LA VOCE DELLA CHIESA

Rubrica a cura di Mons. Pasquale Maria Mainolfi

2009 2008 2007 2006


Maestri e testimoni della fede del Mezzogiorno d'Italia
Il Cardinale Salvatore De Giorgi a San Giorgio la Molara

Le lacrime del Papa e il don Camillo di Guareschi

Sant'Egidio e il nuovo libro di Padre Salvatore

Accidia peccato capitale
Il capolavoro di Padre Pio
Preti e pedofilia: dalla sofferenza alla speranza
Perché la pedofilia
Risorgimento e verità
Tra mamma e papà il giudice
La Sacra Sindone soggiornò a Montevergine
Medjugorie ad una svolta
Storia di una fondazione nel libro di Dionisio Pascucci
Quando il Vescovo viene in Visita Pastorale


Maestri e testimoni della fede del Mezzogiorno d'Italia

Benedetto XVI, incontrando i giovani nella cattedrale di Sulmona lo scorso 4 luglio ha detto: “La gente di questa vostra terra, in passato, non aveva molti mezzi per studiare, e nemmeno per affermarsi nella società, ma possedeva ciò che rende veramente ricco un uomo e una donna: la fede e i valori morali. E’questo che costruisce le persone e la convivenza civile”. Poi il Pontefice ha aggiunto: “La memoria storica è veramente una ‘marcia in più’ nella vita, perché senza memoria non c’è futuro. Una volta si diceva che la storia è maestra di vita! La cultura consumistica attuale tende invece ad appiattire l’uomo sul presente, e fargli perdere il senso del passato, della storia; ma così facendo lo priva anche della capacità di comprendere se stesso, di percepire i problemi, e di costruire il domani. Quindi, cari giovani e care giovani, voglio dirvi: il cristiano è uno che ha buona memoria, che ama la storia e cerca di conoscerla”.
La meravigliosa terra del Mezzogiorno d’Italia è ricca di nobili tradizioni ma per non crescere senz’anima bisogna educare le nuove generazioni ai grandi valori religiosi, spirituali e culturali. La identità di questa terra conosce ed esperimenta da secoli il primato di Dio, della famiglia, della comunità, della giustizia e della pace. Bisogna aiutare anche i giovani ad entrare in questo fiume della memoria storica, che genera vita, impegno, solidarietà e speranza nel presente, che è difficile ma insieme anche affascinante.
Grumo Nevano è un paese antico ma aperto all’effervescenza del nuovo; un paese che conosco da molti anni grazie all’amicizia cordiale e sincera che mi riserva il notissimo Mons. Alfonso d’Errico, originario di Grumo Nevano e Arciprete della Basilica Pontificia di San Tammaro vescovo. Mons. D’Errico è un Pastore illuminato, gioioso e paziente, sempre attento al popolo affidatogli, audace evangelizzatore nella terra natale e generoso benefattore della lontana terra d’Africa.
Ed eccoci alla preziosa ricerca storica di cui egli è autore “A Dio, alla Chiesa, al popolo. Maestri e testimoni della Fede nel Mezzogiorno d’Italia”, Giordano editore, Napoli, maggio 2010.
Il volume di 232 pagine è dedicato a Papa Benedetto XVI, a tutti i sacerdoti e ai genitori dell’autore. È impreziosito dalla presentazione del Card. Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli e dell’Arcivescovo di Aversa Mons. Mario Milano. L’opera raccoglie i profili biografici di luminose figure di Pastori della Regione Campania e dell’Italia meridionale, pubblicati negli anni scorsi dall’Osservatore Romano e da Nuova Stagione; tra questi mi colpiscono particolarmente coloro che hanno guidato la Chiesa Beneventana o che da essa hanno avuto i natali: Alessio Ascalesi, Antonio Teutonico, Pasquale Venezia, Carlo Minchiatti e Gastone Mojaiski-Perrelli.
Lo spunto per questa composizione viene offerto all’autore da una mia recente pubblicazione dal titolo “Maestri e Sentinelle. Cento profili di preti beneventani”.
La pubblicazione di Don Alfonso giunge a conclusione dell’Anno Sacerdotale voluto dal Santo Padre Benedetto XVI, al termine di un anno liturgico vissuto nel nome di San Pietro Celestino V, con la peregrinatio delle sue reliquie nelle diocesi di Abruzzo e Molise, e nel mentre la Chiesa italiana si accinge a realizzare il suo progetto pastorale nel segno della “sfida educativa”.
E’ un’idea veramente originale e degna di ogni apprezzamento fare la storia di una terra e di una comunità cristiana attraverso i suoi Pastori. La felice intuizione fa emergere la profonda comunione fra questo popolo e le sue guide generose. Padri, maestri, fratelli, e soprattutto “segnaletiche divine” fra la gente credente o diffidente, nel succedersi di epoche spesso drammatiche, nelle gioie e nei dolori. È certo che si comprende una storia quanto più si afferra il disegno di Dio che in essa si manifesta.
Il popolo plaude all’iniziativa e rende onore a questi illustri personaggi perché ama, con sentimenti di speciale gratitudine questi consacrati del Signore, sempre al servizio della gente.
Gli emigrati meridionali, presenti in ogni angolo del mondo, avvertono l’esigenza di raccontare ai figli e ai nipoti ove sono le loro robuste radici.
Dunque dal passato scaturisce la nostra storia, ma anche il nostro presente e la forza del nostro futuro.
La presente pubblicazione oltre all’orgoglio per l’appartenenza e l’identità offre l’occasione per riscoprire la personalità degli illustri benefattori del nostro tormentato Sud Italia, ammirando le opere di pietà e carità da essi compiute.
Una galleria di ritratti di apostoli infaticabili, di testimoni luminosi e coraggiosi, che hanno saputo coniugare contemplazione e azione, amore totale a Cristo e dedizione senza riserva all’uomo, con una fedeltà incondizionata alla Chiesa. Creature impastate di Cielo che hanno aperto le braccia alla Croce, hanno operato per la giustizia, hanno rinnovato il territorio, hanno portato la speranza, hanno costruito il Regno sulle strade del mondo, che si sono consumate per illuminare il popolo ad esse affidato. Sono perciò un esempio, un segno, una luce che brilla fuori e dentro la Chiesa.
Ora la loro memoria resterà viva nel popolo cristiano e la loro ricca eredità sarà prezioso patrimonio per tutti.
La Vergine Maria, Madre della Chiesa e Stella della nuova evangelizzazione, custodisca con materno amore tutti i consacrati e susciti ancora in queste nostre contrade numerosi operai per la vigna del Signore.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.14/ del 16/7/2010)


Il Cardinale Salvatore De Giorgi a San Giorgio la Molara
per l’incoronazione dell’icona della Madonna delle Grazie

