LA VOCE DELLA CHIESA

Rubrica a cura di Mons. Pasquale Maria Mainolfi

2016 2015 2014 2013 2012 2010 2009 2008 2007 2006


Consuelo: una testimonianza carica di speranza
La pubblicazione di Claudio Santoro sulla terapia manuale del mal di schiena
La bestemmia non è più un reato
La Fortezza per compiere grandi cose
La Giustizia parola che scotta
La Prudenza per progredire
Nostalgia delle Virtù perdute
In città il nuovo Auditorium San Gennaro
La presenza di Padre Pio a Solopaca
La Madre cerca i suoi figli
Nuvole di sole nell'entroterra campano del 1870
Madre Serafina Micheli
Fatima e il segreto ancora nascosto
Raggi di sole
La statua in bronzo del Beato Giovanni Paolo II

"Mille passi"

Preghiera per l'Italia nel 150° dell'unità nazionale
Fortunato Di Noto e Fabio Pecchia a Benevento
Esponetemi e farò grazie
Ad Assisi con il sapientissimo Benedetto XVI
Il Primo maggio Wojtyla sugli altari
Nella terra della Bibbia



Consuelo: una testimonianza carica di speranza

Oltre la fitta coltre di nebbia che avvolge il mondo, un raggio di speranza illumina e consola. Questa è la testimonianza di Consuelo.
Nella vigilia dell’Immacolata, la chiesa parrocchiale di San Gennaro in Benevento è stata letteralmente invasa da giovani provenienti da vari paesi della Campania e della Puglia. Una loro amica, Consuelo Polcaro di Montefalcione ha vestito l’abito religioso entrando tra le “Figlie della Donna vestita di sole”, consacrate della Comunità Mariana del Cenacolo Gam.
Cenni biografici essenziali della giovane: Consuelo Polcaro è nata ad Avellino il 6 giugno 1987. Ha frequentato il Liceo Scientifico "P.S. Mancini" di Avellino, diplomandosi nel 2006. Studi universitari: "Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali" - Biologia generale ed applicata. Era arrivata al terzo anno. Caratteristiche: temperamento solare e gioioso, passione particolare per la musica e il canto, generosità e slancio nell'evangelizzazione, prontezza al dono e al servizio.
La sera del 7 dicembre un cenacolo di preghiera ha preparato con le confessioni la Messa solenne presieduta da Padre Giuseppe Falzarano, vicario episcopale per la vita consacrata, concelebrata da Padre Jean Pierre responsabile della comunità consacrati Gam, il parroco di San Gennaro, il parroco di Montefalcione don Paolo Luciano ed alcuni sacerdoti del movimento Gam: don Marco, don Paolo, don Salvatore e don Alessio. Un evento carico di commozione ed insieme di grande gioia. Al termine un momento di fraternità nel salone parrocchiale San Giuseppe, organizzato dai genitori della festeggiata, Sorella Consuelo Maria.
Ogni vocazione religiosa è un miracolo della grazia. Davanti a tante seduzioni, promesse, discoteche, ragazzi… se una giovane si stacca da tutto e dice: “Vado in convento”, è perché la grazia opera ancora miracoli, ed anche perché tanti consacrati vivono oggi intensamente l’Eucaristia e la Consacrazione alla Madre di Dio e dell’umanità. La storia incantevole di Maria di Nazaret ancora una volta si ripete. Nel momento in cui dice di essere la Serva del Signore, Maria è la creatura più libera che sia mai apparsa sulla faccia della terra.
Oggi si sta diffondendo un clima di schiavitù: molti sono schiavi delle mode più assurde, della pubblicità più ignobile, degli oroscopi più irrazionali, dei maghi più ingannevoli e degli idoli dello sport e dello spettacolo, che spesso vengono chiamati stars, cioè stelle, offendendo così le stelle! Perché “Dio conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome”. E questo vuoto spirituale, questo vuoto di Dio, spinge gli uomini d’oggi verso l’autodistruzione della droga e verso il sesso svuotato di ogni briciola d’amore e quindi ridotto a volgare schiavitù di istinti non più umani. Questa è un’epoca di schiavitù! E’ bello allora, nel giorno dell’Immacolata, capolavoro di libertà, scegliere di essere l’ultima serva della Serva del Signore.
E’ un dono prezioso, il grido della giovane Consuelo: Io voglio Dio! Un’affermazione che riunisce il soggetto più personale, “io”, l’oggetto più grande, “Dio”, e l’atto più umano, “voglio”. C’è una sola frase al di sopra di questa, che però solo Dio può pronunciare: Io sono Dio.
Anche i tre voti religiosi di povertà – castità – obbedienza, nel loro profondo significato cristologico, ecclesiologico, escatologico e antropologico, aiutano a scegliere Cristo che è la più grande ricchezza, lo Sposo eternamente fedele che non delude mai, Colui che chiamando all’obbedienza rende veramente liberi, per testimoniare con Lui il valore profetico di annuncio e preannuncio della condizione definitiva di tutti, condizione appunto verginale che rende partecipi delle nozze eterne di Dio con l’umanità.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.22/ del 16/12/2011)


La pubblicazione di Claudio Santoro sulla terapia manuale del mal di schiena

Conosco e stimo moltissimo il Prof. Claudio Santoro, per la ricchezza di umanità e per la indiscussa professionalità che lo distinguono.
Nella sua vita al primo posto c’è Dio e poi la carissima sposa Dottoressa Michela D’Oro insieme ai due splendidi e amatissimi figli Claudia e Flavio. Ai suoi pazienti egli dedica tempo, intelligenza, energia, entusiasmo e tanto cuore.
Nell’esercizio professionale si rivela titolare di una gentilezza d’altri tempi, espressione di un animo nobile e di un grande rispetto per la dignità della persona umana, palesando un’armonica fusione tra scienza e coscienza. Per queste ragioni gli ho affidato il corso di “Antropologia della salute” presso la Facoltà di Scienze Religiose  “Redemptor hominis” che dirigo, convinto del gran bene che egli può fare ai nostri giovani studenti.
E veniamo alla presentazione di questa sua ultima pubblicazione.
Il testo del Prof. Claudio Santoro rappresenta una novità importante nella tipologia delle monografie che studiano le tecniche di normalizzazione del back.ache (mal di schiena), grazie all’utilizzo di una metodologia multidisciplinare, in cui si mettono a confronto sia tecniche tradizionali antalgiche sia i nuovi orizzonti dei trattamenti osteopatici. La filosofia che regge questo studio risulta essere di tipo olistica, con l’evidente peculiarità di far comprendere al lettore che un tema così cruciale debba giovarsi dell’apporto integrato di diversi sistemi di normalizzazione osteopatica.
L’articolazione del lavoro risente della formazione “narrativa” dell’autore, capace di rendere agevole la comprensione del tema trattato, anche ai non addetti ai lavori. Tale impostazione permea il tentativo, riuscito, di porre le basi dell’attività clinica, nella conoscenza degli elementi teorici, fondati nelle acquisizioni di nozioni delle matrici dottrinali, in un’ampia sezione dedicata alle caratteristiche morfofunzionali del rachide. Tale traccia permette di considerare, in un’ottica dinamica, le nozioni fisiologiche e bio-meccaniche dei complessi movimenti della colonna vertebrale, facendo comprendere che ogni movimento sia della colonna cervicale, toracica e lombare, beneficia, o non, delle corrispondenti zone di interdipendenza funzionale. Esaminando le indicazioni che vedono tale struttura di per sé un’unità complessa poli-funzionale, l’autore avvia quel programma conoscitivo che percepisce i percorsi neuronali, sia discendenti, sia ascendenti, non separati dalle ovvie funzioni complesse cerebrali, elaborando la tesi scientifica dell’interdipendenza metamerica e organica della funzione motoria. In tale ottica è opportuno, in questa presentazione, far emergere come il dolore osteopatico coinvolga, per le connessioni neuronali, un più ampio sistema di decodifica, e una complessa linearità di percezione neuro-anatomo-psciologica. Tale concetto è ben evidenziato dal Prof. Santoro che, a ragione, inserisce il rapporto tra il dolore anatomo - funzionale del rachide, con l’elaborazione della coscienza informativa. In ciò si caratterizza la capacità bipolare di informare il lettore che ogni trattamento osteopatico, e in generale antalgico, sarà deficitario se non si analizzano tali complesse interfunzioni. 
Accanto a questa prima sezione si affianca, in un continuum dialettico, la seconda parte che affronta le valutazioni cliniche e prognostiche del back pain. Una considerazione si evidenzia nell’approccio della metodologia utilizzata in questo percorso, vale a dire il prendersi cura della persona nella sua globalità, non negando la validità del sistema induttivo e deduttivo scientifico, facendo emergere come il sistema sia rivolto a riconoscere non tanto la validità di una tesi, al contrario la sua fallibilità. Affiancandosi a quanti ritengono valida la scienza per la sua indagine, e non certo per i risultati empiricamente confutabili, l’autore situa questa discussione di tipo epistemologica della scienza in un confronto prettamente pratico e clinico.
Da quanto esposto, l’intreccio tra i diversi filoni di ricerca conduce agli aspetti conclusivi e felici di questo studio: l’uomo nella sua integrità psico-fisica-relazionale richiede un’analisi più articolata, dove l’efficienza debba essere sostituita dall’efficacia, ossia la capacità sapienziale di consentire una valutazione reagente della complessità del “sistema uomo”.
Il mistero non può essere svelato da una semplice decodifica scientifica dei dati, al contrario deve aprirsi al trascendente che ci chiede di essere svelato e ascoltato, dato che rimaniamo “ particelle di Dio”, come ci ha insegnato Sant’Agostino. Un’indagine continua della bellezza del creato, un progresso che deve essere integrale, come insegna in Caritas in veritate, Papa Benedetto XVI, un’assunzione di responsabilità da parte di tutti, uno sviluppo che richiede una visione trascendente di ogni persona, e che ha bisogno di Dio: senza di Lui lo sviluppo della tecnoscienza o viene negato o viene affidato unicamente alle mani dell’uomo, che cade nella presunzione dell’auto salvezza e finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.21/ del 2/12/2011)


Una caduta di civiltà: la bestemmia non è più un reato

Il termine bestemmia indica il discorso o l’ingiuria irriverente nei riguardi di Dio o realtà sacre. Un’offesa arrecata anche al sentimento religioso dei credenti e non solo dei cristiani. Certamente la natura divina non può essere scalfita da questa volgare abitudine che manifesta platealmente povertà spirituale e culturale, scarsissima maturità, assenza di civiltà. L’uso di rivolgersi in modo ingiurioso o triviale alla divinità rivela un’esistenza squallida e meschina.
La bestemmia è una pessima espressione di inciviltà perché insulta Dio che ci ha dato la vita. E’ un fenomeno diabolico in forte espansione che sta dilagando anche tra i bambini, i giovani, le donne e le persone con responsabilità sociali. Soprattutto in Italia è una tristissima eredità che si tramanda di generazione in generazione. Cresce la bestemmia ma cala la lotta alla bestemmia. Neppure nelle omelie domenicali se ne sente più parlare. I medici del corpo curano la malattia affrontandola, i medici dell’anima solitamente “curano” la bestemmia ignorandola. Questa è la pastorale dei pecorai e non dei pastori.
Gesù dice: “Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo” (Marco 8,38). Non difendere Dio davanti a chi lo offende è già un grave tradimento. Il nostro silenzio rattrista il Signore: “Per voi, cultori del mio Nome, sorgerà con raggi benefici il Sole di giustizia” (Malachia 3,20).
La bestemmia offende Dio e degrada l’uomo. Tra tutti i peccati è il più grave. Il primo precetto della legge naturale è l’amore a Dio e al prossimo. La positiva volontà di amare comporta l’astensione dalle opere contrarie all’amore; di qui la distinzione tra “precetti positivi” che comandano le opere dell’amore e i “precetti negativi” che vietano le opere contrarie. I precetti positivi obbligano universalmente, sono leggi universali e permanenti che però, secondo l’espressione coniata dagli antichi obbligano semper sed non pro semper, obbligano cioè a seconda delle condizioni e circostanze di ogni persona, ad esempio chi è gravemente malato è dispensato dalla Messa domenicale ed il sacerdote non può rivelare la verità appresa in confessione. Al contrario i precetti negativi contenuti nella tavola del Decalogo sono universalmente validi ed obbligano tutti e ciascuno, sempre e in ogni circostanza, vietano una determinata azione semper et pro semper, senza eccezioni. Il secondo comandamento del Decalogo afferma: “Non nominare il nome di Dio invano”.
La bestemmia è dunque l’urlo rabbioso di satana che esce dalla bocca di un uomo per sporcare la gloria di Dio, è il segno più palese dell’odio e del disprezzo verso Dio e questo aldilà delle intenzioni di chi vomita quell’espressione blasfema, è il supremo atto di superbia compiuto dall’uomo, è il più grande atto di stupidità perché fa dell’uomo un nemico di Colui che gli è amico, padre, benefattore e salvatore, è anche segno rivelatore di volgarità, grossolanità e poca intelligenza perché una persona fine e intelligente sa trovare altri modi leciti per far sbollire un momento di tensione, è il cancro dell’anima perché paralizza le facoltà dell’anima e uccide in essa il gusto di Dio, è una malattia contagiosa che infetta gli altri con il cattivo esempio dei maestri del vizio e della imbecillità. Oggi la televisione moltiplica e amplifica questa diffusa inciviltà.
Il profeta Isaia afferma: “E’ perché avete abbandonato e disprezzato il Signore che il vostro paese è devastato” (1,4). San Giovanni Crisostomo afferma che “la lingua del bestemmiatore è la carrozza del diavolo” e poi rincara la dose: “Per la bestemmia vengono sulla terra le carestie, i terremoti, le pestilenze”. L’apostolo Paolo mette in guardia con tono severo: “Non vi fate illusioni, non ci si può prendere gioco di Dio” (Gal 6,7).
Ma ora bestemmiare non è più reato. Così ha deciso in questi giorni la Corte Costituzionale con sentenza del giudice Gustavo Zagrebelsky. La sentenza abroga l’articolo 402 del Codice Penale, che puniva con l’arresto fino ad un anno il pubblico vilipendio della religione di Stato. La sentenza 508 afferma che dinanzi ad uno Stato laico tutte le religioni sono uguali e quindi non è necessario che il Codice Penale ne tuteli una piuttosto che un’altra. La pubblica manifestazione di volgarità e inciviltà si trasforma come per incanto in libera manifestazione del pensiero. Tutto questo si vorrebbe chiamare progresso ed emancipazione. Personalmente rimango convinto, invece, di quanto afferma il dottissimo oratore San Giovanni Crisostomo: “La lingua del bestemmiatore è la carrozza del diavolo”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.20/ del 18/11/2011)



