
SETTE ANNI FA SCOMPARIVA MARIO BOSCIA
Un patrimonio storico non fruibile
A pochi giorni dalla messa in memoria di Mario Boscia, il ricordo di uno dei più noti cultori della storia beneventana, esperto collezionista di testi e pubblicazioni sulla storia locale e punto di riferimento per appassionati, studiosi e cultori, non può non trasformarsi in critica severa davanti all’incuria dell’attuale amministrazione nei confronti di un patrimonio di inestimabile pregio sulla storia della città che rimane, di fatto, non fruibile.
Ripercorrerne oggi, a sette anni dalla scomparsa, la vicenda intellettuale, scandita da un’assidua ricerca di materiale documentario e antiquario – che ha portato l’originaria biblioteca e archivio Mutarelli agli attuali 20mila volumi circa –, dalla pubblicazione di articoli e saggi – Saggio storico su Palazzo Paolo V, Il Convento di San Domenico in Benevento – La scoperta di un monumento dimenticato, Appunti per una storia della tipografia e della vita culturale nella Benevento del XVIII secolo, Questioni di urbanistica a Benevento – dall’impegno, condiviso con l’architetto Morante, nel dar vita alla casa editrice “Torre della Biffa”, dal sodalizio di interessi con studiosi come Don Giovanni Giordano, Gianni Vergineo, Alfredo Zazo, Don Laureato Maio, Salvatore Basile, Mario Rotili, significa necessariamente prendere atto della inspiegabile e tuttora inspiegata mancanza di volontà, da parte dei soggetti istituzionali coinvolti, di portare a termine un progetto sicuramente significativo per una città che ambisce in vario modo alla scena culturale nazionale.
La rete virtuale –della quale la biblioteca Boscia-Mutarelli avrebbe costituito un importante tassello, insieme alla biblioteca dell’avvocato Francesco Romano, alla biblioteca della Madonna delle Grazie (nella quale sarebbero confluiti tutti i testi antichi e rari della Provincia Francescana), la biblioteca giuridica dell’ex sindaco Nicola Di Donato e la biblioteca dell’Archivio storico–, rete che avrebbe dovuto collegare “virtualmente” i numerosi fondi privati presenti in città rendendoli accessibili non solo “virtualmente”, è rimasta impigliata nelle logiche di una politica nella quale il colore delle idee rappresenta uno scoglio insormontabile.
A stridere in maniera ancor più evidente con la consuetudinaria disponibilità di Mario Boscia, con la prassi di una biblioteca e di una casa sempre disponibili per quanti, per passione o lavoro, coltivavano le memorie cittadine, l’improvvisa interruzione dei lavori che ha reso la biblioteca letteralmente inservibile per anni.
Prima e più importante conseguenza della sospensione di ABC, Arte Benevento Cultura, il contenitore del Prusst “Calidone”, in parte finanziato dal Ministero del Lavoro – progetto al quale aveva dato vita la precedente amministrazione – nell’ambito del quale era prevista la catalogazione digitale della biblioteca di Mario Boscia (con tanto di tecnologia RFID, Radio Frequency IDentification) è stata innanzitutto l’inevitabile scompaginazione dell’attenta e puntuale opera di catalogazione cartacea portata avanti, negli anni, da Mario Boscia.
Non l’unica purtroppo.
Libri e documenti di particolare pregio sono rimasti accatastati per più di un anno in “torri” alte più di due metri, in una condizione cioè che avrebbe dovuto essere strettamente temporanea e legata ai necessari lavori di adeguamento della struttura alla nuova funzione pubblica.
E, sostanzialmente disertata dalle autorità comunali è rimasta la Giornata di studi del febbraio 2008 – della quale saranno a breve pubblicati gli atti.
Solo recentemente il silenzioso lavoro dell’intera famiglia (soprattutto di Vincenzo, figlio maggiore di Mario ed in qualche modo erede non solo della passione paterna per la storia cittadina ma anche della paterna disponibilità verso studiosi e semplici appassionati) sta riportando al proprio posto alcune parti della biblioteca –cominciando, naturalmente, dall’acquisto della scaffalatura, dal momento che la vecchia, inidonea alla nuova funzione che la biblioteca avrebbe dovuto avere, era stata “imprudentemente” dismessa prima di veder arrivare la nuova.
