LA VOCE DELLA CHIESA

Rubrica a cura di Mons. Pasquale Maria Mainolfi

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Pazzia d'amore per Cristo e per Maria
Giovani malati di speranza
Caritas in veritate
Il Santuario di S.Lucia in Sassinoro. Settantennale dell'inaugurazione
La storia del Rosario
ETNO 2009 - I have a dream
Anno sacerdotale. Questa la lettera che mi inviò la veggente di Fatima nel 2001
Il Prefetto dei Santi a Montefusco onora la venerabile Teresa Manganiello
Un cuore per Santa Croce

Per i figli di oggi occorrono nuovi padri
Antichrist
Famiglia e bellezza: scritti inediti di Karol Wojtyla
Angeli e demoni: un film da snobbare
Per grazia ricevuta
Radunati dalla Madre nel giorno della supplica alla Madonna di Pompei
Il popolo della vita si mobilita
Ai confini dell'anima con l'artista Antonio Tommaselli
Risposte chiare ai padroni della vita e della morte
Tra etica e politica
Preghiera per l'Anno Paolino
Ad honorem terrae Montis Calvi
Don Mario Pilla a 20 anni dalla morte


Pazzia d'amore per Cristo e per Maria

Con linguaggio limpido, scorrevole e profondo, Maria Teresa Ranieli traccia in questo volume le linee essenziali della vita e della spiritualità della clarissa Suor Maria Chiara Scarabelli, nata a Genepreto, Comune di Nibbiano e Provincia di Piacenza il 29 marzo 1912 e morta a Mantova il 29 gennaio 1994 in odore di santità. Il pregio di quest’opera che ho l’onore di presentare è quello di far parlare soprattutto la protagonista degli eventi narrati, attraverso i suoi scritti spirituali. La pubblicazione intende offrire una luce ulteriore alla richiesta già inoltrata  di aprire il processo canonico destinato ad accertare l’eroicità delle virtù di quest’anima straordinaria. E’ la storia di un’anima fermamente decisa ad essere la prima nell’amore, attraverso un mirabile segreto: vivere nel Cuore di Maria, canale insostituibile di salvezza per tutta l’umanità.
Suor Maria Chiara nasce in una famiglia di onesti e laboriosi contadini, secondogenita di dodici figli. Impara alla madre una profonda compassione per i peccatori e l’offerta continua di sacrifici per la santificazione di tutti i sacerdoti. La morte prematura della madre, i doveri di casalinga e sorella maggiore, il forno a legna per procurare il pane alla numerosa famiglia, la conducono attraverso la valle oscura del dolore e del sacrificio. La preghiera in famiglia, le pagine del Vangelo, la vita dei martiri, la maestra elementare Maria Galvani Braga, il santo parroco don Emilio Rossi ed i sacramenti accompagnano quest’anima nel suo primo cammino di perfezione. Casa, campagna e chiesa costituiscono i tre luoghi dell’anima della bambina. Nella chiesa parrocchiale riceve le prime apparizioni della Vergine ed avverte un’attrattiva irresistibile per Gesù Eucaristia. A cinque anni la prima esperienza mistica: Gesù Bambino si presenta come suo “fratellino”.
Avverte la stessa sete di Gesù per le anime che lei chiama a volte “nostalgia” e a volte “tormento”.
Il suo cuore giovanile si innamora sempre più del Signore e vive il suo slancio verso l’Amato con una tensione a volte gioiosa e spesso drammatica. E più incontra difficoltà, più si irrobustisce la brama del suo cuore di puntare tutto esclusivamente sullo Sposo Divino. Gesù si rivela come oceano d’amore e lei risponde come fiume d’amore che corre verso il mare. Dono d’amore e offerta d’amore esplodono in uragano d’amore fin sulle vette di una santità da vertigini, ove la preghiera diventa respiro e senso della vita, dove l’irruzione del soprannaturale perfeziona ed eleva la natura. Alla scuola di Santa Teresa di Lisieux comprende in modo chiaro l’orientamento della sua vocazione: salvare le anime col sacrificio della preghiera in clausura, ma per mancanza di dote non è accolta nel Carmelo di Piacenza.
Per noi credenti non esistono coincidenze ma provvidenze. Ecco perché finalmente si aprono le porte del chiostro a lungo sospirato ed è accolta tra le Clarisse Sacramentine di Piazza Roma a Venezia, ove rimane per più di sessant’anni. Qui la gioia non si separa dal dolore. Comprende che il suo posto è all’inginocchiatoio davanti al tabernacolo, anche nel cuore della notte. Non si stanca di contemplare Gesù. E’ felice. Apprezzano la sua laboriosità e viene eletta  economa della comunità e maestra delle novizie. Poi giunge la notte oscura dello spirito che segna la  cifra del suo martirio: accuse pesantissime per eccesso di affetto nei riguardi delle novizie. E’ destituita dal suo ufficio, emarginata, disprezzata, dimenticata.  Il diavolo non cessa di tormentarla. Lei tace. Non si difende. Perdona. Percorre in fretta il cammino della perfezione e scrive: “Non c’è amore senza dolore, l’amore è fuoco e come il fuoco non dà calore e luce se non consuma qualcosa”. E aggiunge: “ Gloria a Dio e salvezza delle anime. Quanto è bella la mia missione, il mio compito di anima consacrata dall’amore e all’amore. Non si può immaginare una gioia più perfetta”.
Suor Maria Chiara nei suoi quaderni spirituali si rivela una straordinaria generatrice di luce, un vivo calice per la nostra sete!
Questa figura eccezionale sfugge ad ogni tentativo di metterla perfettamente a fuoco, svanendo in un alone di mistero che postula impegni più poderosi di ricerca e di sintonia spirituale. Ci sono aspetti complessi, come il dilatato e appassionato amore verso Cristo, ben al di là dei confini della “normalità”, in una insaziata brama di offerta vittimale, quasi alla maniera di una Jurodivyja, cioè pazzia per Dio. E le espressioni dell’Apostolo Paolo si fanno chiave interpretativa del mistero nascosto nel suo cuore ardente: “Noi stolti a causa di Cristo” (1 Cor 4,10).
Nel 1940, a lei che chiede di continuo anime da salvare, la Santissima Vergine risponde comunicandogli il mistero della Sua maternità universale, suggerendo: “Tu chiedi anime, anime, ma le anime sono tante. D’ora in poi chiedile tutte”. Alla Madre Celeste non può bastare la salvezza di tanti figli ma di tutti i figli. E Suor Maria Chiara si lascia coinvolgere fino ad offrire se stessa ai rigori della giustizia divina in favore dei suoi “amatissimi fratelli peccatori”. Nei suoi scritti leggiamo: “Fà cadere su di me i peccati di tutti i miei fratelli: fidandomi del tuo potere infinito, in te e con te tutto posso!”.
La Madonna le appare ripetutamente e nella notte del 15 maggio 1950 chiede di far coniare una medaglia, espressione del dono del Suo Cuore Immacolato per i figli che vivono la consacrazione che lei stessa ha chiesto a Fatima e richiamo per quanti pur avendola fatta, non la vivono nella pratica. Le potenze dell’inferno, però, si scatenano per impedire l’attuazione del desiderio di Maria. Passeranno 40 anni prima che la suora possa rendere nota la volontà del Cielo. L’intervento della Madre Celeste continua a mostrare la pedagogia divina che sceglie i deboli per confondere i potenti, anche se questi, rivestiti di autorità, talvolta ritardano l’opera di Dio. Alla suora la Madonna ripete con solennità il messaggio di Fatima: “Gesù ha affidato al mio Cuore Immacolato la salvezza dell’umanità”.
Passata la bufera, nel capitolo del 1969 viene eletta Abbadessa dello stesso monastero di Venezia, a motivo del suo comportamento esemplare.
Il 15 ottobre 1989 consegna al suo confessore il messaggio della Santissima Vergine circa la medaglia da coniare come dono d’amore per i figli consacrati al Suo Cuore Immacolato: “Il Figlio mio ha affidato al mio Cuore la missione di richiamare tutte le creature alla conversione, all’amore, alla preghiera e alla penitenza, allo scopo di prepararle al trionfo del mio Cuore, come avevo promesso a Fatima, per l’avvento del Regno di Gesù”.
Nello stesso messaggio la Madonna parla del Santo Padre Giovanni Paolo II con queste parole: “Ascoltate il mio figlio prediletto, il beniamino del mio Cuore, il Santo Padre; io stessa l’ho preparato per la sua missione in questo momento. Amatelo, non amareggiate il suo cuore di Pastore e di Padre”.
L’invito della Madonna si rivolge poi a tutti: “A voi della Comunità cristiana affido il compito di farvi testimoni di fronte al mondo, annunciando questa attesa del Signore ...”.
Quando avverte intorno a sé la comune, maggiore approvazione, prega: “Oh, Mamma, fa che questo mio sangue possa versarlo goccia a goccia nell’agonia nascosta e silenziosa, ignota a tutti, nota solo a Dio e a Te”. E Gesù nell’intimo del cuore risponde: “La sofferenza non ti mancherà, perché la vittima dev’essere bruciata; il tuo sarà un intimo martirio, ignoto a tutti, ma coraggio, le anime costano sangue, non temere la tua debolezza, io sarò la tua forza, se ti fiderai di me. Sappi per tuo conforto che il desiderio di amare è già amore; chi desidera amare, ama... Il tuo Gesù non è come le creature che vedono solo l’esterno; io vedo il cuore e premio anche i soli desideri”. Cosciente della sua nullità, suor Maria Chiara ha sete d’infinito. Sete di Dio e sete di anime. Una doppia sete che non dà tregua, causandogli un vero martirio del cuore che non l’abbandona fino all’ultima ora. Apostola del perdono, gioiosa nel servizio, generosa nel ministero della preghiera d’intercessione e fedele al Santo Rosario, afflitta da imbarazzante sordità e da una malattia alle arterie cerebrali che procura lancinanti cefalee, vive gli ultimi mesi della sua esistenza terrena a Mantova, nella Casa del Sole, monastero sorto per volontà di Maria Santissima e dietro sollecitazione della stessa suora. La frattura del femore infine reclama il ricovero ospedaliero in una clinica di Mantova. Tre giorni prima del suo transito esprime il desiderio di morire in monastero. Viene esaudita. Spira di sabato, giorno di Maria, alle ore 15.00, come Gesù. Porta sul suo cuore, fino al giorno della morte, un foglietto sgualcito scritto nel giorno della sua prima professione, ove si leggono le seguenti parole: “Gesù, amore, verginità, martirio, immolazione per i sacerdoti, per tutti fratelli peccatori: anime, anime, anime”. Una maternità spirituale senza confini!
Avvicinarsi alla figura dell’umile clarissa significa provare la gradevole sensazione di un salutare bagno di luce. Incontrandola ci si illumina d’immenso. Suor Maria Chiara Scarabelli è per tutti noi epifania del Signore, messaggera di vita nuova in Cristo, “lettera” di Dio scritta con il sangue del sacrificio quotidiano e inviata ad ognuno. La sua bellezza fisica, testimoniata dalle poche foto giovanili, che attira gli sguardi e i corteggiamenti dei giovani del paese, diventa bellezza serena che scaturisce dalla pace interiore. Portamento elegante, capelli neri e occhi azzurri persi in misteriosi orizzonti. Un viso molto bello. Ed il suo volto ci appare come un personalissimo “ottavo sacramento”. Uno sguardo intenso e profondo. Un volto pulito e armonioso. Una bellezza celestiale, rivelatrice di un’anima sinfoniale ove tutti gli elementi costitutivi della persona sono armonizzati nell’unità, fusi in un’orchestra mirabile che canta il fascino della pace. E’ l’identità misteriosa e sublime della persona casta, abilitata a narrare la Bellezza che è Dio, in un mondo schiacciato da un cumulo enorme di disordini e macerie morali. Nell’ora dell’egoismo senza pudore, del relativismo dominante e dell’emergenza educativa, suor Maria Chiara Scarabelli è testimone del primato dell’Amore di cui avvertiamo tutti l’urgenza e la necessità.
Sono certo che questo libro che si può trovare presso l’editrice Ancilla di Conegliano (TV) farà un mondo di bene.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.22/ del 18/12/2009)