San Giorgio La Molara conta 3.087 abitanti. Ritrovamenti archeologici attestano la frequentazione in epoca romana, ma l’abitato si sviluppa come luogo fortificato solo in età normanna; feudo dei Gaetani, dei Carafa e dei Caracciolo.
Ferdinando IV di Borbone sottrasse poi queste terre al potere feudale, donandole al Cardinale Fabrizio Ruffo, i cui familiari lo conservarono fino all’abolizione dei diritti feudali. Di particolare interesse storico – artistico – ambientale: il centro storico, le chiese, il Santuario dedicato a Nostra Signora di Fatima ed il bellissimo lago. Nel 1909 l’abate Gaetano Maria Parente, insieme a Nicola Grande, priore della confraternita “Maria Santissima delle Grazie”, fece richiesta al Capitolo Vaticano di incoronare la venerata immagine della Madonna delle Grazie, custodita nella chiesa abbaziale di San Pietro Apostolo. L’iniziativa suscitò intenso entusiasmo nel popolo e circa duemila persone si iscrissero alla confraternita che all’epoca si giovava della guida spirituale di Don Andrea Paradiso. Il primo luglio del 1910 avvenne la solenne incoronazione dell’immagine mariana che esce in processione ogni 25 anni. Memorabile la processione che risale alla prodigiosa liberazione dal colera nel 1837.
La vetusta chiesa abbaziale di San Pietro crollò in seguito al sisma del 1980, ma il popolo non ha smesso di venerare la preziosa immagine nella nuova chiesa costruita al posto di quella distrutta. Nel 1920 una mano sacrilega asportò dall’immagine la sacra corona. A 100 anni dalla prima incoronazione, il parroco don Luigi Ulano, il viceparroco don Luigi Colucci, il seminarista Claudio Moffa, la confraternita, il comitato e i fedeli più sensibili hanno pensato di commemorare lo storico evento raccogliendo tra i fedeli una cospicua quantità di oggetti in oro per restituire alla sacra icona una degna corona.
Dal 23 al 30 giugno presso il Santuario della Madonna di Fatima si svolgerà un solenne novenario di preparazione sulle virtù teologali di fede, speranza e carità per aiutare il popolo ad amare Dio, eterna sorgente dell’amore. Si alterneranno di sera in sera, dopo il rosario e le confessioni, padre Domenico Tirone, frate minore, padre Giacomo Cotoia, della comunità mariana “Maria stella dell’evangelizzazione” e mons. Pasquale Maria Mainolfi, direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Benevento. Giovedì primo luglio giungerà in paese l’eminentissimo signor Cardinale Salvatore De Giorgi, accolto dal parroco, dal sindaco e dal popolo festante. Dopo la solenne concelebrazione eucaristica e la incoronazione della venerata icona, la breve processione verso la chiesa di San Pietro, intronizzazione del quadro e scoprimento della lapide commemorativa. I concerti bandistici “città di Molinara” e “città di Sassinoro”, la processione aux flambeaux per le vie del paese, la consacrazione alla Madonna, lo spettacolo di musica popolare, l’illuminazione artistica delle strade ed i fuochi d’artificio animeranno l’indimenticabile evento centenario.
Il Cardinale Salvatore De Giorgi, Arcivescovo emerito di Palermo, è nato a Vernole (Lecce) il 6 settembre 1930. È ordinato sacerdote il 28 giugno 1953 da Mons. Francesco Minerva, Vescovo di Lecce, del quale è stato segretario sino al 1958, svolgendo altri incarichi associativi come assistente diocesano dei Fanciulli cattolici, della FUCI, dell'UCIM, della Gioventù studentesca e degli Scout. Il 12 ottobre 1958 viene destinato alla guida della parrocchia di Santa Maria delle Grazie in Santa Rosa a Lecce, ufficio svolto sino al 1973. Dal 1961 al 1966 è anche assistente diocesano del Movimento maestri di AC e assistente provinciale dell'AIMC. Dal 1969 è delegato e poi vicario per la pastorale diocesana e direttore dell'Ufficio pastorale diocesano. Dal 1972 è membro dell'Istituto pastorale regionale. Per vent’anni ha insegnato religione in diverse scuole superiori statali e non statali di Lecce. Il 21 novembre 1973 è nominato da Paolo VI Vescovo titolare di Tulana e ausiliare del Vescovo di Oria; riceve l'ordinazione episcopale nella cattedrale di Lecce il 27 dicembre 1973. Il 29 novembre 1975 viene nominato coadiutore con diritto di successione della diocesi di Oria della quale diventa Vescovo il 17 marzo 1978. Il 4 aprile 1981 viene promosso dal Papa Giovanni Paolo II alla Chiesa metropolitana di Foggia, alla quale sono unite «in persona episcopi» le diocesi di Bovino e di Troia. Con la ristrutturazione della diocesi, dal 30 settembre 1986 diventa Arcivescovo metropolita di Foggia-Bovino. Il 10 ottobre 1987 viene trasferito alla Chiesa metropolita di Taranto. Il 2 febbraio 1990 viene nominato Assistente ecclesiastico generale dell'Azione Cattolica Italiana, per cui lascia l'Arcidiocesi di Taranto della quale l'11 maggio 1990 diventa Arcivescovo emerito. Nel 1991 è nominato assistente del Forum internazionale dell'Azione Cattolica. Il 4 aprile 1996 viene destinato alla guida dell'Arcidiocesi di Palermo dove fa il suo ingresso solenne il 25 maggio. Nel settembre dello stesso anno viene eletto presidente della Conferenza episcopale siciliana. Caratteristica del suo ministero pastorale è stata l’accentuazione dell’aspetto spirituale, l’impegno per la formazione del Clero, la promozione del laicato. Ha organizzato pastoralmente l’Arcidiocesi attraverso il coordinamento dei diversi Centri Pastorali Diocesani e un più organico rapporto tra questi e i Consigli Pastorali Parrocchiali.
Attento al dialogo ecumenico e interreligioso, è stato anche particolarmente sensibile ai problemi sociali, soprattutto quelli riguardanti la famiglia, i giovani e la tutela della vita, ed ha rivolto speciale attenzione alle diverse realtà legate al disagio e all’emarginazione. Forte il suo richiamo alle autorità civili, nazionali e regionali per il varo di provvedimenti sul fronte occupazionale. Costante nei suoi interventi l’invito rivolto agli organi di informazione affinché sottolineino "le tante luci" della realtà palermitana e siciliana, "certamente prevalenti sulle ombre che esistono e che vanno debellate", come non si è stancato mai di ripetere nei confronti della malavita organizzata e non, soprattutto di quella mafiosa, che ha combattuto energicamente col suo costante magistero, ma della quale ha rifiutato la generalizzazione e l’identificazione con la Città. Sempre ha dimostrato particolare sollecitudine verso gli ammalati e i sofferenti, e proprio per questo nel 2003 ha ricevuto, dalla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Palermo, la Laurea Honoris Causa in Medicina e Chirurgia. Già donatore di sangue, è iscritto all’AIDO e ha dato l’assenso per la donazione dei suoi organi post mortem. Per far sentire la vicinanza della Chiesa palermitana agli emigrati, ha visitato le comunità italiane di Melbourne in Australia, di Chicago e Milwaukee negli Stati Uniti d’America, di Toronto in Canada e di Londra in Inghilterra. In seno alla CEI è stato: segretario della Commissione liturgica; segretario e poi membro della Commissione per la dottrina della fede, la catechesi e la cultura; presidente del Comitato per l'Anno mariano; membro del Comitato scientifico e organizzatore delle settimane sociali; presidente della Commissione episcopale per il laicato, e presidente nazionale della Federazione italiana esercizi spirituali (FIES).
Giornalista-pubblicista, è autore di varie pubblicazioni, tra cui: Le meraviglie del Regno, LEV, Città del Vaticano 1989; L'Assistente per un'AC protesa alla nuova evangelizzazione, AVE, Roma 1991; Riscopriamo la nostra ministerialità, AVE, Roma 1992; A trent'anni dal concilio Vaticano II verso il grande Giubileo del 2000, AVE, Roma 1995; L'Azione cattolica in cammino col Papa, AVE, Roma 1995. Arcivescovo emerito di Palermo, 19 dicembre 2006. Da Giovanni Paolo II creato e pubblicato Cardinale nel Concistoro del 21 febbraio 1998, del Titolo di S. Maria in Ara Cœli. È Membro: delle Congregazioni: per il Clero; per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti; per i Vescovi; dei Pontifici Consigli: per i Laici; per laFamiglia

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.13/ del 2/7/2010)