La Fortezza per compiere grandi cose

Sant’Agostino scrive: “La fortezza è necessaria agli affamati di giustizia, poiché soffrono nel desiderio di godere i veri beni e nella brama di distaccare il cuore dai beni terreni”. Nella lingua italiana la parola “fortezza” è ambivalente: può indicare la virtù cardinale ma anche un fortino militare o una città fortificata. E’ una virtù “delicata”: il rischio della degenerazione è sempre in agguato, può deformarsi in forza o decadere nella temerarietà. Questo rischio emerge a livello iconografico nella porta di bronzo del Battistero di Firenze, di Andrea Pisano, dove è raffigurata con uno scudo e una mazza. La fortezza autentica non è arroganza, prevaricazione, volontà di potenza, spavaldo disprezzo del pericolo ma fermezza interiore che genera bontà. La violenza infatti nasce dall’impotenza, dalla debolezza, dalla meschinità fragile e rancorosa. I prepotenti più sono vuoti e più amano emergere, rassomigliano ai recipienti pieni di nulla e di niente che galleggiano sulla superficie dell’acqua. Ma la fortezza non è assolutamente passività intoccabile perché i suoi opposti sono: pusillanimità, inerzia, incostanza, comodo conformismo, timidità esitante. Il suo corteo è fatto di virtù ancelle: magnanimità, pazienza, costanza, fermezza, nobiltà e grandezza d’animo, munificenza, perseveranza. L’etica greca già esalta questa virtù come forza d’animo davanti alle avversità della vita, dominio delle passioni, capacità di imporsi con autorevolezza nella conduzione della pólis, della cosa pubblica.
Per San Tommaso d’Aquino la fortezza è “la virtù che toglie gli impedimenti e le difficoltà che distolgono la volontà dal compiere ciò che è secondo ragione”. Egli vede la fortezza sia come energia protesa a vincere la paura dinanzi al male, sia come coraggio per combattere e sconfiggere il male. Essa tutela la dignità personale e difende i diritti umani e sociali. Il grande filosofo Pascal nei suoi Pensieri afferma: “La giustizia senza la fortezza è inerme, la fortezza senza giustizia è tirannica… Purtroppo, incapaci di fare ciò che è giusto, abbiamo fatto giusto ciò che è forte”. Infatti dove manca la fortezza, il diritto scompare. In ambito teologico la fortezza è dono e conquista, a motivo dell’incrociarsi nell’uomo di grazia e libertà. Cristo è l’uomo più forte che prevale su satana, piegandolo con la sua invincibile fortezza e liberando quanti sono prigionieri nel palazzo del male o nella schiavitù della colpa. Dio è la nostra fortezza e ci rende forti nel combattere l’oscura forza del male: “Mia forza e mio canto è il Signore” (Salmo 118). Lo spirito di fortezza si rivela in Maria di Nazaret che nelle litanie invochiamo Virgo potens. Maria è segno di fortezza e di bontà, per grazia quasi onnipotente e insieme tanto misericordiosa. E’ la Madre dei “sette dolori” e rimane accanto al Figlio nel mentre va incontro a prove molto dolorose: profezia di Simeone circa la spada che trafigge l’anima, fuga in Egitto, ricerca di Gesù dodicenne smarrito, viaggio al Calvario, presenza presso il Figlio crocifisso, partecipazione alla deposizione dalla Croce e alla sepoltura. La virtù della fortezza è come un prisma dai tanti volti: fermezza nella ricerca del bene, coraggio nella prova, audacia nei pericoli, vittoria sulla paura. Brilla nella vita degli eroi e dei santi. Agostino la identifica con “l’amore che tutto sopporta per ciò che si ama”. E’ necessaria una forza tutta particolare per sopportare le ingiurie, per non ricambiare il male con il male, per trattare benevolmente quelli che ci feriscono. Angela da Foligno suggerisce: “Se vuoi la fortezza, prega!”. Occorre volgere lo sguardo a Gesù Cristo che subisce le più ingiuste sofferenze ma risponde alle offese con grande benevolenza.
Il pusillanime don Abbondio dice che “il coraggio, quando uno non ce l’ha, non se lo può dare”. E’ vero, ma si può personalmente lottare per acquistarlo e pregare per ottenerlo in dono da Dio che, come afferma l’orante biblico, è “mia forza, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore” (Salmo 18), “rupe di difesa, baluardo inaccessibile, mio rifugio e mia fortezza (Salmo 71). Dio viene in aiuto del balbuziente Mosè contro il potente e arrogante faraone d’Egitto, del giovanissimo Davide contro il fortissimo avversario Golia, di Giuditta contro Oloferne, di Sansone contro i filistei, di Daniele contro i leoni, dei tre giovani ebrei gettati nel forno crematorio di Babilonia ma resi invincibili da Dio. E al timido Geremia, Dio dà forza e sicurezza, dicendogli: “Ecco, io faccio di te una fortezza, come un muro di bronzo contro tutto il paese … Non temerli, perché io sono con te per proteggerti” (Geremia 1, 8-18). L’invito di Dio a “non temere” ricorre nella Bibbia per ben 366 volte! E’ il buon caffè del mattino che Dio dona ai suoi figli per tutta la durata dell’anno, compreso l’anno bisestile. Tutti possono ricevere in dono la virtù della fortezza per combattere il male, perseverare nel bene e trasformare il mondo secondo il progetto di Dio. Al dono di Dio deve accompagnarsi l’impegno umano a vincere la paura, a mettersi in mare e affrontare i flutti. Recita un proverbio arabo: “Il mondo è di Dio, ma lo ha lasciato in affitto ai più coraggiosi”. Anche i più sfortunati abbiamo ricevuto i talenti, non nascondiamoli! Tucidide afferma che: “I più coraggiosi sono coloro che hanno la visione chiara di ciò che li aspetta, sia della gloria che del pericolo, e tuttavia l’affrontano”. In fondo è “meglio morire in piedi che vivere prostrati”. Non possiamo trascinare stancamente la vita o accontentarci di un modesto quieto vivere, siamo stati creati per compiere grandi cose! E’ necessario il coraggio civile per non diventare complici del male nel mentre la società smarrisce se stessa e la sua identità. E’ necessario il coraggio dell’annuncio e della testimonianza per salvaguardare la fede perché, se uno non lotta per le proprie idee, o le idee non valgono nulla, o non vale nulla lui, altrimenti si riduce il cristianesimo a qualcosa d’insignificante, come rileva il filosofo Kierkegaard: “Il cristianesimo doveva essere una cura radicale, invece ne abbiamo fatto uno dei rimedi che si usano contro il raffreddore e il mal di testa”. La nostra vita è un alternarsi di cielo sereno e nubi oscure, successi e fallimenti, salute e malattia, ideali realizzati e sogni infranti, canto e lamento, gioia e dolore: “La sofferenza è il filo con cui la stoffa della gioia è intessuta” (H. de Lubac). Dice Adenauer: “Cadere non è pericoloso né disonorevole, ma non rialzarsi è tutte e due le cose”. E Tommaso Moro nella sua celebre Utopia scrive: “Non si deve abbandonare la nave in mezzo alle tempeste solo perché non si possono estinguere i venti: si deve operare, invece, nel modo più adatto per cercare di rendere se non altro minore quel male che non si è in grado di volgere in bene”. La straordinaria mistica ebrea Etty Hillesum, morta con tutta la sua famiglia nel campo di concentramento di Auschwitz, nel suo diario confessa che a tarda sera camminava lungo il filo spinato che circondava quella fabbrica di orrore e dal suo cuore sentiva salire questa voce: “Possiamo soffrire, ma non soccombere”!. L’antico motto latino recita: Per aspera ad astra, si arriva alla luce attraverso le asprezze e oscurità della fatica. Coraggio dunque e buon combattimento lungo il cammino della vita!

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.19/ del 4/11/2011)



La Giustizia parola che scotta

Oggi molti uomini sono perseguitati, la maggior parte dell’umanità vive in condizione di miseria, milioni di uomini muoiono di fame. Ci sono mostruosi squilibri economici tra classi sociali e tra le nazioni. La sensibilità sul discorso della giustizia è cresciuta intensamente. La parola giustizia oggi scotta molto. Anche la Chiesa sa che non si può parlare di religione a chi ha lo stomaco vuoto e che occorre agire in favore della giustizia, perché la denuncia profetica di tutte le ingiustizie da sola non basta. La persona umana è portatrice di un’altissima dignità, perciò occorre un discorso più puntuale sulla giustizia e la solidarietà.
Giustizia è dunque parola molto acclamata e questo è un bene perché sono tante le ingiustizie da riparare nel mondo. Diventa un male se di questa parola ci si riempie la bocca e ci si serve unicamente per far spazio a se stessi. Noi, che amiamo la giustizia aspettandocela dai dirigenti, dallo Stato e dal Comune, la pratichiamo prima di tutto noi a scuola, sul lavoro, dando tutto quanto dobbiamo dare, pagando le tasse o siamo grossi evasori e lasciamo che i più poveri portino il peso maggiore? Quante ingiustizie si commettono, quanti illeciti arricchimenti a danno delle famiglie e delle classi sociali più deboli e indifese! Sotto il manto della virtù cardinale della giustizia si nasconde un intreccio di questioni filosofiche, etiche, giuridiche e teologiche.
Giustizia è parola troppo spesso declamata, conclamata e proclamata e così spesso violata, contraffatta, umiliata. Bisognerebbe parlarne di meno e praticarla di più. San Bonaventura ammonisce: “Ex silentio nutritur iusistitia”, di silenzio si nutre la giustizia. La reprimenda di Dante alla sua Firenze vale per tutti anche ai nostri giorni: “Molti han giustizia in cuore…/ ma il popol tuo l’ha in sommo della bocca” (Purgatorio VI).
Virtù complessa e delicata, la giustizia coinvolge tanti aspetti e problemi da non potersi esaurire in un articolo. Allora offriamo solo alcune forti pennellate. E’ stata raffigurata da una bilancia in equilibrio. Il ritratto più originale è di Jan Vermeer nella celebre “Pesatrice di perle”. La bilancia in perfetto equilibrio simboleggia l’imparzialità assoluta del suo giudizio. Nelle litanie lauretane la Vergine Maria viene invocata come “specchio di giustizia”. La giustizia deve rimanere vincolata alla morale, ai valori assoluti, alla norma naturale, altrimenti anche la giustizia “è morta”. Nel romanzo “Guerra e pace” di Tolstoj, un suo personaggio raggiunge la deriva scettica affermando: “Dov’è un tribunale, è l’iniquità”. Tanti poeti manifestano sfiducia nei confronti di una giustizia amministrata dalle alti classi a loro personale tutela. E’ attribuita a lord Bowen la feroce battuta di spunto evangelico ma di esito dissacrante anche se ineccepibile: “Piove sul giusto e piove sull’ingiusto. Ma sul giusto piove di più, perché l’ingiusto gli ruba l’ombrello!”. Lo stesso Cicerone nel De officiis afferma: “Summum ius summa iniuria”.
E’ necessario essere rigorosi senza diventare rigidi nell’amministrazione della giustizia. In greco la parola giustizia è “díke”, dal verbo “deíknymi”, che significa “mostrare, indicare”. La giustizia è dunque una guida, una direttiva da seguire, una lampada che orienta i passi lungo la via corretta. Platone definisce la giustizia come il “compiere il proprio dovere” personale e sociale (Repubblica, VI). San Paolo rende specifico il concetto di giustizia come “giustizia-giustificazione”, indicando così lo stato del credente che nella fede accoglie il dono della grazia divina: “Non è una mia giustizia derivante dalla Legge, bensì quella che deriva da Dio, basata sulla fede” (Filippesi, 3). Non basta più il solo impegno umano per condurre una vita giusta, occorre il dono della grazia divina che irrompe nel credente e fa si che la giustizia sia piena e si coniughi con la carità. Lo scrittore cattolico francese François Mauriac dichiara: “Quello che v’è di più orrendo nel mondo è la giustizia separata dalla carità”.
La giustizia teologica segue due coordinate essenziali: quella verticale che risale alla giustizia divina e l’orizzontale in riferimento al vivere comunitario. In questo incrocio la seconda è motivata dalla prima e sarà la giustizia divina a pronunziare l’estremo e autentico verdetto sulla giustizia umana. Il diritto romano definisce lapidariamente così la giustizia: “Unicuique suum”. Il motto è ispirato a Cicerone che così scrive: “Attraverso la giustizia si distribuisce a ciascuno il suo”. C’è la “giustizia commutativa” di taglio interpersonale che definisce la relazione tra persona e persona nella trama dei rispettivi diritti e doveri e la “giustizia distributiva” che riguarda i rapporti sociali. A partire da Montesquieu si è strutturata la triplice distinzione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario.
Giustizia è dunque parola limpida e complessa e al tempo stesso sacra e violata, censurata e abusata. Riceve un colpo d’ala dalla voce di Cristo che echeggia quella dei profeti: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati… Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli… Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 5).

