LA VOCE DELLA CHIESA

Rubrica a cura di Mons. Pasquale Maria Mainolfi

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Dall'indice all'altare: Antonio Rosmini
Salvati nella speranza
La Madre di Dio in casa nostra
E' morto don Oreste Benzi, testimone sorridente della carità
Quadro geopolitico odierno e conversione della Russia
Da Mosca a Benevento con la Madonna di Fatima
Apocalisse: un canto di speranza
Claudia Koll a Benevento testimone di speranza
Madre Raffaellina e Benevento
Il prete contadino
L'Apocalisse e i Mondiali di Dio
Maria Maddalena Starace di Castellammare. Viene dal Sud l'ultima beata
La strategia della Vergine e l'Europa
Inferno e sana laicità
Cristo risorto leva della storia
I miracoli di Papa Wojtyla
Airola in festa per la causa di beatificazione di Maria Concetta Pantusa
La Chiesa non può tacere
Laicità e coraggio
La testimonianza di Padre Antonio M. Di Monda - Tra teologia e vita
Giovani e sessualità. Domande precise e risposte chiare


Dall'indice all'altare: Antonio Rosmini

Dall’indice dei libri proibiti agli onori degli altari. È il destino paradossale del grande filosofo Antonio Rosmini, autore "Delle cinque piaghe della santa Chiesa", che il 18 novembre a Novara, con una celebrazione presieduta a nome del Papa dal cardinale Josè Saraiva Martins, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, è stato proclamato beato e così elevato all’onore degli altari. L’opera citata finì all’Indice insieme ad un’altra sua pubblicazione: "La costituzione civile secondo la giustizia sociale". Ma già dopo cinque anni la Congregazione dell’Indice cambiò giudizio, assolvendo nel suo complesso l’opera di Rosmini. Anche dopo la morte la polemica si concentrò sul sistema filosofico presentato nella sua ultima fatica, la "Teosofia", un modo diverso dal neotomismo di interpretare la realtà. Fu accusato di ontologismo e panteismo. Quaranta proposizioni, tratte dalle opere postume, furono condannate.
Il pensiero di Rosmini è rimasto "sub iudice" fino al 1° luglio del 2001, quando una nota della Congregazione firmata dal prefetto Joseph Ratzinger e dal segretario Tarcisio Bertone ha accolto la obiezione presentata da tempo dagli studiosi del pensiero del Roveretano e cioè che le singole proposizioni estrapolate dai suoi scritti non corrispondono al pensiero autentico dell’autore. Rosmini ha vissuto un terribile travaglio esistenziale. Ciò che impressiona è che non ha mai perduto la libertà interiore anche davanti alla prospettiva di dover affrontare molte difficoltà. Già in vita (1797-1855) fu profondamente stimato da grandi personalità: Nicolò Tommaseo, Alessandro Manzoni e san Giovanni Bosco. Pio VIII lo incoraggiò a dedicarsi generosamente al difficile e delicato mondo della carità intellettuale. Rosmini fu anche il cardinale mancato di Pio IX, senza spendere una parola in sua difesa quando il Papa lo ricevette due volte in udienza, il 9 ed il 16 giugno del 1849. Fu autore di un sistema filosofico per decenni considerato una pericolosa minaccia per la scolastica ufficiale insegnata nei seminari. Perciò anche la causa di beatificazione ha subìto un difficile iter.
Nell’anno della morte di Rosmini, il 1855, l’Istituto della Carità, ordine religioso da lui fondato, nominò un postulatore. Ma solo 139 anni dopo, nel 1994, è giunto da Roma il "nulla osta" all’apertura del processo diocesano, svoltosi a Novara perché, pur essendo originario di Rovereto, morì a Stresa. Pio IX lo avrebbe voluto segretario di stato ma la pubblicazione "Delle cinque piaghe della santa Chiesa" gli attirò l’inimicizia della Curia romana. Contemplando le cinque piaghe del Crocefisso Rosmini fa discendere le sofferenze della Chiesa da cinque mali: piaga della mano sinistra (divisione del popolo dal clero nel pubblico culto ove i fedeli sono solo spettatori e non protagonisti del mistero che si celebra); piaga della mano destra (insufficiente educazione del clero non all’altezza di formare il popolo attraverso la predicazione e la liturgia); piaga del costato (divisione dei vescovi implicati in fazioni, guerre, diatribe politiche e perciò succubi del potere e incapaci di edificare la Chiesa fondata sull’amore); piaga del piede destro (la nomina dei vescovi abbandonata al potere laicale che ha preteso di interferire nella vita della Chiesa, misconoscendone libertà e autonomia e scegliendo Pastori che non eccellono per santità e prudenza); quinta piaga del piede sinistro (la servitù dei beni ecclesiastici che ha allontanato tutti dalla Chiesa delle origini: povera ma libera; poi gli uomini di Chiesa hanno iniziato a sporcarsi le mani con il denaro, a servirlo anziché servirsene).
La vera ragione della condanna di Rosmini è politica perché questi invocava la separazione tra Chiesa e Stato in un momento in cui l’alleanza tra trono e altare sembrava l’unico argine per impedire che il "vento del 1948" travolgesse l’uno e l’altro. Ha poi osato affermare che per l’elezione dei vescovi è giusto che si tenga conto dei desideri e delle attese del popolo, nelle singole comunità locali. L’opera è in verità sostenuta da un grande amore alla Chiesa, una grande audacia ed un forte spirito profetico che ha trovato puntuale realizzazione nel Concilio Vaticano II e specificatamente nella Costituzione "Sacrosantum Concilium" sulla liturgia e nel decreto "Christus Dominus" sul Collegio episcopale. Antonio Rosmini è stato un precursore ed un ispiratore del Concilio. Dopo essere stato dimenticato nei sotterranei della Chiesa ora è stato posto in alto sugli altari. E’ il destino del chicco di grano. E’ il cammino dei profeti e dei santi che la Chiesa fa prima patire per poi invocarli e proporli al mondo come modelli.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.22/ del 21/12/2007)


Salvati nella speranza

Dopo quella sull’amore, la "Deus caritas est" del 25 dicembre 2005, Benedetto XVI, nel terzo anno di pontificato, il 30 novembre 2007, ha firmato e pubblicato l’enciclica sulla speranza dal titolo "Spe salvi" ovvero "Salvati nella speranza". L’espressione si trova nella lettera dell’Apostolo Paolo ai Romani (Rm 8,24). Nel testo di 77 pagine il Pontefice contesta tutte le ideologie che pretendono di portare giustizia tra gli uomini facendo a meno di Dio. Infatti non basta mettere a posto l’economia per essere felici.
L’enciclica si compone di una introduzione, si suddivide in paragrafi e si conclude con un’invocazione a Maria "Stella della speranza": "Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te. Indicaci la via verso il suo Regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino". Numerose le citazioni ed i riferimenti: passi del Nuovo Testamento, il ricordo della piccola schiava africana Giuseppina Bakhita, Tommaso d’Aquino, Francesco d’Assisi, sant’Ambrogio, Bernardo di Chiaravalle, Lutero, Kant, Marx, Adorno, Henry de Lubac, Francesco Baconi. Il Papa afferma che l’elemento distintivo dei cristiani sta nel fatto che essi "hanno un futuro", "la loro vita non finisce nel vuoto", "senza Dio il mondo è buio, dinanzi a un futuro oscuro", "conoscere il vero Dio significa ricevere speranza", allora anche un presente faticoso si può affrontare perché, "ci è stata donata la speranza", "l’uomo ha bisogno di Dio, altrimenti resta privo di speranza". Anche il progresso offre nuove possibilità per il bene ma è ambiguo perché in mani sbagliate può trasformarsi in un male terribile. Non basta la scienza, occorre la coscienza. Non bastano le cose, bisogna offrire il primato all’uomo e alla libertà. Il Papa ricorda il cardinale vietnamita Van Thuan che nei tredici anni di carcere, in una situazione di disperazione totale, nel dialogo con Dio diventa testimone coraggioso di speranza.
La virtù teologale della speranza, oggi ci è particolarmente necessaria: una cortina fumogena ruota attorno alla tragità planetaria della realtà umana e sociale mentre si avverte la livida assenza della speranza che cede progressivamente terreno alla disperazione. Anche chi ostenta la maschera del sorriso è vinto dalla rassegnazione e non si aspetta più nulla di nuovo. La speranza svanisce nella vita privata e pubblica, è cacciata via in tante case, in tanti uffici, in tanti luoghi colpiti da una prova. In fondo anche quando non ci si pensa, tutto dipende dalla speranza. Questa è la virtù del costruire ancora, del non lasciare che tutto vada a male. Ora ne abbiamo proprio bisogno!
Il poeta francese Charles Péguy nell’opera "Il portico del mistero della seconda virtù" afferma: "La fede che più amo è la speranza. La carità e la fede non mi sorprendono. La speranza sì. Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla. Questa speranza bambina. Immortale. La fede và da sé. La carità cammina da sola. Ma è sperare che è difficile. E quel che è facile e istintivo è disperare ed è la grande tentazione. La piccola speranza avanza fra le due sorelle maggiori... ma è lei al centro a spingere le due sorelle maggiori. La speranza vuole ciò che sarà. Nel tempo e nell’eternità. La piccola speranza. Avanza".

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.21/ del 7/12/2007)


La madre di Dio in casa nostra

Ottobre, il mese del Rosario, non si poteva concludere in modo migliore nella parrocchia cittadina di San Gennaro. La missione mariana nel 90° delle apparizioni della Santa Vergine in Cova da Iria in presenza della statua della Madonna di Fatima, pellegrina nei paesi dell’Est ha allargato il cuore alla confidenza e alla speranza. L’impegno sinergico del Consiglio pastorale parrocchiale, dell’Associazione Luci sull’Est e dei missionari della Comunità GAM si è rivelato una miscela esplosiva. Un fiume di ragazzi e di famiglie ha ininterrottamente colmato di gioiosa preghiera la nostra chiesa.
L’entusiasmo nel momento dell’arrivo della Madonna nel nostro quartiere, le catechesi frizzanti e profonde di don Marco Carluccio, le tantissime confessioni con i generosi e pazienti sacerdoti, le proposte dei giovani missionari, l’animazione delle religiose " Figlie della Donna Vestita di Sole", i canti coinvolgenti, le intense celebrazioni eucaristiche, i filmati sull’attualità del messaggio di Fatima, l’amministrazione del Sacramento dell’Unzione degli infermi, il pellegrinaggio al Cimitero e la preghiera di suffragio per i defunti, l’incontro con gli alunni delle scuole primarie e secondarie, i cenacoli con i giovani e le famiglie, la visita a tutte le famiglie della parrocchia, agli ammalati e agli anziani, l’adorazione eucaristica comunitaria per un’intera notte, la fiaccolata per le vie del quartiere, la celebrazione conclusiva, l’atto di consacrazione a Maria, lo sventolio dei fazzoletti, il saluto di addio e la partenza dell’elicottero tra lacrime di commozione e di gratitudine, hanno scritto pagine di luce nella storia venticinquennale della parrocchia di San Gennaro e dell’intera città di Benevento.
Ora che il ritmo ad alta tensione del complessivo progetto pastorale parrocchiale conosce una lieve interruzione, mi ritorna in mente questa frase di san Carlo Borromeo: "Un’anima sola è già una diocesi troppo grande per un vescovo". Terminata la splendida missione mariana parrocchiale ancora tanti vengono in cerca di luce a raccontarmi i loro problemi interiori e strettamente personali. Entro così in quell’universo fatto di piccole cose che costituiscono l’unità molecolare degli avvenimenti più grandi della storia. Attraverso il filtro del quotidiano il progetto pastorale acquista sapore di concretezza, ritrova dimensioni di umanità e si impregna dei profumi della speranza.
La Madonna di Fatima è ritornata in mezzo a noi perché non venga meno la riserva della speranza nel mentre nel mondo si spegne il sole della gioia e dello stupore. Scrivo questo per un dovere di gratitudine.
Anche in questi tempi che assumono i toni apocalittici della conclusione e della liberazione la Madonna si rivela come il divino ascensore che porta il Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo, Dio tra noi e noi verso Dio. Stretti intorno a Maria riscopriamo che nasce la vera Chiesa, famiglia dei redenti, testimoni di speranza, dove ritorna la preghiera del Rosario e la centralità dell’Eucaristia celebrata e adorata. Il progetto pastorale più efficace e da tutti comprensibile lo ha steso a Fatima la Madonna quando ha invitato a recitare il Rosario ogni giorno per avere la pace ed ha inviato l’Angelo della Pace con l’Eucaristia tra le mani, come unica sorgente di vita vera colma d’ogni dolcezza. Tutto il resto è vanità di pensiero e superbia della mente. Nei giorni di missione la Madonna ci ha invitati a ritornare all’essenziale per ritrovare finalmente l’unico bene necessario: l’Amore di Dio, che mai tramonta.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.20/ del 23/11/2007)