Le lacrime del Papa e il don Camillo di Guareschi

Il prete, dopo di Dio, è tutto. Egli è un altro Gesù Cristo per la vita del mondo. Lo aveva capito a meraviglia san Giovanni Maria Vianney, umile curato di Ars in Francia. Nel 150° anniversario della sua morte il Papa, Benedetto XVI, ha indetto un Anno Sacerdotale per favorire la tensione dei sacerdoti verso la perfezione spirituale dalla quale soprattutto dipende l’efficacia del loro ministero. L’Anno speciale ha avuto inizio il 19 giugno 2009 e si è concluso l’11 giugno 2010 nella solennità del Sacro Cuore.
Il patrono di tutti i parroci è stato proclamato da Papa Ratzinger patrono di tutti i sacerdoti del globo. L’umile parroco del piccolo villaggio di Ars ha reso “visibile” l’Amore di Dio. Qui sta tutta la sua sorprendente attualità. Ogni sacerdote è chiamato ad essere la trasparenza e la visibilità dello stesso Amore divino in un uomo che da quell’amore si fa interamente penetrare e plasmare. E’ stato un tempo di grazia ed un invito coraggioso perché i preti tornino all’essenziale per trasformare il cuore e la vita di quelle persone con la loro limpida testimonianza di fedeltà a Cristo e generoso servizio ai fratelli.
Tante le iniziative nelle varie diocesi. Mille sacerdoti dal 27 settembre al 3 ottobre ad Ars per un Ritiro internazionale. A fine maggio 2010 il messaggio di gratitudine ai 49.023 sacerdoti italiani da parte dei vescovi del nostro Paese: “Noi siamo fieri di voi!”, ed ancora l’invito “ad andare avanti, a non adagiarsi sulle comodità, a non lasciarsi distogliere dall’essenziale, a non rassegnarsi a ciò che è solo abituale nel ministero”. In questo speciale anno di grazia è esploso il drammatico fenomeno degli abusi sui bambini perpetrati anche in seno alla Chiesa cattolica. La situazione estremamente grave ha scosso l’Europa. Il Papa ha reagito alla valanga di accuse con coraggio profetico, invocando la piena verità che rende possibile un nuovo inizio, un sincero cammino di purificazione e  pentimento e la piena giustizia che restituisce fiducia e genera rinnovata credibilità. Una coltre di vergogna e segretezza ha favorito per troppo tempo l’ingiustizia! Lo sgomento ha invaso la nostra anima. Ora c’è ovunque sete di giustizia.
Nella sua audacia disarmante il Papa: ha riconosciuto la gravità del male commesso da preti e religiosi invitandoli ad assumersi le loro responsabilità, ha condannato il modo sbagliato con cui è stata gestita la vicenda per paura dello scandalo da parte di alcuni vescovi, ha espresso tutto lo sgomento per i fatti accaduti fino a piangere a Malta durante l’incontro con le vittime che ha paternamente abbracciato per curare le loro ferite, ha preso i necessari provvedimenti perché i fatti accaduti non si ripetano mai più ed infine ha affermato: “So che nulla può cancellare il male che avete sopportato, è stata tradita la vostra fiducia e, la vostra dignità, è stata violata”.
Ora la Chiesa cammina sul sentiero del pentimento, della penitenza e della purificazione. Le lacrime del Papa a Malta hanno colpito tutti. Il Papa soffre per una vicenda di cui non ha nessuna colpa. Tutti gli hanno manifestato affetto, stima e solidarietà. Veramente questo Papa è una sorgente di rinascita. La sequenza degli eventi è stata rapida e coinvolgente: il dramma delle vittime, l’esigenza di giustizia, la risposta di Benedetto XVI. Nella vicenda degli abusi che ha ferito la Chiesa, proprio nell’Anno Sacerdotale, c’è una possibilità di conversione per tutti che passa attraverso l’abbraccio paterno del Papa.
A conclusione dell’Anno Sacerdotale circa 15.000 preti hanno concelebrato l’Eucaristia col Papa in Piazza San Pietro, consacrandosi alla Vergine Maria, Mamma di Gesù Sacerdote e Regina degli Apostoli, perché oggi, più di ieri, la vita del sacerdote deve riflettere storicamente e concretamente la vita di Cristo. Occorrono tanti don Camillo, come il personaggio uscito dalla fantasia e del cuore di Giovannino Guareschi: un don Camillo che non delude, perché vero, schietto, senza maschere, libero da ipocrisie, privo di doppiezze, amico della verità, innamorato del Crocifisso, munito di Breviario, uomo coraggioso, sempre con le tasche vuote, artista della predicazione, rispettoso della devozione popolare, inseparabile dalla sua gente, nemico dei bigotti, con i piedi per terra, felice di vivere, diverso, sorprendente, imprevedibile, inedito, non immune da difetti, ma pure equipaggiato di virtù che lo rendono “un prete come si deve” o “un prete che ... ce ne fossero!”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.12/ del 18/6/2010)


Sant'Egidio e il nuovo libro di Padre Salvatore

In questi giorni Padre Antonio Salvatore ha pubblicato la sua ultima ricerca storica: “Il convento dei cappuccini di S. Egidio in Montefusco. Luogo di uomini, santi e grandi”, Edizioni Delta 3, Foggia 2010, pp. 481, euro 25.
Innanzitutto l’autore. Antonio Salvatore, religioso cappuccino dal 1958 e sacerdote dal 1966, è nato a Carife (Av) il 30 ottobre 1940, ultimo di tre figli di Francesco Paolo Salvatore e Giovannina Laezza, dai quali apprende una grande passione per la verità e per la lealtà ed un vero senso cristiano della vita. A 12 anni entra nel seminario serafico di Gesualdo e vi frequenta le scuole medie. Dopo il ginnasio a S. Elia a Pianisi (Cb) entra in noviziato a Morcone nel 1957, prosegue gli studi liceali a Montefusco e quelli filosofico – teologici a Foggia, Bari e Campobasso. È ordinato presbitero dall’Arcivescovo di Campobasso Alberto Carinci. Consegue la licenza in teologia presso i Gesuiti di Posillipo e la laurea in lettere classiche presso l’università cattolica Sacro Cuore di Milano. Insegna latino, storia e religione. Attualmente insegna storia della chiesa presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Redemptor hominis” di Benevento ed è guardiano del convento S. Egidio in Montefusco che, dalla fine di novembre 1908 a metà maggio 1909, accolse fra le sue mura San Pio da Pietrelcina.
Antonio Salvatore è appassionato cultore di storia locale. Ha a suo carico diverse e interessanti pubblicazioni: una puntuale storia di Aeclanum, della presenza dei cappuccini a Montefusco, del monastero di S. Caterina in Montefusco, della chiesa di San Bartolomeo in Montefusco, di Padre Pio a Montefusco, di Padre Bernardo da Gallo, dei cappuccini e Padre Pio in Morcone e sulla cittadina di Montefusco, celebre capoluogo del Principato Ultra nel Regno di Napoli fin dai tempi di Carlo d’Angiò. Nonostante il poderoso impegno culturale e didattico il frate cappuccino sorprende per la disarmante semplicità francescana e per l’amore appassionato che porta all’incantevole terra irpina di cui parla con accenti esaltanti e contagiosi, pur definendosi “umile candela invisibile e smorta nel meriggio irpino”.
Con questa ultima pubblicazione Padre Antonio ha innalzato un intramontabile monumento a Montefusco e al convento dei cappuccini di S. Egidio ivi ubicato. Racconta quattro secoli di presenza dei cappuccini in 25 poderosi capitoli e con un linguaggio semplice e scorrevole, anche se corredato di significativi documenti d’archivio, documenti inediti del Municipio, stati delle anime, carte d’archivio provinciale cappuccino, foto antiche e rare, con la bella presentazione del Padre provinciale Aldo Broccato. Una particolare attenzione lo storico la riserva ai grandi personaggi passati per questo convento: San Pio da Pietrelcina, la Beata Teresa Manganiello, i futuri Papi Benedetto XIII e Leone XIII, Padre Lodovico Acernese fondatore della Congregazione delle Suore Francescane Immacolatine, grandi predicatori ed umilissimi frati del popolo, nobili e notabili, prelati e politici, intellettuali e uomini d’armi.
Con perizia e dovizia di documenti Padre Antonio ripercorre i quattro secoli di vita del convento di Montefusco portando alla ribalta i personaggi che ne hanno resa celebre la nascita, lo sviluppo e l’incidenza sul territorio fino ai nostri giorni. L’elemento che particolarmente conquista è la costatazione che i frati di S.Egidio, celebri anche per fama di santità, non vivono rinchiusi all’interno del chiostro ostinatamente impegnati a vivere l’ideale della “fuga mundi” ma inseriti pienamente nel tessuto umano, politico e religioso del territorio, tanto da creare legami profondi, vissuti anche oggi in maniera intensa e visibile attraverso tradizioni e consuetudini ormai radicate nella vita e nella religiosità della gente. Nella presentazione il ministro provinciale non nasconde il profondo legame dello storico Antonio Salvatore con questa terra, tanto che non cela “quella passione viscerale che sgorga quasi naturalmente dalle pagine del testo”. Qui viene raccontata una storia viva e movimentata, animata da figure carismatiche e da generosi lavoratori nella vigna del Signore. La penna di Antonio Salvatore è brillante e luminosa.
Tra gli anni 50 – 70 il convento ospita il liceo classico che vede passare una folla innumerevole di giovani frati studenti non solo della provincia cappuccina di Sant’Angelo, ma anche di Cosenza, Napoli e Salerno. Sono gli anni dello splendore. Poi la crisi vocazionale a partire dagli anni 80 ad oggi. Ora il convento conserva solo una presenza pastorale dei cappuccini sul territorio. Sono gli anni del declino che lo stesso autore vive da protagonista. Recentemente la comunità delle Suore Francescane Immacolatine ha occupato una parte del convento, rivivendo con operosa nostalgia gli anni splendidi in cui Teresa Manganiello, sotto la guida forte ed illuminata del Padre Acernese, scalò in fretta le vette della santità, divenendo già matura per il Cielo a soli 27 anni. Attualmente il monumento a Padre Pio e ai suoi genitori, la Chiesa piccola ma graziosa, il convento restaurato, il chiostro, la ricca biblioteca, il refettorio, la cella di San Pio, la statua della Beata Teresa Manganiello, la sala conferenze e il giardino, diventano luoghi privilegiati per la preghiera, la riflessione ed un sano turismo religioso capace di riconciliare con Dio e con il grande libro della natura che narra le opere meravigliose del Creatore.
È bello leggere su una lapide incastonata tra le rocce del convento la frase pronunciata da Padre Pio la sera dell’8 agosto 1923: “Se proprio mi dovete trasferire in qualche altro convento, desidererei andare in quello di Montefusco”. Con questo monumento più perenne del bronzo lo storico Antonio Salvatore si fa guida eccezionale per scoprire la storia, i personaggi e la ricchezza di questo luogo privilegiato dell’anima sempre assetata di bellezza.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.11/ del 4/6/2010)


