de la Garonne”, un’impietosa critica alla Chiesa postconciliare “inginocchiata al mondo”. Il filosofo scrisse a Journet manifestando il desiderio che il pontefice redigesse una professione di fede completa e dettagliata. Il cardinale fotocopiò la lettera del filosofo e la consegnò al Papa. Il 22 febbraio 1967 Paolo VI indisse l’Anno della Fede. Dal 29 settembre al 29 ottobre di quello stesso anno il sinodo dei vescovi riunito a Roma propose al Papa una dichiarazione sui punti essenziali della fede. Paolo VI chiese al famoso teologo domenicano Ives Congar di preparare un testo, che però non trovò soddisfacente e lo accantonò. La stessa cosa il pontefice chiese al cardinale Journet. Tornato in Svizzera il cardinale riferì a Maritain la richiesta del Papa e il filosofo che si trovava a Parigi, l’11 gennaio 1968 redisse un progetto di professione di fede, il 20 lo inviò a Jounet e questi il giorno dopo lo trasmise a Paolo VI. Il 30 giugno 1968 Paolo VI pronunciò in piazza San Pietro il Credo del popolo di Dio la cui traccia coincide ampiamente con quella scritta dal filosofo Maritain. Viene immediatamente da pensare che Papa Benedetto XVI osservando che: per molti Dio è diventato il “grande sconosciuto”, che la fiamma della fede si è spenta in molte regioni della terra, che avanza un rinnovato “analfabetismo religioso” e che il “credere a modo mio” è incentivato anche da maitre a penser che dall’interno della Chiesa seminano il loro verbo piuttosto che il Verbo Divino, che la stessa Italia sta diventando un Paese “genericamente cristiano”, sia divenuta necessaria una nuova evangelizzazione, con l’impulso del Pontificio Consiglio appositamente da lui costituito.
Penso che il Papa ha indetto un Anno della Fede perché si possa riprendere l’insegnamento del Vaticano II e del Catechismo. I libri di pastorale e quelli di sociologia religiosa infatti, non hanno mai convertito nessuno. Solo la conoscenza di Gesù come persona storica, umana e divina, fonda la nostra fede. La Parola di Gesù Fondatore della Chiesa garantisce che le forze infernali non praevalebunt. Nella Chiesa siamo tutti missionari ed evangelizzatori, ma in missione non si va in ordine sparso, ma tutti insieme al Papa. C’è urgente bisogno di dottrina della fede, fatta di conoscenza, competenza, esperienza e pazienza. C’è bisogno di un rinnovato slancio apostolico. Tutta la dottrina trasmessa dalla Scrittura e dalla Tradizione della Chiesa si trova riassunta nel Catechismo. Lo studio del contenuto della fede è necessario per diventare adulti nella fede, superando la immaturità che spinge molti ad abbandonare la Chiesa subito dopo la Cresima. Secondo la teologia orientale, la svolta antropologica imboccata dalla teologia occidentale è una pista errata. Il tema fondamentale della teologia in ogni tempo deve rimanere l’Incarnazione del Verbo, che è entrato nel mondo “per noi uomini e per la nostra salvezza”. Senza Dio l’uomo non ha alcuna possibilità di sopravvivenza. Anche nella Chiesa è accaduto che, a furia di parlare dell’uomo, non si parla più di Dio. Il credere caratterizza tutta la nostra vita e non può cadere nell’oblio. Dinanzi alla drammatica crisi di fede che tocca molti cristiani, occorre ancora una volta mostrare con entusiasmo il volto di Cristo che chiama alla sequela. Il passo di molti cristiani è divenuto lento e stanco, urge una testimonianza più incisiva. La dittatura del relativismo, dell’indifferenza, dell’agnosticismo e dell’individualismo dei nostri giorni che generano sterilità, paura e angoscia devono trovare nella fede un antidoto potente e risolutivo. Nel motuproprio Porta fidei Benedetto XVI scrive che questa “porta della fede” è sempre aperta. Questo significa che nessuno è escluso da questa proposta che supera la crisi assai complessa che moltiplica gli interrogativi ed eclissa la speranza. Tutti dobbiamo prendere coscienza della nostra responsabilità nei riguardi dell’umanità in questo frangente storico. Non è concepibile che i credenti raggiungano l’eccellenza in ambito scientifico, professionale e lavorativo, e si ritrovino invece con una debole e insufficiente conoscenza dei contenuti della fede. Per dare ragione al mondo della speranza che ci anima dobbiamo conoscere e “studiare” il mistero di Dio che ci avvolge con il suo misericordioso amore. Se ieri c’erano nel mondo molti pagani e pochi cristiani, oggi ci sono nel mondo molti cristiani e pochi credenti. La porta della fede è sempre aperta a tutti. È possibile oltrepassare quella soglia soltanto quando la parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Questo cammino dura tutta la vita. Inizia col battesimo, con il quale possiamo chiamare Dio con il nome di Abbà, e si conclude con il passaggio attraverso la morte alla Vita Eterna che è il frutto della Risurrezione di Gesù. Papa Benedetto dice che, come la Samaritana, dobbiamo recarci al pozzo per ascoltare e attingere alla sua sorgente, ove zampilla l’acqua viva: “Dobbiamo ritrovare il gusto di nutrirci della parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa in modo fedele, e del Pane della vita, offerti a sostegno di quanti sono suoi discepoli” (n.3). Credere in Gesù Cristo rimane l’unica via per giungere alla salvezza.
L’Anno della fede è un invito ad un’autentica e rinnovata conversione al Signore. Sant’Agostino afferma che i credenti “si fortificano credendo”. Quindi solo credendo la fede cresce e si rafforza. Il Papa esorta a confessare la fede nel Signore Risorto nelle cattedrali, nelle chiese di tutto il mondo, nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle comunità religiose ed in quelle parrocchiali e in tutte le realtà ecclesiali “per rendere pubblica professione del Credo”. Poi cita Sant’Agostino che nell’omelia sulla redditio symboli, la consegna del Credo, ricorda che nei primi secoli i cristiani erano tenuti a imparare a memoria il Credo utilizzandolo anche come preghiera quotidiana per non dimenticare l’impegno assunto col Battesimo. Ed ecco le parole del santo d’Ippona: “Il Simbolo del santo mistero, che avete ricevuto tutti insieme e che oggi avete reso uno per uno, sono le parole su cui è costruita con saldezza la fede della madre Chiesa sopra il fondamento stabile che è Cristo Signore. Nessuno infatti può porre un fondamento diverso da quello che è già posto, che è Cristo Gesù. Voi dunque lo avete ricevuto e reso, ma nella mente e nel cuore lo dovete tener sempre presente, lo dovete ripetere nei vostri letti, ripensarlo nelle piazze e non scordarlo durante i pasti: e anche quando dormite col corpo, dovete vegliare in esso col cuore”.
Credere allora non è un fatto privato. La fede, proprio perché dono prezioso della grazia e atto della libertà, esige anche la responsabilità sociale di ciò che si crede. La Chiesa nel giorno di Pentecoste mostra con evidenza questa dimensione pubblica del credere e dell’annunciare senza timore la propria fede ad ogni persona. Il dono della fede infuso in noi dallo Spirito Santo abilita alla missione e fortifica la nostra testimonianza rendendola franca e coraggiosa. Cristo Gesù dà origine alla fede e la porta a compimento. In Lui morto e risorto trovano piena luce gli esempi della fede che caratterizzano questi 2000 anni di cristianesimo: per fede Maria accolse la parola dell’Angelo e credette divenendo Madre di Dio, per fede gli Apostoli lasciarono tutto e seguirono il Maestro, per fede i discepoli formarono la prima comunità assidua nell’ascolto della Parola, nella celebrazione dell’Eucarestia e nella testimonianza dell’amore fraterno, per fede i martiri testimoniarono la verità del Vangelo fino all’effusione del sangue, per fede lungo i secoli, uomini e donne di tutte le età hanno confessato la bellezza di seguire il Signore Gesù in famiglia, nella professione, nella vita pubblica, nell’esercizio dei carismi e dei misteri, per fede viviamo anche noi, riconoscendo il Signore Gesù vivo e presente nella nostra esistenza e nella nostra storia. Allora, nessuno diventi pigro nella fede. Apriamo il cuore e la mente al progetto che Dio ha sopra ciascuno di noi, perché ciascuno di noi è un sogno di Dio. Nessuno deluda il sogno di Dio!

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.13/ del 6/7/2012)