Giovani malati di speranza

Dopo il mese di novembre dedicato alla commemorazione dei defunti, il mese di dicembre celebra la bellezza della vita e la dignità della persona umana che risplendono di nuova luce da quando “il Verbo Eterno si è fatto uomo”. Tuttavia non è possibile dimenticare quanti si vedono piombare in casa il dramma del suicidio di figli adolescenti. Il fenomeno è più vasto di quel che si pensa e a partire dagli anni Cinquanta è aumentato del 60% tra i giovani: nella fascia dai 15 ai 24 anni il suicidio oggi rappresenta la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali. Le statistiche aiutano a comprendere le dimensioni del fenomeno ma non hanno il potere di offrire alcuna consolazione. Dietro ogni caso c’è una persona con il suo dolore e le sue mille domande. E dietro ogni suicidio restano nascosti, secondo le stime, almeno dieci o venti tentativi di suicidio. Molti genitori dichiarano ora con più coraggio e apertamente di aver fallito con i loro figli. Quasi sempre la famiglia dichiara l’incapacità di cogliere i segnali di disagio sottovalutati o interpretati come momentanei e passeggeri disturbi. Altre volte i problemi vengono colpevolmente negati o rimossi. Il rimorso poi rode dentro e reclama tanto coraggio per superarlo. Chi tenta il suicidio fa precedere l’azione da molti pensieri e fantasie. Raramente si tratta di un atto estemporaneo. Al contrario è progettato, coltivato, pensato e fantasticato a lungo. Ci si immagina morti, si pensa al proprio funerale, si compie l’azione per essere guardati, dimenticando che a gesto compiuto il soggetto è giunto inesorabilmente alla morte. Allora è importante arrivare in tempo, prima che la fantasia venga messa in scena. Occorre un ascolto attento e accogliente senza pregiudizi e condanne. Si reclama una parola giusta che non minimizza e non finge ma fa capire che occuparsi di sé è assai importante. L’adolescente non ha ancora maturato interamente le sue strutture cognitive per cui mentre sceglie di morire per allontanare un presente insostenibile, non sempre riesce a cogliere la definitività di una scelta senza ritorno. Abbandono affettivo, lutto per una persona cara, autopunizione per un fallimento, vuoto emotivo... sono gli ingredienti di tanti giovani falliti perché “malati di speranza”. Si reclamano adulti significativi che comprendano la domanda di aiuto e sappiano offrire da bere in questa stagione di deserto in cui tanti giovani si dichiarano assetati di senso e di felicità. Insegnanti, medici, farmacisti, parroci, educatori vanno sensibilizzati come primi sensori del disagio giovanile per essere figure capaci di ascolto e di dialogo. La comunità deve prendersi cura di se stessa prevenendo i suicidi e rafforzando i fattori protettivi: calde relazioni sociali, salute psichica, serenità familiare, momenti autentici di comunicazione. Le comunità grandi e piccole oggi non resistono più. Si reclama dunque una protezione che aiuti a guardare in faccia i problemi, accorgendosi dei disagi prima che sia troppo tardi. Il suicidio è una delle cause di morte che più di ogni altra può essere prevenuta perché quasi mai scaturisce da una decisione improvvisa ma, solitamente, la conclusione di un doloroso viaggio interiore fatto di dubbi e ripensamenti. In epoca classica il suicidio era una decisione tragica, volta alla tutela della dignità umana. Poi, per secoli, è stato considerato un peccato. Successivamente è divenuto un delitto, infine una malattia. Per molti sarebbe bene parlare di delirio della libertà: "Io lodo la mia morte, che giunge a me perché io la voglio" afferma lo Zarathustra di Nietzsche. La libertà che la "modernità" predica della persona non l'arricchisce né la potenzia, ma la depaupera, la rimpiccolisce. Sono indimenticabili le dure espressioni di Hegel, quando osserva brutalmente che, se il suicidio implica coraggio, si tratta in realtà del coraggio di sarti e serve: non può cioè avere alcuna autenticità un atto che pretenda di impegnare unicamente l'intelletto, che non faccia tremar le vene e i polsi e che quindi in qualche modo - come aveva ben compreso Dostoevskij costruendo nei Demoni il personaggio di Kirillov - non assuma un rilievo esistenziale accecante, che giunga fino alla pretesa di parificare a Dio Creatore, l'uomo, l'unico essere capace di autodistruggersi, cioè di negare il progetto del proprio Creatore. Chiudendo il saggio sul suicidio, Hume cita con compiacimento il detto di Plinio il vecchio, secondo cui la facoltà di suicidarsi sarebbe un vantaggio che rende l'uomo superiore agli stessi dei che non la possiedono: l’affermazione più che apparire blasfema, suona grottesca, tanto è dimentica della carica di tragicità che il suicidio comporta. Ma se su questa tragicità vuole appuntare lo sguardo, la "modernità" si mostra alla fin fine incapace di sopportarla, tanto è conturbante l'idea di quanto possa essere estremo il dolore che del suicidio è causa. Di qui la tesi - peraltro antichissima anche se divenuta pressoché dominante solo nel nostro tempo- della malattia mentale che affliggerebbe ogni suicida e che sarebbe la causa determinante del suo atto. Il più lucido teorico di questa posizione resta Spinoza: partendo dal principio che l'uomo è parte della natura e che non può patire mutamenti oltre quelli che possono essere intesi attraverso la sua sola natura egli ne deduce che coloro che si uccidono sono malati nell'animo e "completamente vinti da cause esterne ripugnanti allo loro natura". Il suicidio degli adolescenti contiene, oltre ad una propria valenza bioetica anche l'importante indicazione di una grave crisi della società adulta proprio nella capacità e nella competenza a saper trasmettere l'amore per la vita e a fornire gli strumenti idonei per il formarsi di un'identità in grado di vivere con pienezza il cammino di autorealizzazione e di socializzazione attraverso la via del sacrificio, necessaria per ogni autentica maturazione.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.21/ del 4/12/2009)


Caritas in veritate. Giuseppe Acocella presenta l'enciclica di Papa Benedetto XVI

Martedì 17 novembre alle ore 17, nell’auditorium Giovanni Paolo II del Seminario arcivescovile di Benevento, nell’ambito del ciclo di conferenze organizzate dall’Istituto Superiore di Scienza Religiose “Redemptor hominis”  per l’“Anno sacerdotale e sfida educativa”, il prof. Giuseppe Acocella ha relazionato su “Dottrina sociale e verità sull’uomo nella Caritas in veritate”.
Acocella è professore ordinario di etica sociale e presidente del corso di laurea in scienze del servizio sociale presso l’Università Federico II di Napoli. Nato nel 1948, laureato in giurisprudenza nell’Università di Napoli nel 1971, ha insegnato all’Università di Salerno, Napoli e Catania. Autore di monografie e saggi sui problemi dello stato contemporaneo e sulla crisi del diritto, sulla storia delle idee e sul pensiero etico-politico, sulla storia dei movimenti sindacali, sulla bioetica e sull’etica applicata. Attualmente è vicepresidente del Consiglio Nazionale Economia e Lavoro e Rettore Magnifico dell’Università San Pio V di Roma.
Tutti sanno che il 7 luglio scorso Benedetto XVI ha pubblicato l’attesa terza enciclica: la Carità nella verità. Lo scopo del Pontefice: umanizzare l’economia, il mercato, la politica per una società a misura d’uomo, rispettosa della sua dignità e vocazione e per un autentico sviluppo dei popoli. L’enciclica porta l’impronta inconfondibile del magistero di questo Papa e vuole celebrare il 40° della Populorum progressio di Paolo VI. Si articola in 79 numeri, il testo è complesso, articolato e abbastanza lungo. E’ difficile farne una sintesi. All’umanità di oggi “serve un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia”. E’ questa l’affermazione chiave dell’enciclica. Il Papa auspica che questo slancio guidi anche la reazione collettiva allo spavento generato recentemente dalla crisi economica che tutto sembra travolgere e stritolare. La crisi ha evidenziato l’urgenza di realizzare una civilizzazione dell’economia che oggi soprattutto ha bisogno di etica e non può essere affidata ad una classe cosmopolita di manager senza scrupoli.
Per realizzare un’economia pienamente umana, per umanizzare il mercato e promuovere un governo responsabile della natura sono necessari secondo il Papa “nuovi stili di vita e riforme coraggiose” che diano all’umanità la possibilità di padroneggiare il processo di globalizzazione evitando che divida ancora di più il pianeta invece di farlo più solidale. Le riforme più urgenti proposte dall’enciclica: riformare l’Onu, rifare l’architettura economica e finanziaria internazionale, creare un’autorità politica mondiale per il governo della globalizzazione. Tre proposte che fanno di Papa Benedetto XVI il portabandiera di quanti desiderano che l’umanità rinsavisca nella corsa all’autodistruzione bellica ed economica ispirata allo scatenamento libertario degli egoismi individuali, nazionali e continentali.
Non c’è oggi alcuna autorità nel mondo che avanzi un progetto di governance globale paragonabile a questo. Un’autorità politica mondiale che il Papa teologo giustifica con le finalità di cui l’enciclica tratta a lungo nei diversi capitoli: per il governo dell’economia mondiale, per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti economici e conseguenti maggiori squilibri, per realizzare un opportuno disarmo integrale, per la sicurezza alimentare e la pace, per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori. Insomma, per camminare verso  una sola famiglia umana, manifestando  una particolare attenzione agli ultimi: i paesi emergenti e in via di sviluppo. Una rettitudine economica capace di coniugare morale e diritto. Un’economia per l’uomo, una logica mercantile finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico soprattutto la comunità politica. Al n. 45 dell’enciclica Ratzinger afferma: “l’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento, non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona.
Ora, con l’aiuto dell’esperto e autorevole prof. Giuseppe Acocella, i docenti e gli alunni del Redemptor hominis e dello studio teologico Madonna delle Grazie di Benevento cercheranno di recepire il testo assai complesso e di farne argomento di riflessione anche nei prossimi mesi.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.20/ del 20/11/2009)


Il Santuario di S.Lucia in Sassinoro. Settantennale dell'inaugurazione

Ricorre quest’anno il settantennale dell’inaugurazione del santuario diocesano di S.Lucia in Sassinoro ed il parroco, Don Biagio Corleone, coadiuvato da alcuni generosi collaboratori, ha organizzato due momenti significativi per ricordare il lieto evento giubilare : sabato 14 novembre alle ore 17 la Concelebrazione eucaristica presieduta da Mons.Giancarlo Maria Bregantini, Arcivescovo Metropolita di Campobasso, con la presenza dei sacerdoti e dei sindaci dei paesi vicini. Il coro parrocchiale animerà la celebrazione; domenica 15 novembre alle 11.30 il concerto dell’orchestra sinfonica giovanile del Conservatorio “Lorenzo Perosi” di Campobasso, diretto dal maestro Lorenzo Castriota Skanderberg, su progetto e coordinazione del maestro Maria Grazia Zagame.
Il solenne momento celebrativo mi risulta particolarmente gradito perché per 12 anni sono stato parroco di Sassinoro e rettore del santuario di S.Lucia. Nella mia pubblicazione “Sassinoro e il santuario di Santa Lucia, edizioni del Santuario, aprile 2000” descrivo la storia affascinante di questo suggestivo e accattivante santuario sorto intorno al fenomeno della transumanza e al regio tratturo, la conformazione naturale della grotta, la nascita del romitorio descritta dalla platea del 1728, la costruzione dell’attuale tempio voluta e coordinata coraggiosamente dal parroco Don Nicola Notarmasi, originario di S.Elena Sannita, arciprete di Sassinoro dal 1934 al 1945, quando il paese apparteneva giuridicamente alla diocesi di Bojano-Campobasso, la prima pietra il 14 agosto 1938, la strada, la fontana, il progetto della chiesa, la scoperta della Minerva astata durante l’opera di scavo, la costruzione della chiesa, il lavoro ed il contributo dei fedeli residenti e degli emigrati, la fine dei lavori ed il “capocanale” del novembre 1939, fino alla consacrazione da parte del vescovo Mons.Secondo Bologna, di ulteriori lavori negli anni 1940-1943, i danni causati dagli aerei tedeschi l’8 settembre 1943, e l’attuale sistemazione del santuario che potei realizzare negli anni 1985-1995 con la generosa collaborazione degli emigrati che visitai negli Stati Uniti.
Nel 1982 Sassinoro passò sotto la giurisdizione della diocesi di Benevento, il 25 maggio 1985 vi portai in elicottero l’immagine della Madonna di Fatima ed il giorno successivo, alla presenza del prefetto della congregazione dei santi, il cardinale Pietro Palazzini, il pio luogo, con decreto arcivescovile, fu elevato a santuario diocesano per il culto a S.Lucia e S.Michele Arcangelo. Nell’anno mariano 1988, il 29 maggio, il cardinale Giuseppe Casoria vi benedisse le vetrate istoriate ed il 28 maggio 1989, festa del Corpus Domini, anno cinquantenario dell’inaugurazione della chiesa,  l’arcivescovo Carlo Minchiatti potè presiedere la celebrazione di dedicazione della chiesa. Ora il santuario è un luogo di spiritualità tra i più belli e frequentati del Sannio. I messaggi di S.Lucia e S.Michele ai pastori del luogo, nella lontana primavera del 1600, riecheggiano nella spelonca del perdono e parlano della necessità del pentimento dei peccati e della misericordia infinita di Dio sempre offerta agli uomini. Anche Francesco Forgione vi salì da ragazzo insieme ai genitori e ai pellegrini di Pietrelcina.
Dal 1939, anno dell’inaugurazione, al 2009, sono passati 70 anni di fede, di peregrinazione, di lacrime, di preghiere, momenti di prova ed eventi gioiosi tutti rischiarati dalla tenerezza di Dio, dalla protezione della Madonna, dalla potenza dell’Arcangelo Michele e dalla luminosa testimonianza della martire siracusana Lucia. Al Monte Rotondo in Sassinoro risplende ancora oggi la bellezza della fede come radice sicura di speranza per la nostra gente.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.19/ del 6/11/2009)