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.18/ del 21/10/2011)



La Prudenza per progredire

L’uomo che ha scelto la via diritta della virtù e si è in essa allenato acquisendo un abitus si esprime nella vita secondo quattro dimensioni morali fondamentali. Sono le virtù cardinali. I quattro punti capitali della geografia dell’anima virtuosa. Nel corteo delle virtù cardinali si individua anche una gerarchia. La prima ad avanzare è la prudenza. Virtù regolatrice generale che ci aiuta a valutare ciò che è opportuno per raggiungere la meta ultima dell’esistenza. Una meta alta e trascendente che si può appannare o svanire dinanzi ai nostri occhi per il luccichio di realtà marginali e caduche. C’è una prudenza per marcire e una prudenza per progredire. Sotto il falso nome di prudenza spesso si nasconde la paura, l’accidia e l’incapacità di osare per il trionfo del bene. La vera prudenza ci aiuta a camminare con equilibrio e ponderazione sui sentieri della verità e del bene. Libertà e grazia sono perennemente in gioco. La virtù sottolinea l’impegno personale, il sacrificio di sé e la buona volontà. La grazia è dono da accogliere e far fruttificare. Veramente bella è l’anima che segue la virtù per ispirazione immediata, per inclinazione interiore, quasi mossa dal vento favorevole dello Spirito.
A questo punto irrompe sulla scena la figura monumentale di Immanuel Kant (1724-1804) che considera la virtù come sacrificio di sé contro gli interessi personali e gli egoismi individualistici. Nella sua Critica della ragion pratica, una citazione è particolarmente presente nella memoria di tutti: “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e di riverenza sempre nuove e crescenti, quanto più spesso e a lungo il pensiero vi si sofferma, il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me”. Una legge interiore incisa nell’anima, un imperativo categorico a cui la volontà deve aderire anche se costa sacrificio e impegno. Il cammino della vita è complesso, ramificato e vario. Occorrono stelle di riferimento affinché il duello tra vizi capitali e virtù, che si consuma in una vera e propria battaglia dell’anima, dopo il drammatico scontro, realizzi un epilogo felice.
Lo storico greco Senofonte nella sua opera Memorabili narra l’aneddoto di “Ercole al crocevia”. Il famoso eroe giunto ad un incrocio si imbatte in due donne che gli suggeriscono di imboccare due strade antitetiche: una si chiama Areté, in greco Virtù, l’altra Kakía, la Malizia. L’antica parabola classica è l’emblema di una vicenda costante in cui tutti svolgiamo il ruolo di attori e testimoni, nel mentre siamo collocati sul crinale della libertà di scelta. Lo scrittore americano Thoureau nel suo romanzo autobiografico Walden osserva, “non v’è un istante di tregua nella lotta tra vizio e virtù”. Gesù esorta: “Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” perché viviamo nel mondo “come pecore in mezzo ai lupi” (Mt 10,16). Nell’iconografia la prudenza è rappresentata nel mentre stringe tra le dita una serpe. Il serpente infatti è disposto a perdere anche la veste pur di far salva la testa dove risiede tutta la sua forza. Così il cristiano trova in Cristo-Capo la sorgente d’ogni sicurezza, senza però cadere nella furbizia ma conservando la semplicità di una colomba.
Nella parabola delle vergini stolte, sventate e imprudenti, la prudenza di cinque vergini sapienti, accorte e assennate, squarcia il buio della notte con la luce delle lampade accese nel bel mezzo di una festa nuziale (Mt 25, 1-13). Occorre un pizzico di prudenza per non precipitare nel baratro del fallimento e della sconfitta nel mentre si elaborano progetti edilizi e piani di guerra. Così si esprime Gesù quando narra due casi esemplari: chi vuole erigere una torre si siede prima a elaborare costi e fondi a disposizione per portarla a compimento; un re programma una spedizione militare contro un altro re, vagliando innanzitutto la strategia per contrastare con diecimila uomini chi gli viene contro con ventimila (Lc 14, 28-32). La stessa prudenza occorre per costruire sulla roccia stabile e non sulla sabbia inconsistente (Mt 7, 24-25). San Tommaso d’Aquino, uno dei maggiori pensatori d’Occidente, nella sua monumentale Summa Theologiae, descrive la virtù della prudenza rielaborando una celebre immagine di Platone che nel Fedro parla di una misteriosa biga alata che solca lo spazio. La guida un auriga che regge le redini con pacatezza ma anche con fermezza. La biga è l’anima, la ragione il cocchiere, i cavalli le passioni nobili e i desideri carnali da dominare con prudenza. Per avanzare in modo armonico la prudenza regge l’insieme col suo equilibrio. Sant’Agostino con espressione lapidaria parla di recta ratio agibilium, retta ragione delle cose da farsi, intrecciando così tra loro ragione e azione, intelletto e scelta morale. Dante mette in bocca a San Tommaso le seguenti espressioni: “E questo ti sia sempre piombo a’ piedi,/ per farti mover lento com’uom lasso/ e al sì e al no che tu non vedi” (Paradiso, XIII).
Oggi la prudenza è virtù emarginata. Tutto è affidato all’impulso, all’insofferenza per le regole, ad una libertà senza limiti e confini. Ci si affida all’etica della situazione e non più ai valori permanenti. Dopo la superficiale svalutazione bisogna che gli sciocchi imparino di nuovo la prudenza perché chi ama il pericolo, in esso perisce. Bisogna imitare il re Salomone: “Per questo pregai e mi fu elargita la prudenza (Sap 7,7). Chi agisce con prudenza riscuote successo e con la prudenza si rende salda la propria casa. Così suggerisce il Libro dei Proverbi. Oggi incombe il corteo dei vizi contrari: arroganza, superficialità, sconsideratezza, negligenza, avventatezza e immediatezza istintiva. San Paolo esorta: “Non comportatevi da bambini nei giudizi; siate bambini quanto a malizia, ma uomini maturi quanto ai giudizi!” ( 1 Cor 14,20). La prudenza non ama spettacolarità e clamore ma frena e vince le tentazioni.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.17/ del 7/10/2011)


Nostalgia delle Virtù perdute

Pietro Metastasio nel suo più celebre melodramma pubblicato nel 1724 “Didone abbandonata”, afferma: “Nel mondo o virtù non si trova,/ o è sol virtù quel che diletta e giova”. Il pensiero può essere riportato ai nostri giorni e trascritto nei suoi contenuti senza alcuna rettifica. Infatti, la virtù è divenuta una realtà quasi estinta. Trionfa l’indifferentismo libertino e amorale, tiranneggia lo sfacciato utilitarismo. Però questa è una costante della storia. Otto secoli prima di Cristo il profeta Isaia gridava con sdegno: “Guai a coloro che chiamano bene il male e il male bene, che mutano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che confondono l’amaro col dolce e il dolce con l’amaro” (5,20).
Lo stesso termine “virtù” è snaturato. Molte polisportive si chiamano “virtus”. Il “virtuoso” in musica è l’interprete raffinato. E poi, “virtuale”, da nobile aggettivo filosofico destinato a definire ciò che è in potenza, in contrapposizione a “reale”, si è trasformato in uno dei termini globali dell’informatica, in cui la “virtù” è ormai ridotta a essere una simulazione del reale, di qui “realtà virtuale” e “memoria virtuale”. Lo stesso Cicerone nelle sue “Epistulae ad familiares” ha coniato un motto emblematico: “Virtute duce, comite fortuna”, è bene avere come guida la virtù ma bisogna tenersi ben stretta come compagna la fortuna.
La virtù è deformata utilitaristicamente e si è trasformata nella classica foglia di fico dell’ipocrisia: si moltiplicano ai nostri giorni “vizi privati e pubbliche virtù”. Il manto bellissimo e trapuntato delle virtù sono conclamate nasconde vergogne e corruzione. Sempre a parole si cerca di conciliare “virtù e politica”. A Montecitorio si conserva un bel dipinto settecentesco della scuola di Annibale Carracci, intitolato “Allegoria delle virtù teologali”. Tre donne incarnano con i loro simboli la Fede (calice eucaristico e croce), la Speranza (corona di fiori come prefigurazione dei frutti attesi) e la Carità (elargisce pane agli orfani mentre un pellicano nutre col suo sangue i piccoli). Non so se qualche deputato abbia mai gettato uno sguardo a quel dipinto. Nel 1337 Ambrogio Lorenzetti, affrescando la sala principale del Palazzo Pubblico di Siena, ritenne necessario convocare nella sua mirabile “Allegoria del Buon Governo”, proprio le virtù: Sapienza, Giustizia, Bene Comune ed il corteo delle virtù cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza) associandovi anche la Magnanimità e la Pace. Sul capo del Bene Comune occhieggiano le tre virtù teologali: Fede, Speranza e Carità. L’artista era convinto della necessità di mettere almeno sul muro in visione obbligata a governanti e cittadini quell’accolta di figure spesso assenti nel “parterre” della politica e della società.
Per alcune settimane intendiamo in questa rubrica trattare delle virtù, proprio perché queste sono sempre più inaridite o emarginate. Storicamente poi è provato che quando una realtà viene a mancare, si ritorna a sentirne la nostalgia e la necessità. Papa Giovanni XXIII chiamava il settenario classico delle virtù “le sette lampade della santificazione”. Incamminandoci per i sette gradini giungeremo all’apice della carità che secondo san Paolo “di tutte è la più grande” (1 Cor 13). Interpelleremo filosofia, teologia e letteratura per evitare un discorso accademico e rigido. Per chi si recherà al Louvre suggeriamo di cercare in quelle sale il “Trionfo delle Virtù” che Andrea Mantegna dipinse tra il 1499 e il 1502. Qui contempleranno il trionfo del Bene e della Virtù nel mentre cacciano dal loro giardino fiorito i sette vizi capitali: Superbia, Avarizia, Lussuria, Ira, Gola, Invidia e Accidia. Oggi invece si accolgono i vizi e quel che è peggio si giustificano ed esaltano, considerandoli non più debolezze ma prodezze.
Le virtù invece? Dissolte come nebbia di un passato moralistico per dar sfogo al successo sfolgorante raggiunto senza complessi di colpa e senza scrupoli di alcun tipo, con sfacciata spudoratezza, nel nome d’una fasulla libertà. Se la parola virtù oggi è morta o vien ripetuta in modo ironico, noi non possiamo abdicare impunemente alla nostra missione educativa, ne va di mezzo l’identità di genitori ed educatori e soprattutto il futuro dei nostri giovani.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.16/ del 23/9/2011)


In città il nuovo Auditorium San Gennaro

La Parrocchia di San Gennaro sorge in un quartiere di recente costruzione perché è stato realizzato negli ultimi 40 anni. Il complesso parrocchiale fu progettato negli anni ’70. I lavori cominciarono nel 1976 ma ben presto si fermarono. Nel novembre 1982 giunse come parroco don Ilario Gallucci che continuò l’opera precedentemente abbandonata. Giuridicamente la parrocchia nacque il 3 maggio 1983 con il titolo di Sant’Agostino in San Gennaro prima e più tardi, nel 1988, con quello attuale di San Gennaro. La vecchia struttura fu adibita ad auditorium e si realizzò la nuova chiesa dedicata a Dio in onore del protovescovo beneventano San Gennaro il 19 settembre 1991, anno in cui morì don Ilario.
Il 25 ottobre 1994 giunse come parroco don Mainolfi che completò la chiesa e realizzò la canonica, il santuario eucaristico-mariano, l’oasi Santa Maria della Tenerezza, il piazzale Giovanni Paolo II il grande, il campanile ed il concerto di campane. Ma nel quartiere si avvertiva da tempo la necessità di un auditorium multimediale al servizio degli studenti delle numerose scuole che insistono sul territorio e delle iniziative culturali e teatrali della città.
Dopo un intenso lavoro di ristrutturazione del vecchio auditorium e la realizzazione di: impianto fotovoltaico, impianto di condizionamento, impianto audio-video collegato ad una tribuna di regia, elettrico e di illuminazione, installazione servizi igienici idonei anche ai diversamente abili, poltrone e tendaggi in materiali ignifughi, ora tutto è pronto per l’inaugurazione di venerdì 9 settembre ore 22.30. Sarà il francescano padre Petar Ljubicic di Medjugorie ad inaugurare il nuovo “Auditorium San Gennaro” in via Calandra a Benevento.
L’inaugurazione avviene nel contesto di un intenso pomeriggio di cultura e spiritualità che vuole ricordare il 30° anniversario delle apparizioni della Regina della Pace a Medjugorie. Infatti alle ore 19.00 presso il cinema San Marco ci sarà un convegno sul tema: “La Regina della Pace rivela il futuro del mondo” con gli interventi di Padre Petar Ljubicic di Medjugorie ed il prof. Diego Manetti, scrittore e collaboratore di Radio Maria. Alle 21 l’ora di Adorazione eucaristica nella vicina chiesa del Sacro Cuore. Alle 22.00 la processione aux flambeaux con l’immagine della Regina della Pace. Alle 22.30 padre Petar benedice il nuovo Auditorium San Gennaro e presiede la Celebrazione eucaristica nella chiesa parrocchiale di San Gennaro che si concluderà con la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria. I lavori sono stati realizzati con il contributo di 80 mila euro da parte del Ministero Economia e Finanze del governo Berlusconi dietro l’interessamento del senatore Izzo e dell’onorevole De Girolamo e 20 mila euro da parte della Regione Campania dietro l’interessamento dell’onorevole Colasanto. Poiché il costo complessivo degli interventi tecnico-strutturali è di 120 mila euro, il parroco si è impegnato a risolvere personalmente il debito residuo di 20 mila euro per non gravare in alcun modo sulle famiglie, che vivono una particolare stagione di disagio economico, o sul bilancio parrocchiale assai gramo.
La realizzazione assai audace in un tempo così difficile vuole assicurare alla comunità parrocchiale, al quartiere ed alla città, un luogo privilegiato d’incontro, di formazione e di gioia. Il 18 settembre sarà benedetta una nuova statua del primo vescovo di Benevento San Gennaro che dopo l’uso processionale sarà collocata in un angolo dell’Auditorium a lui intitolato. Dopo i festeggiamenti in onore dei celesti patroni San Gennaro e San Pio e la festa di comunità del 25 settembre si penserà ad un evento artistico-musicale al quale saranno invitati autorità e fedeli, come momento ufficiale d’inaugurazione.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.15/ del 8/9/2011)


