OSSERVATORIO
Tra gossip e giustizialismo
Dalle “quattro giornate di Napoli”: «’i che casino sotto ‘o casino…» Mai espressione napoletana, presa a prestito da Nanny Loy, fu più appropriata per un riferimento alla politica nazionale e non solo.
Tra mazzette, assunzioni, favori e nepotismo, ed ancora tra amanti, escort, trans, massaggiatrici (mancano i gigolò!!) c’è poco da stare allegri. La politica si muove con il potere che, come sottolineava “qualcuno”, “logora” (sotto il profilo soprattutto sessuale) chi non ce l’ha.
Ma, e passatemi per una volta il mio garantismo, di fronte a tutto questo “ben terreno” mi rattrista vedere alla sbarra Sandra Lonardo, chiamata a rispondere (almeno per la prima inchiesta… ma credo che la seconda non sia troppo differente) di “un tentativo di corruzione” nei confronti di un direttore sanitario. Ricordo a me stesso che per questo capo d’accusa la presidente del Consiglio Regionale è rimasta relegata (eufemismo stringente… rispetto alla cruda realtà) in casa. Per quel reato, per cui dovrà rispondere a maggio davanti al tribunale, credo sarebbe bastato al massimo… il giudice di pace…! a confronto di quel che sta venendo fuori da tutte queste vicende. E’ una semplice riflessione di uno che non conosce i meandri del CPP, ma che come un qualunque cittadino ha messo insieme i risvolti delle varie vicende di cui sono state, sono e lo saranno, piene le cronache dei giornali fino alla fine dei tempi. Ho detto tutto, diceva il buon Peppino a Totò e prendiamola così anche in vista di una tornata elettorale che fino alla fine di marzo sicuramente ci porterà a distillare gossip e giustizialismo all’infinito: perché alla fine comunque a prescindere da tutto si è colpevoli fino a prova contraria e comunque a pensar male… forse è peccato, ma forse ci s’azzecca. (Viva Andreotti…!!)
Ora mi sofferma su quanto è accaduto nel Pdl per l’unione con l’Udc e poi sulle candidature e poi anche su quanto sta avvenendo sullo scenario campano, con una domanda, a prescindere: perché la presa di posizione di Cosentino sulla vicenda? Perché un atto di forza con le dimissioni alla notizia dell’accordo su Zinzi e, poi, il successivo ritiro dopo l’incontro con Berlusconi? In politica si sa i “patti si stringonoo” ma poi difficilmente si mantengono e sull’area casertana certamente “quel balletto” sarebbe stato meglio evitarlo.
L’altro balletto è quello delle candidature in terra sannita. L’esiguità dei posti in lista, lo ricordo appena tre di cui almeno una donna, ha portato a scatenare una “dialettica” interna certamente aspra, sicuramente positiva, ma che si sarebbe dovuta preparare almeno in modo più “democratico”. E’ pur vero che c’è lo statuto da rispettare, è pur vero che ci sono decisioni nell’ambito regionale di cui tener conto, ma credo che ancora una volta più che sui giornali di queste vicende sarebbe stato meglio parlarne in apposite riunioni, con confronti allargati al massimo. La supponenza della riconferma delle candidature degli uscenti, può anche essere valida, ma in un contesto dove magari in lista ci sono più candidati. A Napoli, cui spettano ben 32 indicazioni, non vi sono altrettanti uscenti, neanche contando quel 25% destinato alle donne, e così nelle altre province. A Benevento invece la quota maschile è coperta a priori dagli uscenti e si sarebbe dovuto trovare giocoforza un’alternativa valida anche per l’indicazione di un candidato della città, dove è bene ricordarlo l’ex AN alle comunali aveva espresso sette consiglieri e dove anche alla Rocca certamente la città è ben rappresentata e lo sforzo in campagna elettorale di tutti sarebbe stato ovviamente maggiore non solo per spirito di corpo.
Nelle altre formazioni da tutti gli schieramenti non sembrano ci siano state “battaglie amare ed aspre”. A poche ore dalla chiusura della presentazione delle liste dei candidati c’è solo da sperare che la battaglia della campagna elettorale si svolga in pieno clima “quaresimale” con umiltà, non dispendio di economie in un momento di crisi congiunturale. Vedere infatti quello sperpero dei 6x3, luminosi, certamente non potrà far piacere a quanti cercano di sbarcare il lunario, a quei commercianti che stanno abbassando le serrande, a quei lavoratori incerti sul loro futuro. La Campania da questa tornata si attende una svolta epocale di una gestione della cosa pubblica rivoluzionaria e rivoluzionata, dove ad essere in prima fila sono i bisogni della gente e non già le poltrone da occupare.