La storia del Rosario

Parlando del Rosario, dobbiamo dire che, in tanti secoli di vita cristiana, questa preghiera, apparentemente di una semplicità disarmante, sia divenuta come il punto di coagulo di tutta una serie di valori, che ne hanno fatto il simbolo, non solo del culto mariano, ma della stessa identità cattolica.
Il Rosario è una preghiera amata da piccoli e grandi, sapienti e non; ha ispirato poeti, apostoli, santi, martiri. Molti hanno dato la loro vita per Cristo stringendo la corona del Rosario nella mano.
È possibile - qualcuno pensa - ripetere tante volte la medesima formula, senza stancarsi e annoiarsi? Il padre domenicano Dominique Lacordaire, grande teologo del 1800, rispondeva: “L’amore vero non ha che una parola, ridetta sempre non si ripete mai”.
Il pioniere di questa preghiera, tanto cara alla Regina del cielo, fu certamente San Domenico di Guzmàn, fondatore dell’Ordine dei Domenicani, il quale la propagò, secondo la tradizione, con risultati sorprendenti, per estirpare l’eresia degli Albigesi che, nel XIII secolo, infestavano gran parte dell’Europa e le cui teorie furono duramente combattute dalla Chiesa.
Altri, come San Luigi Maria Grignion de Montfort, Santa Bernadette, San Giovanni Bosco, il beato Bartolo Longo, e anche personalità laiche, come Alessandro Volta, il musicista Haydin, Guglielmo Marconi, sono stati veri amanti e propagatori del santo rosario. Nella casa del Manzoni a Milano, appesa in capo al letto, si vede anche oggi la corona: la recitava abitualmente. Nella grande opera che ha scritto: “I Promessi Sposi”, la sua Lucia, nei momenti più drammatici, con la corona tra le mani recita il rosario. Windthorst (1812 - 1891), uomo di Stato tedesco, (Presidente di uno dei maggiori partiti tedeschi) aveva sempre in tasca una corona! Cristof Gluck, grande compositore, durante i ricevimenti alla corte di Vienna si appartava alcuni minuti per recitare il suo rosario.
Il vescovo  di Sant’Agata de’ Goti Alfonso Maria de’ Liguori (1696 - 1787), dottore della Chiesa, recitava tutti i giorni il rosario e raccomandava: “felici quelle azioni che verranno chiuse da due Ave Maria”.
Nel ricordare inoltre i numerosi inviti fatti dalla Vergine a Lourdes, a Fatima, a Medjugorie e in tanti altri luoghi, dove Lei è apparsa, vorrei sottolineare la grandezza di questa preghiera, proprio dal posto che occupa, per esempio, nella grande promessa fatta dalla Vergine dei primi 5 sabati del mese a Suor Lucia di Fatima. Promessa unica e meravigliosa.
Ricordiamo poi Padre Pio, che per tanto tempo ha portato nel suo corpo i segni della Passione del Signore. Egli recitava tanti rosari da sbalordire chiunque. C’è chi sostiene che ne recitasse in media oltre trenta al giorno! E come lo raccomandava ai suoi figli spirituali! “Recitate sempre - egli diceva - il Rosario. Satana mira a distruggere questa preghiera, ma non ci riuscirà mai; è la preghiera di Colei che trionfa su tutto e su tutti”! E un giorno che gli fu chiesto perché recitasse tanti rosari, rispose: “se la Vergine Santa l’ha sempre raccomandato, dovunque è apparsa, non ti pare che ci debba essere un motivo speciale?”
Ma soprattutto, come sarebbe bello se si tornasse a recitare il rosario in famiglia! Non vi è nulla, dopo l’Eucaristia e la Bibbia, di più dolce e soave, sorgente di conforto e serenità.
Infine vorrei farvi partecipi delle parole bellissime che ci ha donato Papa Benedetto XVI il 3 maggio di quest’anno, in Santa Maria Maggiore, riguardo al santo rosario: “Oggi insieme confermiamo che il santo rosario non è una pratica relegata al passato, come preghiera di altri tempi a cui pensare con nostalgia. Il rosario sta invece conoscendo quasi una nuova primavera. Questo è, senz’altro uno dei segni più eloquenti dell’amore che le giovani generazioni nutrono per Gesù e per Maria sua Madre. Il Rosario, quando è pregato in modo autentico, non meccanico e superficiale, ma profondo, reca infatti pace e riconciliazione. Contiene in sé la potenza risanatrice del Nome Santissimo di Gesù, invocato con fede e con amore al centro di ogni Ave Maria”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.18/ del 23/10/2009)


ETNO 2009 - I have a dream

Nei giorni 26 e 27 settembre l’associazione “I have a dream” onlus di Tufara Valle ha celebrato Etno 2009 favorendo l’incontro delle comunità multietniche, associazioni, produttori di specialità tipiche, artigiani e  la comunità locale, allo scopo di promuovere l’integrazione degli immigrati e la realizzazione di iniziative per la scolarizzazione dei ragazzi del Congo.
Tufara Valle, territorio diviso tra 5 Comuni e 2 provincie è già di per sé una comunità multietnica. Dopo l’apertura della mostra in memoria di Guido Pipicelli, la passeggiata alla scoperta di antichi sentieri di Tufara Valle e la Messa  officiata in rito congolese dal dinamicissimo Parroco don Albert Mwise del 19 settembre, è toccato a me la sera del 26 settembre tagliare il nastro che immette alla piazza e agli stands. Subito dopo si è svolto il dibattito che ha visto la presenza del sindaco di Roccabascerana, del dott. Filiberto delle ACLI di Benevento, del dott. Alfonso Mercaldo, responsabile ufficio stranieri della Questura, di Mons. Mainolfi, direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose e del moderatore giornalista Mario Parente. A fine serata, un concerto di musica reggae e il giorno successivo visita agli stands, laboratorio del gusto, concerto di musica popolare e sfilata di vestiti tipici del Congo.
Nel mio intervento ho sottolineato il dovere della solidarietà verso coloro che vivono in situazioni di maggiore vulnerabilità come rifugiati e migranti perché il migrante è innanzitutto un uomo. Il diritto di asilo è un diritto umano fondamentale  asserito dall’art. 14 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dalla Carta europea dei diritti dell’uomo e dalle Direttive dell’Unione Europea. Ho invitato i presenti a non dimenticare le valigie con lo spago dei nostri emigranti con lo spostamento in massa dal continente europeo  a quello americano ed a considerare lo scandalo che si consuma ogni giorno sotto i nostri occhi: viaggi della speranza sulle carrette del mare, con 2000 euro a persona da pagare, le 13.000 persone morte dal 1988 nel tentativo di raggiungere l’Europa, le ragazze minorenni vittime dello sfruttamento sessuale e lavoro nero cadute nella rete diabolica della criminalità, ai 200 milioni di migranti nel mondo, ai 3 milioni e 700 mila stabilitisi in Italia, il numero straordinario di badanti entrate nelle nostre case per prendersi cura degli anziani ed il dato impressionante dei minori (solo nel 2007 ne sono nati in Italia circa 63 mila), l’uso di lavoratori irregolari a bassissimo costo, lavoro sommerso, la tratta infame di esseri umani a scopo di prostituzione, vendita di organi e vendita di minori per adozioni, il ruolo nefasto della criminalità organizzata che intercetta i flussi migratori divenendone padrona spietata, la mescolanza di religioni (ortodossi, cattolici, protestanti e musulmani), il sequestro massiccio di immigrati oltraggiati e liberati solo dopo il pagamento del riscatto (che va da 1500 a 5000 dollari a persona) a bande organizzate. Il rifugiato poi non va confuso con l’immigrato per motivi economici, perché molti fuggono da situazioni di guerra e persecuzione e l’80% dei rifugiati del mondo si trova nei paesi in via di sviluppo. Solo nello scorso 2008: 42 milioni di rifugiati. Oggi l’Europa presenta un volto multietnico, multireligioso e multiculturale. Questo dinamismo, nel futuro investirà le rimanenti aree del pianeta. L’Europa divenuta assai vecchia per il primato della denatalità, sarà invasa dall’Africa. Questo dato non può essere messo in discussione. Allora più che rimandare indietro i disperati occorre gestire il fenomeno globale per favorirne gli aspetti positivi e ridurre quelli negativi come la criminalità. Occorre prepararsi alla convivenza con le diversità.
Il vescovo, profeta del nostro tempo, Tonino Bello amava parlare di “convivialità delle differenze”. Anche l’appartenenza alle altre religioni è stimolo e non minaccia all’identità cristiana, se quest’ultima è solida e coerente. Vera minaccia all’identità cristiana è il processo di avanzata secolarizzazione: l’Europa sta costruendo una società senza Dio. Il Vangelo afferma che nel giudizio finale Gesù dirà: “Ero straniero e mi avete accolto; lo avete fatto a me”(Mt 25, 31-46). Il giudizio verterà dunque sull’amore. San Giovanni Crisostomo (345-407), Padre della Chiesa d’Oriente e Patriarca di Costantinopoli, così scrive: “Non tenere conto della condotta del povero. L’unico titolo in favore del povero è la sua indigenza. Non esigere da lui nient’altro: fosse anche il più delinquente del mondo, se manca del necessario, cerca di saziare la sua fame. Così ha comandato Cristo”.
Per Etno 2010 i relatori  presenti al convegno hanno proposto di raccontare tutte le realizzazioni di solidarietà fiorite negli ultimi anni nel territorio al fine di promuovere l’integrazione degli immigrati.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.17/ del 9/10/2009)



Anno sacerdotale.
Questa la lettera che mi inviò la veggente di Fatima nel 2001

«Caro Padre: Pax Christi!
Ho ricevuto la sua lettera ed i suoi libri e la ringrazio. Ho notato nella sua lettera che è molto preoccupato per il disorientamento del tempo presente. E’ nella verità quando lamenta che tanti si lasciano dominare dall’onda diabolica che schiavizza il mondo e si incontrano tanti ciechi che non vedono l’errore.
Ma il principale errore è che questi abbandonarono la preghiera, allontanandosi da Dio e senza Dio tutto gli viene meno, perché “senza di Me non potrete far nulla” (Gv 15,5).
Ora, ciò che soprattutto raccomando è che ci si avvicini al Tabernacolo e si faccia orazione. Lì si incontrerà la luce e la forza per nutrirsi e donarsi agli altri. Donarsi con umiltà, con soavità e, nello stesso tempo, con fermezza. Perché coloro che esercitano una responsabilità hanno il dovere di tenere la verità nella dovuta considerazione, con serenità, con giustizia e con carità. Per questo, hanno bisogno ogni giorno di più di pregare, di stare vicino a Dio, di trattare con Dio di tutti i problemi, prima di affrontarli con le creature. Continui per questa strada e vedrà che vicino al Tabernacolo troverà più scienza, più luce, più forza, più grazia e più virtù, che giammai potrà incontrare nei libri, negli studi, né presso creatura alcuna. Non giudichi mai perduto il tempo che passa nella orazione e vedrà come Dio le comunicherà la luce, la forza e la grazia di cui ha bisogno, ed anche quello che Dio le chiede. E’ questo che importa: fare la volontà di Dio, rimanere dove Egli ci vuole e fare ciò che Egli ci chiede. Ma sempre con spirito di umiltà, convinti che da soli non siamo niente, e che deve essere Dio a lavorare in noi e servirsi di noi per tutto quello che Lui domanda. Per questo abbiamo tutti bisogno di intensificare molto la nostra vita di interiore unione con Dio e tutto ciò si consegue per mezzo della preghiera. Che a noi manchi il tempo per tutto, meno che per la preghiera e vedrà come in meno tempo si farà molto!
Tutti noi, ma specialmente chi ha una responsabilità, senza la preghiera, o che abitualmente sacrifica la preghiera per le cose materiali è come una penna d’oca di cui ci si serve per sbattere l’albume delle uova, elevando castelli di schiuma che, senza zucchero per sostenerli, in seguito si disgregano e disfanno trasformandosi in acqua putrida. Per questo Gesù Cristo disse: “Voi siete il sale della terra, ma se questo perde la forza, a nient’altro più serve se non per essere gettato via”. E, siccome questa forza solo da Dio la possiamo ricevere, abbiamo bisogno di avvicinarci a Lui, perché ce la comunichi e questa vicinanza si realizza solo per mezzo della preghiera, che è il luogo in cui l’anima si incontra direttamente con Dio.
Raccomandi questo a tutti i suoi fratelli e lo sperimenteranno. E poi mi dica se mi sono ingannata. Sono ben certa di quale sia il principale male del mondo attuale e la causa del regresso nelle anime consacrate. Ci allontaniamo da Dio, e senza Dio inciampiamo e cadiamo. Il demonio è astuto per sapere qual è il punto debole e attraverso il quale ha da attaccarci. Se non stiamo attenti e non ci premuriamo con la forza di Dio, soccombiamo, perché i tempi sono molto cattivi e noi siamo molto deboli. Solo la forza di Dio ci può sostenere. Veda se può portare avanti tutto con calma, confidando sempre in Dio e Lui farà tutto quello che noi non possiamo fare e supplirà alla nostra insufficienza. Sempre in grande comunione di preghiere e sacrifici, uniti nel Signore».
Coimbra, 31 agosto 2001
Suor Lucia, s.c.s.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.16/ del 25/9/2009)


Il Prefetto dei Santi a Montefusco onora la venerabile Teresa Manganiello

Lo scorso 3 luglio Papa Benedetto XVI ha dichiarato “Venerabile” la Serva di Dio Teresa Manganiello, matrice spirituale e pietra angolare delle Suore Francescane Immacolatine. L’attuale superiora generale, madre Pasqualina Di Donato Savino, insieme alle consorelle, ha organizzato un programma d’iniziative allo scopo di far conoscere meglio la terziaria francescana di Montefusco, undicesima di 12 figli, proveniente da un’umile famiglia di contadini.
Sebbene priva d’istruzione “l’analfabeta sapiente” fu l’artefice della diffusione del movimento francescano laicale in Irpinia e nel Sannio. Teresa fu ricevuta in udienza da Pio IX nel 1873 ed il Pontefice benedisse la nascente congregazione ed incoraggiò la missione evangelizzatrice della Manganiello. Sotto la guida del cappuccino Padre Lodovico Acernese, Teresa fece passi da gigante sui sentieri della santità, nell’esercizio eroico delle virtù teologali di fede, speranza e carità e morì in odore di santità a soli 27 anni il 4 novembre 1876. Era nata a Montefusco il 1 gennaio 1849.
Nei prossimi giorni, dal 9 al 12 settembre, le consorelle di Teresa animeranno intense giornate di spiritualità: il 9° Pietradefusi una via Crucis guidata da mons. Aurelio Capone e una Celebrazione eucaristica con catechesi sulla Fede di Teresa presieduta dal parroco don Gerardo De Corso con l’animazione liturgica del Coro Frate Sole di San Nazzaro; il 10 nella Parrocchia di Montefusco adorazione eucaristica guidata da don Gerardo Mucci, Santa Messa e catechesi sulla Speranza di Teresa presieduta dal cappuccino Padre Gianluca Manganelli, con  animazione liturgica del Coro Musicae Cantores; l’11 settembre nel Convento Sant’Egidio di Montefusco, Santo Rosario animato dai giovani, Santa Messa presieduta da mons. Pasquale Maria Mainolfi con catechesi sulla Carità di Teresa e animazione liturgica del Gruppo Giovani di Benevento ed infine Rassegna dei cori. Sabato 12 settembre in Sant’Egidio a Montefusco solenne Celebrazione eucaristica presieduta da S.E. mons. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi.
Contemplando il volto luminoso e la vita eroica di Teresa Manganiello si comprende come nella Chiesa, anche i piccoli e i poveri possono diventare grandi. La vita della prossima Beata si presenta soprattutto ai giovani come una esaltante carica di dinamismo educativo, spingendo al dono di sé e al sacrificio per amore di Dio e del prossimo. Solo i testimoni, con la forza della loro coerenza, possono aiutare i giovani ad uscire dalla globale e preoccupante “emergenza educativa”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.15/ del 10/9/2009)


