LA VOCE DELLA CHIESA

Rubrica a cura di Mons. Pasquale Maria Mainolfi

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Un tempo di sofferenza tra castigo e teofania
Dagli scritti della mistica Valtorta al centenario dell’apparizione di Fatima

Una lampada per i passi della vita

Compie 100 anni Immacolata Pellegrino
Dio a modo mio
Le omelie del 700 di Paolo Diacono
Terapia d'amore
I segni del Giubileo
Padre Antonio Salvatore, Parroco e Guardiano di Montefusco
Dopo 100 anni Padre Pio ritorna a Pietrelcina



Un tempo di sofferenza tra castigo e teofania

Nella Lettera Apostolica Pacisnuntius, con la quale San Benedetto Abate viene proclamato patrono principale dell'intera Europa, Paolo VI scrive: «Al crollare dell'Impero Romano, ormai esausto, mentre alcune regioni d'Europa sembravano cadere nelle tenebre ed altre erano ancora prive di civiltà e di valori spirituali, fu lui, San Benedetto, con costante e assiduo impegno a far nascere in questo nostro continente l'aurora di una nuova era. Principalmente lui e i suoi figli portarono con la croce, con il libro e con l'aratro il progresso cristiano alle popolazioni sparse dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall'Irlanda alle pianure della Polonia». La Croce, cioè la Legge di Cristo, diede consistenza e sviluppo agli ordinamenti della vita pubblica e privata. Il Libro, cioè il Vangelo e la cultura, salvarono la tradizione classica degli antichi, trasmettendola intatta ai posteri e restaurarono il culto del sapere. L'aratro, cioè la coltivazione dei campi, riuscì a trasformare terre deserte e inselvatichite in campi fertilissimi e preziosi giardini. San Benedetto, unendo preghiera e lavoro, secondo il suo famoso motto ora et labora, nobilitò ed elevò la fatica umana.
Mentre le orde devastatrici degli invasori barbari spazzavano via istituzioni e costumi e la civiltà sembrava disfarsi in un drammatico tramonto senza speranza, in questa oscurità sconcertante, Dio suscitò una stella, Benedetto, nato a Norcia nel 480. La nuova Costituzione europea ha sfacciatamente e irresponsabilmente rifiutato la proposta di Giovanni Paolo II di riconoscere le radici cristiane. Il vecchio continente è ormai decrepito e, come tanti vecchi, soffre di amnesia. Un'Europa senza passione culturale che cerca di trovare la linfa dei suoi valori nell'illuminismo e nella “trinità santissima” della rivoluzione francese: libertè, egalitè, fraternitè. Un'Europa di mercanti e di banchieri che propone e diffonde ideologie sempre più ostili alla tradizione culturale europea.
Il rammarico di Giovanni Paolo II, dinanzi ad un'Europa senz'anima, si esprime in termini perentori: «Non si tagliano le radici dalle quali si è nati». Al presente tre mostri stritolano il nostro continente: il califfo (Isis), Robespierre (laicismo) e Frankenstein (gender), che mirano alla dissoluzione della vita, della famiglia e della società. L'Europa è sotto assedio. E le stelle stanno a guardare... Ed i cristiani “decaffeinati” rimangono timidi, muti e pieni di inoperosa e paralizzante paura. Ed ora, il crollo della Basilica di San Benedetto a Norcia, di cui rimane in piedi solo la traballante facciata, diventa per tutti un monito, un invito alla riflessione, una esortazione a meditare il Vangelo e leggere i segni dei tempi. Gesù dice: «Sapete interpretare l'aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?» (Matteo 16,2).
Il Concilio Vaticano II afferma: «È dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto» (Costituzione pastorale GaudiumetSpes, 4). Catastrofi cosmiche come terremoti ed epidemie ed eventi politici come rivoluzioni, guerre e genocidi, che segnano al presente la nostra storia in modo drammatico, interpellano in profondità ogni persona e l'intera società. Gli interrogativi nascono spontaneamente. Di chi è la colpa? Perché tutto questo? Dopo la Shoah, la peste dell'Aids e gli tsunami, restano in piedi grandi interrogativi che attendono risposte. Anche a Gesù chiesero il perché del crollo della torre di Siloe e del massacro ad opera di Pilato di alcuni devoti galilei che stavano offrendo sacrifici rituali (Luca 13,1-5). Di che cosa i tempi sono segno? C'è stato un “inizio” e ci sarà una “fine” dei tempi. Dopo il rifiuto ci sarà il ritorno. Siamo in cammino verso “tempi nuovi” che giungono attraverso storie tumultuose e dolorose. Occorre vigilanza. Si fa più urgente la conversione. Si rivela nella Storia il disegno di Dio. Ma chi discerne, accoglie e comprende i segni? Chi cammina nella fede e si lascia guidare dallo Spirito Santo. E così anche la Chiesa, come comunità, come popolo di Dio e non unicamente le autorità riconosciute in essa.
Il discernimento è carisma, dono dello Spirito: «I vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno» (Atti 2,17). Soprattutto gli umili e i piccoli, “uomini di buona volontà”, “pastori che vegliano nella notte”, “magi che seguono la stella”. La creazione nella sua bellezza e fragilità è devastata. La natura umana con le sue leggi è minacciata. La debolezza dell'uomo implora la salvezza. Ottimismo e buonismo non reggono dinanzi alle minacce. Il catastrofismo dei castighi si smarrisce in letture semplicistiche e genera solo paura. I segni sono una chiamata, reclamano una risposta. Davanti all'annuncio del profeta Giona gli abitanti di Ninive cambiarono vita. Gesù risorto e vivo ci chiama alla conversione e all'amore. Dopo i tempi dell'apostasia e dell'eresia ci sarà il cambiamento generale con “il trionfo del Cuore Immacolato di Maria”, promesso a Fatima 100 anni fa. L'Eucaristia e la Madonna ci salveranno, rivelandoci ancora una volta l'infinito amore di Dio per il mondo e per ogni uomo fatto a sua immagine e somiglianza.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.10 del 18/11/2016)


