LA VOCE DELLA CHIESA

Rubrica a cura di Mons. Pasquale Maria Mainolfi

2007
2006


Padre Pio e Aldo Moro, due vittime sacrificali
Primo Congresso Mondiale Apostoplico della Misericordia

Non possiamo non "farci" cristiani
Un testimone della Chiesa beneventana al traguardo
Salto di qualità. L'I.S.S.R. "Redemptor Hominis" diventa Università
Dio seduce ancora
Moratoria sull'aborto e laicità. Giuliano Ferrara a Benevento il 25 febbraio

Ricordando padre Di Monda
Una storia d'amore e di tenerezza

Padre Pio e Aldo Moro, due vittime sacrificali

Mercoledì 30 aprile presso la Basilica della Madonna delle Grazie si è tenuto un incontro commemorativo sul tema: "Aldo Moro, a trent’anni dalla morte" organizzato dal Centro Studi del Sannio. Alle ore 17.30 la celebrazione eucaristica di suffragio e alle 18.30 la presentazione della giornalista Enza Nunziato, la testimonianza di Agnese Moro, figlia dello statista e la conclusione di Davide Nava, già senatore della Repubblica che ha voluto sottolineare la ricorrenza con una pubblicazione che è stata diffusa durante la serata. Il 15 maggio 1968, quattro mesi prima di morire, Padre Pio incontrò per l’ultima volta a San Giovanni Rotondo l’onorevole Aldo Moro. Il sorriso tenero e accogliente dello stimmatizzato sannita e la gioia profonda del presidente Moro furono immortalati da una significativa fotografia di Elìa Stelluto. Ricorrono proprio quest’anno il 40° della morte ed il 90° delle stimmate di Padre Pio. L’Istituto Superiore di Scienze Religiose "Redemptor hominis" di Benevento ricorderà l’evento giovedì 22 maggio ore 17.00 con un grande convegno presso l’Auditorium "Giovanni Paolo II" del Seminario di Benevento al quale interverranno Antonio Socci, Gianni Rivera e Alessandra Borghese. Padre Pio è stato prescelto da Dio per una grande missione: essere vittima con la Grande Vittima del Golgota, essere crocifisso senza croce per il dono delle stimmate ed anche per l’incomprensione dei superiori religiosi ed ecclesiastici. Ricorre poi il prossimo 9 maggio il trentesimo anniversario della morte drammatica di Aldo Moro per la mano violenta delle Brigate Rosse e per la paura del Governo italiano e della Democrazia cristiana che dopo 55 giorni di straziante prigionia anteposero la ragion di Stato al primato della dignità della persona umana. A nulla valsero le lacrime e le suppliche del grande amico dello statista il Papa Paolo VI. Era il 9 maggio 1978 e padre Pio era morto già da dieci anni. A distanza di 13 giorni, il 22 maggio 1978, la rappresentanza politica parlamentare che aveva abbandonato per pusillanimità Aldo Moro come vittima innocente nelle mani dei brigatisti, decretò con la legge 194 la strage dei nascituri attraverso l’abominevole delitto dell’aborto che ora conta un miliardo di vittime innocenti. Il disegno della Provvidenza e l’opera di Satana si sono scontrati in un prodigioso duello ed il sangue degli innocenti grida ancora vendetta al cospetto di Dio. Padre Pio e Aldo Moro insieme ai tanti bambini abortiti sono vittime sacrificali dell’egoismo dell’uomo che senza Dio nel cuore diventa lupo per l’altro uomo.
L'ex presidente della Democrazia Cristiana, assassinato dalle Brigate Rosse nel 1978, nasce il 23 settembre 1916 a Maglie, in provincia di Lecce. Dopo aver conseguito la maturità classica al Liceo "Archita" di Taranto si iscrive a Giurisprudenza presso l'Università di Bari, conseguendo la laurea con una tesi su "La capacità giuridica penale". Negli anni universitari è eletto Presidente nazionale della FUCI della quale è Assistente nazionale don Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI. Dopo qualche anno di carriera accademica, fonda con alcuni amici intellettuali nel 1943, a Bari, il periodico "La Rassegna" che uscirà fino al 1945, anno nel quale sposa Eleonora Chiavarelli, con la quale avrà quattro figli. In quello stesso periodo, diventa Presidente del Movimento Laureati dell'Azione Cattolica, ed è direttore della rivista "Studium" di cui sarà assiduo collaboratore, impegnandosi a sensibilizzare i giovani laureati all'impegno politico. Nel 1946 viene eletto all'Assemblea Costituente ed entra a far parte della Commissione dei "75" incaricata di redigere il testo costituzionale. E' anche vicepresidente del gruppo Dc all'Assemblea. Nelle elezioni del 18 aprile 1948 viene eletto deputato al Parlamento nella circoscrizione Bari-Foggia. Diventato Professore ordinario di Diritto Penale all'Università di Bari, nel 1953 viene rieletto al Parlamento diventando Presidente del gruppo parlamentare Dc alla Camera dei Deputati e diventa nel 1955 ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo Segni. Nel 1957 diventa ministro della Pubblica Istruzione nel governo Zoli. Si deve a lui l'introduzione dell'educazione civica nelle scuole. Rieletto alla Camera dei Deputati nel 1958, è ancora ministro della Pubblica Istruzione nel secondo Governo Fanfani. Il 1959 è un anno importantissimo per Aldo Moro. Si svolge infatti quel VII Congresso della Democrazia Cristiana che lo vedrà trionfatore, tanto che gli viene affidata la Segreteria del Partito, incarico riconfermatogli nel tempo e che manterrà fino al gennaio del 1964. Ma un altro anno assai importante, anche alla luce della tragica vicenda che colpirà il politico doroteo, è il 1963 quando, rieletto alla Camera, è chiamato a costituire il primo Governo organico di centro-sinistra, rimanendo continuamente in carica come Presidente del Consiglio fino al giugno del 1968, alla guida di tre successivi ministeri di coalizione con il Partito socialista. Ritorna in seguito alla presidenza del Consiglio formando il suo IV governo che dura sino al gennaio 1976. Nel luglio del 1976 viene eletto Presidente del Consiglio nazionale della Dc. Il 16 marzo 1978, il tragico epilogo della vita dello sfortunato politico. Un commando di Brigate Rosse irrompe nella romana via Fani, dove in quel momento transitava Moro allo scopo di recarsi in Parlamento per partecipare al dibattito sulla fiducia del quarto governo Andreotti, e massacra i cinque uomini di scorta e rapisce lo statista. Poco dopo, le Brigate rosse rivendicano l'azione con una telefonata all' Ansa. Tutto il Paese percepisce chiaramente che quell'attentato è un attacco al cuore dello Stato e alle istituzioni democratiche che Moro rappresentava. Il 18 marzo una telefonata al ''Messaggero'' fa trovare il ''Comunicato n.1'' delle Br, che contiene la foto di Aldo Moro e annuncia l'inizio del suo ''processo'' mentre, solo il giorno dopo, Papa Paolo VI lancia il suo primo appello per Moro. Altri messaggi del Pontefice seguiranno il 2 e il 22 aprile. I servizi segreti di tutto il mondo, anche se le segnalazioni furono tante e precise, non riuscirono a trovare la prigione dei terroristi, ribattezzata "prigione del popolo", e da cui Moro invocava incessantemente, tramite numerose lettere, una trattativa. Il 9 maggio, dopo cinquantacinque giorni di prigionia ed estenuanti trattative con gli esponenti dello Stato di allora, anche lo statista viene barbaramente assassinato dalle BR, ormai convinte che quella sia l'unica strada coerente da intraprendere. La sua prigionia aveva provocato ampi dibattiti fra coloro che erano disposti a cedere alle richieste dei brigatisti e chi invece era nettamente contrario per non legittimarli, dibattito che lacerò letteralmente il paese sul piano sia politico che morale. A tale rovente clima dialettico pose fine la drammatica telefonata degli aguzzini di Moro, i quali resero noto direttamente ad un alto esponente politico che il corpo di Moro poteva essere rinvenuto cadavere nel bagagliaio di un'auto in via Caetani, emblematicamente a metà strada tra Piazza del Gesù, sede della Democrazia Cristiana, e via delle Botteghe Oscure, sede storica del Partito Comunista Italiano. Secondo le ricostruzioni, ancora frammentarie malgrado i molti anni trascorsi, lo statista sarebbe stato ucciso dal brigatista Moretti nel garage di via Montalcini, il covo usato dai brigatisti appunto come ''prigione del popolo''.
L’eccidio di via Fani fu conosciuto in anticipo da Padre Pio. E’ noto che l’uomo politico pugliese era un ammiratore di padre Pio e lo frequentava e fra l’altro il caso vuole che fosse nato il 23 settembre che poi sarà il dies natalis di Padre Pio. C’era dunque un legame personale tra i due. Padre Pio intravide in due episodi il fatto di sangue nel destino del politico cattolico. Uno sembra risalire agli anni Cinquanta: si racconta che il padre si sia fermato di colpo per il corridoio dicendo due volte ad alta voce: "Moro si muore!". Poi stette come sconvolto tutto il giorno e con gli occhi era come se vedesse delle immagini di un film come riferiscono i suoi collaboratori. Un altro episodio risale al tempo del primo governo Moro (dicembre 1963 — luglio 1964). Accadde davanti a due persone. Padre Pio aveva di fronte a sé un giornale. C’era lì pubblicata la foto di Moro e a un certo punto, guardandola, il padre si sarebbe portato le mani agli occhi dicendo: "Mamma mia, quanto sangue! Quanto sangue!". Negli atti del processo di beatificazione c’è una testimonianza di Mario Frisotti dove si dice che il padre preavvertì "un eminente uomo politico della Dc" di fatti negativi che sarebbero accaduti. Abbiamo già detto che lo statista cattolico andò a fargli visita a San Giovanni Rotondo il 15 maggio 1968 mentre era presidente del Consiglio, dieci anni prima della tragedia. Lo statista stava completando il giro elettorale in Puglia e il giornalista Peppino Giacovazzo che faceva parte del suo staff gli organizzò anche la visita a San Giovanni Rotondo. Difficile dire cosa si siano detti. Può darsi che abbiano parlato anche di politica e dell’idea chiara di Padre Pio che riteneva che il partito dei cattolici non dovesse avere a che fare con i comunisti. Un altro evento che lega Moro e padre Pio risale, seppur indirettamente, all’aprile 1965. Il sabato santo del 1965 padre Pio ha un collasso ed inizia, da quel momento, la lunga agonia del padre che durerà tre anni e mezzo, fino al trapasso. Preoccupati delle condizioni del frate i medici di Casa Sollievo della Sofferenza chiamano a consulto il prof. Cassano di Roma. Il celebre clinico sta rientrando dagli Stati Uniti d’America, ove ha seguito, come medico di fiducia, il presidente del Consiglio Italiano, Aldo Moro. Il Ministero dell’aeronautica Militare gli pone subito a disposizione un aereo per condurlo all’aeroporto dell’Amendola di Foggia, da dove, in auto, raggiungerà San Giovanni Rotondo. E’ la sera del 29 aprile: sono ad attenderlo altri medici. Con essi il prof. Cassano si dirige subito in convento. Ma tra lo sbigottimento di tutti gli si fa incontro un padre che gli dice: "Non si può visitare padre Pio, perché il guardiano non vuole". Il professore rimane in silenzio addolorato ma non offeso. Poi chiede il permesso di poter soltanto salutare il padre. Entrato nella cella n. 1 "si inginocchia davanti al padre e rimane in ginocchio mentre parla con lui". Durante il colloquio il padre ripete per tre volte al professore che tanto lo venera: "Non posso farmi visitare da lei perché il guardiano non vuole".
Anche tra le testimonianze della causa di beatificazione di Luigina Sinapi (1916 — 1978), terziara francescana, che la Chiesa considera testimone della sofferenza offerta per il bene del prossimo, c’è un riferimento chiaro a un sogno fatto dalla Serva di Dio sulla tragica vicenda di Aldo Moro. Il confessore della Sinapi, padre Raffaele Prete, in particolare, racconta che quando il 16 marzo 1978 Aldo Moro fu rapito dalle Brigate Rosse la Sinapi mise in relazione il rapimento con un sogno che aveva fatto quell’inverno e durante il quale aveva visto un nido di uccelli insanguinati e uno di questi aveva delle penne bianche, infatti lo statista assassinato aveva un ciuffo bianco sui capelli neri.
La commemorazione di Aldo Moro nel 30° anniversario della morte ci fa pensare anche al penultimo discorso pubblico che il Presidente della DC tenne proprio nel teatro "Massimo" della città di Benevento il 18 novembre 1977. Paolo VI afferma che "la politica è la forma più alta di esercizio della carità". Soprattutto in questo momento storico è opportuno additare al mondo politico Aldo Moro, uomo buono, onesto, degno, innocente, profondamente cattolico, fedele e coerente nella sua missione al servizio della famiglia e della società. Risplendono in lui i tratti del grande politico e statista cattolico che porta il suo stesso cognome: san Tommaso Moro (1478-1535), canonizzato da Pio XI nel 1935 e proclamato da Giovanni Paolo II il 31 ottobre 2000, patrono dei governanti e dei politici.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.9/ del 9/5/2008)