Accidia peccato capitale

Si chiamano peccati o vizi capitali quelle colpe che per le loro caratteristiche sono causa di molti altri peccati. Il capo è la parte del corpo cui compete la funzione di elemento direttivo di tutto l’organismo. Si parla di peccato capitale per significare metaforicamente un principio disordinato che guida ad altri peccati. Sono sette i vizi capitali: 4 riguardano il bene apparente che attrae disordinatamente (superbia che è ansia disordinata della propria eccellenza, la gola e la lussuria, ovvero l’amore disordinato dei beni corporali, avarizia che è amore disordinato dei beni esteriori) 3 attengono al modo indebito di respingere un male o di valutare come male ciò che invece è un bene (accidia che induce a rifiutare lo sforzo necessario a conseguire un bene materiale o spirituale, invidia che è reazione al bene altrui considerato come male proprio, ira che incita a respingere in modo sproporzionato ciò che contraria la vita).
L’accidia in particolare è la tristezza o la malavoglia disordinata dinanzi allo sforzo che l’esercizio del bene implica. A motivo di questo vizio l’uomo rifugge le esigenze del lavoro, i doveri verso Dio e gli altri per coltivare la propria comodità e fuggire il sacrificio che il bene comporta. Riferita alla lotta ascetica la pigrizia si chiama accidia o tiepidezza: una tristezza spossante che deprime l’anima generando il tedio del bene divino, cioè di Dio stesso e dei mezzi che Egli ci ha dato per giungere alla salvezza. Questo vizio si oppone alla carità che gioisce dell’amicizia e dell’unione con Dio senza risparmiare sforzi per fargli piacere. L’accidia invece spinge a ricercare se stessi, a schivare lo sforzo necessario alla donazione, mette nelle condizioni di non saper amare.
Nella rivelazione si legge il giudizio di Dio: “Chi è tiepido e non è né freddo né caldo, sto per vomitarlo dalla mia bocca” (Ap 3,16). La pigrizia è la porta di molti altri vizi: difficoltà a lottare, pusillanimità davanti ai beni difficili, negligenza nell’adempimento dei doveri professionali, familiari, apostolici. La tiepidezza infine conduce alla ricerca di compensazioni nella sensualità e nella comodità: quando non c’è amore di Dio e del prossimo, il cuore umano si rimpiccolisce e si colma di affetti disordinati. Il rimedio consiste nell’intensificare l’amore di Dio e nell’accrescere diligenza e laboriosità.
In ultima analisi diventa accidioso chi è privo di ideali, sogni e speranze. Eugenio Montale, in Ossi di seppia, scrive: “Spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l’incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato”. L’accidia è un velo opaco che rende ogni cosa insopportabile, sentendosi spenti, vuoti, senza energie. E’ debolezza dell’anima priva di attrazione e desiderio di vivere perché tutto perde senso. Desolazione, impotenza, inutilità, inerzia, languore dello spirito, tedio del cuore, pesantissimo fastidio...  sono i frutti amari dell’albero dell’accidia. E’ una malattia dello spirito che rende l’anima un deserto privo di emozioni e di ideali, una catena che rallenta e appesantisce il cammino generando tristezza e scontentezza.
L’accidia e la depressione sono le conseguenze più evidenti di una cultura narcisista che fa di se stessi il centro di ogni realtà. E’il male del nostro tempo. Ci ricorda che è falso il sogno di una civiltà felice fondata unicamente sulla tecnologia e sull’abbondanza dei beni. I beni materiali non possono compensare la povertà della vita interiore e la perdita del senso di gratuità che ha invaso l’anima degli uomini e delle donne del nostro tempo. L’uomo del nostro tempo è ammalato di accidia e perciò è triste e disperato. Forse la pedofilia non è una delle ultime propaggini dell’accidia?
Occorre reagire con urgenza per non sprofondare nella desolazione e riconquistare i beni spirituali finora trascurati. Occorre stupirsi davanti alla bellezza, vivere di amore, ritornare a rendere grazie e desiderare ardentemente di fare il bene. Scrive A. Schweitzer: “Quello che tu puoi fare è soltanto una goccia nell’oceano, ma è ciò che dà significato alla tua vita”.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.10/ del 21/5/2010)


Il capolavoro di Padre Pio

E’ il titolo della mia cinquantesima pubblicazione ove in ventidue agili capitoli descrivo la biografia del Venerabile Giacomo Gaglione, nato il 20 luglio 1896 a Marcianise, primogenito di dieci figli dell’avvocato Valerio e di Amelia Novelli, morto il 28 maggio 1962 in odore di santità. Appena 66 anni di vita vissuti con un’intensità ed eroismo ammirevoli. A 16 anni, nel giorno in cui deve sostenere la licenza ginnasiale presso il liceo classico di Caserta, si gonfiano le articolazioni dei piedi e delle gambe ed avverte atroci dolori. Poi vengono colpite anche le braccia fino al punto che dev’essere imboccato. Si susseguono interventi inutili e dolorosi. Nel 1919 viene visitato dal medico beneventano San Giuseppe Moscati che ne profetizza la futura santità. Sempre nel 1919 il viaggio in treno per incontrare Padre Pio da Pietrelcina nel convento cappuccino di San Giovanni Rotondo e implorare il dono del miracolo.
Dopo la ribellione, per il crollo del sogno di ambiziosi successi sportivi e del fallito progetto di un amore divenuto impossibile, fino al minaccioso e sconvolgente urlo suicida, la guarigione avviene. Giacomo guarisce nel momento in cui cessa di voler guarire. Egli stesso scrive che al ritorno da San Giovanni Rotondo si sente miracolato più che se fosse guarito fisicamente: “Padre Pio mi fece un’operazione chirurgica, mi levò una testa e me ne mise un’altra”.
La comunione quotidiana e lo studio dell’ascetica e della mistica maturano in lui una profonda spiritualità. Dopo 17 anni di immobilità nel 1929 compie il primo di tanti pellegrinaggi a Lourdes e fonda l’associazione dell’Apostolato della Sofferenza per convincere i malati che sono i prediletti del Signore. Nel 1952 nasce il periodico Ostie sul mondo. Giacomo scrive più di tremila lettere all’anno con una media di dieci lettere al giorno. Illumina, conforta, incoraggia e sostiene con la parola, la penna, l’arte della pittura, la preghiera e soprattutto con l’eroica testimonianza che lo rende capace di una gioia contagiosa. Il 20 ottobre 1961 esce il suo ultimo libro: Cinquant’anni di croce per saper sorridere, nel 50° della sua croce.
Padre Pio continua ad assistere e guidare l’amato figlio spirituale anche col dono di frequenti bilocazioni. Aumentano le sofferenze ed il corpo privo di appetito si consuma. Giacomo chiede a Padre Pio di voler morire prima di sua madre e nel mese della Madonna. Lo stimmatizzato sannita gli comunica che anche questa grazia è stata accordata. Giacomo Gaglione muore infatti il 28 maggio 1962. Il giorno delle esequie è un trionfo. La forza pubblica a stento riesce a trattenere la folla. Il popolo esce dalle case per venire a rendere l’ultimo omaggio ad un crocefisso vivente che ha donato a tutti consolazione. Nel 1964 per volontà del popolo e delle autorità ecclesiastiche e civili la salma viene traslata nella chiesa parrocchiale di Capodrise ove ancora è venerata. Nel 1968 incomincia il processo diocesano per la canonizzazione. Il 3 aprile 2009 Benedetto XVI promulga il decreto sull’eroicità delle virtù dichiarando Giacomo Gaglione: Venerabile.
La biografia che ho scritto  con impegno e trasporto è resa più preziosa dalla prefazione del Cardinale José Saraiva Martin, Prefetto emerito della Congregazione delle Cause dei Santi ed è stata pubblicata dalle Edizioni Segno di Udine. Le immagini più significative del futuro Beato accompagnano queste pagine di luce e di consolazione, capaci di dimostrare la fecondità del dolore in un’esistenza divenuta Via Crucis e Via Lucis fino al vertice dell’Amore: “Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2,20). Ora è possibile trovare il volume anche presso la Libreria Giovanni Paolo II o la Parrocchia di San Gennaro in Benevento.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.9/ del 7/5/2010)