Dagli scritti della mistica Valtorta al centenario dell’apparizione di Fatima

Con il pellegrinaggio presso le tombe di San Francesco e Santa Chiara ad Assisi e a quella della mistica Maria Valtorta in Firenze del 15 e 16 ottobre, si conclude il mese di festeggiamenti in onore dei celesti patroni San Gennaro e San Pio nella parrocchia beneventana di San Gennaro. La Porta Santa Giubilare, la prima visita dell’Arcivescovo Felice Accrocca, la proiezione del film “Terra di Maria”, gli attestai di partecipazione alla “Scuola della Parola”, il libro “La Bibbia lettera di Dio”, la processione sino alla casa natale di San Gennaro al rione Triggio, il concerto bandistico, le luminarie, il concerto lirico “Operetta che passione”, la serata canora con “I Musici”, il concerto di fisarmonica, la testimonianza dell’attrice convertita Claudia Koll, il concerto-testimonianza di Giacomo Celentano e la mostra fotografica di Silvana Paoletti “Misericordia per la terra”, sono i nomi dei tanti appuntamenti di fede e cultura che hanno riempito gli occhi e il cuore di una comunità in cammino dietro i passi della Madre di Dio.
Negli ultimi 200 anni si direbbe che Dio ha scritto la storia della Salvezza in termini di “Mamma”, per la premurosa presenza della Santa Vergine negli accadimenti storici.
Ora la parrocchia di San Gennaro in Benevento è impegnata a realizzare giorno dopo giorno un intenso programma pastorale fino a celebrare nel maggio 2017 i cento anni della prima apparizione della Regina del Santo Rosario in Fatima.
Un pellegrinaggio a Fatima in Portogallo e a Santiago de Compostela in Spagna partirà da Benevento per vivere il centenario proprio nel luogo delle apparizioni e lo sta già organizzando proprio la parrocchia cittadina di San Gennaro. Quanti fossero interessati possono prenotarsi sin da ora.
Il “Roveto ardente”, con l’adorazione eucaristica e la riflessione sui dieci comandamenti ogni secondo venerdì del mese e la testimonianza mensile sul tema della fede, caratterizza il percorso verso il centenario di Fatima. In questo cammino, una parola speciale merita la tappa presso la tomba della mistica Maria Valtorta nella chiesa dell’Annunciata in Firenze.
Maria Valtorta (1897-1961) è una donna eccezionale e forte, una delle più straordinarie creature del nostro tempo. Riceve da Gesù “visioni e dettati” raccolti in opere meravigliose, cariche di luce e di amore. Dopo aver completato il racconto della sua vita in una “Autobiografia”, il 23 aprile 1943, venerdì santo, riceve il primo “dettato” del Signore che continua in 22 quaderni per circa quindicimila pagine, un lavoro impegnativo, meraviglioso e faticoso, portato avanti seduta nel letto, a motivo della malattia, con il quaderno sulle ginocchia: “L’Evangelo per come mi è stato rivelato”.
Qui i Vangeli canonici trovano un dettato colmo di una puntuale coincidenza e con una ricchezza di particolari sorprendenti in un racconto straordinario e avvincente. Una rivelazione privata in piena sintonia con la Rivelazione biblica. Un’opera grandiosa pubblicata in dieci volumi dal Centro Editoriale Valtortiano di Isola del Liri (FR). Leggere quest’opera di Maria Valtorta significa capire che siamo nati per amare e per essere amati perché il destino umano è nella Vita divina dell’Amore. La sintesi offerta dai Vangeli canonici si apre, in Maria Valtorta, alla comprensione piena della vita di Gesù e di Maria, sorgente di luce per il cammino di ciascuno di noi.
Dagli scritti della mistica Valtorta ai messaggi della Madonna, questo il cammino intenso della comunità di San Gennaro a cento anni da Fatima.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.9 del 21/10/2016)



Una lampada per i passi della vita

“Non avete mai sentito parlare di quell’uomo pazzo che, in pieno mattino, accesa una lanterna, si recò al mercato e cominciò a gridare senza posa: Cerco Dio! Cerco Dio! Trovandosi sulla piazza molti uomini non credenti in Dio, egli suscitò in loro una grande ilarità. Uno disse: L’hai forse perduto? E un altro: S’è smarrito come un fanciullo? S’è nascosto in qualche luogo? Così gridavano ridendo tra loro. L’uomo pazzo, fulminandoli con lo sguardo, gridò: Che ne è di Dio? Io ve lo dirò. Noi l’abbiamo ucciso: io e voi! Noi siamo i suoi assassini! Ma come potemmo farlo? Dove andiamo noi lontano da ogni sole? Non andiamo forse errando in un infinito nulla? Non fa sempre più freddo? Non sentiamo nulla nel rumore dei becchini che stanno seppellendo Dio? Dio è morto e noi l’abbiamo ucciso! Come troveremo pace, noi gli assassini più di ogni assassino? Chi ci monderà da questo sangue? Con quale acqua potremo renderci puri? Non dovremmo diventare noi Dio per esserne all’altezza? A questo punto l’uomo pazzo tacque e fissò nuovamente i suoi ascoltatori, anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Quindi gettò a terra la sua lanterna che andò in pezzi spegnendosi”.
Questo celebre apologo è tratto dall’opera La Gaia Scienza del filosofo ateo tedesco Friedrich Wilhelm Nietzsche, morto pazzo nel 1900. E’ una straordinaria presentazione della paura dell’uomo che in un atto di superbia estrema ha ucciso Dio liquidandolo dal suo orizzonte. Ma all’improvviso quest’uomo si ritrova solo ed atterrito, bisognoso di un altro Dio, con la mente avvolta nella follia e nell’oscurità.
La Parola di Dio, nel buio fitto che avvolge il mondo, è lampada che rischiara il presente dell’uomo, i suoi pensieri, i suoi eventi, tutti i passi della sua vita.
Certo, il Dio della Bibbia non è quello freddo dei filosofi, non è l’Essere supremo della rivoluzione francese, non è l’Architetto dell’universo immaginato dalla Massoneria, è, invece il Dio Trinità raccontato da Gesù Cristo, rivelazione di un Amore perfetto che si manifesta, si espande, si comunica, si fa persona, si fa uomo per essere totalmente solidale con la sua creatura.
La Bibbia narra e dipinge il Volto irraggiungibile di Dio. Leggendo la Bibbia comprendiamo che Dio non è un imperatore impassibile e solitario, avvolto nelle nubi della sua trascendenza e nel silenzio dell’infinito ma si è legato a ognuno di noi come Creatore, Salvatore e Rivelatore, come Padre, Figlio e Spirito Santo. La sua Parola crea, redime e indica il destino ultimo, nell’abbraccio pieno con Lui, quando “sare5
mo sempre con il Signore” (1 Ts 4,17). Ora noi “lo vediamo come in uno specchio e in maniera confusa, ma allora lo vedremo faccia a faccia” (1 Cor 13,12). Dio è presente nell’abside dell’immensa cattedrale cosmica dell’universo e dell’essere.
Questa pubblicazione mira in primo luogo a favorire la conoscenza della Bibbia, secondo quanto invita a fare la Costituzione conciliare Dei Verbum al n. 25: “Il Santo Concilio esorta con particolare forza tutti i fedeli cristiani, soprattutto i religiosi, a imparare la sublime scienza di Gesù Cristo (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo (San Girolamo)”.
Obiettivo principale di questo percorso è risvegliare l’interesse per la Parola di Dio, offrendo una introduzione generale ed essenziale, scientificamente svolta e con approccio contenutistico alle grandi sezioni dell’Antico e del Nuovo Testamento per una comprensione più profonda della insondabile ricchezza delle Scritture. Infatti non basta “leggere” la Bibbia ma occorre anche una “spiegazione del senso”. Un antico aforisma rabbinico afferma che “Ogni parola della Bibbia ha settanta volti”. Il termine tecnico per indicare lo studio della Bibbia è “esegesi” che in greco significa “tirar fuori” tutti i tesori, tutta la forza, tutta la spiritualità della pagina biblica. Infine nel leggere la Bibbia bisogna “comprendere”: un termine sapienziale che indica la comprensione saporosa e intensa, alimentata dall’intelligenza e dal cuore. La Parola di Dio, infatti, non è una fredda pietra preziosa sigillata in uno scrigno ma è una realtà viva che deve penetrare l’esistenza arida, proprio come la pioggia che feconda persino il deserto (Is 55,10-11). Tutta la speranza annunziata dai profeti diventa, in Gesù figlio di Maria, fonte di salvezza e liberazione per i poveri, i ciechi e gli oppressi.
Un antico detto giudaico ammonisce: “Gira e rigira la Parola di Dio perché in essa vi è tutto. Contemplala, invecchia e consùmati in essa. Da essa non ti allontanare perché non vi è per te sorte migliore”. E ancora, rabbi Simone il Giusto era solito dire: “Il mondo si fonda su tre cose: la Bibbia, la preghiera e gli atti ispirati dalla giustizia e dall’amore”.
Tutti i cristiani sanno che non è facile comprendere il linguaggio e il significato della Bibbia e come reazione si astengono dalla lettura assidua delle Sacre Scritture. Paul Claudel, già nel 1946, con realismo ironico, dichiarava: “I cattolici hanno un grande rispetto per la Bibbia e questo rispetto lo dimostrano standone il più lontano possibile”. Ora, dopo il Concilio Vaticano II questa distanza si è ridotta e nella Chiesa c’è “una grande fame di ascoltare la Parola del Signore” (Am 8,11).
Anche i sacerdoti, nella predicazione, devono sempre più fondarsi sulla Bibbia, altrimenti si vanifica quanto scriveva Santa Teresa d’Avila: “I predicatori non ottengono che gli uomini si liberino, perché quelli che predicano hanno troppo senno. Purtroppo non ne sono privi per avere invece il grande fuoco dell’amore di Dio. E’ per questo che la loro fiamma riscalda poco”. L’orgoglio intellettuale e razionalistico ha nascosto sotto la cenere il fuoco della Parola, che brucia come roveto ardente nelle pagine bibliche. Il profeta Geremia dice che la Parola di Dio è “simile al fuoco e al martello che spacca la roccia” (Ger 23,29). La Lettera agli Ebrei afferma che la Parola di Dio è “viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio, capace di penetrare fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla” (Eb 4,12).
Uno dei più grandi predicatori della Chiesa, Antonio di Padova, definito da Gregorio IX “arca del Testamento” e da Pio XII “dottore evangelico” a motivo della profonda conoscenza delle Scritture che possedeva, più volte afferma, nei suoi famosi “Sermoni”, che la Scrittura è “fonte di consolazione per i tribolati”. Egli ribadisce così un concetto tanto caro all’apostolo San Paolo che nella Lettera ai Romani (15,48), così scrive: “In virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture, teniamo viva la nostra speranza” (cf Sant’Antonio di Padova, I Sermoni, Edizioni Messaggero Padova 1995, p. 901).
Nel tempo del generale disorientamento e della diffusa e lacerante desolazione, cerchiamo luce e consolazione nelle pagine del Santo Libro della divina Rivelazione.
Questa pubblicazione, puntuale e assai concreta, vuole auspicare e favorire il ritorno alle Sacre Scritture.
Benedica questa gioiosa avventura il patrono d’Italia San Francesco d’Assisi che frequentava assiduamente e teneva in altissima considerazione i testi biblici, tanto da scrivere nel suo Testamento: “Dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo” (Testamento, 14).