Annuncio e vita

Nei giorni 18-19 e 20 giugno presso l’Auditorium Giovanni Paolo II del Seminario arcivescovile di Benevento si svolge il XXVIII convegno pastorale diocesano dal titolo: “Dalla sfida alla proposta: la parrocchia tra annuncio e vita”. Dopo il saluto dell’arcivescovo Andrea Mugione e l’introduzione del vicario per la pastorale mons. Abramo Martignetti, sarà Luciano Meddi, ordinario di catechesi missionaria presso la Pontificia Università Urbaniana, a tenere la conferenza su “Educare nella comunità cristiana e co-educare come comunità”. Seguiranno poi i laboratori di studio e le relazioni conclusive.
Il tema scelto per il convegno di questo 2012 si pone in continuità con la riflessione avviata alla luce del documento Cei “Educare alla vita buona del Vangelo”. Quest’anno l’attenzione viene puntata sul rapporto tra parrocchia e catechesi con l’obiettivo di far maturare sempre più la consapevolezza che la comunità parrocchiale è il luogo privilegiato del vivere cristiano. Nella prima ora del cristianesimo gli apostoli divennero testimoni del Risorto unicamente perché all’inizio vi fu l’esperienza di un incontro: ai pavidi fuggiaschi del venerdì santo Gesù crocifisso e risorto si mostrò vivente. Quest’incontro fu talmente decisivo per loro, che la loro esistenza ne venne totalmente trasformata: alla paura si sostituì il coraggio, all’abbandono l’invio ed i pavidi fuggitivi divennero testimoni coraggiosi e lo furono fino alla fine, in una vita donata senza riserve a Gesù che avevano tradito nell’ora della prova e delle tenebre. Fra il tramonto del venerdì santo e l’alba di Pasqua avvenne qualcosa di straordinario e importante che diede origine allo sviluppo del cristianesimo nella storia. L’incontro con il Risorto nell’esperienza pasquale cambiò letteralmente la vita degli apostoli. Fu un’esperienza di grazia. Gli apostoli divennero testimoni di quel’incontro con Cristo che segnò per sempre la loro esistenza. Il Maestro infine disse: “Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15).
Dunque non si annuncia se non Colui che si è incontrato, di cui si è fatto e si fa esperienza viva e trasformante nell’ascolto della Parola, nella preghiera e nei sacramenti. Solo così l’annuncio raggiunge e trasforma la vita di chi ricevendolo crede e credendo si apre alla vita nuova offerta in Cristo Gesù, il Signore. Oggi più di ieri i discepoli del Risorto sono chiamati ad essere i testimoni del senso più grande della vita e della storia. Questa missione esige la disponibilità e prontezza ad amare la verità rivelata da Gesù al di sopra di tutto, pronti a pagare il prezzo per essa nella quotidiana fatica del vivere. Occorre ritrovare la forza della passione per la verità in cui si fonda la dimensione missionaria della vita ecclesiale. Essere pronti a pagare il prezzo della verità in ogni comportamento è la fedeltà richiesta per la credibilità del testimone della speranza che non delude. Tutto questo avviene in modo privilegiato nella comunità ecclesiale e soprattutto in quel frammento prezioso di Chiesa che è la parrocchia. La pastorale è sostanzialmente comunicazione. Nella comunità parrocchiale si realizza la comunicazione del Vangelo che è messaggio incarnato e universale di libertà, di verità e di dignità della persona umana.
La fede cristiana ha il compito di annunciare Dio, perché Dio ha voluto rivelare se stesso agli uomini, svelando il suo mistero e coinvolgendo nella luminosa avventura trinitaria ogni uomo. Dio ha comunicato se stesso nel modo più comprensibile agli uomini, facendosi uomo e utilizzando un linguaggio umano. L’uomo che ascolta viene trasformato dalla Parola, risponde al dono di Dio, si incammina nella sequela di Cristo, incontra un Dio personale e grazie a questo incontro-comunicazione diviene infine testimone di quanto ha visto, ascoltato ed esperimentato. Il dialogo diventa la casa dell’ospitalità. La comunicazione diventa vita che si dona. Occorre vivere l’accoglienza gratuita di ogni persona per incentivare la crescita della fede e dell’umanità di ciascuno, per alimentare la speranza nelle prove della vita, per migliorare la qualità delle relazioni interpersonali, per accrescere la solidarietà ai bisogni del prossimo. Tante parole del nostro linguaggio religioso sono oramai logore, inefficaci, perché svuotate del loro senso originario. Occorre recuperare la forza della parola di Dio e della liturgia per rilanciare una comunicazione esistenziale della fede. L’anno della fede indetto da Benedetto XVI, in occasione del 50° anniversario del Concilio Vaticano II e del XX anniversario del Catechismo della Chiesa Cattolica, diventa la spinta più opportuna per colmare il vuoto dottrinale scavato dall’analfabetismo religioso nel cuore dei cristiani.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.12/ del 22/6/2012)


Campane a festa per Montecalvo Irpino

Con un manifesto che riproduce la suggestiva immagine del celeberrimo quadro di Jean-Francois Millet dal titolo “l’Angelus” conservato al Musée d’Orsy di Parigi, il rettore del Santuario di Mamma Bella dell’Abbondanza e San Pompilio, don Teodoro Rapuano annunzia alla Comunità di Montecalvo l’inaugurazione del monumentale concerto di campane.
Sabato 9 giugno alle ore 19.30, vigilia della Solennità del Corpus Domini, sarà benedetto e inaugurato il solenne concerto campanario realizzato sulla facciata della chiesa di San Pompilio in Montecalvo Irpino. Il complesso campanario è costituito da sette campane, realizzate dalla millenaria Pontificia Fonderia Marinelli di Agnone, donate al Santuario con offerta spontanea da tantissimi montecalvesi. Con questa iniziativa si concludono idealmente sia le celebrazioni del Terzo Centenario della nascita di San Pompilio Maria Pirrotti (1710-2010), sia la celebrazione del decimo anniversario del ritrovamento della statua della Madonna dell’Abbondanza.
Il rito della benedizione delle campane, presieduto dall’Arcivescovo Mons. Oscar Rizzato, Elemosiniere Apostolico emerito, risale all’antichità per l’uso di ricorrere a segni o a suoni particolari nel convocare il popolo cristiano alle celebrazioni liturgiche comunitarie, per informarlo sugli avvenimenti più importanti della comunità locale, per richiamare nel corso della giornata a momenti di preghiera, specialmente al triplice saluto alla Vergine Maria. Infatti il soggetto pittorico scelto come sfondo al manifesto è composto da una coppia di contadini che interrompono il lavoro al suono delle campane che annunciano l’Angelus, in atteggiamento orante. Entrambi sono concentrati nell’orazione, imponendosi con la figura sulla superficie pittorica con fragile dolcezza. La voce delle campane esprime in ogni occasione i sentimenti del popolo di Dio quando esulta e quando piange, quando rende grazie o eleva suppliche e quando, riunendosi nello stesso luogo, manifesta il mistero della sua unità in Cristo Signore.
La fusione delle sette campane è avvenuta nella fonderia Marinelli il 23 luglio 2011, alla presenza del parroco don Rapuano, di una rappresentanza di parrocchiani e delle maestranze dell’antica fonderia. Il parroco, presiedendo la suggestiva liturgia di benedizione e pronunziando ad alta voce l’invocazione Santa Maria, ha dato avvio alla colata del bronzo, che ha raggiunto le forme delle campane imprigionate nella terra.
Le decorazioni e le scritte rendono uniche le campane che possono essere considerate vere e proprie opere d’arte. Sulla prima campana di 220 kg. recante il logo del Giubileo Pompiliano, c’è la seguente iscrizione: 1710 –2010 TERZO CENTENARIO DELLA NASCITA DI SAN POMPILIO MARIA PIRROTTI dono del popolo montecalvese. La seconda campana di 170 kg. è dedicata alla Madonna dell’Abbondanza con la scritta: 2001 – 2011 DECENNALE DEL RITROVAMENTO DELLA STATUA DI MAMMA BELLA DELL’ABBONDANZA dono del popolo montecalvese. La terza campana di 115 kg. è dedicata a San Pompilio: A.D. 2011 SAN POMPILIO CONCITTADINO E SPECIALE PATRONO DI QUESTA COMUNITA’ MONTECALVESE STENDA SU TUTTI LA SUA PROTEZIONE il parroco Sac. Teodoro Rapuano e il popolo festante. Con la terza campana di 95 kg. si è voluto ricordare nel tempo la storica udienza concessa da Papa Benedetto XVI ai montecalvesi il 9 marzo 2011 per il rito dell’incoronazione della Madonna dell’Abbondanza: Città del Vaticano 9 marzo 2011 ALL’ AUGUSTO PONTEFICE PAPA BENEDETTO XVI CHE CHINO DINANZI AL SIMULATRO DI MAMMA BELLA DELL’ABBONDANZA INVITA I MONTECALVESI A “RENDERE OVUNQUE UNA GENEROSA TESTIMONIANZA CRISTIANA” dono del popolo montecalvese. La quinta campana di 70 kg. è dedicata alla Sacra Famiglia con la seguente iscrizione: A.D. 2011 ALLA SACRA FAMIGLIA GESU’ GIUSEPPE E MARIA MODELLO PER TUTTE LE FAMIGLIE CRISTIANE dono delle famiglie montecalvesi. Non poteva mancare la campana in ricordo dei defunti, vista la particolare attenzione che San Pompilio aveva per le anime del purgatorio; sulla campana di 60 kg. è scritto: A.D 2011 AI DEFUNTI FRATELLI E SORELLE IN ATTESA DELLA RISURREZIONE FINALE dono del popolo montecalvese. Infine la campana di 50 kg. dedicata a tutti i montecalvesi: A.D. 2011 AI MONTECALVESI DI IERI DI OGGI E DI DOMANI CHE MEMORI DI GRANDI ONORI SONO CHIAMATI A CRESCERE NELLA SANTITA’ IL PARROCO BENEDICENTE SAC. TEODORO RAPUANO.
Le sette campane oltre ad allietare i momenti liturgici aiuteranno i montecalvesi e ricordare il tempo che passa attraverso lo scandire delle ore della giornata secondo l’adagio latino: Tempus fugit aeternitas manet (Il tempo fugge, l’eternità rimane). Un monito che diventa preziosa esortazione: Ruit hora, particula ne te praetereat (scorre l’ora, non lasciarti sfuggire neppure un minuto). La vita dell’uomo sulla terra è un dono meraviglioso di Dio, da accogliere e far fruttificare a beneficio di tutti, con la preghiera e il lavoro: Ora et labora !

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.11/ del 8/6/2012)


