
IL
MINISTRO MELANDRI A BENEVENTO PER
INAUGURARE LARCO DI TRAIANO
Un
restauro inutile
Il modo
come lo Stato amministra i beni culturali ha spesso i tratti del grottesco.
E non per questioni politiche, ma per limiti soprattutto amministrativi.
La vicenda dellArco di Traiano è una delle più emblematiche.
Un restauro che si è protratto per decenni. Impalcature che hanno
sottratto lArco ad una visione anche parziale per tempi così
lunghi (circa 14 anni) che i miei figli, da quando sono nati, solo recentemente
sono riusciti a vedere questo insigne monumento. E per ottenere cosa?
Che lArco, in realtà, ha gli stessi problemi di prima, ed
in più appare anche più brutto. Il motivo è presto
detto.
Nella valutazione dei problemi conservativi dellArco bisogna separare
i problemi statici da quelli artistici. Per il primo aspetto, pur rilevando
che non vi erano particolari problemi di dissesto strutturale, lintervento
di rifacimento della copertura dellattico ha sicuramente valenze
positive. Ma il problema più serio era quello squisitamente artistico,
legato alla conservazione dei rilievi scultorei.
Ed è qui che lintervento di restauro è di fatto risultato
totalmente inutile. Gli agenti corrosivi (soprattutto acidi) presenti
nellatmosfera aggrediscono il marmo (formato principalmente da carbonato
di calcio) innescando delle reazioni chimiche che portano il marmo a perdere
progressivamente la sua interna forza di coesione. In pratica il marmo
diviene simile al gesso, acquisendone la identica friabilità. Questo
è il principale problema da risolvere, se si vuole ottenere una
conservazione, "seria" e non fittizia, di un monumento marmoreo.
Invece su questo punto nulla è stato fatto. Lintervento si
è limitato solo alla pulizia, e neppure di tutti i rilievi presenti
sulle pareti dellArco. Perché, in alcuni casi, data la diversità
dei marmi usati per la realizzazione dei pannelli, alcune parti sono diventate
così fragili, per un più rapido processo di decalcificazione,
che neppure un leggero intervento di pulitura è stato possibile,
onde non rischiare seri danni alle sculture.
Si è, dunque, pulito solo ciò che è stato possibile
pulire. Con il risultato che il monumento ha gli stessi problemi conservativi
che aveva in precedenza, ed in più, come già detto, appare
più brutto. Perché questo procedere a parziali puliture
ha, di fatto, rotto una precedente uniformità cromatica, che, tutto
sommato, omogeneizzava lintero complesso di sculture. Oggi, invece,
alcune parti appaiono decisamente più bianche, dallaspetto
compatto e dalla superficie lucida, in stridente contrasto con altre che
appaiono in diverse gradazioni di grigio, anche molto scure, e con un
aspetto superficiale di tipo polveroso e opaco.
Quando lo scorso lunedì 12 marzo è giunta la Melandri a
Benevento, ci aspettavamo qualche piccolo chiarimento su questi problemi
che apparivano ben evidenti appena il monumento è stato nuovamente
scoperto. Invece il silenzio più assoluto. La manifestazione ha
preso invece i toni del panegirico (memori forse di quello di Plinio su
Traiano, distrattamente letto da Antonio Casagrande alla cerimonia inaugurale)
vissuto come lennesimo momento di autocelebrazione provinciale dai
toni più mondani che culturali. Possiamo solo sperare che in futuro,
prima che sia troppo tardi, qualcuno riuscirà a risolvere per davvero
il problema conservativo dellArco.
Ma prima di concludere questo articolo rimane da sottolineare un ultimo,
ma non minore, problema: quello del contesto. Chi ha pensato di far adagiare
visivamente lArco su un soffice manto erboso andrebbe "giustiziato
in pubblica piazza" per manifesta "deficienza". È
filologicamente scorretto creare una base simil-giardinetto-pubblico ad
un monumento in pietra che ha quasi duemila anni di vita. Lintorno
dellArco non può che essere pavimentato in pietra, e con
una scelta specifica di materiali e di disegno che valorizzi, senza apparire,
unicamente limmagine del monumento. Abbiamo qualche piccola speranza
che almeno questo si riuscirà a fare?
Francesco
Morante
ERRATA
CAMPAGNA DI SCAVI IN PIAZZA ORSINI
La
difficile ricerca di mosaici nascosti
Piazza
Orsini ha solo tre secoli di vita. Essa è nata dopo il 1702 quando,
a seguito del terremoto di quellanno, venne definitivamente demolita
la basilica di San Bartolomeo, già danneggiata dal terremoto del
1688. Al suo posto venne realizzata la piazza, al cui centro, dopo diversi
decenni, fu collocata la fontana dedicata allOrsini, mentre la basilica
di San Bartolomeo veniva riedificata nel sito che ancora oggi occupa.