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.8 del 16/9/2016)


Dio a modo mio

Il Salmo 91 recita: «Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano; piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio. Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi, per annunziare quanto è retto il Signore: mia roccia, in Lui non c’è ingiustizia».
Il prossimo 23 luglio la mamma del senatore Davide Nava, Immacolata Pellegrino, compirà 100 anni di vita. La sua mente è ancora limpida, lo sguardo intelligente e vivido, la parola fluida e venata da una simpatica e sottile ironia. I ricordi lontani e recenti affiorano in un racconto puntuale e brioso. Il segreto di un secolo di vita: una grande fede in Dio ed una grande capacità di relazione. Non sopporta la solitudine. Coltiva da sempre la bellezza dell’amicizia. Tanti sacrifici e dolori sopportati con dignità e fermezza. Ancora oggi è attentissima a comparire in pubblico con grande dignità, perché il suo cuore non è mai invecchiato e, nonostante il peso degli anni, il suo animo si mantiene eternamente giovane.
Per la festa del suo centenario si è scomodato anche Papa Francesco con un telegramma di auguri a firma del Segretario di Stato vaticano Cardinale Pietro Parolin e con una pergamena con la benedizione apostolica. Nel giorno anniversario anche l’amministrazione comunale di Circello si riunirà in una seduta straordinaria per formulare gli auguri della cittadinanza alla illustre centenaria.
Immacolata Pellegrino, nata il 23 luglio 1916 da Giuseppe Pellegrino (1872-1940) e Maria Assunta Mazzacano (1873-1948), ultima di dieci figli: Nunzio morto a 4 anni nel 1902 e Clorinda a due anni anche nel 1902, Immacolata a un anno nel 1912, Angelo Raffaele morto a 21 anni il 1916, nel corso della prima guerra mondiale; e Nunzio, Fioravante (emigrato negli USA), Filomeno (emigrato in Argentina); Silvio, Clorinda.
Il 19 aprile 1937 andò in sposa ad Alfonso Nava (1903-1976), un esperto e abile falegname del paese, che, per motivi di salute, dovette abbandonare il lavoro di falegname che tanto amava per divenire impiegato nell’esattoria comunale. Dal matrimonio sono nati tre figli: Giovanni (1939-2005), Davide (1940), Leonardo (1944 -1994). Dai matrimoni dei tre figli sono nati 10 nipoti: da Giovanni e Carolina Valente: Alfonso e Monica; da Davide e Sonia Vitella: Igor, Marco e Nadia; da Leonardo e Carmen Pepe: Immacolata, Simona, Giovanni, Alfonso e Andrea. Immacolata ha la gioia di conoscere e veder crescere anche 12 pronipoti, mentre un altro in arrivo contribuirà ad accrescere la sua discendenza e il suo orgoglio di mamma, nonna, bis-nonna.
La sua lunga vita è stata caratterizzata da momenti tristi: morti, malattie, difficoltà economiche (per cui decise di intraprendere l’attività nel commercio di mobili), ma anche da momenti di gioia: tre soggiorni in USA in visita ai parenti, feste in paese tra musica, canti e balli, e in famiglia per ricorrenze, matrimoni, nascite. La sua disponibilità umana si è manifestata testimoniando sempre decisione e generosità: da giovane con l’insegnamento della dottrina cristiana ai bambini e la vincita, per questo, a Benevento del primo premio; l’accoglienza e l’ospitalità in casa, nel corso della seconda guerra mondiale, per mesi, di sfollati provenienti da Secondigliano (NA) e infine l’aiuto e il conforto a tante persone in difficoltà. La sua proverbiale schiettezza la rende aspra per chi si nasconde nell’ipocrisia e amabilissima per chi coltiva la passione per la verità. Auguri mamma Immacolata. Ad multos annos

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.7 del 14/7/2016)


