LA VOCE DELLA CHIESA

Rubrica a cura di Mons. Pasquale Maria Mainolfi

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La temperanza è dominio di sé
A piedi nudi - Cosa ricordo di Bettina Tozzi



La temperanza è dominio di sé

Un proverbio arabo esorta: “Vivi sobrio, e sarai ricco come un re”. Le virtù cardinali fanno parte di una costellazione che non è solo filosofica e morale ma anche spirituale, perché, guidata dallo spirito, retta dalla religiosità e sostenuta dalla Grazia divina. La temperanza è la virtù che, guidata dalla ragione e illuminata dalla fede, regola l’inclinazione verso i piaceri più connaturali all’uomo connessi con l’uso del cibo e delle bevande e con l’attività sessuale. Nella sua funzione più profonda essa è il nodo d’oro che tiene insieme sesso-eros-amore, impedendo che la trilogia faccia naufragio, lasciando spazio ad una sessualità bruta ed incontrollata o ad una spiritualità disincarnata, eterea e puritana. Per Sant’Agostino la temperanza “è il controllo sicuro e prudente della ragione sulle passioni, la virtù che tiene a freno i nostri appetiti e le nostre bramosie”, assicurando il dominio della volontà sugli istinti, orientando al bene gli impulsi sensibili e assecondando i desideri del cuore. È necessaria a tutti, per mantenere la propria libertà di scelta, conservare il dominio di sé, avere l’autocontrollo in ogni situazione ed evitare di rendersi schiavi di bisogni e desideri, dal cibo al sesso, dal potere al denaro, che spesso diventano idoli forti, aggressivi, prepotenti e tiranni. In greco essa è chiamata encráteia, cioè dominio di sé, autocontrollo. Infatti gli appetiti sensibili quanto più vengono soddisfatti tanto più diventano aggressivi e tiranni, mentre una loro equilibrata regolarizzazione produce una maggiore libertà. Temperanza, moderazione, misura, equilibrio e autocontrollo aiutano non solo a vivere con libertà, dignità e stile, ma anche ad ottenere un vero e permanente successo umano e spirituale. Socrate conduceva una vita frugalissima e si recava spesso al mercato a guardare la merce in esposizione. Un amico gli chiese un giorno perché lo facesse. Rispose: “Mi piace andarci per scoprire di quante cose posso fare benissimo a meno”. Se vivesse oggi e visitasse i nostri supermercati o ascoltasse gli spot televisivi, scoprirebbe un arsenale di prodotti inutili e superflui. Nella spiritualità antica il mondo con le sue tentazioni veniva evitato fuggendolo, attuando la celebre fuga mundi, e il corpo con i suoi istinti, appetiti e pulsioni veniva un po’ demonizzato e sottoposto ad aspre penitenze. Una riflessione più approfondita sulla bontà della creazione, sull’incarnazione e sul destino ultimo dell’uomo e del cosmo ha fatto riscoprire la dignità, il valore e la bellezza del creato e della persona umana, vista come abbraccio di corpo-cuore-intelligenza e spirito, unitotalità differenziata. E come conseguenza: un rapporto più equilibrato e positivo con la materia e con il corpo. Oggi però c’è un’esaltazione esasperata della realtà materiale, fino all’idolatria dei beni terreni, del denaro e soprattutto del fisico sano, forte e bello che deve essere soddisfatto sempre, in tutte le sue esigenze. Abitudini nefaste: leccornie, giocattoli e lunghe ore davanti al televisore per i bambini; doni, cose e premure materiali per gli adolescenti bisognosi invece di ascolto, comprensione e affetto profondo; tutto e subito ai giovani, sempre più assetati di esperienze da brivido, per i quali nulla ha più successo dell’eccesso, bruciando le tappe, fino all’uso di sostanze stupefacenti e alcool, dentro l’insipiente gusto del proibito. Neppure gli adulti sono immuni dall’intemperanza, dalla frenesia di godere, sempre in cerca del divertimento chiassoso, nonostante la moltiplicazione dello stress e dell’insoddisfazione. Torquato Tasso annota: “Istinto delle umane genti è ciò che più si vieta, più uom desìa”. Frattanto rimane nel cuore di tutti