PONTELANDOLFO

Re Carnevale e le … ire di Marzo

Pontelandolfo nella nostra provincia è famoso anche per le celebrazioni carnevalesche, date le particolari manifestazioni che ivi si svolgono e che non trovano uguali un po’ ovunque. Ma ciò che più da visibilità, dignità e spessore alla comunità pontelandolfese è senza ombra di dubbio la "Ruzzola del formaggio". Un gioco unico a livello regionale e che trova similitudini in luoghi della Ciociaria, o negli appennini tosco-emiliani o ancora in alcune comunità umbre e (forse scherzo della storia) anche piemontesi.
Al di là delle disquisizioni storiche che fanno risalire le origini di questa tradizione al 1300, anni in cui dalle nostre parti si insediarono intere popolazioni Ciociare al seguito dei monaci benedettini, mentre altri invece la fanno risalire alla cultura romanica, quale rievocazione delle celebrazioni in onore del mitico Ercole (qui vi fu il Pagus Herculaneum), la sagra della "Ruzzola del formaggio" è un rito in cui si coagitano i veri sentimenti e lo spirito della gente "zampittera": la ricerca dell’allegria, del sano divertimento, il senso dell’ospitalità.
In passato, la ruzzola veniva vista come una di quelle rarissime occasioni nelle quali i giovani potevano mettersi in mostra, sfoggiando vestiari nuovi ed ostentare le proprie virtù fisiche, spesso castigate dalla restrittiva cultura dei tempi passati.
L’evento di quest’anno viene celebrato anche dalle Poste Italiane che hanno emesso un annullo speciale dedicato al "gioco del cacio" o "ruzzola del formaggio". E complimenti alla Pro-Loco che ha voluto dare maggiore spessore culturale alla manifestazione, che peraltro si arricchisce anche della presenza dei giuocatori pontelandolfesi d’America, organizzando un convegno mirato dal tema: "Feste di calendario e feste familiari nel medioevo longobardo" relazionato dallo scrittore Alessandro Barbero vincitore del Premio Strega 1996. E quest’anno che l’ultimo Carnevale coincide con la fine del mese di febbraio, si ricollega direttamente alla maschera pontelandolfese per antonomasia: Marzo. Infatti, l’ingresso del mese folle veniva puntualmente solennizzato con un personaggio nato dalle fantasie popolari.
Una creatura che profonde insospettate energie vitali e riesce a creare delle atmosfere esilaranti, non ha paternità storiche o artistiche ma che sembra la materializzazione più evidente dello spirito pontelandolfese. Eppure viene troppo spesso accantonata, quando invece è una grande provocazione culturale. Marzo si presenta come un inquieto, un irascibile, un istintivo che attinge al quotidiano, con tutti i suoi contrasti, i suoi problemi, i suoi paradossi, dando un’interpretazione imperiosa e fatale alla lotta dell’uomo col suo destino. Il contenuto è sempre attuale diventando stupefacente e significativo.
I motivi di questa mancanza di continuità nella sua rappresentazione, risiedono nel fatto che è una figura scomoda, umile e sincera per il suo crudele riferirsi alla realtà ed è maledettamente umana. Nella foggia di un vestito "tenebroso" racchiude le ansie e le paure, utilizzando una crescente figurazione grottesca e demoniaca per incutere timore in chi lo ascolta in quel verseggiare insofferente. Anche se il suo verseggiare è pieno di minacce, rivela nella metafora del linguaggio, l’arguzia nativa della gente di Pontelandolfo. Cavalcando un asino, ironica denigrazione della ricchezza che coinciderebbe col cavallo, Marzo peregrina lento lungo le strade del paese, scandendo un ritmo del tempo più umano. Il "mito dei lunari" è armato di un bastone con in cima una protuberanza che in gergo dialettale viene definito "piroccula" e gradisce guidare un corteo di suonatori di strumenti improvvisati, più rumorosi che musicali, passando da una casa all’altra del paese, sedendo sul trono ospitale che ogni famiglia gli fa trovare. L’incisività delle minacce si scioglie mano a mano che ingurgita il vino offerto dai proprietari delle case.
E’ evidente che Marzo è un provocatore umorale e segnatamente si identifica con il carattere ribelle e simpaticamente anarcoide dei pontelandolfesi: dissacra e frantuma le umane utopie, senza mai perdere la riserva d’ironia e di sarcasmo che smaschera, provoca e morde quando occorre, senza mai cadere nel banale o sprofondare nel volgare. Questa è Pontelandolfo!