E' morto don Oreste Benzi, testimone sorridente della carità

A 82 anni di età nella notte tra il primo e il due novembre alle ore 02.22 dopo un attacco cardiaco si è fermato il cuore dell’apostolo generoso e sorridente della carità don Oreste Benzi. La camera ardente è stata allestita nella parrocchia "La Resurrezione" di Rimini e il cinque novembre i funerali si sono svolti nel duomo di Rimini. Nella festa di Tutti i Santi aveva ancora una volta radunato la Comunità Papa Giovanni XXIII e tantissimi fedeli all’ingresso del cimitero di Rimini per la recita del Rosario e una deposizione di una corona di fiori in memoria di tutti i bambini morti prima di nascere attraverso l’aborto volontario. Impegnato in prima linea della vita nascente attraverso il sostegno alle mamme, alle coppie e alle famiglie in difficoltà. L’8 ottobre 2004 lo invitai a Benevento in qualità di direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose e la sua testimonianza nell’Auditorium Giovanni Paolo II incantò tutti noi che riconoscemmo in lui un santo in carne e ossa consumato dalla carità in uno stile di grande umiltà, semplicità e povertà.
Un grande testimone della carità nel nostro tempo difficile e confuso che non manca però di calde luci di speranza. Don Oreste Benzi, Presidente dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Una testimonianza più forte delle stesse parole. Don Benzi nasce il 7 settembre 1925 a San Clemente (Forlì), un paesino a 20 km da Rimini, da una povera famiglia di operai, settimo di nove figli. A 12 anni entra in Seminario a Rimini. Il 29 giugno 1949 viene ordinato sacerdote; viene subito nominato vicario parrocchiale di San Nicolò in Rimini, nel 1950 insegna in Seminario e diventa vice assistente e poi assistente della Gioventù cattolica di Rimini. In mezzo ai giovani favorisce l’incontro simpatico con Cristo coinvolgendo la maggior parte degli adolescenti. Costruisce una casa alpina ad Alba di Canazei (Trento) per soggiorni di adolescenti. Viene scelto come direttore spirituale del Seminario e insegnante di religione dapprima nella Scuola agraria e poi nel Liceo scientifico. Recluta giovani volenterosi per animare i soggiorni montani degli adolescenti in difficoltà. Con questi giovani ed alcuni sacerdoti fonda nel 1968 l’Associazione Papa Giovanni XXIII con riconoscimento della personalità giuridica. Nel 1972 apre la prima casa famiglia.
Nel 1983 l’Associazione Papa Giovanni XXIII ottiene il riconoscimento di aggregazione ecclesiale e nel 1998 è riconosciuta con diritto pontificio. L’Associazione da oltre trent’anni opera nel vasto mondo dell’emarginazione in Italia e all’estero. E’ presente in: Zambia, Tanzania, Kenya, Sierra Leone, Brasile, Cile, Bolivia, Russia, Bangladesh, Croazia, Messico e Kossovo. Per seguire Gesù povero e servo i membri della Comunità per vocazione specifica condividono direttamente la vita degli ultimi mettendo la propria spalla sotto la loro croce. L’impegno nel sociale li rende voce di chi non ha voce. Vita da poveri, obbedienza, preghiera, contemplazione e fraternità secondo la logica del Vangelo sono gli ingredienti della vita in Comunità. Le opere si moltiplicano: 172 case famiglia, 4 case di preghiera, 8 case di fraternità, 15 cooperative sociali, 32 comunità terapeutiche per il recupero dei tossicodipendenti, la "Capanna di Betlemme" dove si offre accoglienza ai poveri che non hanno il coraggio di chiedere aiuto, impegno nell’azione sociale e politica per promuovere nuovi modelli di organizzazione economica e sociale, impegno per la pace, azione missionaria per l’autosviluppo nei paesi poveri, attività editoriale per la crescita di una cultura nuova e "suoni fuori le mura" per promuovere progetti in musica che diano voce alle parti deboli della società. Don Benzi ha individuato nell’eclissi del padre uno dei fattori di disagio dei giovani di oggi. È stato sorridente fino alle fine, ci ha lasciato col sorriso.
Due giorni prima di morire, dopo il malore a Fiumicino, è andato in discoteca con il vescovo di San Marino per parlare ai giovani. Nella notte il crollo. Era consapevole, ha detto "muoio, muoio. Secondo i medici da tempo doveva sopportare dolori fortissimi, ma non si lamentava mai e continuava la sua vita di viaggi in tutto il mondo, nelle 500 case famiglia dell'associazione presenti in 27 paesi (di cui 200 in Italia). Da pochi giorni era tornato dal Cile e a breve doveva recarsi in Croazia e in Bolivia. Faceva 25-30 viaggi intercontinentali l'anno. Non si è mai voluto fermare. Diceva di sé: "Sono una dinamo, se mi spengo mi fermo". E’ proprio vero che i santi ci camminano accanto.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.19/ del 9/11/2007)


Quadro geopolitico odierno e conversione della Russia

Dal 13 maggio al 13 ottobre del 1917 la Madonna è apparsa in Cova da Irìa a Fatima. Nell’apparizione del 13 luglio ha detto: "Avete visto l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore immacolato. Se ascolteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e si avrà pace. Diversamente, diffonderà i suoi errori nel mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa.. Il Santo Padre dovrà soffrire molto, diverse nazioni saranno annientate... Infine, il mio Cuore immacolato trionferà".
Lo scorso 13 ottobre 2007, nel 90° anniversario delle apparizioni, in Fatima erano presenti il cardinale Tarcisio Bertone in qualità di legato pontificio, 50 vescovi, 1500 sacerdoti e circa 300.000 fedeli provenienti da ogni parte del mondo. Una decina di sacerdoti beneventani ed un gruppo di fedeli sanniti erano presenti allo storico evento. Tra le personalità di spicco c’era anche mons. Tadeusz Kondrusiewicz, arcivescovo della prestigiosa ed antica chiesa "della Madre di Dio" a Mosca, nella Federazione Russa. Nel 1917 la Madonna a Fatima promise (a certe condizioni che non si sono ancora completamente realizzate) la conversione della Russia, ieri come oggi, sotto il profilo religioso, marcatamente ortodossa. Il patriarcato ortodosso di Mosca vanta la maggioranza del popolo russo e manifesta una forte rinascita della religiosità tradizionale. L’attuale presidente Vladimir Putin fa aperta professione di fede ortodossa.
Questo quadro suggerirebbe di interpretare la profezia della "conversione" nel senso dell’unità religiosa tra ortodossia e cattolicesimo. La presenza cattolica in Russia è modesta, più avvertita è invece in Bielorussia e soprattutto in Ucraina. La zona orientale dell’Ucraina, fortemente filorussa, è abitata da fedeli ortodossi sotto la giurisdizione del patriarcato ortodosso di Mosca, mentre in quella occidentale, più filoeuropea, quasi tutta svincolata dalla tutela religiosa di Mosca, vive anche una significativa e dinamica comunità cattolica, sotto giurisdizione ecclesiastica romana. In quest’area la parrocchia beneventana di san Gennaro sostiene un centro caritativo di accoglienza per centinaia di orfani e bisognosi, al fine di incoraggiare il cammino dei cattolici in questa regione, duramente provata sotto il profilo economico e religioso.
E’ difficile prevedere gli sviluppi del cammino ecumenico in Ucraina, paese ponte tra Russia e Unione europea, ma è ragionevole ipotizzare che essi siano paralleli agli sviluppi dell’integrazione europea dell’Ucraina. Questo potrebbe favorire in futuro un ammorbidimento del dialogo tra Mosca e Roma. La pace religiosa tra Mosca e Roma fa immaginare una proficua collaborazione apostolica sia nei confronti dei 20 milioni di cittadini russi di religione mussulmana, sia nei confronti di vari milioni di buddisti asiatici russi. La possibile maturazione di rapporti solidali tra Russia e Unione europea rende ragionevole la previsione che i popoli cristiani ed europei possano intessere relazioni proficue con altri "poli" importanti e decisivi della geopolitica mondiale attuale, come sono la Cina e l’India. In questa collaborazione multipolare prenderebbe forma e concretezza la profezia fatimista: "La Russia si convertirà e il mondo avrà un periodo di pace".
Questo il positivo quadro geopolitico disegnato dagli esperti ma Dio può sorprenderci in ogni istante con la potenza del suo intervento.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.18/ del 26/10/2007)


Da Mosca a Benevento con la Madonna di Fatima

Dal 13 maggio al 13 ottobre 1917 nella regione centrale del Portogallo, a circa 50 km dall’oceano atlantico, territorio del municipio di Ourèm, nel villaggio di Fatima, in Cova da Irìa, la Madonna apparve a tre pastorelli del luogo: Lucia dos Santos di dieci anni, Francesco Marto, cugino di Lucia, di nove anni e Giacinta Marto, sorella di Francesco, di sette anni. La bianca Signora disse di venire dal Cielo, chiese ai piccoli veggenti di offrirsi a Dio per sopportare tutte le sofferenze in riparazione dei peccati con cui Egli è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori, rivolse l’invito a recitare il rosario tutti i giorni per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra, fece vedere l’inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori e indicò il desiderio di Dio che per salvarle vuole stabilire nel mondo la devozione al Cuore immacolato di Maria, annunciò la fine della guerra e l’inizio di una peggiore della prima, la fame e la persecuzione alla Chiesa e al Santo Padre, chiese la comunione riparatrice nei primi sabati per la conversione della Russia e la realizzazione della sospirata pace, indicò tre segreti e assicurò il finale trionfo del Suo Cuore immacolato.
Il 13 ottobre 1917 la Santa Vergine si presentò come la Madonna del Rosario, domandò la costruzione di una cappella e supplicò di non offendere più Dio nostro Signore che è già troppo offeso e prima di congedarsi aprì le mani e le fece riflettere nel sole: la pioggia smise di cadere, le nubi si squarciarono e il disco solare cominciò a girare vorticosamente su se stesso proiettando fasci di luce in ogni direzione. Il grande miracolo del sole durò dieci minuti e fu visto da circa settantamila persone. Ricorre quest’anno il novantesimo anniversario delle apparizioni di Fatima.
A ricordo del prodigioso intervento del Cielo e dei messaggi recati dalla Madre di Dio agli uomini, la parrocchia cittadina di San Gennaro, che celebra quest’anno il venticinquesimo di fondazione, con l’Associazione Luci sull’Est e insieme ai giovani ed ai missionari della Comunità G.A.M. (Gioventù Ardente Mariana), ha organizzato l’arrivo in città della Madonna di Fatima come pellegrina di pace e di amore. Per quattro giorni la Madonna pellegrina rimarrà nella chiesa di San Gennaro: dal 24 al 28 di ottobre. La statua della Madonna di Fatima arriverà in elicottero sul piazzale della Coldiretti in via Vetrone alle ore 17.30 di mercoledì 24 ottobre e dallo stesso piazzale ripartirà domenica 28 ottobre alle ore 12.00 dopo la Messa solenne e l’atto di consacrazione al Cuore immacolato di Maria. Un programma fittissimo prevede cenacoli di preghiera con gli alunni delle scuole, i giovani, le famiglie, gli ammalati e i bambini. Una fiaccolata attraverserà le vie del quartiere San Gennaro e tre bambini, indossando gli abiti dei tre pastorelli di Fatima, accoglieranno la visita della Santa Vergine alla città di Benevento. La sacra immagine visiterà, sabato 27 ottobre ore 15.00, il cimitero per la celebrazione di una Messa in suffragio di tutti i defunti.
La presenza della bianca Signora di Fatima favorirà momenti intensi di preghiera, di riflessione e di riconciliazione. La proiezione del filmato sul messaggio di Fatima permetterà un interessante confronto perché rinasca in ciascuno la speranza in tempi di diffusa precarietà.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.17/ del 12/10/2007)