La presenza di Padre Pio a Solopaca

Mons. Vincenzo Canelli è un solopachese doc. Sacerdote dal 25 luglio 1954. Sperimentato docente di lettere e filosofia. Storico puntuale e affermato con un ricco elenco di pubblicazioni. L’ultimo lavoro: “Padre Pio a Solopaca. Testimonianze”. Dopo le note biografiche ed i riferimenti di rilievo dello stimmatizzato sannita, l’autore passa in rassegna i nove monumenti eretti nella cittadina sannita in Valle telesina, frutto della filiale devozione verso il frate di Pietrelcina. Note particolari sono dedicate al Luogo di preghiera fondato e diretto dallo stesso autore nel terreno di sua proprietà. Un capitolo è dedicato allo statuto e spiritualità dei gruppi di preghiera fondati da San Pio che amava ripetere: “Prega, spera, non agitarti. L’agitazione non giova a nulla. Iddio è misericordioso e ascolterà la tua preghiera”.
Come Francesco d’Assisi così Franceso Forgione è uomo “fatto preghiera”. Nel tratteggiare il profilo spirituale di Padre Pio il professor Canelli sottolinea in modo tutto speciale la devozione alla Madonna del frate di Pietrelcina, invocata come mamma e stella lungo il cammino della vita. Ancora don Vincenzo si sofferma sulle sacre stimmate, sulla devozione di Padre Pio per San Michele Arcangelo e della missione di buon samaritano e lungimirante pedagogo svolta soprattutto nelle lunghe e interminabili ore al confessionale dove non risparmiava per i peccatori più incalliti e recidivi maniere forti, toni burberi e salutari sgridate. La pedagogia dell’amore che mira unicamente alla conversione e salvezza delle anime.
Nel confessionale Padre Pio è stato lui stesso per le anime un vero sollievo della sofferenza, dopo aver costruito per gli ammalati nel corpo la Casa Sollievo della Sofferenza. Per questo motivo San Pio con decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti del 21 febbraio 2004 è stato ufficialmente proclamato patrono della Protezione Civile Italiana.
Accenni rapidi ma intensi sono dedicati ai francescani solopachesi la cui memoria “in benedictione est”: Padre Antonino Franco che da giovane sacerdote partì per la Spagna come tenente cappellano; padre Beniamino Canelli insigne predicatore ricercato, venerato e amato dalle nostre popolazioni; padre Ermenegildo Frascadore, ministro provinciale dei frati minori, vice postulatore per le Cause dei Santi e collaboratore dell’Osservatore Romano, docente di Storia della Chiesa e Pastorale delle Comunicazioni Sociali dell’Antonianum di Roma e presso lo Studio Teologico Beneventano, Rettore del Santuario di Gesù Bambino di Praga di Benevento e guida illuminata di madre Raffaelina Borruto, apostola carismatica della devozione all’infanzia di Gesù; infine padre Nicola Riccardi docente presso la Pontificia Università Antonianum di Roma e padre Giampiero Maria Canelli parroco della Parrocchia Sacro Cuore di Benevento.
L’autore conclude il suo lavoro con una lauda che titola: “Laudato si’, mi Signore per averci dato Padre Pio”. Un puntuale excursus fotografico accompagna lo scritto essenziale e limpido mostrando monumenti, luoghi, immagini ed eventi che legano ormai indissolubilmente Solopaca a Padre Pio da Pietrelcina. Davvero Padre Pio come Francesco d’Assisi è stato: “rappresentante stampato delle stigmate di nostro Signore Gesù Cristo” e “ un vivo calice per la nostra sete”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.14/ del 22/7/2011)


La Madre cerca i suoi figli

Sono passati 30 anni dalla prima apparizione del 24 giugno 1981 a Medjugorje. Nessuna apparizione della Madonna nei tempi moderni è durata così a lungo. Lo scopo dell’eccezionale disegno della Santa Vergine ancora in corso nella cittadina dell’ex Jugoslavia: guidare tutti gli uomini a Cristo. Medjugorje, un grappolo di case in mezzo ai campi, da località sconosciuta è diventato il più frequentato luogo di devozione mariana. La Madonna dialoga con sei veggenti: Vicka, Jakov, Mirjana, Ivanka, Marija, Ivan.
La “Gospa”, Madonna in croato, si presenta sotto il titolo di Regina della Pace. Assicura che Dio esiste e ci ama, chiede la conversione dei cuori, racconta la sua vita, comunica messaggi che riguardano la parrocchia di San Giacomo di Medjugorje, oggi parte della repubblica federale di Bosnia-Erzegovina, la Chiesa ed il mondo, rivela 10 segreti, noti solo ai veggenti e che a suo tempo saranno svelati. La tormentata vicenda della guerra civile nei Balcani (1991-1995), l’ostilità dei vescovi locali, lo scetticismo di tanti, non hanno fermato la straordinaria vicenda che vede in azione la Divina Condottiera dei mondiali di Dio nel tempo dell’incredulità e del relativismo etico. Le apparizioni continuano. Papa Benedetto XVI nel 2010 ha nominato una commissione di studio sul fenomeno e tutti restano ora in attesa che la Chiesa si pronunci.
Nessuno riesce ad arrestare il fiume di pellegrini che da 30 anni dichiarano di aver ottenuto pace e grazie. Almeno 30 milioni in questo trentennio. Circa 2 milioni ogni anno, negli ultimi tempi, i pellegrini provenienti da tutto il mondo di cui 600mila italiani. Raggiungono la cittadella mariana perfino intere tribù di aborigeni australiani e delegazioni di capi indiani d’America. Ponte verso l’Est, Medjugorje è meta abituale di cattolici slavi, dell’estremo Oriente e soprattutto di coreani. L’appuntamento più affollato il Festival internazionale dei giovani dal 30 luglio al 6 agosto di ogni anno, con quello del 2011 si giunge alla XXII edizione.
Per il regime comunista fu un complotto. Stupore nella gente comune. Cautela da parte degli uomini di Chiesa. Aperta ostilità dell’apparato comunista allora al potere. Il 17 agosto 1981, l’allora parroco di Medjugorje padre Jozo Zovko, frate minore francescano, fu messo in carcere, dove rimase per 16 mesi. Così agli inizi ed anche nel novembre 1983 quando anch’io mi recai pellegrino in questo luogo unico al mondo per la prima volta. Ora l’ingresso è facilissimo. Le colline della fede, il Podbrdo, luogo delle prime apparizioni, e il Krizevac, dove sorge una croce di 10 metri realizzata nel 1933 a ricordo dei 1900 anni della Redenzione, sono i due luoghi del massimo raccoglimento, della preghiera e della penitenza. A chi desidera essere guidato nel cammino di conversione la Gospa a Medjugorje indica cinque mezzi necessari per crescere nella vita di fede: Comunione almeno settimanale, Confessione mensile, Meditazione della Bibbia, recita quotidiana del Rosario e digiuno come rinuncia alle attrazioni materiali che allontanano il cuore da Dio.
Le indagini accurate della scienza escludono che i veggenti siano matti o manipolati. Secondo i medici e gli psicologi il fenomeno resta scientificamente inspiegabile. Almeno 500 i casi di guarigione del corpo. Non si contano le guarigioni dell’anima. L’invito alla santità da parte del Cielo non si è fermato in Erzegovina. In tutto il mondo sono ormai più di 5000 i gruppi di preghiera che cercano di vivere i messaggi della Regina della Pace.
Nei messaggi della Vergine Maria ci sono ammonimenti e profezie. Le esortazioni non esprimono nuove verità di fede ma aiutano a viverle. Pressante si fa l’appello alla pace, alla preghiera, all’amore, alla conversione, al digiuno, al perdono e alla riconciliazione con Dio e tra di noi. Dinanzi all’indescrivibile stupore dei sei veggenti la Madonna dice: “Sono così bella perché amo”. La Regina della Pace afferma con chiarezza che “se ti allontani da Dio vai incontro alla fine”. La Madonna ha anche promesso che sulla collina delle prime apparizioni apparirà un segno stabile e meraviglioso che tutti potranno vedere per convincersi dell’autenticità delle apparizioni. Dietro il santuario ogni giorno sgorga un litro di liquido misterioso dalla statua di un Cristo Risorto che lacrima, un vero enigma per la scienza. Ripetutamente i pellegrini percepiscono segni nel sole e nella croce posta in alto sopra la montagna. Una teoria interminabile di penitenti si avvicina ai sacerdoti per le confessioni. Copiosi i frutti della carità sgorgati dal cuore di Maria: la Comunità Cenacolo di Suor Elvira per ragazzi drogati restituiti all’amore ed al lavoro attraverso la cura infallibile della preghiera, il villaggio di padre Slavko “rifugio sicuro” per ragazze madri, l’orfanotrofio di suor Kornelya e tanti altri. Una statuina proveniente da Medjugorje nel 1995 ha pianto lacrime di sangue per ben 14 volte presso la famiglia Gregori a Civitavecchia in Italia.
La Madonna di Medjugorje continua ad apparire dopo 30 anni, il Vaticano ha preso sul serio il fenomeno, la televisione ed i giornali ne parlano ripetutamente, Claudia Koll, Paolo Brosio e tanti altri testimonial raccontano che la Regina della Pace rischiara il cammino nella notte e mostra a tutti i suoi figli il sentiero nuovo della vita.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.13/ del 8/7/2011)


Nuvole di sole nell'entroterra campano del 1870

E’ passato già un anno dalla beatificazione di Teresa Manganiello, l’analfabeta sapiente di Montefusco, e le suore francescane immacolatine eredi del suo carisma francescano e mariano hanno voluto ricordare l’evento con una commedia musicale in due tempi presso il Teatro Massimo di Benevento.
Il regista Carlo Tedeschi racconta che lo spettacolo ha rappresentato uno spaccato di vita contadina del 1870 inserito negli eventi legati all’unità d’Italia. In questo contesto storico Teresa Manganiello, si propone ai suoi contemporanei in modo alternativo alle convenzioni e alle consuetudini sociali nel suo tempo, diventando donna emblematica che emerge dalla povertà col sacrificio, l’impegno spirituale, la rinuncia al matrimonio e la generosa carità verso gli ultimi, elevandosi interiormente per appagare la sete d’infinito che conquista giorno per giorno la sua anima. Le sue scelte controcorrente sono forti e coraggiose pur rimanendo pervase di silenziosa umiltà. La sua testimonianza cambia, trasforma ed eleva la vita della sua numerosa famiglia e quella dei vicini senza imposizioni e arroganze. Teresa seduce e conquista con l’esempio della sua vita progressivamente divinizzata.
L’autore del testo Francesco Miceli ha rivisitato le fonti storiche e le testimonianze orali sulla giovanissima ragazza irpina che pur non avendo scritto nulla si impone con la sua disarmante semplicità e fede. Ecco perché il popolo che l’ha conosciuta, l’ha anche amata e continua ad amarla, conquistato dal sorriso e dalla sofferenza dell’umile contadina. Una commedia popolare che abbraccia il musical con le coreografie, i costumi e le musiche squisitamente popolari di Corrado Sillitti.
Tutto il dramma di lacrime, fatiche e trasfigurazioni della giovane Teresa Manganiello si svolge in cortile di oltre cento anni fa e mette in rapporto cielo e terra in una splendida simbiosi. All’età di ventisette anni Teresa, che ha dedicato tutta la sua vita a Dio e ai poveri, è già matura per il Cielo. A distanza di tanti anni il suo messaggio rimane attuale e conquista anche i giovani distratti del nostro tempo.
Interpreti i personaggi della compagnia teatrale tutti giovani come Teresa, appartenenti alla fondazione Leo Amici di Montecolombo in provincia di Rimini. Le scene, i messaggi e soprattutto i canti e le musiche hanno conquistato il cuore dei mille spettatori presenti. Teatro Massimo pieno all’inverosimile. Le suore francescane immacolatine che continuano nel presente l’azione evangelizzatrice di Teresa possono essere davvero fiere e contente perché il cammino che compiono dietro i passi dell’analfabeta colta fa sorgere nuvole di sole anche tra le tenebre del nostro difficile tempo.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.12/ del 24/6/2011)