Un nuovo libro di Clemente Cassese
I racconti della cantina

Orazio nei suoi Carmina, scrivendo a Taliarco tesse l’elogio del vino e del fuoco per sfuggire all’inverno delle stagioni e della vita. Ecco una traduzione dei suoi versi: “Laggiù si staglia il Soratte, vedi?, con candido manto di neve. Stremati, faticano i rami a reggere il peso. Per il gelo tagliente, fiumi e ruscelli si sono rappresi. Dissolvi il freddo nutrendo la fiamma con larga provvista di ceppi e senza risparmio, attingi, Taliarco, vino di quattr’anni, puro, dall’orcio sabino a duplice ansa. Il resto, rimettilo in mano agli dei: bastò che abbattessero i venti in lotta sul gran ribollire marino, perché d’incanto i cipressi non più s’agitassero, e gli orni vetusti. Che cosa t’attenda in futuro, rinuncia a indagare: qualunque altro giorno t’aggiunga il destino, tu devi segnarlo all’attivo. Sei giovane, non disprezzare gli amori gentili, le danze, fin tanto che il tuo verdeggiare rimane lontano da uggiosa canizie. Il campo sportivo, adesso, e le piazze, e sull’imbrunire, all’ora che s’è concordata, di nuovo uno scambio di dolci sussurri e il riso che, lieto zampillo, tradisce la giovane donna appiattata in un angolo oscuro e, pegno d’amore, il monile, sfilato da un braccio, da un dito che solo per finta rilutta”.
E’ un’ode di motivo conviviale. Le prime due strofe sono ispirate ad un testo di Alceo, ma Orazio elabora in modo originale i versi del poeta greco. L’incipit invita a spingere lo sguardo su un’immagine invernale candida per la neve che imbianca ogni cosa, subito però collegata all’idea della fatica e del dolore in quei pini che a stento ne sorreggono il peso ed ancor più, nell’irrigidimento forzato dei fiumi, dove laborantes e geluque consistant sono due metafore, rispettivamente delle angosce e dei dolori della vita e dell’immobilità della morte. La seconda strofe riprende l’invito, questa volta a preparare un bel fuoco che riscaldi ed a versare vino puro di quattro anni proveniente dalla Sabina. Segue un altro invito a lasciare tutto il resto agli dei e a non pensare al futuro. Continua la sequenza degli esortativi che invitano Talliarco a godere degli amori,  delle danze e dello sport fintanto che è giovane.
L’ode si conclude con il riso della fanciulla nascosta in un angolo, alla quale il poeta sembra voler dire di non far rumore. Le motivazioni profonde dell’ultima fatica letteraria di Clemente Cassese “I racconti della cantina” non si discostano da quelle del grande poeta Orazio. Lo straordinario scrittore sannita Clemente Cassese permette un meraviglioso viaggio tra le vicende che segnarono profondamente anche i primi anni della mia infanzia. Le cantine, l’acquisto di vino in bottiglia, i vini misturati fatti con le “cartelle”, il sospetto di tradimenti, gli adulteri, gli ammiccamenti, il noto lustrascarpe Antonio detto “pulimmo” sul corso Garibaldi, conosciuto negli anni di studio nel Seminario di Piazza Papiniani, la frasca per propagandare i prodotti commerciali, le musiche e i canti capaci di addolcire la vita dura e difficile, le antiche osterie, il florilegio piccante e licenzioso che animava gli incontri intorno ai bicchieri di vino, l’uso della carbonella e l’invasione delle bombole di gas, i vini profumati e gustosi delle notissime vigne sannite, le vecchie banconote, le goliardie di don Giulio e dei suoi amici, il registro degli acquisti a credito, la scaltrezza della gente del sud capace di rimanere incantata solo per poco dinanzi agli occasionali parenti ed amici del nord, la predisposizione della gente umile ma saggia a poetare, le simpatiche millanterie di uomini forti oramai sul viale del tramonto, la difficoltà a pagare il fitto di casa, i mille scherzi tra amici e i generosi boccali per affogare nel vino ogni malinconia, costituiscono un pezzo di storia dolcissima e indimenticabile.
Sono troppo amico di Cassese e lo stimo così tanto che faccio fatica a rimanere imparziale. Le sue non sono semplici facezie che suscitano il salasso della critica ma capolavori artistici che si muovono tra la perizia degli antichi poeti latini e la coinvolgente concretezza delle novelle del Verga. Leggere quanto scrive è come assistere dal vivo le sue felicissime interpretazioni. L’autore, nel mentre muove al sorriso, indulge ad una contagiosa malinconia. Gioia e tristezza costituiscono l’ordito della vita ed anche dei racconti di Clemente Cassese prefatati dalla mano esperta e puntuale di Elio Galasso, che sottolinea la capacità di recupero di personaggi, conversazioni, luoghi e squarci di una città “terra di mezzo” che si muove tra un mondo arcaico, contadino, e la modernità balbettante del secolo scorso. Clemente Cassese racconta con gusto e con amore, talvolta sembra voler cedere al prosaico ma con arte assai raffinata eleva immediatamente il tono senza dimenticare i grandi valori dell’amicizia, dell’amore, della famiglia e della fede che ci rende capaci di gettare in Dio ogni fiducia anche nell’ora della preoccupazione e della prova. Grazie Clemente perché ami la vita e ci esorti a viverla intensamente, perché non è per nulla utile pensare troppo a quel che sarà: il passato è storia, il futuro è mistero, il presente è dono da vivere con grande passione e possibilmente con il tuo stesso sorriso sulle labbra. Intelligenza, garbo, ironia e nobiltà d’animo costituiscono il tuo prezioso patrimonio.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.10/ del 18/5/2012)


Note sul libro di Benigno Roberto Mauriello
La guerra civile spagnola

Nel 1936 scoppiò in Spagna una guerra civile che causò circa cinquecentomila morti, tra cui oltre seimila religiosi. Una storiografia superficiale e conformista ha sempre considerato questo evento come un banco di prova dello scontro tra fascismo e antifascismo, quasi un anticipo della tragedia del 1939, non tenendo conto della peculiarità della storia spagnola e di una lunga tradizione conflittuale tra Cattolicesimo e anticlericalismo, che affonda le radici all’epoca dell’invasione napoleonica.
Il libro di Mauriello, che rivaluta tutta la documentazione comprovante la responsabilità della massoneria iberica nella genesi del conflitto, costituisce un ottimo esempio di revisionismo storico, indicando anche ai più scettici un lavoro originale, con tematiche non sempre affrontate per conformismo o opportunismo.
Il testo mette in luce come sia improprio parlare di fascismo relativamente al complesso di forze che riuniva i seguaci dell’alzamiento. Gli uomini della Falange spagnola, ad esempio, rappresentavano il connubio tra la tradizione iberica, cattolica e nazionalista, con le istanze corporative provenienti da alcune zone dell’Europa, considerandosi pertanto i diretti discendenti degli hidalgo e i custodi della grandezza dell’impero. Il fascismo fu invece un movimento popolare corporativo di derivazione socialista e anticattolico almeno nella fase iniziale.
Nel primo capitolo l’autore traccia la storia del paese iberico dalla diffusione della cultura illuministica (metà del XVIII secolo) fino all’avvento della seconda repubblica, nel 1931, illustrando la contrapposizione tra le elite settarie giacobine e la tradizione nazionale cattolica, molto radicata nel popolo, e la scelta finale di usare la forza per sradicare la religione con una terapia d’urto, come nel 1789 in Francia. Già nel maggio del 1931, infatti, alla proclamazione della repubblica, iniziarono i roghi delle chiese e le prime uccisioni di religiosi. Giovanni Paolo II ha santificato tanti preti e suore martirizzati dal furore giacobino.
Il secondo capitolo continua con la descrizione dello scoppio del conflitto; l’assassinio del leader di uno dei capi dell’opposizione, il monarchico Calvo Sotelo, prelevato nella sua abitazione dalla polizia repubblicana e vigliaccamente assassinato, fornì la spinta al tentativo di colpo di stato da parte di Franco e altri quattro generali. Il fallimento del golpe e la scelta del governo di armare gli attivisti dei partiti dell’estrema sinistra portarono ad una rapida estensione dei combattimenti.
L’intervento straniero, iniziato in sordina dal governo di sinistra francese presieduto dal massone Leon Blum, che spedì materiale bellico alla repubblica, è descritto nel terzo capitolo. Successivamente intervennero, e in modo sempre più massiccio, italiani e sovietici, i primi a fianco dei nazionalisti e i secondi a favore del governo. Ridimensionato nella sua importanza risulta l’intervento tedesco; i nazisti, infatti, usarono il territorio iberico solo come poligono di prova per testare i loro armamenti, senza offrire una fattiva collaborazione ai nazionalisti. La qualità e la quantità dell’intervento italiano, soprattutto della Regia Aeronautica, misero le truppe di Franco in condizione di sconfiggere l’avversario. L’opinione pubblica italiana era molto turbata dalle notizie che giungevano dal vicino paese latino, soprattutto le stragi dei religiosi.
Il quarto e ultimo capitolo descrive le operazioni militari e i tipi di armi e ordinamenti militari messi in campo dai belligeranti, nonché la mobilitazione delle risorse. Anche qui i nazionalisti mostrarono una maggiore efficienza, mentre il governo repubblicano, una volta dilapidate le riserve auree dello stato, rimase privo di viveri ed equipaggiamento, incapace di organizzare un'economia di guerra tale da stimolare la produzione nelle zone da esso controllate
La guerra terminò il 1 aprile del 1939, dopo tanti massacri e distruzioni.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.9/ del 4/5/2012)