N.D.M.

Il "pentolo" della politica

Da questo numero vogliamo avviare una nuova rubrica che raccolga i fatti e gli avvenimenti della politica locale, tenendoli distinti dagli altri argomenti. Riteniamo che il "navigare" (e mai come oggi il termine è consono, tanto che se ne fa un uso fin troppo esasperato, da inflazionare il nostro quotidiano) nel tempo che viviamo non è affatto cosa semplice. Ed è ancora più difficile nelle nostre terre, dove gli effetti della "follia" politica, le mistificazioni e gli scempi si sono consumati senza ritegno, aggiungendosi alle difficoltà ed ai problemi derivanti dalla storia e dal passato. L’importante è non arrendersi alla rassegnazione: anzi occorre reagire ed assumere quale filosofia di vita, il sentirsi comunque debitori verso il proprio paese. Non occorrono lauree o alchimie particolari, ma il semplice "coraggio" di sentirsi protagonisti del proprio destino, ognuno nella consapevolezza delle proprie capacità. Il contributo personale deve alimentare la continua tensione tra volontà morale che non molla di fronte ad un bilancio largamente negativo; e la ragione conoscitiva dell’inventario dei misfatti, degli sfregi permanenti e dei segni orrendi di una non più "lenta" agonia.
Nessuna nostalgia ci deve prendere, anche se talvolta le condizioni potrebbero sembrare favorevoli. I tradimenti di una classe dirigente con scarsa coscienza civica e prigioniera dall’esasperazione personalistica, ancora lontana da ogni riviviscenza di valori, non possono farci spettatori importanti di un processo di desertificazione. L’attenzione va rivolta al senso dei componenti successivi, alla verifica delle ipotesi che si ripetono nelle "sapienti mancanze" del quotidiano. Saranno le pause di una raggiunta sensibilità politica, ma il respiro della storia si fa sempre meno incisivo, più difficoltoso per l’eccesso di "catarri personali" che rantolano come il brontolio di una pentola che ribolle. Ma nel "pentolo" della politica non ci sono solo eredi di macerie, di ansie e di preoccupazioni, ma anche capacità, idee e programmi.
Ci sorge una voce profetica: "il male che punisce se stesso, in realtà spiana la via ad un bene più grande". Speriamo di camminare contro il vento, contro l’aria che tira, per innestare la marcia giusta per dettare il ritmo più idoneo, coerente ed aderente alla realtà pontelandolfese. Ed è sulla scorta di queste premesse che leggeremo le cronache dei fatti, dichiarandoci sin d’ora disponibili all’ospitalità delle opinioni vere e non filtrate attraverso la rete del "pettegolezzo".