A Faicchio una nuova Beata: Madre Serafina Micheli

Sabato 28 maggio, nel campo sportivo di Faicchio (Bn), luogo ove riposano le spoglie mortali di Madre Serafina Micheli, fondatrice delle Suore degli Angeli, alle ore 17.00, sua Eminenza il Cardinale Angelo Amato, SDB, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha presieduto la solenne Concelebrazione Eucaristica per la Beatificazione dell’apostola dei poveri Madre Serafina.
Presenti molti vescovi, tantissimi sacerdoti e circa diecimila fedeli. Era presente anche Suor Michelina Acocella, Madre generale delle Suore degli Angeli e miracolata dalla Beata. La Madre generale dell’Istituto dimagriva a vista d’occhio. È guarita da una malattia allo stomaco nel novembre del 1999, grazie all’intercessione della fondatrice di origine trentina, vissuta come sospesa tra cielo e terra, in una tensione spirituale che la rendeva capace di guardare oltre le cime delle sue Dolomiti per donarsi costantemente agli ultimi.
La Beata Suor Maria Serafina del Sacro Cuore (al secolo Clotilde Micheli), nasce a Imèr (TN)  l’11 settembre 1849. I genitori, Domenico e Anna Maria Orsingher, profondamente cristiani, la educano alla vita di fede e di carità verso i più poveri e bisognosi. A 18 anni, mentre si trova in preghiera nella Chiesa di Imèr, la Madonna le manifesta la volontà di Dio circa la fondazione di un Istituto, dedito all’adorazione della Santissima Trinità, attraverso l’Eucaristia, come gli Angeli, nel servizio del prossimo. Dopo vari pellegrinaggi alla ricerca dei mezzi per realizzare il piano di Dio e dopo aver superato, con grande coraggio, molte difficoltà e incomprensioni, Clotilde approda a Caserta, su invito di padre Francesco Fusco da Trani, conosciuto durante il pellegrinaggio ad Assisi. Il 28 giugno 1891, col permesso di Mons. Enrico dè Rossi, Vescovo di Caserta, nasce l’Istituto delle Suore degli Angeli  e Clotilde prende il nome di Suor Maria Serafina del Sacro Cuore, nome che le aveva indicato la Madonna nel lontano 1867.
Durante la sua vita fonda quindici case, che chiama case di missione, tutte animate da spirito di sacrificio e dedizione totale alla Chiesa e ai fratelli. Dopo aver consumato  le sue forze a servizio dei più poveri e umili e dopo aver dato un solido assetto all’Istituto, muore il 24 marzo 1911 a Faicchio (BN), in fama di santità. Le Suore degli Angeli, per carisma proprio, sono adoratrici della Santissima Trinità, attraverso l’Eucaristia, come gli Angeli, nel servizio del prossimo, secondo il dono concesso da Dio a Madre Serafina. Si ispirano agli Angeli nell’apostolato che svolgono al servizio dei fratelli nei vari ambiti in cui operano: nelle scuole, nelle parrocchie, negli ospedali, con gli anziani, con i diversamente abili. Sono presenti in Italia, nel Brasile, nelle Filippine, in Indonesia e in Africa (Benin). Attualmente l’Istituto conta circa 350 Suore.
ll progetto vocazionale di Madre Serafina può ben essere sintetizzato in una frase che ella di frequente ripeteva alle consorelle: “Come gli Angeli adorerete la Trinità e sarete sulla terra come essi sono nei cieli”. Veniva, in tal modo, tracciato un profilo spirituale intessuto di intenso amore a Dio e di generoso servizio ai fratelli più bisognosi. Ella per prima dava costante testimonianza di questi valori. II suo profilo spirituale si incentrava sull’adorazione della Santissima Trinità e dell’Eucaristia [...]. II Signore Gesù, al quale aveva donato un cuore indiviso, occupava veramente il primo posto nella sua vita. Profonda venerazione e filiale amore nutriva verso la Vergine Immacolata, la Regina degli Angeli, alla quale guardava con piena fiducia e volontà di imitazione. Ella era favorita da una grande sensibilità, dalla sapientia cordis e dall’azione della grazia, così che anche nella guida del giovane Istituto manifestò prudenza, entusiasmo, spirito di obbedienza agli orientamenti della Chiesa. Visse con grande povertà e austerità. Instancabile fu il suo impegno per la fondazione e lo sviluppo delle varie case religiose e, di fronte ai non pochi problemi che le causarono amarezze e sofferenze, il suo atteggiamento fu ispirato ad umiltà, pazienza e com-prensione: in tutte le circostanze cercò solo la gloria della Santissima Trinita.
II 1 ° luglio 2010 papa Benedetto XVI, ricevendo in udienza S.E. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha autorizzato il Dicastero a promulgare il decreto sul miracolo attribuito all’intercessione della Venerabile suor Maria Serafina del S. Cuore. In virtù di tale decreto, Madre Serafina è iscritta nell’Albo dei Beati.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.11/ del 10/6/2011)


Fatima e il segreto ancora nascosto

Lo scorso 13 maggio abbiamo ricordato il 94° anniversario delle apparizioni della Madonna a Fatima ed il 30° dell’attentato al beato Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro.
Tutti sanno che il 13 maggio dell’Anno Giubilare del 2000 il Vaticano ha rivelato al mondo ufficialmente il terzo segreto di Fatima: “la visione di un vescovo vestito di bianco che sale in mezzo ai cadaveri verso una croce, dove viene ucciso da alcuni soldati”. Visione immediatamente collegata all’attentato del 13 maggio del 1981. L’annuncio tanto atteso deluse molti. Un messaggio tenuto nascosto per tanti anni non può riferirsi ad un evento già accaduto. Questa lunga attesa prima di comunicare il contenuto del segreto non avrebbe senso. Di fatto Suor Lucia dal 1960 è stata letteralmente isolata e ridotta al silenzio. La verità lascia immaginare che c’è un Papa martire nel futuro della Chiesa!
Il commento della Madonna alla visione, descritta da Suor Lucia e ufficialmente rivelata dalla Chiesa, non è mai stato pubblicato perché il contenuto è troppo sconvolgente, riguarda tutti gli uomini del nostro tempo e interroga soprattutto i cristiani. Il contenuto del messaggio ha come chiave di comprensione la terribile domanda di Gesù: “Quando il Figlio dell’Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?”
Papa Benedetto XVI durante il suo pellegrinaggio a Fatima, 13 maggio 2010, ha parlato a lungo del terzo segreto ed ha confermato che il segreto riguarda “realtà della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano; che gli attacchi al Papa e alla Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa; oggi questo lo vediamo in modo realmente terrificante: la grande persecuzione alla Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa”. Davanti a 500.000 fedeli raccolti nella piazza della vecchia basilica di Fatima Papa Benedetto ha inoltre affermato: “Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima si sia conclusa”. Durante la conferenza dei cosiddetti “Fatimiti” tenutasi nell’Hotel Ergife Palace di Roma dal 3 al 7 maggio 2010, il famoso vaticanista Giuseppe De Carli, incalzato dagli organizzatori ha dovuto ammettere l’esistenza del “plico Capovilla” e del testo in esso contenuto, custodito nell’appartamento del Papa, nella scrivania detta “Barbarigo”, mentre il testo della visione ufficializzato era custodito negli archivi del Sant’Uffizio. Il fatto che quel plico e i suoi contenuti non sono stati mai mostrati è prova inequivocabile di un tentativo di occultamento. Mons. Capovilla, segretario di Giovanni XXIII è un testimone credibile e l’unico vivente.
Alla fine del dibattito De Carli ha dovuto ammettere: “fino a questo momento sono stato ingannato”, ed ha ringraziato gli organizzatori per il grande lavoro che stanno svolgendo, salutandoli calorosamente. Anche Vittorio Messori dopo alcune incertezze, partecipando ad una puntata di “Porta a Porta” del 12 maggio 2010 ha ammesso che Papa Benedetto “non vede il compimento del terzo segreto nell’attentato del 1981 e non lo ritiene concluso nel passato, ma lo vede proiettato nel futuro, considerando anche un fatto nuovo, come lo scandalo della pedofilia, parte del segreto”. E’ chiaro che il Papa Benedetto XVI tutto questo non può esserselo inventato: lo ha ricavato dal testo completo del segreto! Sul terzo segreto di Fatima esistono dunque due testi distinti ma complementari, uno dei quali, custodito nell’appartamento del Papa, non è stato ancora rivelato. Socci e i “Fatimiti” hanno avuto ragione. Anche il giornalista Tornielli parla dell’esistenza di due manoscritti: la visione avuta da Lucia e la spiegazione offerta dalla Madonna. L’ultimo capitolo della vicenda di Fatima dev’essere ancora scritto!
Il messaggio di Fatima non può essere ritenuto completo senza che il mondo abbia prima sperimentato il trionfo del Cuore Immacolato di Maria. Ora la storia si muove inesorabilmente verso questo evento benedetto ed atteso. Prima o poi la Russia sarà consacrata al Cuore Immacolato di Maria e verrà concesso al mondo un periodo di pace. Più a lungo ritarderemo questa consacrazione e più ci avvicineremo all’“annientamento delle nazioni” predetto dalla Madonna. Il Cielo supplica Papa Benedetto XVI di ubbidire alla Madonna.
Dal 9 al 13 maggio 2011 i “Fatimiti” hanno organizzato ancora un convegno per far sapere al Santo Padre l’urgenza di consacrare la Russia e il mondo alla Madonna. Il prossimo 26 maggio tutti i vescovi italiani con Papa Benedetto, in Santa Maria Maggiore a Roma, consacreranno l’Italia alla Madonna in occasione del 150° dell’unità nazionale. Lo stesso Papa Benedetto nel maggio 2010 ha pregato a Fatima “affinché l’umanità possa assistere al promesso trionfo del Cuore Immacolato di Maria prima del 100° anniversario delle apparizioni, nel 2017”. La Madonna, Signora e Pastora, continua a peregrinare per le vie del mondo, alla ricerca dei figli dispersi, per condurli al suo cuore di Madre, la celeste Messaggera cammina per tutta la terra, non vuol perdere nemmeno uno di quanti è Regina e Patrona. In questo mese di maggio ancora una volta vogliamo consacrarci al Cuore della Madre per affrettare il suo trionfo, esaudire l’invito pressante di Gesù ed esperimentare il bene prezioso della Pace.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.10/ del 27/5/2011)


Raggi di sole

Durante la settimana santa ho avuto la gioia di visitare la mostra pittorica “raggi di sole” realizzata dalla pro-loco di Lapio con le opere dell’artista mons. Aurelio Capone, parroco del paese.
Mons. Capone è nato a Bully Les Mines in Francia nel 1953 da genitori emigrati originari di Pratola Serra. Rientrato in Italia a 10 anni frequenta il Seminario di Benevento e diventa sacerdote nel 1979. Parroco in diversi paesi dell’Arcidiocesi di Benevento, dal 1985 guida la comunità parrocchiale di Lapio. Monsignore dal 1998. È direttore dell’Ufficio Missionario Diocesano. Sin da ragazzo avverte la propensione per l’arte pittorica e negli anni ’90 frequenta lezioni sulle tecniche pittoriche come allievo del maestro Rosario Longo.
Le tele esposte dalla pro-loco raccontano un’avvincente esplosione di colori proveniente dal dinamismo delle stagioni. Nelle opere di Capone la creazione appare ancora in movimento per regalare luce, gioia, pace, bellezza, incanto. Il sole brilla sempre in ognuna delle sue opere, sulle colline, sui tulipani, sulle barche, sulle case e sui volti. L’innocenza del fanciullino nascosto nell’animo dell’artista emerge con rasserenante positività e l’arcobaleno dei colori rivela l’eterno mistero in un inno perenne alla vita e all’amore.
Ogni artista sta sempre con un piede nella sfera celeste e con l’altro in bilico sull’abisso. L’attrazione di molti pittori moderni per il male e per l’orrore è già troppo diffusa. Aurelio Capone, da abile e sperimentato “pastore dei colori” spinge la sua produzione verso quella soglia dove l’intervento umano si apre alle possibilità illuminate ed illuminanti della grazia, rivivendo con emozionante passione il rapporto tra pittura e mistica. I temi legati all’arte sacra, al bene, alla grazia, segnano la critica più serrata alla catastrofe provocata dal razionalismo e dal nichilismo, suggerendo un vivace richiamo alla teologia della storia.
Il Beato Giovanni Paolo II nella Lettera agli artisti afferma: “Nel rilevare che quanto aveva creato era cosa buona, Dio vide anche che era cosa bella… La bellezza è in un certo senso l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza”. Immanuel Kant nella Critica del giudizio afferma che dinanzi alla bellezza “l’animo avverte una certa nobile elevazione al di sopra della semplice elevazione al piacere sensibile”. Non si tratta quindi di una proprietà soltanto formale ed esteriore, ma di quel momento dell’essere a cui alludono termini come la parola biblica “gloria”  per descrivere la “bellezza” di Dio che si manifesta a noi come splendore e come fascino. È ciò che suscita attrazione gioiosa, sorpresa gradita, dedizione fervida, innamoramento, entusiasmo. È ciò che l’amore scopre nella persona amata, quella persona che si intuisce come degna del dono di sé, per la quale si è pronti ad uscire da noi stessi e giocarsi con scioltezza.
Con le sue opere pittoriche don Aurelio ci stimola fortemente e ci spinge a comprendere che non basta deplorare e denunciare le brutture del nostro mondo, parlare di giustizia, doveri, bene comune, esigenze evangeliche e programmi pastorali, ma bisogna parlarne con un cuore carico di amore compassionevole, facendo esperienza di quella carità che dona con gioia e suscita entusiasmo, bisogna irradiare la bellezza intorno a noi perché solo questa bellezza rapisce veramente i cuori e li rivolge a Dio. Anche San Pietro al Tabor aveva compreso cos’è la bellezza, quando contemplando il Cristo trasfigurato esclamò: “Signore, è bello per noi restare qui”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.9/ del 6/5/2011)


La statua in bronzo del Beato Giovanni Paolo II
sul sagrato della Parrocchia San Gennaro in Benevento
sarà benedetta domenica primo maggio alle 11.30