Le nuove virtù e l'emergenza educativa

Giunti al termine del nostro viaggio nella duplice costellazione delle 4 virtù cardinali e delle 3 virtù teologali, sembra opportuno proporre una serie di variazioni libere sul tema della virtù.
Un fatto è certo: le virtù non addormentano l’anima, ma la mettono in permanente esercizio, conferendole vivacità e vitalità. L’abbandono delle virtù abbrutisce la persona rendendola pesante e ottusa. Lo spiega incisivamente San Bernardino da Siena in una delle sue prediche tenute a Firenze nella Quaresima del 1425: “Se non ti eserciti in qualche virtù spirituale e morale, diventi come un porco in stia, che pappa, beve e dorme. Non attendi ad altro che mangiare e bere e lussuriare…  Se si è senza virtù, si è come il salcio del torrente, infruttuoso.
Il torrente è la mente degli uomini viziosi, che di subito corre via, come il torrente, a ogni sensualità di carne o d’occhio o di mente. E rimangono canna vana e senza frutto: infruttuosi d’ogni bene, come il salcio del torrente e diventano un zero senza frutto”. E’ significativo che l’enorme letteratura prodotta dalla riflessione sulla virtù conduca in una vera e propria foresta bibliografica. Delle 4 virtù cardinali parlano già Platone nella sua Repubblica, Aristotele nella sua Etica Nicomachea, Cicerone, Seneca e tanti altri filosofi. Si tratta di virtù umane, naturali, razionali che appartengono all’etica di ogni persona, indipendentemente dalle sue scelte religiose.
La tradizione cristiana a queste 4 virtù, ne aggiunge altre tre chiamate teologali e soprannaturali per il loro diretto rapporto con Dio, dette anche infuse perché Dio le infonde in noi nel Battesimo come un seme da far crescere. Di questa trilogia parla esplicitamente San Paolo nel cap. XIII della Prima lettera ai Corinzi. A questo luminoso settenario si collegano come corollari o derivazioni molte altre virtù che costituiscono lo splendido florilegio della santità: onestà, lealtà, fedeltà, solidarietà, magnanimità, rispetto, gratitudine, equilibrio, semplicità, umiltà, mitezza, pazienza, perseveranza, dominio di sé, sobrietà, povertà, castità, obbedienza, rispetto della natura, tutela dell’ambiente, rispetto della dignità e della privacy personale, tolleranza, accoglienza, dialogo, rispetto dei codici deontologici della comunicazione e della pubblicità, misericordia e verità, modestia, discrezione, pacatezza, sincerità, rispetto degli altri, fervore, pudore, astinenza, amor patrio senza fanatismi, educazione, cortesia, stile…
La costellazione della virtù può allargarsi all’infinito, aggiungendo sempre nuovi astri morali. Un sapiente biblico come il Siracide osserva che “il vestito di un uomo, la bontà sorridente e la sua andatura rivelano quello che è” e che “lo stupido alza la voce mentre ride, ma il saggio sorride appena, stando in pubblico (19,27; 21,20). Un motto molto sapido della tradizione rabbinica osserva che “lo stupido dice quel che sa, mentre il sapiente sa quel che dice”. Ci sono poi deleterie malattie spirituali che possono intaccare gravemente le virtù: tra esse brilla l’ipocrisia, bollata con parole di fuoco anche da Gesù Cristo e l’orgoglio, che inquina le più belle virtù a motivo della nostra fragilità. La pratica virtuosa esige perciò esercizio, fatica e costanza. Bisogna fare con pazienza un passo alla volta, andare sempre avanti nel progresso senza tornare indietro e infine approdare alla libertà di spirito, quando si raggiunge la maturità morale. Un frutto si dice maturo quando è così dolce che si lascia volentieri mangiare. Una persona è matura quando è così dolce e amabile che si lascia mangiare dai bisogni degli altri. Una persona che progredisce nella virtù fino alla maturità può essere definita: una splendida armonia sinfoniale, un’epifania di luce capace di illuminare finanche il grigiore della quotidianità e delle umane miserie.
Per orientare le energie dell’uomo verso il bene e costruire personalità equilibrate ed armoniche è indispensabile una seria azione educativa. Educare, dal latino e-ducere, tirare fuori, significa far emergere dalla materia grezza di un individuo il capolavoro unico e irripetibile di una persona che è in grado di offrire il meglio di sé, fare scelte virtuose e affrontare la vita con responsabilità. Soprattutto oggi c’è un’emergenza educativa primaria e inderogabile. È necessario reintrodurre il concetto di virtù nella mente, nel cuore e nelle scelte della gente, nelle scelte di tutti, politici, magistrati, banchieri, finanzieri, intellettuali, giornalisti, insegnanti, imprenditori, commercianti, lavoratori e studenti, grandi e piccoli, credenti e non: “Una società democratica funziona solo se ha un solido fondamento etico” (F. Alberoni). Chiaramente chi crede ha dinanzi a sé un percorso agevolato, è cero di essere amato da Dio fino a poter dire: io sono un sogno di Dio, non posso allora deludere il mio Dio!

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.8/ del 20/4/2012)


Semi di speranza nel sole di Pasqua

Ogni Venerdì Santo ha uno sbocco nella Pasqua di Risurrezione. Chi soffre con fede assapora la Pasqua non solo alla fine della corsa quando entra nella luce svelata del Risorto nella beatitudine eterna, ma anche nel momento drammatico della carne crocifissa. Ogni sofferenza offerta è feconda e fa risuonare nel cuore le campane della Pasqua. Quando si comprende che anche nei momenti più duri si può essere superlativamente fecondi, si sperimenta la pace. Ce lo fa capire chiaramente San Paolo : “Sovrabbondo di gioia in ogni mia tribolazione” (2 Cor 7,4). Chi vacilla sotto gli ulivi del Getsemani comprende che l’alba della Pasqua è molto vicina. Il dolore che non ha il suo sbocco naturale nella Pasqua, genera angoscia e disperazione.
Tutti i perseguitati, gli ammalati e provati dalle difficoltà trovano il vero senso della vita nella certezza del Sepolcro vuoto. Solo così i dolori del mondo non restano penosa agonia, ma doglie di un parto d’amore. Gesù ci ha salvato quando è stato elevato sulla croce. La carne crocifissa, grazie a Lui viene illuminata dalla resurrezione. Solo con Lui il soffrire profuma di fecondità di vita. Anche il corpo martoriato può avere il corpo trasfigurato. La festa del volto è il sorriso. Il sorriso che fiorisce sul volto del sofferente è il più convincente annuncio pasquale.
A Pasqua auguriamo, ad ogni fratello che incontriamo, che nei suoi occhi lampeggi il sorriso del Risorto e nel suo cuore vibri il Suo Spirito. Germi di speranza pasquale spuntano nel nostro mondo, nonostante i tanti segni della crisi: una nuova umanità avanza con passo umile e deciso verso la Pasqua. Quanti semi di speranza spuntano e crescono nel campo della storia, nella stagione primaverile della Pasqua: cultura della gratuità, laboratori di pace, esercito del volontariato, impegno coraggioso di magistrati e responsabili della vita pubblica che lottano contro la criminalità e la piovra della droga, impegno di cittadini e credenti in favore degli indifesi, progetti e fatiche degli insegnanti per preparare uomini per i tempi nuovi, giovani capaci di camminare in salita, liberi dalle scorciatoie del tutto, subito e a basso costo, in mezzo agli emarginati delle metropoli per tracciare sentieri di accoglienza, servizio e convivialità, liberi  dalle malsane logiche clientelari, scommettendo sulle potenzialità creative del lavoro attraverso le cooperative in mezzo al panorama della disoccupazione galoppante, laici al servizio del terzo mondo...
Sono alcuni dei tanti segni capaci di mostrare che la Pasqua non è una teoria ma un evento che cambia il nostro tenore di vita. Il Risorto ci dona ancora il suo Spirito di vita per costruire con Lui un mondo nuovo. È utopia? Come quella di Abramo, Mosè, Benedetto, Francesco, Giuseppe Moscati, Pio da Pietrelcina e Teresa di Calcutta. L’utopia è il realismo dei coraggiosi, degli innamorati, dei profeti. Pasqua è la possibilità dell’impossibile umano, realizzate dal Signore della storia e dell’eternità. Nell’umile quotidianità spuntano segnali di speranza che edificano la civiltà dell’amore, la città del sole della Pasqua, al tepore del Santo Spirito di Dio che silenziosamente, anche oggi, sta rinnovando la faccia della terra. Auguri cordialissimi a tutti. Buona Pasqua.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.7/ del 6/4/2012)