Apocalisse: un canto di speranza

Da sette anni ha avuto inizio il terzo millennio. Forse anche per questa ragione si fanno sempre più frequenti appelli, timori e profezie connessi con l’attesa della fine del mondo, che ha assunto i connotati della preoccupazione per il collasso ecologico o energetico del pianeta. Aumentano anche i riferimenti a epoche del passato nelle quali si era verificata una simile tensione. Si stabiliscono analogie e si tracciano confini tra istanze, fantasie e codici simbolici tra i quali corre un sottile filo conduttore. L’ampio complesso di attese ruota attorno alla visione fantastico-futuribile di un cataclisma che porrebbe fine alla nostra civiltà così da innescare l’ora dell’atteso rinnovamento. A tutto ciò si conferisce il nome di "apocalisse", che nel linguaggio comune ha assunto il significato di spaventosa e tragica fine.
Quando la storia ha paura di morire succede sempre così. Dal millenarismo medievale ai catastrofismi moderni, l’attesa dei tempi ultimi si riaffaccia periodicamente nel corso dei secoli, ma con essa anche la fiducia nel rinnovamento del mondo che tutti ci auspichiamo e desideriamo. Il verbo greco apokalyptein vuol dire "rivelazione". Apocalisse è anche il titolo dell’ ultimo libro della Bibbia, l’ opera più poetica del Nuovo Testamento per la visionarietà sfolgorante e per l’ evidenza lampante e insieme misteriosa, enigmatica, tipica della poesia.
L’autore dell’ opera è confinato in un’isola, e da questa terra marginale, circondata dal mare, lontana dal centro del mondo, è rapito in spirito, posseduto da visioni ispirate ad un’ urgenza incontenibile: comprendere la realtà dell’ alfa e dell’ omega, del principio e della fine. Visione e rivelazione si fondono. Allora "apocalisse" è uno dei termini più malintesi, se l’aggettivo che ne deriva definisce scenari terminali, disastrosi, terrificanti e il sostantivo stesso diviene sinonimo di catastrofe. Il tempo ultimo non sarà frutto di una distruzione, ma di una trasformazione, di una trasfigurazione. Non rovina finale dunque, ma metamorfosi. Il presente si dilata nel futuro che ha già in sè il passato. La visione dello sconvolgimento è in realtà lacerazione di un velo in cui si prefigura, ancora invisibile, la nuova realtà definitiva. L’interesse basilare del libro dell’ Apocalisse come "rivelazione di Gesù Cristo" non è l’aldilà della storia, ma la storia di questo mondo, la storia dell’ umanità, la storia in cui si muovono le comunità cristiane destinatarie dello scritto, la storia letta alla luce di quell’ evento pasquale che è avvenuto nella storia e alla storia ha dato un significato tutto nuovo.
L’Apocalisse non è perciò il libro della fine del mondo, ma la celebrazione della Pasqua di Cristo riconosciuta come chiave ermeneutica e principio dinamico di una storia che è tutta nelle mani di Dio. L’Apocalisse è un messaggio di speranza. Più che incutere paura, incoraggia e infonde speranza ai cristiani che alla fine del I secolo esperimentavano la persecuzione sotto l’impero romano. Cristo è "il Veniente", "l’ Alfa e l’ Omega", "il Primo e l’Ultimo", "il Principio e la Fine", "Colui che era morto ma ora vive per sempre ed ha nelle sue mani le chiavi della morte" (Ap 1,17-18). Dio ha finalmente svelato il suo volto nel Cristo morto e risorto. L’intelligenza della fede della comunità cristiana in ogni epoca storica reclama il discernimento della situazione storica in cui vive e l’assunzione della responsabilità. L’Apocalisse è un libro aperto, mentre termina suscita un’attesa: "Ecco, io vengo presto" (Ap 22,20). Termina così con una promessa che fa del presente il luogo della speranza e dell’attesa, offrendo in Gesù Risorto il vero senso del nostro vivere.
Ai cristiani in condizione di minorità e di emarginazione, l’Apocalisse restituisce il diritto e la responsabilità della speranza. Le vicende faticose che stiamo vivendo fanno parte del nostro cammino di liberazione, dell’attualissima storia di salvezza guidata dal Redentore, dall’ Agnello pasquale, sgozzato ma ritto in piedi perché la sua vittoria vuol divenire realtà per tutti gli uomini e per tutto il creato. La speranza si declina così come sfida e come scommessa della fede. Si spera ciò che non si vede e la vera fede si esercita sull’ invisibile. Il Risorto giudica la storia e prima di tutto la Chiesa, spesso infedele e disposta al compromesso. Per gli infedeli e i compromessi non c’è consolazione né incoraggiamento, bensì ammonimento e appello al pentimento. Occorre che la comunità cristiana riconosca la propria infedeltà al Risorto e per la via dell’ umiltà si converta e faccia ritorno al suo Signore.
Tutta l’Apocalisse è un grido profetico che invita alla conversione. La conversione è la speranza fatta carne e divenuta storia: quando il Cristo risorto diviene centro della speranza, l’uomo non si adatta più alla realtà così com’è ma la trasforma rendendola simile al futuro annunciato come un Regno in cui non vi sarà più il male, la morte, il peccato. Speranze storiche e speranza ultima si uniscono nel Cristo morto e risorto, vivente e veniente, vero centro su cui si focalizza la speranza. La storia è dunque oggi il campo ove si giocano i mondiali di Dio perché trionfi l’amore.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.16/ del 28/9/2007)


Claudia Koll a Benevento testimone di speranza

Claudia Koll è nata a Roma il 17 maggio del 1965. L’attrice è molto nota al pubblico italiano. Dopo l’impegno profuso nel cinema di provocazione e seduzione l’incontro con Gesù le ha cambiato al vita. Ora continua la sua attività artistica ma ha scelto di rappresentare solo il bene che edifica e matura una umanità felice e profondamente realizzata. E’ presidente dell’associazione italiana celiaci perché anch’ella è affetta da celiachia. La sua esistenza ha subìto una luminosa ed edificante trasformazione e dopo una lunga sofferenza ha riscoperto la fede vera che dona pace e rende testimoni di amore e di speranza. Poi si è messa a cercare Gesù nei sofferenti facendo volontariato negli ospedali e tra gli ammalati di Aids. Successivamente dietro invito dell’organizzazione internazionale dei missionari salesiani nel mondo si è confrontata con i grandi temi della fame e della povertà. In Africa ha fondato l’associazione "Le opere del Padre" in favore dei bambini bisognosi di quella terra. Ora spende la sua vita nell’impegno artistico e nell’annuncio del nome di Gesù in cui l’uomo unicamente trova liberazione e salvezza. Tutti i suoi proventi sono destinati ai bambini poveri dell’Africa.
L’11 maggio 2006 l’Istituto Superiore di Scienze Religiose "Redemptor Hominis" la invitò a tenere una indimenticabile conferenza su "Storia di una conversione nel segno di Maria" a conclusione delle attività didattiche. Ora la parrocchia cittadina di San Gennaro l’ha invitata nuovamente a Benevento per testimoniare in quattro punti strategici della diocesi che l’incontro con Gesù è capace di generare una vita nuova e tante opere d’amore. Il 22 settembre alle ore 19.00 parlerà nella chiesa madre di Montecalvo Irpino davanti all’immagine di "Mamma bella dell’abbondanza" e di San Pompilio Maria Pirrotti; il 23 settembre alle ore 11.00 nel santuario diocesano di Santa Lucia di Sassinoro in occasione della benedizione di un crocefisso e della collocazione di una reliquia di San Pio da Pietrelcina che da ragazzo e da giovane frate visitò il santuario; il 23 settembre alle ore 18.00 parteciperà alla processione in onore di padre Pio organizzata dalla parrocchia di San Gennaro per il 39° anniversario della morte dello stimmatizzato e al termine della Messa offrirà la sua testimonianza nella chiesa di San Gennaro; il 24 settembre alle ore 9.00 visiterà gli ammalati dei reparti di pediatria e di oncologia dell’ospedale civile Rummo e alle 11.30 parlerà ai giovani dell’Istituto La Salle nell’Auditorium Giovanni Paolo II; il 24 settembre alle ore 19.00 racconterà la storia della sua conversione ed i frutti che ne sono scaturiti nella grande palestra della scuola media di Cervinara.
In questa stagione dominata dalla secolarizzazione che fa l’occhiolino alla laicizzazione e diffonde un relativismo che rende incapaci di distinguere il bene dal male, solo la testimonianza di vita diventa credibile. Augusto Guerriero, scrittore agnostico, ostile e mordace verso la Chiesa, nel 1973 scrisse un libro polemico intitolato: "Ho cercato Dio ma non l’ho trovato". Quando però incontrò Madre Teresa di Calcutta si commosse e tra le lacrime disse: "Non avevo mai incontrato un santo. Le baciai la mano più volte, quella santa mano che ha asciugato tante lacrime. E sentii tutta la vanità del mondo in cui sono vissuto, delle sue passioni, delle sue lotte e delle sue ambizioni. Ed ebbi il sentimento acuto e doloroso di essere vissuto invano. Perché vi è un solo ideale per il quale valga la pena di vivere: ed è la carità!".

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.15/ del 14/9/2007)


Madre Raffaellina e Benevento

Il prossimo 10 novembre avrebbe compiuto 103 anni. Era nata il 10 novembre 1904 a Cittanova (RC) da Raffaele Borruto e Teresa Anile. Nel giorno del battesimo fu chiamata Celestina. A sei anni vide morire il padre e a 11 anni vide morire la mamma. Insieme alla sorella e ai due fratelli trovò rifugio a Rizziconi (RC) presso il nonno materno, unico maestro elementare del paese.
Dopo un’adolescenza religiosamente e culturalmente intensa a venti anni lasciò la Calabria e raggiunse l’istituto Regina Coeli di Napoli divenendo suora tra le religiose fondate da Santa Giovanna Antida Thouret. Il 4 aprile 1926 giunse a Benevento ove le suore della carità reggevano dal 1852 l’orfanotrofio femminile annesso alla chiesa San Filippo Neri nel cuore della città antica. Vi era stata destinata dai superiori perché insegnasse alle bambine ospitate nell’istituto. A pochi giorni dal suo arrivo notò una piccola nicchia nella chiesa di San Filippo ove era poggiata una statuina in ceramica raffigurante il Bambino Gesù coperto da un manticello rosso. Per la giovane e gracile suora fu il colpo di fulmine, l’amore a prima vista. Chiese alla superiora, suor Silvestrina Albin, il permesso per poterla tenere nella sua stanza. Possederla le dava un’insolita felicità. La incollava perché aveva il collo spezzato ma poi continuamente la testina si staccava. Cominciò a portarla in aula e insieme alle orfanelle innalzava preghiere al Bambinello vestito di rosso. In seguito scoprirà che si trattava del santo Bambino di Praga.
Durante i bombardamenti del 1943 riuscì a mettere in salvo le ostie consacrate ma non potè più ritrovare la statuina. Il 25 maggio 1947 si recò a Napoli e presso San Gregorio Armeno trovò lo studio dell’artista Antonio Lebro commissionando una statua più grande che somigliasse al Bambinello perduto. Ci vollero tre anni di lavoro e 500mila lire per realizzarla. Il 25 maggio 1950 il Bambino di Praga giunse a Benevento. Prodigi e grazie incrementarono il culto. Molti devoti dalla Campania, dalla Calabria, dalla Sicilia e gli emigrati d’America diffusero la devozione al Divino Bambino. Con il permesso dell’arcivescovo Agostino Mancinelli l’8 febbraio 1953 la statua fu collocata sull’altare maggiore. Una storia di devozione, di apostolato e carità legarono per sempre Benevento a Praga. Nella Pasqua del 1990 il cardinale Frantisek Tomasek, arcivescovo di Praga e primate di Boemia, scrisse a madre Raffaelina perché si continuasse ad onorare il Piccolo Grande Re: "Cantatelo nell’attesa dell’alba, cantatelo piano, nel fosco orecchio del mondo! Cantatelo in ginocchio, cantatelo come raccolti in un velo: chè il Potente s’è fatto Docile, l’Infinito Piccolo, il Forte Sereno, l’Altissimo Umile...". Durante la Pasqua 1980 il pellegrinaggio a Gerusalemme con il dono della pietra del Cenacolo ha poi unito in modo misterioso Benevento a Gerusalemme. Madre Raffaelina Borruto annunciando la tenerezza e la bellezza di Dio, educando intere generazioni alla verità e alla bontà, servendo gli orfani e i bisognosi ha gettato un ponte d’amore tra la Calabria e Benevento, Benevento e Praga, Benevento e Gerusalemme.
Il 3 luglio 2007 ha fatto il suo glorioso ingresso in Cielo. Questa piccola suora colma dell’amore di Dio è stata un parafulmine spirituale e sociale per la nostra città e per tantissime persone che accanto a lei hanno imparato la gioia di vivere, donandosi.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.14/ del 15/7/2007)