Nel terzo anniversario della morte di Giovanni Paolo II
Primo Congresso Apostolico Mondiale della Misericordia

È un buon segno che il Primo congresso apostolico mondiale della misericordia abbia avuto inizio il 2 aprile, nel terzo anniversario della morte di Giovanni Paolo II. Questo poiché il grande indimenticato papa è stato affascinato fin dalla gioventù dal segreto della divina misericordia. Nell'anno 2002 ha detto a Cracovia-Lagiewniki durante l'inaugurazione del santuario della divina misericordia: "Tranne la misericordia di Dio non c'è nessun'altra fonte di speranza per gli esseri umani". A Lagiewniki aveva vissuto la suora e mistica fatta santa da Giovanni Paolo II Faustyna Kowalska, nelle cui visioni la misericordia di Dio ha avuto un ruolo centrale. Giovanni Paolo II era fin dalla gioventù legato a questo tipo di devozione; una delle sue prime encicliche - "Dives in Misericordia" del 1980 - era dedicata al tema della divina misericordia. È significativo che Faustyna Kowalska, l'"Apostola della misericordia", sia morta quando il mondo era inondato dall'odio. Il suo semplice messaggio è un grande quadro contro l'odio. Anche il congresso a Roma ha chiaramente dimostrato che la misericordia è il nucleo centrale del messaggio cristiano. Questo messaggio promuove la pace nel mondo, tra i popoli e le religioni. Aiuta a scoprire il vero volto di Dio, ma anche il vero volto dell'uomo ed il vero volto della Chiesa.
È considerato da molti credenti un segno speciale il fatto che Giovanni Paolo II sia morto la vigilia della "Domenica della Misericordia", che lui stesso aveva introdotto durante l'anno santo 2000. Secondo il regolamento liturgico della Chiesa le festività iniziano già dalla vigilia, e ciò rende questo segno ancora più chiaro.
La "Domenica della Misericordia" è strettamente collegata alla figura di Faustyna Kowalska. Giovanni Paolo II ha dichiarato santa la suora il 30 aprile dell'anno santo 2000. Nello stesso momento stabilì anche che la Chiesa cattolica dovesse festeggiare in futuro ogni anno la domenica dopo Pasqua come la "Domenica della Misericordia".
Faustyna Kowalska è nata nel 1905 in Polonia in una povera famiglia di contadini ricca di figli. A 20 anni a Cracovia-Lagiewniki è entrata in monastero dove ha prestato servizio nella cucina, nel giardino come pure nella portineria. La sua vita spirituale è stata straordinaria e ricca di visioni e di esperienze mistiche.
Suor Faustyna è morta di tubercolosi il 5 ottobre 1938 all'età di 33 in odore di santità. Il 18 aprile 1993 è stata fatta beata dal papa Giovanni Paolo II ed infine il 30 aprile 2000 santa. Una completa testimonianza delle attività di Suor Faustyna è contenuta nelle pagine del suo "diario", che lei ha scritto durante gli ultimi quattro anni della sua vita.
Nonostante siano passati tre anni dalla morte il ricordo del Servo di Dio Giovanni Paolo II è ancora molto vivo in ogni angolo del mondo ed anche in Benevento dove l’indimenticato pontefice il 2 luglio 1990 incontrò tanti sanniti nella Basilica della Madonna delle Grazie, nella Cattedrale, nel nuovo Seminario benedetto e inaugurato dal Papa polacco, nel Palasannio e nello Stadio Santa Colomba.
Molto probabilmente, a breve scadenza, Papa Benedetto XVI proclamerà il Servo di Dio Giovanni Paolo II direttamente Santo, come aveva auspicato la folla commossa di fedeli nel giorno dei funerali: "Santo Subito!". La beatificazione, infatti, lega la venerazione unicamente ai luoghi di nascita e di vita di un fedele elevato all’onore degli altari, mentre la canonizzazione lo presenta come modello di santità per tutta la Chiesa. Essendo il Papa Pastore universale della Chiesa la sua persona come il suo ministero non sono legati a nessun luogo in particolare ma al mondo intero cosicché la beatificazione risulterebbe di fatto non necessaria. Non è un caso che nella celebrazione di suffragio del 2 aprile scorso Benedetto XVI parlando di Giovanni Paolo II ha detto: " Tra le tante qualità umane e soprannaturali, aveva anche quella di un eccezionale sensibilità spirituale e mistica".