Preti e pedofilia: dalla sofferenza alla speranza

La pedofilia, è davvero una piaga particolarmente estesa nel clero cattolico? Occorre distinguere fra realtà e mistificazione. Non sorprende il fatto che, quando a essere protagonista di gesti sessuali o semplicemente di “molestie sessuali” nei confronti di minorenni è un sacerdote o un religioso, è immancabile l’amplificazione nei media, il rilievo dato alla notizia ed il commento particolarmente pesante. Spesso i pettegolezzi, dannosi per la dignità della persona, sono privi di ogni serietà. Alcuni sociologi negli Stati Uniti hanno prodotto pubblicazioni per accreditare la tesi secondo cui la Chiesa cattolica registra, soprattutto nel Nord America, una percentuale di pedofili più elevata nel clero e nei religiosi, rispetto alle altre confessioni.
Si devono allora precisare alcuni punti fermi: non è in questione l’esistenza del fenomeno ma la sua consistenza; mancano statistiche fondate ma esistono solo quelle arbitrarie; la percentuale più alta di casi portati in tribunale con successo risulta effettivamente a carico della Chiesa cattolica soltanto perché studi legali e grandi società assicurative sanno che per il risarcimento dei danni possono attingere alle ricche casse delle diocesi mentre là dove ogni comunità è autonoma le possibilità finanziarie sono molto modeste; a tutto questo si aggiunge un anticattolicesimo latente in settori importanti della società nordamericana, insieme ad una mentalità liberal che considera celibato o voti religiosi non politicamente corretti.
Lo scandalo di sacerdoti pedofili esploso negli Usa agli inizi del 2000 e l’intervento eccezionale della Santa Sede e dello stesso Pontefice, hanno occupato sui media dei Paesi occidentali spazi sproporzionati, favorendo uno scandalismo che ha fatto assumere nell’opinione pubblica dimensioni artificiosamente gonfiate e deformate a tutta la vicenda, con danni gravissimi alla credibilità della Chiesa cattolica.  Nel discorso ai responsabili di 7 dicasteri della Curia romana ed a 13 cardinali statunitensi, il 23 e 24 aprile 2002 in Vaticano, Giovanni Paolo II, prima di rinnovare la condanna severa dei fatti, qualificati come “un peccato orrendo agli occhi di Dio”, affermò: “la gente deve sapere che nel sacerdozio e nella vita religiosa non c’è posto per chi potrebbe far del male ai giovani”, aggiungendo infine: “non dobbiamo dimenticare l’immenso bene spirituale, umano e sociale, che la maggioranza dei sacerdoti e religiosi negli Stati Uniti hanno compiuto e stanno tuttora compiendo. Una grande opera d’arte può essere intaccata, ma la sua bellezza rimane; questa è una verità che ogni cristiano intellettualmente onesto deve riconoscere”.
Una situazione non meno pesante si è verificata in Canada. Importantissima appare quindi, soprattutto in questo momento storico, la formazione dei candidati al sacerdozio per una riuscita “integrazione” unitaria della persona. La violenza sessuale su un minore da parte di un sacerdote, soprattutto se è ripetuta su una o più vittime, può essere compiuta solo da un individuo dissociato che vive un’esistenza a compartimenti: impegni pastorali da un lato, conoscenze teoriche dell’altro, comportamenti dall’altro ancora. Le forme di sdoppiamento non sono compatibili con una vera maturità ed una profonda vita spirituale. I seminaristi devono ricevere una formazione umana integrale che li responsabilizzi e li renda capaci di occuparsi del bene altrui piuttosto che ripiegarsi su gratificazioni immediate. La direzione spirituale negli anni di formazione e nei primi anni di ministero è indispensabile. Un direttore spirituale si assume una grave responsabilità quando incoraggia a proseguire candidati non sicuri di una forte presenza della chiamata di Dio al celibato.
Sotto il profilo giuridico l’abuso sui minori, da parte di un membro del clero, è entrato nel numero dei “delitti più gravi contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della Fede”, in forza di una normativa voluta da Giovanni Paolo II il 30 aprile 2001. Non vi compare il termine “pedofilia” ma “delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età”. In questi giorni Papa Benedetto XVI indica regole ancora più severe perché si faccia giustizia a quelli che hanno subìto violenza.
Sono personalmente convinto che dopo questo rigido inverno di sofferenza germoglierà una nuova primavera di speranza.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.8/ del 22/4/2010)


Perché la pedofilia

La parola “pedofilia” suscita un tale disprezzo e orrore da determinare una sorta di rifiuto inconscio nel pensare che un bambino, a volte di tenerissima età, possa essere oggetto del desiderio di un adulto. La pedofilia è poi collegata ad altre forme di abuso sessuale di bambini: pornografia, turismo sessuale, tratta di bambini, prostituzione minorile, criminalità organizzata. Prima che di “perversione” si tratta di “patologia” psichica. Sono circa 400.000 i bambini che ogni anno vengono sfruttati negli Usa per attività sessuali. Il fenomeno riguarda tutte le classi sociali, dalle più povere alle più agiate, con netta prevalenza di uomini, dei quali il 25% è sposato e con figli. Il numero dei pedofili presenti in Italia va da 100.000 a 400.000. Una vera patologia sociale.
Oggi, oltre dieci milioni di bambini sono presenti nel mondo della prostituzione, nell’industria del sesso, nella pornografia. Il fenomeno più recente riguarda l’utilizzo di internet a servizio della pedofilia. Il valore del mercato on line  della pedofilia è di 5 miliardi di dollari: una foto di bambini ritratti in scene violente può costare dai 30 ai 100 dollari. I siti pedofili denunciati nel mondo sarebbero circa 29.000 e le immagini diffuse sulla rete 12 milioni. E’ l’affare miliardario più sporco del mondo: si parla di 7.000 miliardi di dollari Usa all’anno. Una vera industria mondiale del sesso con i bambini. La pedofilia ha una lunga storia. La pederastia nell’antica Grecia aveva significati culturali totalmente diversi dalla moderna pedofilia.
Nella Chiesa, a partire dagli anni ’90, si sono avute diverse iniziative, dal documento dei vescovi della Thailandia contro il turismo sessuale fino alla condanna come “orrendo crimine” da parte di Giovanni Paolo II: “Di fronte al grido di dolore di milioni di innocenti, calpestati nella loro dignità e rapinati del loro futuro, nessuno può rimanere indifferente e non assumersi le sue responsabilità”. Ora Papa Benedetto XVI interviene con parole di condanna e gesti forti, decisivi, determinati, esprimendo vicinanza alle vittime degli abusi. Quelli di Ratzinger sono colpi di maglio che manifestano il dolore e la fermezza di un uomo mitissimo. Chi ha abusato di innocenti risponderà “ai tribunali e davanti a Dio onnipotente”. E’ un tuono la voce del Papa nella lettera ai cattolici irlandesi. Le sue parole evocano la severità dei padri della Chiesa dei primi secoli e l’ira di Dio di cui abbiamo perduto la memoria. Il Pontefice manifesta una chiara assunzione di responsabilità da parte della Chiesa. Una lettera così non c’era mai stata. E’ la tappa di un cammino di purificazione, di rinnovamento, misericordia e speranza.
Ora l’onda mediatica utilizza questo flagello mondiale della pedofilia per attaccare la Chiesa cattolica e i preti senza risparmiare neppure il Papa che sul tema scabroso sta manifestando un coraggio inaudito. Se alcuni sbagliano la Chiesa resta ugualmente il respiro del mondo e il sicuro porto della speranza. Quanti preti santi pieni di carità verso i poveri, quanti preti educatori al servizio degli ultimi attraversano da un capo all’altro la storia della civiltà cristiana. Ma ora nessuno si ricorda di questi preti servitori del popolo. Eppure essi sono la maggioranza. Attraverso Benedetto XVI la Chiesa continua a ripetere le parole chiare e fortissime di Gesù: “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da molino e sia gettato nel profondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! E’ inevitabile che vengano gli scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo!” (Matteo 18, 6-7). Il Papa che ha osato affermare “c’è la sporcizia nella Chiesa” ed ha pregato “che io non fugga dinanzi ai lupi”, ora interviene con voce chiara e libera da ogni equivoco per ripetere le stesse parole di Gesù capo e fondatore della Chiesa.
Un fatto è certo: tutti i tipi di pedofilia conservano una forte tendenza alla recidiva, sintomo evidente di una nevrosi. Dunque il pedofilo è incorreggibile. Anche se processato e condannato, uscito dal carcere ricomincia come prima. E’ il fallimento di tutti i tentativi terapeutici messi in atto dalle più svariate scuole, compresi quelli della “castrazione” attraverso psicofarmaci. Il comportamento perverso ha in sé i caratteri dell’urgenza, ineluttabilità e coercizione. Gli altri condannano il pedofilo come un “mostro” ma è difficile che egli si senta colpevole, anzi si sente vittima, nel senso di non essere mai stato amato e protesta di essere mosso solo dall’amore dei bambini. Molti pedofili sono ex bambini che hanno subìto abusi sessuali e che nelle loro condotte adulte ripropongono il rovesciamento dello stesso trauma seduttivo.  La ferita che corrompe l’iter evolutivo dell’infanzia abusata interrompe l’accesso al codice affettivo della “tenerezza” e lo soppianta con quello della “passione”.
Se la condanna morale deve essere netta e severa, difficile la valutazione della responsabilità soggettiva del pedofilo. L’unica scelta possibile è la prevenzione perciò Benedetto XVI ha rilanciato all’attenzione di tutti il primato della sfida educativa.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.7/ del 9/4/2010)