Il prete contadino

Don Nicola Capozzi basta incontrarlo una volta per volergli bene per sempre.
Proprio così è capitato a me, molti anni fa, ai piedi del Santuario diocesano di Santa Lucia in Sassinoro ove, io ero rettore e dove lui è venuto come pellegrino. Da allora lo seguo con ammirazione sincera e affetto filiale perché scorgo in lui l’autorevolezza di un meraviglioso "Cincinnato" capace di passare con semplice schiettezza nel frastuono del nostro tempo arruffato e nevrotico, conservando la pace e la serenità di quelli che ammirando la natura si avvertono riconciliati con Dio e con il mondo.
Il poeta e scrittore Nicola Capozzi è un uomo vero. E’ titolare di una carica di umanità accattivante. E’ sinceramente innamorato di Gesù Cristo. E’ maestro illuminato e gli si addice in pieno il significato dell’etimo magister cioè tre volte grande. Per oltre mezzo secolo è stato educatore sapiente di tante generazioni che ha saputo traghettare con vivacissima intelligenza sulla sponda dell’onestà e della bellezza che non tramonta. Nato a Fragneto Monforte il 15 marzo 1916, nonostante i 91 anni di età, mostra la forza umana e divina di un prete contadino titolare di una vivacissima sensibilità poetica e artistica. Fu ordinato sacerdote a Roma il 20 giugno del 1940. E’ l’amabilità fatta persona. Si direbbe che per lui il tempo si è fermato perché non invecchia mai. Possiede l’esperienza di un gigante ed il cuore di un bambino. Ancora oggi comunica il fascino per la bellezza e spinge sui sentieri del bene con ineguagliabile maestria e soavità e in mezzo alla gente rimane sempre una limpida e fresca sorgente di vita. Anche in quest’ultima fatica letteraria dal titolo "di là dal muretto", pubblicata nel marzo 2007, annuncia con forza la verità che non tramonta. Non c’è un rigo della sua copiosa creazione artistica che non sprigioni fiducia, ottimismo e bellezza. Ogni pagina è un invito alla gioia e alla speranza.
Possiede tutte le caratteristiche di un "profeta" per il dono di una parola sempre foriera di un messaggio alto e illuminato. E’ capace di coraggio, di annuncio e di denuncia. A me piace definirlo " un teologo di strada", perché sempre attento alle voci che ne salgono, per celebrare su di esse l’annuncio evangelico. Il nostro poeta sa bene come la fede esiga da ogni generazione lo sforzo di reinventare una sua "apologetica", nel senso di risposta alla esortazione del primo papa san Pietro: "Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi, con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza" (1 Pt 3,15). Qui la bellezza artistica è posta al servizio dell’evangelizzazione. Questo poeta, innamorato di Dio, sa bene "perché" vive e sa altrettanto bene "per chi" vive. Egli presenta un’orchestra di sfaccettature organizzate attorno ad un punto centrale: Dio che è vivo in ogni creatura e in ogni palpito dell’universo. L’uomo contemporaneo, frantumato nell’insegnare dettagli senza riferimenti, registra un’ansia di "ricerca del fulcro" in tutti gli ambiti dell’esistenza. Kierkegaard chiama la fede "punto di Archimede", leva che determina il salto qualitativo dall’angoscia dell’errore e del non-senso al regno della pace e del significato. Bonhoeffer poi, ricorda all’uomo credente, sulla soglia del tempo della secolarizzazione e del totalitarismo laicista, la necessità di rintracciare la leva che fa muovere la storia del mondo nel segno dell’umano e citando Archimede dice: "Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo". Gesù risorto è la leva della storia. Una leva capace di sollevare la storia dell’umanità intera come quella di ciascuno di noi. L’opera di Nicola Capozzi tende non soltanto a mostrare che l’avventura d’infinito amore del Crocefisso resuscitato è vera ma suggerisce che cosa essa significhi per noi qui e ora. Solo un Dio vivo può farci dono di un’anima sinfoniale e di un’armonia cosmica. In questa pubblicazione l’autore passa con disinvoltura dalla prosa alla poesia. Capita sempre così: quando la filosofia non riesce a esprimere i grandi valori, cede il passo alla poesia che offre al poeta un’ala di riserva per volare più in alto. Così fa anche Platone: quando non arriva a catturare le grandi idee, perché troppo luminose, lascia la scala della logica e dispiega le ali della poesia. Il presente volume è dunque una sintesi, un distillato della sapienza e della ispirazione dell’autore. Le liriche che qui vengono proposte da Nicola Capozzi sono come perle scavate nel tesoro del suo cuore umanissimo e sensibilissimo, rivelano la profondità d’animo ed il largo orizzonte in cui è capace di spaziare ed infine costituiscono un salutare vademecum nel difficile viaggio della vita che spesso compiamo a piedi nudi e tra tante spine. Un prezioso balsamo dell’anima che alla brezza della sera, dopo tanti affanni e dispersioni, può aiutare ognuno di noi a ritrovare se stesso, a riconciliarsi con Dio e con il mondo, assaporando il gusto della vita ed il bene prezioso della pace. Sono squarci di senso e sciabolate di luce che lo scrittore e poeta ci propone con stile semplice e suadente, facendoli scendere in noi come lava ardente del suo vulcanico cuore. Accordiamo volentieri a questo messaggio un anticipo di simpatia senza il quale non c’è alcuna comprensione. E poi, convinciamoci che è sempre meglio essere feriti da una sola verità piuttosto che essere accarezzati da cento menzogne.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.13/ del 1/7/2007)


L'Apocalisse e i Mondiali di Dio

Apocalisse. Per l’uomo moderno il termine è sinonimo di guerre, terrorismo e disastro ecologico. In verità il termine, ripreso da Foscolo ed Eliot nella poesia e da Durer e De Chirico nell’arte, è il più violento ed il più oscuro del cristianesimo ma profetizza con sicurezza la sconfitta definitiva del male. Siamo giunti allo scontro definitivo tra luce e tenebre, verità e menzogne, vita e morte, Dio e Satana. Viviamo una drammatica stagione della storia in cui, come afferma il filosofo Max Weber, si moltiplicano "specialisti senza spirito ed edonisti senza cuore". Il sociologo Bauman definisce la nostra "una società liquida" caratterizzata dalla precarietà: del lavoro, dei vincoli coniugali, della fedeltà vocazionale. Assistiamo quotidianamente ad uno snervante tiro alla fune tra l’ira del mondo e la pazienza divina. E’ l’ora della battaglia finale. L’annuncio dell’Apocalisse non riguarda il futuro. Adesso l’uomo deve decidersi: cambiare mente e cuore, trasformarsi, credere, arrendersi a Dio. Non vi è più tempo per l’alternanza di veglia e sonno. Non vi è più tempo per "stare a vedere come andrà a finire". L’attesa è compiuta. Il segno della Croce gloriosa domina e sfida la storia. Vi è solo tempo per decidere: "Chi non è con me è contro di me e chi non raccoglie con me disperde". Siamo nel tempo apocalittico, quello della decisione ultima. Ognuno deve decidersi. Occorre vigilare, essere svegli, attenti come le sentinelle. Ora Egli viene e ci sorprende come un ladro nel cuore della notte: estote parati. Già ce lo ha detto: siate pronti. Il tempo lungo dei rinvii, delle incertezze e delle contraddizioni è scaduto. Ora è necessario decidere: o suoi testimoni-martiri o divorati come servi di questo mondo. Questa dunque la crisi ultima che assume le fattezze di un dramma: da una parte fede-legge-salvezza-obbedienza al nuovo comandamento dell’amore, dall’altra apostasia silente o sfacciata-anomia ed anarchia capricciose, già giudicate perché già vediamo aver portato alla distruzione; da un lato Cristo, dall’altro l’Anti-Cristo. Aut-aut. Ma, cronologicamente, "quando" tutto questo conoscerà il suo epilogo? Poco importa. L’essenziale è il "come" ognuno si rapporta all’Ora. L’Agnello crocefisso e risorto sta sull’altare della storia, chiama, interpella, invita ciascuno di noi a decidersi per l’amore perché "la misura del tempo è colma" e va aprendosi ad una nuova storia. La novità che irrompe nel nostro tempo "consumato", è Cristo. Qualsiasi distruzione o violenza perpetrata dall’uomo viene sopportata. L’ira del mondo contro Dio mai potrà vincere la pazienza divina. Il Regno di Dio che è "dentro di noi", ora dev’essere portato a compimento "fuori di noi". Un fatto è certo: vincerà l’Amore.
Si giocano in questa nostra storia i mondiali di Dio. Maria Santissima è la Divina Condottiera. L’ultima partita rivelerà la vittoria dell’Amore. Il 13 luglio 1917, novant’anni fa, a Fatima, dopo aver mostrato l’inferno a Lucia, Francesco e Giacinta, Maria ha detto: "Gesù vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato". Il cuore della mamma in una famiglia rappresenta l’amore. E ancora: "Il mio Cuore Immacolato sarà il tuo rifugio e la via che ti condurrà a Dio". Questo rifugio e questa via sono stati annunciati da Dio a tutta l’umanità subito dopo la sua caduta. Al demonio che aveva condotto i primi esseri umani alla disobbedienza, il Signore disse: "Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: tu le insidierai il calcagno ma questa ti schiaccerà la testa" (Gn 3,15). Maria è la madre della nuova generazione. Sempre quel giorno a Fatima la Madonna disse: "Finalmente il mio Cuore Immacolato trionferà".
La devozione al Cuore Immacolato di Maria si stabilisce nel mondo attraverso una vera consacrazione di conversione e di risposta alla chiamata di Dio. Come nella consacrazione della Messa il pane e il vino si convertono nel Corpo e Sangue di Cristo, così nella consacrazione mariana siamo assorbiti con il nostro essere vitale nel cuore di Maria. E’ bello considerare che dopo la Messa, la preghiera eucaristica più bella è l’Ave Maria: "...e benedetto il frutto del tuo seno Gesù". L’Eucaristia è il frutto benedetto donatoci dal grembo verginale di Maria. Ieri come oggi. La Comunione eucaristica ci cristifica. La consacrazione alla Madonna ci marianizza. Con loro diventiamo capaci di com-passione, di com-prensione e di con-solazione per fare compagnia nel mondo a chi si sente solo. La com-passione ci rende solidali con i fratelli sofferenti e ci fa amare con passione, con entusiasmo, Dio: ci rende innamorati di Dio e dell’uomo. Con la stessa materna tenerezza di Maria: Serva del Signore e Madre degli uomini.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.12/ del 15/6/2007)