una profonda ed inevitabile inquietudine, che ha il sapore amaro del pansessualismo e dell’eccesso. Conseguenze fallimentari: droga, alcolismo, bulimia, anoressia, tabagismo, orgoglio, arroganza, ira, prevaricazione, egoismo, solitudine, depressione, pubblicità invadente, eccessi verbali, banalità, esibizione del corpo, violenza, comportamenti sguaiati, esaltazione della trasgressione nei talk show, insulti tra i politici, bombardamento di immagini e messaggi subliminali. In una società che preferisce l’eccesso e l’urlato, l’esagerazione e l’esibizione, anche in campo religioso si cade talvolta nella spettacolarizzazione di eventi celebrativi, ricerca smodata di visioni, miracoli, messaggi e manifestazioni eclatanti, mentre il vero cammino spirituale è frutto di pazienza, formazione interiore, fedeltà quotidiana. In particolare, per quanto riguarda l’eccesso nei consumi, il Talmud, grande raccolta di tradizioni giudaiche, afferma che: “La gola ha ucciso più uomini che non la fame”. Qui si agita il variegato corteo di obesità, dieta e linea, mentre gran parte del mondo è affamata. Basterebbe ricordare la parabola del povero Lazzaro e del ricco gaudente per comprendere la dimensione morale e sociale del problema. È questione di giustizia. Occorrono moderazione e sobrietà, associata alla carità. Per questa dimensione positiva, la temperanza non è masochismo, né anoressia, né ascetismo acido e cupo. La vera felicità viene dalla pace interiore, dalla quiete, dal silenzio, dall’incontro con Dio. Lo dice Sant’Agostino, forte della sua esperienza personale: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato... Mi hai abbagliato e hai finalmente guarito la mia cecità, mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace… È inquieto il nostro cuore, o Dio, finché non riposa in Te”. Lo scrive anche il grande poeta indiano Tagore: “O luce divina che riempi il mondo, solo tu puoi addolcire il cuore umano”. Rimane ancora valido l’antico adagio: in medio stat virtus. Gli estremismi sono sempre dannosi. San Benedetto riteneva la “giusta misura” la madre di tutte le virtù, superarla significa subirne il contraccolpo negativo, il cosiddetto effetto boomerang. Non si vive per mangiare, ma si mangia per vivere. Prendere il cibo e mangiarlo per saziarsi non è di per sé un fatto tipicamente umano: lo fa anche l’animale. Ma prendere il cibo per condividerlo e mangiarlo insieme è un gesto proprio dell’uomo, è un segno d’incontro, comunicazione, condivisione, conoscenza, dialogo, socializzazione, è un segno di festa e di cultura. Moderazione nel cibo ma anche nella parola, evitando parole vuote, inutili, false, rozze, volgari e brutali, facendo attenzione anche allo stile perché “lo stile è l’uomo”, dice Buffon. Certe battute cattive, salaci, graffianti e mordaci generano ferite e rancori. Occorre un maggiore autocontrollo, cosa difficilissima. Il filosofo Spinoza dice che gli uomini “non governano nulla con maggiore difficoltà della lingua”. Infatti la lingua più parlata del mondo è “a vanvera”. Miliardi di parole, ogni giorno c’investono, soffocano, rattristano, trafiggono. Saper parlare è uno dei più grandi doni. E perché l’uomo non dica troppi spropositi, Dio gli ha donato dieci dita per ricordare i suoi saggi consigli: “Che la tua prima parola sia buona, la seconda sia vera, la terza sia giusta, la quarta sia generosa, la quinta sia coraggiosa, la tua sesta parola sia tenera, la settima sia consolante, l’ottava sia accogliente, la nona sia rispettosa, che la tua decima parola sia saggia. Poi taci!”. Alla Vergine Maria, cattedrale del silenzio, dove la Parola si fa Carne, chiediamo di essere ammessi alla Sua scuola, per riempire il cuore di equilibrio, stupore e amore. Sant’Ignazio d’Antiochia scrive: “Si educa attraverso ciò che si dice, di più attraverso ciò che si fa, ancora di più attraverso ciò che si è”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.2/ del 27/1/2012)