Risorgimento e verità

Proprio un secolo e mezzo fa gli eventi risorgimentali condussero all’unità d’Italia e alla nascita della Provincia di Benevento. Affinchè l’enfasi non soverchi la realtà è opportuno sottolineare la verità degli eventi con alcune note storiche.
Nutro una particolare passione per la verità perché discepolo dell’irripetibile Maestro di Nazareth che ha detto: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32).
Solitamente la storia la scrivono i vincitori e non sempre risplende la verità. Facciamo parlare i fatti perché contra factum non valet argumentum.
Dunque comincio col dire che l’Italia è nata storta e che al Sud il Risorgimento fu pura violenza. Risorgimento è parola luminosa ma satura di furore, tanto che per ordine del generale Enzo Cialdini furono distrutti, assieme a gran parte degli abitanti, i villaggi beneventani di Pontelandolfo e Casalduni: “Sarebbe un segnale di civiltà se i libri di storia e forse anche un museo rendessero onore a questi vinti del 1861” (così ha scritto l’insospettabile scrittore laico Paolo Mieli ).
Ed ecco la testimonianza di un bersagliere valtellinese: “Entrammo nel paese. Subito abbiamo cominciato a fucilare preti e uomini, quanti capitava, indi i soldati saccheggiavano e infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da 4500 persone ... Quale desolazione! Non si poteva stare d’intorno per il gran calore. E quale rumore facevano quei poveri diavoli, che la sorte era di morire chi abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case. Noi invece, durante l’incendio, avevamo di tutto: pollastri, vino, formaggio e pane”.
E’ vero che qualche giorno prima una banda di “briganti”, nei pressi dei due paesi, aveva attaccato ma i militari sabaudi si sentivano impegnati in una guerra di tipo coloniale. Farini scrisse in una lettera a Cavour: “Questa è Africa! I beduini a riscontro di questi cafoni sono fior di virtù civile”.
Lo stesso Giuseppe Garibaldi, in una lettera del 1868 confessò: “Gli oltraggi subìti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”.
Persino Antonio Gramsci insiste sulla violenza dei conquistatori: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi contadini poveri, e scrittori salariati tentavano di infamare col marchio di briganti”.
Nel carcere di Montefusco furono ammassate 300 persone in condizioni inumane, scoppiò un’epidemia infettiva, i morti si ammucchiavano nel cortile per finire in fosse comuni.
Non si contano poi i sacrilegi contro la Chiesa, tanto che il Cardinale Domenico Carafa, Arcivescovo di Benevento, il 21 dicembre 1860 scrisse una vibrata e solenne protesta al Governatore di Benevento Carlo Torre, denunciando orrori, usurpazioni, corruttele, oltraggi, persecuzioni, illegalità, ingiustizie ed il repentino allontanamento del Delegato pontificio e di tante famiglie religiose: Agostiniani, Domenicani, Conventuali, Fatebenefratelli, Missionari del Preziosissimo Sangue e Gesuiti. L’Arcivescovo di Benevento finì esule a Roma. L’Arcivescovo di Bari, Francesco Pedicini, riparò a Foglianise. Tanti vescovi furono espulsi dalle loro diocesi. Lo stesso destino toccò al Vescovo di Cerreto Sannita Luigi Sodo e al Vescovo di Sant’Agata dei Goti Francesco Paolo Lettieri.
Nel convento dei Minimi a Milazzo, Garibaldi urinò nel calice della Messa. I liberali, insieme alla distruzione del potere temporale dei Papi volevano travolgere anche quello spirituale. Francesco Crispi, discepolo di Mazzini, consigliere di Garibaldi, servo fedele di re Umberto I, nella tornata del 19 aprile del 1865, mentre alla Camera dei deputati si discuteva l’abolizione delle corporazioni religiose, avvertiva: “Non si vogliono abolire soltanto gli Ordini religiosi ma abbattere l’albero secolare che si chiama cattolicismo e che è il nemico della nostra libertà” (Atti Ufficiali della Camera, 1865 n. 1402, p.5490).
Concludo: per correggere quello che è stato fatto male bisogna riconoscere gli errori compiuti. Oggi tutti conoscono gli errori del fascismo e di tangentopoli mentre gli errori del processo risorgimentale sono stati pervicacemente nascosti o ricoperti da insopportabile retorica e luoghi comuni storiografici.
Come ricordare allora i 150 anni dell’Unità d’Italia?
Concordo con Massimo Cacciari, secondo il quale non c’è da celebrare proprio nulla, semmai ci sono da rivisitare e chiarire molti dati storici inquietanti.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.6/ del 26/3/2010)


Tra mamma e papà il giudice

Secondo l’Istat nel 2006 le coppie sposate sono circa quindicimila e le convivenze circa settecentomila. In questi ultimi anni cresce il numero di separazioni e divorzi e diminuisce quello dei matrimoni. Il matrimonio definisce l’identità profonda dell’uomo e della donna e con le sue regole di stabilità, fedeltà e fecondità manifesta il segreto della relazione riuscita tra uomo e donna. Le altre forme di unione sono esattamente il contrario del matrimonio: seconde e terze nozze, unioni libere e convivenze. Nuove scelte che pretendono nell’opinione pubblica una forzata e violenta giustificazione ed  equiparazione, presentandosi come scelte normali e addirittura espressione di libertà.
La verità è che i costi di queste scelte sono imprevedibili e assai pesanti. Costi psicologici, sociali, economici,  antropologici e giuridici. A nessuno deve sfuggire la sofferenza dei bambini, dei papà privati della relazione quotidiana con i figli, delle donne sole, dei nonni che non riescono a comprendere il dramma e ad incontrare più di sovente i nipoti. Figli più fragili con maggiori difficoltà scolastiche, disagi economici e tossicodipendenze. Fragilità dei matrimoni dinanzi alla moltiplicata e facilitata prospettiva di rompere il legame e talvolta già mentre ci si sposa; il timore della possibile separazione rende più fragile la stabilità del rapporto e la profondità di relazione. Le nuove scelte assai presenti nel panorama sociale complicano la vita. In nome di una presunta libertà si moltiplicano le vittime dello stress e della depressione. È paradossale che tra mamma e papà in conflitto debba intervenire l’avvocato e poi il giudice con costi talvolta insostenibili.
La libertà di unione e l’equiparazione delle convivenze alle nozze genera relazioni puntigliose e snervanti tra figli e genitori separati. La famiglia patriarcale, gerarchica, autoritaria ha cessato di esistere, per essere sostituita da relazioni affettive deboli e inconsistenti. La famiglia secondo il vecchio modello, veniva considerata scuola di sacrificio. La nuova, si propone come luogo della felicità in nome dell’autonomia personale, ma quasi sempre è un inferno. Il diritto regola le relazioni tra due persone mortificando il significato altissimo della famiglia culla della vita, nido dell’amore e palestra della civiltà. È finita, ahimè drammaticamente, l’illusione del “divorzio felice”. La separazione moltiplica sofferenze per adulti e bambini. Dinanzi ai fallimenti le persone cadono vittime della pericolosa “sindrome della chiusura” in se stessi, che rende incapaci di fidarsi degli altri e di comprendere il vero senso della vita che rimane pur sempre una cosa meravigliosa: “la vita è bella!”. Le comunità piccole e grandi, di conseguenza, non resistono più. Questa è l’epoca dell’emergenza educativa generata da quella che Papa Ratzinger definisce “dittatura del relativismo”. La società è divenuta più conflittuale, costosa, confusa e incapace di rispondere alle radicali e fondamentali aspirazioni della persona umana. L’Italia, frattanto, rimane fanalino di coda della spesa sociale destinata alla famiglia e ai minori. Il nostro paese è agli ultimi posti della classifica in Europa.
Aveva ragione Karol Wojtyla ad affermare, già negli anni del suo impegno giovanile, la necessità di riscoprire “la bellezza e la spiritualità dell’amore coniugale e familiare” come via concreta per giungere alla santificazione attraverso l’esperienza del mistero redentore e sponsale. È l’amore il fondamento morale del matrimonio, perciò occorre riscoprire il profondo carattere sacramentale che colma l’intera esperienza familiare di tutti i giorni. Il mistero dell’Incarnazione, nel quale lo stesso Verbo si fece carne e assunse la natura umana, è un segno irrevocabile del Suo amore sponsale che permea tutto il creato. Quando trattiamo di famiglia, o manteniamo un linguaggio alto e positivo che corrisponde realmente alla dignità, alla bellezza e alla verità della vocazione matrimoniale, o riduciamo l’amore, anche nelle cose della carne, a ciò che amore non è, a baratto mercantile e sfogo egoistico. Il matrimonio come la verginità per il regno dei cieli sono le due uniche vie capaci di tradurre in realtà l’universale vocazione all’amore che il Creatore ha seminato nel cuore di ogni uomo. La grazia sacramentale del matrimonio non è una teoria, ma la partecipazione fruttuosa all’amore di Dio che sta all’origine e al compimento della vita coniugale, vincendo anche le cadute e le debolezze che accompagnano il cammino di coppia. Di conseguenza, la spiritualità coniugale, che soprattutto ora bisogna richiamare e incoraggiare, non si riduce ad un sistema di doveri e divieti, né ad una devozione facoltativa, ma è il rapporto vivo con la Trinità e con il coniuge, nell’attuazione della consegna totale che Cristo sposo fa di Se stesso per la Chiesa sposa.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.5/ del 12/3/2010)