Geppino Presta
E
SOLTANTO UNOPINIONE
A cura di
Pietro Di Lorenzo
POLITICI DI PROFESSIONE
Un’attività che non conosce crisi
Chiudono aziende, grandi e piccole, colpa della crisi, della Cina, della malapolitica, della poca voglia di lavorare… e di tante altre cause che magari ognuno può individuare come meglio crede.
Si esulta se viene riconosciuta la cassa integrazione (ma non era ed è l’anticamera del licenziamento?). Siamo costretti, da normative europee, a vedere i nostri prodotti agricoli marcire sugli alberi ed i nostri terreni lasciati incolti, per poi andare nei negozi di frutta e verdura ad acquistare quello che si produce in Cina.
Siamo, per concludere, protagonisti di un film assurdo, ma nel contempo ci rendiamo conto che non possiamo fare nulla per invertire la rotta. Anche perché “i soldi (come si dice) sono finiti” e nessuno ce l’ha!
I tentativi di combattere la crisi con i saldi, abbassando i prezzi, con la grande distribuzione e con tante altre ricette che ogni giorno vengono lanciate in pasto alla pubblica opinione, servono soltanto a riempire i giornali ed i notiziari, la loro efficacia è assolutamente negativa! Come una droga, ti fanno precipitare nella depressione che si cerca di sconfiggere con un altro annuncio. Sono anni che invochiamo una vera stagione di riforme fatte e non soltanto annunciate. Assistiamo invece alla chiusura di tante attività ed esercizi commerciali, per non parlare dell’indebitamento delle famiglie e dei tanti professionisti che ormai sono diventati i nuovi poveri. Quale futuro possiamo garantire alle nuove generazioni? In quale condizione resterà il paese dopo questo “tsunami” lento ma inesorabile?
Per il momento sembra esserci una categoria che non appare in crisi. Fare il politico (di professione) assicura enormi rimborsi economici al partito di riferimento (milioni di euro!), una indennità che parte da qualche migliaio di euro al mese, fino ai quasi venticinquemila (per i parlamentari europei). Per non parlare poi dei tantissimi “benefit” aggiuntivi: ufficio, telefono, segretaria, macchina con autista e perfino scorta per sé e la famiglia.
La possibilità di sistemare parenti ed amici e poi quando tutto finisce, c’è anche la pensione e qualche poltrona nei tanti consigli di amministrazione di società pubbliche. Le cronache giornalistiche sono piene di dettagli sulla “casta”, ci sono anche libri famosi che informano su quest’altra anomalia italiana.
Sono sicuro che anche voi pensate di fare qualcosa, ma non lo fate perché pensate di essere soli! Vi assicuro che non siete soli,… c’è anche “BENEVENTO”.
INFORMAZIONE LOCALE A BENEVENTO
La gran parte delle testate sannite
chiede regole certe e professionalità
La necessità di affrontare le problematiche della categoria dei giornalisti, spesso –soprattutto in questi ultimi tempi– al centro di criticabili azioni di particolarismi, è stata al centro della discussione che ha visto per la prima volta riuniti un cospicuo numero di direttori di organi d’informazione locale.
Si è parlato a lungo del ruolo istituzionale rivestito dall’informazione locale e della necessità che esso sia recuperato appieno a partire dal luogo principe in cui il giornalista è protagonista: la Conferenza stampa.
Molte le critiche mosse alla gestione che finora è stata fatta di esse e sulla necessità che la loro organizzazione venga radicalmente modificata.
E si partirà proprio dalla rinnovata gestione di esse per dare nuovo impulso ad una professione che deve essere maggiormente tutelata e messa al riparo da un’ambientazione che a volte tenta di soggiogarla.
Un gruppo di direttori di giornali si è fatto carico di preparare nei giorni a venire una bozza di Protocollo d’intesa che fisserà, appunto, regole, limiti, oggetto delle conferenze stampa. Sarà anche predisposto un albo, una bacheca, sì da evitare concomitanze ed accavallamenti nei giorni e negli orari.