A piedi nudi - Cosa ricordo di Bettina Tozzi

Ho conosciuto personalmente la carissima Bettina e conservo di lei un indelebile ricordo. Nel 1984 dal popoloso quartiere del Rione Libertà in Benevento fui inviato dai superiori a Sassinoro come parroco del paese e rettore del santuario diocesano di Santa Lucia. Più volte durante l’anno don Franco Tozzi, parroco di Reino, mi invitava a celebrare a predicare in quella comunità, soprattutto per la festa del patrono Sant’Antonio da Padova e per la Veglia Eucaristica nella sera del Giovedì Santo. Tra la numerosa folla, al primo posto, raccolta in preghiera, silenziosa, attentissima vedevo sempre puntualmente Bettina. Terminata la Celebrazione si complimentava per la predica, riempendomi di ringraziamenti ed incoraggiandomi a parlare sempre così, con fervore e franchezza. Quando poi venivo a Benevento per l’insegnamento della teologia nello Studio Teologico e nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose, spesso la vedevo scendere lungo il Viale degli Atlantici a piedi nudi, d’inverno come d’estate, mi fermavo per salutarla e soprattutto per ascoltarla, conquistato dal suo solare e pacificante sorriso. Mi esortava a rimanere fedele all’abito talare, a vivere con gratitudine il dono del sacerdozio ed a crescere sempre più nella devozione e nell’amore alla Madonna che sapeva essere il più grande amore della mia vita e della mia missione. Apriva di sovente il suo cuore a confidenze più intime, pur conservando un temperamento schivo e riservato, raccontandomi esperienze soprannaturali che conquistavano l’anima mia, accrescendo in me stima e la venerazione verso questa creatura limpida e meravigliosa, fatta più di Cielo che di terra. Diceva che il signore ad un certo punto della vita le aveva aperto gli occhi, l’aveva attratta fortemente e soavemente a Sé, istruendola  poi interiormente e guidandola per tanti anni. Aggiungeva che dopo aver ascoltato tante voci ed accolto tanti buoni consigli ora ascoltava Lui solo! Voleva essere povera come Gesù e vivere come San Francesco, Santa Chiara ed i tanti santi della nostra meravigliosa terra sannita, santi che contemplava e invocava ogni giorno peregrinando da una chiesa all’altra in città, come in provincia ed anche in paesi più lontani. Mi confidava che i familiari non avevano capito e neppure avevano gradito la sua peculiare vocazione. Anche tra le Stimmatine di Chiusi della Verna e le Clarisse di Fiesole aveva esperimentato l’amarezza della solitudine e dell’incomprensione, la vita comunitaria in convento era divenuta troppo comoda e tiepida mentre Gesù la chiamava a scegliere con fermezza la radicalità evangelica dei primi discepoli invitati a camminare per la strada annunciando il Regno di Dio, l’urgenza della conversione, l’umile pentimento dei peccati, andando come agnelli in mezzo ai lupi, non portando borsa, né sacca, né sandali, nutrendo in Dio la stessa fiducia degli uccelli del cielo e dei gigli dei campi che la Provvidenza divina nutre e veste senza preoccupazione e senza affanno alcuno. In questa scelta audace che profuma tutta di Vangelo aveva dovuto imparare l’arte della lottatrice per difendersi dall’opera persuasiva dei familiari, suore, parenti, amici, vescovi  e sacerdoti che volevano ricondurla ad una vita ordinaria, senza le asprezze di una vita esageratamente sacrificata. Gesù invece l’ha chiamata ad una vita straordinaria di amore vissuto gioiosamente tra povertà e penitenza. Aveva dovuto imparare a lottare con caparbietà anche contro il demonio che non le risparmiava tentazioni di ogni genere e soprattutto lottava per strappare anime all’Inferno. Voleva espiare per i peccatori e per i sacerdoti. Aveva un quadro chiaro e drammatico della crisi interna che stava scuotendo dalle fondamenta la Chiesa, era molto preoccupata per la superficialità spirituale di molti Pastori. Diceva: “La Chiesa sta per crollare ma io non ho tanta forza per reggere le colonne”. Gli scandali emersi recentemente danno pienamente ragione a questa creatura penitente. Voleva poi porre un argine alla scandalosa piaga dell’aborto con la preghiera di riparazione e l’opera tenace di evangelizzazione, avvicinando soprattutto le giovani madri che bussavano al reparto d’interruzione della gravidanza. Amava pregare nelle famiglie riconoscendo il ruolo insostituibile di questa