La virtù più grande: la Carità

Il filosofo Kierkegaard afferma: “Non importa sapere se Dio esiste, importa sapere se Dio è amore”. La Bibbia ce l’assicura: “Dio è amore, chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4,16). Dante dice che in Dio esiste, come rilegato in un unico volume “ciò che per l’universo si squaderna”. Tutti gli amori umani, coniugale, paterno, materno di amicizia, sono pagine di un quaderno o scintille di un incendio, che ha in Dio la sua sorgente e la sua pienezza. La Bibbia è una meravigliosa scuola d’amore. L’amore umano serve da simbolo all’amore di Dio e l’amore di Dio serve da modello all’amore umano. Solo guardando come ama Dio apprendiamo come deve amare una madre, un papà, uno sposo, un amico. Sono stati scritti tanti trattati e poemi sull’Ars amandi ma la Sacra Scrittura è l’unica capace di insegnarci quest’arte, se per amore intendiamo qualcosa di più del solo amore erotico.
San Paolo considera la Carità la suprema virtù teologale: “queste sono le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità, ma di tutte più grande è la carità” (1 Cor 13,13). Alla radice di essa, come delle altre due virtù teologali, c’è la grazia divina che depone in noi un seme d’amore da innaffiare, coltivare e far crescere fino alla fioritura. Infatti la parola carità deriva dal greco cháris che significa grazia. Nel battesimo, oltre alla remissione dei peccati, riceviamo l’infusione della fede, della speranza e della carità: “l’amore di Dio è largamente effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato” (Rm 5,5). Questa è la dimensione “verticale” dell’amore: il nostro amore nasce da un amore che ci precede e ci è donato, è una cascata d’amore che ha in Dio la sua sorgente trascendente. Nel profeta Osea Dio si presenta come uno sposo innamorato, nel Cantico dei Cantici come un fidanzato appassionato, ancora in Osea come un padre che insegna al suo bambino a camminare, lo solleva alla sua guancia e si china per dargli da mangiare, in Isaia come una madre che si commuove per il figlio delle sue viscere e non si dimentica mai di suo figlio, fino a fremere di compassione per lui, in Geremia Dio ha viscere materne che gli impediscono di punire e distruggere chi è infedele.
Un tratto tipico dell’amore divino: “è un Dio geloso”. Negli sposi terreni la gelosia è indice di insicurezza perché una persona più forte e più bella può rubare il cuore della persona amata. Dio invece non teme per se stesso, ma per l’uomo, che a motivo della sua endemica fragilità si abbandona facilmente in braccio agli idoli e ai falsi amori che sono la sua rovina. Gesù porta a compimento la rivelazione del mistero di Dio che è Amore, aggiungendovi l’amore di amicizia: “non vi chiamo più servi ma amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15). Gli antichi dicevano che l’amicizia è come “avere un’anima sola in due corpi”. La parentela consiste nell’avere lo stesso sangue, l’amicizia nell’avere gli stessi gusti, ideali, interessi. Solo all’amico vero si confidano le esperienze più segrete della vita. Dunque, l’amore di Dio è un oceano senza riva e senza fondo, umanamente indescrivibile. Davanti a questo infinito amore occorre fare una cosa semplicissima: credere nell’amore di Dio, accoglierlo e con commozione ripetere: “noi abbiamo creduto all’amore che Dio ha per noi!” (1 Gv 4,16). Il vertice dell’amore di Dio è nel dono di suo figlio Gesù Cristo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Questo amore smisurato, da semplici creature ci ha trasformato in figli adottivi e perciò lo Spirito del Figlio grida in noi: Abbà. Poi viene la dimensione “orizzontale”, antropologica dell’amore: amati, dobbiamo amare, ricevuto il germe della carità, dobbiamo farlo sbocciare portando fiori e frutti. Connessione inscindibile tra i due amori, quello divino e quello umano: se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci. Noi amiamo perché Dio ci ha amati per primo. Se uno dicesse di amare Dio e odiasse il suo fratello, sarebbe un menzognero: “vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato” (Gv 13,34).
L’amore umano nato dalla sorgente trascendente ha una variegata ricchezza di colori: comprende l’eros, che è desiderio e tensione verso l’altro, considerato però ancora come oggetto; comprende la philia, che è amore di amicizia, amore fraterno, accoglienza per lo straniero, solidarietà, comunione fraterna, “carità politica e sociale”; (Gaudium et spes, 88), comprende infine l’agápe, che è donazione libera e gioiosa, oblazione generosa e gratuita. L’eros è determinato dalla bellezza della persona amata, l’agápe ama e crea il valore dell’amato. Tutto questo non elimina l’eros, componente tipica dell’umanità che trasfigura la semplice sessualità istintuale e animale, ma alimenta e rende fragrante l’amore: l’amore integrale riconcilia con l’eros e con la corporeità senza falsi pudori e sbavature pornografiche. Tutto questo ha splendidamente spiegato Papa Bendetto XVI nell’enciclica programmatica Deus caritas est. Lo stesso poemetto biblico del Cantico dei Cantici si apre con l’ebbrezza di un bacio e rappresenta una lezione di armonico connubio tra amore e bellezza, tenerezza e passione. Ha ragione lo scrittore francese Francois Mauriac: “L’amore coniugale, che persiste attraverso mille vicissitudini, mi sembra il più bello dei miracoli, benché sia anche il più comune”. Al tempo di Gesù i rabbini avevano catalogato ben 613 precetti da osservare, estraendoli dalla legge biblica, ma il Maestro di Nazaret disse che il più grande comandamento è l’Amore: a Dio con tutto il cuore, l’anima, la forza e la mente e al prossimo come te stesso. L’amore del prossimo non è vero amore se il prossimo non è amato per amore di Dio. È questa la garanzia che si tratta di vero amore e lo rende anche possibile. È la carità nella sua dimensione verticale e orizzontale, unica via per raggiungere “la vita eterna”, strappandoci così dalla morte. Sant’Ambrogio dichiara: nihil caritate dulcius, nulla è più dolce della carità. Il poeta Mario Luzi: “La virtù quando non giunge fino all’amore è cosa vana”. Questa virtù è il principio, il fine e l’anima di ogni altra virtù, è il vertice della vita spirituale.
Viviamo in una società percossa dalla paura, dalla violenza e dalla solitudine. Madre Teresa afferma: “La malattia peggiore dell’Occidente è l’indifferenza”. L’uomo ha fame e sete d’amore, anche quando è schiacciato dalla desolazione. Il romanziere cattolico francese Cesbron parafrasando il celebre Cogito ergo sum di Cartesio, afferma: Amo ergo sum. Ha ragione. Alla radice di tutto il nostro malessere vi è il tradimento dell’amore. Sempre Madre Teresa dice che “il mondo va in rovina per mancanza d’amore”. Agostino ammonisce: “Riunite pure tutti i beni della terra, se non avete l’amore non vi servono a nulla”. Se è necessario lasciarsi contagiare dal virus dell’amore, la premessa per raggiungere questo traguardo è accogliere la più bella notizia che costituisce il cuore e l’anima del cristianesimo: noi siamo amati da Dio, perché Dio è Amore. Per questo il teologo Bruno Forte afferma che: “Il Padre è l’eterno Amante da cui procede ogni dono d’amore, il Figlio è l’eterno Amato, che tutto riceve e tutto dona e lo Spirito Santo è l’Amore, ricevuto e donato, vincolo dell’amore eterno ed estasi dell’eterno dono”. Questo amore eterno e trinitario non rimane chiuso in se stesso, ma si espande all’esterno e si riversa senza limiti su ogni uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio e su tutto il creato. Questa è la bella notizia che tutti ci riguarda e ci riempie di gioia. Nell’Inno all’Amore San Paolo afferma che potremmo avere tutte le virtù, ma senza l’agápe, la caritas, è come se non avessimo nulla, perché le altre virtù finirebbero per eclissarsi e spegnersi. Avere l’amore significa invece avere tutto, anche la salvezza nel giudizio finale: “Venite, benedetti dal Padre mio… avevo fame e mi avete dato da mangiare…” (Mt 25,31-46). Anche la gioia scaturisce da un cuore che ama e si dona: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35). Vi è un solo ideale per cui valga la pena di vivere ed è la carità. Perché tutto il resto è vanità, passione, lotta, ambizione ed egoismo. È sempre vero che gutta cavat lapidem, se nessuno facesse mancare la sua goccia d’amore, anche il deserto fiorirebbe.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.6/ del 23/3/2012)


Bisogno di speranza

Charles Peguy nel poema Il portico del mistero della seconda virtù afferma che la speranza appare come la sorella più piccola della tre virtù teologali, quella che sta in mezzo, la sorella bambina che tiene per mano e trascina le sorelle più grandi con la sua forza e la sua tensione: “E’ sperare la cosa difficile e la cosa facile è disperare ed è la grande tentazione”. Sempre Peguy mette sulla bocca di Dio queste bellissime parole: “La fede che mi piace di più è la speranza. Sperare è dolce, più dolce che sapere. La certezza ti appaga, la fede ti illumina, ma la speranza ti incanta”.
Anche Cicerone asserisce: dum anima est, spes est, “finché c’è vita c’è speranza”. Il pensatore tedesco Ernst Bloch, osservando che spesso c’è chi è vivo e sano eppure dispera, suggerisce di intrecciare così le prime due virtù teologali: “finché c’è fede, c’è speranza”. E’ vero! Solo la carica della fede fa sopportare i mali presenti e vivere nell’attesa della liberazione. L’uomo è un animal sperans un vivente che ha la capacità di sperare. Il bisogno di sperare è connaturale all’uomo. Tutti nutriamo delle speranze. Quali speranze? Ricchezza, benessere, vincita al totocalcio, salute, lavoro, una casa bella, una macchina più potente, delle belle vacanze esotiche, un futuro migliore, perché la situazione presente non basta a nessuno. Molti puntano su portafogli, casseforti e libretti bancari. La speranza nel Dio Trino è scivolata per molti nel dio quattrino! Tutte conquiste che comunicano briciole di felicità, insieme a tanta delusione e a quella frustrazione che è nemica mortale della speranza. Per Dante la speranza è: “Uno attender certo de la gloria futura” (Paradiso, XXV). Emblematica l’antitesi tra due visioni entrambe significative per la nostra civiltà da un lato Ulisse e dall’altro lato  Abramo: per Ulisse la meta ultima del suo viaggio è il ritorno ad Itaca, per Abramo la meta ultima è un futuro ignoto, scandito dal rischio e sostenuto solo dalla promessa di Dio. In questa stagione di smarrimento assistiamo pieni di paura all’eclissi della speranza.
Chi ci ha rubato la speranza? Guerre, terrorismo, fondamentalismi, conflitti etnici, atteggiamenti razzisti rinascenti, le mille sofferenze di ogni giorno, le tante solitudini che sconfinano nella disperazione senza il soccorso di una mano amica, le tante ingiustizie subite. La lezione della parabola evangelica è netta a riguardo: la storia è come un campo dove grano ed erbacce crescono insieme, bene e male si fronteggiano e il male sembra più vigoroso del bene, mentre emergono i peggiori tra gli uomini. La tentazione di reagire con rabbia è forte: armiamoci e sradichiamo la zizzania! Violenza, impazienza e sbrigatività non si accordano con la fermezza pacata e fiduciosa della speranza. L’irruzione veemente e irosa non fa sorgere un’aurora serena, ma allarga solo le ferite e accumula le tenebre. La parabola evangelica non spinge però alla rassegnazione, ma verso l’approdo ultimo della speranza teologale, quello escatologico. Un approdo teso verso un oltre trascendente. Si comprende così che nella storia l’unico attore non è solo l’uomo, ma c’è anche Dio, che vuole condurre tutti e tutto verso una meta conclusiva, raffigurata dalla mietitura e dalla vendemmia. San Paolo afferma che anche la creazione “attende con impazienza e nutre la speranza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloria della libertà di Dio” (1 Cor 15).
Nella mia ultima visita alla città di Perugia, su un muro dell’università che delimita un prato pieno di splendide margherite in primavera, ho letto questa frase: “Potete recidere i fiori, ma non potete fermare la primavera”. Una verità straordinaria, anzi stupenda. Quando finisce la neve spuntano i fiori. La speranza vede la spiga quando il seme marcisce. Dopo un anno fatto di 365 delusioni occorre ancora sperare. Il poeta Mario Luzi scrive: “Il bulbo della speranza,/ora occulto sotto il suolo/ingombro di macerie/non muoia,/in attesa di fiorire alla prima primavera”. Nonostante i motivi di sconforto e di frustrazione per le tante fatiche, tribolazioni, falsità e violenze che ci affliggono, non dobbiamo rimanere prigionieri di un pessimismo soffocante, ma continuare a sperare sapendo che alla notte subentra sempre l’alba. Sono bellissimi, in proposito, i versi di Rostand: “E’ di notte che è bello credere nella luce. Dobbiamo forzare l’aurora a nascere, credendoci”. Abbiamo tante speranze nel cuore: amore, amicizia, successo, progresso, conquiste… ma abbiamo bisogno di una speranza che vada oltre l’effimero. Abbiamo bisogno di qualcosa d’infinito, abbiamo bisogno di Dio. La nostra grande speranza ha un volto e un nome: Gesù Cristo. Quando la nostra vita è abitata dal dolore, quando il nostro cuore è arato dalla croce, Gesù viene accanto a noi, ci conforta, ci libera e ci salva. La culla della nostra speranza è la tomba vuota. Il giorno natalizio della speranza cristiana è la Pasqua. Il nome della speranza umana è il Crocifisso Risorto! Non si può rinunciare alla speranza. Solo coloro che hanno avuto il coraggio di sognare sono riusciti a cambiare il mondo. Chi non spera più è già morto. In un mondo cupo e sfiduciato “rendiamo ragione della speranza che è in noi” (Pt 3,15). Facciamo sorgere la stella della speranza. La Vergine Maria, Mater spei, Madre della speranza, e spes nostra, nostra speranza, ci aiuti a svegliare l’aurora.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.5/ del 9/3/2012)


Sessione di apertura del Processo di Beatificazione e Canonizzazione di Papa Benedetto XIII Orsini