Dio a modo mio

“Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia”. E’ il titolo del volume edito da Vita e Pensiero nel 2015 e propone un’analisi multifocale sulle interviste somministrate a due fasce giovanili, giovani tra i 19 e i 21 anni e tra i 27 e i 29 anni. E’ stato l’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica a promuovere un’ampia indagine sul tema “giovani e fede”, la più completa fino ad oggi in Italia, che ha coinvolto 150 intervistati tra Nord, Centro e Sud Italia, tutti battezzati ma scarsamente praticanti. La Millennials, cioè la generazione del nuovo millennio, ossia i nati tra gli anni Ottanta del Novecento e i primi anni del Duemila, manifesta questa religione: crede in Dio, conosce poco Gesù, prega a modo suo, confonde la fede con l’etica, non va a Messa, si chiede a cosa serva la Chiesa, ama Papa Francesco per la sua vicinanza ai poveri e l’immediatezza del suo linguaggio, cerca relazioni “calde” nella comunità, fatica a comprendere il linguaggio della Chiesa, pensa che sia bello credere perché dà speranza, permette di non sentirsi soli e di avere un senso da dare alla propria vita.
Dopo l’inizio del cammino di fede con genitori, nonni e catechisti, con il Battesimo e la Comunione, inizia il periodo oscuro e con la Cresima avviene il distacco, l’allontanamento dalla fede, dalla religione e dalla Chiesa. Il percorso di iniziazione cristiana è visto come un obbligo, il catechismo come una serie di regole e di principi da seguire. Poi interviene la noia e si cercano altre esperienze. Si conserva un buon ricordo della parrocchia e dell’oratorio, soprattutto perché c’erano altri ragazzi della stessa età con i quali fare gruppo per crescere insieme. Intorno ai 25 anni un evento doloroso, l’incontro con una persona significativa, un fatto miracoloso o illuminante genera il possibile ritorno alla fede. Fondamentale la figura del sacerdote che segue i ragazzi, per rimanere ancora nella comunità. I giovani mostrano diffidenza nei confronti di tutte le istituzioni, compresa la Chiesa, anche la figura del prete genera una benevola indifferenza. Una ragazza afferma: «Io mi sento di vivere la mia fede come piace a me, nel senso che sono assolutamente certa che non sia necessario andare in chiesa tutte le domeniche per credere, è necessario il pensiero di un minuto e mezzo nella giornata, mi basta il pensiero».
Pochi giovani frequentano la Messa. E nonostante tutto dichiarano che è bello credere in Dio, perché infonde speranza soprattutto nelle disgrazie e nei momenti difficili della vita, credendo in Dio si riceve conforto e aiuto e si ha la forza di superare le paure. Dio ti fa sentire amato, ti fa sentire speciale. Dio, dunque, non è scomparso dall’orizzonte delle nuove generazioni ma è come brace sotto la cenere. Ci domandiamo: ma cosa è successo alla comunicazione e trasmissione della fede, divenuta ricerca episodica ed emotiva, fino alla scelta di una religione fai-da-te? Gli adulti raccontano: una volta nelle nostre famiglie di domenica non ti sedevi a tavola se bon eri andato a Messa e poi ogni sera si recitava il Rosario nelle nostre case. Oggi la comunicazione tra giovani e comunità cristiane è sostanzialmente interrotta. E’ in crisi la comunicazione tra generazioni. Gli adulti hanno spesso abdicato alla loro missione educativa e si sono mostrati poco coerenti con il credo, professato a parole e tradito dai compromessi e dalle oscure scelte di vita. Pochi sono rimasti testimoni credibili in famiglia, a scuola, in chiesa e nella società. I giovani delusi hanno risposto con l’indifferenza, chiudendosi nel loro mondo senza conflitti e senza opposizioni, proseguendo nella solitudine i percorsi esistenziali e proprio nella stagione più delicata e complessa della loro vita.
Crisi delle istituzioni e di ogni autorità, scandali anche nella Chiesa oltre che nella politica, hanno moltiplicato l’estraneità verso le comunità cristiane. Si reclama una Chiesa più autentica, più evangelica, più missionaria, più povera. La dimensione religiosa si incammina sulla strada di una fede emotiva, soggettiva, legata ad un pellegrinaggio, una processione, un evento straordinario, senza alcuna continuità. L’ipertrofia dell’ego, la spudorata esibizione dell’io, che caratterizza la cultura di oggi, favorisce un atteggiamento individualistico dove emerge un “dio a modo mio” e un “vangelo secondo me”. Un soggettivismo arrogante che disprezza ogni proposta di esperienza religiosa e coltiva un’autonomia etica che non tollera alcuna ingerenza. I mezzi di comunicazione di massa hanno esasperato il problema favorendo la solitudine che affida al virtuale un’esperienza anonima e senza volto.
Eppure, nonostante il crollo della fede, nei giovani rimane il fascino ed emerge una nostalgia di Dio. Ora, chi ristabilirà la comunicazione interrotta? Occorrono, più che maestri, testimoni di fede capaci di interagire, dialogare, accompagnare, sostenere il percorso soggettivo perché diventi sempre più comunitario. Lo ripetiamo: Dio non è scomparso dall’orizzonte delle nuove generazioni ma occorrono testimoni generosi e pazienti, impegnati a soffiare sopra la cenere, fino a rendere la brace di nuovo in grado di ardere e produrre luce e calore.
Le nuove generazioni lanciano alla generazione adulta e all’intera comunità cristiana questa sfida: rispettate i nostri percorsi, offrite criteri di ascolto, siate testimoni coerenti, curate innanzitutto le relazioni, costruite percorsi formativi seri e coraggiosi, utilizzate il messaggio del fare concreto e usate il linguaggio dei simboli nel comunicare il Vangelo, prendetevi sinceramente cura di noi e mostrate una generosa dedizione nei nostri confronti. Per giungere ad una fede consapevole bisogna offrire ai giovani: dialogo aperto e sincero senza maschere e ipocrisie, spiegazioni credibili, responsabilità delle istituzioni religiose e civili, contesti educativi familiari coraggiosi e positivi.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.6 del 24/6/2016)