Il significato dell’opera d’arte
Nella mano sinistra il pastorale con il Crocifisso, simbolo di passione e fede; strumento sul quale spesso si appoggiava con entrambe le mani, quasi a voler testimoniare una fiducia totale e priva di incertezze nei confronti di quel sostegno che, attraverso la preghiera, è capace di infondere speranza in ogni cristiano. La mano destra, invece, protesa verso il prossimo: nell’atto di benedire le folle, di salutare le comunità di ogni parte del mondo ed arrivare quasi a sfiorare i sentimenti delle persone. Così, con gesti molto semplici ma allo stesso tempo carichi di un profondo significato, il maestro Albano Poli ha rappresentato Papa Giovanni Paolo II nella statua in bronzo commissionatagli dalla Parrocchia di San Gennaro in Benevento per accogliere i fedeli e quanti si recheranno in questo tempio.
Questo imponente monumento è destinato a diventare un punto di riferimento sempre visibile anche di notte per ricordare che nonostante le difficoltà del vivere quotidiano ogni essere umano deve avere lo sguardo rivolto verso l’alto, verso Dio. Proprio nel piazzale antistante il complesso parrocchiale, che porta il nome del Pontefice dal giorno dell’inaugurazione, 17 dicembre 2006, sarà collocata l’opera di Albano Poli: una fusione in bronzo, realizzata con la tecnica della cera persa, dell’altezza di due metri e venti frutto di un incredibile lavoro di alto artigianato. In questa fedele raffigurazione, il Papa indossa mitra, casula e pallio. Egli ha il volto sereno, leggermente sorridente, lo sguardo verso la folla che lo ha tanto amato e che fino alla fine lo ha acclamato e sostenuto, ricambiando l’aiuto e l’amore per la vita che lui stesso ha trasmesso e insegnato per molti anni. In quest’opera d’arte, nelle pieghe delle vesti, nelle mani e nel volto espressivo e vibrante, Papa Wojtyla torna alle nostri menti nei gesti, negli sguardi, nelle carezze e nei sorrisi attraverso i quali è entrato nel cuore delle persone, anche grazie ai moderni mezzi di comunicazione. Quest’opera vuole essere un ulteriore riconoscimento al Papa Giovanni Paolo II, i cui insegnamenti ancor oggi guidano i fedeli e all’uomo  Karol Wojtyla, che è stato capace di condurre per molti anni la comunità cristiana verso le porte del terzo millennio: “L’uomo è chiamato a una pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni della sua esistenza terrena, poiché consiste nella partecipazione alla vita stessa di Dio” (Evangelium Vitae, Giovanni Paolo II).
L’artista Albano Poli
Più di cinquant’anni fa in una piccola bottega d’arte nel centro di Verona, spinto ed incoraggiato dal Maestro Pino Casarini, Albano Poli inizia la sua lunga carriera. Dapprima restaura o riproduce vetrate di chiese e via via negli anni, unendo l’abilità manuale al genio creativo, disegna e progetta vetrate “sue”. Opere artistiche che, ogni volta nuove e diverse, incontrano l’approvazione di chi le ammira grazie alla loro preziosità nei materiali, alla precisione nella tecnica di esecuzione e spesso per la loro astrazione: più che le forme definite, nelle sue vetrate giocano le composizioni cromatiche ed il cenno allusivo a voler comunicare un preciso messaggio inserendosi armoniosamente nel contesto in cui vengono collocate. La creatività del Maestro Poli lo porta presto a circondarsi di professionisti e artigiani che assieme a lui crescono con la stessa sensibilità sperimentando espressioni artistiche nuove. Oggi nell’ampio laboratorio veronese si respira la stessa atmosfera della “bottega” rinascimentale dove protagonista non è solo la vetrata ma più lavorazioni, diverse tra loro, che coesistono e spesso si completano a vicenda con lo scopo di creare arte: tutto parte da un’idea che poi prende forma nella materia, sia essa vetro, pietra, legno o metallo che si plasma nelle mani dell’artista e diventa un’opera ricca di significato capace di suscitare un’emozione. Il laboratorio offre la propria esperienza in ogni fase: dalla progettazione alla cantieristica finale.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.8/ del 22/4/2011)


"Mille passi"

Angelo Fuschetto, presidente provinciale del Movimento Cristiano Lavoratori, assai noto per l’intensa attività pubblicistica e la collaborazione con molte riviste storiche, appassionato cantore della cultura e tradizione del Fortore, sua terra d’origine, ha recentemente pubblicato con le edizioni Auxiliatrix di Benevento, una monumentale opera di 440 pagine dal titolo “I mille passi di una comunità meridionale”. Il racconto si snoda simile ad una galleria di ritratti, memorie, eventi, incontri, paesaggi e soprattutto esperienze che tratteggiano le molteplici tessere di un affascinante mosaico intorno alla città di San Marco Dei Cavoti. Immagini di un viaggio straordinario tra volti, storie, amori, lieti eventi, vanità, rimpianti, tragedie, lutti, vendette, querele, emigrazioni, guerre, vicende scolastiche, matrimoni, chiese, ruderi, antichi portali, stemmi, epigrafi, panorami, vedute e mestieri ormai dimenticati che tessevano in un tempo non tanto lontano da noi la vicenda umana e sociale delle nostre popolazioni meridionali “nella mezzanotte del Mezzogiorno d’Italia”.
Angelo Fuschetto dimostra anche in occasione dei 150 anni dell’unificazione politica dell’Italia che la vera storia non s’impara a scuola. Questa è la storia scritta dai vincitori, strumentalmente orientata al proprio tornaconto, con menzogne e travisamenti dove i galantuomini passano per criminali ed i violenti per eroi nazionali. Quanto inchiostro sprecato e quanti monumenti inopportunamente edificati a uomini senza valori. Quanti cittadini seri, onesti e generosi sepolti dall’oblio e dall’ingratitudine. Quante nefandezze e quanti soprusi sulla povera gente da parte dei prepotenti di turno sui tornanti della vicenda storica. Una storia colma di falsità non può essere maestra di vita. Ma la verità anche se in ritardo emerge inesorabilmente.
Mi piace sottolineare in occasione di questa recente pubblicazione una nota dominante dell’autore Angelo Fuschetto: “il coraggio della passione”. Solo un grande coraggio ed una vivida passione possono sostenere una fatica editoriale così impegnativa e feconda. La verità storica risplende sempre nel frammento. L’autore del poderoso volume è un attento osservatore delle vicende storico-politiche, ma anche degli accadimenti umili che coinvolgono la sua gente, perciò annota di tanto in tanto su pezzettini di carta i suoi pensieri e le sue impressioni su quanto accade intorno a lui e sul tenore di vita condotto dai cittadini. Contempla il paesaggio che si snoda sotto i suoi occhi, osserva persino i tetti delle case, i giardini ordinati e puliti, i costumi variopinti della gente, sembra quasi stia attraversando un paese di fate, esaltando il verde dei boschi e delle colline, le cime innevate che svettano solenni nell’azzurro, aiutando a distrarsi e facendo dimenticare almeno per un poco la difficile realtà che sta vivendo e patendo.
Il percorso è preciso e meticoloso. Le pietre miliari sono tutte puntualmente scovate e descritte: cenni storici su San Marco Dei Cavoti, sculture del XII-XIII secolo, portali, torri e colonne, una Croce che non trova pace per i continui spostamenti, edifici che hanno resistito alle ingiurie degli uomini e all’usura del tempo, il palazzo Jelardi, i segni indelebili della presenza provenzale in questa zona del Fortore, antichi arnesi lavorati a mano dai fabbri locali, il vecchio convento dei Domenicani, il borgo antico, la parrocchia di San Marco Evangelista, la chiesa della Santissima Annunziata detta del Carmine, il vecchio e il nuovo cimitero, momenti di vita scolastica, foto e abiti di prima comunione e matrimonio, momenti di vita quotidiana in paese, i costumi locali, la sfilata dei carri nella seconda domenica di agosto organizzata dalla congrega del Carmine, i grandi eventi della comunità cittadina, i volti tristi degli emigrati in America, i personaggi illustri del paese, ricordi della prima e seconda guerra mondiale, dei fascisti e dei partigiani, paesaggi invernali e vedute recenti.
Domina nella preziosa pubblicazione la fotografia che offre quasi un contatto fisico con la storia bella e insieme tormentata del paese fortorino nelle varie tappe della sua evoluzione. Con questo libro Angelo Fuschetto innalza un mirabile monumento alla gente comune di un paese antico dove il progresso tecnologico non ha potuto cancellare le gloriose vestigia di un tempo passato. La dedica del libro ai figli e nipoti dice la forza della speranza che nonostante la nostalgia del passato e l’amarezza del presente anima per il futuro il cuore sempre giovane di Angelo Fuschetto.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.7/ del 8/4/2011)


Preghiera per l'Italia nel 150° dellò'unità nazionale

Signore Dio, crocifisso e risorto per amore nostro,
rivolgi il Tuo sguardo misericordioso sulla nostra patria,
nella quale hai mandato gli Apostoli Pietro e Paolo a edificare la Chiesa
che non crollerà nonostante lo spirare dei venti contrari,
facendo di Roma il centro del Cattolicesimo,
la Sede del Tuo Vicario e Pastore universale, il dolce Cristo in terra,
la Gerusalemme nuova, faro della civiltà cristiana,
sorgente di santità, carità e sapienza per il mondo intero.
Terra bagnata dal sangue dei martiri, che custodisce le reliquie
della vita di Gesù nella Santa Casa di Nazaret, dove il Redentore
fu concepito in un abbraccio di luminoso ardore, tra lo Spirito Santo
e la Vergine Maria, e la Sacra Sindone, che rivela la storia
della Passione scritta sul lino con inchiostro di Sangue divino.
Terra costellata di santuari mariani, cliniche dello spirito e laboratori di pace.

Terra di grandi santi, simili a Gesù per il dono delle ferite,
che hanno realizzato opere prodigiose di carità per i poveri e i sofferenti.
Terra di poeti, scienziati e artisti che hanno cantato
la bellezza di cielo, terra, mare, fiori, foreste e monti.
Signore, grazie per l’Italia unita e grande, custodiscila, difendila, proteggila,
allontana dalla nostra storia le perfide insidie e le tenebrose minacce di Satana,
risana le dolorose piaghe degli aborti e dei divorzi.
Nell’angoscia che ci opprime, rimettici in ginocchio dinanzi all’Eucaristia,
sorgente di vita e fonte di speranza, non privare mai il nostro paese
del canto e delle preghiere del suo popolo, rendilo fedele
alle sue radici e alla sua provvidenziale missione nel mondo.
Questa nostra bella patria, aiuola che ci fa tanto feroci,
diventi giardino di Dio che ci fa tanto felici.
Signore, benedici gli anziani, sempre più  numerosi per l’inverno
demografico e il progressivo invecchiamento della popolazione,
ed i giovani, sempre più tristi per la mancanza di lavoro
e le incerte prospettive di futuro.
Ritorni l’Italia, eremo dell’anima che sceglie il primato di Dio
per educare alla vita buona del Vangelo, cantiere del bene comune,
fondato sui valori della vita umana, dignità della persona, ruolo della famiglia,
vocazione alla carità politica, responsabilità e accoglienza dello straniero.
Signore, aiutaci ad amare il nostro paese,
pur sapendo che la nostra vera patria è il Cielo.
Per l’intercessione di Maria e di Giuseppe di Nazaret, di tutti gli Angeli,
dei celesti patroni Francesco d’Assisi e Caterina da Siena,
ridona o Signore a tutti gli italiani, la bellezza del palpito dei cuori
intorno al Tricolore ed un profondo amore alla Croce gloriosa,
unico nostro vanto e  nostra unica speranza. Amen.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.6/ del 25/3/2011)