La Sacra Sindone soggiornò a Montevergine

Siamo giunti ormai alla milionesima prenotazione via internet per raggiungere Torino in occasione della ostensione straordinaria della Sindone che si svolgerà dal 10 al 23 maggio, per 44 giorni consecutivi.
Per l’ultima ostensione, quella del Giubileo 2000, le prenotazioni on line giunsero a quota duecentomila, anche se i visitatori superano il milione. Per la prossima ostensione sono previsti oltre due milioni di visitatori.
La Sindone giunse a Torino nel 1578 da Chambèry affinché l’Arcivescovo di Milano San Carlo Borromeo potesse venerarla, risparmiando così una parte del lungo viaggio. Nella seconda ostensione, quella del 1898, l’avvocato Secondo Pia fu autorizzato da casa Savoia a fotografarla per la prima volta ed il negativo fotografico mostrò il vero volto di Gesù. Ancora nel 1931 per il matrimonio del principe Umberto II di Savoia con la principessa Maria Josè. Nel 1933 per il XIX centenario della Redenzione. Nel periodo più terribile della seconda guerra mondiale, l’Arcivescovo di Torino, Cardinale Maurilio Fossati, fece trasferire la Sindone al Santuario di Montevergine (Av) dove fu collocata sotto l’altare del Coretto dal 25 settembre del 1939 fino al 29 ottobre del 1946, quando fu riportata a Torino; era Abate di Montevergine Ramiro Marcone. Nel 1969 per la ricognizione effettuata da una commissione di studio nominata dal Cardinale Michele Pellegrino. Nel 1973 la prima ostensione in diretta televisiva con il prelievo di alcuni frammenti per analisi ematologiche e microscopiche. Nel 1978 per il IV centenario del trasferimento a Torino. Nel 1998 con la visita di Giovanni Paolo II del 24 maggio. Nel 2000 l’ostensione più lunga della storia, durata 72 giorni.
Ma cos’è la Sindone? E’ un lenzuolo di lino tessuto a spina di pesce di cm 4,41 x 1,13, contenente la doppia immagine accostata per il capo del cadavere di un uomo morto in seguito ad una serie di torture culminate con la crocifissione. Le linee nere sul telo ricordano i danni dovuti all’incendio avvenuto a Chambèry nel 1532. Secondo la tradizione si tratta del Lenzuolo citato nei Vangeli che servì per avvolgere il corpo di Gesù nel sepolcro. E’ il documento più forte e significativo della drammatica realtà della Passione di Gesù raccontata puntualmente dai Vangeli e registra l’assenza di qualsiasi segno di putrefazione, la presenza sul corpo di ferite da flagellazione, ferite provocate da chiodi alle mani e ai piedi, segni di numerose punture sul cuoio cappelluto e una grande ferita al fianco sinistro (sulla Sindone, e dunque fianco destro dell’uomo che vi fu avvolto). Il Sangue esaminato appartiene al gruppo AB. La bellezza dei contorni impressi nella Sindone rivela nel corpo di Gesù una perfezione incomparabile: statura cm 183, maestosità del volto, pace imperturbabile, è il volto sacro dell’Uomo–Dio. Solo questo volto ci rappresenta Colui che morì ed è vivo ancora. Numerosi pellegrini partiranno anche dal Sannio per contemplare quel Volto che è inesprimibilmente bello e splendente, tanto bello da escludere il paragone con qualunque quadro o ritratto.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.4/ del 26/2/2010)


Medjugoroie ad una svolta

E’ passato solo un mese dall’attentato di Ali Agca in Piazza San Pietro, Papa Wojtyla è ancora al Gemelli, verso le ore 18, ad alcuni adolescenti di Medjugorie (villaggio jugoslavo della Bosnia-Erzegovina, nel blocco dei paesi socialisti), su una collinetta isolata e sassosa, il Podbrdo, appare una giovane ragazza, bellissima, sorridente, con occhi di un azzurro vivissimo, vestita con gli abiti di tempi antichi e un bambino in braccio. E’ l’inizio di una delle più straordinarie fra le apparizioni della Madonna. Il giornalista Vittorio Messori constata che in questo paesino jugoslavo si verifica “il maggior movimento di masse cattoliche del postconcilio”. Il luogo visitato dalla Regina della Pace diviene negli anni sorgente di conversione per tantissimi pellegrini.
Giovanni Paolo II, il 24 febbraio 1990 dice a mons. Sebastiao Murilo Krieger, vescovo di Florianapolis in Brasile: “Medjugorie è il centro spirituale del mondo”. Nel luglio 1997 Wojtyla incontra la veggente depositaria dei  “dieci segreti”, Mirjana Dragicevic e le dice: “Se non fossi stato Papa sarei già venuto a Medjugorie; ma anche se non sono potuto venire, so tutto e seguo tutto: proteggete Medjugorie, è la speranza del mondo”. Nonostante la ferma convinzione di Giovanni Paolo II, il vescovo di Mostar è decisamente contrario e combatte duramente le apparizioni. Oggi la competenza su di esse appartiene al Vaticano.
Il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, scrive: “i giudizi del vescovo locale in proposito sono da ritenersi un suo parere personale”. La Chiesa infatti fa propria la dichiarazione di Zara del 1991 dei vescovi jugoslavi, che è una sospensione del giudizio, una posizione di attesa. Non vi sono pericoli per la fede e i cristiani possono andarvi in pellegrinaggio. La prudenza della Chiesa è necessaria perché esistono molti falsi profeti e molti casi patologici. L’impatto profetico non avviene mai senza sofferenze. La storia della Chiesa lo insegna.
Recentemente il cardinale Camillo Ruini, che su invito di Benedetto XVI sta scrivendo le meditazioni per la prossima Via Crucis del 2 aprile, quinto anniversario della scomparsa di Giovanni Paolo II, è stato messo  a capo, da Papa Ratzinger, della Commissione vaticana che dovrà dire una parola finale sul controverso “fenomeno Medjugorie”. Il 29 dicembre poi è giunto a Medjugorie il cardinale Christoph Schonborn, arcivescovo di Vienna, guidando un grande pellegrinaggio di austriaci, ha celebrato Messa nella Parrocchia di San Giacomo, ha tenuto una catechesi sulla Divina Misericordia, ha incontrato i veggenti, ha mangiato a casa di alcuni di loro, è salito sulla montagna delle prime apparizioni insieme alla veggente Marija, ha presenziato l’Adorazione, ha celebrato la Messa dell’ultimo giorno dell’anno tenendo una bellissima omelia, ha dimorato nella Comunità Cenacolo di suor Elvira mangiando con i giovani tossicodipendenti recuperati dalla religiosa, ha risposto alle tante domande dei giornalisti che l’hanno intervistato, esprimendo vivo apprezzamento per i frutti spirituali scaturiti in Medjugorie.
Il vescovo diocesano ha inutilmente manifestato il suo rincrescimento per una visita così poco privata durata circa sei giorni. Sono personalmente convinto che mai il cardinale Schonborn avrebbe compiuto tutti questi passi senza il Papa. La visita ha dunque un significato altissimo sotto il profilo spirituale e morale. Il cardinale giunto come pellegrino a Medjugorie è una colonna della Chiesa, un grandissimo teologo e una personalità di  rilievo internazionale.
La Chiesa mostra dunque speciale attenzione per questo evento di grazia che coinvolge milioni di persone nel mondo. La Chiesa prende finalmente atto della regola infallibile dettata dal suo stesso fondatore, Gesù: “ Ogni albero buono produce frutti buoni” (Mt 12,33).

