INTERVISTA CON IL COORDINATORE
DEL PARTITO DEMOCRATICO, MARIO PEPE

"Mastella è trasformista"

Nel fare gli onori di casa, al consiglio nazionale dell’Udeur, ad Arpaise, il 9 febbraio, la signora Sandra Lonardo Mastella, dice, tra l’altro, ai giornalisti: "Non potete capire cosa significhi andare agli arresti senza aver fatto nulla". Noi sappiamo, per averlo appreso dal "Mattino" del 5 febbraio, che lei, alla presenza del capogruppo del suo partito, Fernando Errico, avrebbe chiesto all’assessore regionale alla Sanità, Montemarano, stanti le dichiarazioni di quest’ultimo, la revoca del dott. Annunziata da direttore generale dell’azienda ospedaliera "S.Anna e S.Sebastiano" di Caserta, quello che secondo lei, intercettata dalla Procura di S.Maria Capua Vetere, sarebbe "un uomo morto", per non aver nominato primari medici segnalati dall’Udeur. Non siamo giuristi per stabilire se questo è un reato. Però, a nostro avviso, di qui a dire di non aver fatto nulla, ce ne vuole.
Rispetto a questa vicenda, possiamo soltanto dire: viva le intercettazioni. Grazie alle quali abbiamo saputo, se ce ne fosse stato ancora bisogno, che gli ex Ds, quelli che hanno soffiato su "mani pulite", non sono degli stinchi di santo, nella misura in cui si è scoperto che D‘Alema, Fassino e La Torre, erano invischiati, in qualche modo, nelle scalate bancarie, tentate da Consorte dell’Unipol, e da Fiorani.
Ma, per parlare di fatti più recenti, i cittadini sono venuti a conoscenza anche che Berlusconi, quando era a Palazzo Chigi, aveva inserito, in posti chiave della Rai, persone di sua fiducia, perché l’emittente pubblica non facesse concorrenza a Mediaset, come pure hanno saputo che il magnate di Arcore aveva segnalato ad Agostino Saccà, già direttore generale della Rai di area berlusconiana, l’assunzione, presso il servizio pubblico televisivo, di 4-5 veline. Certamente, in assenza di intercettazioni, e qundi in mancanza di prove, nessuno si sarebbe permesso di denunciare l’accaduto, se ne fosse venuto a conoscenza.
Quando, nella seconda metà degli anni novanta, Gad Lerner, nominato dal centro sinistra direttore del Tg1, fu costretto a lasciare, dopo poco tempo, l’incarico in seguito ad attacchi provenienti pare da destra, disse, esibendo la segnalazione scritta, che un politico di destra gli aveva raccomandato, pare, un giornalista. Molto probabilente, sarebbe stato querelato per diffamazione, se la segnalazione gli fosse stata fatta telefonicamente e avesse avuto l’imprudenza di denunciarla, senza avere uno straccio di prova.
Certo, le intercettazioni danno fastidio a chi briga e commette reati attraverso il cavo telefonico. Perciò Berlusconi, il 25 gennaio a Napoli, il giorno dopo la caduta di Prodi al Senato, nell’aprire la camnpagna elettorale acclamato da fans all’uopo arruolati, con cappellini e bandierine, disse che avrebbe abolito le intercettazioni.
Ma, nel consiglio nazionale di cui parlavamo, Mastella, l’ex Guardasigilli, ci arrivò con un partito mutilato, cosa che evidentemente non aveva previsto, nel provocare la crisi di governo e la conseguente caduta dello stesso, solo perché non aveva avuto una adeguata solidarietà dal governo e dalla maggioranza in seguito al ciclone giudiziario abbattutosi su di lui, sulla sua famiglia e sul suo partito. Oltre che in Basilicata, in Puglia, in Calabria, anche in Campania buona parte del suo partito gli ha voltato le spalle.
Nella sua Benevento, il sindaco Fausto Pepe, con al seguito almeno 4 consiglieri comunali su 11, avrebbe preso le distanza da lui, pur rimanendo nel partito, in attesa che Mastella scelga la nuova collocazione politica, dopo che Berlusconi gli avrebbe assicurato la nomina certa nel Pdl di una decina di deputati, rispetto ai 14 uscenti, avendogli impedito, a differenza della Lega, di essere presente con il Campanile, nello schieramento di centro destra. Una brutta sorte, questa, che sarebbe toccata anche a Casini, almeno al momento in cui scriviamo (è bene precisarlo considerati gli anacronismi presenti nel nostro precedente "pezzo"), il parolaio bianco, che, dopo aver ravvisato la necessità di dar vita a un governo istituzionale, mentre era in atto il tentativo di Napolitano di evitare lo scioglimento delle Camere, dice di no al presidente incaricato, per riannodare con Berlusconi, impaziente di ritornare a Palazzo Chigi, quel rapporto di fiducia, venuto meno, per sua iniziativa, da più di un anno.
Al Comune di Benevento, in seguito alle piroette in cui da quasi un anno si cimentano una decina di consiglieri creando una situazione di stallo, si è creato uno stato di incertezza sul futuro dell’amministrazione, determinato dalla svolta di Mastella.
Sul Mattino del 5 febbraio, leggiamo che Mastella ha detto a Fausto Pepe: "Vai avanti con il centro sinistra, la vicenda nazionale non c’entra: per Regione e Comune, le maggioranze non cambiano"; il 6 febbraio, sempre dal Mattino, apprendiamo che il coordinatore del Pd, Mario Pepe, dice "con Mastella nella Cdl, la coalizione è finita"; il 9 Febbraio, quando il gruppo udeurrino si è già diviso, il sindaco, in un’intervista concessa allo stesso organo, dice che egli resterà a condurre il centro sinistra, ma riconosce ancora l’Udeur come il suo partito. Lo stesso giorno, il sindaco partecipa al consiglio nazionale dell’Udeur e, di fronte al tempo che si prende Mastella per decidere sul destino del Campanile, lui soprassiede.
Al coordinatore del Pd, l’ex deputato Mario Pepe, intervistato da noi il 12 febbraio, domandiamo:

Qual è la chiave di lettura di questa situazione?

"La chiave di lettura è che c’è una grande difficoltà politica, nazionale, regionale e provinciale. E’ chiaro che chi gestisce un ente istituzionale rilevante, come il Comune di Benevento, vive in mezzo al guado, non sa se mantenere l’amministrazione, eletta con il centro sinistra, oppure creare difficoltà, per corrispondere a una solidarietà di ordine politico. Io ritengo che, tra qualche giorno, ci saranno i chiarimenti definitivi: quando l’Udeur avrà scelto di allogarsi, ahimé, nel centro destra, indubbiamente si porrà il problema dell’abbandono che si verificherà a livello dell’amministrazione comunale. Solo in quella? Io direi di no: potrà verificarsi, in tanti enti istituzionali, una fibrillazione preoccupante e pericolosa, perché si potrà andare a nuove elezioni".

Però, mentre in Campania tre consiglieri regionali dell’Udeur, non disposti più a svolgere il ruolo di yesman, si sono messi subito in una posizione di rottura, qui , invece, il sindaco e i consiglieri che lo hanno seguito, continuano a riconoscersi nel partito, senza però tradire il mandato ricevuto dagli elettori.

"Io credo che i consiglieri che mantengono la stabilità amministrativa, che è un bene supremo per la città di Benevento, altrimenti riconsegniamo la città di nuovo al centro destra, in difformità con la volontà dei cittadini, conserveranno una linea di operatività e di collaborazione con Fausto Pepe. Se i consiglieri ragioneranno anche essi in maniera accorta sul valore dell’alleanza che hanno contratto con gli elettori, certamente dovranno restare nel centro sinistra. E se sono più di 6 riusciremo a mantenere l’amministrazione, altrimenti essa rischia di creare una grande difficoltà di sviluppo per la città".

Mastella, rispetto al pericolo di essere cacciato dalle amministrazioni di centro sinistra, nel caso andrà nel centro destra, accorpato o non nella lista del Pdl, ha osservato: "quel che è valido per i partiti della sinistra arcobaleno (che non verrebbero cacciati dalle amministrazioni locali — ndr) non è valido per noi". Lui sa benissimo che la situazione sta diversamente, perché, mentre lui ha creato la crisi di governo ed è andato dall’altra parte, i partiti della sinistra arcobaleno si sono visti rifiutare dal Pd la possibilità di dar vita ad un coalizione di centro sinistra in cui ognuno fosse rappresentato con il proprio simbolo. Semmai dovrebbero essere questi partiti a scindere le loro responsabilità dal partito democratico nelle amministrazioni di centro sinistra.

"Noi, a livello nazionale, andremo sempre a creare la coalizione di governo di centro sinistra. In questa fase ognuno corre per sé, e mi pare che c’è un accordo tra gentiluomini, tra la sinistra democratica e il partito democratico, a correre ognuno per sé. Nelle realtà locali, la sinistra democratica deve, per necessità, non solo per metodo, non solo per sostanza politica, lavorare per il centro sinistra, lavorare con il partito democratico. Ma io penso che non accadrà niente nelle realtà locali".