Maria Maddalena Starace di Castellammare
Viene dal Sud l’ultima beata

Domenica 15 aprile nella Concattedrale di Castellammare di Stabia si sono riversate oltre seimila persone per la solenne celebrazione di beatificazione della Serva di Dio Maria Maddalena Starace fondatrice delle Suore Compassioniste Serve di Maria. A presiedere la Concelebrazione è stato il Cardinale Josè Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. Erano presenti i 25 Vescovi della Campania e tanti altri venuti da diverse nazioni. La celebrazione dell’evento è stata preceduta da un programma di incontri che hanno riflettuto sulla figura spirituale, sulla formazione e sull’educazione che caratterizzano la vita ed il carisma della nuova beata. Hanno tenuto conferenze specifiche padre Tito Sartori, postulatore generale dei Servi di Maria, don Sabino Palumbieri, docente di antropologia filosofica all’Università Salesiana, don Catello Malafronte, vicario episcopale di Castellammare, don Carmine Del Gaudio, parroco in Castellammare, padre Ermanno Toniolo, mariologo e mons. Felice Cece Arcivescovo di Sorrento-Castellammare.
Una splendida donna del Sud, portando negli occhi la luce del Risorto e sulle labbra il sorriso della Madonna, è salita così agli onori degli altari amando e servendo. Maria Maddalena Starace nacque il 5 settembre 1845 a Castellammare di Stabia da Francesco Starace e Rosa Cascone. Lo stesso giorno ricevette il battesimo ed il nome di Costanza. Mostrò da subito l’inclinazione alla preghiera e al raccoglimento, favorita dall’educazione della madre che l’aveva consacrata, appena nata, alla Vergine Addolorata. A 8 anni fu mandata come convittrice nel collegio delle Suore della Carità. Così confidò al confessore: "Più che per studiare, sono venuta per farmi santa". Per motivi di salute dovette far ritorno alla casa paterna. Maturato il proposito di consacrarsi al Signore nella vita religiosa, a 12 anni entrò nel conservatorio delle Teresine di Vico Equense, ma per motivi di salute dovette lasciare anche questo luogo. Nel 1865 chiese ed ottenne di ricevere l’abito di terziaria Serva di Maria, assumendo il nome di Suor Maria Maddalena della Passione di Gesù Cristo. L’8 giugno 1867 emise la professione. Il vescovo di Castellammare mons. Francesco Petagna la incaricò di impartire lezioni di catechismo alle figlie del popolo e di istituire un’associazione di giovani che volevano condurre vita devota nel mondo. L’infierire di epidemie diffuse molti disagi tra le popolazioni con tanti morti e un grande numero di fanciulli orfani e abbandonati.
Con il consenso del vescovo Maria Maddalena raccolse alcune orfane istruendole. Si unirono a lei quattro generose volontarie. Il numero delle fanciulle assistite crebbe e nel 1871 mons. Petagna eresse canonicamente la comunità nominando superiora Maria Maddalena. Le case di assistenza si moltiplicarono. Anche il beato Bartolo Longo si avvalse del consiglio dell’autorevole educatrice che morì il 13 dicembre 1921. Il 7 luglio 2003 Giovanni Paolo II approvò l’eroicità delle virtù della Starace e la proclamò Venerabile. La consulta medica il 21 ottobre 2004 approvò il miracolo a favore di Suor Fara Ciaramella. Il 26 giugno 2006 Benedetto XVI ne decretò la beatificazione.
Le Suore Compassioniste contano oggi 24 comunità in Italia, 2 in Canada, 2 in Cile, 4 in India, 4 nelle Filippine, 1 in Indonesia e 1 in Messico. Ovunque le Suore operano nelle scuole, nei convitti, nei pensionati universitari e in quelli per anziani, testimoniando e diffondendo il Vangelo attraverso l’azione educativa. Il carisma della compassione si manifesta anzittutto con l’attitudine della comprensione e della consolazione: Amare Dio in ogni fratello e sorella; Condividere gli ideali e le aspirazioni di ogni uomo; Partecipare come Maria all’opera redentrice di Cristo nel mondo con amore, preghiera e sacrificio; Stare con Maria ai piedi delle infiniti croci dell’uomo dove Cristo è ancora crocifisso.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.11/ del 1/6/2007)


La strategia della Vergine e l'Europa

Ritorna il bel mese di maggio, tempo forte della religiosità popolare, dedicato alla Madonna, presenza viva nel cuore della nostra gente. Avvicinare Maria equivale a riscoprire il Volto del Signore. Ella conduce a Gesù. A Lourdes, a Fatima, a Medjugorye, ovunque si rende presente, la Sua strategia è quella del Deus absoconditus: proporre ma non imporre, lasciando sempre spazio alla libertà dell’uomo. Dio ci confonde con l’umiltà, la semplicità e la tenerezza della Madre, sempre pronta a condurre e proteggere i figli.
Nel maggio 1949 fu istituito a Strasburgo il Consiglio d’Europa che nel 1950 bandì un concorso di idee, aperto a tutti gli artisti, per una bandiera della futura Europa unita. Un giovane disegnatore alsaziano, Arsène Heitz, partecipò con un bozzetto dove 12 stelle bianche campeggiavano in cerchio su uno sfondo azzurro. L’idea non era casuale: devoto della Madonna, recitava ogni giorno il rosario, stava leggendo la storia di santa Caterina Labourè e si era deciso a procurarsi, per sé e per la moglie, una "Medaglia miracolosa", che sino ad allora non conosceva. Le stelle del suo disegno vennero dunque da lì e facevano riferimento all’Apocalisse e alla "Donna vestita di sole" (Ap 12). L’azzurro poi era il colore tradizionale della Vergine. Tra i 101 bozzetti giunti da tutto il mondo il Consiglio d’Europa scelse proprio il suo. Il responsabile della commissione che procedeva alla scelta era per giunta un ebreo, Paul Lévy, direttore del Servizio di stampa del Consiglio. La bandiera azzurra con il cerchio delle 12 stelle bianche fu adottata ufficialmente nel 1955. Quel giorno era un 8 dicembre: solennità dell’Immacolata Concezione di Maria. Un caso? Tutti strumenti di un piano che li ha travalicati. Come dimenticare l’annuncio intonato dall’umile Vergine di Nazaret nel Magnificat: "D’ora in poi tutte generazioni mi chiameranno beata (Lc 1,48). Quella inconsapevole scelta ha avuto un riflesso nella vita quotidiana di tutti: le targhe degli automezzi di tutta l’Europa recano la sigla della nazione inserita dentro il vessillo azzurro con le 12 stelle.
Il segno dell’Immacolata, il simbolo della Donna dell’Apocalisse marchia ogni strada d’Europa. E sulla facciata degli edifici pubblici di ogni Paese dell’Unione sventola l’azzurro stellato accanto alle bandiere nazionali. Tutto questo unisce gloria e discrezione. E’ la sfida rispettosa di Dio dinanzi al rifiuto del riconoscimento delle radici cristiane del Continente europeo. Quanti fra le centinaia di milioni di automobilisti d’Europa sono consapevoli di portare in giro, sul davanti e sul retro del loro mezzo un riferimento preciso alla Vergine Maria? Il vessillo frattanto sventola su ministeri, scuole, ospedali e posti di polizia. L’Europa unita ha il bianco e l’azzurro "mariani". Ma questi sono i colori scelti anche per la bandiera delle Nazioni Unite. Dall’Europa ai confini della terra si dilata questo simbolo universale della Madre di Dio. E questi sono pure i colori dello stendardo dello Stato d’Israele, simile allo scialle bianco con strisce azzurre usato dai giudei per la preghiera. Una veste bianca con fascia azzurra era l’abbigliamento della Signora apparsa a Bernadette a Lourdes. Ma anche la Vergine apparsa a rue du Bac a santa Caterina Labourè portava una veste bianca e un mantello blu. Così è anche della bandiera che sventola sul colle più alto di Roma: nel 1870 i Savoia si installarono nel Quirinale che era stato il palazzo dei Papi. Con la fuga ingloriosa nel 1943 e definitivamente nel 1946 si sono insediati i Presidenti della Repubblica. Quando essi sono presenti, sul torrione più alto, accanto al tricolore nazionale, sventola una bandiera azzurra. E’ il "guidone del Presidente", cioè l’insegna del Capo dello Stato. Quello stendardo è il segno di una esplicita devozione mariana: nel XIV secolo un duca di Savoia, Amedeo VI, detto il Conte Verde, stabilì l’insegna ufficiale del suo piccolo Stato, un drappo quadrato di seta azzurra con un’aquila al centro. L’azzurro era per il duca il richiamo alla Vergine della quale era assai devoto, tanto che aveva creato l’Ordine della Santissima Annunziata.
Da allora il "celeste mariano" fu il contrassegno dei Savoia: ne è restata traccia nella fascia azzurra a tracolla degli ufficiali dell’esercito italiano, dei Presidenti delle Provincie e nell’azzurro delle maglie della Nazionale italiana di calcio. Il "drappo della Madonna"garrisce ancora nella città che è sede di colui nel quale la fede scorge il Vicario del Figlio di Maria. Il bianco richiama la purezza, l’azzurro il cielo. Sono i colori della Madonna. Da secoli immemorabili lo zaffiro blu viene chiamato "pietra di Maria". Nel libro dell’Apocalisse (21,19), lo zaffiro blu regge le fondamenta delle mura della Nuova Gerusalemme, cioè la Chiesa. E per Dante (Paradiso cap. 23): "il bel zaffiro / del quale il cielo più chiaro s’inzaffira" è, l’immagine della Vergine. Nel profondo, spesso inconscio, dell’umanità il culto a Maria ha messo radici nelle creature d’ogni tempo e d’ogni Paese.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.9/ del 4/5/2007)


Inferno e sana laicità

Lunedì 16 aprile Benedetto XVI ha compiuto ottant’anni conservando il vigore del condottiero dolce ma deciso. Papa Ratzinger sin dall’inizio del suo ministero pontificio ha ripetutamente parlato di "relativismo" e "secolarismo". Egli ha ben presente la distinzione fra ciò che spetta a Cesare e ciò che spetta a Dio. Un teologo raffinato come lui non può ignorare questa distinzione. Per questo ci fa sapere che la Chiesa "non solo riconosce e rispetta questa autonomia reciproca, ma di essa si rallegra, in quanto essa è manifestazione del progresso dell’umanità e condizione fondamentale per la sua stessa libertà e adempimento della sua universale missione di salvezza".
Essere missionari di salvezza significa farsi profeti di verità e di libertà, significa liberare quelle forze morali e spirituali che possono essere in grado di purificare una ragione insensibile alle "autentiche esigenze del bene". Un bene da reclamare nella vita pubblica e privata. Chi pretende di comprimere questo diritto-dovere di testimonianza sociale da parte della Chiesa, finisce per accreditare la stessa logica di chi vorrebbe ridimensionare l’autonomia della Stato a vantaggio delle dinamiche del potere confessionale. Paolo VI amava ripetere che la Chiesa è "esperta in umanità". Dunque, mai la Chiesa può abbandonare l’uomo al suo destino. In Sacramentum caritatis Benedetto XVI ha scritto che "matrimonio e famiglia sono istituzioni che devono essere promosse e difese da ogni possibile equivoco sulla loro verità, perché ogni danno arrecato ad esse è di fatto una ferita che si arreca alla convivenza umana come tale" e ancora "la coerenza eucaristica richiede la pubblica testimonianza della propria fede da parte di tutti i battezzati e soprattutto da parte dei politici e dei legislatori cattolici".
Qualche domenica prima della Pasqua il pontefice ha parlato con coraggio dell’esistenza dell’inferno ed ha aggiunto che: "se ne parla poco!". Di fronte ad un destino di sofferenza eterna tremano tutti, anche gli spacconi. Nei giorni scorsi è stata la cattolica Rosy Biondi ad ammettere di averne sentito l’agghiacciante brivido dopo aver varato la legge sui Dico, condannata dalla Chiesa. Così ha dichiarato ad un giornalista del Corriere: "Ho avuto paura di dannarmi l’anima...". Ed il super comunista Oliviero Di Liberto in una intervista all’Espresso ha ammesso: "Non sono credente come Fassino e non sono nemmeno alla ricerca come Bertinotti ma non posso esser sicuro e giurare che sul letto di morte cambierò idea". In questi giorni ricorre il ventennale della morte di Renato Gottuso che si riavvicinò alla Chiesa e ricevette i sacramenti prima di morire, pur essendo uno dei maggiori intellettuali comunisti e atei sulla scena pubblica. Ne scoppiò un caso clamoroso. Anche Leonardo Sciascia alla fine strinse tra le mani il crocefisso d’argento posto poi nella sua bara. L’illuminista Sciascia aveva invitato opportunamente la Chiesa a non degradarsi in agenzia umanitaria ma a parlare agli uomini della loro sorte eterna: "Senza l’annuncio chiaro e centrale della Trascendenza, senza speranza di non morire, la religione diventa un club umanitario, un sindacato, un circolo di specialisti in etica, ma non un messaggio che appaghi i bisogni profondi del cuore umano". Oscar Wilde si convertì al cattolicesimo in punto di morte a 46 anni, dopo una vita sregolata e provocatoria. Il laico Camillo Benso conte di Cavour, primo presidente del Consiglio italiano, affiliato alla massoneria, volle morire con i conforti religiosi, fra le braccia della Chiesa che aveva perseguitato. Benito Mussolini che da giovane percorreva le piazze romagnole sfidando Dio, da capo del governo firmò il Concordato e dopo la deposizione del 25 luglio 1943, arrestato e chiuso a Ponza, chiese "la vita di Gesù Cristo" del Ricciotti, lettura che appassionò i suoi ultimi disperati giorni. Il laico e ateo Giovanni Spadolini chiese i sacramenti prima di morire. Bettino Craxi, il premier laico firmatario del secondo Concordato, ebbe i funerali religiosi nella Cattedrale cattolica di Tunisi dal vescovo Twal. Ed anche il papa fece giungere il suo affettuoso messaggio. Anche il laicissimo Napoleone, persecutore della Chiesa e del papa, nei suoi ultimi giorni di esilio si convertì lasciando pagine commoventi sulla figura di Gesù, chiese al papa un confessore e a Sant’Elena l’ex dittatore ricevette i sacramenti. Scrive Kierkegaard: "La maggior parte degli uomini vive dalla culla alla tomba, trascinata dal vortice della vita, senza tregua... poi quando viene la morte e li ferma, fanno attenzione al cristianesimo e rimpiangono di non esserselo appropriato prima". Siamo perciò solidali con il presidente della CEI Bagnasco che ha dichiarato i Dico "inaccettabili e pericolosi" ed ha appoggiato il Family Day. E’ questione di coscienza.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.8/ del 20/4/2007)