Nella speranza che possa essere di sprone per gli attuali vertici dell’amministrazione comunale a coprire la distanza che separa palazzo Mosti da via Mutarelli –quattro anni sono tanti e via Orbilio Pupillo, un tratto di Piazza Roma e uno di Corso Garibaldi sembrano un tragitto minimo per non doversi trovare nella condizione di dire che non si è ancora a conoscenza di tutti i dettagli della questione– può essere utile ricordare il discorso di Pericle agli ateniesi nel quale li esortava ad una commemorazione fatta «non soltanto a parole [...] ma piuttosto di giorno in giorno contemplando, in fervore d’opere, la grandezza della nostra città, che deve essere oggetto del vostro amore».
Massimo Iazzetti
ELEZIONI REGIONALI
Ressa di candidature nel Pdl sannita
E’ una panzana dire che non esiste una questione morale nel Pd, affermò, il 25 gennaio scorso, a “L’Infedele” di Gad Lerner, il vice direttore de “Il Giornale”, Alessandro Sallustri. Coinvolto nel Cinziagate, si era appena dimesso, quel giorno, il sindaco di Bologna, Flavio Delbono, dimissioni che seguivano di qualche mese quelle, ricordate pure da lui, del governatore del Lazio, Giuseppe Marrazzo. Certamente, Sallustri ha ragione. Ma questi due personaggi hanno lasciato l’incarico elettivo, per rispetto sia verso il Pd, sia verso i propri elettori, sia verso le popolazioni da essi governate.
Addirittura, Delbono si è dimesso per una questione ancora del tutto da verificare. Infatti, ha compiuto questo gesto perché la sua segretaria Cinzia Cracchi, che ha diviso con lui il letto per otto anni, avrebbe rivelato aspetti del loro rapporto riconducibili a comportamenti del sindaco penalmente perseguibili, dopo che lei, con la disattivazione del bancomat, avrebbe capito di essere stata piantata dal suo amante.
A parte l’organizzazione di convegni femminili alla “Certosa” e a palazzo Grazioli, rilevante sul piano morale e non penale, il premier Silvio Berlusconi, padrone de “Il giornale”, non ha fatto altrettanto, allorché l’avvocato David Mills è stato condannato, anche in appello, perché avrebbe avuto da lui 600.000 dollari, in cambio di falsa testimonianza, resa nei processi relativi ai fondi neri della società All Iberian e alle tangenti pagate alla Guardia di finanza.
Tuttavia, nel dibattito condotto da Lerner, il dalemiano Nicola La Torre, che ha da farsi perdonare i rapporti telefonici avuti con Consorte, Ricucci e altri, nelle scalate bancarie, non ha dato al giornalista berlusconiano una risposta di questo tipo.
Di fronte al caso Mills, Berlusconi, invece di farsi giudicare perché sia sentenziata la sua tanto dichiarata innocenza, sta impegnando il Parlamento, attraverso il Guardasigilli Alfano, a varare leggi, come il legittimo impedimento, per evitare che egli si presenti in Tribunale, e, come il processo breve, per mandare in prescrizione tutti i procedimenti giudiziari che lo riguardano.
Un provvedimento, quest’ultimo, che potrebbe anche essere accettato, se, assegnate all’amministrazione della Giustizia più risorse, umane e finanziarie, riguardasse solo i nuovi processi. Ma Berlusconi vuole che la legge da lui voluta comprenda anche i procedimenti in corso, perché, afferma, avendo la responsabilità di governare il paese, come se il medico gli avesse ordinato di scendere in politica, non può impegnare i fine settimana a parlare con i suoi avvocati delle cause che lo riguardano. E la prescrizione potrebbe comprendere anche il processo a carico di Marcello dell’Utri, la cui accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, mentre si celebra il secondo grado di giudizio (nel primo è stato condannato 9 a anni), è stata corroborata, nel processo Mori, da Massimo Ciancimino. Infatti, questi avrebbe detto che il senatore berlusconiano, nella trattativa con la mafia, avrebbe preso il posto del padre, il fu Vito Ciancimino, un sindaco di Palermo espresso dalla ex Dc (il partito che tuttavia rimpiangono in molti rispetto all’era Berlusconi). Ma avrebbe detto anche che, in “Milano 2”, l’investimento edilizio targato Berlusconi, ci sarebbero i soldi di suo padre, un’affermazione, questa, che ha causato la minaccia di querela da parte dell’avv. Ghedini.