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.8/ del 25/4/2008)


Non possiamo non "farci" cristiani

Un padre della Chiesa dei primi secoli afferma: "Meglio essere cristiani senza dirlo che dirlo senza esserlo". In questi giorni illuminati dalla potenza pasquale del Risorto comprendiamo ancora una volta che Gesù è vivo e chiama anche oggi alla sequela del suo amore. L’approdo coraggioso di Magdi Allam alla fede cattolica ci riempie di entusiasmo anche se dobbiamo assistere con tristezza alle nuove catacombe degli islamici convertiti. Magdi Allam è nato a Il Cairo nel 1952. Noto giornalista e saggista, è vicedirettore del Corriere della Sera. In qualità di editorialista e inviato speciale si occupa degli eventi politici, economici, sociali e culturali dell’area mediorientale, comprese le tematiche trasversali quali il terrorismo, l’Islam, l’immigrazione, il confronto tra le civiltà e i rapporti Nord-Sud. Laureato in sociologia all’Università "La Sapienza" di Roma, vi tiene corsi e seminari sulla cultura e la società nell’Islam. Tra i suoi libri sono da segnalare anche Bin Laden in Italia (2002), Diario dall’Islam (2002) e Saddam (2003), tutti editi da Mondadori. Con il suo ultimo saggio, Vincere la Paura, ha vinto il premio Grinzane, sezione saggistica 2005. Leggiamo le parole che lo stesso Magdi Allam ha detto domenica 23 marzo 2008, giorno di Pasqua, per descrivere il suo approdo alla Chiesa cattolica dopo un lungo cammino di conversione e di preparazione: "Ieri sera mi sono convertito alla religione cristiana cattolica, rinunciando alla mia precedente fede islamica. Ha così finalmente visto la luce, per grazia divina, il frutto sano e maturo di una lunga gestazione vissuta nella sofferenza e nella gioia, tra la profonda e intima riflessione e la consapevole e manifesta esternazione. Sono particolarmente grato a Sua Santità il Papa Benedetto XVI che mi ha impartito i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima ed Eucarestia, nella Basilica di San Pietro nel corso della solenne celebrazione della Veglia Pasquale. E ho assunto il nome cristiano più semplice ed esplicito: "Cristiano". Da ieri dunque mi chiamo "Magdi Cristiano Allam". Per me è il giorno più bello della vita. Acquisire il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre è, per un credente, un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile. A quasi 56 anni, nel mio piccolo, è un fatto storico, eccezionale e indimenticabile, che segna una svolta radicale e definitiva rispetto al passato. Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla mia anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza nei confronti del "diverso", condannato acriticamente quale "nemico", primeggiano sull’amore e il rispetto del "prossimo " che è sempre e comunque "persona"; così come la mia mente si è affrancata dall’oscurantismo di un’ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all’omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendomi di aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà. Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio, che è il Dio della Fede e Ragione. Ed ecco il punto d’approdo.
La mia conversione al cattolicesimo è il punto d’approdo di una graduale e profonda meditazione interiore a cui non avrei potuto sottrarmi, visto che da cinque anni sono costretto a una vita blindata, con la vigilanza fissa a casa e la scorta dei carabinieri a ogni mio spostamento, a causa delle minacce e delle condanne a morte inflittemi dagli estremisti e dai terroristi islamici, sia quelli residenti in Italia sia quelli attivi all’estero. Ho dovuto interrogarmi sull’atteggiamento di coloro che hanno pubblicamente emesso delle fatwe, dei responsi giuridici islamici, denunciandomi, io che ero musulmano, come "nemico dell’islam", "ipocrita perché è un cristiano copto che finge di essere musulmano per danneggiare l’islam", "bugiardo e diffamatore dell’islam ", legittimando in tal modo la mia condanna a morte. Mi sono chiesto come fosse possibile che chi, come me, si è battuto convintamente e strenuamente per un "islam moderato ", assumendosi la responsabilità di esporsi in prima persona nella denuncia dell’estremismo e del terrorismo islamico, sia finito poi per essere condannato a morte nel nome dell’islam e sulla base di una legittimazione coranica. Ho così dovuto prendere atto che, al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale. Parallelamente la Provvidenza mi ha fatto incontrare delle persone cattoliche praticanti di buona volontà che, in virtù della loro testimonianza e della loro amicizia, sono diventate man mano un punto di riferimento sul piano della certezza della verità e della solidità dei valori. A cominciare da tanti amici di Comunione e Liberazione con in testa don Juliàn Carròn; a religiosi semplici quali don Gabriele Mangiarotti, suor Maria Gloria Riva, don Carlo Maurizi e padre Yohannis Lahzi Gaid; alla riscoperta dei salesiani grazie a don Angelo Tengattini e don Maurizio Verlezza culminata in una rinnovata amicizia con il Rettore maggiore Don Pascual Chavez Villanueva; fino all’abbraccio di alti prelati di grande umanità quali il cardinale Tarcisio Bertone, monsignor Luigi Negri, Giancarlo Vecerrica, Gino Romanazzi e, soprattutto, monsignor Rino Fisichella che mi ha personalmente seguito nel percorso spirituale di accettazione della fede cristiana. Ma indubbiamente l’incontro più straordinario e significativo nella decisione di convertirmi è stato quello con il Papa Benedetto XVI, che ho ammirato e difeso da musulmano per la sua maestria nel porre il legame indissolubile tra fede e ragione come fondamento dell’autentica religione e della civiltà umana, e a cui aderisco pienamente da cristiano per ispirarmi di nuova luce nel compimento della missione che Dio mi ha riservato. Ed ancora la scelta e le minacce.
La conversione al cristianesimo mi procurerà certamente un’ennesima, e ben più grave, condanna a morte per apostasia. So a cosa vado incontro ma affronterò la mia sorte a testa alta, con la schiena dritta e con la solidità interiore di chi ha la certezza della propria fede. E lo sarò ancor di più dopo il gesto storico e coraggioso del Papa che, sin dal primo istante in cui è venuto a conoscenza del mio desiderio, ha subito accettato di impartirmi di persona i sacramenti d’iniziazione al cristianesimo. Sua Santità ha lanciato un messaggio esplicito e rivoluzionario a una Chiesa che finora è stata fin troppo prudente nella conversione dei musulmani, astenendosi dal fare proselitismo nei Paesi a maggioranza islamica e tacendo sulla realtà dei convertiti nei Paesi cristiani. Per paura. La paura di non poter tutelare i convertiti di fronte alla loro condanna a morte per apostasia e la paura delle rappresaglie nei confronti dei cristiani residenti nei Paesi islamici. Ebbene oggi Benedetto XVI, con la sua testimonianza, ci dice che bisogna vincere la paura e non avere alcun timore nell’affermare la verità di Gesù anche con i musulmani. Basta con la violenza. Dal canto mio dico che è ora di porre fine all’arbitrio e alla violenza dei musulmani che non rispettano la libertà di scelta religiosa. In Italia ci sono migliaia di convertiti all’islam che vivono serenamente la loro nuova fede. Ma ci sono anche migliaia di musulmani convertiti al cristianesimo che sono costretti a celare la loro nuova fede per paura di essere assassinati dagli estremisti islamici che si annidano tra noi. Per uno di quei "casi" che evocano la mano discreta del Signore, il mio primo articolo scritto sul Corriere il 3 settembre 2003 si intitolava "Le nuove catacombe degli islamici convertiti". Era un’inchiesta su alcuni neo-cristiani che in Italia denunciavano la loro profonda solitudine spirituale ed umana, di fronte alla latitanza delle istituzioni dello Stato che non tutelano la loro sicurezza e al silenzio della stessa Chiesa. Ebbene mi auguro che dal gesto storico del Papa e dalla mia testimonianza traggano il convincimento che è arrivato il momento di uscire dalle tenebre dalle catacombe e di affermare pubblicamente la loro volontà di essere pienamente se stessi. Se non saremo in grado qui in Italia, nella culla del cattolicesimo, a casa nostra, di garantire a tutti la piena libertà religiosa, come potremmo mai essere credibili quando denunciamo la violazione di tale libertà altrove nel mondo? Prego Dio affinché questa Pasqua speciale doni la risurrezione dello spirito a tutti i fedeli in Cristo che sono stati finora soggiogati dalla paura". La storia di conversione di Magdi Cristiano Allam segna ancora una volta il trionfo della Divina Misericordia nel nostro tempo terribile e insieme meraviglioso.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.7/ del 11/4/2008)