Cristo risorto leva della storia

Alla Pasqua di Dio deve affiancarsi la Pasqua dell’uomo. S. Paolo esorta: "Purificatevi dal vecchio fermento per essere una nuova pasta" (1Cor 5,7). L’espressione dell’Apostolo rimanda ad un’usanza ebraica. Il giorno precedente la Pasqua, la donna ebraica, rovistava tutta la casa facendovi sparire ogni più piccolo frammento di pane fermentato, così da celebrare la festa soltanto con il pane azzimo.
Anche nelle case cristiane, soprattutto nelle campagne, fino ad alcuni anni fa, la tradizione prevedeva la grande pulizia pasquale, eliminando tutto ciò che vi era di rotto o vecchio nelle stoviglie e altre cose, perché per Pasqua tutto fosse nuovo e integro. S. Paolo trae spunto dall’usanza ebraica per illustrare le implicazioni morali della Pasqua cristiana. Il credente deve perlustrare la casa del suo cuore e distruggere tutto ciò che appartiene al vecchio regime del peccato e della corruzione per celebrare la festa "con azzimi di sincerità e di verità" (ib. 5,8).
I Padri definivano la Pasqua un "passaggio" dai vizi alle Virtù, dalla colpa alla grazia. C’è dunque una "pulizia pasquale" del cuore e della vita che tutti siamo invitati ad operare per entrare davvero nella luce della Pasqua. Cristo resuscitato dai morti ci invita a "camminare in una vita nuova", come gente che, nella speranza, è già risorta. Ci salva la Pasqua di Cristo, cioè la sua immolazione e resurrezione. Ma la Pasqua di Cristo non è efficace per noi se non diventa la "nostra Pasqua". L’impegno morale e ascetico non è la causa della salvezza, deve però esserne l’effetto.
Uscire dunque dal peccato e purificarci dal fermento dell’uomo vecchio: tutti abbiamo bisogno di compiere questo "passaggio".
I peccati sono come le eruzioni esterne che un vulcano provoca dal focolaio sotterraneo del peccato che "abita in me" (Rm 7,179). Non basta tagliare i rami, occorre mettere la scure alla radice. Per sradicare la gramigna bisogna scendere in profondità.
Rompere definitivamente con il peccato. Solo chi compie quest’operazione più radicale fa veramente la Pasqua. I nostri peccati attuali, nel corso degli anni, sono caduti sul fondo del nostro cuore come tante gocce d’acqua calcarea.
Ognuna vi ha depositato un pò di calcare, un pò di opacità, indurimento, resistenza a Dio, facendo massa con il precedente. Il più è scivolato via con le confessioni, le eucaristie, le preghiere.
Ogni volta però è rimasto qualcosa di non sciolto perché il pentimento non è stato sempre totale. E così le stalagmiti son cresciute come colonne infami dentro di noi e spiritualmente ne siamo rimasti ingessati. Il cammino verso la santità è stato ostacolato. Il cuore è diventato di "pietra". Ci resta solo l’implorazione dell’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, perché tolga anche il nostro peccato. Le nostre colpe hanno crocifisso Gesù.
Dobbiamo sciogliere nel pianto i nostri peccati. Questo è un dono dello Spirito Santo:
"Se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel Regno di Dio" (Gv 3,5). Dopo l’acqua del Battesimo ci occorre quest’acqua della contrizione per rinascere. Da un tale pianto si esce uomini nuovi, pronti per servire Dio in modo nuovo, liberi dai ceppi del peccato: "Ecco, io ti tolgo di dosso il peccato!".
Compiuto il "santo passaggio", con una salutare confessione generale dei nostri peccati, potremo far nostre le parole della liturgia pasquale ebraica e cristiana: "Egli ci ha fatti passare dalla schiavitù alla libertà, dalla tristezza alla gioia, dal lutto alla festa, dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla redenzione. Perciò diciamo davanti a lui: alleluia!" (Melitone). Auguro a Benevento e al Sannio una santa e felice Pasqua.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.7/ del 6/4/2007)


I miracoli di Papa Wojtyla

Il prossimo 2 aprile celebreremo il secondo anniversario della morte del servo di Dio Giovanni Paolo II. Non potremo mai più dimenticare il giorno della Messa funebre celebrata l’8 di aprile del 2005. Piazza San Pietro assomigliava ad una seduta delle nazioni unite. Mancava solo la delegazione della Cina popolare. Gli uomini più potenti del globo, i rappresentanti di tutte le nazioni, i delegati di tutte le confessioni cristiane erano attorno a quella bara di cipresso squadrata e lucida. Il Vangelo aperto, rapidamente sfogliato dal vento ed infine chiuso con un soffio rigoroso. I paramenti rosso fuoco dei cardinali svolazzavano. E poi la folla, la gente, i semplici fedeli calati a milioni per l’intera settimana su Roma facendo anche venti ore di coda per sfilare davanti alla salma del Papa che per 26 anni aveva guidato la Chiesa. Un omaggio imprevisto e imprevedibile di circa tre milioni di persone che ha impressionato persino l’alta gerarchia della curia romana.
Le parole del decano del sacro collegio Joseph Ratzinger profetiche e indimenticabili: "Seguimi, questa parola lapidaria di Cristo può essere considerata la chiave per comprendere il messaggio che viene dalla vita del nostro compianto ed amato Papa Giovanni Paolo II, le cui spoglie deponiamo oggi nella terra come seme di immortalità… Possiamo essere sicuri che il nostro amato Papa sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice". E’ la prima autorevole attestazione di quanto il popolo dei fedeli afferma con forza: "Santo subito"! Dopo undici giorni da quell’omelia Ratzinger succede al pontefice defunto con il nome di Benedetto XVI. Già nella tarda serata del 2 aprile 2005 una voce ha cominciato a girare insistentemente tra i fedeli: Giovanni Paolo II non è stato solo un grande Papa, è stato soprattutto un santo per la eroicità con cui ha affrontato la vita, la vocazione, il papato, il calvario finale della malattia ed anche per diversi episodi di presunte guarigioni e miracoli che avrebbe compiuti mentre era ancora in vita. Ma i miracoli per essere tali devono essere attentamente esaminati e vagliati dalla congregazione per le cause dei santi e per avere una qualche validità devono sempre essere avvenuti dopo la morte del servo di Dio. La causa di beatificazione ha di fatto avuto inizio venerdì 13 maggio 2005, anniversario dell’attentato contro Giovanni Paolo II. Benedetto XVI ha dispensato dall’attesa dei cinque anni previsti dal codice.
Anche dopo la morte di Papa Wojtyla si moltiplicano i segni miracolosi attribuiti alla sua intercessione. Ora un’inchiesta giornalistica, attraverso testimonianze, documenti e fonti inedite esamina alcuni di questi eventi inspiegabili attribuiti "all’uomo venuto da molto lontano". Un’indagine obiettiva e appassionata, alla ricerca di quei segni che possono contribuire al riconoscimento della santità del Papa polacco. Ne è autore Andrea Tornielli vaticanista del quotidiano "Il Giornale". Gli episodi sono molteplici e commoventi: un uomo americano di religione israelita con un tumore che gli divora il cervello; un bambino del nord Italia con una grave forma di deficienza immunitaria; Heron Badillo, un bambino messicano affetto da leucemia; il 37enne parroco napoletano don Alessandro Overa, afflitto da un tumore; Ange Aurelien Mottet di 33 anni, originario della Costa d’Avorio e residente in Svizzera, con una grave forma di leucemia, un cancro del sangue già all’ultimo stadio; il piccolo Emile di Melbourne, con paralisi cerebrale, cioè un danneggiamento dell’area motoria del cervello; Rita Arcangeli di Roma, con un herpes virulento all’occhio destro; Ugo Festa di Torrebelvicino, in provincia di Vicenza, guarito dalla distrofia, sclerosi multipla e malformazione della spina dorsale che lo tenevano immobilizzato sulla sedia a rotelle.
Sono soltanto alcuni dei tanti miracoli di Giovanni Paolo il Grande che con ansia attendiamo di vedere proclamato santo al più presto.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.6/ del 23/3/2007)