Il Bollito della Maggioranza

L’Amministrazione Comunale sembra prendere le distanze delle polemiche, puntando sui fatti. Elenca tutta una serie di lavori appaltati che si indirizzano verso la riqualificazione sia urbana che rurale. Morfologicamente, Pontelandolfo polverizza sul proprio territorio un buon numero di contrade che assorbono un consistente numero di chilometri di viabilità. Ecco gli interventi stradali per Monaci e Castellone e successivamente Lombardara, fino all’impianto fognario di Gorgotello. Nel centro urbano, invece, si partirà con la ripavimentazione di via Gugliotti che restava elemento spurio rispetto alla parte paesaggistica già recuperata come la confluente Piazza Roma e la parallela via Principe di Napoli.
Altro momento di grande integrazione paesaggistica viene dal recupero del tratto del viale di ingresso del centro, che va dal monumento ai caduti fino alla stessa Piazza Roma. A proposito di questi due importantissimi elementi architettonici urbani, sarebbe ora di ripensare ad una nuova revisione toponomastica, magari più legata alla vocazione storica e tradizionale locale, in quanto suona anacronistico e antistorico che il viale di ingresso sia denominato "dell’Impero" e che la confluente piazza sia dedicata a Roma. Questi due elementi che in pratica costituiscono il "biglietto di presentazione" di Pontelandolfo meriterebbero denominazioni di ben altra portata. Si consegnerebbe all’eternità il ricordo di episodi o fatti del nostro popolo. Alcuni suggerimenti potrebbero venire dai fatti dell’agosto 1861. Si pensi che esiste una strada dedicata alle vittime del lavoro di Bridgeport in Usa e non vi è uno stralcio di strada o di piazza che ricordi le vittime dell’eccidio compiuto dai piemontesi in nome dell’unità d’Italia. Eppure è storia oggetto di studi e pubblicazioni continue che alimentano la promozione culturale e turistica del paese. Oppure la stessa ruzzola del formaggio, per quanto sostenuta e promossa, meriterebbe una consacrazione toponomastica. Insomma elementi veri, emozionanti e passionali.

Il Rantolo della Minoranza

Si annuncia con la decisa reazione da parte del neo-consigliere provinciale Dr. Testa, il quale ha rimesso le proprie dimissioni dalla Consulta Comunale degli Anziani con estremo rammarico, in quanto non dovuto ai sopraggiunti nuovi impegni di carattere provinciale. Bensì dalla mancanza di sensibilità dimostrata dal Sindaco nel predisporre le convocazioni dell’organismo. Infatti, sin dai primi tempi, lo stesso Dr. Testa, onde evitare dispendiose sovrapposizioni di giorni e di orari con la sua pur importantissima attività professionale di medico, aveva comunicato i giorni della settimana e gli orari nei quali poteva assicurare il proprio contributo alla causa. Al fine di evitare di essere coinvolto in una "gestione fallimentare e clientelare dell’organismo" ha preferito rassegnare per l’appunto le proprie dimissioni. Eppure il bagaglio culturale e professionale del Dr. Testa sarebbe indispensabile in quel contesto, ma evidentemente hanno prevalso logiche di ostracismo e di inospitalità politica.
In certi settori dell’attività umana, occorre prescindere dalle posizioni personalistiche e puntare sulle competenze e sulla professionalità. E se volessimo allargare il discorso sul piano politico, un’amministrazione che si identifica in Forza Italia dovrebbe essere capace di atti maggiormente liberali e democratici, che nel caso di specie o in quello dell’accesso agli atti, si è espressa in modo opposto. Ma non vogliamo avventurarci in un giudizio di equità e di giustizia ma vogliamo rifarci al teorema di Bowen espresso da Artur Bloch: quando piove; "Piove sul giusto e piove anche sull’ingiusto; ma sul giusto di più, perché l’ingiusto gli ruba l’ombrello".

Nicola De Michele


TORRECUSO

Mortaruolo va con D’Antoni?