Un cuore per Santa Croce

Nel XX anniversario della morte è stata ricordata, sabato 9 maggio, la figura e l’opera dell’arciprete don Angelo Zeoli (22.02.1916 - 09.05.1989) nella sala convegno fondazione "G.M. Galanti" con Slide Show in ricordo della sua vita, i saluti del parroco don Domenico Curcio e del sindaco rag. Antonio De Maria, l’intervento del prof. Davide Nava e la conferenza del direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose "Redemptor hominis" di Benevento, la intitolazione del teatro parrocchiale, la processione aux flambeaux verso la tomba cimiteriale dell’amato arciprete, l’inaugurazione della mostra fotografica nel chiostro del convento S.Francesco a cura della Pro-Loco, la Concelebrazione eucaristica nella chiesa di Sant’Antonio e il concerto del coro "Hortus Musicae", diretto da Adriana Accardo.
Angiolino Giuseppe Zeoli, a noi più noto col nome familiare di Don Angelo, nasce in Santa Croce del Sannio il 22 febbraio del 1916 dai coniugi Carmine Antonio e Virginia Fattore. Terzo di quattro figli, di cui il primo, Amedeo, muore prematuramente di tifo viscerale quand’è seminarista liceale in Benevento alla giovanissima età di 17 anni; il secondo, Giovanni, padre di famiglia, anch’egli deceduto; e l’ultimo, al quale è posto il nome del seminarista defunto, il dott. Amedeo Zeoli, residente in Canada.
Terminate le scuole elementari in paese, Angiolino, nel 1929 si reca nel nostro Seminario Arcivescovile mentre siede sulla Cattedra beneventana l’Arcivescovo Adeodato Giovanni Piazza, divenuto poi Cardinal Patriarca di Venezia. L’Arcivescovo Piazza, molto amico dell’allora Arciprete di Santa Croce, Mons. Angelo Zeoli, omonimo e zio paterno di Don Angelo, ammira le spiccate doti intellettuali del piccolo seminarista e lo incoraggia a proseguire il cammino di formazione. Grande influenza culturale e pedagogica esercitano sul ragazzo, l’austera figura dello zio Monsignore e la dolcissima ed energica mamma Virginia, alla quale si lega visceralmente, con un attaccamento filiale divenuto proverbiale in Santa Croce del Sannio.
Terminati gli studi filosofico-teologici nel Seminario Regionale Pio XI di Benevento, il 30 giugno 1940, a 24 anni, il giovanissimo Don Angelo è ordinato sacerdote nel Duomo di Benevento, dall’Arcivescovo Agostino Mancinelli ed il primo luglio canta la sua Prima Messa solenne nella chiesa matrice di Santa Croce. Dopo alcuni giorni di sacerdozio è inviato Vicario economo alla Parrocchia del Santo Rosario in Riccia (Cb) ove rimane per 8 anni, dopo di che funge per pochi mesi da Amministratore parrocchiale di Campolieto e di qui trasferito nel 1948 nel suo paese di origine come Viceparroco economo con diritto di successione. Nel 1955, morendo il parroco Don Giacomo D’Uva, Don Angelo diviene Arciprete di Santa Croce del Sannio e per un quarantennio guida questa comunità ecclesiale.
Appena parroco del paese natìo si rende presente nella scuola elementare con opportune catechesi e nel 1963, istituita la scuola media in Santa Croce, ne diviene docente di religione fino al 1987. I primi anni di servizio pastorale in paese sono segnati da grande zelo e da fervore di iniziative: nel 1950 costruisce un presepe spettacolare, allestisce un teatro stabile nel salone sottostante la chiesa animandolo con rappresentazioni teatrali e commedie di alto valore artistico che egli stesso dirige magistralmente. Si cimenta nell’arte della pittura, della scultura, del restauro e soprattutto della fotografia. Poi il crollo psicologico: l’ingratitudine di molti, l’incomprensione dei superiori, la perdita della mamma, la solitudine mai adeguatamente colmata, lo gettano in una prostrazione d’animo che vedrà solo pochi, delicati momenti di gioia serena.
Giunto nel 1982, come Pastore dell’Arcidiocesi, l’Arcivescovo Carlo Minchiatti, egli si entusiasma e gode per la fraterna simpatia che il Presule riserva al suo cuore di prete ed a tutti lo narra con convinta soddisfazione.
L’11 aprile 1987, riaprendosi al culto, dopo i lavori di restauro, la splendida chiesa parrocchiale, vive una indimenticabile giornata di entusiasmo e di gioia, alla quale collabora, restaurando con le sue mani le antiche e preziose statue del sacro tempio. Nello stesso anno si ammala, le indagini radiologiche dicono che si tratta di un tumore al fegato; la notizia lo abbatte ma poi ripresosi energicamente ritorna con serenità al suo lavoro. Il 3 aprile 1989 mi sostituisce a Sassinoro per un funerale: durante la Santa Messa si sente male, si accascia, si è costretti ad accompagnarlo a casa. Il 7 aprile, insieme a Maria Zeoli, che lo ha sempre accudito con impareggiabile premura, lo accompagniamo all’Ospedale Fatebenefratelli di Benevento; lungo la strada mi dice: "A Santa Croce tornerò solo per morirvi" E’ stato profeta! Le ulteriori indagini cliniche chiariscono che non si tratta di tumore ma di un nodulo di rigenerazione al fegato, una cirrosi che con una appropriata terapia lo riporterà salvo a casa. Tutto sembra andar bene, ma, alcuni giorni dopo, mentre sta per essere dimesso dall’ospedale, sorgono complicazioni, molti valori si alterano inspiegabilmente, sopraggiunge un blocco renale e domenica 7 maggio viene sottoposto a dialisi presso l’Ospedale Civile. Lunedì 8 maggio, giorno della Supplica alla Regina delle Vittorie del Santo Rosario di Pompei, mi reco al sue capezzale col francescano Padre Antonio Di Monda, gli dico che è giunto il momento di ricevere i santi sacramenti, dice di non sentirsi ancora preparato, infatti appare esternamente in buone condizioni di salute, ma, informato che il male inesorabilmente precipita, accetta, e alla richiesta: con chi vuoi confessarti, risponde: "Ho fiducia di tutti e due". Lo lascio solo con Padre Antonio e Don Angelo sigilla nel cuore di questo ottimo sacerdote francescano la sua ultima confessione. Poi entro, gli amministro l’Unzione degli infermi e gli do la Santa Comunione. È sereno, tace, si abbandona in Dio.
E qui riscopro l’altro Don Angelo, l’uomo di fede che morendo dirà indimenticabili parole d’amore. Mentre ci scusiamo per aver esercitato una dolce violenza sulla sua volontà, nell’apprestargli gli ultimi conforti della fede, risponde: "Magari l’avessero fatto gli altri prima di voi!". Tutti e tre ci abbracciamo e piangiamo. Poi ci dice: "Insegnate al popolo preghiere più semplici, togliete quelle complicate, la vera preghiera è semplice come la luce". Poi commenta con Maria: "Don Pasquale pensava che non volessi confessarmi, l’ho fatto, sono sereno". Dietro consiglio dei medici lo portiamo a casa: è il suo ultimo viaggio verso Santa Croce, per morirvi in pace! In preda a dolori addominali lancinanti, dice di voler offrire a Dio la sua sofferenza, si contiene, non si lamenta e chiede che gli tenga stretta la mano per tutta la notte. Aiutato scende dal letto per toccare l’ultima volta la terra. Poi dice: "Non fate quella faccia da funerale, i funerali li farete domani". Chiede che uno dopo l’altro lo bacino tutti e anche lui dà un bacio a tutti i presenti. Dice: "Vogliamoci bene", poi mi dice: "Pasquale, dammi anche tu un bacio" e aggiunge: "Ora ti do più baci e ti incarico di baciare tutti e tutti ringraziare a nome mio, soprattutto quanti mi hanno visitato in ospedale. L’ultimo bacio te lo voglio dare per tutti i bambini di Santa Croce, gli ho voluto bene. Dillo a tutti che ho sempre creduto nella continuità della vita anche se con te ho avuto sull’argomento, sempre discussioni animate. Preòccupati di far celebrare Messe richiestemi dai fedeli ma non ancora celebrate a causa della degenza in ospedale. Non vi scordate di dare da mangiare al cane che è in giardino. E adesso andate tutti a riposare, siete stanchi, voglio rimanere solo, però tu resta e prega". Rimaniamo tutti con lui, suggerisce tutte le preghiere che devo recitare e alla fine vuole che tutti i presenti recitino con lui il Santo Rosario: "Caccialo dalla tasca, l’hai sempre portato con te ed ora non ti muovi!". "Presto, presto, forza, forza!". Poi con la sua bella parlata santacrocese mi saluta dicendo: "Pasca’, statti buono!". Dice di vedere tanta nebbia, poi tanti bambini molto belli, vestiti tutti alla stessa maniera, e che anche per lui occorre quella stoffa, poi vede il suo papà, Ia sua mamma ed alzando energicamente le braccia: "Pasca’, Pasca’, vedo la Madonna, chiamala, chiamala" e ancora "Vedo una grande porta di ferro, è stretta, non si apre, non si entra, toglimi per favore questo brutto coso che mi sta vicino, dammi un’altra assoluzione!". Bacia più volte il Crocifisso che pongo infine tra le sue mani e poi grida: "Aspetta, aspetta, Pasca’, c’è un’altra porta più piccola, è una porta segreta, la chiamano la porta della Madonna, Pasca’ scassala, aprila, ci voglio entrare!". Poi conclude: "Che luce, che luce, Pasca’ sono felice!". Si calma e bisbigliando l’Ave Maria... si assopisce e dolcemente, quasi fosse una candela, si spegne serenamente facendo ritorno alla Casa del Padre alle 11,30 del nono giorno del mese di maggio, il mese dei fiori, dedicato dalla pietà cristiana alla Madonna, il fiore più bello lanciato dal divino artista nel cielo dell’umanità.
Ha avuto il culto dell’ospitalità e dell’amicizia e ha goduto nel trasmettere gioia a chiunque lo ascoltava. Nemico dell’ampollosità e della diplomazia, umile, intelligente, tormentato dalla ricerca della Verità. Uomo vero, senza falsità, sempre sincero e leale, veramente uomo. Nell’immaginetta della sua ordinazione sacerdotale è nascosta la chiave del suo mistero di uomo e di prete: "Dirupisti vincula mea: tibi sacrificabo hostiam laudis" (Sal 115).

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.14/ del 17/7/2009)


Per i figli di oggi occorrono nuovi padri

A partire dal gennaio 2008 e ultimamente con maggiore insistenza, Benedetto XVI fa riferimento alla "emergenza educativa". Il Papa osserva che educare non è mai stato facile ma oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno per esperienza i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che a vario titolo si occupano di educazione. Aumentano le difficoltà nel trasmettere alle nuove generazioni i valori basilari dell’esistenza ed un retto comportamento per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e dare un senso alla propria vita.
Nello scorso marzo 2009 la CEI ha organizzato in Roma il IX Forum del progetto culturale sul tema: "L’emergenza educativa, persona, intelligenza, libertà, amore". A fine maggio 2009 i vescovi italiani, durante l’assemblea generale tenuta in Vaticano, hanno condiviso l’inderogabilità di affrontare ed approfondire il problema educativo, come vera emergenza della nostra epoca, scegliendolo come tema per gli orientamenti pastorali del prossimo decennio 2010-2020. Occorre un nuovo protagonismo che si faccia attento al primato della persona umana aperta all’orizzonte dell’Assoluto, perché "si dà un’angoscia, quella vera, annidata nella profondità delle nostre solitudini che non può essere cacciata via mediante la ragione, ma solo con la presenza di una persona che ci ama" (J. Ratzinger). Nel generale, terrificante deserto dei valori si instaura ora la nostalgia di un paradiso perduto. Dunque il problema pedagogico-educativo riacquista oggi il suo primato e tutti ci convinciamo che educare è più facile se si usa il cuore e che l’educazione è efficace se la facciamo insieme, in sinergia, attraverso una vera solidarietà di alleanze educative: famiglia, scuola, Chiesa e mezzi di comunicazione di massa. Urge alle agenzie educative incontrarsi e camminare insieme. Il cambiamento generazionale, culturale e valoriale avviene a ritmi così sostenuti che in ogni casa i genitori sono spesso ridotti al rango di educatori sprovveduti, perché non sanno cosa trasmettere e in che modo trasmettere alle nuove generazioni.
Recentemente alcuni dossier ci informano che anche i padri accettano la sfida di esserci, evitando di rifugiarsi nel conformismo della tradizione o nelle scorciatoie del nuovo a tutti i costi. La metamorfosi della famiglia ed il peso crescente del ruolo sociale della donna, insieme all’aumento delle separazioni e dei divorzi, hanno messo i padri nelle condizioni di lottare per farsi riconoscere diritti e compiti da assolvere. I papà italiani sono i più vecchi d’Europa. Così dicono le indagini statistiche. Gli italiani hanno il primo figlio a circa trentacinque anni, quando sono massimamente coinvolti nell’occupazione e assorbiti dalla professione con un lavoro svolto soprattutto fuori casa. Rispetto al passato ora i papà dedicano alla famiglia 1 ora e 23 minuti al giorno. Nei giorni festivi la loro disponibilità si riduce. Le mamme curano i figli, i papà semplicemente li intrattengono per il gioco o aiutandoli a fare compiti. Le resistenze culturali sono ancora forti ma i padri devono necessariamente cambiare perché la loro presenza educativa è assai significativa. Educatori e sociologi sono concordi: alla radice del disagio giovanile c’è l’interruzione della catena padri-figli. Occorre tornare a insegnare il senso del limite, amministrando, in dosi equilibrate autorità e amore. Solo di qui passa la rinascita.
L’Occidente ha "ucciso" il padre in nome dell’uguaglianza tra i sessi ma nei cuori dei figli c’è nostalgia del ruolo paterno per vincere paura e fragilità psicologica. Per i nostri ragazzi occorrono "nuovi padri".