Mastella, dopo aver creato la crisi di governo, tanto auspicata da Berlusconi, purtroppo non ha trovato un tappeto srotolato sulla strada che ha percorso per andare da Berlusconi. Ha trovato invece una strada molto accidentata. Antonio Pietrantonio (sindaco di Benevento per tutti gli anni 80), subito dopo che Mastella aveva creato la crisi di governo, consultato dal "Mattino", avrebbe detto: "conosco bene Mastella: quando fa una scelta, sa quel che fa". Anche lei, come Pietrantonio, ha militato, insieme a Mastella, non solo nella ex Dc ma anche nella stessa corrente. Come giudica la considerazione di Pietrantonio?

"Ognuno esprime liberamente le proprie opinioni. Io non condivido il giudizio di Pietrantonio. Innanzitutto, perché quella assunta da Mastella è una posizione di trasformismo politico. Mastella, mentre sta con il centro destra, abbandona il centro destra e va nel centro sinistra, poi ritorna al centro destra. E’ una posizione giusta questa? Si può giustificare una posizione come questa a livello del finalismo politico, a livello della democrazia moderna?".

E’ stata una scelta emotiva, secondo lei, quella di Mastella?

"No, è stata una scelta di convenienza (nel momento in cui l’ha compiuta, ma non in considerazione delle difficoltà che lo hanno costretto a correre da solo, un impresa, questa, che gli comporta la necessità, per avere una presenza in Parlamento, di dover triplicare il già eccezionale 1,5%, ottenuto 2 anni fa, nello schieramento dell’Unione — ndr)"

Dal momento che il Pd ha scelto finora come alleato di coalizione solo il partito di Di Pietro, disposto a confluire nel Pd dopo le elezioni, e dal momento che il premio di maggioranza viene assegnato non al partito o alla coalizione che ha conseguito la maggioranza assoluta dei voti (come prevedeva invece la famigerata legge truffa del 1953), ma al partito o alla coalizione che ha conseguito la maggioranza relativa, che possibilità di vincere hanno il Pd e Di Pietro? E’ sufficiente che la coalizione Pdl e Lega prenda un voto in più, per attribuirsi il premio, costituito dal 55% dei seggi.

"Alla coalizione Pd-Di Pietro interessa una grande affermazione, per creare un radicamento politico, dal quale partire, se vincerà, per collaborare e creare una coalizione moderna, efficace. Se perderà, sarà un partito che ha una sua forza, una sua personalità, un suo dinamismo, una sua collocazione".

Il presidente Nardone sarebbe stato ispiratore del Coordinamento al Comune di Benevento e guida il gruppo dei riformisti cosiddetti coraggiosi. A che punto è il discorso nei suoi confronti, perché il partito democratico vada unito alle elezioni?

"Noi abbiamo fatto le nostre sollecitazioni. E’ inutile assumere questi atteggiamenti sciovinisti, secessionisti: non sono un bene per i partiti, per il Pd. Noi abbiamo invitato tutti questi a stare insieme, a fare un gruppo forte del partito democratico al Comune di Benevento. Perché vogliamo indebolire il Pd? Perché vogliamo dar vita a forme fittizie e surrettizie di fare politica, coinvolgendo i partiti di centro sinistra, che devono stare nel centro sinistra, in un disegno di destabilizzazione politica e amministrativa al Comune di Benevento? E’ un disegno che non si può continuare a mantenere in vita. Noi cerchiamo sempre di avere con loro un buon rapporto per lavorare insieme. Se loro vogliono mantenere un atteggiamento di chiusura, facciano quel che vogliono.Noi che dobbiamo fare? Dobbiamo dire che non siamo maggioranza? La politica non finisce con queste elezioni. L’anno prossimo ci saranno le europee. Allora, ci vuole equilibrio, ci vuole misura".

E’ avvilente, per l’opinione pubblica, assistere alle piroette in cui, per questione di mero potere, si esibiscono da un anno i consiglieri che hanno dato vita al Coordinalento. Lo strano è che ne fa parte, ma solo per creare problemi al Pd, il partito di Boselli (lo Sdi), che rispetto alle prime richieste di presenza in giunta da parte di consiglieri usciti da altri partiti, ebbe a partecipare alla stesura di un documento, assieme a Ds e Margherita, secondo cui i pesi in giunta dovevano essere determinati dai voti elettorali e non già dalla piroette. Come giudica lo Sdi?

"Non mi pare che la sua sia una situazione sostenibile. Lo Sdi, che va a mantenere questa posizione nel coordinamento, contraddice la sua logica, le sue scelte e anche l’espressione di potere che ha. Uno che ha avuto quello che doveva avere dal potere istituzionale, dal Comune di Benevento, che cosa può pretendere ancora?".