Ora Berlusconi, per sventare i sospetti di collusione mafiosa, sostiene che la lotta del suo governo contro la malavita organizzata, con arresti numerosi di mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti, non ha precedenti. Ma, siccome gli arresti li fanno i magistrati, sulla base anche di intercettazioni telefoniche che lui vorrebbe limitare enormemente, per non essere sorpreso quando raccomanda qualche attricetta sul viale del tramonto per farle avere una parte in qualche fiction, non si rende conto che, rispetto a quella categoria di cittadini che non ha nulla da temere dalla Giustizia, le sue affermazioni “riabilitano” anche quei magistrati che lo perseguiterebbero, perché politicamente schierati a sinistra. Fosse per lui e per tutti coloro che si riconoscono in lui, qualcuno che appartenesse al suo schieramento, accusato di collusione con la malavita organizzata, potrebbe rimanere in libertà. Infatti, la maggioranza di governo ha negato l’autorizzazione all’arresto del sottosegretario all’economia, Nicola Cosentino.
C’è da ritenere però che tutto quanto escogitato da Berlusconi per sottrarsi alla Giustizia si risolva in una vittoria di Pirro, in quanto, al “Ballarò” del 26 gennaio, Pagnoncelli disse che il 46% dei cittadini è contro il processo breve, mentre è favorevole solo il 30%. Se il rimanente 24% di indecisi lo attribuiamo proporzionalmente ai due schieramenti, quel 46% diventa maggioranza assoluta, salvo che Berlusconi non ci faccia conoscere qualche sondaggio commissionato da lui, di quelli che lo fanno gradire al 60% degli italiani.
Quelli che contano, però, non sono i voti virtuali, sono i voti reali. Le urne, infatti, il 13 aprile 2008 (elezioni politiche), hanno dato il 46,5% allo schieramento guidato da Berlusconi (Pdl 36,9%, Lega 8,6%, MpA 1%), mentre il 7 giugno 2009 (elezioni europee), allo stesso schieramento hanno dato il 45,5% (Pdl 35,3%, Lega 10,2%). In queste ultime elezioni, il partito di Berlusconi ha perduto 2,6%, considerato che le sue liste comprendevano anche i candidati del MpA. Ma l’effetto D’Addario gli ha fatto perdere ancora di più, se si pensa che tutti i sondaggi lo posizionavano su oltre il 40%.
L’anomalia sta nel fatto che, mentre Berlusconi è minoranza nel Paese, grazie ad una legge elettorale, voluta da lui ma firmata da chi poi l’ha definita una porcata, è maggioranza in Parlamento. Ma la colpa, ahinoi!, è di Bettino Craxi, che cominciò per primo a parlare di premio di maggioranza, un qualcosa che esiste solo nell’Italia della Seconda Repubblica. Infatti, il premio di maggioranza, introdotto da De Gasperi nel 1953, fu bocciato dai cittadini, anche dall’ex partito di Fini, in quanto la coalizione Dc, Psdi, Pli, Pri non raggiunse il 50% più un voto. Con la legge del liberale, libertario e democratico Berlusconi basta invece che una coalizione prenda un voto in più di ogni altra, perché si vada attribuito il predetto premio. Con il Mattarellum, poi, addirittura nei collegi uninominali, venivano eletti deputati anche dei candidati che avevano riportato meno del 20% dei voti, a causa della presenza in lizza di molti candidati, in una situazione come la nostra che non vanta una tradizione né bipartitica, né bipolare. Le speranze perché fallisca l’imposizione del bipolarismo sono riposte nell’Udc, che non è il partito di chi scrive.
La forzatura che si è messa in atto, anche da parte del centro sinistra, per dare all’Italia un assetto bipartitico o bipolare, ha determinato la costituzione di due contenitori di forze politiche, il Pd e il Pdl, entrambi eterogenei. Oggi si entra in un partito non perché ci si riconosce nelle sue idee o nella sua posizione politica, bensì per perseguire un proposito, la cui non realizzazione determina l’abbandono del partito prescelto. Rutelli, che con Fassino aveva avuto l’intuizione di costituire il Pd, relegato in un posizione non di primo piano, anche dopo aver perso le elezioni a sindaco di Roma, lo ha abbandonato, in seguito alla elezione dell’ex diessino Bersani a segretario, come se non sapesse che il Pd avrebbe messo insieme Ds e Margherita.
L’eterogeneità di questi due contenitori è riscontrabile anche in sede locale e regionale. Nel Pdl c’è ressa per avere una candidatura alle regionali, quando invece bisognerebbe solo individuare un donna, da mettere insieme ai consiglieri uscenti, l’ex aennino Mario Ascierto Della Ratta e l’ex forzista Luca Colasanto, dei quali, al momento in cui scriviamo, è dubbia la riproposizione, anche se l’editore de “Il Sannio”, con l’invasione di manifesti 3 metri x 6 raffiguranti la sua immagine, è in campagna elettorale già da un mese. I consiglieri comunali, supportati da quelli che siedono alla Rocca dei Rettori, vogliono in lista un loro rappresentante, suscitando la reazione di tredici coordinatori comunali, secondo i quali il resto della provincia rappresenta 6 volte i voti che il Pdl ha avuto nel capoluogo, per cui è giusto che anche rappresentanti degli elettori (sic) trovino posto in lista. La coordinatrice provinciale, la deputata berlusconiana Nunzia De Girolamo, dice che ci sarà spazio in altre liste, collaterali alla lista ufficiale del Pdl.
