PONTELANDOLFO

Tra maggioranza ed opposizione:
una questione di difesa civica

Gli eventi che hanno dominato la scena politica pontelandolfese sembrano condurre ad un comune denominatore, ancorché determinabile con teoremi di diversa tesi di partenza. Certo è che le iniziative intraprese proiettano ancora una volta Benevento nell’olimpo della giurisprudenza nazionale. Che poi sia Pontelandolfo a dare l’input per queste interpretazioni amministrative, può essere motivo di soddisfazione specie in chi ama con passione le proprie origini e la propria storia. Anche se questa ribalta giurisprudenziale conquistata sul campo da certuni protagonisti, non è speculazione personale, in quanto entrano in gioco gli interessi personali di una comunità intera che inevitabilmente relegano a margine le vicende particolari delle persone coinvolte ed arbitri del proprio destino. Ma veniamo al nocciolo della questione sollevata qualche giorno fa.
Per la realizzazione di venticinque cappelle nel cimitero di Pontelandolfo, fu utilizzata la procedura dell’affidamento in concessione. In effetti, la Giunta aveva accolto l’istanza della ditta realizzatrice, approvandone il relativo progetto di costruzione ed il conseguente schema di convenzione, stipulata, poi, con trattativa privata. La delibera adottata dalla Giunta Municipale in tal senso fu impugnata dai consiglieri di minoranza con un esposto alla Procura e poi rinvigorita con l’azione degli stessi opponenti, resistendo alla richiesta di archiviazione della stessa Procura. Le indagini sono proseguite fino alla recente richiesta di rinvio a giudizio del Sindaco, di due Assessori, del Segretario Comunale e del titolare dell’impresa: le accuse sono di abuso d’ufficio, falso ideologico e turbativa d’asta in corso. La Procura ritiene che la procedura adottata dagli attori non trova estremi che ne potessero giustificare l’utilizzo. Peraltro, non è stata data pubblicità alla concessione, neanche all’Albo Pretorio del Comune, né tantomeno è stata invitata atra ditta. In altri termini, l’accusa sostiene che la procedura utilizzata ha procurato un ingiusto vantaggi alla ditta esecutrice.
Ebbene, all’udienza per la formulazione del rinvio a giudizio delle persone coinvolte vi è stato un colpo di scena, che sembra essere una novità a livello nazionale: il dr. Testa, questa volta come semplice cittadino si è costituito parte civile in nome e per conto del Comune di Pontelandolfo, vedendo accolta l’istanza presentata. Al di là di ogni retrospettiva d’ordine politico e personale e che può essere solo un alibi ai piagnistei di turno, l’iniziativa va letta come atto di coraggio personale ma anche come opportunità colta per dimostrare attaccamento al proprio paese e agli interessi generali. Se errore vi è stato da parte di qualcuno sarà poi la giustizia a dimostrarlo.
Ma andiamo più a fondo per capire dove sta la novità. La Legge 142/90 ha previsto l’istituto dell’azione popolare che ogni cittadino può esercitare e proprio di questo si è avvalso il Dr. Testa. Ciascun elettore può far valere le azioni e i ricorsi che spettano al Comune per tutelare gli interessi generali della comunità, quando l’istituzione rimane inerte e non ne assume la difesa. Questa azione o il ricorso proposto è rischio del proponente; infatti in caso di soccombenza le spese sono a carico di chi ha promosso l’iniziativa. Nel caso di specie, poiché la legge riconosce la personalità giuridica al Comune e lo stesso Ente può esprimere la propria capacità giuridica attraverso il Sindaco che lo rappresenta, si sarebbe creata una situazione ampiamente paradossale, in quanto la costituzione in giudizio del Comune poteva essere effettuata dal Sindaco stesso e crediamo che nessuno si sarebbe costituito per conto dell’Ente che rappresenta contro se stesso. Ecco, quindi la speciale ipotesi di azione popolare, che attribuisce al cittadino privato, in quanto membro di una collettività organizzata, di far valere un diritto od un interesse che spetta istituzionalmente all’ente esponenziale della stessa collettività. Allorché il Comune sia pregiudicato da atti illegittimi, non essendo ipotizzabile un ricorso dell’ente avverso atti adottati dai propri organi deliberativi, in quanto la rimozione di tali atti, se ritenuti viziati, può intervenire ad iniziativa dell’organo stesso solo esercitando i poteri in sede di autotutela.
Ma il conto presentato da Testa non si è fermato solo a questa presa di posizione, in quanto a Sindaco e Segretario Comunale è stato contestato anche la limitazione d’accesso agli atti del Comune, procurando un danno alla minoranza consiliare.
L’appuntamento è stato fissato al prossimo ventidue maggio, festività di Santa Rita da Cascia, la santa dei casi impossibili, che speriamo possa aiutare a risolvere questi grovigli che gli uomini sanno solo crearsi e con buona pace di tutti.
La conclusione l’affidiamo ad una riflessione semplice: un cittadino si eleva a difensore civico della comunità azionando l’unico strumento che la legge gli concede. E forse non è il caso che all’ordine del giorno del Consiglio Comunale ultimo, tra gli altri argomenti vi è stato anche il Difensore Civico e provvedimenti del caso. Sarà casuale che un elemento istituzionale facente parte integrante dello Statuto Comunale approvato in illo tempore sia tornato di moda proprio in quest’ultimo periodo, a distanza di diversi lustri? Un dubbio legittimo, ma che ci sentiamo di fugare con un semplice: solo ora è maturato il momento per affrontarlo.