nell’opera educativa dei bambini e dei giovani. Non era mai sola, neppure dell’ora della lotta e del dolore, e sempre immersa nel soprannaturale, le anime del Purgatorio, da lei aiutate, venivano a consolarla. La Madonna e l’Angelo custode erano sempre accanto a lei. Si commuoveva nel mentre recitava con ardore le Ave Maria. Trovava rifugio e tanta forza nella Messa quotidiana e nell’Adorazione Eucaristica. In ginocchio, dalla porta della chiesa fino all’altare, per baciare il gelido pavimento e adorare la divina presenza  dell’amato Sposo dell’anima sua. Chiedeva pubblicamente perdono in chiesa a tutti i presenti, dopo averne ottenuto il permesso dal sacerdote. Uno schiaffo alla presunzione e all’orgoglio a tutti noi. Umile, schiva, non amava parlare di sé, mai voleva essere al centro dell’attenzione. Mingherlina, fragile, abito lungo, ampio fazzoletto nel sul capo, il Crocefisso sul petto e il rosario in mano, incompresa dalla maggioranza dei Pastori e dei fedeli schiacciati dalla pervasiva mentalità edonistica e consumistica, avanzava a piedi nudi, con passo agile, quasi a muovere una danza di lode al Creatore di tutte le cose, con una forza morale immensa. Amava il grande libro della natura che del grande Dio canta la gloria e gioiva nel guardare il cielo. Viveva in modo eroico le virtù teologali della fede, della speranza e dell’amore e negli ammalati, che serviva ogni giorno gratuitamente, toccava le carni santissime di Gesù Cristo. Possedeva in misura traboccante quella che i Padri della Chiesa definiscono la “regina delle virtù”, l’umiltà e accanto a questa la semplicità. Il suo volto radioso ed il luminoso sorriso sempre sulle labbra, una splendida finestra del mistero di Dio su ogni incontro, su ogni fraterna relazione. Il tratto sempre delicato. Dolcissima nei modi. Sommessa nel linguaggio. Piccola e premurosa madre degli ammalati. Una piccola santa animata da un perenne atteggiamento oblativo, paziente, generoso. Qualcuno l’ha giustamente definita “la Madre Teresa del Sannio”. Sgorgano dal mio animo, come da una sorgente che straripa, ricordi senza fine che vorrebbero rivelare l’incandescenza di un’anima conosciuta in profondità anche nel Sacramento della Confessione. Mi si impone l’obbligo del segreto. Allora semplicemente affido ad alcuni aggettivi il mio desiderio: voce dolce, animo docile, foriera di pace e tranquillità, restia nel farsi fotografare, dolcissima ed austera, umilissima ed energica, religiosità sconfinata, fede inaudita, umile, riservata, essenziale, radiosa, luminosa, forte, mite, dedizione, discrezione, nomade, eremita, penitente, misericordiosa, contenta, discreta, pronta al perdono, sempre guidata dal Signore, a piedi nudi in terra, ora nel Cielo cammina sulle rose. silenziosa, ricamatrice eccezionale, sorriso mesto, piedi nudi, polverosi e lividi, in perenne, silente pellegrinaggio nella vita alla ricerca del Volto di Dio, assetata di perfezione per consolare il suo Crocefisso Amore. Ed un ultimo ricordo, legato ad un rammarico, per la mia incapacità a riconoscere prontamente che quanto è stoltezza per il mondo davanti a Dio è follia d’amore. Si era nel tardo pomeriggio, salivo in macchina al Santuario di Santa Lucia in Sassinoro, la incontrai lungo la strada che per cinque chilometri dal paese conduce al Monte Rotondo, mi fermai per raccogliere il dono del suo celestiale sorriso, le offrii con entusiasmo un passaggio, fiero di accoglierla nella mia auto. Con estremo garbo disse grazie ma rifiutò. La vidi giungere al tramonto del sole, volle confessarsi, poi partecipò con fervore alla Messa. Dopo la Celebrazione Eucaristica mi chiese il favore di poter rimanere per tutta quella notte in Santuario a pregare, per poi riprendere il cammino di buon mattino. Dissi che il Santuario si trova  a mille metri di altezza, che il freddo di notte diventa ancora più pungente e insopportabile ma, che poteva rimanere a dormire in una cella del convento del Santuario, senza alcun problema. Non accettò la mia proposta. Io rimasi fermo nella mia proposta spinto unicamente da spirito di accoglienza e carità. Mi baciò la mano e con volto triste si accomiatò riprendendo il suo cammino a piedi nudi nel buio della notte.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.1/ del 13/1/2012)


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