Airola in festa per la causa di beatificazione di Maria Concetta Pantusa

Tra le tante opere che rendono bella la città di Airola vi è la chiesa dell’Annunziata, completata sotto la dominazione di Casa D’Avalos nel 1562, arricchita di affreschi dipinti, stucchi e sculture. La facciata è dell’architetto Luigi Vanvitelli con le due statue in marmo della Fede e della Speranza. Il campanile è del 1755. In questo tempio monumentale alle ore 16.00 di sabato 10 febbraio S.E.Mons. Michele De Rosa, vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti, alla presenza di autorità civili e religiose, ha insediato il Tribunale Diocesano per l’inizio solenne della causa di beatificazione della Serva di Dio Maria Concetta Pantusa. A promuovere la causa è l’associazione "Pia Unione del Santo Volto" di Airola. Il popolo numeroso è intervenuto per auspicare un felice e rapido esito dell’inchiesta canonica sulla vita e le virtù della Serva di Dio, perché la santità di vita dell’esemplare testimone di Cristo, molto apprezzata e venerata dalla gente, venga riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa.
La vita di Maria Concetta Pantusa, eroica figlia di Calabria venuta a regalare 23 anni della sua esistenza ad Airola, è un’avventura aggrovigliata, straordinaria ed attualissima. Nasce a Celico (Cosenza) il 3 febbraio 1894. Giuditta, mamma eroica e religiosissima, prepara la piccola a trasformare il dolore in offerta meritoria dinanzi a Dio. Pasquale, padre e padrone, geloso e autoritario, è un soggetto difficilissimo fino al punto di proibire persino il battesimo. La buona Giuditta si allea segretamente col parroco don Vincenzo Lettieri e fa condurre segretamente dalle amiche la piccola al fonte battesimale. Segue un cammino conflittuale irto di inaudite difficoltà. Il padre che ha sposato Giuditta fingendosi religioso non vuole saperne di religione e si oppone anche alla comunione della bambina. Maria Concetta vuole monacarsi ma il padre si oppone reagendo con violenza. Pasquale inventa un romanzo e parte per il Brasile trascinandosi appresso la primogenita perché lo accudisca nei suoi bisogni materiali. Maria Concetta vive questa odissea rimanendo fedele a Cristo. Il padre pensa che passata l’infatuazione verso lo stato religioso si arrenda infine al matrimonio. Oltre Oceano la giovane è costretta a vivere carcerata, prigioniera, chiusa in casa a chiave fino al rientro del padre dal lavoro quando tutto dev’essere pronto. E poi una buona dose di ingiurie, imprecazioni ed epiteti infamanti. In lei cresce la brama di appartenere solo a Gesù. Nel Natale del 1914 accetta di sposare il giovane Vito De Marco emigrato dalle Puglie in America. Quel giorno, a venti anni di età, può finalmente accostarsi all’Eucaristia. Il 28 ottobre 1915 nasce Maria Carmela, oggi clarissa nel Monastero "Regina Coeli" di Airola. La 92enne è stata presente all’inizio solenne della causa di beatificazione della sua mamma.
Ma riprendiamo la durissima avventura. Nel 1916, contro ogni logica lasciano il Brasile e rientrano in Italia che da qualche anno è in guerra con l’Austria. Vito viene chiamato alle armi e dopo pochi mesi muore. Maria Concetta veste le gramaglie di vedova e rientra a Celico con la piccola Maria Carmela. Suscita l’ammirazione di tutti per l’umiltà, lo spirito di servizio, l’amore alla croce ed anche per alcuni fenomeni mistici come la levitazione. Per un anno rimane cieca e immobile. Inaspettatamente guarisce. Il padre la caccia di casa perché non mangi ad ufo il suo pane. La poveretta si appoggia nel 1927 presso le Suore dei Sacri Cuori in Redipiano (Cosenza). Tra le suore fa la sguattera ma con incantevole ardore religioso. Nel maggio 1930 incontra la clarissa suor Panza, tornata a Redipiano per motivi familiari. Si accende un raggio di speranza. E’ l’ora della totale consacrazione per Maria Concetta, Maria Carmela e Speranza Pettinato, figlioccia di Maria Concetta e sua compagna fino al giorno della morte. E’ il viaggio verso la terra promessa. Maria Carmela ha 15 anni e perciò viene accolta in clausura. Per le altre due l’ingresso in clausura è sbarrato. Con il permesso del vescovo aprono un asilo. La passione di Cristo segna il corpo di Maria Concetta con le piaghe alle mani, ai piedi e al costato. I fenomeni mistici si moltiplicano: profumi intensi, petali di fiori seminati intorno a lei da mani invisibili, frutti appetitosi serviti in abbondanza tra tanta miseria, penitenza e digiuni, visioni della Madonna, dell’Angelo Custode, di santa Gemma Galgani, altri santi e soprattutto Gesù paziente, rivelazioni puntuali per consigliare, guidare e spingere alla conversione, flagellazione straziante e nel 1944 il "matrimonio mistico" per una fusione perfetta tra Gesù e quest’anima privilegiata. E poi il Volto Santo tre volte insanguinato nel 1947 con il messaggio: "Pregate, riparate, compensate".
Una miscela esplosiva di dolore e di amore, un susseguirsi di tenebre e di luci, fino alla morte, avvenuta a circa 60 anni di età, il 27 marzo 1953. Un’analfabeta che ha imparato la sapienza dell’unico libro conosciuto: il Crocifisso. Interamente compromessa con Dio lungo l’arduo e beatificante sentiero della santità. Pienamente convinta che il contrario di "santo" non è "peccatore" ma "fallito". Chi infatti non si fa santo, personalmente è un fallito che fa anche fallire il sogno di Dio sulla creatura amata.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.5/ del 9/3/2007)


La Chiesa non può tacere

Lo scrittore afghano Kaled Hosseini nel suo recente romanzo "Il cacciatore di aquiloni", Ed. Piemme, afferma: "E’ meglio essere ferito da una sola verità, piuttosto che essere accarezzato da cento menzogne". Papa Benedetto XVI ha annunciato la seguente verità: "Tra i principi che non sono negoziabili vi è il riconoscimento e la promozione della struttura naturale della famiglia come unione tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio e la sua difesa da tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che in realtà la danneggiano e contribuiscono a destabilizzarla, oscurandone il carattere particolare e l’insostituibile ruolo sociale. Tale principio è iscritto nella natura umana ed è comune a tutta l’umanità.
L’azione della Chiesa nel promuovere la difesa della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio (Art. 29 Costituzione Italiana) non ha dunque carattere confessionale e prescinde da qualunque appartenenza religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più tale principio viene negato o frainteso, poiché ciò costituisce un’offesa alla verità della persona umana, una grave ferita inflitta alla giustizia stessa". Nel disegno di legge sui Dico, ricorrere al concetto di "vincoli affettivi", che attiene alla sfera dei sentimenti e pertanto sfugge alla valutazione e regolamentazione giuridica, è sommamente errato. Il governo italiano sta pagando un caro prezzo all’ala estrema dell’Unione che partendo dai Dico vuole andare molto oltre: eutanasia, adozione per gli omosessuali, eccetera. L’Italia non sta in ansia per sapere come si regolamenteranno le coppie di fatto perché ha fame di sviluppo, occupazione e sostegno alla famiglia.
Circa i diritti individuali di tutti i cittadini non c’è nulla che non sia già regolamentato dalla legge. La stragrande maggioranza degli italiani sta dalla parte della famiglia tradizionale e non sente alcuna esigenza di cambiare. Mettere il bavaglio a chi vuol difendere la verità sulla famiglia come soggetto sociale è davvero miope e illiberale. La famiglia è la prima scuola di formazione della persona, opera la funzione di mediazione tra natura e cultura, è il luogo dove si impara e si vive la relazione, la reciprocità, il dono di sé, l’amore, la gratuità, la fraternità e la solidarietà. Le unioni di fatto non sono in alcun modo equiparabili alla famiglia legittima. C’è una stridente contraddizione tra il rifiuto del matrimonio in nome della libertà della coppia di autoregolamentarsi e la richiesta di beneficiare delle tutele previste dall’istituto matrimoniale. Quale contributo darebbero le unioni di fatto alla collettività per riceverne tanti vantaggi?
Anche l’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro vorrebbe intimidire i vescovi italiani e insegnare loro cosa devono dire e cosa tacere. La Chiesa non può tacere. Quando è in gioco la libertà, l’uomo e la famiglia. La Chiesa si occupa delle cose di Dio e poiché l’uomo è cosa di Dio perciò tutto quanto riguarda l’uomo riguarda anche la Chiesa. E nulla più della famiglia riguarda l’uomo. La Chiesa intervenendo non difende una posizione politica ma semplicemente adempie al suo mandato, diritto e dovere: predicare con libertà la fede e insegnare la sua dottrina sociale esprimendo un giudizio morale anche su cose che riguardano l’ordine politico se in gioco ci sono l’uomo e la sua dignità. Benedetto XVI è stato chiaro: "Se ci si dice che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi in questi affari, allora noi possiamo solo rispondere: forse che l’uomo non ci interessa? E’ nostro dovere alzare la voce per difendere l’uomo, quella creatura che, proprio nell’unità inseparabile di corpo e anima, è immagine di Dio". Alcuni vorrebbero far tacere questa voce autorevole e scomoda.
La Chiesa sulla famiglia ha il dovere di parlare. Chi vuole, ascolta. Ma nessuno ha il diritto di chiedere alla Chiesa di tacere. In questo momento il coraggio e la testimonianza diventano impegno di civiltà.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.4/ del 23/2/2007)


Laicità e coraggio

Il vigente Codice di Diritto Canonico afferma: "I laici sono tenuti al dovere specifico, ciascuno secondo la propria condizione, di animare e perfezionare l’ordine delle realtà temporali con lo spirito evangelico e in tal modo di rendere testimonianza a Cristo, particolarmente nel trattare tali realtà e nell’esercizio dei compiti secolari" (Can. 225 §2).
Ed ancora: "E’ diritto dei fedeli laici che venga loro riconosciuta nella realtà della città terrena quella libertà che compete ad ogni cittadino …" (Can. 227).
La parola laico deriva dal greco laos (cioè popolo) e indica l’appartenenza ad un gruppo. Nell’antichità greca i laikoi erano la massa della popolazione in quanto si distingueva da coloro che la governano.
I cristiani applicarono il termine di laici ai semplici fedeli per distinguerli dai "consacrati" al servizio di Dio, detti "chierici". Nel III secolo i laici, da categoria sociologica, diventano una categoria religiosa.
Con l’Umanesimo ed il Rinascimento si è avuta una forte laicizzazione della cultura.
Il processo di laicizzazione raggiunge il suo vertice nell’Illuminismo settecentesco e nella Rivoluzione francese; nell’Ottocento sfocia nell’immanentismo assoluto, cioè nella negazione di Dio, come Essere trascendente, e di ogni rapporto della realtà umana con Dio e con la religione, la quale diviene fatto privato: l’uomo prende il posto di Dio e diviene misura di ogni realtà.
Il pensiero cristiano, soprattutto per merito di J. Maritain, sviluppa una riflessione approfondita sul problema della laicità, operando una distinzione tra laicità e laicismo. Il Concilio Vaticano II ha espresso "la legittima e sana laicità dello Stato" con queste parole: "La Chiesa, che in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata a nessun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana. La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo. Tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane. Esse svolgeranno tale servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace quanto meglio coltiveranno una sana collaborazione tra di loro. Ma sempre e dovunque è diritto della Chiesa predicare con vera libertà la fede, insegnare la sua dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la sua missione e dare il suo giudizio morale, anche su cose che riguardino l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona umana e dalla salvezza delle anime" (Gaudium et spes, n.76).
Il laicismo invece, sotto il profilo ideologico, è ateo o almeno agnostico e ritiene che: la religione sia un fatto privato che non deve avere alcun influsso sulla vita pubblica e i cristiani devono comportarsi "come se Dio non esistesse". Il laicismo è contrario ad ogni forma di concordato tra Stato e Chiesa cattolica e ritiene che solo la scuola pubblica debba essere sostenuta con il denaro pubblico e non quella privata.
Un laicismo che spesso assume toni aggressivi e virulenti soprattutto su temi scottanti come: aborto, unioni di fatto etero e omosessuali, questioni di genetica e finanziamento delle scuole cattoliche.
Come discepoli di Gesù di Nazareth ed alunni della Verità che ci fa liberi siamo inviati nel mondo come luce che illumina e sale che: dà sapore a tutto ciò che è insipido e preserva dalla corruzione tutto ciò che è bello-buono-nobile-vero-giusto e desiderabile.
Nel Vangelo di S. Matteo leggiamo queste parole di Gesù: "Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe" (Mt 10,16).
Semplici come colombe perché Dio è semplice come la luce che, ove giunge, dirada le tenebre. Prudenti come serpenti, perché questi pur di far salva la testa, ove risiede tutta la loro forza, sono disposti ad abbandonare anche la coda o la spoglia.
Noi cristiani, pur di far salvo Cristo nostra forza, nostro Capo-Maestro-Redentore e la Verità del Suo Vangelo, non dobbiamo temere l’emarginazione, l’insulto o la persecuzione.
Terenzio diceva "Obsequium amicos, Veritas odium parit": l’ossequio procura gli amici, la Verità l’odio.
E’ tornato il clima dei primi secoli cristiani: pochi credenti, una massa enorme di non credenti. E questi ultimi sempre pronti a sfidare e provocare il piccolo resto d’Israele. In nome della laicità si cacciano i presepi dalle scuole e i crocifissi dagli uffici. La religione viene costretta nei confini angusti della coscienza individuale. Si nega alla Chiesa il diritto d’intervenire sui temi nodali della vita e del comportamento etico. E si va anche oltre, cancellando i segni sacri persino dalla vita privata: a Nadia Eweida di professione hostess, la compagnia di bandiera inglese ha imposto di togliere o nascondere il crocefisso che porta al collo. In Olanda la guerra culturale al cristianesimo ha decretato che Cristo d’ora in poi si dovrà scrivere con la "c" minuscola. A Londra si fa scomparire il Natale eliminando francobolli, recite o decorazioni con riferimenti natalizi.
A Cuba Fidel Castro abolì il Natale per l’ideologia comunista del regime. In Europa in nome del rispetto dei non cristiani, si strappa l’anima dei cristiani. Si cerca l’alibi dei musulmani per cercare una vendetta sulla Chiesa. I grandi magazzini di Milano hanno annunciato che da quest’anno non venderanno più presepi. A Roma il sindaco Walter Veltroni ha provveduto a cancellare la intitolazione della stazione Termini a Giovanni Paolo II con una operazione squallida ed inedita di "detitolazione". A Benevento han collocato la inquietante figura di un demonio con il costato squarciato sul campanile dell’antichissima chiesa longobarda di Santa Sofia, presentando l’operazione come una moderna opera d’arte, dimenticando che ormai la sete di religione viene dissolta, diluita, frantumata dentro un annacquato sincretismo religioso che riduce la fede a barzelletta e così la religione finisce nei fumetti. Siamo dunque giunti alla blasfemia. Nei tempi antichi l’arte sapeva parlare al pubblico ora, invece, sembra si prefigga unicamente lo scopo di inquietare la gente.
Si affida un po’ ovunque la progettazione di nuove chiese a tecnici atei che nulla sanno di teologia o di liturgia: tabernacoli trasferiti dal centro del tempio in un angolo o in un ripostiglio, inginocchiatoi eliminati per non piegarsi dinanzi a Dio e l’immagine accogliente e materna della Madonna confinata nel deposito. Una regia tenebrosa e diabolica sembra oramai guidare il mondo.
Eppure la fame di Gesù è grande, anche se la gente la va cercando nei libri sbagliati come il "Codice da Vinci" o nei supereroi dei fumetti.
Benedetto XVI ha scritto, proprio per queste ragioni, un libro su Gesù che tra poco tutti potremo leggere.
Vita nascente, staminali, famiglia, coppie di fatto, nozze gay, pacs, eutanasia, testamento biologico, doppio cognome per frantumare l’appartenenza allo stesso nucleo … una valanga di proposte, polemiche e discussioni, per uccidere la vita-la famiglia-la pietas-l’amore.
E così … le nostre città son diventate ricche, sazie e disperate. E’ l’impero della solitudine, dello stress, delle droghe e dell’inquinamento. Siamo al rischio della generale schizofrenia.
Carissimi, è solo grazie alle anime vittime, è solo grazie alla preghiera dei cristiani ed è soprattutto grazie alla potente intercessione della Madonna che il mondo sta ancora in piedi.
Dobbiamo ritornare a Dio per ricominciare a vivere. Maria, la Regina della Pace, ci indica ogni giorno il cammino del grande ritorno a Dio e della conversione sincera.
Concludo con le parole del Santo Padre Benedetto XVI: "La Chiesa ha il dovere di proclamare con fermezza la verità sull’uomo e sul suo destino. Sta a noi cristiani mostrare che Dio è amore e vuole il bene e la felicità di tutti gli uomini … Si tratta di mostrare che senza Dio l’uomo è perduto e che l’esclusione della religione dalla vita sociale, in particolare la marginalizzazione del cristianesimo, mina le basi stesse della convivenza umana".