Come fosse la chiesa collocata nellattuale piazza Orsini non è
semplice sapere. Di essa rimangono alcuni disegni del 1599, molto noti
e più volte pubblicati, e la descrizione fattane da Giovanni De
Nicastro nel 1683, pubblicata da Gaetana Intorcia nel 1976. Ledificazione
della chiesa iniziò nel 1112 al tempo dellarcivescovo Landolfo,
demolendo probabilmente una precedente basilica, forse mai ultimata. Anche
i lavori di questa nuova basilica non dovettero procedere con celerità,
tanto che agli inizi del XIV secolo si cercavano ancora fondi per ultimarla.
Infine nel 1430 la chiesa conosce una nuova riorganizzazione spaziale
con la costruzione di tre cupole, di cui la centrale di notevoli dimensioni,
sì che il De Nicastro definisce questo edificio somigliante al
Pantheon. A precedere la chiesa vi era un portico dal quale, come ci testimonia
il De Nicastro, si accedeva alla chiesa scendendo ben 19 scalini. Il pavimento
era quindi ad oltre tre metri al di sotto del livello stradale della città
del tempo (da considerare che lattuale quota di piazza Orsini è
di circa un metro superiore alle quote del XVII secolo).
Quando nel 1943 i bombardamenti sconvolsero questa area, venne nuovamente
in luce una parte di questo pavimento che, dalla testimonianza lasciataci
da Alfredo Zazo nella rivista "Samnium", è in stile cosmatesco.
Il termine Cosmati era una denominazione convenzionale per indicare una
nutrita serie di famiglie di artisti marmorari laziali, attivi tra XII
e XIII secolo, dal cui stile è derivato il termine "cosmatesco"
per definire i lavori ad intarsi di marmo policromo su motivi aniconici
geometrici.
Di questo pavimento, momentaneamente ricomparso 60 anni fa, non abbiamo
alcuna testimonianza iconografica. Ma ci sono diverse testimonianze orali,
di persone ancora viventi, che raccontano che su questo pavimento fu costruito
un solettone in cemento armato, per non reinterrare il mosaico rinvenuto.
Erano gli inizi degli anni 50 e la struttura fu realizzata dallimpresa
Delli Carri. Si creò quindi un vano sotterraneo, alto quasi quattro
metri, al quale si accedeva da una scala in ferro, il cui avvio era segnato
e coperto da un tombino in ghisa, come quelli normalmente usati per le
fognature. Questo tombino, nascosto dalle successive riasfaltature della
piazza, era tra la fontana e "via Chianche Vecchie", oggi non
più esistente, che divideva i due isolati fatti demolire dal sindaco
Facchiano nel 1972. Queste ultime informazioni mi sono state gentilmente
fornite dal geom. Gaetano Mercurio (che qui ringrazio) allepoca
tecnico dellimpresa Delli Carri.
I saggi di scavo previsti in piazza Orsini, stando alla recinzione ora
visibile, in realtà non collimano con quanto finora esposto, ed
è facile prevedere che risulteranno un classico "buco nellacqua".
Del resto, analizzando la pianta del 1599 e confrontandola con la situazione
topografica successiva, si possono trarre diverse informazioni a sostegno
di questa ipotesi. Il Duomo era più largo di almeno dieci metri,
rispetto alla sagoma attuale. Era diviso dai fabbricati prospicienti sul
lato est da una stradina larga non più di tre o quattro metri.
Da questo punto, la basilica di San Bartolomeo si estendeva per una lunghezza,
portico compreso, tra i trenta e i trentacinque metri. Di fatto occupava
oltre i tre quarti dellattuale piazza e il suo ambiente principale,
sottostante la grande cupola centrale, era esattamente in corrispondenza
della successiva fontana monumentale.
Pertanto langolo nel quale si intende scavare non corrisponde al
sito dellantica basilica, bensì ad ambienti compresi tra
questa e il vecchio palazzo arcivescovile. Inoltre questarea è
stata sicuramente interessata dal cantiere per la ricostruzione post bellica
del Duomo, ed è facile supporre che oggi può riservare ben
poche sorprese ad una indagine archeologica.
Un minimo di ricerche in più, per pervenire alle informazioni che
ho qui riportato, avrebbe sicuramente proposto un diverso iter di indagine.
Infatti, sarebbe consigliabile verificare preliminarmente lesistenza
del vano sotterraneo e ritrovarne laccesso, che non è nel
sito dove si ha intenzione di scavare, poi, eventualmente, procedere ad
altri sondaggi, indirizzati da questa prima necessaria indagine.
Francesco
Morante
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