Venerdì 24 febbraio 2012 alle ore 12.00 nel Palazzo del Vicariato in Roma il Cardinale Agostino Vallini presiederà la cerimonia di apertura del processo di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Papa Benedetto XIII, Fra Vincenzo Maria Orsini dell’Ordine dei Predicatori. Le Diocesi di Benevento, Manfredonia-Vieste, Cesena-Sarsina, Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, la Curia Generalizia dell’Ordine dei Frati Predicatori e gli Orsini Duchi di Gravina, annunciano con gioia l’evento a lungo sospirato.
Sabato 25 febbraio alle ore 10.00  presso la Pontificia Università “Angelicum” di Roma si svolgerà il convegno di studi sul tema: “Benedetto XIII Orsini tra San Domenico e San Filippo Neri, fonti-storia-spiritualità”. Presiederà Sua Eminenza il Cardinale Walter Brandmuller e dopo il saluto di Monsignor Saverio Paternoster, presidente del Centro Studi “Benedetto XIII” di Gravina, interverranno il prof. Mario Girardi, docente di letteratura cristiana antica presso l’Università degli Studi di Bari, il prof. Fra Carlo Longo, docente presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino in Urbe e Padre Edoardo Cerrato, procuratore generale della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri.
Il 24 febbraio alle ore 6.30 da Piazza Orsini in Benevento partirà un autobus per quanti vorranno partecipare alla due giorni dell’evento con pranzo e pernottamento in albergo, visita ai luoghi di Papa Orsini in Roma e all’Abbazia di Montecassino. Il costo per autobus, albergo e pasti è di euro 165. Gli interessati possono rivolgersi a don Gerardo De Corso tel. 0825.962265 oppure cell. 368.3218597.
Il profilo di santità pastorale dell’Orsini è di altissimo livello. Molti lo definiscono “il San Carlo Borromeo del Meridione d’Italia”. Di nobile famiglia, Pierfrancesco Orsini, poi Papa Benedetto XIII, nacque a Gravina in Puglia il 2 febbraio 1650 e morì a Roma il 21 febbraio 1730. Durante un viaggio d’istruzione a Venezia nel 1668, decise di entrare nell’Ordine dei Domenicani vestendone l’abito e assumendo il nome di Vincenzo Maria. La madre e lo zio Cardinale Virginio Orsini si opposero inutilmente alla decisione del giovane diciottenne. Nel 1669 il giovane frate, non bello di aspetto e dal corpo minuto e fragile, di mente eccelsa e di carattere affabilissimo, rinunciò a tutti i diritti di primogenitura in favore del fratello Domenico e professò i voti nel convento di Santa Sabina a Roma. Raggiunse poi lo studio domenicano di Bologna per istruirsi adeguatamente in Teologia. Il 24 marzo 1671 fu ordinato sacerdote nel Quirinale dal Cardinale Paluzzo Altieri. Ottenne una cattedra di filosofia nel convento domenicano di Brescia. L’anno seguente, il 22 febbraio, Clemente X lo creò Cardinale col titolo di San Sisto.
Non desiderò la carriera umana, ma finì con l’obbedire alla volontà del generale del suo Ordine, lo spagnolo padre Juan Tomàs de Rocaberti. Divenne Protettore della Congregazione dei Canonici Regolari del Santissimo Salvatore, Abate commendatario di Santa Sofia di Benevento, Prefetto della Sacra Congregazione del Concilio, Vescovo di Siponto, oggi Manfredonia, il 28 gennaio 1675, Vescovo di Cesena il 22 gennaio 1680 ed infine Arcivescovo di Benevento il 18 marzo 1686. Orsini amò profondamente questa importante metropoli ecclesiastica e vi rimase per 38 anni, realizzandovi una missione spirituale e civile che lo fece riconoscere “alter conditor Urbis”.
Formazione del clero, visite pastorali, istituzioni cittadine per alleviare la dilagante miseria attraverso il Monte frumentario per gli agricoltori poveri, il Monte dei Pegni, il Monte per l’arte della lana a favore di mercanti ed operai, ricostruzione della città dopo il disastroso terremoto del 1688, ricostruzione di chiese ed ospedali a sue spese, l’acquedotto di cui la popolazione era priva, la gelosa custodia di archivi e biblioteche, i 37 sinodi, la difesa del prestigio della chiesa e dei suoi diritti, la difesa degli oppressi… sono soltanto alcuni elementi che descrivono la intensa e variegata attività di servizio e di amore di un pastore santo di cui il Sannio è fiero.
Il 7 marzo 1724 morì Innocenzo XIII ed al termine di un burrascoso Conclave, il 29 maggio 1724 fu eletto Papa col nome di Benedetto XIII. Anche da Papa conservò abitudini umili e povere ed il suo tenore di vita fu essenzialmente pastorale. Si adoperò molto per la riforma del clero, proibendo fra l’altro l’uso di barbe e parrucche, abolì il gioco del lotto, proclamò molti beati e santi, nel 1725 celebrò il Giubileo e nel 1727 creò l’Università di Camerino. Anche da Papa fu 2 volte a Benevento, nel 1727 quando consacrò la chiesa di San Filippo Neri e nel 1729 quando l’8 maggio portò a spalla fra un’immensa folla commossa l’urna contenente le reliquie dell’Apostolo Patrono San Bartolomeo. Morì 9 mesi dopo a Roma, la sua tomba si trova nella Cappella di San Domenico in Santa Maria sopra Minerva.
A Benevento il suo ricordo è vivissimo. Nel 1778 il Cardinale Francesco Maria Banditi, Arcivescovo di Benevento, gli eresse una statua al centro di una piazza che ancora oggi porta il suo nome. Non vi è santuario, chiesa o cappella che non ricordi la sua presenza per la dedicazione dell’altare o per una delle tante visite pastorali. Durante il glorioso tempo dell’Orsini, l’Arcidiocesi di Benevento contava 91.456 abitanti distribuiti in 143 parrocchie e 178 comunità locali; sul territorio si contavano 8 collegiate, 44 conventi, 3 monasteri, 344 confraternite, 104 Monti frumentari, 41 eremitaggi, 483 chiese, 1405 ecclesiastici tra sacerdoti secolari e religiosi e 87 monaci. Sul piano civile c’erano 130 notai, 123 avvocati, 88 maestri, 69 medici, 57 chirurghi, 99 levatrici e 24 addetti alle arti figurative. Una ricchezza umana e patrimoniale assai consistente che si era sviluppata proprio per il febbrile intervento dell’Arcivescovo Orsini nel corso del suo mandato. Fu un grande Arcivescovo e anche da Papa non lasciò mai questa chiesa tanto che l’Orsini continuò a definirsi “della Chiesa di Benevento indegno Arcivescovo”. L’amore verso la Chiesa in ogni campo e sotto ogni aspetto disegnano il profilo spirituale dell’Orsini. Persino sul letto di morte, dopo 3 giorni di febbre altissima che lo stava stroncando, si preoccupò di sottolineare la responsabilità del proprio ruolo bisbigliando agli assistenti: “Un Papa deve morire col piviale addosso”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.4/ del 24/2/2012)