I radicali e Di Pietro hanno sostenuto e promosso due referendum per l’abolizione della quota proporzionale. I radicali addirittura sono stati antesignani del sistema maggioritario. Nella misura in cui costoro non vogliono essere inclusi nella lista del Pd, ma vogliono essere invece presenti con il loro simbolo (e Di Pietro ci è già riuscito) assieme a quello del Pd, questo loro comportamento non è in contraddizione con la loro posizione maggioritarista? Facevano i maggioritaristi per creare problemi ad altri?

"Sono le cose che accadono in politica. C’è la ragione ideale, in politica, che porta ad assumere alcuni atteggiamenti. E poi c’è la posizione realistica, che porta a giocare questa partita, anche perché si rischia di avere poche rappresentanze. I radicali hanno avuto rappresentanze l’ultima volta, quando, assieme ai socialisti dello Sdi, hanno fatto l’alleanza di centro sinistra nell’Unione. Nella precedente legislatura non avevano rappresentanze".

Ma, essendo maggioritaristi, non avrebbero dovuto avere nulla in contrario, ad essere incorporati nella lista del Pd?

"Io concordo con lei. Ecco perche la migliore riforma è quella di Mattarella, perché da una parte mantiene aperta la forza dei partiti e una presenza dei partiti, e, dall’altra, dà soddisfazione ai cittadini che scelgono i loro parlamentari".

Ma ciò è valido in un sistema bipartitico e non bipolare, perché un cittadino, un socialista, per esempio, non può votare, nel suo collegio, un candidato di Di Pietro, pensando che, in un altro collegio, l’elettore dipietrista voti il candidato socialista.

"C’è l’equilibrio dei collegi, perciò c’è la quota proporzionale dove ognuno può avere la sua soddisfazione. Poi, se accettiamo il sistema maggioritario uninominale il sistema migliore è quello, a meno che non decidiamo di ritornare al proporzionale, ma con tutti i limiti che noi conosciamo".

Nella precedente legislatura, la Camera ha avuto qualche deputato in meno, per esaurimento di candidati eleggibili nelle liste del centro destra, presenti nella quota proporzionale. Ma questa è una nostra riflessione, non esternata a Mario Pepe, che ha il fine di dimostrare i limiti esistenti in quel sistema elettorale, la cui quota proporzionale, inconveniente sfuggito evidentemente a Mattarella, consentiva la presentazione di liste civetta, dalle quali venivano "scorporati" i voti dei candidati eletti nei collegi uninominali, per evitare che le liste di partito, per poter partecipare alla ripartizione del 25% dei seggi, subissero veri scorpori di voti.

Il sistema elettorale migliore, proporzionale, era quello soppiantato, dopo 50 anni, dai referendum di Segni, colui che, nel ’94, era tanto temuto da riuscire ad imporre, nella coalizione di Centro (partito popolare-Segni), il veto sulla candidatura di De Mita, ma che poi si è rivelato essere, politicamente parlando, un signor nessuno, cosi come lo aveva definito De Mita, proprio nel ’94, in campagna elettorale. Quel sistema conteneva uno sbarramento, perché una lista, per partecipare all’assegnazione dei seggi nel collegio unico nazionale, doveva aver eletto almeno un deuptato in sede circoscrizionale. Nel 1972, il Pasiup, con 600 mila voti, non ottenne alcun deputato. Allora, i partiti erano una decina, compresi i più piccoli, come il partito radicale, il Pli e il Pri, che non superavano il 3%. Si volle il sistema maggioritario perché erano troppi. Oggi sono una quarantina. E’ un bel risultato, secondo lei?

"Ma non ci sono le condizioni storiche, perché, non c’è rapporto tra i partiti e non ci sono grandi partiti. Allora c’erano i comunisti, i democristiani e i socialisti, che dominavano la scena politica. Quello era un sistema semplice, funzionale. Tu potevi cambiare il presidente del consiglio ogni anno, senza che accadesse qualcosa sul piano delle alleanze e della governabilità. Oggi se cade un governo, si va a votare. Questa è la differenza. Quel sistema andava bene, perché ha prodotto delle varie opinioni e sensibilità politiche. Oggi, che si dice che le opinioni e le sensibilità politiche devono essere rimosse, si ricorre a sistemi elettorali che non sono all’altezza della situazione. Una riflessione: il fatto che ogni volta cambia il sistema elettorale che significa? Che non riusciamo a trovare un momento di sintesi politica. E fino a quando non si trova una sintesi politica, il paese è ingovernabile".

Giuseppe Di Gioia
pedigio@tele2.it

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