Una vecchia casa da abbattere per ricostruire il nuovo edificio del centro-sinistra. In fondo l’idea dei popolari è un’operazione di edilizia politica per tentare una forte convergenza programmatica delle forze centriste al fine di raggruppare intenti e potenzialità in vista delle prossime elezioni politiche.
Tutto qui per i protagonisti, qualcosa d’altro per chi osserva dall’esterno. E tra le tante voci che circolano nel paese, c’è chi anche palesemente, ha ipotizzato un imminente passaggio di Mortaruolo nel movimento di D’Antoni denominato Democrazia Europea. Durissima è stata la reazione degli iscritti al PPI, che da anni ha maturato consensi anche e soprattutto grazie alla pervicacia e alla linearità politica e culturale del sindaco Mortaruolo. Accuse molto forti, quindi, che stigmatizzano palesemente la reazione indignata di chi ha sempre creduto nel partito, e ora guarda esterrefatto questo esodo ingiustificabile. Non abbiamo ancora notizie certe, ma il fenomeno riguarderebbe un numero considerevole di esponenti politici torrecusani.
L’adesione ad un nuovo partito politico è un momento importante, deve essere frutto di una scelta ideologica ragionata, e deve essere fatta in modo da non lasciare adito ad interpretazioni malevoli, anche perché un partito politico non è una squadra di calcio formata da professionisti del pallone che cambiano casacca in base alla convenienza.
Se l’avvicinamento di molti popolari al movimento di D’Antoni troverà conferma, speriamo che la scelta sia avvenuta per motivi ideologici, che siano veramente convinti delle ragioni ideologiche delle persone che lo compongono. Ma quanti torrecusani, invece, in questa operazione, vedono del trasformismo politico dettato da pura convenienza. Mortaruolo, pur di trovare legittimazione sia a Torrecuso che negli ambienti politici di Benevento, come se fare il politico fosse un patrimonio personale, come un’eredità di famiglia, lascia il PPI, ormai senza consensi notevoli e aderisce al nuovo movimento.
D’altra parte il partito di accoglienza rischia di dare un’immagine di un partito sigla, di cui è ormai ricco lo scenario politico italiano, svendendo ideali e valori pur di contare un sindaco o un assessore in più. Ma, si sa, in politica purtroppo i cambi di stendardo divengono quasi cose di tutti i giorni, ma a farne le spese è la chiarezza e la linearità di una proposta organica che dovrebbe invece essere garantita e salvaguardata oltre ogni singolo interesse, seppur legittimo, di cambiare idea.
Ma questo, si sa, è la logica del potere. Ma per il cittadino comune, la politica beneventana, all’interno di una politica nazionale ingarbugliata, è inestricabile. La gente comune, che la mattina dà distrattamente uno sguardo ai titoli dei giornali, non fa in tempo a seguire gli acrobatici spostamenti politici dei nostri rappresentanti degli enti pubblici, tutto per rimanere attaccati alla poltrona. Se, come è vero, Democrazia Europea farà nuovi proseliti, il partito popolare sannita attraverserà uno dei momenti più critici della sua esistenza. Il partito negli ultimi anni ha ricalcato vecchie prassi con antiche metodologie e antichi personaggi, per cui nel "nuovo" partito, di nuovo c’era solo il nome, da Democrazia Cristiana a Partito Popolare.
A Benevento come a Torrecuso si è in attesa di una catarsi complessiva dei personaggi che hanno attribuito il dibattito politico e la voglia stessa di farla la politica attiva dalla parte della gente e di un territorio ricchissimo quanto deprecabilmente ed inesorabilmente straziato fin nelle radici più intime del suo tessuto culturale e sociale. Abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente in grado di pilotare un nuovo modello di sviluppo: più che di politici che cambiano bandiera, abbiamo bisogno di uomini lontano dalla beghe di partito, o portatori di interessi particolari e che sappiano, invece, rimettere al centro del dibattito la politica vera.