Le omelie del 700 di Paolo Diacono

Mille giorni sacri. Mille giorni d’oro. Il periodo più importante della nostra vita. Dal concepimento nel grembo di nostra madre al compimento dei due anni. Dallo zigote al dono della parola. Mille giorni di cure, affetto, nutrizione. Sono i giorni più importanti della nostra vita, dai quali dipende sostanzialmente quello che saremo per tutta la vita. Giorni importanti per la salute fisica e mentale. Il rapporto con la madre è decisivo. Gli stress e i maltrattamenti che subiamo nei nostri primi mille giorni addirittura alterano il nostro DNA. Mille giorni che fondano la nostra vita. Lo affermiamo per ragioni morali e anche per ragioni medico-scientifiche. Giorni preziosi che realizzano un imprinting imperituro. Uno scambio continuo di messaggi intercorre tra la mamma e il soggetto prenatale. Feti di 25 settimane già rispondono agli stimoli acustici della voce di mamma e il sapore di quello che la madre mangia, filtrato dalla placenta, arriva nel liquido amniotico in cui il feto vive e, di qui, alla sua bocca. Il feto ricorda la voce della mamma e la mamma porta in sé le cellule del figlio.
Oggi, con progetti balordi, si vorrebbe far sviluppare un bambino nel corpo di una donna per darlo ad altri soggetti appena nato, come se i nove mesi nel grembo materno fossero ininfluenti. Quante volte poi il bambino dirà, una, cento volte al giorno: mamma! E la mamma ripeterà: figlio mio! Questa intima connessione si realizza tra ogni mamma e suo figlio, a maggior ragione tra Maria di Nazaret e il suo Figlio Gesù, concepito per potenza di Spirito Santo, senza concorso di uomo. Sant’Agostino afferma: «Il corpo di Gesù è il corpo di Maria, il sangue di Gesù è il sangue di Maria». Non c’è figlio che più somigli alla madre del Figlio di Maria Vergine. E questo a livello fisiologico ed anche a livello morale e temperamentale. In questo Anno Santo della Misericordia stiamo contemplando in Gesù di Nazaret il volto misericordioso di Dio.
Nell’Esortazione apostolica Marialis Cultus del 1974, il Beato Paolo VI afferma che, nella storia della salvezza, Maria non è il centro, perché il centro è Cristo, ma è centrale, senza di Lei infatti non avremmo neppure il Cristo. Questa verità l’aveva già affermata il Concilio Vaticano II, presentando la Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa (Lumen gentium, 8). In casa di Zaccaria ed Elisabetta, con il Magnificat, Maria canta la Misericordia di Dio: «… di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono… ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia» (Luca 1,50-54). A Betlemme Maria si mostra Madre di misericordia donando Gesù misericordioso agli umili pastori e ai sapienti magi con la sua fede grande che contempla, riconosce e adora nel sorriso del Bimbo e nelle sue tenere membra pronte all’abbraccio, Dio fatto uomo (Luca 2,1-20). A Cana, Maria mostra la sua misericordia verso gli sposi e anticipa “l’ora” della rivelazione divina con la sua materna intercessione e Gesù compie il primo segno col miracolo dell’acqua tramutata in vino (Giovanni 2,1-10). Al Calvario è Gesù stesso a chiedere alla Madonna di farsi Madre di misericordia e di prendersi cura di tutti i suoi discepoli, accogliendoli come figli: «Donna, ecco tuo figlio» (Giovanni 19,25-27). Nella sua missione pubblica Gesù predilige poveri, ammalati e peccatori, traducendo in carità le parole, i gesti e i sentimenti imparati nei trentatré anni accanto alla Madre misericordiosa.
La preghiera mariana più antica, Sub tuum praesidium, “sotto la tua protezione”, risalente al III secolo, invoca la Madre di Dio e la sua tenerissima maternità con queste parole: «Sotto l’ala della tua misericordia ci rifugiamo, santa Madre di Dio, non disprezzare le nostre suppliche quando siamo nelle necessità, ma da ogni pericolo salvaci, tu sola pura, tu sola benedetta». Infatti Maria non solo canta la misericordia di Dio ma è essa stessa Madre di Misericordia. Il titolo di Madre e Regina di Misericordia è tra i più cari al popolo cristiano, che fin dall’inizio della sua storia, ha riconosciuto nella Madre di Gesù un amore tenero, premuroso e misericordioso per tutta l’umanità pellegrina verso la celeste patria.
In Occidente, il primo ad invocare Maria come “Avvocata”, “Mediatrice” e “Madre della Misericordia” è Paolo Diacono in alcune sue omelie sull’Assunzione di Maria al Cielo. Paolo Diacono, pseudonimo di Paul Warnefried, monaco, storico, poeta e scrittore longobardo, nacque a Cividale del Friuli nel 720 e morì a Montecassino nel 799. Da Cividale raggiunse Pavia in giovane età per seguire gli studi in quella che allora era la capitale longobarda. Si formò alla corte del re Rachis e alla scuola del monastero di San Pietro in Ciel d’Oro, dove conseguì la carica di docente. Restò alla corte con i successivi re Astolfo e Desiderio. Divenne precettore di Adelperga, figlia di Desiderio, che seguì quando ella si sposò con il duca Arechi di Benevento. Nel 734 visse il crollo del regno longobardo e a causa della prigionia del fratello entrò alla corte di Carlo Magno. Una volta che il fratello venne liberato, Paolo Diacono scappò e si fece monaco nel monastero di Montecassino. A Montecassino, nel 787 scrisse l’Historia Langobardorum in 6 libri. Per il matrimonio di Adelperga scrisse un Carmen sulle sette età del mondo: A principio saeculorum. Scrisse anche l’Historia Romana in 16 libri, la Vita beati Gregorii papae e su richiesta di Carlo Magno raccolse le prediche più celebri del suo tempo, 244 testi, un libro liturgico, Homiliarum, diviso in due stagioni: l’estate e l’inverno. La sua opera arrivò con poche modifiche fino al Concilio Vaticano II. Nell’XI secolo Guido d’Arezzo ricavò le note musicali dalla prima strofa di un suo inno dedicato a San Giovanni Battista. Nell’Homilia XLV, In Assumptione Beatae Mariae, così si esprime: «Nei cieli Maria è la fedele avvocata di tutti noi. Mentre suo Figlio è il mediatore tra Dio e gli uomini, ella è mediatrice tra il Figlio e gli uomini. E, come si addice alla Madre della misericordia, ella è per noi tutti misericordia; sa compatire le debolezze umane perché conosce la materia di cui siamo fatti. Per questo ella non cessa mai di intercedere per noi presso il Figlio suo».
Utilizzando il linguaggio delle immagini, Paolo Diacono, afferma che “Maria è un tempio, ella è un giglio”. “L’amore di Maria per Gesù è eccellente, Maria ha ricevuto dallo Spirito Santo una capacità eccezionale per amare, Maria ama senza limiti e anche il Signore ama lei!”. “Nell’Assunzione di Maria al cielo è manifestata la pienezza d’amore di Gesù verso la Madre Sua”. «Maria è nata da noi, ella è la gemma preziosa del genere umano, il nostro onore ha raggiunto in lei il suo apice. In principio, a causa di un uomo e una donna, noi diventammo vili al cospetto degli angeli; ma ecco che ora entrambi i sessi sono stati innalzati al di sopra di essi: il sesso maschile nella persona di Cristo, quello femminile nella persona di Maria. Ora gli angeli onorano l’uomo e la donna come soci e concittadini, perché vedono al di sopra di sé il loro principe. Contemplano al di sopra di sé due grandi luminari assunti di tra gli uomini: una luce maggiore e una minore, ossia Gesù e Maria; ed è pure cosa assai indegna paragonarli alla luce del sole e della luna» (Homilia XLV, In Assumptione).
Circa mille anni fa, e precisamente nel 1013, nasceva il monaco e fine studioso Ermanno Reichenau, meglio conosciuto come Ermanno lo storpio, un santo deforme con un’anima splendida, uno dei 15 figli di Eltrude e Goffredo conte di Althausen di Svevia, fu lui l’autore della Salve Regina che ancora oggi cantiamo e recitiamo, affermando: «Salve, Regina, madre di misericordia… orsù dunque avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi… ».
Dopo Paolo Diacono, storico in Terra Sannita, tanti altri ancora e, infine, sempre in Terra Sannita, Sant’Alfonso Maria dei Liguori, vescovo di Sant’Agata de’ Goti (BN) dal 1763 al 1775, invoca Maria come Madre di Misericordia con queste luminose espressioni: « O Madre del mio Dio e mia Signora, Maria, io mi presento a te che sei la regina del cielo e della terra. Dall’alto trono in cui siedi, non disdegnare, ti prego, di volgere i tuoi occhi verso di me povero peccatore. Già Dio ti ha fatto più ricca per sovvenire i poveri e ti ha costituita regina di misericordia acciocché possa sollevare i miserabili. Guardami dunque e compatiscimi. Guardami e non lasciarmi, finché non mi cambi da peccatore in santo. E se in passato ti ho servito male, avendo perduto tante occasioni di onorarti, per l’avvenire voglio unirmi ai tuoi più amati fedeli. No, non voglio che alcuno mi avanzi da oggi innanzi nell’amare ed onorare te, mia amabilissima regina, madre di misericordia. Così prometto e così spero di fare con il tuo aiuto. Amen, amen». Davvero la missione specifica di Maria Vergine, nella lunga e travagliata storia della salvezza, è quella di “maternizzare il Volto paterno di Dio”. E ancora, con le tante apparizioni mariane di questi ultimi 200 anni (Czestochowa, Fatima, Guadalupe, La Salette, Lourdes, Medaglia Miracolosa, Siracusa…) Dio ha voluto tradurre la misericordia in termini di “Mamma”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.5 del 20/5/2016)