Un testimone della chiesa beneventana al traguardo

Alle prime luci dell’alba del 5 marzo 2008 l’arcivescovo Gastone Mojaisky-Perrelli è entrato nella gloria svelata del Risorto. Aveva circa 94 anni di età. Il 7 di marzo 2008 alle ore 15.00 nella cattedrale di Sant’Angelo dei Lombardi l’arcivescovo di Benevento Andrea Mugione ha presieduto le esequie. Erano presenti gli arcivescovi Francesco Alfano di Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia e Antonio Nuzzi emerito della stessa chiesa locale e i vescovi Francesco Marino di Avellino, Pietro Farina di Alife-Caiazzo e Filippo Iannone ausiliare di Napoli, una ventina di sacerdoti, alcuni parenti del defunto, autorità civili e militari e un discreto numero di fedeli. In serata la salma è stata tumulata nella cappella della famiglia Perrelli nel cimitero di Buonalbergo.
Sono profondamente legato alla personalità forte ed insieme dolcissima dell’arcivescovo Gastone per averlo conosciuto sin dagli anni in cui ero studente di teologia, per averlo incontrato più volte mentre trascorreva il periodo estivo come eremita presso il santuario del Santissimo Salvatore in Montella e soprattutto perché 25 anni or sono fu lui, insieme all’arcivescovo Carlo Minchiatti, a consacrarmi sacerdote. Ha vissuto quasi per un secolo servendo con intelligenza, assoluta trasparenza e fedeltà la Chiesa santa di Dio che ha amato al di sopra di tutti e di tutto. Ha girato il mondo a motivo dei molti e prestigiosi incarichi affidatagli dalla Santa Sede lavorando in Segreteria di Stato e in ben 12 nunziature. Ha sempre conservato un’ ammirevole semplicità e sobrietà di vita.
La sua storia personale ha il fascino di un romanzo. Il nonno paterno era stato ambasciatore al servizio dello zar di Russia. Per ragioni politiche suo padre dovette lasciare la Russia giungendo infine a Buonalbergo (Bn). Sua madre di origine buonalberghese apparteneva alla famiglia Perrelli costituita da professionisti e ricchi proprietari terrieri. La nutrice del suo papà era originaria di Cervinara perché secondo le abitudini del tempo le mamme nobili non allattavano i propri figli. In Cervinara dimoravano anche i loro cugini appartenenti alla famiglia del giudice Cecere. La nonna materna dell’arcivescovo defunto, Caterina Cosentini, era di Benevento e aveva sposato Luigi Perrelli, nonno di mons. Gastone. La famiglia Cosentini, abitava nel quartiere storico della città, il Triggio.
I suoi genitori: Carlo Mojaisky e Alceste Perrelli. Il papà era originario di Mosca ed i suoi antenati intorno all’anno 1003 erano venuti dalla Mongolia. Una famiglia di grandi proprietari terrieri che possedevano molti granai in Ucraina e per ragioni commerciali viaggiavano moltissimo. Il suo papà, di professione avvocato, era nato a Napoli ed aveva compiuto gli studi in un collegio svizzero. Dopo la rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917, il resto della famiglia da Mosca si trasferì in Francia. Il papà Carlo Mojaisky si impegnò per molti anni, come esperto di diritto canonico, per far tornare alla Chiesa i beni sequestrati con le soppressioni prima dell’unità d’Italia. Morì a Buonalbergo nel 1936, quando Gastone era ancora in Seminario, l’anno precedente la ordinazione sacerdotale. La mamma Alceste morì nel 1918 con "la spagnola", quando Gastone aveva solo 4 anni. Una mamma generosa e altruista che contrasse l’epidemia mortale per soccorrere in Buonalbergo, insieme al suo fratello medico, gli ammalati del paese. Allora i piccoli vennero affidati a donne di servizio. Il papà si risposò con una vedova madre di 2 figli: Maria De Maria che sposò Sergio, fratello di don Gastone e Fernando De Maria che sposò Wanda, sorella di mons. Gastone. Ma anche la mamma adottiva venne a mancare molto presto.
Il papà girava moltissimo ma in estate ritornava sempre a Buonalbergo dove si impegnò per l’apertura di un ufficio postale che mancava in paese e qui sposò la buonalberghese Alceste Perrelli. Dal matrimonio di Carlo ed Alceste nacquero 7 figli: Sergio (avvocato, coniugato con Maria De Maria di Napoli, senza prole, dopo gli studi a Milano si trasferisce a Saronno e durante la guerra giunge in provincia di Piacenza come capo partigiano, dopo la guerra rientra a Milano e infine parte per l’Argentina); Augusto (finito in Argentina come segretario del consolato italiano a Buenos Aires, coniugato con una donna di nome Nelli, dal loro matrimonio una sola figlia di nome Anna che ora vive a Capri, dopo l’Argentina andò ad abitare a Milano e infine visse a Buonalbergo); Claudio (laureato in legge, vissuto per molti anni a Parigi, sposato con la francese Raymonde, poi rientrato a Milano ove è vissuto, un solo figlio morto pochi giorni dopo la nascita); Anna (entrata tra le suore d’Ivrea come religiosa, prese il nome della mamma e si chiamò suor Alceste, morì a soli 23 anni); Wanda (che ora, all’età di 96 anni, vive a Milano, sposata con il medico napoletano Ferdinando De Maria, una sola figlia, Paola Maria Donatella che vive anch’essa a Milano, coniugata, una sola figlia, Francesca, esperta nella ricerca storica e che ci ha fornito preziose informazioni); Gastone (divenuto arcivescovo); e infine Cecilia (morta pochi giorni dopo la nascita).
Una famiglia meravigliosa costituita da persone straordinariamente profonde e di grande cultura.
Mons. Gastone è nato quindi da nobile famiglia a Buonalbergo il 6 agosto 1914, ha frequentato in Napoli le scuole elementari e medie e le superiori presso il liceo classico G.B.Vico, il corso filosofico-teologico presso il seminario regionale Pio XI di Benevento. E’ stato consacrato sacerdote nella chiesa parrocchiale di San Nicola di Bari in Buonalbergo dall’arcivescovo vitulanese Orazio Mazzella, preferendo la Chiesa di Benevento come diocesi di incardinazione anziché quella di Ariano Irpino per la stima profonda che nutriva per il presbiterio beneventano. Presso il collegio Capranica e l’università statale di Roma ha conseguito la laurea in diritto canonico e in lettere antiche. Ha lavorato in Segreteria di Stato e in diverse nunziature apostoliche: Bolivia, Santiago del Cile, a Berna in Svizzera, Messico, Cuba, Guatemala, Mombasa in Africa, Congo, Ruanda e Burundi. Dopo la consacrazione episcopale del 1° novembre 1959 per le mani del cardinale Tardini rimase a Leopoldville fino al 1962 e l’anno successivo venne trasferito a Nusco (Av) con il titolo personale di arcivescovo e infine a Conza, Sant’Angelo dei Lombardi, Bisaccia e Lacedonia. Sarebbe dovuto andare ancora come nunzio in Australia, aveva già spedito tutti i suoi libri, ebbe un grosso diverbio con la diplomazia, si bloccò tutto e perciò fece ritorno in Italia. Nel 1978 rinunciò alla cura pastorale, con 11 anni di anticipo, a soli 64 anni di età, alternando la sua presenza tra Montella e Napoli ove si trasferì definitivamente circa 20 anni fa presso la comunità dei padri vincenziani in via Vergini e dove si è spento il 5 marzo 2008.
Per l’impegno nelle diverse nunziature dovette aggiungere al suo cognome anche quello della mamma, per ragioni diplomatiche. Uomo di grande cultura e di profonda spiritualità, conosceva ben cinque lingue.
Non abbandonò mai l’attività pastorale anche quando si ritirò a vita privata. Nobile per origine e per finezza di portamento. Emergevano in lui spirito di signorilità e di accoglienza. Fermo e deciso con gli altri perché esigentissimo con se stesso. Sempre austero e delicato. L’amico buonalberghese, il francescano padre Rosario Corbo, ricorda la grande semplicità che lo rendeva disponibile e attento verso tutti, fino ad urtarsi quando si parlava con enfasi di grandezze umane. In queste occasioni ricordava a tutti che Cristo è morto nudo sulla croce. Aveva il culto dell’amicizia e avvertiva in modo vivo il valore della tradizione. Diceva: "La tradizione forma la fede di un popolo, non è lecito distruggerla in un attimo". Ogni anno per il lunedì in albis tornava a Buonalbergo per augurare "la buona Pasqua alla Madonna". Signore di animo e di abitudini, nutriva per la Madonna della Macchia, venerata nel paese natio, una devozione struggente tanto da dire: "Nel mio paese ho succhiato insieme al latte per crescere una fortissima devozione mariana". E’ stato un accanito fumatore sfuggendo ai rischi di una morte anticipata. A Conza ebbe molti disagi e contrasti con il clero: obbediente, fedele, ligio al dovere non ammise eccezioni alla regola o disobbedienze. Rimase solo. Soffrì molto. Mai scese a compromessi. Lucido fino al momento della morte. La sua personalità di uomo e di pastore si staglia con il profilo di un nobile umilissimo e di un testimone coerente sino alla fine. Fu un impareggiabile divoratore di libri.
Conservò intensi rapporti con la comunità ortodossa della Borgogna e attraverso un nipote ingegnere vi destinò generose offerte ed aiuti per la costruzione di una chiesa e di un centro di spiritualità.
Ho chiesto alla nipote Paola Maria Donatella che vive a Milano quale fosse la nota dominante la personalità dello zio arcivescovo. Mi ha risposto così: "Un grande rigore. Ci trattava in modo brusco. Velava con la fermezza il suo grande affetto per noi. Era concreto, deciso, rapidissimo, soprattutto molto coerente. Non ha mai coperto o tradita la verità".