Quando la Ragione si apre al Mistero

Il Catechismo della Chiesa Cattolica al n.1813 recita: “Le virtù teologali fondano, animano e caratterizzano l’agire morale del cristiano. Esse informano e vivificano tutte le virtù morali. Sono infuse da Dio nell’anima dei fedeli per renderli capaci di agire quali sui figli e meritare la vita eterna. Sono il pegno della presenza e dell’azione dello Spirito Santo nelle facoltà dell’essere umano. Tre sono le virtù teologali: la fede, la speranza e la carità”. Dante nel XXIV Canto del Paradiso scrive: “Fede è sustanzia di cose sperate, ed argomento de le non parventi: e questa pare a me sua quidditate”.
Compiamo ora un rapido viaggio nel grande mare della fede. Kierkegaard afferma che “La fede è la più alta passione di ogni uomo”. Essa corre tra due estremi dello spettro cromatico : dal violetto freddo della superficialità al rosso acceso del fanatismo, fino al relativismo o al sincretismo. Di questo argomento raramente si parla in pubblico, quasi fosse imbarazzante, ma non lo si può zittire nell’ora del silenzio, nel tempo del dolore e nel giorno della festa.
Lo scrittore inglese Chesterton fa notare che non è vero che l’uomo d’oggi, abbandonata la fede e non crede più a nulla, al contrario crede a tutto: maghi, falsi maestri, indovini e ciarlatani, pronti a unire messaggio e massaggio, yoga e yogurt, ascesi e dieta, spiritualità e magia. Gesù dice: “Se avrete fede quanto un granellino di senapa sposterete le montagne e nulla vi sarà impossibile” (Mt 17,20). Molti dichiarano di non credere, altri affermano di essere in crisi di fede. Viviamo in un mondo senza più certezze, insicuro, senza solidità, “allo stato liquido”(Z. Bauman). La fede è un dono di Dio, è grazia che irrompe nell’esistenza, viene dall’alto, nasce dall’iniziativa divina. Allora, perché non tutti credono? Perché, la fede oltre che dono gratuito, è anche risposta libera dell’uomo. Può generare adesione o rifiuto. Dio non costringe, si propone ma non s’impone. Dice il Signore: “Sto alla porta e busso” (Ap 3,20).
Il pittore Hunt, in un celebre quadro, rappresenta Gesù che bussa ad una porta. Un visitatore fece notare all’artista un particolare curioso, dicendo: “Nel suo quadro c’è un errore perché la porta è senza maniglia”. Il pittore rispose: “Non è un errore perché quella porta rappresenta il cuore umano e si apre solo dall’interno”. Dio è rispettoso della libertà umana, domanda il nostro consenso. Qual è allora il cuore della nostra fede? Risposta: “Gesù Cristo, messo a morte per i nostri peccati e resuscitato per la nostra giustificazione” (Rm 4,25).
La fede è dunque un dono. Questo è il senso del grido finale del Diario di un curato di campagna di Geoges Bernanos: “Tutto è grazia!”. Ma la fede è affidamento, abbandono fiducioso in Dio. Domanda perciò la nostra risposta. Pensiamo ad Abramo “nostro padre nella fede” in cammino verso l’ignoto, al popolo d’Israele in marcia verso la terra promessa, alla Vergine Maria “la credente” tutta affidata a Dio, a Gesù “obbediente al Padre fino alla morte di Croce”. Così il vero credente si affida sempre a Dio, nel successo e nel fallimento.
In una cantina di Colonia, durante l’ultima guerra mondiale 1939-1945, vivono nascosti alcuni ebrei, una mano anonima scrive sulla parete queste parole straordinarie: “Credo nel sole, anche quando non splende, credo nell’amore, anche quando non lo sento, credo in Dio, anche quando tace”. Gandhi diceva che “Una vita senza fede è come una barca senza timone!”. Credere è sperimentare la dolcezza dell’abbandono in Dio, è sentirsi abbracciati dal suo amore materno. In Dio troviamo stabilità, sicurezza, protezione e amore, con Lui camminiamo su un sentiero luminoso, abbiamo una bussola per navigare nel mare travagliato della storia, viviamo una vita ricca di significato e riceviamo forza, serenità e pace. Il credente sa che Dio lo ama e perciò rimane saldo anche nella prova, aprendosi con fiducia alla relazione con gli altri.
Santa Teresa d’Avila diceva: “Niente ti turbi, niente ti spaventi. Se uno ha Dio, niente gli manca. Solo Dio basta”. Il cammino di fede ha come felicissimo approdo, già in terra una profonda intimità con Dio: “ Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2,20). La fede vera non deresponsabilizza, non si riduce a esperienza intimistica ma rende fedeli alla storia attraverso l’impegno fattivo. San Giacomo scrive che “ La fede senza le opere è morta” (Gc 2,14). La fede vera mai si riduce al dato anagrafico, all’esclusiva adesione intellettuale, allo sterile sentimentalismo che delega tutto a Dio, ma impegna tutta l’esistenza. La fede deve essere fiduciosa e operosa.
Un apologo indiano racconta: tre uomini nel bosco incontrano una tigre che minaccia di sbranarli. Il primo dice: “Fratelli, il nostro destino è segnato, la morte è certa, la tigre ci divorerà”. E’ un fatalista. Il secondo esclama: “Fratelli, imploriamo insieme il Signore onnipotente e misericordioso, Egli ci salverà”. E’ un pio. Il terzo osserva: “Perché importunare Dio? Arrampichiamoci velocemente sugli alberi”. E’ un uomo che ama veramente Dio. I non credenti devono far germogliare il seme deposto nel cuore di ogni uomo con l’umile apertura e adesione al dono di Dio. L’uomo odierno è disorientato, è un vagabondo senza meta, coglie solo frammenti di vita e vive senza progetti alti, perché sta smarrendo la memoria e l’eredità cristiana in una specie di “sradicamento dell’anima”.
Nel dopo Concilio il cardinale Suenens con una folgorante battuta afferma: “Abbiamo molti battezzati ma pochi credenti”. La convivenza plurale è positiva e arricchente ma reclama nei cristiani una fede radicata e matura per non mettere a rischio la propria identità. Urge un nuovo annuncio del Vangelo. Paradossale l’affermazione del teologo protestante Karl Barth: “Signore, liberami dalla religione e dammi la fede!”.
La religiosità non può ridursi a convenzione, esteriorità, ritualismo o gelida antropologia culturale. Anche oggi, come nell’ultima sera della Sua vita terrena tra le mura del Cenacolo, Cristo fa risuonare con lo stesso fremito un invito: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me! (Gv 14,1). Secondo l’Apocalisse la fede, prima virtù teologale, ha come insegna il colore bianco della luce e del mondo divino, il verde è per la speranza e il rosso per la carità. Nel cammino verso il vero, si fa esperienza del proprio limite scaturito dal peccato originale. Su questa strada irrompe Gesù, non per ingabbiare la ragione, ma per illuminarla ed esaltarla. E così la ragione incontra la fede attraverso Gesù, Dio fatto Uomo che parla ancora oggi agli uomini attraverso la Sua Chiesa. In questo percorso sono privilegiati gli umili e i semplici e sono svantaggiati i superbi e gli orgogliosi. Ci si avvicina più facilmente a Dio con fede semplice e non complicata, proprio come dice Trilussa: “Credo in Dio Padre onnipotente. Ma … ciai qualche dubbio? Tiettilo per te. La fede è bella senza li chissà, senza li come e senza li perché”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.3/ del 10/2/2012)



La temperanza è dominio di sé

Un proverbio arabo esorta: “Vivi sobrio, e sarai ricco come un re”. Le virtù cardinali fanno parte di una costellazione che non è solo filosofica e morale ma anche spirituale, perché, guidata dallo spirito, retta dalla religiosità e sostenuta dalla Grazia divina. La temperanza è la virtù che, guidata dalla ragione e illuminata dalla fede, regola l’inclinazione verso i piaceri più connaturali all’uomo connessi con l’uso del cibo e delle bevande e con l’attività sessuale. Nella sua funzione più profonda essa è il nodo d’oro che tiene insieme sesso-eros-amore, impedendo che la trilogia faccia naufragio, lasciando spazio ad una sessualità bruta ed incontrollata o ad una spiritualità disincarnata, eterea e puritana. Per Sant’Agostino la temperanza “è il controllo sicuro e prudente della ragione sulle passioni, la virtù che tiene a freno i nostri appetiti e le nostre bramosie”, assicurando il dominio della volontà sugli istinti, orientando al bene gli impulsi sensibili e assecondando i desideri del cuore. È necessaria a tutti, per mantenere la propria libertà di scelta, conservare il dominio di sé, avere l’autocontrollo in ogni situazione ed evitare di rendersi schiavi di bisogni e desideri, dal cibo al sesso, dal potere al denaro, che spesso diventano idoli forti, aggressivi, prepotenti e tiranni. In greco essa è chiamata encráteia, cioè dominio di sé, autocontrollo. Infatti gli appetiti sensibili quanto più vengono soddisfatti tanto più diventano aggressivi e tiranni, mentre una loro equilibrata regolarizzazione produce una maggiore libertà. Temperanza, moderazione, misura, equilibrio e autocontrollo aiutano non solo a vivere con libertà, dignità e stile, ma anche ad ottenere un vero e permanente successo umano e spirituale. Socrate conduceva una vita frugalissima e si recava spesso al mercato a guardare la merce in esposizione. Un amico gli chiese un giorno perché lo facesse. Rispose: “Mi piace andarci per scoprire di quante cose posso fare benissimo a meno”. Se vivesse oggi e visitasse i nostri supermercati o ascoltasse gli spot televisivi, scoprirebbe un arsenale di prodotti inutili e superflui. Nella spiritualità antica il mondo con le sue tentazioni veniva evitato fuggendolo, attuando la celebre fuga mundi, e il corpo con i suoi istinti, appetiti e pulsioni veniva un po’ demonizzato e sottoposto ad aspre penitenze. Una riflessione più approfondita sulla bontà della creazione, sull’incarnazione e sul destino ultimo dell’uomo e del cosmo ha fatto riscoprire la dignità, il valore e la bellezza del creato e della persona umana, vista come abbraccio di corpo-cuore-intelligenza e spirito, unitotalità differenziata. E come conseguenza: un rapporto più equilibrato e positivo con la materia e con il corpo. Oggi però c’è un’esaltazione esasperata della realtà materiale, fino all’idolatria dei beni terreni, del denaro e soprattutto del fisico sano, forte e bello che deve essere soddisfatto sempre, in tutte le sue esigenze. Abitudini nefaste: leccornie, giocattoli e lunghe ore davanti al televisore per i bambini; doni, cose e premure materiali per gli adolescenti bisognosi invece di ascolto, comprensione e affetto profondo; tutto e subito ai giovani, sempre più assetati di esperienze da brivido, per i quali nulla ha più successo dell’eccesso, bruciando le tappe, fino all’uso di sostanze stupefacenti e alcool, dentro l’insipiente gusto del proibito. Neppure gli adulti sono immuni dall’intemperanza, dalla frenesia di godere, sempre in cerca del divertimento chiassoso, nonostante la moltiplicazione dello stress e dell’insoddisfazione. Torquato Tasso annota: “Istinto delle umane genti è ciò che più si vieta, più uom desìa”. Frattanto rimane nel cuore di tutti una profonda ed inevitabile inquietudine, che ha il sapore amaro del pansessualismo e dell’eccesso. Conseguenze fallimentari: droga, alcolismo, bulimia, anoressia, tabagismo, orgoglio, arroganza, ira, prevaricazione, egoismo, solitudine, depressione, pubblicità invadente, eccessi verbali, banalità, esibizione del corpo, violenza, comportamenti sguaiati, esaltazione della trasgressione nei talk show, insulti tra i politici, bombardamento di immagini e messaggi subliminali. In una società che preferisce l’eccesso e l’urlato, l’esagerazione e l’esibizione, anche in campo religioso si cade talvolta nella spettacolarizzazione di eventi celebrativi, ricerca smodata di visioni, miracoli, messaggi e manifestazioni eclatanti, mentre il vero cammino spirituale è frutto di pazienza, formazione interiore, fedeltà quotidiana. In particolare, per quanto riguarda l’eccesso nei consumi, il Talmud, grande raccolta di tradizioni giudaiche, afferma che: “La gola ha ucciso più uomini che non la fame”. Qui si agita il variegato corteo di obesità, dieta e linea, mentre gran parte del mondo è affamata. Basterebbe ricordare la parabola del povero Lazzaro e del ricco gaudente per comprendere la dimensione morale e sociale del problema. È questione di giustizia. Occorrono moderazione e sobrietà, associata alla carità. Per questa dimensione positiva, la temperanza non è masochismo, né anoressia, né ascetismo acido e cupo. La vera felicità viene dalla pace interiore, dalla quiete, dal silenzio, dall’incontro con Dio. Lo dice Sant’Agostino, forte della sua esperienza personale: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato... Mi hai abbagliato e hai finalmente guarito la mia cecità, mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace… È inquieto il nostro cuore, o Dio, finché non riposa in Te”. Lo scrive anche il grande poeta indiano Tagore: “O luce divina che riempi il mondo, solo tu puoi addolcire il cuore umano”. Rimane ancora valido l’antico adagio: in medio stat virtus. Gli estremismi sono sempre dannosi. San Benedetto riteneva la “giusta misura” la madre di tutte le virtù, superarla significa subirne il contraccolpo negativo, il cosiddetto effetto boomerang. Non si vive per mangiare, ma si mangia per vivere. Prendere il cibo e mangiarlo per saziarsi non è di per sé un fatto tipicamente umano: lo fa anche l’animale. Ma prendere il cibo per condividerlo e mangiarlo insieme è un gesto proprio dell’uomo, è un segno d’incontro, comunicazione, condivisione, conoscenza, dialogo, socializzazione, è un segno di festa e di cultura. Moderazione nel cibo ma anche nella parola, evitando parole vuote, inutili, false, rozze, volgari e brutali, facendo attenzione anche allo stile perché “lo stile è l’uomo”, dice Buffon. Certe battute cattive, salaci, graffianti e mordaci generano ferite e rancori. Occorre un maggiore autocontrollo, cosa difficilissima. Il filosofo Spinoza dice che gli uomini “non governano nulla con maggiore difficoltà della lingua”. Infatti la lingua più parlata del mondo è “a vanvera”. Miliardi di parole, ogni giorno c’investono, soffocano, rattristano, trafiggono. Saper parlare è uno dei più grandi doni. E perché l’uomo non dica troppi spropositi, Dio gli ha donato dieci dita per ricordare i suoi saggi consigli: “Che la tua prima parola sia buona, la seconda sia vera, la terza sia giusta, la quarta sia generosa, la quinta sia coraggiosa, la tua sesta parola sia tenera, la settima sia consolante, l’ottava sia accogliente, la nona sia rispettosa, che la tua decima parola sia saggia. Poi taci!”. Alla Vergine Maria, cattedrale del silenzio, dove la Parola si fa Carne, chiediamo di essere ammessi alla Sua scuola, per riempire il cuore di equilibrio, stupore e amore. Sant’Ignazio d’Antiochia scrive: “Si educa attraverso ciò che si dice, di più attraverso ciò che si fa, ancora di più attraverso ciò che si è”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.2/ del 27/1/2012)