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.13/ del 3/7/2009)


Antichrist

Il film Anticristo del regista danese Lars von Trier, uscito il 22 maggio scorso, è giunto nelle nostre sale cinematografiche proprio in questi giorni. Il genere è quello drammatico - horror. La trama narra di una coppia che cerca di superare il lutto per la morte di un figlio, rifugiandosi nella isolata casa tra i boschi, nella speranza di superare la prova e salvare il matrimonio. Ma le cose peggiorano. Il film presenta scene eccessive di sesso, violenze di ogni genere, sangue a profusione ed una inquietante scena di evirazione in camera. Sin dalla prima scena i due protagonisti fanno sesso e non si accorgono che nella stanza accanto il loro bambino si affaccia dalla finestra della sua camera, cade e perde la vita. Da qui un terrificante viaggio nel senso di colpa e nell’orrore. Il film, presentato in concorso al 62° festival di Cannes 2009, è nato dopo un lungo periodo di depressione e terapia psicanalitica del regista. Lars von Trier è il più celebre regista danese ed è animato dalla permanente volontà di ribellione e provocazione, allo scopo di stupire. Più che ricerca cinematografica il regista insegue filosoficamente una "vera" morale, anche se a svantaggio del buongusto e dell’estetismo. Il film è stato accolto fa fischi e risate.
Le durissime critiche di esperti su diverse testate internazionali hanno molto urtato il regista danese che ha dichiarato: "Non mi devo giustificare con voi, io lavoro per me, non ho fatto un film per voi ma per me stesso", aggiungendo che il film è nato dopo un lungo periodo di depressione e di terapia psicanalitica. Un fatto è certo: chi produce un film per sé non lo getta in pasto al pubblico né lo mette in concorso a Cannes. Credo non sia lecito a nessun regista produrre un film per infliggere la violenza sul pubblico. Siamo davanti ad uno dei maggiori fallimenti nella storia del festival di Cannes e alla completa dissoluzione di un grande artista del cinema. Tutti gli inquietanti tentativi di cristofobia, giungono inesorabilmente al naufragio! Nel 1900 il filosofo russo Vladimir Solovev profetizza con grande acume le tragedie del XX secolo. Ne "Il racconto dell’Anticristo" Solovev mette sulla bocca dei pochi saggi sfuggiti alle varie proposte di sincretismo religioso, e incalzati dall’Anticristo, queste parole: "Tu ci dai tutto, tranne ciò che ci interessa, Gesù Cristo". Si moltiplicano anche nei nostri giorni spiritualisti con atteggiamenti magico-superstiziosi, filantropi evanescenti, pacifisti nebulosi, vegetariani osservanti, animalisti ossessionati ed ecumenisti confusi. Molti cristiani si limitano a parlare di valori condivisibili per risultare più accettabili nei salotti e nelle trasmissioni televisive. Il cristianesimo autentico invece poggia tutto sulla Croce e Resurrezione di Gesù. Il Figlio di Dio non è omologabile con una serie di buoni propositi partoriti dalla mentalità mondana dominante. Scrive il cardinale Giacomo Biffi: "Se il cristiano per aprirsi al mondo e dialogare con tutti, stempera il fatto salvifico, preclude la sua connessione personale con Gesù e si ritrova dalla parte dell’ Anticristo".
La religiosità confusa e ambigua di questi nostri anni reclama testimoni convinti e coerenti del Risorto. Giovanni Papini dice: "Non cerco gloria, pane, né compassione. Ma vi chiedo in ginocchio: datemi qualche certezza!". La certezza è questa: Dio non è lontano da noi e Gesù Cristo è il viaggio di Dio verso l’uomo. Cristo è Dio fatto visibile. Egli ci ha parlato di Dio come Padre che chiama alla vita, guida la storia con la Sua Provvidenza, perdona e manda il Suo Figlio; ha presentato se stesso come uguale al Padre, come padrone del sabato, come Colui che perdona i peccati e compie prodigi; ha promesso e inviato il Paraclito, Spirito di Verità e di Consolazione. Origine fontale di tutto è l’Amore di Dio. In mezzo c’è la nostra libertà per accogliere o rifiutare il dono dell’Amore. Al termine c’è la beata ed eterna Trinità. Blaise Pascal afferma: "L’ultimo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano". Madre Teresa di Calcutta racconta che un maomettano osserva un giorno una sua Missionaria della Carità nel mentre fascia con tanto amore le piaghe di un lebbroso. La suora non parla ma agisce raccolta. Ed il maomettano confessa commosso: per tutti questi anni ho creduto che Gesù di Nazaret fosse un profeta come Maometto, ma oggi capisco che è Dio perché ha messo tanto amore nelle mani di questa sorella. Dopo le grandi persecuzioni ai cristiani, la furia iconoclasta, le ideologie negatrici dell’esistenza di Dio, la lotta ai presepi e ai crocifissi, l’odio a Gesù Cristo con la esaltazione idolatrica di soldo-sesso-successo, è giunta l’ora della resa. L’orgoglioso rifiuta e disprezza Dio. L’umile avverte la presenza di Dio e trova pace.
Per scoprire Dio non bisogna andare lontano perché Egli è dentro il cuore di chi sinceramente lo cerca. Scrive Agostino: "Rientra in te stesso e troverai Dio". Chi non ricorda il celebre incontro del cardinale Federico con l’Innominato, raccontato da Alessandro Manzoni nel capitolo 23° dei Promessi Sposi? Davanti al suono festoso delle campane e alla gioia del popolo che corre al tempio per incontrare il Pastore, l’Innominato, che ha l’inferno nel cuore, esclama: "Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Dov’è questo Dio?". E il cardinale Federico risponde: "Voi me lo domandate? Voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore che v’opprime, che vi agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?". La sfrontatezza dell’uomo mai vincerà l’infinita pazienza misericordiosa di Dio. Frattanto, la nausea per tutte le cose, l’insoddisfazione, l’angoscia e la disperazione, che opprimono il cuore dell’uomo del nostro tempo, preannunciano il corale ritorno a Dio, sorgente della speranza e della gioia, Dio Padre di ogni consolazione.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.12/ del 19/6/2009)


Famiglia e bellezza: scritti inediti di Karol Wojtyla

Nello scorso aprile 2009, la Edizione Cantagalli di Siena ha pubblicato un volume assai prezioso di 84 pagine dal titolo: "Bellezza e spiritualità dell’amore coniugale. Con un inedito di Karol Wojtyla". Una delle scoperte più sorprendenti di Karol Wojtyla fu quella di saper riconoscere ed esprimere il dinamismo dell’amore, sotto il segno del "dono di sé", e questo non solo nella generosa produzione poetica ma anche nel largo panorama di attività pastorale e di insegnamento. Punto di partenza: l’esperienza, l’incontro personale, la storia, la cultura, la mistica e la preghiera, fino a scoprire nel cammino dell’uomo e della donna la Trinità, a cui immagine sono stati creati e redenti, attualizzando nel sacramento del loro amore il mistero di Cristo sposo e della Chiesa sposa. In queste coordinate Wojtyla, nei tempi di Cracovia, ha dipinto un quadro sorprendente della spiritualità coniugale e famigliare. Nel 1949 il giovane sacerdote Wojtyla, dopo il tempo del Seminario clandestino e degli studi a Roma, tornò a Cracovia come viceparroco della parrocchia di san Floriano. Si fece conoscere come uno che, in tutto ciò che è veramente umano, scopriva l’amore di Dio. Molti giovani si radunarono intorno a lui per partecipare alla liturgia, per confessarsi e farsi dirigere spiritualmente. Il gruppo di studenti universitari diventò sempre più grande. Alle Messe, ritiri ed esercizi spirituali, prove di coro e pellegrinaggi, seguirono gite, escursioni in montagna, feste onomastiche ed ancora insieme al teatro, ai concerti e al cinema. Il gruppo si chiamò all’inizio "Piccola famiglia" ed in seguito "Ambiente". Nel 1952, dopo una delle gite organizzate, il sacerdote sarà chiamato "zio". La Messa divenne il punto fisso anche durante le escursioni turistiche. Le omelie divennero lo strumento fondamentale di formazione. L’esperienza del gruppo giocò il ruolo di una vera finestra sul mondo, portando frutto di conoscenza e di apertura alle altre persone e famiglie. Don Karol divenne guida esperta soprattutto di problematiche famigliari. Da sacerdote, vescovo e cardinale fu sempre disponibile, offrendo ai giovani la luce che scaturisce dalla verità e dalla bellezza. Il gruppo era divenuto un gran cerchio di famiglie: "Una famiglia di famiglie". I tre testi inediti di Wojtyla nei tempi di Cracovia, ora tradotti in italiano, entrano nel tema della teologia del Sacramento del matrimonio e particolarmente in quello della spiritualità coniugale. Gli scritti di Wojtyla permettono di accedere alla sua visione dell’amore sponsale vissuto nella dimensione spirituale di coppia e famiglia. Il primo dei testi: "Regola per il gruppo di coppie di sposi Humanae vitae", risale al 1968 quando l’enciclica di Paolo VI subì molte critiche e incomprensioni, e propone una via concreta affinchè la vita coniugale e famigliare porti alla santificazione, attraverso un cammino di spiritualità e apostolato. Un percorso di formazione equivalente al Seminario per i futuri sacerdoti e al noviziato per i futuri religiosi. Il secondo testo: "Riflessioni sul matrimonio" è del 1957 ed invita a riscoprire il carattere sacramentale profondo che colma l’intera esperienza famigliare di tutti i giorni: il mistero dell’Incarnazione è segno dell’amore sponsale di Cristo e permea tutto il creato. Il terzo testo: "L’amore è il fondamento morale del matrimonio", è una riflessione del 1961. Nel contesto storico-culturale-politico della Polonia, segnato dal marxismo e da un clima di ostilità verso l’uomo e la famiglia, l’autore sottolinea la dignità, bellezza e verità della vocazione matrimoniale come via di santità che pone i coniugi in rapporto vivo con la Famiglia Trinitaria. Karol Wojtyla permette, attraverso i tre testi riportati nella recente pubblicazione, di scoprire la sua fondamentale preoccupazione: far risplendere la luce della santità che sta nell’amore sponsale vissuto in coppia e in famiglia e di non privare gli sposi di verità: bellezza e perfezione racchiusa nel loro specifico cammino di vita. Una spiritualità incarnata nella vita, ove l’amore diventa regola della vita e non fa del matrimonio un ostacolo al cammino di santità, ma al contrario, lo favorisce. In una delle sue poesie, "Canto del Dio nascosto", Karol Wojtyla scrive: "L’amore mi ha spiegato ogni cosa, l’amore ha risolto tutto per me, perciò ammiro questo Amore dovunque Esso si trovi".