Carmine Pannella


SAN MARCO DEI CAVOTI

Il destino di un’amministrazione

Con l’avvio e il quasi completamento di molte opere pubbliche (centro antico, strade, piazze, edifici…) ed il succedersi di recenti avvenimenti la settimana dell’emigrante, sereno variabile, S.Marco (ospite di riguardo della manifestazione internazionale di Washington dei prodotti dolciari…), la figura del Sindaco, dott. Francesco Cocca, è scesa dalle nubi dell’astrattezza, dell’opinabile per diventare un oggetto concreto di confronto tra le forze politiche in essere a S.Marco e, beninteso, un obiettivo cruciale della lotta politica.
Questa nuova figura pubblica, con una propria collocazione ed una precisa identità politica, non sembra, tuttavia, venga percepita nella sua importanza dall’opinione pubblica. Si ha la sensazione, anzi, che il lavoro, a volte defaticante del primo cittadino venga osservato come qualcosa che avviene in uno spazio separato, regolato da norme non codificate, senza evidenti connessioni con la restante realtà. Forse il nostro è un errore di percezione, anche se non è immediatamente facile spiegare perché.
Può essere utile cercare di individuare sinteticamente qual è il vero compito di questo "nuovo" multiforme personaggio e connettere tale compito ad un processo di modernizzazione che a partire dall’istituzione "Comune" tocchi poi tutta la realtà civile, sociale, politica ed economica della comunità.
Ridotta alle sue linee essenziali, l’opera che il sindaco intende realizzare investe in primo luogo la possibilità di attuare un intesa ricorrente e permanente che avvicini il potere ai cittadini. È la questione che in "alto loco" è riconosciuta col termine di "federalismo".
Se, al contrario, dovessimo individuare il punto più debole, da segnalare con ricorrente puntualità, dovremmo ricercarlo in un totalizzante integralismo del primo cittadino, poco incline a trasferire ad altri amministratori parte del potere decisionale e gli strumenti necessari per un’amministrazione efficiente e funzionale. Per affrontare e risolvere i maggiori problemi del paese, fino all’attuazione della totale autonomia impositiva, è necessario che l’esecutivo cittadino proceda a decisioni pubbliche collegiali. Per provvedere ad una riforma del rapporto burocrazia-utenza occorre concentrazione di potere, cioè di possibilità di decisione politica funzionale agli obiettivi che si vogliono perseguire.
A S.Marco, paradossalmente, il potere politico investe anche il dipendente comunale con conseguente disomogenea e promiscua realizzazione degli obiettivi. Occorre, pertanto, individuare con chiarezza, per una successiva efficace applicazione, i correttivi onde ottenere uno scorrevole iter burocratico della macchina comunale. Risulta incomprensibile ai più perché parte dell’utenza paga i diritti per il rilascio dei certificati e parte no (simpatia, principio, affinità partitica?). Né si spiega la soggezione del potere politico ad un gruppo impiegatizio. L’unico tecnico, che pure è zeppo di professionisti, presenti connotati spiccatamente separatisti, evidenzia tutte le caratteristiche di un’isola distaccata dal resto del variegato arcipelago comunale: proprio potere decisionale —massima autonomia- svincolo da qualsivoglia connessione (leggi: autarchia) o legame con l’autorità sindacale.
Sono anche questi i pilastri da abbattere per un’opera di moralizzazione del paese ormai non più rinviabile. Non si tratta di una sbrigativa questione di riassetto di uno o più servizi. S.Marco è oggi una realtà che unisce in una combinazione particolare differenze politiche, squilibri pratici, capacità di innovazione e persistenti condizioni di conservazione.
I dipendenti comunali, per fortuna non tutti, sono anche dirigenti o rappresentanti di partiti politici agenti in paese. Si assiste, pertanto, ad un miscuglio politico-amministrativo, per colpa del quale, per omertà o partecipazione, per imposizione o posizione politica, a farne le spese sono sempre i servizi destinati alla gente.
Nel passato la ricerca del consenso avveniva attraverso una retribuzione a pioggia che, pur contribuendo a tenere bloccata su se stessa la comunità, qualificava il Comune come soggetto che dovesse qualcosa a tutti (quello che allora aveva!), senza preoccuparsi di sviluppare quelle tendenze che risultavano più funzionali all’acquisizione ovvero al mantenimento del consenso. Oggi si tratta di fare i conti con tutto ciò che significa innovazione, propensione ad un adattamento fruttuoso alle nuove condizioni in cui bisogna operare. Viceversa non si saprebbe come modificare una situazione che tende quotidianamente a replicare se stessa senza cambiamenti, producendo una società dominata dai principi dell’ereditarietà partitica e da un sostanziale appiattimento: modificare il funzionamento della macchina burocratica; garantire una giustizia sociale più "equa"; assicurare puntuali e risolutivi interventi laddove necessita la presenza del soggetto comunale, svincolo immediato dal "potere" impiegatizio.
Anche tutto questo, maggiori squilibri e diseguaglianze, tendono a neutralizzare le spinte al nuovo ed al libero sviluppo della società.

Antonio Perrotta

E-mail: redazione@beneventogiornale.com

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