A piedi nudi - Cosa ricordo di Bettina Tozzi

Ho conosciuto personalmente la carissima Bettina e conservo di lei un indelebile ricordo. Nel 1984 dal popoloso quartiere del Rione Libertà in Benevento fui inviato dai superiori a Sassinoro come parroco del paese e rettore del santuario diocesano di Santa Lucia. Più volte durante l’anno don Franco Tozzi, parroco di Reino, mi invitava a celebrare a predicare in quella comunità, soprattutto per la festa del patrono Sant’Antonio da Padova e per la Veglia Eucaristica nella sera del Giovedì Santo. Tra la numerosa folla, al primo posto, raccolta in preghiera, silenziosa, attentissima vedevo sempre puntualmente Bettina. Terminata la Celebrazione si complimentava per la predica, riempendomi di ringraziamenti ed incoraggiandomi a parlare sempre così, con fervore e franchezza. Quando poi venivo a Benevento per l’insegnamento della teologia nello Studio Teologico e nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose, spesso la vedevo scendere lungo il Viale degli Atlantici a piedi nudi, d’inverno come d’estate, mi fermavo per salutarla e soprattutto per ascoltarla, conquistato dal suo solare e pacificante sorriso. Mi esortava a rimanere fedele all’abito talare, a vivere con gratitudine il dono del sacerdozio ed a crescere sempre più nella devozione e nell’amore alla Madonna che sapeva essere il più grande amore della mia vita e della mia missione. Apriva di sovente il suo cuore a confidenze più intime, pur conservando un temperamento schivo e riservato, raccontandomi esperienze soprannaturali che conquistavano l’anima mia, accrescendo in me stima e la venerazione verso questa creatura limpida e meravigliosa, fatta più di Cielo che di terra. Diceva che il signore ad un certo punto della vita le aveva aperto gli occhi, l’aveva attratta fortemente e soavemente a Sé, istruendola  poi interiormente e guidandola per tanti anni. Aggiungeva che dopo aver ascoltato tante voci ed accolto tanti buoni consigli ora ascoltava Lui solo! Voleva essere povera come Gesù e vivere come San Francesco, Santa Chiara ed i tanti santi della nostra meravigliosa terra sannita, santi che contemplava e invocava ogni giorno peregrinando da una chiesa all’altra in città, come in provincia ed anche in paesi più lontani. Mi confidava che i familiari non avevano capito e neppure avevano gradito la sua peculiare vocazione. Anche tra le Stimmatine di Chiusi della Verna e le Clarisse di Fiesole aveva esperimentato l’amarezza della solitudine e dell’incomprensione, la vita comunitaria in convento era divenuta troppo comoda e tiepida mentre Gesù la chiamava a scegliere con fermezza la radicalità evangelica dei primi discepoli invitati a camminare per la strada annunciando il Regno di Dio, l’urgenza della conversione, l’umile pentimento dei peccati, andando come agnelli in mezzo ai lupi, non portando borsa, né sacca, né sandali, nutrendo in Dio la stessa fiducia degli uccelli del cielo e dei gigli dei campi che la Provvidenza divina nutre e veste senza preoccupazione e senza affanno alcuno. In questa scelta audace che profuma tutta di Vangelo aveva dovuto imparare l’arte della lottatrice per difendersi dall’opera persuasiva dei familiari, suore, parenti, amici, vescovi  e sacerdoti che volevano ricondurla ad una vita ordinaria, senza le asprezze di una vita esageratamente sacrificata. Gesù invece l’ha chiamata ad una vita straordinaria di amore vissuto gioiosamente tra povertà e penitenza. Aveva dovuto imparare a lottare con caparbietà anche contro il demonio che non le risparmiava tentazioni di ogni genere e soprattutto lottava per strappare anime all’Inferno. Voleva espiare per i peccatori e per i sacerdoti. Aveva un quadro chiaro e drammatico della crisi interna che stava scuotendo dalle fondamenta la Chiesa, era molto preoccupata per la superficialità spirituale di molti Pastori. Diceva: “La Chiesa sta per crollare ma io non ho tanta forza per reggere le colonne”. Gli scandali emersi recentemente danno pienamente ragione a questa creatura penitente. Voleva poi porre un argine alla scandalosa piaga dell’aborto con la preghiera di riparazione e l’opera tenace di evangelizzazione, avvicinando soprattutto le giovani madri che bussavano al reparto d’interruzione della gravidanza. Amava pregare nelle famiglie riconoscendo il ruolo insostituibile di questa nell’opera educativa dei bambini e dei giovani. Non era mai sola, neppure dell’ora della lotta e del dolore, e sempre immersa nel soprannaturale, le anime del Purgatorio, da lei aiutate, venivano a consolarla. La Madonna e l’Angelo custode erano sempre accanto a lei. Si commuoveva nel mentre recitava con ardore le Ave Maria. Trovava rifugio e tanta forza nella Messa quotidiana e nell’Adorazione Eucaristica. In ginocchio, dalla porta della chiesa fino all’altare, per baciare il gelido pavimento e adorare la divina presenza  dell’amato Sposo dell’anima sua. Chiedeva pubblicamente perdono in chiesa a tutti i presenti, dopo averne ottenuto il permesso dal sacerdote. Uno schiaffo alla presunzione e all’orgoglio a tutti noi. Umile, schiva, non amava parlare di sé, mai voleva essere al centro dell’attenzione. Mingherlina, fragile, abito lungo, ampio fazzoletto nel sul capo, il Crocefisso sul petto e il rosario in mano, incompresa dalla maggioranza dei Pastori e dei fedeli schiacciati dalla pervasiva mentalità edonistica e consumistica, avanzava a piedi nudi, con passo agile, quasi a muovere una danza di lode al Creatore di tutte le cose, con una forza morale immensa. Amava il grande libro della natura che del grande Dio canta la gloria e gioiva nel guardare il cielo. Viveva in modo eroico le virtù teologali della fede, della speranza e dell’amore e negli ammalati, che serviva ogni giorno gratuitamente, toccava le carni santissime di Gesù Cristo. Possedeva in misura traboccante quella che i Padri della Chiesa definiscono la “regina delle virtù”, l’umiltà e accanto a questa la semplicità. Il suo volto radioso ed il luminoso sorriso sempre sulle labbra, una splendida finestra del mistero di Dio su ogni incontro, su ogni fraterna relazione. Il tratto sempre delicato. Dolcissima nei modi. Sommessa nel linguaggio. Piccola e premurosa madre degli ammalati. Una piccola santa animata da un perenne atteggiamento oblativo, paziente, generoso. Qualcuno l’ha giustamente definita “la Madre Teresa del Sannio”. Sgorgano dal mio animo, come da una sorgente che straripa, ricordi senza fine che vorrebbero rivelare l’incandescenza di un’anima conosciuta in profondità anche nel Sacramento della Confessione. Mi si impone l’obbligo del segreto. Allora semplicemente affido ad alcuni aggettivi il mio desiderio: voce dolce, animo docile, foriera di pace e tranquillità, restia nel farsi fotografare, dolcissima ed austera, umilissima ed energica, religiosità sconfinata, fede inaudita, umile, riservata, essenziale, radiosa, luminosa, forte, mite, dedizione, discrezione, nomade, eremita, penitente, misericordiosa, contenta, discreta, pronta al perdono, sempre guidata dal Signore, a piedi nudi in terra, ora nel Cielo cammina sulle rose. silenziosa, ricamatrice eccezionale, sorriso mesto, piedi nudi, polverosi e lividi, in perenne, silente pellegrinaggio nella vita alla ricerca del Volto di Dio, assetata di perfezione per consolare il suo Crocefisso Amore. Ed un ultimo ricordo, legato ad un rammarico, per la mia incapacità a riconoscere prontamente che quanto è stoltezza per il mondo davanti a Dio è follia d’amore. Si era nel tardo pomeriggio, salivo in macchina al Santuario di Santa Lucia in Sassinoro, la incontrai lungo la strada che per cinque chilometri dal paese conduce al Monte Rotondo, mi fermai per raccogliere il dono del suo celestiale sorriso, le offrii con entusiasmo un passaggio, fiero di accoglierla nella mia auto. Con estremo garbo disse grazie ma rifiutò. La vidi giungere al tramonto del sole, volle confessarsi, poi partecipò con fervore alla Messa. Dopo la Celebrazione Eucaristica mi chiese il favore di poter rimanere per tutta quella notte in Santuario a pregare, per poi riprendere il cammino di buon mattino. Dissi che il Santuario si trova  a mille metri di altezza, che il freddo di notte diventa ancora più pungente e insopportabile ma, che poteva rimanere a dormire in una cella del convento del Santuario, senza alcun problema. Non accettò la mia proposta. Io rimasi fermo nella mia proposta spinto unicamente da spirito di accoglienza e carità. Mi baciò la mano e con volto triste si accomiatò riprendendo il suo cammino a piedi nudi nel buio della notte.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.1/ del 13/1/2012)


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