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.11/ del 5/6/2009)


Angeli e demoni: un film da snobbare

Il direttore del CERN, Leonardo Vetra, insieme a sua figlia, Vittoria, è riuscito ad isolare una certa quantità di antimateria conservata in una camera di sospensione cilindrica. Il cilindro viene trafugato ed il direttore ucciso. Dietro il furto e l’omicidio l’antica confraternita segreta degli Illuminati che vuole distruggere la Chiesa cattolica. Il cilindro è stato collocato all’interno del Vaticano in un luogo visibile sui monitor ma impossibile da identificare. In Vaticano intanto si sta riunendo il Conclave per eleggere il nuovo Papa. Quattro dei cardinali favoriti per l’elezione scompaiono e uno dietro l’altro vengono sacrificati per le strade di Roma sugli altari della scienza lungo il cammino dell’Illuminazione per far pagare alla Chiesa con il loro sangue i secoli di persecuzione contro gli scienziati di tutti i tempi. A mezzanotte la bomba di antimateria farà piazza pulita del Vaticano e di tutti i cardinali riuniti in Conclave. E’ così che gli Illuminati avranno avuto la loro vittoria definitiva sulla Chiesa.
E’ più o meno questa la trama rocambolesca del film "Angeli e Demoni", che è uscito in questi giorni nei cinema italiani, tratto dal romanzo di Dan Brown e diretto dal regista Ron Howard. Anche ora come col precedente "Codice da Vinci" l’autore spera di trarre copiosi profitti economici dalle calcolate provocazioni anti-cattoliche. Questione di marketing ma le provocazioni sono grossolane e ridicole. Nel primo film un furbo mix tra storia e fantasia si proponeva di negare la divinità di Cristo, nell’attuale un corollario di gratuite banalità per accusare il Papa ed il sacro collegio di coprire quattro delitti di sedicenti cardinali, facendo passare per "santo" il mandante dei delitti, al fine di negare la missione salvifica della Chiesa nel mondo. Preparazione scientifica degli autori: nulla. Risultato di questo guazzabuglio hollywoodiano: un cupo e ingarbugliato giallo in stile funerario. Insomma una colossale sciocchezza. E’ vero, si tratta solo di un film, ma la sua ambientazione in Roma è deprimente, si sbagliano quasi tutti i nomi delle strade e la maggior parte dei monumenti. Si manifesta la solita e noiosa volontà di squalificare la Chiesa cattolica pensando di distruggerla con un film. Direbbe Alessandro Manzoni: "Va povero untorello, non sarai tu ad appestare Milano". Il secolarismo diffuso non sempre oggi nega Dio ma spinge a vivere come se Dio non ci fosse e allora tutto si riduce alla vita terrena che si tramuta in una rapida sequenza di giorni, in un’inarrestabile corsa verso il nulla. Se l’uomo è un grumo di materia organica, leggermente più sviluppata e non è anche anima, non esiste futuro, né vita eterna, né infinito. Fede, ragione ed esperienza universale ci dicono invece che l’uomo è una grandezza incompiuta, è cifra dell’infinito, della felicità senza ombre. Tutti avvertiamo che la vita terrena non può essere un vagabondare rassegnato e triste verso il vuoto ma pellegrinaggio serio, responsabile e gioioso verso Dio che è Padre di infinito amore. La Chiesa conserva la insopprimibile missione di essere luce delle genti. Al materialismo storico che vorrebbe imporsi con smodato furore noi credenti in Dio opponiamo con certezza serena la speranza cristiana. Juan Arias ha scritto: "L’insoddisfazione è la strada attraverso la quale Dio sta giungendo inaspettato a questa generazione". Oggi si uccide per delle banalità, e questo è segno di disperazione! Anche quest’ultimo thriller colmo di strafalcioni immagina di distruggere la Chiesa fondata sulla pietra "fondamentale" che è Cristo, dimenticando che Cristo è veramente Risorto e rimane, al di sopra e nonostante i limiti degli uomini di Chiesa, il vero regista del cammino della Chiesa nel tempo, garantendo che, "le potenze infermali non prevarranno contro di Essa". L’importante questa volta è non andare al cinema e sconsigliare gli amici a farlo. Nonostante Dan Brown i veri cattolici continueranno a credere, ad andare in Chiesa e ad ascoltare il Papa.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.10/ del 22/5/2009)


Per grazia ricevuta

Giovedì 30 aprile 2009 presso il Santuario di Montevergine l’On Gianfranco Rotondi, Ministro per l’attuazione del programma di Governo, ha inaugurato la mostra degli ex voto della Madonna di Montevergine che sarà possibile visitare fino al prossimo 30 di ottobre. Alla cerimonia di apertura è intervenuto anche il dott. Salvatore Abita, responsabile della Sovrintendenza ai beni storici e artistici di Salerno e Avellino, di Benevento, Caserta e provincia di Napoli. Erano presenti anche autorità politiche, religiose e militari della provincia di Avellino e della regione Campania, oltre a tutti gli sponsors che hanno contribuito all’evento, a cominciare dallo sponsor ufficiale della manifestazione: la Banca della Campania.
La mostra storico- artistica-iconografica è intitolata: "Per grazia ricevuta.Gli ex voto della Madonna di Montevergine, nell’arte, nella fede e nella tradizione dei pellegrini". Il culto verso la Madonna di Montevergine ha inizio nel XII secolo, quando il monaco ed eremita San Guglielmo da Vercelli, trasformò il monte Partenio, ove si era stabilito, in un faro di devozione mariana. La mostra, ospitata negli ambienti del Museo Abbaziale si propone di raccogliere idealmente nove secoli di legami intensi e profondi instauratisi tra i pellegrini e la Madonna, attraverso l’esposizione di documenti storici, rappresentazioni artistiche riferite all’iconografia e aspetti della pietà popolare. Da nove secoli, la devozione verso "Mamma Schiavona", nonostante il mutare dei tempi e la vorticosa evoluzione socio-culturale, continua in modo straordinario e significativo. Alla Regina del Partenio sono state dedicate in questi secoli numerose rappresentazioni artistiche disseminate in tutto l’Appennino Meridionale, e ancora, canti popolari, riferimenti letterari, opere teatrali e soprattutto lunghi, faticosi e intensi pellegrinaggi a piedi.
La devozione alla Madonna di Montevergine ha coinvolto e coinvolge tutte le categorie sociali: i grandi sovrani e la gente senza storia. Questa presenza secolare può essere ora verificata nella mostra degli ex voto, che attesta una profonda relazione d’amore verso la Madre di Dio e degli uomini. L’ex voto, come pubblica manifestazione di fede, ha origini antichissime che precedono di un millennio la nascita del cristianesimo e appartiene alla storia e alla tradizione di numerose popolazioni: tavolette, statuette fittili e oggetti di vario genere sono presenti in tutti i santuari. Antropologi ed etnologi studiano la forza di questo fenomeno che intesse un meraviglioso ricamo di relazioni soprannaturali e sociali nelle persone. Con l’incarnazione di Cristo diventano destinatari di culto la Madonna, gli Angeli, gli Apostoli, i Martiri, i Santi e quanti hanno realizzato una profonda relazione con il divino nella loro esistenza.
La taumaturgica icona della Madonna di Montevergine ha riscosso per secoli un culto intensissimo, tributatole soprattutto dalle popolazioni meridionali. La mostra appena inaugurata si articola in tre sezioni: Storia ed iconografia della Madonna di Montevergine; I pellegrini, il pellegrinaggio e gli ex voto; Le donazioni alla Madonna. In quest’ultima sezione risaltano la teca contenente il diadema ed il bracciale della Madonna in oro e pietre preziose quali topazi, ametiste, coralli, turchesi e perle. Ed ancora calici come quello donato dagli italo-americani di Boston, croci, anelli e coroncine. Di provenienza "regale" è il calice donato dal Principe Umberto di Savoia e la lampada in argento di Re Ferdinando II di Borbone. Dunque, personaggi illustri e gente del popolo. Il pellegrinaggio nel segno di Maria annulla ogni differenza sociale perché nella casa della Madre ogni pellegrino ha il diritto di sentirsi figlio.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.9/ del 8/5/2009)


Radunati dalla Madre
nel giorno della supplica alla Madonna di Pompei

Il Rosario ha quasi mille anni di storia. La tradizione, fino a qualche tempo fa, ne attribuiva la nascita a San Domenico. Oggi non c’è più tale certezza, anche se resta storicamente testimoniato che i domenicani ne sono stati i maggiori zelatori e promotori. È nel secolo XII che se ne intravede l’embrione, nel suggerimento dato ai monaci illetterati di sostituire la recita dei 150 Salmi con altrettanti Pater o Ave. Il Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei è il luogo privilegiato dalla Provvidenza per diffondere nel mondo questa preghiera che il beato Giovanni XXIII definiva: "Breviario del popolo". Ora che ritorna il bel mese di maggio, particolarmente consacrato alla Madre di Dio e nostra, la preghiera del Rosario rifiorisce sulle labbra di tantissimi fedeli che guardano particolare devozione all’immagine della Madonna di Pompei nel mentre si recita la supplica sgorgata dal cuore del fondatore della Nuova Pompei l’avvocato Bartolo Longo.
L’icona della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei (alta cm 120 e larga cm 100) presenta l’immagine della Madonna in trono con Gesù in braccio; ai suoi piedi, san Domenico e santa Caterina da Siena. La Vergine reca nella mano sinistra la corona del Rosario che porge a santa Caterina, mentre Gesù, poggiato sulla sua gamba destra, la porge a san Domenico. In questo quadro si possono riconoscere tre grandi spazi. Lo spazio in alto, nel quale l’umile ma solenne figura di Maria in trono invita la Chiesa a portarsi verso il mistero della Trinità. Lo spazio in basso è quello della Chiesa, il corpo mistico, la famiglia che ha in Gesù il suo capo, nello Spirito il suo vincolo, in Maria il suo membro eminente e la sua Madre. Lo spazio laterale, rappresentato dagli archi, porta al mondo, alla storia, verso cui la Chiesa ha il debito di essere "sacramento", offrendo il servizio dell’annuncio evangelico per la costruzione di una degna città dell’uomo. La via che unisce questi spazi è il Rosario, sintesi orante della scrittura, posta quasi come fondamento ai piedi del trono, e consegnato dal Figlio e dalla Madre come via di meditazione e assimilazione del Mistero. Quest’icona fu data a Bartolo Longo da Suor Maria Concetta De Litala, del Convento del Rosariello a Porta Medina di Napoli. La religiosa l’aveva avuta in custodia da padre Alberto Radente, confessore del Beato Bartolo Longo. Per trasportarlo a Pompei, Bartolo Longo l’affidò al carrettiere Angelo Tortora che, avvoltala in un lenzuolo, l’appoggiò su di un carro di letame. Era il 13 novembre 1875, data di nascita della Nuova Pompei, ricordata ogni anno con una giornata di preghiera, durante la quale i fedeli, ammessi alla venerazione diretta del Quadro, affidano alla Vergine le loro speranze. Il quadro, però, necessitava di un restauro e fu posto alla venerazione dei fedeli soltanto il 13 febbraio 1876. Nello stesso giorno, a Napoli, avvenne il primo miracolo per intercessione della Madonna di Pompei: la dodicenne Clorinda Lucarelli, giudicata inguaribile dall’illustre prof. Antonio Cardarelli, guarì perfettamente da terribili convulsioni epilettiche. In seguito, Bartolo Longo affidò l’Icona al pittore napoletano Federico Maldarelli per un ulteriore restauro, chiedendogli anche di trasformare l’originaria Santa Rosa in Santa Caterina da Siena. Nel 1965, fu effettuato, al Pontificio Istituto dei Padri Benedettini Olivetani di Roma, un restauro altamente scientifico, durante il quale, sotto i colori sovrapposti nei precedenti interventi, furono scoperti i colori originali che svelarono la mano di un valente artista della scuola di Luca Giordano (XVII secolo). Nello stesso anno, il 23 aprile, il Quadro fu incoronato da Paolo VI nella Basilica di San Pietro. Nel 2000, per il 125° anniversario, il Quadro ha sostato per cinque giorni nel Duomo di Napoli, dove è stato venerato da migliaia di fedeli. Il ritorno a Pompei è stato fatto a piedi, seguendo il tracciato del 1875, con diverse soste nelle città della provincia. Per tutto il giorno centinaia di migliaia di persone hanno affollato il percorso di trenta chilometri che separa Pompei dal capoluogo. Quando, in piena notte, il Quadro è tornato a Pompei, è stato accolto da una città in festa. Il 16 ottobre 2002, il Quadro è tornato a piazza San Pietro, per esplicita richiesta del Papa Giovanni Paolo II, che, accanto alla "bella immagine venerata a Pompei", ha firmato la Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae, con la quale ha introdotto i cinque nuovi misteri della luce, ed ha indetto l’Anno del Rosario.
Come ogni anno la supplica alla Madonna di Pompei scritta dal Beato Bartolo Longo viene recitata da migliaia di fedeli nella prima domenica di ottobre per la festa di N.S. del Rosario e l’8 maggio in ricordo della prima recita fatta a mezzogiorno in Vaticano nel 1915 da Papa Benedetto XV. Nella chiesa parrocchiale di San Gennaro in Benevento il prossimo 8 maggio 2009 alle ore 10.30 l’Adorazione eucaristica, il Santo Rosario e la Santa Messa prepareranno la recita della Supplica di mezzogiorno che raccoglie centinaia di fedeli della comunità, degli uffici pubblici e delle scuole, convocati da un segreto sentimento filiale d’amore intorno alla Regina delle Vittorie.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.8/ del 24/4/2009)