Nicola De Michele


SAN LUPO

Ripresi i lavori nel Centro Storico

L’intero centro storico di San Lupo è stato ristrutturato. Ora i lavori, sospesi prima di Natale nella piazza centrale Umberto I, sono ripresi.
Durante i primi mesi di quest’anno è stata approvata una nuova variante che cambierà completamente l’aspetto della piazza. Sono state molte le lamentele da parte dei cittadini in questi giorni. Si lamentano perché diverse parti del paese sono occupate dai lavori che portano, inevitabilmente, confusione e scompiglio. I lavori dovranno essere completati entro il 28 aprile, giorno della festa del patrono.

Antonella Guerrera


S.MARCO DEI CAVOTI

Partito Popolare: ma quale? e dopo?

La rifondazione della Democrazia Cristiana ha partorito il Partito Popolare, quel partito cioè, di ispirazione cristiana che volle chiamarsi democrazia e che, nella storia del nostro Paese, si è presentato in diverse, distinte, spesso contrastanti sfaccettature e tendenze.
Non si può parlare, a mio avviso, di una Democrazia Cristiana, ma almeno di quattro accezioni di essa, storicamente riconoscibili. La prima è quella che si riferisce al filone del cattolicesimo liberale risorgimentale che trovò concretizzazione di riferimento in Vincenzo Gioberti, Antonio Rosmini, Alessandro Manzoni ed i modernisti Luigi Sturzo ed Alcide De Gasperi. Questa tradizione ebbe una concezione dello Stato liberale, non come nemico, ma come espressione moderna e più alta della garanzia giuridica della libertà dei cittadini ed un senso della Patria e delle istituzioni che non vacillò nelle crisi nazionali e che fu decisiva nella ricostituzione politica e morale dopo la seconda guerra mondiale.
C’è poi una seconda accezione del partito che vorremmo chiamare più partito cattolico che democrazia cristiana, legato alla coincidenza della espressione politica degli interessi della Chiesa cattolica, come potere temporale, che ostacolò il Risorgimento, che considerò usurpatori i Re d’Italia, che non volle collaborare alla formazione dello Stato unitario e liberale, nonostante lo Statuto albertino riconoscesse la religione cattolica come religione dello Stato. Questo è il partito del Patto Gentiloni, dei Patti Lateranensi del 1929, fatti con Mussolini, considerato il primo uomo della provvidenza e del connubio con i comunisti, con Palmiro Togliatti, secondo uomo della provvidenza che costituzionalizzò i Patti Lateranensi, dell’accordo con il terzo uomo della provvidenza Bettino Craxi, che rinnovò nel 1984, peggiorandoli, i Patti Lateranensi. Peggiorandoli, s’intende, per lo Stato italiano, che si è trovato più oneri addossati e più potere riconosciuto alla Chiesa cattolica con grave lesione del principio d’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. È questo partito degli integralisti che assolve i Cippico e i Marcinkus.
La terza accezione del partito è quella fatta propria dai cosiddetti catto-comunisti, che si sono trovati a militare sia nella Democrazia Cristiana sia nel partito comunista (DS) o in Rifondazione comunista, sotto diverse denominazioni, ma tutti nostalgici della non realizzata ipotesi berlingueriana del compromesso storico. Un compromesso realizzato, però, sul piano governativo, nel periodo della solidarietà nazionale e realizzato di fatto, da sempre, nel compromesso di potere, con la lottizzazione politica centrale e locale.
C’è infine il partito che ha raccolto i "politici" senza partito, in cerca di consensi ed affari. Sono gli affaristi senza volto, che hanno condotto alla tangentopoli e all’orrore della negazione di ogni principio cristiano. I democratici del confessionalismo e dell’integralismo, del catto-comunismo, dell’affarismo, sono tra i responsabili dello sfascio del Paese, in cui si mise in forse la stessa natura unitaria della Nazione e della profonda crisi del Partito Popolare. Essi non hanno mai creduto alla vita dello Stato, sostituendolo con corpi intermedi del corporativismo e dell’assistenzialismo, della Chiesa, dei sindacati, dei movimenti, credendo di poter fare politica dimenticando quella norma che per ogni Stato è fondamentale: Salus Rei Publicae suprema lex esto, che affonda le sue radici nella cultura italiana.
Saprà il Partito Popolare liberarsi dalla zavorra che gli impedisce un discorso politico lineare? O non sarà piuttosto una riflessione dei laici, che non possono dirsi cristiani, a far ritrovare al partito di don Sturzo e di De Gaspari la strada maestra della Democrazia Cristiana? Si chiami pure Partito Popolare purché sia veramente democratico e cristiano: due qualificazioni impegnative, che, forse, oggi, sembrano troppo pesanti, ma che sono irrinunciabili, per riportarlo ai valori delle sue origini, non solo cronologiche, ma spirituali, politiche e storiche.
Non è sufficiente, però, aver cambiato nome ma è necessario ritrovare l’anima perduta, di riallacciarsi alla sua origine liberale e democratica, avendo il coraggio di riscoprirla e purificarla dagli equivoci e dalle degenerazioni che non sono mancate. Non si tratta di voler ad ogni costo legittimare tutto il proprio passato, con un falso orgoglio di partito, ma di meditare l’eterna lezione agostiniana: noli foras te ire: in interiore homine habitat veritas.

Antonio Perrotta

E-mail: redazione@beneventogiornale.com

PRIMA PAGINA, EDITORIALE, CITTÀ, SPORT

Home Page