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.6/ del 28/3/2008)


Salto di qualità. L'Istituto Superiore di Scienze Religiose
"Redemptor hominis" di Benevento è diventato Università

È stato il giornalista Giuliano Ferrara, Direttore de "Il Foglio", a tenere la prolusione dell’inaugurazione del nuovo anno accademico dell’ISSR di Benevento sul tema: "Moratoria sull’aborto e laicità" il 25 febbraio nell’Auditorium "Giovanni Paolo II" del Seminario Arcivescovile in Viale Atlantici; contemporaneamente è nato in Benevento il comitato pro moratoria di cui sono responsabili: il direttore dell’ISSR, il dott. Francesco Mastrocinque, la dott.ssa Snijezana Miklusic, il dott. Alfonso Falato ed il giovane universitario Cristian Mastrocinque.
L’Istituto Superiore di Scienze Religiose "Redemptor hominis" di Benevento è divenuto Università con valenza europea. Decisivo il passaggio da istituto quadriennale a istituto quinquennale con un triennio di base e un biennio specialistico. Il Concilio Vaticano II ha auspicato una maggiore qualificazione della formazione teologica del laicato e di quanti sono chiamati a svolgere compiti delicati di evangelizzazione, di animazione pastorale e di insegnamento.
Nel 1980 l’Arcidiocesi di Benevento ha avviato una scuola triennale di scienze religiose, divenuta poi nel 1986 Istituto di Scienze Religiose "G. Moscati" (ISR) con due indirizzi: pedagogico-didattico e catechistico-ministeriale, autorizzato dalla CEI a rilasciare il Diploma in Scienze Religiose.
Un ulteriore passo verso una completa qualificazione giuridica viene compiuto nel 1990 con l’erezione accademica dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose (ISSR) sezione dell’I.S.S.R. "Redemptor Hominis" del Pontificio Ateneo "Antonianum" di Roma con curricolo quadriennale di studi, con due opzioni: indirizzo pedagogico-didattico e pastorale-ministeriale, abilitando al grado accademico di Magistero in Scienze Religiose (titolo valido per proseguire gli studi ecclesiastici e conseguire i gradi accademici superiori di baccellierato-licenza-dottorato), requisito professionale richiesto in Italia per ricevere l’incarico di insegnamento della Religione cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado.
Dall’anno accademico 2006-2007 l’I.S.S.R. di Benevento è collegato alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli ed ha revisionato statuti e piani di studio secondo le direttive emanate dalla CEI per la conformazione degli studi di teologia ai parametri accademici europei previsti dal processo di Bologna.
L’opera di riordino si è conclusa il 28 novembre 2007 con il decreto 1404/2007 della Congregazione Vaticana per l’Educazione Cattolica che ha eretto accademicamente l’I.S.S.R. "Redemptor hominis" di Benevento abilitandolo a rilasciare i nuovi gradi accademici di Diploma in Scienze Religiose (equivalente alla laurea dell’ordinamento statale, dopo un triennio di studi e il conseguimento di 180 crediti universitari europei) e di Magistero in Scienze Religiose (equivalente alla laurea specialistica dell’ordinamento statale, dopo un quinquennio di studi e il conseguimento di 120 crediti universitari europei).
La Santa Sede e 44 paesi europei hanno aderito ai parametri del processo di Bologna. Come tutte le lauree dei paesi firmatari del processo, il titolo prevede oggi 300 crediti complessivi (180 per la Laurea e 120 per la Specialistica).
Il fine primario dell’Università di Scienze Religiose può essere espresso con una parola chiave di Romano Guardini: "interpretazione del mondo".
Il compito dell’Università "Redemptor hominis" di Benevento si può definire in modo completo come líincontro della fede cattolica con il mondo di oggi nelle sue diverse manifestazioni del sapere teorico e dellíorganizzazione pratica della vita.
L’Università, come la intendeva Platone e come noi ancora oggi la desideriamo, è prima di tutto il luogo del "dialogo".
Il dialogo nasce soltanto dove non c’è solo il parlare, ma l’ascoltare e dove nell’ascoltare si compie l’incontro, nell’incontro la relazione e nella relazione la comprensione quale approfondimento e trasformazione dell’esistenza.
Gesù dice: "Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Gv 8, 31-32).