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.3/ del 9/2/2007)


La testimonianaza di Padre Antonio M. Di Monda
Tra teologia e vita

Sono commosso e contento di parlare di Padre Antonio Maria Di Monda un uomo solido, un sacerdote vero, un testimone fedele divenuto maestro della parola. Maestro perché Testimone.
Ripensando agli anni in cui l’ho avuto impareggiabile guida e docente di dommatica mi sovvengono le parole semplici e profonde del Salmo 18, le uniche capaci di esprimere la mia sconfinata gratitudine: "La tua bontà mi ha fatto crescere".
Padre Antonio è stato un degno figlio del serafico Francesco d’Assisi nella Famiglia Francescana Conventuale della provincia religiosa di Napoli.
Laureato in Teologia all’Università di Friburgo in Svizzera, licenziato in Filosofia all’Università Gregoriana di Roma e diplomato in Diplomatica, Paleografia e Archivistica all’Università di Napoli. Ha ricoperto molti e importanti uffici nel suo Ordine, come quelli di Ministro Provinciale e Direttore Generale della Milizia dell’Immacolata. Docente di Teologia e Filosofia alla Facoltà Teologica dell’Italia meridionale, sezione Capodimonte, nel Seminario e nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose "Redemptor Hominis" di Benevento e nei Seminari dell’Ordine, ha collaborato a molte riviste e pubblicato diverse opere teologiche e letterarie.
Tra le tante opere mi piace segnalare il volume "Tra teologia e vita…" ove spazia dalla speculazione alla realtà vissuta da ogni uomo, in argomenti di attualissimo interesse, con competenza profonda, con acume e calore sostenuti sempre da una logica rigorosa, impeccabile e dal richiamo costante alla verifica, a portata di mano di ogni uomo amante della verità.
Padre Di Monda è stato un pozzo profondo di ricchezza culturale e spirituale, estremamente vitale sotto il profilo scientifico e missionario, formidabile per cultura, fervore e dedizione apostolica. Gioioso ed ottimista come tutti i santi che costellano il firmamento cristiano. Un profeta della divina giustizia sempre piegata al servizio dell’amore e della misericordia.
Mai si è chiuso nella turris eburnea di un sapere arido, gelido e sprezzante. La sua è stata sempre ed unicamente una teologia al servizio della vita, una teologia capace di conservare quel sapore di concretezza e di vita, capace di soddisfare gli intellettuali ed i semplici, senza nulla togliere al rigore del pensiero e della verità. Nell’insegnamento, nella predicazione come nelle svariate pubblicazioni ed in centinaia di articoli, è sempre partito dalla teologia e dalla pedagogia del cuore, non per assegnare un primato al sentimento, alla volontà, ma perché ogni cosa, nella vita e nell’azione, ha sapore solo se ha un pizzico di cuore. In conformità al genuino concetto dell’uomo ha ricercato in ogni situazione ed in ogni argomentazione la verità più obiettiva, senza infingimenti, mezze misure o false prudenze, convinto di quanto afferma il Maritain: "Se non si ama la verità, non si è uomini". Nella babele della moderna ideologia, Padre Antonio ha offerto alla schiera innumerevole dei suoi alunni e dei suoi fedeli la divina e sicura pedagogia di Gesù Maestro,Via Verità e Vita (Gv 14,6).
Come Teresa di Lisieux ha sentito in sé la vocazione del guerriero, del sacerdote dell’apostolo, del dottore e del martire. Nel contrasto interiore tra debolezza delle forze e sconfinatezza dei desideri ha cercato con ardore i doni più perfetti, scoprendo di essere nulla senza l’Amore. La Carità gli ha offerto la chiave della sua vocazione.
Nel cuore della Chiesa sua madre è stato un profeta di speranza e di amore pur conservando scrupolosamente il ruolo di vigile sentinella della verità. Di qui la tenacia nello studio, nel sacrifico, nella preghiera, nell’insegnamento e nell’apostolato. Di qui la prontezza nel venire incontro ai bisogni di ognuno senza mai risparmiarsi. Di qui la fatica dei frequenti viaggi in aereo, in treno in autostop pur di annunciare Cristo in maniera opportuna ed inopportuna (2 Tim,4).
Sempre con umiltà, semplicità, generosità e con quella gioia che spesso esplodeva in una risata fragorosa e contagiosa, di chi manifesta una grande capacità di relazione e di esultanza ad ogni incontro. Verità e Amore. Fedeltà e Gioia.
Testimone verace del Cristo crocifisso e risorto perché morte e resurrezione sono un unico e indissaldabile mistero d’amore.
Scrive S.Agostino: "Cammina attraverso l’uomo e giungerai a Dio". Conoscendo, stimando, ascoltando e frequentando Padre Antonio Maria Di Monda, noi abbiamo incontrato Dio.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.2/ del 26/1/2007)


Giovani e sessualità. Domande precise e risposte chiare

A) Diciamo, la verità... persiste una certa ritrosia della Chiesa ad impegnarsi su questi temi. Forse è giunto il momento di rompere gli indugi e mettere nell'agenda anche l'argomento sesso.
Sì è vero che nel passato la Chiesa ha usato una certa reticenza nell'affrontare con solare semplicità questo argomento, vittima, sotto alcuni aspetti, di alcuni tabù con i quali la cultura di un passato non molto lontano avvolgeva l'argomento sesso. Ma da oltre un quarantennio il Magistero autorevolissimo dei Pontefici ha detto parole chiare, forti e suadenti circa la sessualità. Basti pensare agli interventi di Pio XII, alla Costituzione "Gaudium et spes" del Vaticano II, alla "Humanae vitae" di Paolo VI, alla "Familiaris consortio" di Giovanni Paolo II, alle catechesi del mercoledì di Papa Woityla che per quattro anni si è soffermato sulla teologia del corpo, alla "Deus caritas est" di Benedetto XVI... E risparmio il resto perché saremmo invasi da una valanga di luce.
B) Secondo la Chiesa è ancora peccato mortale per una coppia fare l'amore se non si è sposati?
Fino alla fine del mondo la Chiesa dirà sempre che il peccato è peccato, se così non fosse la Chiesa smetterebbe di essere la Chiesa di Gesù Cristo. Gli psicologi disonesti consigliano i rapporti prematrimoniali, quelli onesti e cristiani dicono, invece, che in questo modo ci si ferma nell'immaturità. Eric Fromm, un grande psicologo che tutti conoscono, scrive: "La prima condizione nell'amore è la libertà. Libertà nel senso di essere privi di pastoie, di non essere legati e inceppati dalle cose e dal proprio io". La schiavitù del sesso gioca paurosamente sull'individuo, è una tenaglia che imprigiona. La Chiesa, in nome di Cristo, è rigida contro le esperienze prematrimoniali, perché incastrano e strozzano la libertà. Cosa faranno nella lotta per la fedeltà quei ragazzi che ora cedono al primo fuoco passionale? Hanno le prove che si amano? In verità hanno eluso la prova più profonda.
C) Alcuni dicono che il Magistero della Chiesa recentemente è sembrato più aperto ad accettare per i giovani l'uso dei profilattici e delle pillole anticoncezionali. Siamo alla vigilia di una vera e propria rivoluzione?
L'informazione è falsa. Alcuni organi di stampa hanno erroneamente detto così, commentando il "Vademecum per i confessori su alcuni temi di morale attinenti alla vita coniugale", recentemente emanato dal Pontificio Consiglio per la Famiglia. Affermare che la misericordia di Dio è pronta a perdonare le ferite di chiunque è peccatore e si pente non significa giustificare il peccato che resta sempre tale. Profilattici e pillole scindono inesorabilmente il fine unitivo e procreativo che nell'incontro sessuale vanno sempre tenuti insieme, perché il rapporto di coppia sia un atto personale d'amore e non una soffiata di naso.
D) E' opportuno che nelle scuole si insegni anche l'educazione sessuale?
Certamente sì, ma a condizione che ad insegnarla non siano i semina tori di morte, ma di vita e di responsabilità.
E) E' un dato di fatto che oggi i giovani sono disinvolti consumatori di sesso... Credo che da qui bisogna partire perché ciò implica una serie di risvolti che vanno approfonditi ed esaminati. La Chiesa, per esempio, quali indicazioni dà ai giovani perché vivano in modo giusto la propria sessualità?
Proprio perché i giovani sono vittime di una sconcertante diseducazione sessuale e di una presentazione della sessualità in termini di avventura capricciosa e irresponsabile la Chiesa indica innanzitutto una urgente opera di disinquinamento mentale. Per trovare acqua potabile, bisogna risalire il fiume e tornare alla sorgente. La sorgente è il Santo Libro: la Bibbia. Qui è detto che Dio creò l'uomo maschio e femmina. Celebrò il primo matrimonio della storia nell'Eden, benedisse i partners e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra" (Gn 1,28). "Tutto ciò che Dio fece era cosa molto buona" (Gn 1,3 1).
Chi ha fatto del sesso, veicolo di amore e di vita, l'arma del capriccio e dell'assoggettamento schiavizzante, ha bisogno urgente di ravvedersi.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.1/ del 12/1/2007