Condizione imprescindibile della partecipazione delle Testate alle Conferenza stampa è che la sua conduzione sia affidata ad un giornalista iscritto all’Ordine professionale.
A tale proposito un altro gruppo di direttori di organi d’informazione si farà carico di allestire un corso di approfondimento della materia per tutti quei colleghi che si candideranno al ruolo, appunto, di conduttore e moderatore.
Nel corso dell’incontro si è anche preso atto di qualche disfunzione organizzativa nel senso che pur essendo diciotto i direttori invitati (ha partecipato alla riunione la rappresentanza di oltre il 70% dell’informazione locale), qualche altro è rimasto involontariamente fuori. Un errore che non si ripeterà nella prossima riunione già fissata per il prossimo 5 marzo.
C'ERANO UNA VOLTA I SANNITI
Devotio e rappresentanza
Quanti Sanniti fossero necessari per impressionare la “fantasia” di un romano è la monumentale opera di uno storico, Tito Livio, a chiarirlo: 16.000.
Tanti erano i guerrieri della temibile Legio Linteata, una sorta di forza speciale organizzata intorno ad una cerchia ristretta di valorosi combattenti votati all’estremo sacrificio che formavano una sorta “Devotio” alle divinità sannite.
È il X dei 142 libri in cui Livio raccoglie il racconto della storia di Roma dalla sua fondazione, Ab Urbe Condita libri CXLII, ad offrire un riscontro al giudizio espresso da E. T. Salomon nel suo saggio Samnium and the Samnites (Cambridge, 1967) a proposito del fatto che ancora in età augustea (l’età in cui Livio diede inizio alla sua opera) era difficile parlare dei Sanniti “senza ricordare che il loro carattere era come la natura del loro territorio: aspro e selvaggio”.
Non che a Livio, come verosimilmente a gran parte dei romani del suo tempo fosse già così estraneo il senso di un atto, quello della devotio, con il quale un comandante sacrificava la propria vita votandola agli dei inferi assieme all’esercito nemico al fine di ottenerne il completo annientamento.
Il nome di Publio Decio Mure era, insomma, ancora in grado di riportare immediatamente alla memoria di un romano il senso di un sacrificio così estremo e di suscitare rispetto per simili risoluzioni.
Al di là di tutti i problemi interpretativi che pone la testimonianza di uno storico pur sempre impegnato nell’apologia della missione civilizzatrice di Roma – motivo dominante della “propaganda” d’età augustea – e, dunque, verosimilmente “incline” ad enfatizzarne la potenza attraverso l’enfatizzazione del valore dei suoi avversari, ciò che in definitiva appare interessante è il racconto, colpevolmente poco noto ai loro discendenti, di quei Sanniti che in difesa del proprio territorio vennero condotti in uno spazio, di duecento piedi per lato, recintato con drappi di tela, più come vittime che come iniziati, per invocare la maledizione sui di sé, sulla famiglia e sulla propria stirpe qualora non fossero andati a combattere là dove avessero indicato i comandanti o fossero fuggiti dal campo di battaglia o infine, vedendo un commilitone fuggire, non l’avessero immediatamente ucciso.
Il destino di chi aveva rifiutato un simile atto di devozione è sempre Livio a riferirlo: “i loro cadaveri abbandonati in mezzo all’ammasso delle vittime, servirono d’esempio agli altri perché non si rifiutassero”.
Dopo il giuramento dei “più ragguardevoli” tra i Sanniti, il comandante ne designò dieci e “ad essi fu ordinato di scegliersi ognuno il proprio compagno, finché avessero raggiunto il numero di 16.000”.
Alla legione venne dato il nome di “linteata” e armi e pennacchi ne distinsero gli appartenenti dal resto dell’esercito.
Tenendo presente il fatto che rappresentare un territorio, ad ogni livello, è oggi retribuito con ben altro che armi e pennacchi di mirabile fattura e che l’entità del sacrificio che il ruolo richiede appare ben inferiore all’entità del sacrificio richiesto agli appartenenti della temibile legione, quanti rappresentanti Sanniti saranno allora necessari ad impressionare la fantasia di chi di dovere per impedire che non gli eserciti romani ma le cordate bresciane mettano in pericolo l’equilibrio di un territorio e la salute dei suoi cittadini?
Massimo Iazzetti