Terapia d'amore

Il poeta e critico letterario italiano Giovanni Bertacchi (1869-1942), docente all’Università di Padova, grande estimatore della poesia di Pascoli, nel 1912 scrive questi versi profetici: «Il carro oltre passò d’erbe ripieno/ e ancor ne odora la silvestre via./ Sappi fare anche tu come quel fieno:/ lascia buona memoria, anima mia!».
Anche il nostro amato poeta afragolese Gennaro Piccirillo, in questa sua sesta pubblicazione, ha colto il fior fiore della lussureggiante foresta lirica ed espressiva, per lasciare alle nuove generazioni un messaggio di consolazione e di speranza, perché il mondo è una continua sorgente di meraviglia, se si lascia spaziare lo sguardo oltre il proprio naso e ci si affaccia sulla soglia del mistero.
La vera carità è rivelare agli altri il mistero di Dio. Ogni lirica presente in questo libro è come il seme che il contadino mette sotto terra: il seme muore ma da questa morte scaturisce una grande fioritura.
Il grande scrittore napoletano Domenico Rea, amico sincero dell’autore di questi versi, lo ha definito: “poeta innamorato di Dio”. Personalmente gli attribuisco l’appellativo di “magister” - magis ter, cioè tre volte grande: come uomo, come educatore e come cristiano.
Gennaro Piccirillo è soprattutto maestro di bontà. Nel significativo percorso spirituale compiuto nel Cammino Neocatecumenale ha compreso ulteriormente la sua vocazione dentro la comunità umana e si è fatto missionario generoso di evangelizzazione, pace e riconciliazione, soprattutto nelle famiglie ferite dalla discordia e dall’incomprensione.
Scrive Giacomo Leopardi: «È curioso vedere che quasi tutti gli uomini che valgono molto, hanno le maniere semplici; e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore» (Pensieri, CX). Invece la semplicità del nostro poeta scaturisce dalla convinzione che siamo tutti nella stessa barca, che questa barca è la terra, che questa terra è una flotta unica formata da tutti i popoli e che questa flotta va verso la resurrezione generale.
Ne era convinto anche il carismatico Sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, che concludeva con la consueta allegria, teologicamente fondata: «Se io muoio, non muoio mica, perché trovo la vera vita e un giorno resusciterò con il mio corpo». E ripeteva che la Resurrezione è come «una lampada che ci hanno dato in consegna per farla stare sempre accesa».
Molti conducono oggi una vita squallida, immersi in azioni ripetitive e pesanti, in ambienti urbani desolati, in una società violenta, meschina e senza ideali. Noia, empietà ed egoismi bruciano la speranza di tanti giovani e rapinano la gioia di vivere. Il poeta austriaco Rainer Maria Rilke (1875-1926) afferma che questo avviene perché non si è abbastanza poeti, cioè capaci di creatività, vitalità, inventiva e umanità. Con questa carica interiore anche una vita umile e semplice si può trasformare in una vita libera, fiduciosa, “fiorita”, limpida e perfino gioiosa.
L’armonia delle forme genera la bellezza. L’armonia delle funzioni crea la salute. L’armonia dei sentimenti dona la saggezza. L’armonia della bontà fiorisce in santità. La felicità plenaria è sinfonia che risulta da queste quattro armonie: bellezza, salute, saggezza e santità. Tutti i gesti d’amore generano un’anima sinfoniale. Questi gesti si armonizzano meglio delle note di Beethoven, più dei versi danteschi e promuovono la sinfonia cosmica che è un cantico d’amore concretizzato nelle creature dal Creatore. In ogni creatura palpita un valore mistico. Se l’uomo non ha un ideale, non possiede convinzioni, ma solo azioni, non dà un senso alla sua esistenza e perciò si lascia vivere.
Dall’eternità Dio che è Amore ha sognato di rendere gli uomini partecipi della sua natura per renderli suoi figli. Così il Figlio di Dio, con l’Incarnazione, si è fatto Figlio dell’uomo, perché i figli dell’uomo diventino figli di Dio. Il Crocifisso Amore ci ha liberati dal peccato e una volta risorto ci aspetta accanto al Padre suo, divenuto anche Padre nostro. Intanto ci dona lo Spirito Santo, sé stesso nell’Eucaristia e nella Parola di Verità, ed anche sua Madre quale Madre nostra. Nella religione l’iniziativa è dell’uomo. Nella fede l’iniziativa è di Dio. Nella religione ha il primato la paura. Nella fede ha il primato l’amore. La fede è irruzione dell’Eterno nel tempo, dell’Infinito nel finito, dell’Increato nel Creato.
A queste sorgenti di vita si è dissetato in abbondanza il nostro poeta e, questi tesori, vuole ancora trasmettere con il suo ultimo, accorato appello: “Apriti cuore!”.
Nel mese di novembre del 2017 Gennaro Piccirillo compirà novant’anni ma il suo cuore di sognatore è giovane, vivace, brillante, contagioso, pieno di speranza. La speranza è indice di vitalità: si vive a misura che si spera. Un anziano, se è ricco di speranza, ha un animo giovane. Un ventenne, se ha perduto la speranza, è un vecchio decrepito. Il vocabolo “esasperato” deriva dal latino ex spe: senza speranza. Quando si perde la speranza, si finisce per generare solo violenza e crudeltà. C’è molto di vero nello slogan: “chi spera non spara, chi spara non spera”. E siamo giunti così alle tragedie che incombono spaventosamente sullo scenario mondiale.
Oggi necessita un grande equilibrio ecologico ma soprattutto un enorme equilibrio etico per salvare: la religione che fa brillare davanti alle coscienze i valori eterni; la famiglia che crea il calore necessario per lo sviluppo armonico dei figli; la tradizione che tramanda alle generazioni future i tesori faticosamente conquistati. Quando si eclissano queste verità si cancellano gli orizzonti della speranza e si prosciugano gli oceani della bontà. Mai come oggi necessitano profeti di speranza!
Papa Francesco distribuisce in Piazza San Pietro la “Misericordina originale” quale medicina spirituale che attraverso la preghiera fa arrivare la Misericordia nell’anima. Il poeta Gennaro Piccirillo ci dona questo “vademecum di saggezza lirica” per favorire la pace del cuore, la grazia interiore e il desiderio di fare il bene. L’efficacia di questa “terapia d’amore” è garantita dalle parole di Gesù, i cui frammenti, disseminati ampiamente in questa vivace produzione artistica, come spade di luce, feriscono il cuore e poi lo risanano col balsamo della bellezza che salverà il mondo. kkGrazie, caro Professore Piccirillo, per questa trasfusione di vita!

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.4 del 15/4/2016)