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.5/ del 7/3/2008)


Dio seduce ancora

Un Lucio Dalla a 360° tra critiche all’aborto e plausi all’enciclica papale Spe salvi: "l’ho trovata ineccepibile – dice il cantautore. Papa Benedetto XVI ha dimostrato ancora una volta di essere un grande e fine intellettuale. Qualche "bello spirito" vuol farlo passare per nemico della ragione, ma il livello della sua catechesi è così elevato da sfuggire a quelle menti che ricercano, nel mondo attuale, solo l’insulto. Il Papa afferma, saggiamente, che fede e ragione devono e possono essere amiche e che non sono affatto categorie contrapposte. Io la penso come lui". Quindi la critica all’aborto che "reputo una cosa negativa. La vita va difesa sempre e comunque dal suo momento iniziale sino alla fine naturale" e la confessione di un tratto dell’espressione del suo essere cristiano "nella ricerca del bello, nella santità e nella mistica del lavoro, che poi vuol dire santificarsi per mezzo della propria professione". "Personalmente, nell’esistenza di tutti i giorni, spiega Dalla, anche attraverso la mia affiliazione all’Opus Dei, cerco di contrastare ogni forma di ateismo e di secolarismo, fenomeni che mortificano purtroppo i nostri tempi". Poi confessa di non essere "mai stato né marxista, né comunista. Se mi sono esibito alle manifestazioni di sinistra è perché sono un professionista: gli organizzatori mi hanno pagato ed io ho cantato". E sull’Italia, "dipinta" come un Paese in crisi, avverte: "Guai a vivere senza speranza. Ma ognuno deve fare attivamente la propria parte senza rassegnazione".
Enzo Biagi - dice mons. Ravasi - alla fine della vita si è confessato. Aveva radici profondamente religiose. Dalla mamma aveva ricevuto l’invito a chiudere ogni giornata con l’atto di dolore. Un richiamo che, dovunque si è trovato, ha sempre rispettato con l’aggiunta di un’Ave Maria.
E’ recente la conversione al cattolicesimo di Tony Blair. Anglicano di nascita, da anni partecipa alle funzioni domenicali nella cattedrale di Westminster con la moglie e i figli, tutti e 4 cattolici di cui due hanno frequentato una delle scuole cattoliche più prestigiose di Londra. Nel giugno scorso Blair ebbe colloqui privati con il Papa in Vaticano. L’incontro spinse a credere che la sua conversione sarebbe giunta a breve. Ammirevole la sua decisione, per non dare adito a speculazioni che si sarebbe convertito al Cattolicesimo solo dopo aver lasciato Downing Street.
Anche il mondo della canzone si orienta a prendere sul serio la vita di fede in Cristo come è avvenuto per Ornella Vanoni e per Claudio Baglioni. "Qualche volta, dice questi, mi sorprendo a pregare, quando mi sento stanco o smarrito, ma credere è anche, più semplicemente, una maniera di volere e volersi più bene. Togliersi di dosso l’indifferenza. Molte mie canzoni parlano del vivere come esperienza anche spirituale: di questo viaggio il Papa e la sua Chiesa sono il faro e noi i naviganti. E’ Dio il mio piccolo grande amore". Roberto Vecchioni, dopo anni di silenzio, confessa: "Negli ultimi due anni la mia fede è cresciuta. Continuo a sperare nel nuovo, ma nel nuovo cd canto anche la mia delusione di fronte a questo mondo". Nella canzone Le rose blu, il cantautore riferisce la sua storia di padre straziato dal dolore per la morte del figlio. Offre al Signore ogni memoria, sensazione ed emozione della sua esistenza. La canzone la scrisse in pochi minuti in uno stanzino buio: "Una preghiera, forse un grido di ribellione, non so. Un patto impossibile con Dio. Non ti offro la vita, è già tua: ti do quanto ho vissuto, se tu dai a mio figlio le rose blu. Questa canzone mi ha rieducato. In fondo ho sempre tratto la speranza dal dolore: ho ripreso a farlo. Forse anche con più misura e sincerità di un tempo. In questi ultimi due anni mi sono avvicinato molto a Dio. La mia fede è cresciuta anche per il dolore che ho vissuto in questo tempo: ci deve essere una forza credibile che va oltre la mediocrità terrena. Spesso prego, dico l’Ave Maria, il Credo, il Pater Noster. Il bello è che con Dio si può parlare ovunque, in Chiesa come per strada".

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.4/ del 22/2/2008)


Moratoria sull'aborto e laicità.
Giuliano Ferrara a Benevento il 25 febbraio

Il Direttore de "Il Foglio" afferma: "Se è vero, come credo profondamente, che esiste un individuo biologico nel grembo di una madre incinta, sopprimere quella creatura è un omicidio perfetto perchè cancella tutto il futuro di una vita che ancora non ha passato.
Gli aborti rappresentano lo scandalo supremo del nostro tempo. In Asia ci sono politiche di Stato che incentivano in ogni modo le donne a interrompere la gravidanza. La moratoria sull'aborto serve ad aggredire le politiche anti-nataliste ed eugenetiche in Oriente e Occidente".
Una battaglia, quella del direttore de "Il Foglio", che si lega anche al suo vissuto personale: "Ho raccontato di essere stato complice di tre aborti. Li ho vissuti come un delitto morale, un atto di violenza contro me stesso, le mie compagne di allora e contro le creature che oggi avrebbero 25, 30, 35 anni. Dietro questa battaglia c'è anche la nostalgia della paternità mancata. Non vivo una crisi esistenziale, mi rendo conto però del significato di avere rifiutato quei tre figli".
Anche la Costituzione "Gaudium et spes" del Concilio Vaticano II, al n. 27, definisce l’aborto "un abominevole delitto" e Giovanni Paolo II nell’enciclica "Evangelium vitae" del 1995 sul tema dell’aborto dice che si è passati "dalla logica del delitto a quella del diritto". Il quinto comandamento parla chiaro: "Non uccidere". Il Magistero ecclesiale ininterrottamente, in oltre 2000 anni di cristianesimo, difende la vita dal concepimento alla morte naturale. La vita dunque è sacra, intangibile, indisponibile perché costituisce un valore non negoziabile. Su questo tema verterà la prolusione d’inaugurazione del nuovo anno accademico dell’ Istituto Superiore di Scienze Religiose "Redemptor hominis" di Benevento, che sarà tenuta da Giuliano Ferrara nell’Auditorium "Giovanni Paolo II" del Seminario Arcivescovile in Viale Atlantici 69 a Benevento, il 25 febbraio alle ore 17.00. Televisioni e testate giornalistiche del territorio saranno invitate a rivolgere domande e proposte all’illustre conferenziere, dopo la sua relazione. Recentemente si è conclusa l'opera di riordino dell’ ISSR di Benevento che il 28 Novembre 2007 con il decreto 1404/2007 della Congregazione per l'Educazione Cattolica è stato accademicamente eretto al grado di Università ed abilitato a rilasciare i nuovi gradi accademici di Diploma in Scienze Religiose (equivalente alla laurea dell’ordinamento Statale - dopo un triennio di studi e il conseguimento di 180 crediti universitari europei) e di Magistero in Scienze Religiose (equivalente alla laurea specialistica dell'ordinamento Statale - dopo un quinquennio di studi e il conseguimento di 120 crediti universitari europei). Conforme ai parametri del Processo di Bologna il titolo accademico dell’ISSR è spendibile in tutta Europa, ovvero nei 45 Paesi che fanno parte del Processo stesso. Come tutte le lauree dei paesi firmatari del Processo il titolo prevede oggi 300 crediti ECTS complessivi (180 per la Laurea e 120 per la Specialistica). Il passo ulteriore è la revisione dell’intesa tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana per il riconoscimento civile dei titoli accademici conferiti dagli ISSR per mezzo delle Facoltà approvate dalla Santa Sede, quale Laurea e Laurea Specialistica in Scienze Religiose. Il fine primario dell’Università di Scienze Religiose può essere espresso con una parola chiave di Romano Guardini: "interpretazione del mondo". Il compito dell’Università "Redemptor hominis" di Benevento si può definire in modo completo come l’incontro della fede cattolica con il mondo di oggi nelle sue diverse manifestazioni del sapere teorico e dell’organizzazione pratica della vita.
L’Università, come la intendeva Platone e come noi ancora oggi la desideriamo, è prima di tutto il luogo del "dialogo".
Il dialogo nasce soltanto dove non c’è solo il parlare, ma l’ascoltare e dove nell’ascoltare si compie l’incontro, nell’incontro la relazione e nella relazione la comprensione quale approfondimento e trasformazione dell’esistenza.
Gesù dice: "Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Gv 8, 31-32).