Fortunato Di Noto e Fabio Pecchia a Benevento

Papa Benedetto XVI nella sua ultima pubblicazione “Luce del mondo”, conversando con il redattore Peter Seewald, non ha timore di parlare di crisi e di sporcizia “come se il cratere di un vulcano avesse eruttato una grossa nube di sporcizia che insudiciava e rabbuiava tutto, cosicché soprattutto il sacerdozio appariva come un luogo della vergogna ed ogni sacerdote si sentiva come sospettato”. Dice che lo shock è stato enorme a motivo delle vittime di abusi sessuali: “è un peccato molto grave se una persona che in realtà dovrebbe aiutare a gli uomini a trovare la strada verso Dio, alla quale si affida un bambino, un adolescente per trovare il Signore, invece abusa di lui e lo allontana dal Signore. Così la fede come tale diviene non più credibile, la Chiesa non può più porsi in maniera convincente con annunciatrice del Signore. Tutto questo ci ha sconvolti, mi scuote ancora oggi nell’intimo. Il Signore, però, ci ha anche detto che insieme al grano c’è anche l’erba cattiva, ma che nonostante questo la semina, la Sua semina, il grano buono che Lui ha seminato, continuerà a crescere, in questo noi confidiamo”. Lo scandalo degli abusi riempie tutto il secondo capitolo della conversazione pubblicata recentemente dall’Editrice Vaticana. Siamo dunque anche noi con il Papa, perché non abbiamo paura di affrontare il problema dilagante della pedofilia che vede coinvolti solo marginalmente alcuni sacerdoti. Il sacerdote siciliano don Di Noto è pioniere coraggioso e audace nella tutela dell’infanzia. L’ex calciatore Fabio Pecchia con la sua lunga esperienza agonistica ed anche con la ricchezza dei valori del suo vissuto personale, testimonia la straordinaria funzione educativa dello sport, all’interno delle variegate agenzie educative e di senso. Chi sono i protagonisti dell’interessante convegno culturale?
Fabio Pecchia (Formia, 24 agosto1973) è un ex calciatoreitaliano. Inizia a giocare all'età di 19 anni nell'Avellino; nonostante i numerosi impegni calcistici, Fabio Pecchia riesce ad ottenere la laurea in giurisprudenza, presso l'Università di Napoli. Di qui il suo soprannome: "l'avvocato". In data 15 settembre 2007 risulta avere superato l'esame scritto per l'accesso alla professione forense presso la Corte d'Appello di Bologna. Originario di Lenola (LT), all'età di dodici anni entra nelle giovanili dell'Avellino per esordire in prima squadra nella stagione 1991-1992 nella serie cadetta, con 4 presenze a fine campionato. Nella stagione successiva, 1992-1993, Pecchia viene riconfermato dall'Avellino, che sceso in Serie C1 decide di dare spazio a molti giovani. Diventa un titolare inamovibile ed a fine campionato ha 29 presenze e ha segnato un gol. Nella stagione successiva passa direttamente in Serie A, viene comprato inizialmente dal Parma, i loro cartellini vengono ceduti al Napoli, allenato da Marcello Lippi, il quale lo schiera come titolare. Realizza 4 gol in 33 partite, dando un consistente aiuto alla squadra per la qualificazione in Coppa UEFA. Fabio Pecchia gioca ancora nel Napoli per altre tre stagioni, diventando anche capitano e disputando una finale di Coppa Italia contro il Vicenza (segnando anche un gol all'andata). Il Napoli otterrà dei buoni piazzamenti in campionato e per la squadra vesuviana Pecchia collezionerà 125 presenze e 15 reti. In quel periodo farà parte della Nazionale Under-21, allenata da Cesare Maldini, con la quale vincerà gli Europei del 1996 e parteciperà ai Giochi Olimpici di Atlanta nello stesso anno. In quella squadra, tra gli altri, c'erano Francesco Totti, Alessandro Nesta e Fabio Cannavaro. Nella stagione 1997-1998 passa nella squadra della Juventus, dove ritrova Marcello Lippi e colleziona 21 presenze e un gol, segnato contro l'Empoli: con la squadra vince lo scudetto. Dopo alcune incomprensioni con la società, sarà ceduto prima in comproprietà, in seguito a titolo definitivo, ad altre squadre. Giocherà rispettivamente con le squadre della Sampdoria (1998-1999), del Torino (1999-2000) e, nuovamente, del Napoli, nella sfortunata annata in cui subisce la retrocessione. Nella stagione 2001-2002 gioca una delle migliori stagioni in Serie A con la squadra del Bologna, con 33 presenze e segnando 5 gol. L'anno dopo passa alla squadra del Como (2002-2003), neopromosso in Serie A; segna 6 gol ma la squadra viene retrocessa in Serie B. Nel 2003 ritorna nel Bologna, poi passa al Siena (2004-2005), dove contribuisce ad evitare la retrocessione, per poi tornare nuovamente al Bologna in Serie B (2005-2006), con 32 presenze e 3 gol segnati. Nella stagione 2006-2007 gioca nella squadra dell'Ascoli, in Serie A.
Il 31 gennaio 2007 passa al Foggia. Il 10 luglio 2007 viene acquistato dal Frosinone, in serie B. Con la maglia canarina colleziona 26 presenze e sigla una rete nella gara interna contro il Chievo Verona. Il 10 giugno2008 ritorna a vestire la maglia del Foggia firmando un contratto che lo legherà alla società fino al 2010. Nell'estate 2009 appende gli scarpini al chiodo e si propone come tecnico del Foggia, affiancando poi come vice il nuovo tecnico Antonio Porta. Con quest'ulitmo rimarrà alla guida dei "Satanelli" fino al 19 gennaio2010, giorno in cui arrivano le dimissioni di entrambi dopo la bruciante sconfitta nel derby con l'Andria. In carriera Fabio Pecchia ha collezionato 446 presenze e realizzato 50 reti: 337 presenze e 41 reti in Serie A, 62 presenze e 4 reti in Serie B, 47 presenze e 5 reti in Serie C1.
Molto importante il ruolo rivestito negli anni come membro attivo dell'Associazione Italiana Calciatori. Ora svolge l'attività di commentatore tecnico di Sky.
Don Fortunato Di Noto nasce ad Avola (Siracusa) il 18 febbraio 1963. Nel settembre del 1984 entra in Seminario, nella diocesi di Noto ed inizia gli studi filosofici e teologici presso la facoltà teologica «S. Paolo» di Catania. Prosegue, poi, la sua formazione presso l’«Università Pontificia Gregoriana», conseguendo la licenza in «Storia della chiesa». Il 3 settembre 1991 viene ordinato sacerdote. Dal 1995 è parroco della parrocchia Madonna del Carmine di Avola. Insegna in diversi istituti siciliani e, dal 1991, è professore ordinario di storia della chiesa alla Pontificia Università Teologica di Santa Croce di Roma, sede periferica di Noto. Insegna nella Scuola Superiore di Specializzazione in Bioetica e Sessuologia, presso la facoltà Teologica S. Tommaso di Messina. In ambito di tutela dei minori e di lotta alla pedofilia, fondatore dell’associazione Meter. E’ stato consulente tecnico in varie procure italiane per delicate indagini sul fronte della criminalità pedopornografica e dello sfruttamento sessuale dei bambini. A livello istituzionale ha rivestito e riveste tutt’oggi importanti incarichi presso l’Osservatorio nazionale contro la pedofilia, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e presso l’Osservatorio nazionale dell’infanzia e dell’adolescenza; dal 2002, è stato consulente del ministero delle Comunicazioni per le politiche dell’infanzia ed ha elaborato il “Codice di Autoregolamentazione Internet@Minori”, partecipando al Comitato di garanzia e tutela Internet@Minori che fa capo a tale ministero; è stato membro del comitato scientifico «Ciclope» della presidenza del consiglio dei ministri e dal 2004, è altresì membro del comitato scientifico della Polizia Postale e delle Comunicazioni, contro il fenomeno della pedofilia e della pedopornografia; fa parte del comitato scientifico dell’ICAA (International Crime Analysis Association) e del Copercom (Coordinamento per le comunicazioni, della Conferenza Episcopale Italiana). In 21 anni di impegno a tutela dell’infanzia è stato relatore in circa 2.400 convegni, seminari e incontri come esperto nelle problematiche dell’infanzia e sulla pedofilia. I suoi studi sono riconosciuti a livello internazionale da meritare anche servizi di approfondimento nelle riviste scientifiche e giornalistiche.
Numerosi sono i riconoscimenti nazionali ed internazionali che sono stati consegnati a don Di Noto, fra cui l’alta onorificenza di «Cavaliere della repubblica italiana» per l’impegno profuso nei confronti dell’infanzia. Al suo attivo ha numerosi articoli e saggi in riviste nazionali e internazionali sul tema dello sfruttamento sessuale dei minori, è inoltre autore di importanti testi.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.5/ del 11/3/2011)


Esponetemi e farò grazie

In un mondo lacerato dai conflitti, ai quali né le autorità politiche né le forze militari sanno porre fine, l’intervento miracoloso della Vergine Maria comunica speranza e diffonde consolazione. In una tiepida notte di marzo del 1916, nel villaggio di San Pietro in Montoro Superiore, la Madonna appare in sogno a Sofia di Stefano, figlia di umili pastori, sotto le sembianze dell’antica statua della Mater Dolorosa del XVII secolo confinata tra le suppellettili in disuso nel succorpo della Chiesa del Santissimo Nome di Dio, dimenticata da tutti. Nella visione la Madre di Dio comunica questo messaggio: “Sono la Madonna della Pace, esponetemi, farò grazie”.
Tutta la storia d’amore intessuta, dopo l’evento prodigioso, tra il popolo e la Regina del Cielo è descritta con passione sincera e vivida devozione da Vito Donniacuo, autore di queste pagine. L’Arciconfraternita del Santissimo Nome di Dio svolge, in questa esperienza di fede che unisce Cielo e Terra, un ruolo fondamentale.
Un fatto è certo: ovunque giunge Maria Santissima la pace è fatta. Le Madonne d’Italia sono più di mille. Il numero delle “case di Maria” sulla nostra penisola è superiore a millecinquecento. I numerosi santuari mariani descrivono il volto mariano del nostro popolo. Tra le tante mete di pellegrinaggio emerge anche una storia d’Italia particolare, fatta di vicende piccole e grandi, di lacrime e di miracoli. Un riferimento sicuro per tutti, in un momento in cui si avverte un bisogno struggente di pace e protezione celeste.
Con la Sua tenerezza materna Maria non ha mai cessato lungo la storia di sostenere e consolare il Suo popolo, perciò continua in tanti angoli del mondo a visitare in modo speciale i Suoi figli. Ognuno sente che con il Suo aiuto diventa più facile domandare anche l’impossibile.
Le parole con cui Gesù si rivolge dalla Croce al discepolo prediletto “Ecco tua madre” (Gv 19,27) sono dette a ciascuno di noi. Sicuri di questa nuova parentela a cui siamo stati consegnati, noi ci affidiamo e consacriamo a Lei. La Madre poi ci conduce ad imparare i misteri della vita di Gesù e a conformarci a Lui. Con Maria Vergine il popolo cammina, cresce e si rigenera. Vicino a Lei tutti avvertiamo di essere pensati, seguiti e amati intensamente. Noi, smarriti nei sentieri tortuosi di questa storia dolente, seguendo i Suoi insegnamenti materni, ritroviamo la strada di casa e pregustiamo, nel travaglio di questo mondo, la dolcezza di un altro mondo abitato dalla pace.
La “preghiera del cuore” fiorita dalla tradizione dell’Oriente cristiano trova nel Santo Rosario la sua espressione più bella e completa. La ripetizione dell’Ave Maria non rimane sterile ripetitività. L’etimo del verbo latino re-petere, cioè richiedere, esprime il bisogno tipico dell’amore: mendicare continuamente la presenza dell’Amato. Il Rosario è la più semplice forma di preghiera contemplativa perché, come ha detto Papa Benedetto XVI, “è scuola di contemplazione e di silenzio”. E’ la preghiera per eccellenza per la pace e la famiglia, due imponenti “emergenze” di questo travagliato inizio del terzo millennio. La preghiera mariana del Santo Rosario rivela infine un’inedita e preziosa “proprietà medicinale”. La nostra propensione alla tristezza che spesso sfocia in angoscia viene fasciata, carezzata e cullata dalla fiduciosa invocazione del Nome Santissimo di Maria perché non ci lasciamo trasportare alla deriva “nell’ora della tentazione”.
Maria guarisce i malati nel corpo e nello spirito, invita l’uomo a costruire chiese, intercede per ciascuno presso Dio, dispensa pietà e misericordia, svolge la missione di Regina della Pace, porta nel Suo cuore di Madre i dolori di tutti i Suoi figli. Questo è il ruolo di Maria nella storia della salvezza e nella storia della Chiesa: Dio ha delegato Maria presso gli uomini per familiarizzarli con Lui.
Ella è delegata privilegiata della Misericordia di Dio tra gli uomini. Ascoltiamola mentre ci ripete instancabilmente ciò che dimentichiamo di leggere nel Vangelo: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5). Sotto lo sguardo amorevole della Regina della Pace guardiamo al futuro ricco di promesse e denso di minacce.
In questi anni l’umanità sembra caduta sotto il dominio di Satana e da lui condotta verso un irreparabile disastro.
Riusciranno gli uomini a cambiare direttrice di marcia, ad accordarsi seriamente per distruggere i rigurgitanti arsenali di morte, a riacquistare reciproca fiducia e a ritrovare il sospirato sentiero della pace?
Molti parlano di un serio rischio della fine del mondo e questa opinione si va diffondendo anche tra scienziati, sociologi, ecologisti e politici. Oggi sono divenuti veramente molti i profeti di sventura.
L’attuale crisi potrebbe essere invece l’alba di un’era nuova particolarmente vivificata dallo Spirito di Dio. Questo è  possibile, ma ad una condizione: se saremo accompagnati per mano dalla Vergine Maria. La Chiesa e l’umanità devono compiere ancora un cammino di sincera conversione. La nuova Civiltà dell’Amore sorgerà nonostante i moltiplicati segni di morte, ma se noi lo vogliamo.
Si può andare a Gesù e attraverso di Lui al Padre, per diverse vie, ma la strada di Maria è sempre la più facile e la più sicura: Ad Jesum per Mariam.
Buon cammino a tutti.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.4/ del 24/2/2011)