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.3/ del 12/2/2010)


Storia di una fondazione nel libro di Dionisio Pascucci

Lo scorso 8 gennaio si è svolta a Pietradefusi la cerimonia per i 100 anni del Ginnasio Pascucci. La celebrazione giubilare ha offerto il contesto opportuno per presentare il libro di Dionisio Pascucci: “Storia di una fondazione. L’opera pia Pascucci di Pietradefusi”. Sono intervenuti il presidente della fondazione Giovanni De Caro, il sindaco di Pietradefusi Giulio Belmonte, l’assessore alla cultura e pubblica istruzione del comune irpino Raffello De Nisco, Mario Aquilino Iarrobino, docente emerito del liceo classico Pascucci, Francesco Barra, docente di storia moderna presso l’università di Salerno e l’autore della preziosa ricerca storica.
L’autore del volume è diabetologo noto e stimato in Benevento e provincia per i lunghi anni di attività professionale presso l’ospedale Rummo ed è conosciuto ed amato in Pietradefusi e nell’Irpinia a motivo delle sue origini e per la passione che da sempre coltiva per la ricerca storica riguardante la sua terra. L’autore è uno dei discendenti del famoso giurista e magistrato Dionisio Pascucci, consigliere dell’antica corte suprema di giustizia, che nelle sue disposizioni testamentarie destinò tutto il suo patrimonio alla costruzione della pia opera Pascucci per l’educazione e l’istruzione della gioventù e dell’annessa Chiesa di San Paolo Apostolo. Un gesto di straordinaria generosità e amore verso la sua terra, scaturito dal dolore provocato nel suo animo dalla prematura morte del suo unico figlio Paolo Emilio, allo scopo di “far risorgere la persona del figlio e perpetuarne la memoria presso i posteri”.
Nel libro l’autore ripercorre le tappe salienti della fondazione e del ginnasio, a partire dal testamento olografo del 1851. Il progetto del pregevole complesso fu affidato al celebre architetto beneventano Almerico Meomartini. La prima classe ginnasiale fu istituita nel 1910 e negli anni successivi le altre classi, fino a quando l’istituto divenne un prospero ginnasio parificato con annesso convitto per ospitare gli studenti provenienti dai paesi dell’Irpinia e province limitrofe. Tanti studenti sono diventati illustri professionisti, tra questi spicca il nome di Giovanni Palatucci, lo Schindler italiano.
La puntuale ricostruzione degli eventi manifesta l’acribìa storica dell’autore ed anche la volontà di sottolineare la valenza straordinaria del gesto munifico che di fatto ha favorito la crescita culturale di diverse generazioni di studenti. La cultura infatti eleva la condizione sociale, contribuisce al superamento della miseria e rende audaci dinanzi alle angherie dei potenti di turno. Verso la fine del 1800 la maggior parte della popolazione era quasi totalmente analfabeta. La prestigiosa fondazione ha segnato positivamente il destino del paese e del territorio circostante. Ora il convitto si erge silenzioso in tutta la sua bellezza accanto alla monumentale chiesa ed attende con pazienza il suo destino. Forse sarà trasformato in museo o sede di importanti simposi culturali. Quel che conta è che non perda la sua funzione di faro culturale per la formazione e la speranza delle future generazioni.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.2/ del 29/1/2010)


Quando il Vescovo viene in Visita Pastorale

Già da qualche tempo sentiamo parlare della Visita Pastorale che il nostro Arcivescovo, Monsignor Andrea Mugione, sta effettuando nella città di Benevento e proseguirà poi in tutti i paesi della vasta diocesi sannita. In questi ultimi giorni, dal 7 al 10 gennaio è stata la volta della parrocchia di San Gennaro in Benevento. Il Pastore della Chiesa beneventana ha incontrato gli impiegati dell’Amministrazione Provinciale, dell’Inail, della Coldiretti, dell’Asl Benevento 1 e dell’Inps.  Subito dopo le scuole d’infanzia “Madre del Redentore” e “Cretarossa”, la scuola elementare “Nicola Sala” e la media “Federico Torre”. Ancora i giovani della parrocchia, il consiglio pastorale e affari economici, gli operatori pastorali, associazioni, movimenti e gruppi. Ha presieduto il cenacolo eucaristico-mariano dei giovani e delle famiglie e si è fermato con tutti per l’agape fraterna. Ha poi incontrato i ragazzi della scuola di catechismo ed ha visitato alcuni ammalati nelle loro case, lasciano ovunque in dono un crocefisso. Infine, domenica 10 gennaio ha concluso la visita presiedendo la Celebrazione eucaristica e amministrando la Cresima a 60 giovani della comunità.
Ma che cos’è la Visita Pastorale? In che cosa consiste? La Visita Pastorale è «un segno della presenza del Signore che visita il suo popolo nella pace» (Pastores gregis, 46). Con tale segno il Vescovo esercita il suo ministero, quello cioè di essere immagine viva di Gesù Buon Pastore che cura il gregge che gli è stato affidato con l’insegnamento, la santificazione e il governo, animato da vera carità pastorale al fine di perpetuare l’opera di Cristo, Pastore eterno. La Visita Pastorale è quindi «una delle forme, collaudate dall’esperienza dei secoli, con cui il Vescovo mantiene contatti personali con il clero e con gli altri membri del Popolo di Dio. E’ occasione per ravvivare le energie degli operai evangelici, lodarli, incoraggiarli e consolarli, è anche l’occasione per richiamare tutti i fedeli al rinnovamento della propria vita cristiana e ad un’azione apostolica più intensa» (Apostolorum successores, 221).
La Visita Pastorale costituisce inoltre, a norma del Codice di Diritto canonico, uno dei doveri più espressivi del Vescovo che ha l’obbligo di visitare tutta la diocesi almeno ogni cinque anni con la debita diligenza (cfr. CJC, c. 396 §1, c. 398), spinto dallo stesso entusiasmo evangelico degli Apostoli e dall’esempio dei pastori della Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi. La nostra realtà diocesana consente al Vescovo di avere già ordinariamente un rapporto piuttosto stretto e personale con tutti i presbiteri, le comunità religiose e le parrocchie, tuttavia è proprio la Visita pastorale che intensifica e rende visibile in modo eminente tale stretto legame del pastore con il suo gregge, presentandosi a tutti come principio e fondamento dell’unità nella Chiesa diocesana (cfr. LG, 23). Quindi la Visita Pastorale è un evento che coinvolge la nostra Comunità Parrocchiale: Gesù, il Pastore (cfr. Gv10), nella persona del Vescovo viene a confermare la nostra fede. La Visita Pastorale è infatti una forte esperienza del Signore Gesù. Inoltre essa vuole essere "risveglio", "proposta", "risposta", aiuto a un progetto di vita cristiana e di vera graduale formazione di una comunità cristiana.
Concretamenteil Vescovo incontra le realtà sociali presenti sul territorio, gli organismi pastorali, i catechisti, i ministri e i collaboratori del Parroco, le associazioni e movimenti ecclesiali presenti. Ascolta le persone che volessero liberamente parlare con Lui. Visita gli ammalati. Presiede le celebrazioni liturgiche in modo che la visita pastorale divenga una profonda esperienza di preghiera, finalizzata a riscoprire il centro del nostro essere Chiesa: Parola, Preghiera, Eucaristia e sacramenti, fraternità e formazione.
Per questo facciamo nostra l’esperienza di Zaccheo con Gesù: "Gesù, entrato in Gerico attraversava la città... Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e disse... «Oggi devo fermarmi a casa tua». Zaccheo in fretta scese e lo accolse pieno di gioia." (Lc 19,1.5-6) Così ha fatto in questi giorni anche la comunità ecclesiale di San Gennaro.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.1/ del 15/1/2010)


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