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.3/ del 8/2/2008)


Ricordando padre Di Monda

Ad un anno dalla morte i frati minori conventuali hanno ricordato padre Antonio Maria Di Monda con una Messa presieduta dall’arcivescovo di Benevento e un convegno sulla spiritualità e l’opera letteraria dell’illustre confratello con l’intervento di padre Gianfranco Grieco, capo ufficio del pontificio consiglio per la famiglia e padre Cristoforo Bove, relatore presso la congregazione per le cause dei santi. E’ per me un onore parlare di padre Di Monda: un uomo solido, un sacerdote vero, un testimone fedele divenuto maestro della parola. Maestro perché testimone.
Ripensando agli anni in cui l’ho avuto impareggiabile guida e docente di dommatica mi sovvengono le parole semplici e profonde del Salmo 18, le uniche capaci di esprimere la mia sconfinata gratitudine: "La tua bontà mi ha fatto crescere".
Padre Antonio è stato un degno figlio del serafico Francesco d’Assisi nella famiglia francescana conventuale della provincia religiosa di Napoli.
Laureato in Teologia all’Università di Friburgo in Svizzera, licenziato in Filosofia all’Università Gregoriana di Roma e diplomato in Diplomatica, Paleografia e Archivistica all’Università di Napoli, ha ricoperto molti e importanti uffici nel suo Ordine, come quelli di Ministro Provinciale e Direttore Generale della Milizia dell’Immacolata. Docente di Teologia e Filosofia alla Facoltà Teologica dell’Italia meridionale, nel Seminario e nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose "Redemptor hominis" di Benevento e nei Seminari dell’Ordine, ha collaborato a molte riviste e pubblicato diverse opere teologiche e letterarie.
Tra le tante opere mi piace segnalare il volume "Tra teologia e vita…", ove spazia dalla speculazione alla realtà vissuta da ogni uomo, con argomenti di attualissimo interesse, con competenza profonda, con acume e calore sostenuti sempre da una logica rigorosa, impeccabile e dal richiamo costante alla verifica, a portata di mano di ogni uomo amante della verità.
Padre Di Monda è stato un pozzo profondo di ricchezza culturale e spirituale, estremamente vitale sotto il profilo scientifico e missionario, formidabile per cultura, fervore e dedizione apostolica. Gioioso ed ottimista come tutti i santi che costellano il firmamento cristiano. Un profeta della divina giustizia sempre piegata al servizio dell’amore e della misericordia.
Mai si è chiuso nella turris eburnea di un sapere arido, gelido e sprezzante. La sua è stata sempre ed unicamente una teologia al servizio della vita, una teologia capace di conservare quel sapore di concretezza e di vita, capace di soddisfare gli intellettuali ed i semplici, senza nulla togliere al rigore del pensiero e della verità. Nell’insegnamento, nella predicazione come nelle svariate pubblicazioni ed in centinaia di articoli, è sempre partito dalla teologia e dalla pedagogia del cuore, non per assegnare un primato al sentimento, alla volontà, ma perché ogni cosa, nella vita e nell’azione, ha sapore solo se ha un pizzico di cuore. In conformità al genuino concetto dell’uomo ha ricercato in ogni situazione ed in ogni argomentazione la verità più obiettiva, senza infingimenti, mezze misure o false prudenze, convinto di quanto afferma il Maritain: "Se non si ama la verità, non si è uomini". Nella babele della moderna ideologia, padre Antonio ha offerto alla schiera innumerevole dei suoi alunni e dei suoi fedeli la divina e sicura pedagogia di Gesù Maestro,Via Verità e Vita (Gv 14,6).
Come Teresa di Lisieux, ha sentito in sé la vocazione del guerriero, del sacerdote, dell’apostolo, del dottore e del martire. Nel contrasto interiore tra debolezza delle forze e sconfinatezza dei desideri ha cercato con ardore i doni migliori, scoprendo di essere nulla senza l’Amore. La Carità gli ha offerto la chiave della sua vocazione.
Nel cuore della Chiesa sua madre è stato un profeta di speranza e di amore pur conservando scrupolosamente il ruolo di vigile sentinella della verità. Di qui la tenacia nello studio, nel sacrifico, nella preghiera, nell’insegnamento e nell’apostolato. Di qui la prontezza nel venire incontro ai bisogni di ognuno senza mai risparmiarsi. Di qui la fatica dei frequenti viaggi in aereo, in treno in autostop pur di annunciare Cristo in maniera opportuna ed inopportuna (2 Tim,4).
Sempre con umiltà, semplicità, generosità e con quella gioia che spesso esplodeva in una risata fragorosa e contagiosa, di chi manifesta una grande capacità di relazione e di esultanza ad ogni incontro. Verità e Amore. Fedeltà e Gioia.
Testimone verace del Cristo crocifisso e risorto perché morte e resurrezione sono un unico e indissociabile mistero d’amore.
Scrive S.Agostino: "Cammina attraverso l’uomo e giungerai a Dio". Conoscendo, stimando, ascoltando e frequentando padre Antonio Maria Di Monda, noi abbiamo incontrato Dio.
Padre Di Monda, come professore, predicatore, esorcista e vicario episcopale per i religiosi e le religiose ha sempre manifestato un grande coraggio nel difendere la verità ed una profonda onestà intellettuale, una stima formidabile per il ministero sacerdotale ed un amore appassionato per l’Immacolata.
Egli stesso scrive: "Quanto illusoria sia la pretesa infallibilità di giudizio del pensiero moderno è dimostrato dai granchi di ogni genere che esso ha dovuto registrare nel corso della storia. Sarebbe istruttivo costatare quante presuntuose affermazioni, presentate e difese come ultima conquista della scienza, siano state smentite dalla realtà e dalla vera scienza. Così, in ogni epoca la Chiesa è stata rimproverata di volersi intestardire su posizioni chiaramente superate e ormai inaccettabili dal pensiero corrente! Se la Chiesa avesse accolto la suggestione, offertale di volta in volta, dallo gnosticismo, dall’arianesimo, dalle eresie e movimenti di pensiero ovunque pullulanti ci domandiamo se esisterebbe oggi incorrotta. Mentre essa è ancora viva e vegeta, molti movimenti ricordati si sono dissolti nel nulla" (Tra Teologia e Vita"…, pp.25-26).
Aveva compreso la grandezza e la dignità del sacerdote vivendola con impareggiabile coerenza e generosità e con una disponibilità assoluta. Nell’esercizio del ministero sacerdotale viveva intensamente le parole che l’amico del santo Curato d’Ars, il venerabile padre Chevrier diceva agli studenti di teologia che si preparavano al sacerdozio: "Il sacerdote deve essere un altro Cristo. Pensando al Presepio, deve essere umile e povero; più sarà tale, più darà gloria a Dio e sarà utile al prossimo: egli deve essere un uomo spoglio di tutto. Ricordando il Calvario, deve pensare ad immolare se stesso per dare la vita. Il sacerdote deve essere un uomo crocifisso. Pensando al Tabernacolo deve ricordarsi che deve dare se stesso di continuo agli altri, deve divenire come un buon pane per le anime: il prete deve essere un uomo mangiato".
E padre Antonio aggiungeva che essendo il sacerdote Alter Christus, per vivere degnamente la sua eccelsa vocazione deve operare ed amare come ha fatto Gesù: "Deve essere l’uomo dalla fede ardente e operosa, l’uomo chiamato ad essere ministro e servo di tutti, chiamato a predicare e a praticare la perfezione, la santità. Egli deve essere pronto a donare la sua stessa vita temporale. Deve, perciò, possedere riserve inesauribili di amore, perchè solo l’amore porta a donare sempre, ad immolarsi senza sosta, a dimenticare i propri comodi e i propri diritti, rendendo così possibili tutti gli eroismi. Ma l’amore, come l’eroismo, non si improvvisa quasi mai e non cresce, ordinariamente, per generazione spontanea. Chi non si è mai esercitato a camminare, quasi sicuramente non scalerà mai una vetta troppo alta. E chi non è stato mai abituato a donare e a donarsi in una scuola di sacrificio e di rinunzia, difficilmente domani sarà un eroe. La lotta per la continenza è esercizio di rinunzia, di abnegazione, di superamento dell’egoismo; è scuola ed allenamento di generosità e di esaltazione dei valori superiori" (Tra Teologia e Vita…p.89).
Ed in queste espressioni svela le tensioni della sua altissima testimonianza sacerdotale. Conquistato dal trionfo della grazia, realizzato dalla Santissima Trinità nella Vergine Maria, si è fatto cantore appassionato dell’Immacolata, scrivendo pagine luminose sulla consacrazione a Maria e sull’attualità del messaggio di Fatima. Prima di spegnersi nel convento francescano di Benevento, lo visitai, martedì 9 gennaio 2007, rimanendo in cordiale colloquio nella sua cella per gran parte della mattinata: seduto alla scrivania, indossava l’inseparabile saio francescano, mi accolse con entusiasmo ed affetto, lo abbracciai con forza sapendo che quello sarebbe stato l’ultimo nostro incontro sulla terra, non mi risparmiò un largo e generoso sorriso, si informò sulle mie attività pastorali e culturali, chiese cosa stavo organizzando di bello per il Signore, poi descrisse le sue precarie condizioni di salute, l’affanno intenso non bloccò la vivacità affettuosa del dialogo, dichiarandomi di voler fare anche in questa difficile situazione solo la volontà di Dio. Sereno, totalmente abbandonato nelle mani di Dio e della Madonna.
Ma, stava lavorando ancora al suo ultimo libro su " Il Purgatorio visto dai Santi", correggendo le bozze sul computer portatile che aveva dinanzi. Mostrava l’ansia di terminare questa sua ultima fatica, dopo aver pubblicato nel settembre precedente "L’inferno visto dai Santi". Concluse la ricerca sul Purgatorio con una pagina ove indicava lo schema d’un futuro lavoro su "Il Paradiso visto dai Santi". Dopo due giorni, l’11 gennaio 2007, a 88 anni di età, sorella morte lo condusse in Paradiso a contemplare faccia a faccia il volto di Dio ricercato con passione d’amore nello studio e nella preghiera, attraverso il mistero che ora gli è stato svelato.
E nel suo diario, cronaca puntuale del cammino luminoso della sua anima, ha segnalato la felicità per questo nostro ultimo incontro nello spazio-tempo del pellegrinaggio.
L’Istituto Superiore di Scienze Religiose "Redemptor hominis" di Benevento, che lo ha avuto sin dalla fondazione, chiarissimo, stimato e ricercato docente di dommatica, con una pubblicazione ha sentito il bisogno e il dovere di disegnare un mosaico di luce e di gratitudine intorno alla figura gigantesca dell’indimenticato ed amato padre Antonio Maria Di Monda, una lampada da porre sul lucerniere affinché la luce risplenda davanti agli uomini: "Non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa". La casa di Dio è la Chiesa. La casa di Dio è il mondo.
Ricordare la figura di padre Antonio Maria Di Monda significa testimoniare alle future generazioni il suo impegno per la promozione cristiana, spirituale, culturale, umana e sociale della nostra gente, all’inizio di questo terzo millennio, carico di paure ed incertezze e tanto bisognoso di speranza.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.2/ del 25/1/2008)