I segni del Giubileo

In questo Anno Giubilare della Misericordia, voluto da Papa Francesco, la Comunità Parrocchiale di San Gennaro in Benevento sta organizzando diversi eventi culturali e spirituali: Scuola della Parola per conoscere meglio la Bibbia, Corso di preparazione alla Cresima e Corso prematrimoniale, gemellaggio spirituale tra la Parrocchia Beneventana e il Santuario Casertano della Misericordia, Ritiro spirituale a Pietrelcina per lucrare l’indulgenza, Concerto per la pace, stampa e distribuzione di diecimila pagelline con la Coroncina alla Divina Misericordia, distribuzione di 500 campanelli personalizzati dell’Anno Santo, Concerto con artisti di fama internazionale come il tenore Francesco Malapena e la soprano coreana Jiwoo Jang e altri artisti del San Carlo di Napoli, pellegrinaggio a Collevalenza e alle 4 Basiliche Giubilari di Roma, pellegrinaggio a Medugorje e in Terra Santa, benedizione della statua di San Michele Arcangelo donata dal Parroco, della statua di Gesù Misericordioso donata da Don Primo Poggi di Caserta, e, domenica 3 aprile, nella Festa della Divina Misericordia, benedizione della “Campana della Misericordia” donata dalla famiglia Bellucci e restaurata dalla ditta Merolla di Scafati.
Questa campana di bronzo è alta 70 cm, ha un diametro di 40 cm e pesa 55 kg. Nella parte superiore vi è una scritta a sbalzo «+ IESUS MARIA A.D. 1770». Al centro un soggetto caro all’iconografia antica e medievale: una «Mandorla» (la caratteristica forma ovale richiama tradizionalmente le due nature, divina e umana di Cristo), contenente a rilievo l’icona della Vergine Maria Immacolata, Madre del Verbo incarnato, perfettamente Dio e perfettamente uomo, la Seconda Persona della Santissima Trinità, con due nature: quella divina e quella umana. La Vergine ha le braccia conserte, la corona regale sul capo, la luna sotto i suoi piedi ed il mantello sulle spalle. Intorno alla mandorla la scritta a sbalzo: «Immacolata Concezione». Il dogma dell’Immacolata del Beato Pio IX è dell’8 dicembre 1854. La fede, la devozione e il culto del Popolo di Dio precedono, come sempre, l’intervento ufficiale e definitivo del Magistero. La presenza di due particolari simbolismi: la Mandorla Mistica e la Falce di Luna.
La Mandorla, frutto del fiore del mandorlo, è un simbolo strettamente legato alla fecondità, alla rinascita di una natura rigogliosa, che riempirà di frutti prelibati le tavole dei contadini. Un mito greco vuole che la mandorla sia la vulva della dea Cibele, venerata come la “grande madre”, quindi riconducibile al concetto di fecondità. La Vesica Piscis (o vescica di pesce) o Mandorla Mistica viene spesso rappresentata nelle lunette delle Cattedrali tardo-romaniche e gotiche. Si tratta di un simbolo di forma ogivale, ottenuto dalla sovrapposizione di due cerchi, aventi lo stesso raggio, che intersecandosi al centro danno origine a due archetti perfettamente speculari. Questo simbolo si ritrova anche prima del XII-XIII secolo, nelle basiliche paleocristiane e nelle catacombe, nelle quali è posto in maniera orizzontale anziché in verticale, rappresentante la stilizzazione di un pesce (simbolo di Cristo Redentore) che prende il nome di Ichthys. In questo termine, che per assonanza ricorda la parola greca Ictus, che significa pesce, veniva letto dai fedeli cristiani l’anagramma di Iesus Christos Theou Uyios Soter, letteralmente “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”. L’ichthys veniva anche adoperato come segno di riconoscimento tra i seguaci di Cristo.
Ritornando alla Mandorla Mistica i due cerchi rappresentano i due mondi su cui si basa la Creazione dell’Universo, ovvero il Divino e l’Umano, diversi ma sempre legati a doppio filo tra loro. Esempio cardine di questi due mondi, è Cristo, il figlio di Dio fatto uomo, il Verbo Divino disceso sulla Terra. Per attinenza la mandorla rappresenta simbolicamente anche i genitali femminili della Vergine, perché, come dal guscio del frutto viene fuori la mandorla vera e propria, allo stesso modo da Maria nasce la speranza dell’umanità, Colui che è la Luce del Mondo. E poi la Falce di Luna. Questa iconografia risale al periodo 1400-1700, è assente nell’iconografia bizantina e gotica ed è scomparsa negli ultimi secoli.
La iconografia della Vergine con falce di luna deriva senz’altro dal libro dell’Apocalisse: «Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle» (12,1). La “donna dell’Apocalisse” è Maria stessa. Ella appare “vestita di sole”, cioè vestita di Dio: la Vergine Maria infatti è tutta circondata dalla luce di Dio e vive in Dio. Questo simbolo della veste luminosa chiaramente esprime una condizione che riguarda tutto l’essere di Maria: Lei è la “piena di grazia”, ricolma dell’amore di Dio. E “Dio è luce”, dice ancora san Giovanni (1 Gv 1,5). Ecco allora che la “piena di grazia”, l’“Immacolata” riflette con tutta la sua persona la luce del “sole” che è Dio. Questa donna tiene sotto i suoi piedi la luna, simbolo della morte e della mortalità. Maria, infatti, è pienamente associata alla vittoria di Gesù Cristo, suo Figlio, sul peccato e sulla morte; è libera da qualsiasi ombra di morte e totalmente ricolma di vita. Per singolare privilegio di Dio Onnipotente, Maria ha superato la morte e questo si manifesta nei due grandi misteri della sua esistenza: all’inizio, concepita senza peccato originale, alla fine, assunta in anima e corpo nel Cielo, nella gloria di Dio. Ma anche tutta la sua vita terrena è stata una vittoria sulla morte, perché spesa interamente al servizio di Dio, nell’oblazione piena di sé a Lui e al prossimo. Maria è in se stessa un inno alla vita.
Nella visione dell’Apocalisse c’è un altro particolare: sul capo della donna vestita di sole c’è “una corona di 12 stelle”. Questo segno rappresenta le 12 tribù d’Israele e significa che la Vergine Maria è al centro del Popolo di Dio, di tutta la comunione dei santi. Essa è incinta, perché porta nel suo seno Cristo e lo deve partorire al mondo, come la Chiesa pellegrina sulla terra, che tra le consolazioni di Dio e le persecuzioni del mondo, deve portare Gesù agli uomini. Proprio perché porta Gesù, Maria e con Lei la Chiesa, incontra l’opposizione di un feroce avversario, “un enorme drago rosso” (Ap 12,3).
Questo dragone ha cercato invano di divorare Gesù, perciò il dragone, sconfitto una volta per sempre nel cielo, rivolge i suoi attacchi contro la donna - la Chiesa – nel deserto del mondo. Con il pane della Parola di Gesù e della santa Eucaristia la Chiesa viene sostenuta nel deserto. In ogni epoca la Chiesa soffre persecuzioni ma unita a Maria risulta vincitrice contro tutte le ideologie dell’odio e dell’egoismo.
L’unica insidia di cui la Chiesa deve aver timore è il peccato dei suoi membri perché mentre Maria è Immacolata, libera da ogni macchia di peccato, la Chiesa è santa, ma al tempo stesso segnata dai nostri peccati. Per questo il Popolo di Dio peregrinante nel tempo, si rivolge con fiducia a Maria Mater Misericordiae e domanda il suo aiuto. Il colore blu della bandiera europea, scelta l’8 dicembre del 1955, ricorda il manto della Madonna e le dodici stelle ricordano la corona della donna dell’Apocalisse.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.3 del 18/3/2016)