Il popolo della vita si mobilita

L’8 settembre 2008, nella festa della Natività della Beata Vergine Maria, la Congregazione Vaticana per la Dottrina della Fede ha pubblicato l’Istruzione su alcune questioni di bioetica, dal titolo Dignitas personae: la dignità della persona. Qui si afferma che "ad ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale, va riconosciuta la dignità di persona". Un principio fondamentale che esprime stima e rispetto per la vita umana, sollecitando la riflessione etica sulla ricerca biomedica, che al presente appare di sorprendente attualità. Il Magistero della Chiesa è intervenuto più volte su questo tema, soprattutto con l’Istruzione Donum vitae del 22 febbraio 1987, sul rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione. Il Servo di Dio Giovanni Paolo II, con le lettere encicliche, Veritatis splendor del 6 agosto 1993 circa alcune questioni fondamentali dell’insegnamento morale della Chiesa ed Evangelium vitae del 25 marzo 1995 sul valore e l’inviolabilità della vita umana, si è presentato al mondo come il più coraggioso difensore della vita umana, manifestando piena fiducia nel progresso umano, nella convinzione che "La vita vincerà: è questa per noi una sicura speranza. Si, vincerà la vita, perché dalla parte della vita stanno la verità, il bene, la gioia, il vero progresso. Dalla parte della vita è Dio, che ama la vita e la dona con larghezza". Il 10 dicembre 2008 si sono celebrati 60 anni dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo ma nessuno ha parlato della violazione dei diritti umani dei figli concepiti e non ancora nati, condannati a morte ogni anno a milioni nel mondo. Lo scorso anno, in concomitanza con il 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, si è pure compiuto il 30° anno della legalizzazione in Italia dell’aborto con la legge 194 del 22 maggio 1978. da quella data ci separano ben 5 milioni di figli eliminati con l’interruzione volontaria di gravidanza. Dunque il tema della tutela del diritto alla vita è epocale e planetario. Sappiamo bene che il muro dell’incomprensione è robusto. Ma ci ricordiamo anche di un altro muro che fino al 1989 divideva l’Europa. Esso è crollato all’improvviso quando nessuno se l’aspettava. La martellante parola di Giovanni Paolo II e la tenace resistenza di molti l’hanno fatto crollare. Qualcuno ora dovrà pur tentare di far sentire la voce dei milioni di innocenti eliminati senza pietà! Il Movimento per la Vita Italiano ha per questa ragione promosso una petizione europea per la vita e la dignità dell’uomo perché: si riconosca il diritto alla vita di ogni essere umano fin dal concepimento, siano sospesi i finanziamenti pubblici della ricerca distruttiva di embrioni umani, si riconosca come famiglia in senso pieno quella fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna con il diritto di scegliere l’educazione da dare ai figli. La petizione ha uno scopo altamente educativo se diventa capace di mobilitare la popolazione sul tema fondamentale della dignità della vita. Papa Benedetto XVI afferma: "L’impegno del Movimento per la Vita è oltremodo lodevole anche nell’ambito politico come aiuto e stimolo alle istituzioni, perché venga dato il giusto riconoscimento alla dignità umana. Il Magistero della Chiesa da sempre proclama e difende i valori fondamentali della vita e della famiglia come non negoziabili". Ancora una volta l’Istituto Superiore di Scienze Religiose "Redemptor hominis" di Benevento si mobilita in favore della vita, come già fece recentemente in occasione della proposta universale sull’aborto promossa da Giuliano Ferrara. In questi giorni di feste pasquali gli alunni dell’ISSR raccolgono su schede predisposte dal Movimento per la Vita le firme da inviare al Parlamento europeo costituendosi, non solo con le parole ma anche con le opere, in popolo della vita. Invitata al simposio internazionale al Cairo, davanti a tutti i capi di Stato del mondo, madre Teresa di Calcutta disse: "Pregiatissimi signori, voi tutti oggi avete potuto prendere la parola, soltanto perché un giorno i vostri genitori, con un grande gesto d’amore, decisero di non uccidervi con l’aborto!".

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.7/ del 10/4/2009)


Ai confini dell'anima con l'artista Antonio Tommaselli

Il grande artista Paul Klee nel 1914 così scrisse sul suo diario di viaggio: "Interrompo il lavoro. Un senso di conforto penetra profondo in me, mi sento sicuro, non provo stanchezza. Il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Questo è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno. Sono pittore".
Con la pittura dell’artista, Antonio Tommaselli il bello si mette in cammino e compie un lungo viaggio sulle vie della storia, della tradizione e della fede, fino a lambire i confini dell’anima. I giochi di colore senza frontiere tracciano nuovi orizzonti visti con l’occhio attento e sensibile del pittore. Ma Antonio Tommaselli, oltre che pittore, è anche scultore e scenografo. Le sue produzioni artistiche comunicano direttamente con i cuori degli uomini, liberandoli dagli stereotipi ingessati della realtà. L’artista favorisce e stimola la danza delle sue creature e permette alle sue sentinelle, forme scultoree maestose che tratteggiano desideri espressivi e metafisici, di guardare lontano, difendendo, con indomito coraggio e sveltezza, i grandi valori umani sedimentati nel prezioso scrigno della civiltà. Un artista che si distingue per la sua ricerca estetica e idealistica, capace di alimentare l’amore che permea il mondo e vince ogni resistenza. Si realizzano in lui le parole profetiche del poeta pagano Virgilio che nel capitolo decimo delle Bucoliche afferma: Omnia vincit amor et nos cedamus amori (l’amore vince tutto e cediamo anche noi all’amore). Profezia incantevole ripresa persino da Benedetto XVI nella sua enciclica programmatica Deus caritas est.
La neve, il cuore, l’anima, la luna, la sentinella e il guerriero, costituiscono il vocabolario artistico e ascetico di Antonio Tommaselli, che si fa egli stesso maestro e sentinella tra la gente dell’amata terra sannita. Nella sua opera "Il guerriero" manifesta in termini lampanti il radicamento nella terra d’origine. Un’antica moneta sannita raffigura un giovane guerriero appoggiato ad una lancia, fra un albero ed un toro giacente. Questa moneta rappresenta una delle testimonianze più importanti dell’epopea del popolo sannita. Mi piace vedere nell’artista Antonio Tommaselli l’incarnazione felice del guerriero sannita che travalicando difficoltà senza fine continua sempre a lottare umanamente e sperare cristianamente senza arrendersi dinanzi al "cieco conformismo" profeticamente denunciato da Papa Benedetto XVI nell’incontro mondiale dei giovani a Sydney. Esperimentiamo "la notte della ragione", prima e più dell’affievolirsi del senso morale e religioso. Con Isaia, profeta veterotestamentario, ci chiediamo: "A che punto è la notte?".
La risposta artistica del Tommaselli è la speranza che ancora una volta cammina sui sentieri della bellezza. Antonio Tommaselli, pittore, scultore e scenografo è originario di Foglianise. Si è diplomato al liceo artistico di Benevento. Trasferitosi a Milano, si è iscritto all’Accademia di Belle Arti di Brera. Allievo del maestro Dino Lanaro e del critico storico dell’arte Raffaele De Grada. Si è diplomato in pittura nel 1979. E’ docente di discipline artistiche nelle scuole secondarie di primo grado dal 1985. Organizza e partecipa ad esposizioni dal 1973. Interessato alla scultura e alla scenografia, realizza statue, istallazioni e fondali teatrali. Recensito su cataloghi e riviste d’arte, è stato ospite in trasmissioni Rai. Le sue opere figurano in collezioni pubbliche in Italia e all’estero. E’ tra i fondatori dell’Associazione culturale "Artistica Leonardo", circolo aggregato alle Acli costituitosi nel settembre 2003 a Foglianise con l’intento di promuovere attraverso l’arte, l’interesse, il rispetto e la valorizzazione del territorio sannita, ricco di ambiente, storia e tradizione. L’associazione che ha sede in Benevento, al Corso Garibaldi, organizza corsi di disegno e pittura, promuove la partecipazione a mostre e favorisce l’aggregazione sociale e lo scambio culturale.
Eliot in "Assassinio nella cattedrale", scrive: "Lavate il cielo, pulite l’aria, spazzate la terra ...". Il messaggio di bellezza, amore e speranza che promana dalle opere di Antonio Tommaselli mi fa infine pensare a quanto asserisce il poeta francese Paul Claudel: "Il dolore è una mandorla amara che si getta sul ciglio della strada. Ripassi un giorno per questa strada. Ed ecco il prodigio. Ritrovi un mandorlo in fiore". La stagione storica che stiamo attraversando è confusa e per molti aspetti anche pesante ma il messaggio dell’artista Tommaselli si unisce alle voci di speranza che ci aiuteranno ad attraversare il guado.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.6/ del 27/3/2009)


Risposte chiare ai padroni della vita e della morte

La linea di confine tra il non esserci e l’esserci come quella tra la vita e la morte non è sempre facile da tracciare. Quando però la vita sboccia come un fiore nello stelo della sessualità differenziata, maschile e femminile, va accolta, difesa e amata. Fino a pochi anni fa la morte veniva determinata in modo empirico, in base alla cessazione del battito cardiaco e dell’arresto della respirazione: se lo specchio passato dinanzi alla bocca e alle narici del deceduto non si appannava o se la fiamma della candela non tramontava, si poteva concludere che i segni di vita erano assenti, che la vita era dunque cessata. Questi strumenti per stabilire il decesso ora sono diventati preistorici, grazie alle tecnologie di rianimazione. Tante vite umane vengono salvate con la respirazione e la circolazione sanguigna artificiali. La frontiera tra vita e morte si è spostata sull’assenza di danni cerebrali irreversibili che annullano la possibilità di vita sensitiva e cognitiva, rilevati dall’elettroencefalogramma che misura l’attività delle cellule cerebrali. L’uomo è morto quando sprofonda nel coma irreversibile. Da questo momento è lecito il prelievo degli organi ai fini del trapianto, dopo due elettroencefalogrammi piatti misurati a distanza di sei ore l’uno dall’altro. Nei secoli XVIII e XIX la grande paura era quella della morte apparente con il rischio di svegliarsi in fondo a una tomba. La paura predominante oggi è un’altra: essere trasformati in un "vegetale" che langue in terapia intensiva. Ancora oggi non sappiamo cosa comporta nella profondità della psiche e nella dimensione spirituale dell’essere umano, il processo del morire. Il sapere scientifico deve dichiarare il suo limite. La Sapienza religiosa ci domanda il rispetto del morente nell’ora della morte e oltre. Anche il cadavere merita rispetto perché appartenente ad una persona umana. Il termine della vita diventa in questi giorni di aspro dibattito parlamentare, un’area scottante, dove conferiscono le più radicali sfide antropologiche. Il caso di Terry Schiavo e quello più recente di Eluana Englaro ha drammaticamente diviso il Paese. La medicina fa appello all’etica perché si rifletta sulla morale professionale dei sanitari davanti ai malati terminali. Un fatto è certo: fin dall’antichità i medici, con il giuramento di Ippocrate, si sono obbligati a non dare la morte, neppure a chi la richiedesse. Il medico giurava: "Giammai mosso dalle preghiere insistenti di qualcuno, propinerò medicamenti letali, né commetterò mai cose di questo genere. Se questo pilastro dell’etica medica crolla, l’ambiguità cade inesorabilmente su tutta la pratica medica. Se la fiducia viene intaccata, il paziente si chiederà se l’iniezione che gli viene praticata per curarlo o ucciderlo. Se il gesto del medico può essere mortale, allora l’angoscia entrerà in tutti i reparti. Non esistono i padroni della vita e della morte. E che fine fa la mia liberta? Non sono io padrone della mia vita? Non ho io il diritto di disporre della mia vita attraverso un testamento biologico? Anche i giuristi sono imprigionati dentro vani sofismi. Questa la verità: è legittimo, anzi prezioso, ogni esercizio di libertà che conferma o potenzia la mia identità; è illegittimo e vituperabile ogni esercizio di libertà che nega o umilia la mia identità. Chi soffre e chiede di morire va aiutato a sconfiggere la sua sofferenza con le cure palliative, va aiutato a vivere e a non morire. Nessuno, che non si trovi in stato di abbandono, sceglie liberamente la morte. L’eutanasia, ipocritamente chiamata uccisione pietosa, è sorpassata. La domanda del malato: "Fatemi morire", contiene implicitamente un altro tipo di richiesta che va decodificato: "Occupatevi di me e alleviate il mio dolore". La domanda di eutanasia nasconde un grido di aiuto. L’arte ermeneutica è necessaria in tutti i rapporti interpersonali. Dopo l’accettazione dell’aborto la diga si è rotta e la prossima falla potrebbe aprirsi sulla legislazione dell’eutanasia. Sullo sfondo si delinea, con il profilo dei forni crematori, il programma eugenico nazista di eliminare la "vita non degna di essere vissuta". Per rafforzare la diga contro i tempi di ferro che incombono, è urgente ribadire in nome dell’etica il "no" all’eutanasia. Un "no" energico, assoluto su tutta la lunghezza del fronte della vita giunta al termine.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.5/ del 13/3/2009)


Tra etica e politica

Il problema è antico. Anche tra noi ce lo trasciniamo ormai da molto tempo. Le risposte sono tante, anzi diverse. Sono intervenuti Platone, Machiavelli e Guicciardini. Quale rapporto intercorre tra etica e politica? Può esistere un’etica nella politica, la politica ha un’etica tutta sua, che non scaturisce dalla legge naturale o dal profondo dell’uomo, ma nasce dalla situazione, dagli interessi del principe o dalle istanze specifiche dello Stato? Purtroppo si fanno leggi e si adottano provvedimenti in contrasto con l’etica naturale, che cozzano con le istanze dell’uomo come persona. Talvolta gli uomini impegnati nell’esperienza politica sembrano incapaci di perdere il sonno per leggi e provvedimenti palesemente in contrasto con le esigenze etiche e non sempre i programmi dei partiti pongono attenzione all’etica come la pongono ai loro interessi e alle ragioni della loro politica. Piaccia o non piaccia, da quando esiste il mondo, la politica è ricerca del potere ed il potere ha sempre due facce: una angelica e l’altra demoniaca, sempre in drammatico contrasto. Non esistono allora poteri naturalmente buoni. Perciò verso il potere regna da sempre una certa diffidenza. Spetta allora al politico iscrivere le proprie ambizioni personali in un disegno complessivo, teso a realizzare il bene comune. San Tommaso d’Aquino insegna che qui querit bonum commune, querit etiam bonum proprium. Un fatto è certo: la morale cristiana è profondamente umana, al contrario di ciò che si vorrebbe far credere oggi, in un’epoca di disinformazione e manipolazione della verità e di continua ricostruzione delle apparenze, attraverso operazioni di fastidioso camaleontismo. Il cristianesimo si basa sul riconoscimento della debolezza, della fallibilità e corruttibilità dell’essere umano nel suo percorso terreno. Esso è una religione profondamente umana che riconosce la nostra natura con comprensione e pietà. Indica con fermezza i valori, i principi illuminati dalla Parola di Dio e riaffermati dalla fede ma nel contempo assiste amorevolmente e assiduamente il nostro percorso individuale perché l’incontro con Cristo rimanga sempre gratuito e travolgente. Trovo sempre affascinante la dottrina della dolcezza "terapeutica" del perdono che convive con la severità intransigente e necessaria del dogma e della dottrina morale. E’ necessario soprattutto oggi indicare la Via senza ombre: a noi il libero arbitrio di percorrerla o meno. Nessun uomo è immune da errore e se pentito e dev’essere perdonato, ma si perdona chi erra, mai l’errore stesso. Papa Giovanni XXIII esprime luminosamente questo concetto riferendolo al dialogo da avere con i non credenti, non già con le dottrine errate cui aderiscono. La visione politica di un cristiano dev’essere metastorica e metapolitica, nella consapevolezza che si lavora per il futuro materiale e spirituale dell’umanità. Il politico cristiano agisce nel mondo con realismo e profezia, tenendo presente la possibilità della tentazione, dell’errore e della caduta. Per un credente cattolico l’attività politica è molto più difficile che per un laicista e qualche volta persino tormentata. Tormento ed estasi costituiscono un binomio indissaldabile. Le linee guida debbono essere per chiunque anzitutto: rispetto della vita fin dal concepimento. Il moltiplicarsi di avversione, rancore e anche aggressione del mondo laicista nazionale e internazionale nei confronti della Chiesa, credo sia dovuto proprio al suo ruolo di sentinella e vigile custode, anche nei confronti dei grandi errori della politica a livello planetario.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.4/ del 27/2/2009)