Una storia d'amore e di tenerezza

Con la solennità dell’Epifania la Parrocchia beneventana di S.Gennaro ha concluso la celebrazione delle nozze d’argento per il 25° di fondazione. Dal Natale 1982 fino a quello del 2007 un fiume di grazia, di luce, di Vangelo e di fraternità ha rallegrato il quartiere sangennarese. Un cammino lungo, faticoso, impegnativo, sempre vissuto nel segno di Maria che nella immagine di Fatima si venera nella cripta e nelle ventuno edicole lungo il confine parrocchiale e nell’immagine dell’Immacolata nell’oasi S.Maria della tenerezza.
I seimila abitanti della comunità hanno vissuto in questo quarto di secolo eventi straordinari di evangelizzazione, generosità e solidarietà: l’arrivo del simulacro della Madonna di Fatima il 12 novembre ’94 incoronata poi in Vaticano da Giovanni Paolo II il 25 febbraio ’98, la grande missione popolare per il grande Giubileo del 2000, il completamento del Tempio intitolato al primo Vescovo beneventano S.Gennaro, l’Oasi, l’oratorio con la scuola catechistica , la scuola materna, la canonica, il Santuario eucaristico con la Madonna di Fatima e Padre Pio, le vetrate istoriate, il laboratorio teatrale, il piazzale "Giovanni Paolo il Grande", il concerto di nove campane e il campanile, la Via Crucis lungo il viale della Redenzione, la Croce luminosa, il monumento a Gesù risorto e S.Giuseppe, la mensa Caritas in Kiev per trecento bambini e le 90 adozioni a distanza, i dipinti dell’artista Mastro Nunzio e tantissime altre opere.
L’azione più preziosa trova il suo fulcro nella celebrazione eucaristica e nell’adorazione perpetua del Pane di vita ed ancora l’opera di formazione svolta dai sacerdoti e dai vari gruppi e movimenti parrocchiali. Molte iniziative hanno ravvivato il 25° di fondazione: missione mariana, testimonianze, concerti, concorso presepi, festa insieme e torta augurale, il brindisi e i fuochi nella notte di Natale e il raduno dell’Azione Cattolica Ragazzi dell’intera diocesi intorno all’ Arcivescovo nel giorno dell’Epifania.
La partecipazione delle scuole del quartiere ha ravvivato i momenti più significativi. Ora la comunità riprende serenamente il cammino sui sentieri della speranza programmando il 150° anniversario delle apparizioni di Lourdes, il pellegrinaggio a Loreto-Padova-Schio-Venezia-Vicenza dal 24 al 27 aprile, le cresime dell’11 maggio, i due turni di prime comunioni a giugno ed il grande pellegrinaggio a Lourdes-Fatima-Santiago-Avila-Madrid dal 18 al 30 agosto.
Dopo la messa domenicale il momento più bello e coinvolgente rimane l’incontro di ogni venerdì alle ore venti quando i giovani animano un’ora di preghiera che si trasforma in una grande invocazione di pace sulla famiglia parrocchiale, sulla città, sulla Chiesa e sul mondo intero.
L’amicizia e la meditazione liberano dalla solitudine consentendo a tutti, nonostante tutto, di sperare ancora.

("Benevento — La libera voce del Sannio" n.1/ del 11/1/2008)