Padre Antonio Salvatore, Parroco e Guardiano di Montefusco

Un antico scritto medievale descrive simpaticamente così il sacerdote: «Il sacerdote deve essere lontano dai peccati, guida non ladro, ragionatore non vendicatore, elargitore non dissipatore, pio nel giudizio, giusto nel consigliare, devoto all’altare, permanente nella chiesa, sobrio a tavola, prudente nella gioia. Puro nella coscienza, assiduo alla preghiera, umile nel rapporto con gli altri, virile nel pentimento, paziente nelle avversità, modesto nei successi, ricco di ogni virtù, sollecito nell’agire, sincero di cuore, sapiente nel parlare, fedele nella predicazione, vero discepolo di Cristo».
Il Santo curato d’Ars Jean-Marie Vianney amava ripetere che «Il sacerdote è l’amore del Cuore di Gesù».
Padre Pio da Pietrelcina, illustre confratello di Padre Antonio Salvatore, diceva: «Quando celebro la Santa Messa sono sospeso sulla croce con Gesù».
Il grande predicatore francese Lacordaire afferma: «Vivere in mezzo al mondo senza alcun desiderio per i suoi piaceri; essere membro di ogni famiglia, senza appartenere a ciascuna di esse; condividere ogni sofferenza, essere messo a parte di ogni segreto, guarire ogni ferita; andare ogni giorno dagli uomini a Dio per offrirgli la loro devozione e le loro preghiere e, tornare da Dio agli uomini per portare ad essi il suo perdono e la sua speranza; avere un cuore di acciaio per la castità e un cuore di carne per la carità; insegnare e perdonare, consolare e benedire ed essere benedetto per sempre. O Dio, che genere di vita è mai questo! Ed è la tua vita, o sacerdote di Gesù Cristo».
Il mondo oggi si domanda: ma il prete è un uomo come gli altri?
Per un solo posto oggi vi concorrono in diecimila ma il prete parla di vocazione perché un altro lo chiama su questa strada. In un’epoca secolarizzata e desacralizzata, chiusa nei suoi orizzonti terrestri, la figura del prete sembra essere materia di curiosità sociologica più che di investigazione teologica. Fuori di un contesto di fede il prete non si comprende. Il prete è ponte tra terra è cielo, segno sacro della presenza tra noi dell’Eterno Misericordioso Amore che non si arrende, che rimette la colpa e ci rigenera, che s’impasta con la nostra sorte e la fa salva.
Da mezzo secolo e precisamente dal 20 febbraio 1966 Padre Antonio vive con gioia questo mistero e questa missione.
Il Parroco di Montefusco e Guardiano del convento cappuccino di Sant’Egidio è nato a Carife (AV) il 30 ottobre 1940, ultimo di tre figli di Francesco Paolo Salvatore e Giovannina Laezza, a 12 anni entra nel seminario serafico di Gesualdo e vi frequenta le scuole medie. Il ginnasio a Sant’Elia a Pianisi (CB). Nel 1957 il noviziato a Morcone. Il liceo a Montefusco e gli studi filosofico-teologici a Foggia, Bari e Campobasso. Nella chiesa del Sacro Cuore di Campobasso è ordinato sacerdote dall’Arcivescovo Mons. Alberto Carinci. Consegue la licenza in teologia presso i Gesuiti di Posillipo e la laurea in lettere classiche presso l’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano. Insegna latino, storia e religione e poi storia della Chiesa all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Benevento. Appassionato cultore di storia locale.
Ha pubblicato diversi volumi: Storia di Aeclanum, Presenza dei cappuccini a Montefusco, Il monastero di S. Caterina a Montefusco, Chiesa di S. Bartolomeo in Montefusco, padre Pio a Montefusco, Padre Bernardo da Gallo, I cappuccini e Padre Pio a Morcone, La città di Montefusco Principato Ultra nel Regno di Napoli, ed altre opere.
Padre Antonio è stato il Parroco di Montefusco dal 1985 al 1988, Parroco di Morcone dal 1990 al 1995, ancora Parroco di Montefusco dal 1995 al 1998 e dal 20 luglio 2010 ad oggi Parroco di Montefusco e Guardiano del locale convento cappuccino. Quando era ancora fratino ha conosciuto Padre Pio, nel 1954, ancora nel 1965 per la settimana di Pasqua al Gargano e nel 1966 per due mesi passati a San Giovanni Rotondo.
Il carissimo amico cappuccino, che conosco da circa 30 anni, sorprende per la disarmante semplicità francescana, l’amore passionale che nutre per l’incantevole terra irpina ed il cuore di fanciullo che lo caratterizza da sempre. Intelligente, mite, generoso, timido ma sincero e lungimirante. Si definisce così: «Umile candela invisibile e smorta nel meriggio irpino». In realtà è luce che brilla sul cammino difficile del Popolo di Dio. Dopo il giorno dell’ordinazione ricorda con gioia la festa del 25° di sacerdozio in Morcone, dove anch’io fui presente come Parroco di Sassinoro ed amico fraterno. In questa lunga ed intensa stagione sacerdotale le giornate più tristi coincidono con i momenti in cui i montefuscani han fatto fatica a rimanere uniti e in piena armonia.
Sulla immagine-ricordo del 50° anniversario di sacerdozio, in questo Anno Santo della Misericordia, ha scritto: «Ti ringrazio o Signore per quanto mi hai donato. Abbi misericordia di me e di coloro che mi hai affidato, perché non sempre abbiamo corrisposto al Tuo amore».
A Padre Antonio Salvatore, ancora una volta, rinnoviamo con affetto e stima gli auguri.
Ad multos annos!

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.2 del 19/2/2016)



Dopo 100 anni Padre Pio ritorna a Pietrelcina

Dal 1909 al 1916 Padre Pio resta per sette anni fuori del convento. E’ bene precisare che Gesù lo costringe a rimanere in famiglia per tenerlo lontano dal chiostro.
Il divieto di rientrare in convento è posto da Gesù in termini categorici e quando Padre Pio, per assecondare i desideri dei superiori, supplica il Signore di porre fine a questo esilio forzato, il Signore, sdegnato per l’insistenza lo punisce severamente. Deve obbedire a un “divino disegno”. Ne è pienamente convinto il suo superiore provinciale Padre Benedetto.
Don Salvatore Pannullo parroco di Pietrelcina lo considera “un angelo” e insiste affinché il padre chieda la secolarizzazione e si prepari a succedergli come parroco del suo paese natio. Padre Pio fa comprendere a don Salvatore, con garbata gentilezza, che questo non è possibile.
Padre Paolino, guardiano del convento di Santa Maria delle Grazie sul Gargano corre a prendere Padre Pio a Foggia e torna con lui, a San Giovanni Rotondo, sabato 22 luglio 1916.
Padre Pio aveva lasciato definitivamente Pietrelcina il 17 febbraio 1916, senza farvi più ritorno. Ora, alla distanza esatta di 100 anni il corpo di Padre Pio ritorna al suo paese. E’ stato Papa Francesco a indire l’Anno Santo Straordinario della Misericordia e a scegliere come testimonial del Giubileo due santi “confessori” cappuccini: San Pio da Pietrelcina e San Leopoldo Mandic. L’ostensione dei corpi dei due santi avverrà in San Pietro dal 5 al 10 febbraio che è il mercoledì delle Ceneri.
Giovedì 11 febbraio, il corpo di Padre Pio, da Roma, raggiungerà Pietrelcina, accolto alle ore 15.00 a Piana Romana dalla immagine veneratissima della Madonna della Libera e da tantissimi fedeli. Attraverso la via intitolata a Fra’ Modestino, l’urna raggiungerà la chiesa del convento intitolata alla Sacra Famiglia. E farà sosta nella chiesa madre di Santa Maria degli Angeli, dove Padre Pio svolse il suo ministero pastorale dal 1910 al 1916 e dove, il 14 agosto 1910 celebrò la sua prima Messa.
Domenica 14 febbraio, dopo la Messa conclusiva delle ore 9.00 nella chiesa del convento, il corpo dello stimmatizzato sannita partirà per Foggia, qui sosterà nella chiesa del convento di Sant’Anna e in serata raggiungerà la piazza di San Giovanni Rotondo. Per due giorni le reliquie del corpo di Padre Pio rimarranno presso la Casa Sollievo della Sofferenza da lui realizzata ed il 16 febbraio alle ore 16.00 saranno traslate, infine, nella nuova chiesa a lui intitolata, dopo circa 15 giorni di peregrinazione.
Un evento speciale nell’Anno Santo Straordinario della Misericordia. Venendo da Roma, Padre Pio passerà per Benevento “Patria di Santi” ma nel programma di massima non è prevista alcuna sosta nella Cattedrale dove, Mons. Paolo Schinosi Arcivescovo Ausiliare di Benevento lo consacrò sacerdote il 10 agosto 1910.
All’ultimo momento una lieta e gradita variante: domenica 14 febbraio l’urna contenente il corpo di Padre Pio giungerà in piazza Bissolati a Benevento e sarà portata a spalle nella Basilica Cattedrale. Alle ore 9.30 la solenne Celebrazione Eucaristica in Duomo e al termine della Messa l’urna partirà per Foggia.
Coltivo la viva certezza che San Pio continuerà ad accompagnarci su sentieri di rinnovata speranza e misericordia divina.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.1 del 15/1/2016)


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