Ma se questo accorgimento, escogitato per la prima volta da Mastella, ha dato buoni risultati al Comune e alla Provincia di Benevento, in quanto ha messo in moto, per ogni lista collaterale, 40 candidati, nel primo caso, e 24, nel secondo, alle regionali le persone da proporre in ogni lista sono soltanto 3, sicchè i candidati di una lista collaterale, lungi dal portare molti voti nuovi, finiscono per sottrarne alla lista ufficiale, facendole correre il rischio, è il caso del Pdl, di perdere l’attribuzione di un quoziente pieno, in sede circoscrizionale.
Infatti, tenuto conto che in provincia di Benevento i voti validi si aggirano intorno ai 150-160 mila, il Pdl, che non può sperare di prendere il 50 e passa per cento, in quanto si presenta anche l’Udeur di Mastella, con il suo 37% ottenuto alle provinciali del 2008, potrebbe avere un quoziente pieno, in assenza di liste collaterali. Altrimenti, finirebbe per avere tanti resti quante sarebbero le sue liste, che concorrerebbero così all’assegnazioni dei seggi non attribuiti con quoziente pieno.
Pare che sarebbe dubbia anche la candidatura della presidente uscente del Consiglio regionale, Sandra Lonando Mastella, se la coalizione di centro destra dovesse ritenere rilevanti le accuse per cui è stata rinviata a giudizio e motivi per i quali è stata costretta a non risiedere in Campania e nelle province limitrofe. D’altre parte, la candidatura di Nicola Cosentino a governatore della Campania è saltata proprio per i problemi che lui ha con la giustizia.
L’Udeur, però, esulta nell’apprendere, dalla prima pagina de “Il Giornale” del 3 febbraio, che la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex procuratore di Santa Maria Capua Vetere, Mariano Maffei, lo stesso magistrato che due anni fa firmò gli arresti domiciliari per Sandra Lonardo Mastella. Ovviamente, la vicenda non è riconducibile a quella che vide coinvolti decine di udeurrini. Anche il magistrato che nel 1995 indagava sull’assunzione irregolare di invalidi civili nell’Enel, finì, pare, sotto inchiesta giudiziaria, per altri motivi.
Il Pd, dal canto suo, varata la candidatura a presidente della Regione del sindaco di Salerno, Nicola De Luca, contro il parere del governatore uscente, Antonio Bassolino, ha registrato una mezza apertura da parte di Di Pietro sul nome del candidato designato (l’altgra metà dovrebbe concederla De Magistris), in quanto il rinvio a giudizio di De Luca, peraltro per un fatto che gli fa onore (ha difeso le ragioni di 300 cassintegrati) è un problema, secondo Di Pietro, che riguarda solo lui. Ma il ripensamento dell’ex pm ha spiazzato i dipietristi beneventani, dimostratisi intempestivi nel censurare l’invito che il sindaco di Benevento, Fausto Pepe, aveva rivolto alla maggioranza di centro sinistra a schierarsi con De Luca.
In molti interventi, su queste colonne, abbiamo manifestato disappunto in direzione di certi interventi, per un verso, e di certi mancati interventi, per un altro verso, nei confronti di chi amministra la città di Benevento. Non vorremmo, pertanto, essere accusati di partigianeria, se diciamo, come ha già detto Gennaro Santamaria, segretario e consigliere comunale dell’Udc, che bene ha fatto il sindaco a rivolgersi alla Procura perché si accerti il mancato controllo di legalità in materia di appalti pubblici, di cui egli è accusato dal Pdl. E rispetto a questa iniziativa del sindaco, sembrano del tutto fuori luogo i rilievi di Nicola Boccalone e di Nazzareno Orlando, rispettivamente segretario cittadino e capogruppo del Pdl, secondo i quali i problemi della città debbano essere discussi in Consiglio comunale e non in Tribunale.
L’opposizione non si fa per partito preso e da bastian contrari, con il proposito di mantenere e di creare, attraverso la stampa, l’attenzione dei cittadini contro chi governa, come spesso ci è capitato di rilevare, in materia di discariche, di centrali elettriche e di altro. L’opposizione si fa su dati di fatto.
Giuseppe Di Gioia