Ad Assisi con il sapientissimo Benedetto XVI

San Francesco comprese che la vera pace si costruisce nel cuore e poi si diffonde nelle relazioni. Il suo saluto era una preghiera: “Il Signore vi dia pace”. La città di Assisi era divisa dal contrasto tra il vescovo e il podestà e Francesco aggiunse una strofa al Cantico delle Creature: “Beati quelli che perdonano per lo tuo amore”. La pace fu fatta. Era il frutto della preghiera e della testimonianza di Francesco. Questa è la ragione per cui il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II, che tra alcuni giorni invocheremo come Beato, convocò in Assisi i leader religiosi di tutto il mondo, portando nel cuore una sola speranza: la pace. Fu un incontro interreligioso di preghiera, di pellegrinaggio e di digiuno. Un giovanile e sorridente Papa Woytjla fu circondato da cristiani, ebrei, musulmani, buddisti e animisti.
Un incontro memorabile, una data indimenticabile nel calendario religioso dell’umanità. Da quel giorno sono già passati 25 anni. Non sono mancate guerre e violenze come quella nei Balcani e il drammatico crollo delle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Ancora le nazioni sono prostrate da guerre civili e dalla sconcertante crisi economica, ma le religioni avvertono oggi più che ieri le loro responsabilità perché la pace rimane ancora un bene prezioso da invocare e da costruire. I delegati delle 32 organizzazioni cristiane e delle 28 organizzazioni non cristiane convenuti in Assisi agirono come araldi della coscienza morale dell’umanità proponendo la sfida del bene a tutto il mondo. Il Papa polacco consegnò ai rappresentanti delle varie confessioni religiose un germoglio d’ulivo auspicando così la ricostruzione del positivo rapporto dell’uomo con Dio, con se stesso, con gli altri, con il creato e persino con “sorella morte”. Alla guerra fredda Giovanni Paolo II rispose con la preghiera, senza prestare il fianco alla mescolanza tra le diversi fedi. Sopportò la contrarietà di molti suoi collaboratori ma non fece un passo indietro. Un grande spettacolo di vesti, barbe, salmi e canti. Un’unica invocazione di pace formulata nelle diverse lingue.
Al termine dell’incontro il Papa disse: “Ripeto umilmente qui la mia convinzione: la pace porta il nome di Gesù Cristo. La pace è un cantiere aperto a tutti e non solamente agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi. La pace è una responsabilità universale: essa passa attraverso i mille piccoli atti della vita quotidiana”. Da allora la comunità di Sant’Egidio promuove ogni anno un incontro per la pace nello spirito di Assisi. Nel prossimo ottobre, a 25 anni dal primo incontro di preghiera convocato da Karol Woytjla, Benedetto XVI andrà ad Assisi. Immediatamente è scesa sull’annuncio il vento gelido del sospetto e della critica fuori e dentro il mondo cattolico. Soprattutto i tradizionalisti temono che si apra così la strada all’indifferentismo e al relativismo religioso, temono che si alimenti l’idea che una religione valga l’altra e si dicono convinti che non valga la pena di dialogare con l’Islam mentre nei paesi musulmani si nega la libertà religiosa ai cristiani e addirittura si moltiplicano i violenti segnali della persecuzione.
Quanti suggerimenti a Joseph Ratzinger da parte di tanti saccenti! Forse che il sapientissimo Papa Benedetto XVI ha bisogno di consiglieri e suggeritori? Il 20 aprile 2005, il giorno dopo l’elezione, chiese “un dialogo aperto e sincero” con le altre culture e religioni. Il 20 agosto dello stesso anno a Colonia incontrò alcuni musulmani e chiese la stessa cosa: “Noi vogliamo ricercare le vie della riconciliazione e imparare a vivere rispettando ciascuno l’identità dell’altro. La difesa della libertà religiosa, in questo senso, è un imperativo costante e il rispetto delle minoranze un segno indiscutibile di vera civiltà”. Recentemente ha fatto bene Antonio Socci a scrivere: “Oggi ad Assisi Ratzinger torna a tendere la mano pur senza rinnegare la verità”. Con Papa Benedetto pregare assieme non crea confusione né annacqua le differenti identità. Certo ogni incontro tra le religioni presenta dei rischi ma tutto dipende da come viene pensato, organizzato e presentato. Noi siamo felici del prossimo incontro in Assisi perché Ratzinger sa quello che fa. E’ una garanzia per tutti. E’ stato lui a firmare la dichiarazione “Dominus Jesus” sull’unicità e universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa. Dottrina del Vaticano II e di sempre. Dottrina inequivocabile. Quando Ratzinger nel 2002 accompagnò Woytjla ad Assisi, per una riedizione del raduno del 1986, di ritorno disse ad Andrea Riccardi capo della Comunità di Sant’Egidio: “Sono molto contento. Tutto si è svolto nel modo giusto”. E sul mensile 30 Giorni rispondendo alle critiche spiegò che Assisi era “uno splendido segnale di speranza” e che i cristiani “non devono temere” raduni simili perché Assisi non era “un’autorappresentazione di religioni intercambiabili tra loro. Non si è trattato di affermare un’uguaglianza delle religioni, che non esiste. Assisi è stata piuttosto l’espressione di un cammino e di una ricerca per la pace che è tale solo se unita alla giustizia”.
L’ecumenismo non è sincretismo. Le confusioni sincretistiche con questo Papa sereno e dolce ma forte e sapiente non sono possibili. Guidati da questo Pastore, successore di Pietro, non temiamo alcun male.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.3/ del 11/2/2011)


 

Il Primo maggio Wojtyla sugli altari

Wadowice 18 maggio 1920 – Città del Vaticano 2 aprile 2005.
E’ la parabola esistenziale di Karol Jozef Wojtyla durata circa 85 anni. Giovanni Paolo II è entrato sin dall’inizio del suo pontificato nel cuore del mondo e della gente. Il suo ultimo viaggio dalla terra al cielo è avvenuto ai primi vespri della Festa della Divina Misericordia voluta da Gesù attraverso suor Faustina Kowalska, canonizzata dallo stesso pontefice il 30 aprile del 2000. Il 13 maggio del 2005 a poche settimane dalla morte del Papa polacco, Benedetto XVI, durante l’incontro con il clero romano nella basilica di San Giovanni Laterano, dava lettura del rescritto firmato il 9 maggio dal cardinale Josè Saraiva Martins, Prefetto per le Cause dei Santi, con il quale il Papa derogava alla norma che prevede l’avvio della causa non prima dei cinque anni dalla morte. Una decisione che rispondeva alle richieste giunte da ogni angolo del mondo e già espresse dai fedeli nel giorno dei funerali quando furono esposti molti striscioni con l’appello “Santo subito”. Il 28 giugno il cardinale Ruini come vicario di Roma apriva ufficialmente la causa di beatificazione. Avvio rapido. Procedimento senza scorciatoie e senza sconti. Il 2 aprile 2007 la chiusura dell’inchiesta diocesana. Il 19 dicembre del 2009 il decreto sull’eroicità delle virtù che lo dichiarava Venerabile. Il 21 ottobre 2010 la consulta medica della congregazione esaminava i documenti dell’inchiesta diocesana di Aix-en Provence sulla guarigione di suor Marie Simon Pierre Normand, delle Piccole Sorelle delle Maternità Cattoliche. Il 14 dicembre il sì dei teologi.
Il 14 gennaio l’annuncio ufficiale, tanto atteso è finalmente arrivato. Il prossimo 1° maggio, domenica dopo Pasqua, nella Festa della Divina Misericordia, Giovanni Paolo II sarà proclamato Beato. L’iter della causa è durato sei anni, un po’ meno di quella, pur velocissima, di Madre Teresa di Calcutta. Nella basilica di San Pietro, presso la cappella di San Sebastiano ubicata tra la pietà di Michelangelo e la cappella del Santissimo Sacramento, sarà traslata la bara del beato Giovanni Paolo II. Tutti abbiamo potuto constatare che era già santo in vita per la radicalità della sua testimonianza evangelica, quando possedeva la bellezza e la forza di un atleta ed anche quando era piegato da indicibili sofferenze. Umanità, serenità, coraggio, audacia, generosità, spirito missionario, tutto questo è stato ed è Karol Wojtyla. E adesso il sigillo ufficiale della Chiesa sulla esemplarità evangelica dell’amato pontefice lo renderà modello di ogni avventura umana e spirituale.
Wojtyla è il papa dell’Incarnazione, il profeta dello Spirito Santo, l’interprete autorevole della Paternità divina. Insomma un uomo veramente trinitario. Ha guidato e plasmato una Chiesa più spirituale, ecumenica e mariana. E’ il papa dei diritti dell’uomo e l’apostolo appassionato dei giovani. Costruttore di pace tra le mille contraddizioni del mondo. Ha abbattuto i muri dell’ideologia. Ha spalancato le porte a Cristo tra innumerevoli chiusure. Ha gridato al mondo: “Non abbiate paura!”. Questo è il momento della gioia e della preghiera. Abbiamo un grande intercessore presso Dio. Forse alcuni profitteranno anche di questo evento squisitamente spirituale per mettersi in mostra o per far quattrini. A noi piace ricordare che l’apostolato cristiano non è una gara vanitosa a chi fa di più, ma è soprattutto una vita nuova, la vita della carità, la vita di Dio in noi, nella famiglia e nella comunità. Se le opere di apostolato non nascono dalla carità vissuta, sono fatiche a vuoto, sono gesti sterili che non porteranno frutti perché sono staccati da Dio. Senza un intimo e assiduo contatto con Cristo non può esserci né santità né apostolato. La vita del novello beato lo dimostra ampiamente.
Benevento esulta per questa beatificazione per molte ragioni: la sua patria di origine fu evangelizzata e irrorata dal sangue del martire San Benedetto da Benevento, l’amato pontefice fu a Benevento il 2 luglio 1990 ai piedi della Madonna delle Grazie, in Cattedrale, nel nuovo Seminario, tra gli ammalati, al Palasannio con i giovani e allo stadio Santa Colomba per la Celebrazione eucaristica ed il commiato. Con il Seminario, docenti ed alunni, partecipammo alla Messa nella sua cappella privata, tutti trepidammo durante l’attentato del 13 maggio 1981, in tanti ci recammo pellegrini nella sua casa durante il Grande Giubileo e nell’anno dedicato all’apostolo San Bartolomeo, sostammo dopo ore e ore di attesa dinanzi alla sua salma e ad un anno dall’ingresso in cielo del Servo di Dio, l’Istituto Superiore di Scienze Religiose organizzò una Celebrazione eucaristica ed un concerto in suo onore con la esecuzione del Requiem di Mozart del Coro del Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma diretto dal maestro Valentino Miserachs Grau. La forza dell’amore ha reso questo uomo vero, amante della verità, operaio, attore, filosofo, poeta, sacerdote e pontefice, capace di stupire il mondo e di attirare dietro i suoi passi folle interminabili di fedeli. La sua testimonianza non tramonterà.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.2/ del 28/1/2011)


Nella terra della Bibbia

In pochissimo tempo la parrocchia di San Gennaro in Benevento ha organizzato un pellegrinaggio memorabile nella Terra dei patriarchi, dei profeti e del Messia, la Terra della Bibbia e delle contraddizioni etnico – religiose, nella santa Sion, cuore palpitante della fede di Abramo e dei miracoli di Gesù. Alle tre del mattino il 30 dicembre siamo partiti in quaranta per Roma in autobus e da Roma il volo aereo per Tel Aviv.
er otto giorni pellegrini sulle orme del Verbo fatto carne. Il Monte Carmelo con la grotta del profeta Elia ad Haifa. La casa di Giuseppe e di Maria a Nazaret con il museo e la basilica dell’Annunciazione dove Dio si è fatto Uomo. A Cafarnao nella sinagoga e poi nella casa di Pietro dove ha abitato il Signore. Il lago di Tiberiade e il Monte delle Beatitudini. La Gerusalemme dove si uccidono i profeti con il muro del pianto e le moschee, il Cedron e la valle di Giosafat, l’orto degli ulivi e il Getsemani, il Cenacolo, il Calvario, il Sepolcro vuoto del Risorto, la tomba di Maria, la grotta del Pater noster e il monte dell’Ascensione. Il campo dei pastori e la grotta della Natività a Betlem, la casa di Zaccaria ed Elisabetta ad Ain Karem. La fiaccolata a Nazaret nell’ultimo giorno del vecchio anno. L’Adorazione Eucaristica al Getsemani e la Via Crucis sulla via dolorosa che dalla Torre Antonia conduce al Calvario. Il rinnovo delle promesse battesimali al fiume Giordano e delle promesse matrimoniali a Cana. La visita alla casa di Natanaele Bartolomeo patrono di Benevento ma originario di Cana di Galilea. L’accoglienza solenne al Santo Sepolcro al canto del Te Deum e l’incontro con i francescani custodi di Terra Santa. Il viaggio di ritorno con il volo verso Roma la sera del 6 gennaio nella festa dell’Epifania e l’incontro all’aeroporto di Tel Aviv con il rabbino capo della sinagoga di Roma il prof. Riccardo Di Segni. L’arrivo a casa nel cuore della notte, con il cuore carico di emozioni, la mente satura di mille immagini, luoghi, monumenti e nell’orecchio la voce del Vangelo riascoltato in ogni angolo della vicenda divino – umana di Gesù.
Ora siamo certi che la Chiesa Cattolica non ci ha ingannati quando ci ha raccontato la storia della nostra salvezza e la Passione di dolore e di amore di Gesù di Nazaret. In questa santa terra d’Israele ogni particolare illustrato dai Vangeli trova conferma puntuale e seducente. Oggi sappiamo ancor meglio di ieri che il cristianesimo non è un’ideologia, una filosofia, una morale o una favola, ma un fatto, un avvenimento, una storia vera, una presenza, Gesù di Nazaret, Unigenito Figlio di Dio, nato da Maria Vergine e custodito con premurosa tenerezza dal Falegname di Nazaret, Giuseppe. Almeno una volta nella vita occorre andare pellegrini in Terra Santa per trovare conferma a tutto quello che Cristo ha rivelato, i Vangeli raccontano e la Chiesa ci propone a credere.
Questo pellegrinaggio è il viatico di un’esperienza cristiana che si trasforma in contagiosa testimonianza. Ora non siamo più disposti a perder tempo tra chiacchiere inutili e sterili polemiche che manifestano vuoto interiore e superbia intellettuale. I nostri occhi hanno visto. I nostri orecchi hanno ascoltato. Le nostre mani hanno toccato il Verbo eterno che in questa terra si è fatto visibile perché tutti potessimo incontrarlo. L’amicizia che ci ha tenuti per otto giorni gioiosamente insieme ci ha resi ancora più fratelli e solidali tra noi. Dalla condivisione la gioia, dalla gioia il desiderio dell’annuncio e della testimonianza. Vi garantiamo che il Sepolcro di Gerusalemme l’abbiamo trovato vuoto. L’abbiamo trovato vuoto perché Gesù è risorto e perciò è vivo, dimora tra noi, abita nei nostri cuori. Noi siamo il santuario della Sua divina presenza. Se volete conoscerlo venite da noi. Noi che l’abbiamo incontrato ve lo racconteremo e anche voi lo vedrete.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.1 del 15/1/2010)


Contatore Sito
Bpath Contatore