Preghiera per l'Anno Paolino

Glorioso Apostolo San Paolo, uomo veramente cosmopolita,
nella Tua persona s’incrociano tre mondi e tre culture,
ebreo per nascita e religione, greco per lingua
e cittadino romano con lo schietto nome latino di Paolo.
Tutto nella Tua vita è frutto dell’iniziativa misericordiosa di Dio
che in Te ci ha donato il più grande e audace missionario cristiano.
Da Tarso di Cilicia venisti col nome di Saulo a Gerusalemme
per conoscere le Scritture alla scuola del grande Gamaliele.
Formato nelle più rigide norme della legge dei padri,
prendesti parte alla lapidazione di Stefano e ti accanisti contro i cristiani,
ma folgorato da Gesù risorto sulla strada di Damasco cadesti a terra
e abbagliato dalla luce divina, senza esitazione, scegliesti il Crocifisso.
Riconoscesti in questa rivelazione che Gesù è il Messia,
che da Lui deriva la vita e il dono dello Spirito e che la giustizia
consiste soprattutto nella salvezza che si realizza con la fede in Cristo.
Gloria al Padre...
San Paolo apostolo, prega per noi

Intrepido Apostolo delle genti, la fede ti spinse all’azione missionaria
con i numerosi viaggi nelle principali regioni dell’impero
per annunciare il Vangelo ai pagani e fondare le comunità cristiane.
Apprendesti e poi svolgesti il mestiere di fabbricatore di tende,
vivesti e lavorasti per Cristo, unica ragione della Tua vita,
per Lui soffristi e poi moristi sotto Nerone imperatore, subendo il martirio.
Hai esaminato e scrutato tutto, tenendo solo ciò che è buono.
Hai scritto lettere cariche di dottrina e di amore appassionato
indirizzate alle comunità fondate durante i tuoi viaggi missionari,
lettere che ancora oggi generano luce e ardore nelle sante assemblee.
Con esse evangelizzi, annunzi, esorti, preghi, desideri e incoraggi,
supplichi, ammonisci, dai istruzioni, disponi, insegni e persuadi,
ci parli della Chiesa, della famiglia e della sapienza della Croce,
di vita eterna, di fede, di speranza, dell’amore che non consce fine,
dello Spirito Santo e della vita nuova in Cristo suscitata dalla Grazia.
Gloria al Padre...
San Paolo apostolo, prega per noi

Amatissimo Apostolo di Gesù consumato dal fuoco dell’Amore,
fa’ che diventiamo anche noi una vivente lettera di Cristo,
scritta non con inchiostro ma con lo Spirito del Dio vivente,
rendici generosi collaboratori di Dio per la vera gioia del mondo,
persino stolti, deboli e disprezzanti a causa di Cristo nostra vita,
fervidi annunciatori della Parola che non conosce tramonto,
in ogni occasione opportuna e non opportuna,
capaci di affaticarci per il Regno lavorando con le nostre mani,
e se insultati pronti a benedire, se perseguitati a sopportare
e nell’ora della calunnia disponibili a confortare,
perché sappiamo a chi abbiamo accordato la nostra fiducia,
avendo sempre in cuore la certezza che
né morte né vita, né presente né avvenire, né alcun’altra creatura
potrà mai separarci dall’Amore di Dio in Cristo Gesù nostro Signore
Amen.
Gloria al Padre...
San Paolo apostolo, prega per noi

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.3/ del 13/2/2009)


Ad honorem terrae Montis Calvi

L’iniziativa di festeggiare i giovani che nel corso dell’anno hanno conseguito il diploma di laurea recando lustro alla terra di Montecalvo Irpino è giunta alla quarta edizione. Sabato 24 gennaio 2009 il tenace e dinamico parroco Don Teodoro Rapuano ha convocato gli ultimi 20 laureati del paese nella chiesa di San Bartolomeo apostolo, in uno scenario artisticamente attraente, dove i giovani hanno presentato uno dopo l’altro le tesi di laurea ricevendo in consegna l’attestato "Ad honorem terrae Montis Calvi" dalle mani del sottoscritto, nella qualità di Direttore della rivista "Disputationes Pompilianae" che proprio in Montecalvo ha la sua redazione.
Dopo il saluto del parroco, Don Rapuano, del Direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose "Redemptor hominis" di Benevento e del Dott. Giuseppe Muollo, Sub-Commissario alla Cultura della Provincia di Avellino, sono intervenuti il Prof. Giovanni Mainolfi, Generale di Brigata, Comandante Provinciale della Guardia di Finanza in Napoli ed il Prof. Cesare Maffei, Ordinario di Psicologia clinica presso l’Università San Raffaele di Milano.
Una manifestazione che di anno in anno cresce per spessore culturale ed anche per partecipazione della comunità locale capace di apprezzare non solo l’impegno culturale dei suoi giovani ma anche la grande apertura sociale di un parroco interamente votato al bene integrale del paese. L’iniziativa trova la motivazione di fondo in una frase di San Pompilio M.Pirrotti originario di Montecalvo Irpino che amava ripetere: "Non voglio essere soltanto santo o soltanto dotto ma e santo e dotto insieme". Il santo irpino che ha dedicato molti anni della sua esistenza all’insegnamento era convinto che la scuola non è deputata unicamente all’avviamento professionale ma è palestra di formazione integrale della persona.
La parrocchia e la redazione della rivista "Disputationes Pompilianae" che ogni anno celebrano con un momento solenne ed intenso di riflessione i nuovi laureati del paese non intendono assolutizzare il titolo di studio ma vogliono rendere omaggio ai tanti giovani che nello studio come nella professione si impegnano a costruire il loro futuro nel segno dell’onestà, del rispetto, della carità e del volontariato, facendo così veramente onore alla comunità di appartenenza.
Un fatto è certo che la scuola è stata sempre uno degli assi portanti della società, un fattore di sviluppo civile, morale e sociale. Come tutte le realtà educative anche la scuola oggi è in crisi e un andirivieni di riforme e programmi l’hanno quasi irretita, paralizzata indebolendo la valenza pedagogica della classe docente, burocratizzando la dirigenza, non incentivando gli organismi di rappresentanza e di partecipazione. Occorre fare di più per la scuola. E’ giunto il momento in cui la società deve intervenire positivamente e concretamente sul cammino della scuola per renderla sempre più efficace e privilegiata palestra educativa per la formazione umana, culturale e sociale delle future generazioni.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.2/ del 30/1/2009)


Don Mario Pilla a 20 anni dalla morte
Prete antico aperto all'effervescenza del nuovo

Il 5 gennaio scorso la confraternita di S.Rocco, ha organizzato in Circello il 20° anniversario del ritorno al Padre della vita e dell’amore di don Mario Pilla con la Celebrazione eucaristica presieduta dal Parroco don Antonio Cerrone nella chiesa parrocchiale della SS. Annunziata e la commemorazione del fondatore di Radio Speranza nel locale convento francescano. Dopo i saluti del sindaco Giuseppina Zaccari è toccato a me ricordare don Mario che fu per me docente di matematica in Seminario e impareggiabile modello di dinamismo pastorale. Il prossimo 1° maggio una fiaccolata in suo onore partirà dal paese per raggiungere la montagna della Croce ove sarà collocata una targa a ricordo di questo 20° anniversario del suo ingresso nella Vita eterna.
Scrive sant’Ignazio di Antiochia: "E’ meglio essere cristiani senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo". Don Mario è un cristiano autentico e perciò anche un sacerdote di alta statura ascetica, culturale e pastorale. Nasce a Circello il 9 settembre 1938 dai coniugi Antonio e Maria Giovanna Petriella. Battezzato il 18 settembre 1938 dall’Arciprete Mons. Angelo Bonomo. Cresimato il 22 settembre 1946 dall’Arcivescovo Agostino Mancinelli.
Nel 1950, a 12 anni, entra nel Seminario Arcivescovile per frequentarvi le medie e il ginnasio, nel Pontificio Seminario Regionale Pio XI frequenta il liceo ed il corso di teologia. Il 26 agosto 1955, appena giovane seminarista, gli muore il padre.
Il 15 agosto del 1963 viene ordinato sacerdote per le mani dell’Arcivescovo Raffaele Calabrìa nella chiesa del convento francescano di Circello. Riceve subito l’incarico di docente di matematica e scienze nel Seminario Arcivescovile (1963-1972).
Nel 1969 è nominato parroco di Circello, una porzione eletta del popolo di Dio che per un ventennio guida con zelo impareggiabile. È docente di religione nella scuola media di Circello dal 1972 al 1988. In ogni circostanza o situazione: un prete vero; un’intelligenza vivacissima; una mansuetudine inconsueta. Uomo di preghiera e di azione. Fedele al breviario e all’abito talare come agli impegni pastorali. Don Mario aderisce all’Istituto "Gesù Sacerdote", fondato dal Beato Don Giacomo Alberione, un’Associazione di sacerdoti diocesani, aggregata alla Pia Società San Paolo.
Tra le peculiarità dell’Istituto emerge quella di mettere la comunicazione sociale e la tecnologia al servizio della predicazione e della promozione del progresso umano. Don Mario si apre ad un ministero pastorale sempre più aggiornato secondo le direttive del Concilio: "I Pastori si adoperino affinché gli strumenti della comunicazione sociale vengano fruttuosamente usati con la massima tempestività e con competenza, secondo le necessità oggettive dei tempi (Inter mirifica, 13). Don Pilla, assecondando questa forte tensione conciliare, che avverte come la sua più congeniale spiritualità, dà vita a Radiosperanza, un’emittente religiosa inaugurata dall’Arcivescovo Minchiatti il 19 agosto 1984. Lavora infine alla nascita di Telesperanza.
Don Mario è l’uomo più adatto ad offrire alla Diocesi e anche alle Diocesi vicine, oltre alla testimonianza di una viva spiritualità, di una radicata cultura e di una rara competenza, quel servizio oggi tanto necessario per una moderna evangelizzazione attraverso i mezzi della comunicazione sociale.
Per le sue doti l’Arcivescovo gli affida anche la direzione del nascente Istituto diocesano per il sostentamento del clero che Don Mario avvia con efficace fermezza.
Un prete grande, con un meraviglioso progetto di vita e con programmi spesso anche temerari. Schiacciato dalle incomprensioni e consumato dalla veemenza dell’amore, il suo cuore non ha retto e ad appena 50 anni di vita, dopo aver celebrato da poco il 25° di sacerdozio (15 agosto 1988) ed aver compiuto un pellegrinaggio in Terra Santa, il 5 gennaio 1989 prende il largo... e passa all’altra riva per riposare dolcemente in Dio.
Ai suoi funerali una marea di gente composta, silenziosa ed attonita. C’è l’Arcivescovo Carlo Minchiatti, il Vescovo Francesco Zerrillo, tanti confratelli sacerdoti, le autorità civili, i numerosi seminaristi di Circello, il popolo e tanti amici che la voce suadente di Don Mario, attraverso le onde di Radiosperanza, ha unito in una vera, grande famiglia. Il Metropolita asserisce che con la morte di Don Mario Pilla il presbiterio beneventano perde uno dei suoi migliori sacerdoti e ricorda a tutti il valore redentivo della sofferenza: "E’ necessario marcire come il seme per produrre la spiga".
Ed ancora aggiunge: "Don Mario è stato un uomo gentile, educato, sensibile, un cristiano integro, che non sapeva cedere al compromesso, ricercatore assiduo del Regno e ascoltatore attento degli appelli per un mondo più giusto. Un sacerdote buono che con il carisma della sua vita sacerdotale, fedele a Dio e alla Chiesa, sempre in ogni circostanza, ha saputo coltivare e far germogliare un vivaio di vocazioni al sacerdozio, che era ed è il suo vanto dinanzi a Dio e agli uomini".
Bello, vero e toccante il discorso del sindaco Davide Nava: "Cristo, il Signore del tempo e della storia, ha sottratto al nostro tempo e alla storia di questa comunità, la presenza di un pastore buono e paziente, di un maestro saggio e paterno, di un amico grande e generoso. Siamo sgomenti per questa luce che ormai non brilla più, per questo fuoco che si è spento.
Era un prete antico, aperto all’effervescenza del nuovo, della scienza, della tecnica, dell’organizzazione. Era un prete vero!".
Ora sul punto più alto del territorio circellese, a 850 metri di altezza, accanto all’antenna di Radio Speranza, si erge una grande Croce di circa 20 metri, intensamente voluta da Don Mario, come segno di perdono e di benedizione.
Nella struttura della fondazione, in sua venerata memoria, è stata costruita una piccola cappella per invitare al silenzio e alla preghiera.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.1/ del 16/1/2009)